Tennis e mental coaching: c’è modale e modale

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Tennis e mental coaching: c’è modale e modale

Spesso per ritrovare la determinazione necessaria, basta cambiare il modo di parlare a noi stessi. Se sappiamo come farlo. Ad esempio, facendo attenzione ai verbi modali

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A qualsiasi livello – dal professionista all’amatore – ci sono periodi in cui si fa molta fatica, a livello mentale, a rispettare i propri piani di allenamento. Son quei periodi in cui per mettere le scarpe da running ed andare a correre o per preparare la borsa e recarsi in palestra o al campo da tennis bisogna fare appello a tutta la propria forza di volontà. Tanto che ad un certo punto può capitare che venga da chiedersi: ma perché sforzarsi così tanto? Una domanda che spesso contiene implicitamente un rischio: quello di “mollare”. Che a livello amatoriale o agonistico più basso potrebbe significare esattamente quello, cioè rinunciare del tutto ai propri allenamenti. Mentre a livello agonistico più alto può magari voler dire rallentare un po’ i propri ritmi. Il risultato però alla fine è lo stesso: l’obiettivo iniziale, piccolo o grande che fosse, non lo si raggiungerà più.

Ma prima di arrivare a questo punto, che poi può portare a scatenare tutta una serie di emozioni negative (sensi di colpa, frustrazione, delusione, addirittura vergogna) che rendono quella rinuncia ancora più deleteria per la propria autostima, magari c’è qualcosa che si può fare. Chiaramente, soprattutto se questo comportamento è ripetuto, ci si può confrontare con con un professionista, con un mental coach. Ma magari si può fare già un passaggio per conto proprio. In primis, facendo attenzione a come si parla con se stessi.

Il metamodello è uno strumento della PNL che ha l’obiettivo di comprendere il funzionamento dei pensieri nella mente delle persone, andando ad analizzare le strutture delle loro esperienze. È stato il primo modello linguistico studiato da Richard Bandler e John Grinder, i fondatori della PNL, basato sui principi della grammatica trasformazionale di Chomsky e sviluppato osservando il modo in cui lavoravano i famosi psicoterapeuti statunitensi Virginia Satir e Milton Erickson. Il metamodello (chiamato anche “linguaggio di precisione”) si occupa dei meccanismi trasformazionali che le persone utilizzano nel proprio linguaggio. Tali trasformazioni cancellano, distorcono o generalizzano le informazioni che trasmettiamo. Perché lo facciamo? Innanzitutto per rendere la comunicazione più rapida ed efficace. Se infatti ci chiedessero, ad esempio, di descrivere la nostra ultima partita di tennis e non cancellassimo alcune informazioni, dovremo descrivere ogni movimento fatto da ogni singola parte del corpo dalla prima palla presa in mano sino alla stretta di mano finale all’avversario: non finiremmo più… Si tratta pertanto di meccanismi indispensabili a livello comunicativo. Ma allo stesso tempo, se sono inconsapevoli, possono diventare rischiosi e poco funzionali per noi, dato che c’è il pericolo di identificare la realtà oggettiva con la realtà da noi percepita, quella che viene chiamata in PNL il nostro “modello del mondo”. Da qui il famoso presupposto PNL che la mappa (il modello del mondo) non è il territorio (la realtà oggettiva), che vuole evidenziare proprio questo rischio.

 

Il metamodello è un insieme di domande finalizzate ad approfondire ed a specificare la struttura profonda dell’esperienza, ovvero la rappresentazione sensoriale della realtà. Dato che non si può guidare una persona all’interno della propria mappa (che solo la persona conosce), questa tecnica consente di guidarla nel chiarire la sua esperienza interna e a far emergere le possibili soluzioni al suo problema, che si trova nella sua rappresentazione soggettiva della realtà, cioè nel suo modello del mondo. È uno strumento molto utile ogni qualvolta ci sia da definire degli obiettivi, in modo che siano ben formati, da dare o raccogliere informazioni precise, da individuare le strategie di azione più adeguate in relazione a specifiche situazioni.

