Tennis e mental coaching: c’è modale e modale

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Tennis e mental coaching: c’è modale e modale

Spesso per ritrovare la determinazione necessaria, basta cambiare il modo di parlare a noi stessi. Se sappiamo come farlo. Ad esempio, facendo attenzione ai verbi modali

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A qualsiasi livello – dal professionista all’amatore – ci sono periodi in cui si fa molta fatica, a livello mentale, a rispettare i propri piani di allenamento. Son quei periodi in cui per mettere le scarpe da running ed andare a correre o per preparare la borsa e recarsi in palestra o al campo da tennis bisogna fare appello a tutta la propria forza di volontà. Tanto che ad un certo punto può capitare che venga da chiedersi: ma perché sforzarsi così tanto? Una domanda che spesso contiene implicitamente un rischio: quello di “mollare”. Che a livello amatoriale o agonistico più basso potrebbe significare esattamente quello, cioè rinunciare del tutto ai propri allenamenti. Mentre a livello agonistico più alto può magari voler dire rallentare un po’ i propri ritmi. Il risultato però alla fine è lo stesso: l’obiettivo iniziale, piccolo o grande che fosse, non lo si raggiungerà più.

Ma prima di arrivare a questo punto, che poi può portare a scatenare tutta una serie di emozioni negative (sensi di colpa, frustrazione, delusione, addirittura vergogna) che rendono quella rinuncia ancora più deleteria per la propria autostima, magari c’è qualcosa che si può fare. Chiaramente, soprattutto se questo comportamento è ripetuto, ci si può confrontare con con un professionista, con un mental coach. Ma magari si può fare già un passaggio per conto proprio. In primis, facendo attenzione a come si parla con se stessi.

 

Il metamodello è uno strumento della PNL che ha l’obiettivo di comprendere il funzionamento dei pensieri nella mente delle persone, andando ad analizzare le strutture delle loro esperienze. È stato il primo modello linguistico studiato da Richard Bandler e John Grinder, i fondatori della PNL, basato sui principi della grammatica trasformazionale di Chomsky e sviluppato osservando il modo in cui lavoravano i famosi psicoterapeuti statunitensi Virginia Satir e Milton Erickson. Il metamodello (chiamato anche “linguaggio di precisione”) si occupa dei meccanismi trasformazionali che le persone utilizzano nel proprio linguaggio. Tali trasformazioni cancellano, distorcono o generalizzano le informazioni che trasmettiamo. Perché lo facciamo? Innanzitutto per rendere la comunicazione più rapida ed efficace. Se infatti ci chiedessero, ad esempio, di descrivere la nostra ultima partita di tennis e non cancellassimo alcune informazioni, dovremo descrivere ogni movimento fatto da ogni singola parte del corpo dalla prima palla presa in mano sino alla stretta di mano finale all’avversario: non finiremmo più… Si tratta pertanto di meccanismi indispensabili a livello comunicativo. Ma allo stesso tempo, se sono inconsapevoli, possono diventare rischiosi e poco funzionali per noi, dato che c’è il pericolo di identificare la realtà oggettiva con la realtà da noi percepita, quella che viene chiamata in PNL il nostro “modello del mondo”. Da qui il famoso presupposto PNL che la mappa (il modello del mondo) non è il territorio (la realtà oggettiva), che vuole evidenziare proprio questo rischio.

Il metamodello è un insieme di domande finalizzate ad approfondire ed a specificare la struttura profonda dell’esperienza, ovvero la rappresentazione sensoriale della realtà. Dato che non si può guidare una persona all’interno della propria mappa (che solo la persona conosce), questa tecnica consente di guidarla nel chiarire la sua esperienza interna e a far emergere le possibili soluzioni al suo problema, che si trova nella sua rappresentazione soggettiva della realtà, cioè nel suo modello del mondo. È uno strumento molto utile ogni qualvolta ci sia da definire degli obiettivi, in modo che siano ben formati, da dare o raccogliere informazioni precise, da individuare le strategie di azione più adeguate in relazione a specifiche situazioni.

