Tennis e mental coaching: c’è modale e modale

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Tennis e mental coaching: c’è modale e modale

Spesso per ritrovare la determinazione necessaria, basta cambiare il modo di parlare a noi stessi. Se sappiamo come farlo. Ad esempio, facendo attenzione ai verbi modali

Ilvio Vidovich

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A qualsiasi livello – dal professionista all’amatore – ci sono periodi in cui si fa molta fatica, a livello mentale, a rispettare i propri piani di allenamento. Son quei periodi in cui per mettere le scarpe da running ed andare a correre o per preparare la borsa e recarsi in palestra o al campo da tennis bisogna fare appello a tutta la propria forza di volontà. Tanto che ad un certo punto può capitare che venga da chiedersi: ma perché sforzarsi così tanto? Una domanda che spesso contiene implicitamente un rischio: quello di “mollare”. Che a livello amatoriale o agonistico più basso potrebbe significare esattamente quello, cioè rinunciare del tutto ai propri allenamenti. Mentre a livello agonistico più alto può magari voler dire rallentare un po’ i propri ritmi. Il risultato però alla fine è lo stesso: l’obiettivo iniziale, piccolo o grande che fosse, non lo si raggiungerà più.

Ma prima di arrivare a questo punto, che poi può portare a scatenare tutta una serie di emozioni negative (sensi di colpa, frustrazione, delusione, addirittura vergogna) che rendono quella rinuncia ancora più deleteria per la propria autostima, magari c’è qualcosa che si può fare. Chiaramente, soprattutto se questo comportamento è ripetuto, ci si può confrontare con con un professionista, con un mental coach. Ma magari si può fare già un passaggio per conto proprio. In primis, facendo attenzione a come si parla con se stessi.

 

Il metamodello è uno strumento della PNL che ha l’obiettivo di comprendere il funzionamento dei pensieri nella mente delle persone, andando ad analizzare le strutture delle loro esperienze. È stato il primo modello linguistico studiato da Richard Bandler e John Grinder, i fondatori della PNL, basato sui principi della grammatica trasformazionale di Chomsky e sviluppato osservando il modo in cui lavoravano i famosi psicoterapeuti statunitensi Virginia Satir e Milton Erickson. Il metamodello (chiamato anche “linguaggio di precisione”) si occupa dei meccanismi trasformazionali che le persone utilizzano nel proprio linguaggio. Tali trasformazioni cancellano, distorcono o generalizzano le informazioni che trasmettiamo. Perché lo facciamo? Innanzitutto per rendere la comunicazione più rapida ed efficace. Se infatti ci chiedessero, ad esempio, di descrivere la nostra ultima partita di tennis e non cancellassimo alcune informazioni, dovremo descrivere ogni movimento fatto da ogni singola parte del corpo dalla prima palla presa in mano sino alla stretta di mano finale all’avversario: non finiremmo più… Si tratta pertanto di meccanismi indispensabili a livello comunicativo. Ma allo stesso tempo, se sono inconsapevoli, possono diventare rischiosi e poco funzionali per noi, dato che c’è il pericolo di identificare la realtà oggettiva con la realtà da noi percepita, quella che viene chiamata in PNL il nostro “modello del mondo”. Da qui il famoso presupposto PNL che la mappa (il modello del mondo) non è il territorio (la realtà oggettiva), che vuole evidenziare proprio questo rischio.

Il metamodello è un insieme di domande finalizzate ad approfondire ed a specificare la struttura profonda dell’esperienza, ovvero la rappresentazione sensoriale della realtà. Dato che non si può guidare una persona all’interno della propria mappa (che solo la persona conosce), questa tecnica consente di guidarla nel chiarire la sua esperienza interna e a far emergere le possibili soluzioni al suo problema, che si trova nella sua rappresentazione soggettiva della realtà, cioè nel suo modello del mondo. È uno strumento molto utile ogni qualvolta ci sia da definire degli obiettivi, in modo che siano ben formati, da dare o raccogliere informazioni precise, da individuare le strategie di azione più adeguate in relazione a specifiche situazioni.

A cosa serve tutto questo preambolo nel nostro caso, ovvero per evitare di “mollare” il nostro programma di allenamenti e di conseguenza rinunciare al nostro obiettivo? Ci serve perché nel metamodello, nell’ambito del processo di generalizzazione, c’è il modello degli operatori modali, derivante direttamente dalla linguistica della grammatica trasformazionale. Ed è proprio agli operatori modali, che si suddividono in operatori di necessità e di possibilità, che bisogna fare attenzione.

Esempi di operatori modali di necessità sono le frasi “devo allenarmi assolutamente oggi” oppure “devo fare ancora questo esercizio”. Semplificando, possiamo dire che gli operatori modali di necessità, che usano il verbo servile dovere, implicano una presupposizione: che ci siano delle regole che bisogna seguire. Facciamo quindi attenzione al loro uso. Questo modello, che spesso usiamo in maniera inconscia e involontaria, è infatti potenzialmente sabotante, perché è come se creassimo implicitamente qualcosa che ci ingabbia. Ed ecco che per sentirci liberi, per uscire dalla gabbia inconscia, una soluzione è non fare le cose che diciamo di dover fare.
In italiano per gli operatori modali di possibilità si usano i verbi potere o riuscire, che traducono i diversi significati del verbo originale inglese can. Sono esempi le frasi “non posso giocare a quel livello” oppure “non riesco a servire in kick” o anche il “posso già immaginare come andrà la partita oggi”. Presuppongono una scelta che non c’è. Ed anche la mancanza di una scelta diventa qualcosa che ci ingabbia. Con la stessa possibile conseguenza di prima: se rinunciamo, ci sentiamo – inconsciamente – liberi.