A cosa serve tutto questo preambolo nel nostro caso, ovvero per evitare di “mollare” il nostro programma di allenamenti e di conseguenza rinunciare al nostro obiettivo? Ci serve perché nel metamodello, nell’ambito del processo di generalizzazione, c’è il modello degli operatori modali, derivante direttamente dalla linguistica della grammatica trasformazionale. Ed è proprio agli operatori modali, che si suddividono in operatori di necessità e di possibilità, che bisogna fare attenzione.

Esempi di operatori modali di necessità sono le frasi “devo allenarmi assolutamente oggi” oppure “devo fare ancora questo esercizio”. Semplificando, possiamo dire che gli operatori modali di necessità, che usano il verbo servile dovere, implicano una presupposizione: che ci siano delle regole che bisogna seguire. Facciamo quindi attenzione al loro uso. Questo modello, che spesso usiamo in maniera inconscia e involontaria, è infatti potenzialmente sabotante, perché è come se creassimo implicitamente qualcosa che ci ingabbia. Ed ecco che per sentirci liberi, per uscire dalla gabbia inconscia, una soluzione è non fare le cose che diciamo di dover fare.
In italiano per gli operatori modali di possibilità si usano i verbi potere o riuscire, che traducono i diversi significati del verbo originale inglese can. Sono esempi le frasi “non posso giocare a quel livello” oppure “non riesco a servire in kick” o anche il “posso già immaginare come andrà la partita oggi”. Presuppongono una scelta che non c’è. Ed anche la mancanza di una scelta diventa qualcosa che ci ingabbia. Con la stessa possibile conseguenza di prima: se rinunciamo, ci sentiamo – inconsciamente – liberi.

Il metamodello utilizza le domande per andare a scardinare le convinzioni limitanti che spesso alla base dell’utilizzo degli operatori modali. Ma se questo è un lavoro più profondo che va fatto con un mental coach, c’è qualcosa che grazie alla conoscenza di questo modello possiamo fare da soli: cambiare le parole che diciamo e che ci limitano inconsciamente. Facciamo un esempio, che in realtà è un esercizio da provare assieme, utilizzando gli operatori modali di necessità. Una persona descrive così la sua giornata: “Oggi devo alzarmi alle 6.30 perché devo andare a correre. Poi devo rientrare a casa per le 7.30, devo fare la doccia, devo mangiare qualcosa per colazione e poi devo uscire. All’ora di pranzo devo riuscire ad andare in palestra. Poi stasera devo assolutamente fare una cena veloce perché poi devo andare all’allenamento al Tennis Club”. Proviamo a metterci nei panni di questa persona e ripetiamo mentalmente le frasi appena lette. Che sensazioni ci provoca pensare alle nostre giornate di allenamento in questo modo? Ci viene l’ansia solo a pensare a quello che ci aspetta? Siamo stanchi solo ad immaginare quanta forza di volontà ci vorrà per adempiere a tutti quei “devo”? Quei “dover fare” ci creano un senso di repulsione? Ecco, se avete provato queste o altre sensazioni spiacevoli, capirete perché molto probabilmente l’inconscio cercherà di mettere i bastoni tra le ruote…

Cosa possiamo fare se siamo tra quelle persone che usano molto gli operatori modali di necessità? Possiamo “ristrutturare” la nostra realtà o meglio, il modo in cui la rappresentiamo. In primis a noi stessi. Nel nostro esempio significa andare a sostituire il verbo modale dovere e vedere come cambia la nostra rappresentazione della realtà. E di conseguenza come cambiano le nostre sensazioni. “Oggi ho deciso di alzarmi alle 6.30 per andare a correre. Così poi arrivo, mi faccio una bella doccia ed una abbondante colazione ed esco con la piacevole sensazione di aver già fatto qualcosa per me. Poi a pranzo aggiungo una sessione in palestra e la sera dopo cena riesco anche a farmi la mia bella oretta di allenamento al Tennis Club”. Ripetiamo ora mentalmente queste frasi. Come ci fanno sentire? Sono sensazioni diverse rispetto a prima? Molto probabilmente ci sentiremo carichi e vogliosi di cominciare le attività che abbiamo pianificato, vero?