A cosa serve tutto questo preambolo nel nostro caso, ovvero per evitare di “mollare” il nostro programma di allenamenti e di conseguenza rinunciare al nostro obiettivo? Ci serve perché nel metamodello, nell’ambito del processo di generalizzazione, c’è il modello degli operatori modali, derivante direttamente dalla linguistica della grammatica trasformazionale. Ed è proprio agli operatori modali, che si suddividono in operatori di necessità e di possibilità, che bisogna fare attenzione.

Esempi di operatori modali di necessità sono le frasi “devo allenarmi assolutamente oggi” oppure “devo fare ancora questo esercizio”. Semplificando, possiamo dire che gli operatori modali di necessità, che usano il verbo servile dovere, implicano una presupposizione: che ci siano delle regole che bisogna seguire. Facciamo quindi attenzione al loro uso. Questo modello, che spesso usiamo in maniera inconscia e involontaria, è infatti potenzialmente sabotante, perché è come se creassimo implicitamente qualcosa che ci ingabbia. Ed ecco che per sentirci liberi, per uscire dalla gabbia inconscia, una soluzione è non fare le cose che diciamo di dover fare.
In italiano per gli operatori modali di possibilità si usano i verbi potere o riuscire, che traducono i diversi significati del verbo originale inglese can. Sono esempi le frasi “non posso giocare a quel livello” oppure “non riesco a servire in kick” o anche il “posso già immaginare come andrà la partita oggi”. Presuppongono una scelta che non c’è. Ed anche la mancanza di una scelta diventa qualcosa che ci ingabbia. Con la stessa possibile conseguenza di prima: se rinunciamo, ci sentiamo – inconsciamente – liberi.

Il metamodello utilizza le domande per andare a scardinare le convinzioni limitanti che spesso alla base dell’utilizzo degli operatori modali. Ma se questo è un lavoro più profondo che va fatto con un mental coach, c’è qualcosa che grazie alla conoscenza di questo modello possiamo fare da soli: cambiare le parole che diciamo e che ci limitano inconsciamente. Facciamo un esempio, che in realtà è un esercizio da provare assieme, utilizzando gli operatori modali di necessità. Una persona descrive così la sua giornata: “Oggi devo alzarmi alle 6.30 perché devo andare a correre. Poi devo rientrare a casa per le 7.30, devo fare la doccia, devo mangiare qualcosa per colazione e poi devo uscire. All’ora di pranzo devo riuscire ad andare in palestra. Poi stasera devo assolutamente fare una cena veloce perché poi devo andare all’allenamento al Tennis Club”. Proviamo a metterci nei panni di questa persona e ripetiamo mentalmente le frasi appena lette. Che sensazioni ci provoca pensare alle nostre giornate di allenamento in questo modo? Ci viene l’ansia solo a pensare a quello che ci aspetta? Siamo stanchi solo ad immaginare quanta forza di volontà ci vorrà per adempiere a tutti quei “devo”? Quei “dover fare” ci creano un senso di repulsione? Ecco, se avete provato queste o altre sensazioni spiacevoli, capirete perché molto probabilmente l’inconscio cercherà di mettere i bastoni tra le ruote…

Cosa possiamo fare se siamo tra quelle persone che usano molto gli operatori modali di necessità? Possiamo “ristrutturare” la nostra realtà o meglio, il modo in cui la rappresentiamo. In primis a noi stessi. Nel nostro esempio significa andare a sostituire il verbo modale dovere e vedere come cambia la nostra rappresentazione della realtà. E di conseguenza come cambiano le nostre sensazioni. “Oggi ho deciso di alzarmi alle 6.30 per andare a correre. Così poi arrivo, mi faccio una bella doccia ed una abbondante colazione ed esco con la piacevole sensazione di aver già fatto qualcosa per me. Poi a pranzo aggiungo una sessione in palestra e la sera dopo cena riesco anche a farmi la mia bella oretta di allenamento al Tennis Club”. Ripetiamo ora mentalmente queste frasi. Come ci fanno sentire? Sono sensazioni diverse rispetto a prima? Molto probabilmente ci sentiremo carichi e vogliosi di cominciare le attività che abbiamo pianificato, vero?