Il metamodello utilizza le domande per andare a scardinare le convinzioni limitanti che spesso alla base dell’utilizzo degli operatori modali. Ma se questo è un lavoro più profondo che va fatto con un mental coach, c’è qualcosa che grazie alla conoscenza di questo modello possiamo fare da soli: cambiare le parole che diciamo e che ci limitano inconsciamente. Facciamo un esempio, che in realtà è un esercizio da provare assieme, utilizzando gli operatori modali di necessità. Una persona descrive così la sua giornata: “Oggi devo alzarmi alle 6.30 perché devo andare a correre. Poi devo rientrare a casa per le 7.30, devo fare la doccia, devo mangiare qualcosa per colazione e poi devo uscire. All’ora di pranzo devo riuscire ad andare in palestra. Poi stasera devo assolutamente fare una cena veloce perché poi devo andare all’allenamento al Tennis Club”. Proviamo a metterci nei panni di questa persona e ripetiamo mentalmente le frasi appena lette. Che sensazioni ci provoca pensare alle nostre giornate di allenamento in questo modo? Ci viene l’ansia solo a pensare a quello che ci aspetta? Siamo stanchi solo ad immaginare quanta forza di volontà ci vorrà per adempiere a tutti quei “devo”? Quei “dover fare” ci creano un senso di repulsione? Ecco, se avete provato queste o altre sensazioni spiacevoli, capirete perché molto probabilmente l’inconscio cercherà di mettere i bastoni tra le ruote…

Cosa possiamo fare se siamo tra quelle persone che usano molto gli operatori modali di necessità? Possiamo “ristrutturare” la nostra realtà o meglio, il modo in cui la rappresentiamo. In primis a noi stessi. Nel nostro esempio significa andare a sostituire il verbo modale dovere e vedere come cambia la nostra rappresentazione della realtà. E di conseguenza come cambiano le nostre sensazioni. “Oggi ho deciso di alzarmi alle 6.30 per andare a correre. Così poi arrivo, mi faccio una bella doccia ed una abbondante colazione ed esco con la piacevole sensazione di aver già fatto qualcosa per me. Poi a pranzo aggiungo una sessione in palestra e la sera dopo cena riesco anche a farmi la mia bella oretta di allenamento al Tennis Club”. Ripetiamo ora mentalmente queste frasi. Come ci fanno sentire? Sono sensazioni diverse rispetto a prima? Molto probabilmente ci sentiremo carichi e vogliosi di cominciare le attività che abbiamo pianificato, vero?

Come abbiamo visto, la realtà – nel nostro esempio un giornata in cui sono pianificati tre allenamenti – è la stessa, ma se a parole la rappresentiamo in maniera diversa, la viviamo in maniera completamente diversa. Molto probabilmente per la persona che la rappresenta utilizzando le frasi che avevamo visto inizialmente arrivare a fine giornata completando tutto il piano prefissato sarà mentalmente (e quindi anche fisicamente) molto più faticoso. Con il conseguente rischio di mollare al primo ostacolo, che peraltro a livello inconscio sarà molto probabile farà di tutto per creare… Sia chiaro, per cambiare il modo in cui ci rappresentiamo la realtà ci vuole impegno. Anche perché probabilmente scopriremo che questo modo di esprimerci lo replichiamo in molti ambiti della nostra vita, è per noi un’abitudine. Un’abitudine che è bene cercare di cambiare.

A proposito: sono altrettanto rischiosi i i verbi fraseologici come “provare a”, “cercare di”, sebbene per un motivo diverso (ebbene sì, quei “provare l’esercizio” e “cercare di cambiare” erano messi lì apposta per arrivare a questo punto). “Domani provo ad alzarmi alle 6.30 per andare a correre” evita di ingabbiarci, ma ci espone ad un altro rischio: non dichiarando apertamente che vogliamo fare qualcosa, non prendiamo un impegno con noi stessi. Il che, inconsciamente, rende più facile rinunciare alla prima difficoltà. E alla fine siamo di nuovi lì: abbiamo mollato.
“No! Provare no! Fare o non fare! Non c’è provare!” diceva infatti il maestro Yoda in Guerre Stellari, redarguendo severamente il giovane Luke Skywalker per come stava per approcciarsi ad un esercizio durante l’addestramento per diventare un guerriero Jedi.

Il mental coach Alessandro Mora, uno dei maggiori esperti italiani di PNL e collaboratore di Richard Bandler, suole dire che “Non è ciò che dici ad alta voce a fare la differenza, è ciò che sussurri a te stesso”. Cominciamo allora a sussurrarci le parole giuste.


Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach, ed è membro del Comitato Scientifico della ISMCA. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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Tennis e mental coaching: immagina, puoi

La visualizzazione è una delle tecniche più usate nello sport coaching. Qui ne parliamo con riferimento ad un classico ambito di utilizzo, l’apprendimento di un gesto tecnico

Ilvio Vidovich

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La visualizzazione (o imagery) è una delle tecniche maggiormente utilizzate all’interno dei programmi di preparazione mentale degli atleti. Sono infatti diverse le sue possibili applicazioni in ambito sportivo. Con la visualizzazione è possibile rievocare una sensazione positiva legata alla prestazione o viceversa dissociare da quest’ultima degli stati d’animo negativi, correggere un determinato gesto tecnico oppure automatizzare un determinato programma motorio. Ciò consente, di conseguenza, di utilizzarla all’interno di programmi di mental training aventi obiettivi diversi. Come, ad esempio, diminuire l’ansia prima della partita, aumentare la concentrazione ed il focus, migliorare uno specifico gesto atletico, incrementare l’autostima e la fiducia in se stesso. La visualizzazione risulta addirittura utile nel trattamento del dolore e nella riduzione dei tempi di recupero da un infortunio.

Per capire meglio cosa si intende quando si parla di imagery applicata allo sport coaching, in quest’articolo ci soffermeremo su uno degli ambiti di utilizzo più conosciuti, quello dell’apprendimento (o perfezionamento) di un gesto sportivo. Insomma, vedremo come immaginare che stiamo effettuando un servizio vincente ci aiuta a migliorare la nostra battuta.

 

Iniziamo andando a sentire cosa ci dice la scienza al riguardo. Scopriamo così, per prima cosa, che diversi studi sperimentali hanno rilevato che immaginare un gesto motorio determina una stimolazione, seppure lieve, dei muscoli interessati dalla visualizzazione. Praticamente, nell’eseguire un servizio in allenamento o nell’immaginarlo soltanto si attivano gli stessi percorsi nervosi che trasportano i segnali al sistema muscolare. I muscoli “virtualmente” coinvolti nel gesto vengono infatti attraversati da un potenziale elettrico, registrato mediante uno strumento chiamato elettromiografo, e questi piccolissimi impulsi elettrici agevolano la memorizzazione del movimento, facilitandone l’esecuzione corretta in futuro (sempreché abbiamo immaginato di eseguirlo come si deve, ovviamente). Ma non solo. Ci sono anche i neuroni a specchio, un particolare tipo di neuroni scoperto a metà degli anni ’90 dal neuroscienziato italiano Giacomo Rizzolatti, che risulta si attivino sia quando si compie un gesto motorio, sia quando lo si osserva mentre è compiuto da altri, sia quando il gesto viene semplicemente immaginato, facilitandone l’apprendimento. Le teorie scientifiche citate, dunque, confermano che immaginare il movimento nella nostra mente ci aiuta poi ad eseguirlo meglio in campo.

