Marco di trionfo. Favola Cecchinato, lacrime di gioia [VIDEO]

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Marco di trionfo. Favola Cecchinato, lacrime di gioia [VIDEO]

L’impresa di Marco Cecchinato al Roland Garros: gli articoli usciti oggi su Giorno – Carlino – Nazione Sport a cura di Ubaldo Scanagatta e Antonio Garofalo

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[PODCAST] Alla Conquista della Terra Ep 24 – Marco delle meraviglie
Le parole di Cecchinato: “È scattato un clic nella testa, sono un nuovo Ceck”
Miracolo Cecchinato al Roland Garros: l’Italia torna in semifinale dopo 40 anni
Bertolucci su Cecchinato: “Maturità da campione. Una meraviglia”

MARCO DI TRIONFO

Lui ci ha creduto più di chiunque. Gioia dopo 160 Slam 

 

Quaranta anni senza un italiano in semifinale d’uno Slam, sono 160 Slam. E 160 Slam fa, quando Corrado Barazzutti perse qui a Parigi (giugno 1978) 6-0 6-1 6-0 da Bjorn Borg e nello stringere la mano all’Orso svedese gli disse «grazie per avermi fatto fare quel game», non avrei mai immaginato – soprattutto dopo che Adriano Panatta aveva vinto qui il torneo due anni prima – che ne avrei seguiti di persona 150 con sempre grande, immensa frustrazione. Non abbiamo più avuto un top-ten da allora e sono i top-ten di solito che centrano le semifinali di uno Slam, non certo il n.72 come è Cecchinato (che era n.109 a gennaio). Ci sono stati momenti in cui ci si poteva illudere: Omar Camporese che perse in Australia nel ’91 14-12 al quinto da Becker che avrebbe poi vinto il torneo diventando n.1, aveva i mezzi tecnici per imporsi e centrare il traguardo delle semifinali. Idem Fabio Fognini che l’altro giorno con Cilic, n.4, non è andato così lontano dal vincere.

Cecchinato, come dice Bertolucci, è venuto fuori dal nulla. Però le qualità del suo tennis sono indiscutibili. Non si batte Carreno Busta n.11, Goffin n.9 e un campione come Djokovic, vincitore di 12 Slam, in incontri sulla distanza dei tre set su cinque, e in uno Slam, senza grandi qualità tecniche, fisiche, caratteriali. Qualcosa deve essere scattato nella testa di questo ragazzo, fino a ieri comprimario, capace di perdere ad aprile al primo turno a Barletta dal n.189 del mondo, tal Nikola Milojevic. Il ragazzo che lasciò la Sicilia a 16 anni per allenarsi nel Sud Tirolo aveva visto più lontano di tutti quanti noi. E ci credeva più di chiunque. Non si può non crederci anche noi, dopo averlo visto giocare in questo modo fantastico. Non una, non due, ma tre volte. La quarta con Thiem venerdì? Mai dire mai. Thiem non è Nadal.

Ubaldo Scanagatta

Marco Cecchinato – Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

FAVOLA CECCHINATO, LACRIME DI GIOIA

Marco da impazzire a Parigi: piega Djokovic e conquista una semifinale che mancava da 40 anni agli azzurri. Ora c’è Thiem