Come abbiamo visto, la realtà – nel nostro esempio un giornata in cui sono pianificati tre allenamenti – è la stessa, ma se a parole la rappresentiamo in maniera diversa, la viviamo in maniera completamente diversa. Molto probabilmente per la persona che la rappresenta utilizzando le frasi che avevamo visto inizialmente arrivare a fine giornata completando tutto il piano prefissato sarà mentalmente (e quindi anche fisicamente) molto più faticoso. Con il conseguente rischio di mollare al primo ostacolo, che peraltro a livello inconscio sarà molto probabile farà di tutto per creare… Sia chiaro, per cambiare il modo in cui ci rappresentiamo la realtà ci vuole impegno. Anche perché probabilmente scopriremo che questo modo di esprimerci lo replichiamo in molti ambiti della nostra vita, è per noi un’abitudine. Un’abitudine che è bene cercare di cambiare.

A proposito: sono altrettanto rischiosi i i verbi fraseologici come “provare a”, “cercare di”, sebbene per un motivo diverso (ebbene sì, quei “provare l’esercizio” e “cercare di cambiare” erano messi lì apposta per arrivare a questo punto). “Domani provo ad alzarmi alle 6.30 per andare a correre” evita di ingabbiarci, ma ci espone ad un altro rischio: non dichiarando apertamente che vogliamo fare qualcosa, non prendiamo un impegno con noi stessi. Il che, inconsciamente, rende più facile rinunciare alla prima difficoltà. E alla fine siamo di nuovi lì: abbiamo mollato.
“No! Provare no! Fare o non fare! Non c’è provare!” diceva infatti il maestro Yoda in Guerre Stellari, redarguendo severamente il giovane Luke Skywalker per come stava per approcciarsi ad un esercizio durante l’addestramento per diventare un guerriero Jedi.

Il mental coach Alessandro Mora, uno dei maggiori esperti italiani di PNL e collaboratore di Richard Bandler, suole dire che “Non è ciò che dici ad alta voce a fare la differenza, è ciò che sussurri a te stesso”. Cominciamo allora a sussurrarci le parole giuste.


Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach, ed è membro del Comitato Scientifico della ISMCA. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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Pagelle

Pagelle: Crudelia Thiem, Bianca da favola

Indian Wells incorona Bianca Andreescu che sogna di emulare il 2018 di Osaka. Thiem spezza il sogno di Federer e vince il suo primo 1000. La vacanza di Nole, i dolori di Rafa e il disastro italiano

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Sembrava tutto scritto. Il ginocchio di Crudelia Nadal (7) che si blocca prima del trentanovesimo duello, Crudelia Nole (5)che si eclissa sin dalle prime battute, e Roger Federer (7,5) pronto alla carica del 101 nel deserto della California.

E invece, quando meno te l’aspetti l’ammazza-Dalmata ha assunto le vesti di Dominator Thiem (10) che dopo anni da Stakhanov e qualche scricchiolio ha finalmente capito che giocare tutti i tornei del circuito non è una grande idea. Sarà il tempo a dire se Massu sia uno stratega o solo un portafortuna ma certo immaginare Thiem vincente in un 1000 sul cemento, appena 2-3 settimane fa sembrava follia. 

 

Bravissimo Dominic ad approfittare del Federer modalità sciupone (e forse anche Milos Raonic, 6,5 avrà qualche rimpianto) che la vecchiaia sta proponendo sempre più spesso e chissà che questo non sia l’anno buono per fare il solletico a Nadal anche al Roland Garros. 
A proposito di Rafa, l’ennesima amarezza fisica sul duro forse dovrebbe indurlo a più miti consigli in termini di programmazione, ma pare che il tour de force sul rosso non sia in discussione. Mah.