A questo punto, la cosa migliore da fare per capire come funzionano queste tecniche è vedere assieme un esercizio di visualizzazione mentale finalizzato al miglioramento di un gesto tecnico, basato – in ossequio ai citati neuroni specchio – sulla tecnica del modellamento, tanto cara alla Programmazione Neuro-Linguistica.

1) Scegliamo per prima cosa il gesto tecnico su cui vogliamo lavorare con la visualizzazione: il servizio, il dritto o il rovescio. In base anche al nostro livello di gioco, cerchiamo di essere i più precisi possibili nell’individuazione del tipo di colpo. Ad esempio, se siamo agonisti magari decideremo di lavorare sulla nostra seconda di servizio in kick. Se invece siamo dei principianti, ci limiteremo a cercare di interiorizzare il movimento “scolastico” della battuta.

2) Scegliamo poi un giocatore che esegue quel gesto tecnico nel modo in cui vorremmo eseguirlo e recuperiamo i relativi video (Internet e You Tube sono una manna per questo). Se si tratta di uno dei nostri giocatori preferiti è meglio, perché la cosa – come vederemo – permetterebbe un coinvolgimento emozionale che potrebbe tornarci utile. Può però capitare che il nostro idolo sia un giocatore che esegue quel determinato colpo con una tecnica diversa (ad esempio, siamo innamorati dell’elegante rovescio a una mano di Roger Federer o di quello possente di Stan Wawrinka ma noi siamo bimani) o  estremamente personale (pensiamo al dritto ad uncino di Nadal, reso così efficace dalle capacità fisiche e tecniche del maiorchino) e noi vogliamo lavorare proprio su quel fondamentale. Dovremo di conseguenza cercare il modello di riferimento tra gli altri giocatori e allora – piccola “pillola di coaching” – facciamo attenzione. È importante evitare infatti, anche se esegue il gesto alla perfezione, di prendere a modello un tennista che, sotto sotto, non ci piace, magari perché è uno dei grandi rivali del nostro idolo. O per qualsiasi altro motivo. Dobbiamo essere sinceri con noi stessi al riguardo, evitare forzature e scartare questo giocatore, per evitare qualsiasi tipo di rifiuto “inconscio” nel prosieguo dell’esercizio che ne potrebbe ridurre l’efficacia. Di nuovo, se sono un principiante magari osserverò il video realizzato da un maestro che esegue il movimento “base”. Come in tutte le cose, andiamo per gradi.

3) Dopo aver studiato i video, chiudiamo gli occhi ed immaginiamo di avere quel giocatore davanti a noi. Prendiamoci tutto il tempo necessario ad arricchire di dettagli il nostro “video personale”. Passaggio importante: utilizziamo tutti i nostri sensi. A tale proposito una piccola nota a margine. Ognuno di noi possiede un senso dominante, quello cioè attraverso il quale interagisce in via preferenziale con il mondo esterno (e di come sia importante riconoscerlo nell’ambito dell’allenamento mentale – e  non solo- ne parleremo in uno dei prossimi articoli). Ciò non toglie che interagiamo con l’esterno con tutti i nostri sensi e di conseguenza è importante, proprio per replicare il più possibile quello che accade quando effettuiamo realmente un colpo sul campo da gioco, coinvolgerli tutti. Anche con riferimento a qualcosa di cui magari ci rendiamo conto con un po’ di ritardo: “Sai che oggi c’è la temperatura giusta? Sento bene la racchetta in mano, me ne sto rendendo conto adesso che non ho come al solito la mano congelata” è una frase che capita di sentire in questo periodo di allenamenti invernali. Generalmente i sensi a cui facciamo riferimento quando parliamo, in questo ambito, dell’interazione con l’ambiente esterno sono la vista, l’udito ed il tatto, per i quali si parla rispettivamente di “canali di comunicazione” visivo, auditivo e cinestesico. Arricchito dunque il video con dettagli che coinvolgono i sensi in questione (come ad esempio, il suono della pallina, la sensazione del vento che accarezza la pelle… Il freddo alla mano lasciamolo stare, noi vogliamo visualizzare il colpo ideale, non introduciamo elementi che ci possono disturbare), passiamo qualche minuto a visualizzare il nostro modello eseguire alla perfezione quel determinato colpo.

4) A questo punto immaginiamo di entrare dentro al video, di entrare dentro al corpo di quel giocatore. Ora siamo noi quel giocatore – ecco il coinvolgimento emozionale di cui si parlava in precedenza: sentirci nei panni del nostro giocatore preferito può darci una marcia in più nell’esecuzione dell’esercizio – ed iniziamo a guardare, ascoltare e percepire attraverso i suoi sensi, che sono diventati i nostri. Quando ci siamo abituati, facciamo il passo successivo: iniziamo ad eseguire il colpo che desideriamo apprendere (o migliorare) e che fino a pochi secondi prima osservavamo eseguire dall’esterno. Anche in questa fase, più siamo dettagliati meglio è. Possiamo suddividere il nostro gesto tecnico in più parti e visualizzare l’esecuzione di ogni singola parte. Possiamo immaginare di essere nella sala di montaggio del nostro video, in modo da poter tornare indietro e rivedere meglio una determinata parte del movimento, rallentare la velocità, fare uno zoom su un determinato particolare, ecc. Chiaramente più il nostro livello di gioco è alto più questa capacità di visualizzare nel dettaglio singole parti è importante ed estremamente funzionale nel perfezionamento del colpo. Mentre visualizziamo l’esecuzione ottimale del gesto tecnico è importante restare concentrati sul processo che porterà a quel risultato e sulle sensazioni positive generate da che ciò che stiamo vedendo, ascoltando e percependo nella nostra mente. Potrebbero infatti – anzi, è pressoché sicuro: perciò rimaniamo concentrati! – presentarsi pensieri che ci distolgono dal nostro lavoro di visualizzazione del gesto tecnico. Ad esempio, potrebbe capitare di pensare al punto in cui atterra la pallina quando la colpiamo così bene, a come utilizzare questo nuovo colpo durante il match, magari di volare con la fantasia sino a vederci vincere un torneo grazie a quel  colpo. Insomma, ci può passare per la testa di tutto. Dobbiamo rimanere focalizzati sull’esecuzione e perfezionare mentalmente l’azione in tutti i suoi minimi dettagli. Anche questo, se ci pensiamo bene, fa parte dell’allenamento mentale. Come riusciremo infatti ad eseguire perfettamente quel colpo sul campo, con tutte le variabili e gli elementi di disturbo che ci possono essere, se non riusciamo a farlo nemmeno quando siamo tranquilli, con gli occhi chiusi, in una stanza?