Come abbiamo visto, la realtà – nel nostro esempio un giornata in cui sono pianificati tre allenamenti – è la stessa, ma se a parole la rappresentiamo in maniera diversa, la viviamo in maniera completamente diversa. Molto probabilmente per la persona che la rappresenta utilizzando le frasi che avevamo visto inizialmente arrivare a fine giornata completando tutto il piano prefissato sarà mentalmente (e quindi anche fisicamente) molto più faticoso. Con il conseguente rischio di mollare al primo ostacolo, che peraltro a livello inconscio sarà molto probabile farà di tutto per creare… Sia chiaro, per cambiare il modo in cui ci rappresentiamo la realtà ci vuole impegno. Anche perché probabilmente scopriremo che questo modo di esprimerci lo replichiamo in molti ambiti della nostra vita, è per noi un’abitudine. Un’abitudine che è bene cercare di cambiare.

A proposito: sono altrettanto rischiosi i i verbi fraseologici come “provare a”, “cercare di”, sebbene per un motivo diverso (ebbene sì, quei “provare l’esercizio” e “cercare di cambiare” erano messi lì apposta per arrivare a questo punto). “Domani provo ad alzarmi alle 6.30 per andare a correre” evita di ingabbiarci, ma ci espone ad un altro rischio: non dichiarando apertamente che vogliamo fare qualcosa, non prendiamo un impegno con noi stessi. Il che, inconsciamente, rende più facile rinunciare alla prima difficoltà. E alla fine siamo di nuovi lì: abbiamo mollato.
“No! Provare no! Fare o non fare! Non c’è provare!” diceva infatti il maestro Yoda in Guerre Stellari, redarguendo severamente il giovane Luke Skywalker per come stava per approcciarsi ad un esercizio durante l’addestramento per diventare un guerriero Jedi.

Il mental coach Alessandro Mora, uno dei maggiori esperti italiani di PNL e collaboratore di Richard Bandler, suole dire che “Non è ciò che dici ad alta voce a fare la differenza, è ciò che sussurri a te stesso”. Cominciamo allora a sussurrarci le parole giuste.


Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach, ed è membro del Comitato Scientifico della ISMCA. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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ATP

ATP Rotterdam: Rublev doma Fucsovics e vince il quarto “500” di fila

Il tennista russo alza il livello quando serve e allunga la sua striscia di vittorie nella categoria ATP 500 a venti, ad un passo da Murray

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[4] A. Rublev b. [Q] M. Fucsovics 7-6(4) 6-4

L’ottavo titolo in carriera di Andrej Rublev ormai non fa più notizia, ed è una delle cose speciali a cui ci sta abituando questo ragazzo. Il tennista russo si impone su un volitivo ma spuntato Marton Fucsovics in quasi due ore e si laurea campione del torneo di Rotterdam per la prima volta. I precedenti non sorridevano a Rublev, nonostante la differenza di ranking. Fucsovics aveva vinto i primi due confronti a Barcellona e in Davis, quando però Rublev era ancora molto giovane e non affermato. L’ultima partita tra i due aveva segnato un’inversione di tendenza, con la vittoria in quattro set del tennista russo nell’ultima particolare edizione del Roland Garros.

Nonostante le premesse, l’inizio di partita del tennista russo è un po’ contratto. Fucsovics prova da subito a spezzare il ritmo con i suoi back e Rublev deve subito salvare tre palle break. Piano piano il numero 8 del mondo sale di colpi e oltre a chiudere il primo game a suo favore mette pressione a Fucsovics nel game successivo, anche lui bravo a ricacciare indietro il tentativo di break dell’avversario.

 

Al russo manca un po’ di profondità di colpi e raramente riesce a mettere in difficoltà Fucsovics nello scambio lungo. E’ comunque abbastanza per portare l’ungherese a servire per restare nel primo set, senza troppe difficoltà. L’occasione per Rublev arriva proprio nel dodicesimo game, con Fucsovics ancora una volta spalle al muro nel portare il primo set al tie-break. Il numero 46 del mondo usa benissimo la sua prima per annullare un set point e il set arriva alla sua conclusione più naturale, il tie-break.