Non se l’aspettava nessuno, di certo non Djokovic che se l’era scelto più volte come sparring partner. Ma è tutto vero, Marco Cecchinato è in semifinale al Roland Garros e riporta un italiano tra i primi quattro di un major 40 anni dopo Barazzutti. Lo fa al termine di una partita incredibile, emozionante, palpitante che ha fatto abbracciare i colleghi in tribuna alla fine come fosse un trionfo mundial. Si sprecano addirittura paragoni con il celebre McEnroe-Borg del 1980 e di quello storico tiebreak vinto 18-16 dall’americano, quando, fra una standing ovation e l’altra, Cecchinato non è riuscito a chiudere 3 matchpoint nel tiebreak che ha deciso il quarto set e Djokovic, dal canto suo, tre setpoint per andare a un quinto set che probabilmente lo avrebbe visto prevalere. Sul quarto matchpoint per il siciliano, Djokovic ha rischiato il tutto per tutto, ha fatto un inconsueto serve&volley e Cecchinato lo ha infilato con un rovescio passante all’incrocio delle righe. E poi si è sdraiato a terra incredulo e piangente. Djokovic lì è stato un grande: ha abbracciato lungamente il suo ex sparring. Commovente. Marco Cecchinato, orgoglioso ragazzo siciliano di 25 anni, semisconosciuto ai più del grande tennis, mai segnalato da nessuno dei nostri tecnici come una grande promessa — o prospect come si usa dire oggi, eppure ha tutti i colpi e una smorzata micidiale — ha battuto in 4 set, 6-3 7-6 (7-4), 1-6, 7-6 (13-11) un Novak Djokovic “bestia nera” dei tennisti italiani: li aveva battuti tutti, per 34 volte, e quando perse la prima non aveva 18 anni.

Il primo set di Djokovic lo ha giocato la sua controfigura. Ma dopo il serbo è tornato vicino al suo miglior livello ed è sorprendente che, Marco, subito il ritorno di Djokovic nel terzo set e a rischio di un pesantissimo 5-1 nel quarto, quando ha salvato 3 pallebreak, sia riuscito a reagire e giocare poi con grandissimo coraggio, prendendo grandi rischi, sia con il rovescio che Jim Courier ha paragonato a quello di Wawrinka, che con servizio e dritto. «Marco ha giocato alla grande, merito a lui. Io ho faticato fin dall’inizio, anche per un piccolo infortunio. Poi, rientrato in partita, è andata un po’ meglio, ma non sono riuscito a capitalizzare le mie occasioni», ha detto Djokovic nero come la pece. Cecchinato è l’ottavo italiano in semifinale in uno Slam dopo De Morpurgo, De Stefani, Merlo, Sirola e Pietrangeli prima del ’68, Panatta e Barazzutti nell’Era Open. «Se accetterei di battere Thiem e perdere da Nadal in finale… beh, firmerei con il sangue!». ha giurato. Intanto Marco intasca 569.000 euro. Con questo risultato sale a n. 27. Sarà testa di serie a Wimbledon e ha riscritto la storia del tennis italiano. A Parigi, dove c’è qualche nuvola. Ma il cielo è sempre più azzurro.

Antonio Garofalo

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IU.ES.EI parte 2: chi vuol vedere giocare Isner? Mark Winters racconta il declino del tennis americano

Un amico del Direttore Scanagatta ci ha inviato una diagnosi “dall’interno” dei mali che affliggono la USTA. Chi vuol vedere giocare Isner?

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“Ho trovato “IU. ES. EI, dove sei (e pure l’Australia)?” un articolo affascinante”: sono le parole di Mark Winters, giornalista e allenatore statunitense che per questo motivo ha deciso di scrivere un suo contributo che abbiamo tradotto in italiano a beneficio dei lettori di Ubitennis.


[…] Trovo che sia un articolo affascinante soprattutto a partire dalla conclusione: “… la visione che si trae dai numeri che abbiamo presentato è parziale dato il campione limitato preso in esame – speriamo che il nostro lavoro possa almeno offrire qualche interessante spunto di riflessione”. Ubaldo e Steve Flink sono amici di tennis di lunga data; proprio perché lo sono, mi sento a mio agio nell’offrire “… alcuni interessanti spunti di riflessione”.