5) Dopo aver eseguito mentalmente per un’ultima volta il colpo in maniera perfetta ed esserci soffermati ancora un momento sulle sensazioni che proviamo nell’eseguirlo in modo corretto, prendiamo un bel respiro e apriamo gli occhi.

Il passo successivo? Prenotare l’ora, preparare il borsone ed andare in campo a mettere in pratica quanto abbiamo allenato mentalmente.

Un esercizio come quello descritto è importante che all’inizio venga eseguito dal giocatore sotto la guida di un mental coach. Poi, una volta appresi i principi, il giocatore potrà eseguirlo in completa autonomia. Capita di frequente che proprio per consentire al giocatore di esercitarsi da solo, ma agevolarlo nel processo di visualizzazione, il coach registri per lui un audio dell’esercizio in cui ripercorre tutti i passaggi. Poi, con il passare del tempo, più il giocatore diventa abile nelle visualizzazione più potrà ulteriormente personalizzare le varie fasi dell’esercizio.

Scettici? Curiosi?
Come sempre, l’invito è quello di sperimentare, ricordando che come l’allenamento fisico anche quello mentale richiede una pratica costante. Siamo infatti consapevoli che ci vuole un po’ prima di iniziare ad eseguire correttamente un gesto tecnico dopo aver iniziato ad allenarlo. La stessa cosa vale per la nostra capacità di utilizzare le tecniche di visualizzazione: ci vuole allenamento. Cerchiamo perciò di inserire nel nostro programma di allenamento del tempo da dedicare al mental training (il bello della cosa è che possiamo magari usare dei “tempi morti” della nostra giornata: il tragitto in autobus, il viaggio in treno o anche solo quella decina di minuti prima che inizi il nostro telefilm preferito) e di applicarci con costanza: vedremo che ciò ci permetterà di velocizzare i tempi di apprendimento e memorizzazione del nuovo gesto. E quando capiteranno – e sappiamo che durante un percorso di apprendimento possono capitare – quei momenti di stanchezza o di scoramento che rischiano di farci venire qualche dubbio, scrolliamoceli di dosso ricordando la frase di un uomo che della capacità di realizzare quello che aveva immaginato ha fatto una ragione di vita, Walt Disney:
“Se puoi sognarlo, puoi farlo.”


Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach, ed è membro del Comitato Scientifico della ISMCA. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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Tennis e mental coaching: che il flow sia con te

Puntata dedicata ad uno degli argomenti più affascinanti, lo stato di flow, ed al suo stretto legame con ciò a cui ogni giocatore aspira: la peak performance

Ilvio Vidovich

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Parigi, 5 giugno 2010: Francesca Schiavone entra nella storia del tennis. Superando l’australiana Sam Stosur nella finale del singolare femminile del Roland Garros diventa la prima tennista italiana a vincere un torneo del Grande Slam. Dopo l’ultimo errore di rovescio della sua avversaria che le consegna il titolo, Francesca si lascia cadere a terra, incurante della terra rossa che sporca il suo candido completo bianco. Poi, dopo essersi rialzata ed aver ricevuto il meritato applauso del pubblico del Philippe Chatrier, la “Leonessa” corre sulle tribune ad abbracciare il suo team ed i suoi amici, alcuni venuti dall’Italia appositamente per la finale facendole una sorpresa, che per l’occasione hanno indossato una maglietta con la scritta: “Schiavo, nothing is impossible”.

Sì, nulla era impossibile per la Francesca Schiavone di quei giorni. La tennista milanese era in un assoluto stato di grazia, giocava un tennis fantastico, come ben ricorderanno coloro che seguirono la sua vittoriosa cavalcata parigina. Un dato può far capire il livello delle sue prestazioni in quel Roland Garros 2010: dopo aver perso il primo set del match d’esordio contro la russa Kulikova, non ne perse più nemmeno uno in tutto il torneo. Francesca in quelle due settimane a Porte d’Auteuil era entrata nel “flow”.

 

Probabilmente molti di noi hanno provato almeno una volta nella loro carriera tennistica, indipendentemente dal proprio livello di gioco, l’esperienza del flow, in italiano “flusso di coscienza”, conosciuto anche come “the zone” o “trance agonistica” o “esperienza ottimale”. Hanno vissuto in prima persona quella incredibile condizione psicofisica in cui in campo tutto fluisce senza sforzo apparente, il nostro gioco funziona alla perfezione. Sembra quasi magia: la pallina colpita dall’avversario che arriva piano, così piano da darci tutto il tempo per posizionarci correttamente e colpirla, in assoluta scioltezza e senza il minimo sforzo, avendo la certezza che finirà lì, nel punto più difficile per la ribattuta del nostro avversario. E chi non l’ha provato giocando a tennis, avrà sperimentato in qualche altro ambito della propria vita – nella realizzazione di un progetto o nell’esecuzione di una attività particolarmente impegnativa sul lavoro, durante un allenamento o una gara di un altro sport o mentre si stava dedicando ad un proprio hobby – quello stato di coscienza in cui si è completamente immersi nell’attività che si sta facendo, totalmente coinvolti da essa, focalizzati sull’obiettivo, assolutamente positivi sul raggiungimento del risultato, intrinsecamente motivati e gratificati dallo svolgimento stesso del compito.