Il primo minibreak a favore del russo arriva con un rovescio vincente dopo una correzione del nastro. La risposta di Fucsovics non si fa attendere, con un bell’attacco che costringe Rublev ad affondare il rovescio in rete. Il contro-break immediato porta il tennista russo a due set point a favore. Sul primo Fucsovics si salva dopo uno scambio durissimo ma sul secondo un dritto in contropiede fuori di nulla regala tie-break e set a Rublev. Un primo set meritato dal numero 8 del mondo, che ha alzato il livello nei momenti chiave e ha punito un Fucsovics troppo passivo e timoroso.

L’andamento della partita non cambia molto nel secondo set. Rublev prende da subito il comando delle operazioni con un break e adesso Fucsovics è molto meno brillante nello scambio lungo rispetto al primo set. La qualità in risposta del tennista russo è salita nettamente di livello con il passare del match. Rublev riesce a salire sopra ad ogni seconda del suo avversario, che deve salvare (e salva) altri due break point che sanno di match point nel settimo game. La partita si trascina verso il suo epilogo più scontato, la vittoria di Rublev, che arriva con un dritto che costringe Fucsovics all’errore.

Il numero 8 del mondo prolunga la sua striscia di vittorie in un ATP500 a 20, a solo una lunghezza da Murray (21) e Roger Federer (28). I numeri impressionanti del tennista di Mosca non si fermano qui, è anche il quarto titolo consecutivo nella categoria ATP500 e l’ottavo titolo in carriera, per un parziale di 13 vittorie su 14 in questa stagione. Forse per il grande salto negli Slam manca ancora qualcosa ma una cosa è certa, Andrej Rublev è il re degli ATP 500, e chissà che a breve non tenti l’assalto ai 1000.

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Editoriali del Direttore

Ad arte la recente modifica dei punti ATP in funzione Federer? Regalata la super-classifica oltre i 41 anni?

Il Covid e le sue “varianti” tennistiche made in ATP fanno discutere e malignare chi ci rimette e non crede alla buona fede. Fra questi Pospisil, Djokovic, Isner e tennisti USA. Per Musetti e Alcaraz il Paradiso può attendere. O no?

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IL COVID non ci dà tregua, le sue varianti neppure. Sono certamente molto meno importanti e dolorose le varianti che l’ATP in questo lungo e triste periodo ci ha fatto piombare addosso più o meno all’improvviso. Manco a dirlo hanno creato un certo trambusto, non poche polemiche e lamentationes da parte dei giocatori che da esse si sentono penalizzati. Non sono pochi se si pensa che a reputarsi tali sono in pratica tutti quelli che sono fuori dai primi 100 del mondo!

MUSETTI E ALCARAZ, IL PARADISO PUO’ ATTENDERE

Eh sì, prima di entrare nel merito e discutere insieme se ciò possa essere giusto o meno, beh…il Paradiso può attendere. Così come il ricambio generazionale. Anche ragazzi super-promettenti, tipo il nostro Musetti (116 ATP), ma anche lo spagnolo Alcaraz (131 ATP), sembrano destinati a soffrire più del previsto per entrare nell’Empireo, nell’élite del tennis. Fino a una settimana fa sembrava meno difficile, le prospettive erano più rosee.

 

Il mondo del tennis si divide fra chi pensa che ciò sia giusto e chi invece lo trova profondamente ingiusto.Vedremo se avrete la pazienza di leggermi ancora, come Vasek Pospisil, e di sicuro il suo “compare” Novak Djokovic, appartengano certamente alla seconda schiera.

È probabile che appartenga invece alla prima, anche se hanno avuto per ora il buon gusto di non pronunciarsi, quella ricca dozzina di giocatori, fra i quali Lopez, Kyrgios, Fognini e anche sua Maestà Roger Federer e pure Rafa Nadal – da sempre fautore di una classifica imperniata su due anni di attività anziché uno solo – che invece quelle varianti le dovrebbero benedire.

LE VOCI MALIGNE SI RINCORRONO (per Federer e Nadal)

Ve lo anticipo qui prima di sviluppare l’ostico tema: c’è perfino qualche malignetto che insinua che… ”se è stato aiutato Roger Federer a restare a galla fino ai 41 anni compiuti, beh non è stato per nulla casuale! Idem Nadal…”. Non sono uno dei malignetti, tuttavia le voci in tal senso sono state così tante che mi sono sentito in dovere di riportarle e anche di farci (con pochi scrupoli…) il titolo. Da reo confesso dico: grazie a questo titolo i lettori dovrebbero leggere anche il resto che, almeno spero, credo meriti perché riflette un momento di particolare tensione nel microcosmo tennistico.  