Come avrete potuto constatare, la domanda che è stata posta riguardo al declino degli Stati Uniti e dell’Australia nel tennis maschile è tremendamente complessa e non ci sono risposte “predefinite” su ciò che ha causato questo crollo. Inoltre, come detto da voi, i numeri non raccontano l’intera storia di ciò che è accaduto. Ho inviato il vostro articolo a un amico australiano, a sua volta di lunga data, che ha un passato da giocatore ma, cosa più importante, è stato parte del mondo del tennis “Down Under” per anni, e conosce a fondo il sistema Tennis Australia. Ha fornito alcuni spunti e io li offrirò in base alle mie esperienze con l’USTA. (Il mio background è il seguente: sono stato un giocatore dilettante; ho lavorato come allenatore della squadra nazionale maschile giovanile e medico specialista; e sono stato giornalista di tennis per cinquant’anni).

Sia negli Stati Uniti che in Australia, le federazioni nazionali di tennis hanno svolto un lavoro orribile. Cambiano continuamente rotta per quanto riguarda i piani e la direzione da seguire, il che si traduce in qualcosa di più di un messaggio ambiguo, molto simile a quello di un GPS che ti suggerisce il “ricalcolo” o “di fare inversione a U”. La politica e l’ego si aggiungono regolarmente per confondere ulteriormente la situazione. Questo è un paradosso visto nella maggior parte delle organizzazioni sportive, ma nel mondo del tennis la situazione è peggiore perché quelli che ricoprono ruoli di leadership, per la maggior parte, condividono una caratteristica: sono stati dei giocatori.

In generale, solo perché un individuo ha raggiunto lo status di élite in campo non significa che abbia la visione ad ampio raggio che è necessaria (essenziale è probabilmente una parola migliore) per creare programmi di sviluppo significativi e graduali. In qualità di responsabili (e lo stesso vale sovente quando ex-giocatori cercano di diventare allenatori), è difficile per loro andare oltre il loro modo di pensare lineare che è stato così utile quando erano in campo. Per loro il futuro era… la prossima partita, il prossimo torneo e poco oltre. Più precisamente, le federazioni “non creano un giocatore…”, ma dovrebbero offrire opportunità di viaggio e, cosa più importante, supporto finanziario, ma nel complesso queste organizzazioni devono accompagnare un giovane dalle fasi iniziali della carriera quando sta cercando di ottenere i primi punti necessari per avere un ranking ATP o WTA.

Questo è il motivo, e mi rendo conto che è così logico che spesso viene ignorato, per il quale gli allenatori locali, che comunicatori prima che insegnanti, sono così essenziali. Se sono in grado di stabilire solidi rapporti di lavoro con i responsabili della supervisione dei giocatori a livello nazionale, si ottiene un risultato vantaggioso per tutti… ma questo accade raramente per una serie di motivi dovuti alle differenze di personalità.

Come ha notato il mio amico, “è anche incredibile quanto le persone possano essere ingenue. Gli allenatori si mettono in contatto con un valido prospetto e poi lasciano passare molti anni, finché non è troppo tardi”. È come un’altalena, in realtà un metronomo, che ticchetta incessantemente. Alcuni allenatori ricevono complimenti e col tempo sviluppano un seguito simile a un culto. Altri, che non sono abili promotori di loro stessi, ottengono pochi riconoscimenti, anche se effettivamente potrebbero essere degli allenatori migliori rispetto ai primi. Ma, come si suole dire, “le menzogne vendono…”.

Il mio amico ha aggiunto: L’Australia è in una situazione di maggiore difficoltà nel panorama mondiale a causa della distanza. C’è anche il fatto che “gli europei sono meno inclini a pensare a sé stessi come truppe di un movimento sportivo nazionale, anche se un’eccezione è costituita dalla Francia. I giocatori del loro Paese si vedono come avversari, non come ‘il nostro numero uno al mondo’ di domani, come si è continuato a chiamare Ash Barty durante tutto lo scorso anno. Cioè, fino al momento in cui non è riuscita ad andare in finale nel ‘nostro’ torneo (l’Australian Open) come tutti noi australiani speravamo”.