Ma cos’è esattamente lo stato di flow?
Il concetto del flow è stato teorizzato negli anni Settanta dallo psicologo americano di origine ungherese Mihaly Csikszentmihalyi (off topic, una piccola curiosità sulla sue origini: nacque nel 1934 a Fiume, al tempo facente parte del Regno d’Italia, per poi emigrare dall’Europa negli Stati Uniti a ventidue anni), che osservò come persone impegnate in attività molto diverse fra loro – l’atleta che migliora il proprio record, il medico che porta a termine una difficile operazione, l’artista che crea una nuova opera, l’architetto che realizza un progetto – descrivevano in modo simile il loro stato mentale in determinate situazioni: ciò che provavano era simile sotto molti aspetti. Definì questo stato mentale flow – flusso, in italiano – in quanto molte di quelle persone paragonavano l’esperienza vissuta ad una corrente d’acqua che li trascinava mentre svolgevano l’attività. Dai suoi studi risulta inoltre che questo stato è caratterizzato da determinate condizioni, nove in tutto, definite da Csikszentmihalyi “le nove dimensioni del flow”:

  1. Equilibrio tra sfida e abilità – Nello stato di flow le persone percepiscono la situazione come stimolante e sfidante e la sfida è bilanciata dalle risorse individuali.
  2. Unione tra azione e coscienza – Le persone sono completamente coinvolte nell’azione e ciò le porta a performare in maniera più fluida, evitando la percezione dello sforzo o l’emergere di pensieri esterni.
  3. Obiettivi chiari – Per vivere lo stato di flow è necessario avere obiettivi chiari, definiti e misurabili, al fine di aumentare la motivazione e il significato dell’esperienza, che porta all’ottimizzazione della performance.
  4. Feedback diretti e immediati – Durante la performance, la situazione fornisce alle persone un feedback chiaro e immediato utile a monitorare la correttezza del compito in corso al fine di raggiungere gli obiettivi attesi.
  5. Concentrazione sul compito – La concentrazione è focalizzata sul compito che si sta svolgendo, sul “qui e ora”, non c’è spazio nella mente per elaborare informazioni non necessarie allo svolgimento dell’attività.
  6. Senso di controllo – Questa dimensione fa riferimento alla percezione delle persone di un senso di controllo automatico e spontaneo.
  7. Perdita della autoconsapevolezza – Le persone si percepiscono come parte di quello che stanno svolgendo. La loro energia è completamente focalizzata sull’azione, senza preoccuparsi del giudizio degli altri.
  8. Distorsione del senso del tempo – Il senso del tempo è alterato: in alcuni casi rallentato, in altri velocizzato. Questa dimensione può essere una conseguenza della concentrazione intensa richiesta per affrontare il compito o può essere una determinante della qualità positiva dell’esperienza.
  9. Esperienza autotelica – Fa riferimento alla soddisfazione intrinseca legata allo svolgimento dell’attività, indipendentemente dalla motivazione originale, dai risultati attesi e senza il bisogno di alcuna ricompensa esterna.

Lo stato di flow ha anche una spiegazione fisiologica. Si è scoperto infatti che in tali situazioni la persona utilizza in modo completo e simultaneo le potenzialità di entrambi gli emisferi cerebrali. I due emisferi presentano infatti un certo grado di specializzazione, seppur non totale, per determinate funzioni: l’emisfero sinistro è la sede della razionalità da cui derivano, ad esempio, l’elaborazione del linguaggio, l’apprendimento motorio ed il perfezionamento del gesto tecnico, mentre l’emisfero destro è principalmente coinvolto con l’emotività, e per questo abilitato, ad esempio, nella elaborazione degli stimoli visivi, nella rappresentazione mentale dello spazio e nell’esecuzione di movimenti automatizzati. Parlando in termini tennistici, il giocatore deve imparare a riconoscere quando analizzare una situazione (ad esempio, che tipo di colpo giocare in funzione dell’andamento dello scambio) e quando invece è il momento di eseguire meccanicamente (ad esempio, nell’esecuzione del colpo), passando da una fase all’altra in modo rapido ed efficace (decido il tipo di colpo, lo eseguo, decido il tipo di colpo successivo, lo eseguo…). Nello stato di flow, non c’è passaggio da un emisfero all’altro, come avviene normalmente: i due emisferi operano in simbiosi (e a quel punto decisione ed esecuzione sono praticamente contemporanei: penso a come colpire, lo faccio).

Una delle caratteristiche fondamentali dello stato di flow è che la persona “in the zone” riesce a sfruttare al massimo le proprie potenzialità. Sempre parlando in ambito tennistico, significa che ciò può consentirgli di raggiungere traguardi mai raggiunti prima. Ad esempio, ai massimi livelli può arrivare a vincere uno Slam. Come appunto Francesca Schiavone nel 2010. O come Marin Cilic a New York nel 2014: la sua seconda settimana degli US Open di tre anni fa è un altro clamoroso esempio di “trance agonistica” prolungata. A partire dal vittorioso quinto set degli ottavi di finale contro il francese Simon il tennista croato divenne ingiocabile, infilando una serie di dieci set consecutivi in cui lasciò le briciole a tre top ten come Berdych, Federer e Nishikori e conquistando così il suo primo – e sinora unico – torneo del Grande Slam. Nello stato di flow l’atleta è perciò in grado di realizzare con più facilità quella che viene definita la “peak performance”, la prestazione eccellente, che lo psicologo statunitense Jean M. Willams descrisse come “una specie di momento magico nel quale tutto si svolge perfettamente, dal punto di vista sia mentale che fisico, e la qualità eccezionale della prestazione sembra oltrepassare gli ordinari livelli di rendimento”. Chi tra noi ha sperimentato lo stato di flow, nel ritornare con la memoria all’esperienza vissuta vi ritroverà le condizioni sopra descritte e molto probabilmente avrà anche il ricordo di una prestazione – per un periodo di tempo più o meno prolungato – ben superiore a quella normale. Una peak performance, appunto.

Proprio con riferimento alla peak performance merita soffermarsi un momento sulla prima dimensione del flow, l’equilibrio tra sfida e abilità. Il fatto che l’esperienza dello stato di flow si sviluppi quando sia la sfida che le abilità richieste per affrontarla sono elevate appare infatti perfettamente coerente con quanto avviene nel corso della peak performance, in cui vi è il pieno coinvolgimento delle abilità della persona, la sua attenzione è totale, il suo corpo e la sua mente sono impegnati al massimo. Quando invece questi due parametri non sono in equilibrio vi è la comparsa di stati d’animo negativi: noia, quando la sfida è poco stimolante rispetto alle abilità, ansia, quando invece accade il contrario e la sfida viene percepita come superiore alle proprie capacità, o apatia, quando non solo la sfida non è stimolante ma è sufficiente una minima parte delle proprie abilità per portarla a termine. Inutile aggiungere che uno stato d’animo di questo genere sia tutto fuorché propedeutico al flow e di conseguenza all’ottenimento di una prestazione di picco.