In effetti Roger il Magnifico che torna a esibirsi a Doha proprio questa settimana potrebbe invece non giocare più oppure perdere anche tutte le partite fino all’agosto 2022 e, sebbene non abbia giocato neppure un match negli ultimi 14 mesi, resterebbe ampiamente tra i top-100 del mondo, in barba a chi avrebbe voluto inserirsi al suo posto.

Insomma, il celebre detto di Giulio Andreotti, “a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, sono in parecchi ad averlo attribuito all’ultima “pensata” dell’ATP che del resto non è la sola associazione ad augurarsi l’eternità di Federer.

Come è noto ormai a tutti dopo le varie esternazioni di Novak Djokovic al 50 per cento l’ATP è formata da giocatori professionisti di tennis e per l’altro 50% dagli organizzatori-direttori dei tornei. Indovinate da che parte stanno questi ultimi. Tutti loro, i tournament’s directors, sognano di aver un giorno fra gli iscritti Roger Federer, anche se Roger avesse 45 anni. Mi sa che qualcuno di loro sarebbe pronto a scambiare il proprio 250 ATP per una tappa del Senior ATP Tour pur di averlo! A Torino per le finali ATP noi italiani faremmo carte false, del resto, pur di averlo fra i Magnifici Otto. La vendita dei biglietti, statene certi, si impennerebbe. Idem l’audience televisiva.

RIASSUNTO DELLA MODIFICA ATP PIÙ RECENTE

Avrete letto – e se non lo avete fatto starei per dire peggio per voi!, ma invece vi voglio generosamente dare un’altra opportunità con questo LINK –  l’esauriente, puntualissimo articolo di Tommaso Villa, sulla modifica recentemente comunicata dall’ATP all’ordinario sistema delle classifiche che era già stato modificato una prima volta quando si era concesso ai giocatori di scegliere il miglior bottino di punti fra quanti raccolti in un torneo giocato due volte fra il marzo 2019 (quando tutto, da Indian Wells in poi, si è fermato per cinque mesi) e il marzo 2021. Si lasciavano intatti anche i punti ottenuti nel 2019 in tornei cancellati nel 2020 (come Wimbledon) ed eventualmente in quei tornei che dovessero saltare nel 2021.

La seconda recentissima modifica appena aggiunta dall’ATP permette ai giocatori che difendono punti in questi eventi di mantenere solo il 50% dello score ottenuto nelle edizioni incluse nella fascia temporale considerata (marzo 2019-agosto 2020). Qualcuno ne risulta favorito, qualcuno molto meno.

I 13 FAVORITI DALLA MODIFICA ATP (e non solo loro… c’è forse pure Nadal)

Beh già sapete dall’articolo sopra citato che Feliciano Lopez, Kyrgios, Fognini, Basilashvili, Lajovic, Isner, Querrey, Simon sono quelli che più di altri godranno di questa novità, seguiti in misura minore da Federer, Paire, Monfils, Goffin, Nishikori. Ma anche Rafa Nadal potrebbe giovarsene nell’improbabile caso che nel 2021 perdesse al primo turno (o non giocasse) al Roland Garros: dei 2.000 punti conquistati nel 2020 gliene resterebbero comunque 1.000. A molti degli altri giocatori la cosa appare sospetta: per l’appunto sia Federer, sia Nadal, sono fortemente avversi alla PTPA e il loro appoggio alla politica ATP è importante non solo agli occhi dell’opinione pubblica. Per il momento, un piccolo svantaggio lo spagnolo lo accuserà perché il 15 marzo verrà superato in classifica da Medvedev proprio a seguito dalla scadenza del 50% dei punti di Indian Wells 2019.