Ashleigh Barty – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Negli Stati Uniti si possono utilizzare parole diverse ma il problema è lo stesso. Non appena ottengono qualche vittoria, i giovani vengono battezzati “il prossimo…”. La “benedizione”, per così dire, si traduce in analisi incredibilmente minuziose (in entrambi i Paesi) dopo un paio di buone prestazioni nei tornei. Coloro che sono coinvolti in questa “danza” cercano di tenere il passo, ma la musica cambia costantemente, e quindi le loro coreografie diventano confuse. Oggi, e sempre di più, vi è un ulteriore problema. L’allenatore del “fenomeno” è un genitore. Avendo fallito in uno sport competitivo, cerca di avere “una nuova carriera” come allenatore ma ha poca esperienza nel tennis giocato. Inoltre, essere genitori di un bambino non garantisce che l’individuo sia consapevole del bilanciamento emotivo che rappresenta una parte complessa dell’essere un allenatore/papà o un’allenatrice/mamma.

 

Come i lettori sanno, il tennis è uno sport complesso. Non solo un individuo deve avere qualche capacità atletica, ma l’abilità deve essere supportata da qualcuno (spesso la famiglia) e rafforzata dalla fiducia in sé stessi, insieme all’audacia o alla testardaggine (o entrambe). Forse ancora più importante è avere la capacità di affrontare la sconfitta e continuare a fare progressi. Per via di questi e di altri requisiti, il tennis negli Stati Uniti e in Australia non ha trovato atleti straordinari. Nella maggior parte dei casi vengono fuori, e parlo in senso ampio, dei “muratori” ma non degli “artisti”. (Sì, so che Federer, Nadal e Djokovic sono “creativi”, ma uno come Schwartzman è, e questo non è per essere offensivo, un ottimo “muratore”).

Un altro problema importante è l’attrattività. Con tutte le possibilità a livello sportivo presenti negli Stati Uniti e in Australia, perché il tennis dovrebbe essere particolarmente accattivante? È vero, è uno sport che si tramanda in famiglia, quindi diventa regolarmente parte del DNA dei suoi membri. Tuttavia, ci deve essere qualcosa di più per stimolare l’interesse per lo sport e, come ho sottolineato sopra, entrambe le federazioni hanno fallito quasi completamente nella comunicazione.

Come avete detto voi nel vostro articolo: quanto potrà essere affascinante John Isner? Sfortunatamente, lavorando attraverso le campagne sui social media, che sono notoriamente brevi, gli sforzi per richiamare l’attenzione sui giocatori sono diventati semplici notifiche. Nel vostro articolo, avete parlato di potenziali talenti come Brandon Nakashima e Rinky Hijikata e della loro posizione di “giovani promesse”, ma nessuno dei due organi di governo ha compiuto un nuovo sforzo per richiamare l’attenzione sul futuro del tennis. Vende ancora Lleyton Hewitt…

Il mio amico ha sottolineato: “Il ‘boom’ del tennis europeo ha coinciso con il crollo della cortina di ferro che ha creato una maggiore libertà per un vero mix competitivo”. Il tennis era un’attività della borghesia che ora era aperta anche al “popolo”. Cheryl Jones, mia moglie, che è stata una giocatrice molto rispettabile da giovane, ha scritto per anni di tennis (spesso per Ubitennis). Ha intervistato e scritto numerose volte su Jennifer Capriati. Uno dei commenti più eloquenti di Capriati è stato “avere il fuoco dentro per avere successo”. A molti giocatori statunitensi questo manca. Parlano di impegno, di quanto lavorano duramente, ma il più delle volte sono solo chiacchiere. Semplicemente non hanno “il desiderio ardente” perché non c’è davvero l’interesse o ispirazione di diventare qualcosa di più.

Qualche atleta vince qua e là è abbastanza per mantenere, così pensano queste persone, lo status di tennista. Per non esagerare “filosoficamente”, il tennis non consuma le loro anime. Ci giocano, si divertono e sono ricompensati dai loro risultati, ma quando viene chiesto loro di guardarsi dentro e rispondere a cosa significa essere un giocatore, lo si quantifica in vittorie e sconfitte… non in espressioni piene di emozioni. Voglio ringraziare nuovamente il vostro sito, e soprattutto l’autore Roberto Ferri per aver scritto il primo articolo. Ha suscitato molte riflessioni e ne sono grato, e spero che questo pezzo possa fare lo stesso.