Quanto appena visto ci permette di dire – prima “pillola” di coaching dell’articolo – che il primo passo verso lo stato di flow e, di conseguenza, per ottenere performance eccellenti è quello di riconoscere ed evitare noia, ansia ed apatia quando giochiamo, in allenamento ed in partita. Se vogliamo entrare nel flusso o anche semplicemente essere in grado di esprimerci al nostro meglio dobbiamo prima di tutto evitare di trovarci in uno stato d’animo non funzionale (argomento che abbiamo trattato sotto un altro punto di vista in uno degli articoli precedenti). Attenzione perciò, ad esempio, ad allenarci costantemente con chi ha un livello di gioco significativamente inferiore al nostro. Magari è comodo perché quella persona è sempre disponibile, ben contenta di giocare con un avversario più forte, e non dobbiamo metterci a cercare e contattare ogni volta partner di gioco diversi. Spesso si tratta di un amico, così possiamo anche fare piacevolmente due chiacchiere prima e dopo l’allenamento. Tutto molto comodo, ma deleterio per il nostro tennis. All’inizio non ce ne rendiamo conto, perché il nostro maggior tasso tecnico ci permette di alzare il livello del nostro gioco quando vogliamo. Ma proprio perché la nostra superiorità è tale da rendere questi “cambi di marcia” superflui, va a finire che non quel pedale sull’accelleratore non lo mettiamo neanche più: perché subentra la noia per il fatto che sappiamo già come andrà a finire, dato che ogni volta che alziamo il livello non c’è praticamente più partita. Ed ecco che allora pian piano, spesso inconsciamente, ci accontentiamo, rimaniamo ancorati a quel livello di gioco che consente al nostro partner di tenere lo scambio. Finché un giorno, improvvisamente, lo proviamo ma il cambio di marcia non ci riesce più. Il livello del nostro tennis si è adeguato al livello (basso) della sfida. Perciò è importante fare attenzione e cogliere il momento in cui cominciamo a provare noia: prima che subentri l’accontentarsi, prima che – richiamando anche qui un argomento che abbiamo già trattato – cominciamo a chiuderci sempre di più nella nostra zona di comfort. È il momento in cui fermarsi un attimo e riflettere con sincerità su cosa vogliamo dal tennis: se per noi è un semplice passatempo per fare un po’ di movimento un paio d’ore la settimana, va bene così e non c’è nessun problema, se invece abbiamo ancora degli obiettivi di prestazione – che siano a livello agonistico o anche solo di qualità di gioco – dobbiamo intervenire, perché non siamo assolutamente sulla strada giusta.

Allo stesso modo dobbiamo fare attenzione e riconoscere anche quando proviamo una sensazione di ansia. Cosa che è possibile che accada, ad esempio, quando affrontiamo con una certa frequenza avversari nettamente più forti di noi in allenamento e/o in torneo. Anche in questo caso c’è da stare attenti: la crescita ed il miglioramento come giocatori passa necessariamente attraverso il confronto con giocatori più forti, ma se ci mettiamo ad affrontare solo e sempre avversari che ci sono superiori e ci battono sempre, se in campo siamo sempre in difficoltà perché il ritmo di gioco è troppo elevato per le nostre possibilità, quello non è il percorso di crescita giusto per noi. Perché c’è il tangibile rischio di perdere la fiducia in noi stessi ed allo stesso tempo di non migliorare la nostra tecnica, dato che va a finire che giochiamo costantemente contratti per cercare di fare bella figura o limitare i danni. Di conseguenza, se cominciamo a percepire ogni qualvolta entriamo in campo una spiacevole sensazione di apprensione è anche questo il momento in cui fare uno stop, per riflettere e riconsiderare il nostro approccio al tennis.

Arriviamo infine ad uno dei temi fondamentali quanto si parla dello stato di flusso. Dato che non è frequente e sembra accadere in maniera involontaria, il flow è replicabile volontariamente? Le opinioni sono discordanti: secondo alcuni questo stato di coscienza non può essere controllato consapevolmente, altri invece sostengono la tesi opposta. Con riferimento al contesto sportivo, questi ultimi ritengono che una delle caratteristiche dei grandi campioni sia proprio la capacità di di attivarsi al momento giusto, esattamente nell’istante in cui la loro prestazione agonistica sta per iniziare, avendo imparato – più o meno intenzionalmente – a riconoscere e a riprodurre lo stato psicofisico ideale precursore dello stato di flow. Ecco perciò che nel campo dello sport coaching uno dei modi per lavorare sull’incremento della performance è quello di identificare le condizioni che hanno portato l’atleta ad entrare nel flow e di individuare le percezioni avute durante l’esperienza. Ad esempio, uno strumento sviluppato in quest’ambito è la Flow State Scale (FSS), un questionario di auto-valutazione basato sulle nove dimensioni descritte sopra e costituito da 36 domande, quattro per ciascuna dimensione. Un aspetto importante da considerare nella valutazione dell’esperienza di flow è relativo al fatto che non è possibile farlo nel momento esatto in cui si sta svolgendo: la FSS è stata concepita proprio per essere sottoposta all’atleta al termine dell’attività. Avendo poi a disposizione tutte queste informazioni, il coach supporterà l’atleta nell’andare a ricreare le condizioni antecedenti lo stato di flow e le percezioni vissute, in modo che l’atleta sia poi in grado di applicare queste strategie mentali autonomamente e, con il passare del tempo, sempre più naturalmente. Sia in fase di approccio alla gara (ad esempio con l’utilizzo di tecniche come la visualizzazione o il self talk) che durante la prestazione, in particolare nei momenti di pausa (nel caso del tennis, pensiamo alle routine di riattivazione dopo il cambio campo).

Ciò ci porta alla seconda “pillola”. Quando – in qualsiasi campo – abbiamo l’opportunità di provare l’esperienza del flow, al termine fermiamoci un attimo. E dopo aver preso doverosamente fiato, nel rivivere la magia di quanto accaduto prendiamoci il tempo necessario ad annotare le sensazioni che abbiamo provato ed i ricordi di quanto successo prima che accadesse. Ci sono studi che fanno delle distinzioni tra le nove dimensioni: tra quelle considerate fattori predisponenti alla peak performance – l’equilibrio tra sfida e abilità, su cui ci siamo già soffermati, gli obiettivi chiari ed i feedback diretti e immediati – e quelle che rappresentano caratteristiche descrittive dell’esperienza. Ecco, con le informazioni raccolte possiamo andare a rilevare le caratteristiche comuni alle nostre esperienze di flow nell’ambito delle tre dimensioni predisponenti. Ad esempio, scoprire che lo stato di flusso si genera solo quando affrontiamo compiti altamente sfidanti, ci consente di dire che un fattore predisponente a noi necessario è quello di definire obiettivi particolarmente impegnativi. Già sapevamo, dato che ne avevamo parlato in uno dei primi articoli, che una delle caratteristiche degli obiettivi “ben formati” è quella di essere fattibili ma al contempo motivanti. In questo caso abbiamo un’informazione in più: che per noi è essenziale porre  l’asticella della motivazione il più in alto possibile. E non è una cosa da poco.