Rafa Nadal – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL SORPASSO DI TSITSIPAS A FEDERER

Grazie ai risultati di Rotterdam, e nonostante la sconfitta con Rublev in semifinale, Tsitsipas ha scavalcato Federer ma lo svizzero è ancora n.6 del mondo. Secondo i calcoli puntuali che ha fatto Tommaso Villa, nell’ultimo anno giocato lo svizzero ha comunque fatto una finale e due semifinali Slam (2.640 punti), ha vinto un 1000 (con un’altra finale, quella di Indian Wells, per la quale perderà solo metà dei punti) e tre 500 (3.100 punti).

CHE ASSIST STRAORDINARIO È STATO FATTO A ROGER FEDERER! DEL TUTTO CASUALE?

Ora c’è l’incognita del Federer che riscopriremo a Doha e (forse) Dubai, ma una cosa è certa: le ultime deroghe gli fanno un grandissimo favore. Un premio alla carriera? Non dico che non se lo meriterebbe, però insomma, siamo onesti, non poteva indovinare un periodo migliore per fermarsi, per operarsi due volte al ginocchio – nella sfortuna è stato fortunato – e per “sfruttare” al massimo gli straordinari risultati del 2019.

Fra Miami (dove non giocherà), Madrid, Halle e Wimbledon Roger può contare su almeno 1.440 punti certi, a cui si aggiungono i 1.020 (720 effettivi più 300 congelati) dell’Australian Open e di Indian Wells che resteranno buoni fino al 2022. Questo significa che anche senza giocare terrebbe 2.460 punti, un ruolino da Top 20 mondiale.A quest’ultimo proposito va però precisato a scanso di equivoci: per qualificarsi per le prime finali ATP di Torino contano solo i punti maturati nel 2021. Quindi che Roger si dia da fare se vuole esserci!

Ora va ricordato che tutte queste modifiche di questo periodo eccezionale sono state introdotte perché l’ATP si è sentita di dover mostrare comprensione a chi non si sentiva di ricominciare a viaggiare a pandemia in corso. Ma fino a che punto questa comprensione va giustificata?

UN EQUILIBRIO NON FACILE E CHE NON C’È

Trovare un giusto equilibrio non è sempre facile, ma anche la regolarità di uno sport andrebbe salvaguardata, con il rispetto dei suoi sistemi di classifica e di quanti, soprattutto giovani, si sacrificano per anni per arrivare dove sognano e non sono aiutati dal sistema tennis.

Alludo ai pochi punti assegnati dai challenger rispetto a quelli che chi già si trova fra gli eletti “top-100” raccoglie con maggior facilità anche azzeccando pochi buoni tornei all’anno.

Confesso che al di là dei modi ( e talvolta dai dei tempi) talvolta un tantino sbagliati perchè poco diplomatici usati da Novak Djokovic – forse tentato dal desiderio di conquistarsi un ruolo di leader fra i tennisti meno famosi e fortunati – capisco l’insofferenza di tutti coloro che non sono top-20! Cioè della grande maggioranza dei tennisti, costretti ad un ruolo che sta loro stretto, quello dei comprimari che fanno cornice semi-anonima alle top-star, i nababbi del tennis, cioè di tutti i tennisti che non fanno cassetta e che subiscono le discriminazioni dei direttori di tornei che… sono molto più padroni dell’ATP di quanto lo siano loro.

L’ATP? UN VERO DISASTRO!” SOSTIENE VASEK POSPISIL, IL “COMPAGNO” DI DJOKOVIC

L’ex board-member dell’ATP, il canadese Vasek Pospisil, cui certo non manca personalità, carattere e scilinguagnolo, è stato contattato da diversi tennisti e ha così loro risposto, commentando l’ultima decisione dell’ATP: “Il nostro Tour è un completo disastro adesso. Il solo modo di affrontare questi problemi è avere un’associazione di soli giocatori. Noi stiamo cercando di crearla. L’ATP Tour non farà mai i migliori interessi dei giocatori. Il circuito è controllato dal potere dei tornei. I nostri dirigenti sono condizionati da questi poteri maggiori, come l’IMG (proprietario del torneo di Miami e di diritti tv di una discreta quantità di tornei) e i Masters 1000. Il circuito è nelle mani di chi lo controlla e manipola. Dobbiamo guardarci l’uno con l’altro e sarà la PTPA l’inizio di una nuova storia. È difficile immaginare il cammino verso una soluzione positiva senza di essa”.