Djokovic invece si è preso due settimane di vacanza, dedicandosi a tempo pieno alla politica tanto da non trovare tempo per un caffè con gli amici Rafa e Roger. Onore comunque a Kholschreiber (7) che ha messo in fila il numero 1 vero e quello che lo è quando ha voglia, Kyrgios (4,5) al quale dopo i terribili sforzi di Acapulco non si poteva certo chiedere di più. 

Nole si è divertito in doppio con l’amico Fognini (4) il quale avrà pensato di adottare la strategia di Peter Fleming (“Qual è la coppia più forte del mondo? McEnroe e chiunque”) scegliendosi il compagno giusto. Purtroppo per Fabio però in singolare continua la stagione da RT che non sta per retweet ma per rottura prolungata. Per fortuna ci ha pensato il derby a risollevare l’umore del nostro e adesso arriva Miami con l’amico Bobo Vieri pronto ad accoglierlo e magari rivedremo sprazzi del vecchio Fognini.

Comunque se un serbo fa cilecca, ce n’è subito in serbo un altro Kecmanovic (7,5) che approfitta dell’occasione e si regala un torneo da sogno. Se Zverev (SV) e Tsitsipas (5) arrancano, si rilancia Khachanov (7), irrompe Auger-Aliassime (7 ed esplode Hurkacz (8), mentre Cilic (4) affonda, segno che i tempi piano piano stanno cambiando.

Non è stato un torneo indimenticabile per i nostri colori: quattro partite, quattro sconfitte, un solo set vinto da Berrettini (6,5) che si è rifatto nel ricco Challenger di Phoenix. Cecchinato (4,5) e il cemento continuano a detestarsi, Seppi (5) ha perso troppo male per i suoi standard. Aggiungiamoci che nel torneo vinto da Flavia Pennetta cinque anni fa non compariva proprio il tricolore nel tabellone femminile e il disastro è totale.  

Lo scorso anno Indian Wells scoprì Naomi Osaka (5) – qui spazzata via da una strepitosa e finalmente sana Bencic (8) – quest’anno è sbocciata una rosa Bianca come Andreescu (10), che da wildcard ha coronato un’impresa stratosferica resistendo anche ai brividi della finale contro la ritrovata Kerber (8,5). Naomi partì dalla California per arrivare a New York, chissà che anche Bianca non riesca a mangiarsi la grande mela…senza avvelenarsi, sia chiaro.

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ATP

Indian Wells: finalmente Thiem, di forza e coraggio. Primo 1000 per lui

Niente da fare per Roger Federer, Dominic si prende il trofeo a furia di gran botte. Primo titolo 1000 dopo tre grandi finali perse

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IL PODCAST DEI NOSTRI INVIATI

 

[7] D. Thiem b. [4] R. Federer 3-6 6-3 7-5

da Indian Wells, il nostro inviato

Eravamo tutti pronti a parlare della carica dei 101 titoli di Federer, e invece ce ne andiamo dal deserto con un nuovo campione del BNP Paribas Open. Esordiente tra i campioni dei Masters 1000 (dopo aver perso due finali, Madrid 2017 e 2018, oltre a quella del Roland garros sempre l’anno scorso), Thiem era arrivato a Indian Wells con sole tre vittorie al suo attivo nel 2019 ed ha rigirato come un guanto la sua stagione finora mettendo in campo i progressi tecnico/tattici su cui ha lavorato con il suo nuovo allenatore Nicolas Massu con il quale è probabile che la collaborazione andrà oltre i due tornei del Sunshine Double come era stato inizialmente previsto. Più capace di dettare gli scambi stando vicino al campo e facendo leva sulla sua straordinaria forza fisica nelle risposte eseguite “dal parcheggio”, ha saputo togliere il tempo a Roger Federer di eseguire le sue abituali magie e alla fine lo ha superato di forza bruta.