Alla fine, se ci pensiamo, si tratta di “ritrovare” qualcosa che abbiamo già provato, di far riemergere qualcosa che è lì, in attesa solo di risvegliarsi. Perché il flow è dentro di noi. E possiamo farlo solo provando e sperimentando, senza timore di sbagliare. Perché se arriva, quello è il flow. Proprio come diceva il maestro Myagi a Daniel in The Karate Kid:
“Devi solo aver fiducia in quadro”.
“Come so se il mio quadro è quello giusto?”.
“Se lo senti nascere in te quadro è sempre giusto”.


Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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Mental Coach

Tennis e mental coaching: esci da questo comfort

Questo mese parliamo della zona di comfort. Piacevole, ma “pericolosa”. Rimanerci comporta un rischio: non crescere, non migliorare. Addirittura regredire. L’importante è saperlo, per poi decidere consapevolmente

Ilvio Vidovich

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“Ormai so come fare a rimanere ai primi posti. Non voglio più darci dentro come prima. Mi conosco. Se continuo così, va a finire che mi brucio, che perdo la voglia e in partita non sarò più efficace”.
Sono le parole che un ventenne Marcos Baghdatis rivolse al suo coach Patrick Mouratoglu dopo essere arrivato in finale negli Australian Open nel 2006, strappando addirittura il primo set al n. 1 del mondo Roger Federer.
“Voglio restare a questo livello. Va bene così. Non voglio più fare tanti sacrifici”.
Sono invece quelle che gli disse quattro anni dopo –  nel 2010 – Arvane Rezai, quando a 23 anni entrò nella top 20, dopo aver vinto il torneo di Madrid superando giocatrici del calibro di Henin, Jankovic e Venus Williams.
Entrambi, racconta il coach francese nel suo libro “Impariamo a vincere”, erano stanchi dell’impegno e dei sacrifici che gli allenamenti con lui richiedevano. Entrambi erano soddisfatti di quello che avevano raggiunto. Come osserva lo stesso Mouratoglu, erano entrati nella loro “zona di comfort” e lì volevano rimanere.

Cos’è la zona di comfort?
Quando parliamo di zona di comfort (o comfort zone, spesso viene usata la definizione inglese) ci riferiamo a quell’insieme di abitudini, schemi mentali e attività alle quali ricorriamo più spesso e ci fanno sentire a nostro agio. Volendo dare una definizione un po’ più tecnica, potremmo dire che si tratta di quella condizione nella quale una persona agisce in uno stato neutro, senza ansia, utilizzando un numero limitato di comportamenti che gli garantiscono un livello costante di prestazioni, solitamente senza sentire la famosa “paura di rischiare”. Come Baghdatis e Rezai, anche molti di noi hanno spesso la voglia di rimanere in quella zona. Nel tennis, in un altro sport o in qualche ambito della nostra vita personale o professionale, può capitare ad un certo punto di dire a noi stessi quel “Va bene così”. Se pensiamo al tennis, capita quando ci si accontenta di giocare con i nostri amici una o due orette alla settimana, senza dover impegnarsi molto. O di fare in modo di non salire in classifica e continuare a disputare i tornei di una determinata categoria, dove si riesce a vincere con più facilità. Un esempio, quest’ultimo, che vale a tutti i livelli, dai quarta categoria fino ai “pro”, che magari fanno attenzione a non fare troppi punti ATP per non migliorare troppo il proprio ranking ed essere obbligati a disputare i tornei del circuito maggiore, con il rischio di venir eliminati presto, e rinunciare ai Challenger dove invece potrebbero andare più avanti e guadagnare molto di più. Sia chiaro: va benissimo restare nella propria zona di comfort se il tennis per noi è un semplice passatempo, un modo per tenersi in forma e fare due chiacchiere con gli amici davanti ad un panino dopo la partita. O perché non abbiamo interesse o ambizione ad ottenere di più di quello che stiamo ottenendo attualmente. Va benissimo, purché si tratti di una scelta fatta consapevolmente.

 

Va meno bene se invece dal nostro tennis vorremmo qualcosa in più. Se in realtà non siamo veramente soddisfatti e un po’ ce la raccontiamo. Perché sotto sotto ci piacerebbe giocare meglio quel rovescio in top invece di ricorrere sempre ad un back difensivo. O perché, tutto sommato, non ci divertiamo così tanto a vincere sempre senza mai la soddisfazione di portare a casa una partita tirata, magari al tie-break del set decisivo. O perchè una parte di noi è convinta di valere di più di quello che la sua classifica ha sempre detto fino a quel momento. Insomma, se sentiamo il desiderio di migliorarci, in termini di gioco e o di risultati, ma non ce la sentiamo di affrontare i disagi ed i rischi che un processo di crescita inevitabilmente comporta, e preferiamo così rimanere tranquilli a fare quello che già sappiamo fare. Stare nella zona di comfort non ci permette infatti di migliorare. Giocare i colpi che ci riescono bene ai ritmi a noi adeguati, vincere con avversari che non ci mettono in difficoltà, non innesca alcun processo di crescita del nostro gioco. Anzi, col tempo, stare nella comfort zone può provocare addirittura l’effetto contrario: ci fa peggiorare. Il rischio infatti è quello di iniziare, all’interno delle attività e delle abitudini per noi consolidate, a limitarci ad utilizzare quelle con cui ci troviamo meglio in assoluto, massimizzando la sensazione di tranquillità e sicurezza. In questo modo, con il tempo, ecco che anche cose che prima facevamo tranquillamente abbastanza bene, anche se non benissimo, non facendole più tanto cominceremo a farle meno bene. Ad esempio, a furia di giocare solo rovesci slice in diagonale, quel rovescio piatto lungolinea che era comunque abbastanza affidabile per variare il gioco, o magari per portare a casa qualche punto perché l’avversario aveva lasciato troppo spazio da quella parte del campo, lo diventerà sempre meno. A quel punto, molto probabilmente, accadrà che invece di cercare di tornare a giocarlo, adotteremo la stessa scelta fatta quando abbiamo deciso di non migliorare il nostro rovescio in top: smetteremo di utilizzarlo del tutto. Ed ecco che la nostra zona di comfort si restringerà ed il nostro tennis peggiorerà.