Vasek Pospisil – Sofia 2020 (foto Ivan Mrankov)

L’ATP CERCA DI CORRERE AI RIPARI OFFRENDO DOLLARI. SONO ELEMOSINE?

L’ATP del Chairman Andrea Gaudenzi, del CEO Massimo Calvelli (che fin qui ha tenuto un profilo più basso di…Draghi, non l’abbiamo ancora mai sentito esporsi), del presidente Kevin Anderson (che ha sostituito il predecessore Djokovic) si è resa perfettamente conto di essere al centro di molte critiche e allora, per guadagnarsi un po’ di credito dopo aver fatto appelli su appelli per cementare l’unità “sindacale” e combattere la PTPA di Djokovic e Pospisil (in ciò sostenuti da Federer e Nadal), sta correndo ai ripari offrendo soldi a compensare le perdite dovute al COVID: 5.040 dollari ai tennisti che nel 2021 affrontino spese di viaggio per i tornei e che nel 2020 abbiano incassato meno di 150.000 di prize money essendo compresi fra il 31° e il 500° posto nel ranking ATP in singolare di fine anno, fra il 1° e il 200° in doppio. Anche i tennisti che avevano il ranking protetto e avessero gareggiato fino al marzo 2019 avranno accesso a questo compenso.

Questo il messaggio inviato ai giocatori: “Siamo contenti di annunciare, come parte degli sforzi di supporto ai giocatori colpiti dalle conseguenze del COVID-19, che l’ATP ha previsto ulteriori contributi alle spese di viaggio dei giocatori nel 2021 attraverso l’ATP Year-End Player Relief”

Altra buona notizia è giunta per i giocatori che erano pronti a giocare un anno fa il torneo di Indian Wells, cancellato all’ultimo momento quando i tennisti avevano già affrontato spese di viaggio e di alloggio. Tutti riceveranno 10.985 dollari: “Informiamo che una compensazione di 10.985 dollari per l’edizione 2020 di Indian Wells sarà presto versata ai giocatori eleggibili, una volta che l’ATP avrà ricevuto i fondi stanziati“.

In precedenza era stato reintrodotto da un gruppo costituito dai quattro Slam e dalla Federazione Internazionale il bonus di 6 milioni di dollari che ATP e WTA dovevano dividersi equamente per distribuirlo ai giocatori in funzione del loro ranking e alla presenza dei quattro Slam. Una volta era previsto per i top-ten, ora ci si augura che lo si distribuisca a quelli che ne hanno più bisogno. Il denaro annusa sempre chi già ce l’ha. Ora il minimo che dovrebbe accadere e che ci si augura accada, è che lo si distribuisca a quelli che ne hanno più bisogno. Per ora però notizie ufficiali riguardo al sistema di distribuzione non sono state rese note.

I RICCHI AMERICANI SEMBRANO DISPOSTI A FAR BARRICATE E BOICOTTARE IL CIRCUITO

Per i più ricchi giocatori americani, da tempo fra i più acerrimi contestatori dell’attuale establishment ATP – Isner e Querrey erano certi solidali con Pospisil e Djokovic – queste “offerte” dell’ATP sono poco più che elemosine in rapporto con le casse ancora floride nonostante il COVID dell’associazione. Soprattutto quando certi tornei, come Miami ad esempio, hanno ridotto il montepremi del 60%. Infatti un discreto gruppo di tennisti sarebbe propenso addirittura a fermarsi per boicottare il circuito fino a che non verranno garantiti premi più alti. “Se non ci ribelliamo mai, saremo costretti sempre a subire le volontà degli organizzatori” dichiarano i più barricadieri… ma scontrandosi con coloro i quali – sudamericani in testa – ritengono di non potersi permettere di incrociare braccia e racchette.

IL MONDO TENNIS STA TIRANDO TROPPO LA CORDA PER MIOPIA?