È piuttosto raro che l’atmosfera sia dimessa e distratta quando Roger Federer inizia a giocare una partita, men che meno una finale, ma il lungo e combattuto incontro precedente e il veloce turnaround richiesto dalle esigenze televisive (era passata ormai da 40 minuti l’orario previsto d’inizio) ha fatto si che al momento del primo servizio del campione svizzero gli spalti fossero pieni solo per due terzi. Thiem capiva che sarebbe stata una partita molto diversa dalla semifinale quando subito al suo primo turno di battuta si trovava 0-40 dopo che nel match precedente contro Raonic aveva dovuto affrontare solamente una palla break. Impostando gli scambi molto rapidi sulla diagonale “rovescia”, l’austriaco riusciva a rimontare sul 40-40, ma i rovesci molto aggressivi in risposta di Federer sui suoi servizi a uscire da sinistra in combinazione con un paio di palle corte riuscivano a stanarlo dalla sua posizione preferita e Federer partiva subito con un break di vantaggio.

Thiem si trovava quindi sotto di un break senza aver fatto molto di sbagliato: i suo top spin di rovescio costringevano lo svizzero a giocare sempre in anticipo per evitare che la palla salisse sopra la sua spalla e, risposte a parte, la posizione di Dominic in campo era sempre vicina alla linea di fondo. Il controbreak arrivava sul 2-4 grazie ad un paio di belle accelerazioni, ma era solo un passaggio temporaneo: Federer innestava la “trazione anteriore” e mettendo sempre più pressione in fase di risposta e nel game immediatamente successivo riprendeva il break di vantaggio alla quarta occasione per poi chiudere il primo parziale sul 6-3 in 36 minuti.

Il campione svizzero continuava le sue sortite offensive e si lasciava tentare più volte da serve and volley sulla seconda di servizio suggerite dalla posizione ora più arretrata di Thiem in risposta, ma le ribattute dell’austriaco erano macigni e quando al quarto game Federer veniva abbandonato dalla battuta, ecco che arrivava il break. La sua percentuale di conversione sulle palle break rimaneva molto bassa (2 su 10) e gli errori iniziavano ad aumentare, anche perché il palleggio di Thiem rimaneva profondo e pesante. Il break al quarto gioco si dimostrava decisivo e in 38 minuti Dominic pareggiava i conti portando l’atto finale del torneo al set decisivo.

Nel terzo set i servizi tornavano padroni: sei punti per il ribattitore nei primi sette giochi. Federer teneva alta la percentuale di prime di servizio, ma faticava molto a provare le sue variazioni da fondo contro la potenza dei colpi di Thiem. Sul 4-3 Federer non convertiva un affondo di diritto per lo 0-40, si procurava comunque una chance del 5-3 ma Thiem la cancellava con grande autorità. Due game più tardi, sul 5-4 30-30, lo svizzero a due punti dal match si buttava a rete sul rovescio di Thiem ma veniva passato di prepotenza. Sul 5-5 30-15 follia di Federer che giocava due palle corte consecutive, su cui Thiem esegue dure rincorse vincenti, e finisce per perdere il servizio e, un gioco più tardi, la partita.

Sfuma quindi il sesto titolo nel deserto californiano per Roger Federer, protagonista di un purtroppo abituale per lui 2 su 11 nella conversione delle palle break, statistica che alla fine lo ha condotto alla sconfitta.

Con questa affermazione Dominic Thiem conquista anche il suo miglior ranking in carriera al n.4, facendo scalare proprio Roger Federer che da lunedì prossimo occuperà la quinta posizione.

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Editoriali

Cino Marchese, il ricordo del Direttore. “Per un amico scomparso. Le sue storie più belle”

Dall’inimicizia fra Lendl e McEnroe a Borg e i morti sulla strada di Palermo. Dai trucchi per aiutare Panatta alla scoperta di Jennifer Capriati. Lui a Tiriac: “Ivanisevic l’ho visto io per primo…”

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Cino Marchese con Ubaldo Scanagatta durante la presentazione del suo libro sulla storia del torneo di Roma insieme ai dati statistici di Luca Marianantoni (sullo sfondo Paolo Bertolucci e Francesco Ricci Bitti)