Traduzione a cura di Giuseppe Di Paola

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Sei giovani da tenere d’occhio nel 2021

Si sono fatti notare in questa stagione. E sembrano pronti per fare il salto di qualità. Chi ci riuscirà? Gli Under 21 più interessanti fuori dalla Top 100, incluso Musetti

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Lorenzo Musetti - ATP Challenger Forlì 2020 (foto Felice Calabrò)

Comincia davvero a soffiare il vento del cambiamento sul circuito ATP. A Flushing Meadows, Dominic Thiem ha spezzato finalmente spezzato un monopolio del triumvirato Federer-Nadal-Djokovic sui tornei dello Slam che durava da quattro anni. L’austriaco è stato inoltre il primo tennista nato negli anni Novanta, la “generazione nera” del tennis maschile, schiacciata dai fenomeni del decennio precedente e che tanti talenti ha perso per strada, a raggiungere questo traguardo. Dopo l’exploit nel 2019, il 23enne Daniil Medvedev ha confermato di essere un tennista formidabile, vincendo le ATP Finals in una finale su lo stesso Thiem. Da notare come i due abbiano sconfitto proprio Nadal e Djokovic nelle rispettive semifinali a Londra. 

Un altro russo, il classe 1997 Andrey Rublev, è stato il tennista che ha vinto più partite quest’anno, guadagnandosi l’ingresso nella Top 10. In cui peraltro sono ancora presenti altri due under 23, Alexander Zverev e Stefanos Tsitsipas. È stato anche, fortunatamente per noi, l’anno di Jannik Sinner, che a Parigi è stato capace di centrare i suoi primi quarti di finale in carriera e che ha persino conquistato il suo primo titolo a Sofia. Ma potrebbe non essere finita qua. Sì, perché ci sono altri tennisti giovani che nel 2021, in una stagione in cui si potrebbe tornare almeno ad una parziale normalità, potrebbero irrompere nella Top 100 e contribuire alla rivoluzione in atto. E trasformare questo vento in una bufera. 

Thiago Seyboth Wild, classe 2000, n.115 

Il brasiliano, campione junior agli US Open del 2018, ha stabilito un record notevole e di sicuro imbattibile. Quello del primo tennista nato negli anni 2000 a vincere un torneo ATP. Ci è riuscito a Santiago del Cile, nella ronda sudamericana che è terminata prima della interruzione del circuito a causa del Coronavirus, battendo in finale Casper Ruud, che sulla terra è un osso duro per tutti. Prima di quel torneo, aveva vinto una sola partita a livello ATP, la settimana precedente a San Paolo. È stato anche il primo tennista di un certo rilievo ad essere risultato positivo al Covid. Che chissà non abbia lasciato qualche scoria visto che nel post-lockdown non ha vinto nemmeno un match. Insomma, una stagione movimentata quella di Wild, che ha comunque “il pacchetto completo” per fare il salto di qualità. A partire da una struttura fisica molto ben sviluppata rispetto ai coetanei, che gli permette di generare grande potenza sia al servizio che con il dritto. La grinta è pure quella giusta. 