Insomma, come dicono dalle mie parti toscane, è un periodo in cui c’è parecchio “Bu-Bu”, si bofonchia, si contesta. Il mondo tennis ha sempre protetto di più i top-players che i bottom-players perché come sempre sono i soldi che fanno girare tutto, però – pur tenendo conto delle circostanze del tutto imprevedibili causate dalla pandemia – occorre anche avere una visione che rafforzi la base, dei tornei (challengers e futures) come dei giocatori. Già abbiamo visto come ormai da anni gli ultra trentenni siano tenacemente abbarbicati alle loro posizioni e non abbiano alcuna intenzione di mollarle ai giovani, però il sistema tennis non deve scoraggiare quei giovani dal profondere i loro sforzi.

Sappiamo bene che con il calcio vivono ben sopra i 100.000 euro l’anno di guadagni netti una decina di migliaia di calciatori, mentre nel tennis chi è fuori dai primi 120 fatica a far pari. Da anni. Qualcuno con una visione meno miope dovrebbe farsi carico di arrivare ad allargare almeno a 200-250 professionisti la sostenibilità economica, tenendo presente che ormai salvo pochi fenomeni (Sinner fra quelli, per ora più grazie agli sponsor, che credono nelle sue prospettive, che ai risultati), fino ai 22-23 anni c’è alle spalle una decina di anni in perdita o nella migliore delle ipotesi in pareggio. A tirare troppo la corda alla fine si strappa. Chi sovraintende alla promozione e allo sviluppo del tennis e dei tennisti ha convenienza a che si strappi?

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WTA

Lione festeggia il primo titolo di Clara Tauson

La danese domina Viktoria Golubic in due set e guadagna oltre quaranta posizioni in classifica. Da lunedì entrerà per la prima volta in top 100

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[Q] C. Tauson b. [Q] V. Golubic 6-4 6-1

A diciotto anni e solo alla terza apparizione in un tabellone principale del circuito WTA, Clara Tauson ha conquistato il suo primo titolo in carriera a Lione. Lo ha fatto senza perdere un set in tutto il torneo e dominando in finale Viktoria Golubic, giocatrice dalla classifica simile ma che di finali ne aveva già giocate due, vincendone una a Gstaad nel 2016. Sei vittorie di fila per lei in questa settimana che l’ha vista partire addirittura dalle qualificazioni, così come anche la sua avversaria odierna.

Il primo set è stato abbastanza caotico ed equilibrato. Tauson ci ha messo un po’ a carburare e si è ritrovata sotto 2-0. La danese ha poi però trovato il ritmo con i colpi da fondo e ha ribaltato nettamente la situazione, vincendo i quattro quattro game. Golubic ha fatto quello che poteva e che era giusto fare per provare a mettere in difficoltà l’avversaria, ovvero mischiare le carte il più possibile e cercare di non farle colpire mai due palle uguali. La svizzera alternava slice, a colpi piatti e pallonetti da fondo degni dei più astuti (e fastidiosi) quarta categoria di provincia. La tattica ha pagato soprattutto nei turni di risposta, anche grazie alla percentuale davvero bassa di prime palle in campo di Tauson (chiuderà il parziale con appena il 37%). Purtroppo per Golubic, la danese ha impiegato poco a prendere le misure al suo servizio e, ad ogni controbreak, rispondeva riprendendosi subito il vantaggio. La svizzera è dunque riuscita a salvarsi quando l’avversaria si è trovata a servire per il parziale sul 5-3, ma nel game successivo è andata subito sotto 0-40. Dopo aver faticosamente risalito la china, ha sprecato tutto con un doppio fallo che ha concesso a Tauson un quarto set point, stavolta sfruttato.

 

Nel secondo parziale, la danese ha giocato a braccio sciolto, mentre Golubic non è riuscita minimamente ad attuare il piano tattico del primo set, finendo per rincorrere vanamente le pallate cariche e potenti dell’avversaria. Tauson si è involata sul 5-0 e ha avuto ben quattro occasioni di chiudere il match con un bagel. L’orgoglio di Golubic ha evitato questa amara conclusione, ma non è bastato per tentare una disperata rimonta. La danese infatti ha archiviato la pratica nel game successivo, non senza qualche patema, dopo un’ora e mezza di gioco. Questo successo le vale un balzo in classifica di oltre quaranta posizioni (da 139 a 96) e le spalanca le porte della top-100 per la prima volta in carriera.

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