In ricordo di un amico scomparso, del caro Cino Marchese (81 anni, era nato il 2 novembre 1937), Silver Fox, la Volpe d’Argento, come lo chiamavano gli americani per via di quella sua chioma bianca argentea che gli ho sempre visto incorniciare il viso fin da quando aveva poco più di 30 anni e veniva a vedere il tennis da super-appassionato alla Canottieri Tanaro Alessandria, perfino quando giocavo io i tornei junior con Robertino Lombardi e quelli di seconda categoria con Ciccio Gorla, Nicola Migone, Francesco d’Alessio, Mantelli, i fratelli De Ambrogio e tanti altri prima dei più giovani Fontana e Canessa. Potrei raccontare mille aneddoti, ma nessuno sarebbe bello come quelli che scriveva lui.

Quelli che mi chiese lui stesso di scrivere, con grande entusiasmo, nei primi mesi di esistenza del mio blog.

 

Li scriveva di getto, un po’ come gli venivano. Io che li leggevo, li trovavo fantastici, godibilissimi ed ero talmente impaziente, avevo talmente tanta voglia di metterli subito in pagina sull’appena nato “Servizi Vincenti”, il mio blog nato a fine 2006 che all’inizio curavo quasi da solo scrivendo anche 5 articoli al giorno, che non di rado mi sfuggivano correzioni che avrei dovuto invece fare… perché lui scriveva come quando parlava, a volte anche con periodi perfino più contorti dei miei, tanto che mi pareva quasi di udire, nella lettura, la sua voce stentorea, un fiume in piena, sempre incontenibile. E quasi sempre, in quei momenti di… piena, guai a contraddirlo! Di certo non era il tipo che ti mandava a dirle dietro le spalle. E aveva sempre un’opinione, mai da sussurrare. Ma quasi sempre originale, sua.

Nella notizia flash che abbiamo pubblicato ieri, sgomenti alla notizia della sua morte talmente improvvisa se si pensa che appena lunedì scorso era stato a Viareggio a presenziare l’apertura del torneo internazionale di calcio di cui era stato consulente per anni, abbiamo messo poche scarne notizie sulla sua attività di grande manager. E oggi nella nostra quotidiana rassegna stampa – non dimenticate di consultarla solo perché si trova un po’ più in basso! – ne troverete altre scritte da esimi colleghi.

Sotto a quell’articolo ho postato un mio primo commento-ricordo. Scritto in fretta, purtroppo, perché della sua scomparsa sono stato informato dal figlio di Rino Tommasi – di cui Cino era affezionatissimo amico: era una tradizione ritrovarsi a casa di Rino per il festival di Sanremo e fare i pronostici scritti sui vincitori come una sorta di mercante in fiera – in un momento in cui non avevo la possibilità di scrivere.

Rientrato a casa a notte fonda sono ancora in difficoltà, ma io credo che nessun aneddoto che io potrei raccontare sia bello e interessante quanto quelli che aveva cominciato a scrivere lui. E che ho riportato qui sotto, perché sono sempre attuali: si va da Lendl e McEnroe a Roger Federer quando era sembrato entrare in crisi… perché si era affacciato sulla sua strada Rafa Nadal.

Perché ha poi smesso di scrivere Cino, nonostante io lo pregassi invece di continuare? Perché non sopportava i cosiddetti ”leoni da tastiera”, i famosi “web-eti” che neppure Umberto Eco riusciva a mandar giù, quelli che scrivevano commenti impropri, o magari anche offensivi a quel che scriveva o alle opinioni che esprimeva, talvolta non politically correct. Ma Cino non guardava in faccia a nessuno. Io avrei dovuto, allora, trovare il modo di impedire i commenti ai suoi articoli, perché se anche ce n’erano su 20 elogiativi anche due soli ipercritici e secondo lui impreparati e privi di “onestà intellettuale”, lui si infuriava terribilmente. Poi qualche “federale” – che non si firmava – lo aveva preso di mira. Io avrei dovuto fare miglior guardia, individuare i commenti in malafede ( o che lui giudicava tali), ma la natura di un blog non consente interventi censori se non quando si offende in maniera smaccata. E quando il blog cominciò a ricevere centinaia e centinaia di commenti in un giorno divenne pian piano praticamente impossibile anche leggerli tutti dalla prima riga all’ultima.