“Se pensi che l’avventura sia pericolosa, prova la routine. È letale.” ha detto il grande scrittore brasiliano Paolo Coelho, sintetizzando mirabilmente i rischi che lo stare nella zona di comfort comporta. Marcos Baghdatis e Arvene Rezai non arrivarono mai più ai livelli raggiunti rispettivamente nel 2006 e nel 2010. Il giocatore cipriota rimarrà top ten fino all’ottobre 2006, poi – seppur tra alti e bassi – riuscirà ancora a stare nella top 20 fino all’inizio 2011, ma – sempre con alti e bassi – si ritaglierà dai 25 anni in poi una carriera con picchi attorno alla trentesima/quarantesima posizione mondiale. La tennista francese uscì dalla top 100 più o meno un anno dopo la vittoria a Madrid, a 24 anni, e non ci fece più ritorno. In entrambi i casi, va detto, ci si sono messi di mezzo anche gli infortuni – e nel caso di Rezai anche problemi personali – ma per tutti e due la scelta di non continuare a crescere, di rimanere in una zona di comfort, in ultima analisi ha portato ad un calo delle prestazioni che non ha consentito loro nemmeno di rimanere lì dove si erano accontentati di rimanere. Ecco il paradosso della zona di comfort: il disagio che volevamo evitare nel fare cose che non ci riuscivano bene, ce lo ritroviamo facendo cose che una volta facevamo bene.

Quindi se vogliamo migliorare dobbiamo uscire dalla zona in cui tutto ci riesce abbastanza facile. Dobbiamo lasciare la zona di comfort per entrare nella cosiddetta “zona di apprendimento”. Prendere delle lezioni per imparare bene quel benedetto rovescio in top spin, giocare ogni tanto con quell’amico un po’ più forte in modo da abituarsi ad una velocità di palla più alta, giocare tornei senza fare calcoli e vedere fino a dove è possibile arrivare.
Qui il tema è ovviamente la motivazione. Sta a noi decidere quanto veramente è importante crescere o anche solo mantenere il nostro livello. Nel tennis o in un altro sport. Ma anche in altri ambiti della nostra vita: nel lavoro, nei rapporti con gli altri. Sapendo che per migliorare è necessario affrontare un cambiamento. Crescere, migliorare, significa affrontare fallimenti e provare cose nuove. Significa affrontare degli stress, ai quali poi ci adatteremo: questo ci consentirà di crescere. Semplificando, possiamo dire che la nostra mente è impostata per proteggerci da situazioni di stress: perciò punta a metterci a disagio di fronte ai cambiamenti, in modo da evitarci così di prendere rischi e generare, appunto, situazioni stressanti. Pertanto, come in tutte le cose, anche in questa ci vuole allenamento.

Uno dei lavori del mental coach, oltre a quello di supportare la persona a capire la sua reale motivazione ponendogli tutta una serie di domande al riguardo, è anche quello di “allenarla” ad uscire dalla zona di comfort. E quando iniziamo ad uscire dalla zona di comfort, diverrà poi più facile farlo di nuovo. Ed è interessante anche il fatto che questa capacità, una volta appresa, diventa “trasversale”: saremo cioè in grado di utilizzarla anche in altri ambiti della nostra vita. Una “pillola di coaching” al riguardo. Se abbiamo deciso di uscire dalla nostra zona di comfort “tennistica”, nello specifico abbiamo deciso di inserire finalmente il rovescio in top nel nostro bagaglio tecnico, un modo per farlo è iniziare a rispondere a questa domanda: cosa farò oggi per migliorare il mio rovescio? Sgombriamo subito il campo dalle giustificazioni, come quella che la nostra ora fissa è programmata solo per domani. Anche perché di come agire, ne abbiamo parlato in uno degli articoli precedenti, quello sul piano d’azione.

Ok, ripassiamo… Innanzitutto prendiamo carta e penna e scriviamo. Potremmo, ad esempio, guardare su YouTube un video in slow motion del rovescio di un top player che per noi è un modello di riferimento per quel colpo – potrebbero essere Wawrinka o Djokovic, a seconda se giochiamo il rovescio a una o due mani – in modo da analizzare l’esecuzione (n.b. di quanto sia importante lo strumento della visualizzazione nel mental coaching ne parleremo in uno dei prossimi articoli). E domani – quando risponderò nuovamente alla domanda “Cosa farò oggi per migliorare il mio rovescio?” – potrò magari iniziare l’ora con il mio solito partner di gioco chiedendogli di fare cinque minuti di palleggio solo sulla diagonale di rovescio, cercando di applicare alcune delle cose che ho notato nel video. A questa domanda ne aggiungo poi altre due: cosa farò questa settimana per migliorare il rovescio? Cosa farò questo mese per migliorare il mio rovescio? Potrò decidere di contattare il mio amico, quello forte forte, per fissare un’ora con lui la settimana successiva. E telefonerò a quel maestro che conosco e che tutti mi dicono sia molto bravo, per prenotare almeno un’ora di lezione ogni quindi giorni. Starà poi a noi scegliere il modo che riteniamo più adatto per cercare di ottenere il nostro risultato: e anche di come definire gli obiettivi ne abbiamo già parlato.

Ovviamente la decisione spetta a noi. Se migliorare e crescere o accontentarci. Nel tennis come in altri campi. Ricordandoci però che anche se vogliamo solamente rimanere al nostro livello dobbiamo fare attenzione ai tranelli della zona di comfort. “La vita inizia alla fine della tua zona di comfort” ha detto Neale Donald Walsch, celebre autore americano. Un’affermazione indubbiamente forte. Che però incuriosisce, fa venir un po’ voglia di andare a vedere cosa c’è oltre quella zona, no? Ultimamente lo ha fatto un tennista svizzero, che ha lasciato la sua zona di comfort sul lato del rovescio – incentrata sul suo mortifero slice, che chi l’ha visto dal vivo può testimoniare quando poco si alzi da terra dopo il rimbalzo – che gli aveva portato qualcosa come 17 Slam in bacheca ed ha deciso di adottare una tattica di gioco più aggressiva da quel lato. Il premio per il “rischio” sono stati altri due titoli dello Slam. E se lo ha fatto Roger Federer… Cosa faremo noi, oggi, per uscire dalla nostra zona di comfort?

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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