 
Thiago Seyboth Wild – Santiago 2020 (via Twitter, @chile_open)

Sebastian Korda, classe 2000, n.117

Un cognome che pesa quello dell’americano. Ma da papà Petr, Sebastian, vincitore degli Australian Open junior nel 2018, non ha ereditato solo quello, i capelli biondi e un fisico slanciato. Ha ereditato anche un bel talento. Un talento sicuramente più contemporaneo tuttavia. Lo statunitense è il prototipo di quello che deve essere un tennista di successo nel 2020: colpi pesanti, buon equilibrio tra dritto e rovescio, servizio solido, capacità di anticipare e non perdere campo. La sua scorsa stagione era stata di transizione. E sembrava che le cose dovessero andare così anche quest’anno prima della pausa. Poi, un po’ d’improvviso, sono arrivati gli ottavi al Roland Garros, Slam non proprio fortunato per i tennisti a stelle e strisce di solito, partendo dalle qualificazioni e battendo tra gli altri Isner e il nostro Andreas Seppi. Korda ha poi confermato di essere sulla strada giusta e di non soffrire i cambi di superficie, vincendo il suo primo Challenger a Eckental, sul cemento indoor. E chissà che gli Stati Uniti, resisi già conto che i vari Fritz, Tiafoe ed Opelka non sono proprio destinati all’olimpo del tennis mondiale, non abbiano trovato in lui una nuova speranza. 

Sebastian Korda – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Lorenzo Musetti, classe 2002, n.127

“Per certi aspetti è più forte lui di me”. Questo ha detto Sinner di Musetti, più giovane di lui un anno. Ed è abbastanza chiaro a cosa si riferisse. I due non potrebbero essere più diversamente talentuosi, lo yin e yang del futuro del tennis azzurro. L’altoatesino è pulizia tecnica, geometria, compostezza, potenza che cerca sempre un equilibrio con il controllo. Il toscano è puro talento, imprevedibilità, esplosività, capacità di accendersi (e accendere chi lo segue) come un fuoco. E proprio considerato questo suo essere un giocatore “naif”, un’esteta della racchetta, colpisce quanto in fretta sia riuscito a progredire in questa sua stagione, in fondo la prima a tempo pieno sul circuito da professionista. 31 vittorie e 16 sconfitte. Un bilancio di 7 successi e quattro sconfitte contro i Top 100, su cui spiccano le due affermazioni consecutive su Wawrinka e Nishikori al Foro Italico. La semifinale al Sardinia Open, con il rammarico per un infortunio che lo ha costretto al ritiro. Insomma, per quanto completamente diverso da Sinner, Musetti con lui ha dimostrato di condividere carattere, determinazione e voglia di migliorarsi. Oltre a quella bandierina tricolore di fianco al nome naturalmente. 

Carlos Alcaraz, classe 2003, n.140

Il nuovo Nadal. È il fardello pesante che ogni nuovo talento del tennis spagnolo si dovrà portare addosso. Ma la schiena di Carlos Alcaraz Garfia sembra di quelle belle solide, nonostante abbia solo 17 anni. A tenerlo ulteriormente con i piedi per terra e farlo lavorare sodo ci pensa Juan Carlos Ferrero, il suo allenatore. E già il fatto che un ex campione Slam si dedichi ad un teenager dice tanto di quanto prometta bene il ragazzino di Murcia. In questo 2020, Alcaraz ha dimostrato di poterle in realtà già mantenere le sue promesse. Battesimo nel circuito ATP a Rio e subito successo contro il connazionale Albert Ramos-Vinolas. Dopo la pausa, primo titolo nel circuito Challenger a Trieste, con una vittoria in semifinale proprio sul nostro Musetti. Bis a Barcellona, battendo in finale Dzumuhr. Tris addirittura ad Alicante. In totale fanno quasi 39 vittorie nel 2020 a fronte di 7 sconfitte. Ed è proprio la capacità di trovare sempre la vittoria che colpisce di Alcaraz. Nonostante un servizio ancora inadeguato per gli standard ATP e un gioco abbastanza basilare. Immaginiamo quindi quante altre partite possa conquistare se riuscirà a colmare le sue lacune, normalissime vista l’età. Potrebbe perfino diventare un nuovo Nadal. 