Inciso: uno dei risultati più incresciosi di questa situazione, oltre alla cessazione degli interessanti aneddoti scritti da Cino, furono un paio di querele – fortunatamente respinte con perdite – del mal consigliato presidente FIT nei confronti di Ubitennis per alcuni commenti scritti non da me ma da alcuni lettori. E ciò sebbene io avessi incaricato di leggere e “moderare” tutti i commenti di natura “politico-federale” scritti dai lettori, dal più filofederale dei miei collaboratori, uno che sarebbe diventato addirittura un dirigente FIT, sia pure a livello locale. Uno scrupolo che si rivelò vano, perché mi si imputò comunque una premeditazione nel filtro ai commenti che assolutamente non c’era. Per mia fortuna, e grazie al mio ottimo avvocato, i giudici mi dettero ragione.

Tuttavia non c’è dubbio che il fastidio che possono determinare, a vari livelli, i commenti dei lettori più cafoni e maleducati, è un problema serissimo e fastidiosissimo per chiunque sia editore di un sito. E per me aver perso gli scritti di Cino Marchese rappresentò un gravissimo dispiacere e un sicuro danno. Ma abbiamo sempre continuato a sentirci. Con grande affetto. Adesso lo piango, mentre abbraccio da lontano l’adorabile compagna di tutta la sua vita, la carissima e dolcissima Lella. E pubblico qui di seguito uno dei suoi aneddoti impareggiabili, scritto ormai una dozzina di anni fa, che riguarda l’acredine e l’antipatia tra Ivan Lendl e John McEnroe. Ma ne ho raccolti tanti altri, e li pubblicheremo nelle prossime settimane: il secondo che abbiamo selezionato ha per titolo “Quando Borg venne a Palermo. I due morti che Bjorn vide sulla strada. “E io che gli avevo promesso che…“.


Lendl – McEnroe: la sfida infinita (di Cino Marchese)

Ho chiesto ad Ubaldo se avrebbe potuto crearmi uno spazio dove io possa raccontare tante storie da me vissute in tanti anni spesi ad occuparmi di tennis e come io debba fare per avere un mio angolo tenendo presente l’attualità del blog e quello che lui crede opportuno fare. Con discrezione chiedo a chi mi legge se la cosa possa essergli gradita. (Troverete tutti gli splendidi aneddoti di Cino in Storia e Storie, ubs)

Incomincio oggi con una storia che ricorda la grande antipatia che regnava tra Ivan Lendl e John Mc Enroe. Io ero abbastanza amico di tutti e due e per Lendl in quei tempi lavoravo essendo diventato cliente IMG, John lo conoscevo bene, ma come molti sanno era molto amico di Sergio Palmieri che storicamente non è stato mai molto amico mio anche se abbiamo fatto molte cose insieme o contro e ci conosciamo molto bene.

Spezzone della mitica finale del Roland Garros 1984. E altri cinque incontri fra Mac, Ivan E Connors

Eravamo alla fine degli anni 80 ed in quel periodo le esibizioni o special event erano molto diffusi ed appunto Sergio ed io avevamo organizzato una serie di esibizioni tra cui ce ne era una a Verona, in una piazza che tennisticamente non era mai rientrata nel grande giro e pertanto c’era grande attesa per questo Lendl-Mc Enroe che la settimana prima avevano giocato ad Anversa nel famoso evento della Racchetta di Diamanti. Se non mi ricordo male l’evento era previsto per il martedì successivo ad Anversa e Mc Enroe, che viaggiava in quella occasione con la moglie Tatum O’Neil i due figli ed una nurse, aveva preteso nel suo contratto anche un aereo privato per il trasferimento da Anversa a Verona.