Carlos Alcaraz – Challenger Alicante 2020 (via Twitter, @ATPchallenger)

Hugo Gaston, classe 2000, n.161

Il 20enne Hugo Gaston è stato capace di esaltare il poco pubblico francese presente sugli spalti del Roland Garros come nessun altro partecipante al torneo. Da wild card, ha sconfitto niente di meno che Wawrinka, vincitore a Parigi nel 2015, e trascinato al quinto set Thiem, due volte finalista. Ma è il come lo ha fatto che ha galvanizzato i transalpini. A suon di palle corte, variazioni di gioco, colpi anticipati. Gaston, dal suo metro e settanta e poco più, che gli impedisce di demolire gli avversari con la forza, gioca un tennis tutto suo, ordinatamente variopinto e lucidamente folle. Un tennis che più francese non si può. Tornato nella sua dimensione dei Challenger, il folletto di Tolosa non ha poi raccolto moltissimo. Ma la discontinuità potrebbe persino diventare un suo marchio di fabbrica, con quelle caratteristiche tecniche e fisiche. Piccoli Santoro crescono per fare ammattire piccoli Hewitt.

Hugo Gaston – Roland Garros 2020

Brandon Nakashima, classe 2001, n.166

Korda è anche fortunato perché potrà condividere l’attenzione dei tifosi USA con un tennista che è più giovane di lui di un solo anno, Brandon Nakashima. Di lui si è cominciato a parlare alla fine dell’anno scorso, grazie ad un bel bottino di vittorie nei Challenger americani. E quest’anno Nakashima, nonostante la lunga pausa per Covid, è riuscito a riprendere il filo del discorso da dove lo aveva interrotto, conquistando la prima vittoria in un torneo ATP a Delray Beach e il primo successo in uno Slam agli US Open contro il nostro Lorenzi. Proprio la scorsa settimana ha ottenuto il primo successo Challenger in carriera ad Orlando. Dotato forse di meno forza rispetto al connazionale Korda, il californiano, seguito da niente di meno che da Pat Cash, compensa con completezza di gioco e varietà di soluzioni. Lo abbiamo anche intervistato in esclusiva e il ragazzo sembra avere la testa sulle spalle e ben chiari gli obiettivi da raggiungere. Ha tutto per bruciare le tappe molto in fretta nel 2021. 

Brandon Nakashima – US Open 2020 (courtesy of USTA)

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Racconti

Kaiser Thiem imperatore a Londra… o no?

Le ATP Finals 2020 sono state vinte da Daniil Medvedev. Ma diverse partite si sono decise su pochi punti. E se fossero andati in un altro modo?

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Dominic Thiem - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Che cos’è l’ucronia? Wikipedia la definisce così: “Genere di narrativa fantastica basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale”. In campo letterario abbiamo celebri esempi di narrativa ucronica, ne citiamo solo due: “La svastica sul sole” di Philip K. Dick e “Complotto contro l’America di Philip Roth.

Il giornalismo ha per obiettivo quello di raccontare il più fedelmente possibile i fatti come si sono svolti ed è quindi impermeabile a scenari ucronici. Spesso però leggendo le cronache di incontri di tennis particolarmente combattuti e conclusisi sul filo di lana, abbiamo la sensazione che – se non proprio l’ucronia – quanto meno la fantascienza fosse sempre lì lì per fare capolino tra le righe dell’articolo. Quante volte gli autori degli articoli dedicati a queste partite fanno esplicito riferimento a ciò che avrebbe potuto capitare (e non è capitato) se in un dato momento dell’incontro il punto vinto da Tizio fosse stato vinto da Caio. I commenti dei nostri lettori sono spesso a loro volta dei brevi racconti ucronici in cui – forse spinti dalla preferenza per l’uno o l’altro dei protagonisti in campo – viene descritta una realtà potenziale alternativa a quella che si è effettivamente verificata.

Un po’ per celia e un po’ per non morir… di noia in queste lunghe giornate di isolamento sociale, abbiamo scelto un punto che – se avesse avuto esito diverso – avrebbe potuto determinare un ribaltamento del risultato finale delle semifinali e della finale appena disputate a Londra. Lo abbiamo battezzato (ci perdoneranno gli anglofobi) “sliding point”.