Mi telefona da Cleveland il manager di Lendl e mi chiede che, dal momento che Ivan era venuto a sapere dell’aereo e gli aveva fatto una scenata perché lui non lo aveva in contratto, se con molta diplomazia io avessi chiesto a Sergio se avesse potuto intercedere su John per fargli avere due posti uno per lui e uno per il suo allenatore che in quell’occasione era il neozelandese Jeff Simpson. Sergio che lavorava per i nostri concorrenti di Proserv mi dice che avrebbe provato, ma che dati i rapporti fra i due, era molto scettico. Eravamo in un periodo molto diverso da oggi, i telefonini non esistevano e quindi riuscire a parlare con chi dovevi era molto complicato ed era solo possibile attraverso l’albergo o qualcuno del torneo. Pertanto inizia una vicenda non certo semplice tra Cleveland, Sergio che era a Bologna, io che ero a Milano e Anversa dove erano i due che però rifiutavano di parlarsi, il tutto in mezzo al week-end che complicava ulteriormente le cose.

Dopo alcune telefonate andate a vuoto finalmente arriva la risposta di John che molto poco volentieri era disposto a dare un posto a Lendl, ma si rifiutava categoricamente di caricare anche l’allenatore. Comunico tutto a Peter Johnson, il manager di Lendl, che mi ringrazia del semi-successo e mi dice che mi avrebbe fatto sapere i dettagli per il viaggio. Passano alcune ore e Peter mi telefona sconsolato che Ivan pretendeva anche il trasferimento del suo allenatore ed era stato categorico. A mia volta chiamo Sergio e gli riferisco il tutto e a sua volta dopo avere consultato McEnroe mi dice che lo era stato altrettanto categorico e se continuava a rompere lo avrebbe mandato al diavolo, che gli faceva piacere anche!! A questo punto richiamo Cleveland e riferisco il tutto ed anche che Jeff Simpson, l’allenatore, fratello di Russel che era stato un buon giocatore, mi aveva chiamato e mi aveva detto che per lui era uguale prendere un aereo di linea e se lo andavo a prendere ed insieme saremmo andati a Verona. Il manager di Lendl era esasperato e mi aveva detto che Lendl si era impuntato e lui aveva molte difficoltà nel gestire la cosa. Da parte mia gli dico che aveva la nostra simpatia, anche di Sergio, ma che non potevamo farci nulla. Finisce che Lendl senza dire una parola (e quasi prendendolo per un diritto) sale sull’aereo di Mc Enroe ed arrivano insieme a Verona immaginatevi come.

Lendl veniva da un brutto infortunio ad una spalla ed era la prima apparizione che faceva e ad Anversa non aveva fatto granché, ma le vicende dell’aereo lo avevano talmente caricato che non vedeva l’ora di giocare contro il suo grande rivale e John se avesse potuto lo avrebbe triturato tanto lo odiava. Finalmente arriva il match e i due rivali si scambiano sguardi di vero odio ed inizia uno dei più bei set che io abbia mai visto. Il pubblico di Verona penso che ancora ricordi quella partita ed i due dandosele di santa ragione arrivano al tie-break del primo set. Sulla sedia dell’arbitro c’è Vincenzo Bottone letteralmente terrorizzato do così tanto agonismo e cerca di non sbagliare mai e sul 3 a 2 per Mc Enroe giocano un punto pazzesco che finisce con una volée di Lendl molto vicino alla riga. Il palazzo dello sport esplode in un applauso che dura alcuni minuti, i due giocatori cambiano campo e Bottone finalmente annuncia il punteggio 4 a 2 Mc Enroe. Lendl a quel punto impazzisce! Sicuro di avere vinto il punto aspettava l’annuncio del 3 pari e quando sente quello che Bottone aveva detto si scaglia letteralmente contro la sedia e scrolla il malcapitato Bottone che pensa di cadere da un momento all’altro e cerca nel suo stentato inglese di calmare Lendl che schiumava rabbia ed aveva rischiato in quel set di farsi male un altra volta pur di non cedere all’odiato avversario ed alla fine però si deve arrendere ma quella sera grazie a noi il pubblico di Verona aveva assistito in una cosa che non contava niente ad uno spettacolo degno della finale di un grande torneo.

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