Andiamo in ordine cronologico: Thiem batte Djokovic 7-5 6-7 7-6.

 

SCENARIO

Siamo nel secondo set e Thiem è alla battuta sul punteggio di 5-6 15-40; si trova quindi a fronteggiare due set point consecutivi, il primo dei quali costituisce il nostro…

… SLIDING POINT

Thiem serve una prima a 196 km orari che Djokovic ribatte ottenendo una risposta sufficientemente profonda; Thiem con il diritto cerca nuovamente il rovescio di Djokovic. È un buon diritto ma non sembra tale da indurre in errore l’uomo con il miglior rovescio bimane del circuito e forse di tutti i tempi, eppure …. Eppure in quel preciso istante gli spiriti di Jack Sock e Steve Johnson (rispettivamente il rovescio peggiore del west e dell’est) s’impossessano del corpo di Djokovic e gli fanno tirare abbondantemente in corridoio uno sgangherato rovescio incrociato. Il non verbale del serbo ripreso in primo piano è inequivocabile: “Ragazzi, ma come si fa… questa la teneva in campo anche Marian… oggi non è cosa”.

CONCLUSIONE

Djokovic in quell’istante ebbe una premonizione corretta e la storia lo confermerà da lì a poco. Ma se il punto che abbiamo descritto lo avesse vinto lui? Sicuramente avrebbe tolto molto al fascino dell’incontro, perché quello che è successo nel gioco decisivo del secondo parziale rimarrà a lungo nella memoria degli appassionati, ma crediamo che Nole avrebbe volentieri rinunciato all’epica pur di evitare la fatica fisica e mentale rappresentata dai 20 minuti del primo tie break per arrivare poi più lucido e fresco a quello successivo.

Novak Djokovic – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Seconda semifinale: Medvedev batte Nadal 3-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Siamo nel tie-break del secondo set; Medvedev è alla battuta sul punteggio di 4 a 3 in suo favore e al nostro…

… SLIDING POINT

Il russo mette in rete la prima palla; sulla seconda Nadal prende in mano lo scambio mettendosi in condizione di tirare un diritto a colpo sicuro a due passi dalla rete; la violenta traiettoria della pallina scagliata dallo spagnolo incontra il telaio della racchetta di Medvedev che mette così a segno un beffardo pallonetto vincente. La Gialappa’s Band lo avrebbe probabilmente definito “il puntolo della settimana”. Nadal – i cui lineamenti sempre più ci ricordano quelli dell’attore Wes Study nel film “Geronimo” – con ammirevole compostezza si limita a tornare al suo posto alzando gli occhi al cielo, forse per chiedere aiuto a Manitù. Che non glielo darà.

CONCLUSIONE

Scopriamo l’acqua calda affermando che in un tie-break un conto è essere sotto 3 a 5 e ben altro essere in parità 4 a 4. Però lo facciamo confidando nella vostra comprensione aggiungendo che il fattore psicologico quando un tennista si sente incolpevole vittima dalla sorte può risultare decisivo, anche se il tennista in questione è una roccia come Nadal. Il primo a esserne consapevole ci sembra sia proprio lui quando nella conferenza stampa post-partita afferma: “Ho perso una grande occasione”.

Rafael Nadal si mette la fascia – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Dulcis in fundo la finale: Medvedev batte Thiem 4-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Thiem ha vinto il primo parziale chiudendolo con un nastro a suo favore che ha lasciato in molti osservatori – e forse anche in lui – la sensazione che gli dei del tennis in questa partita siano schierati al suo fianco. Il secondo set segue l’alternanza dei servizi e i due contendenti si trovano sul punteggio di 3 a 3, 30-40 con Medvedev alla battuta che deve annullare un break point che ha il profumo di un match point e che costituisce il nostro ultimo…

… SLIDING POINT

La prima di Medvedev è fuori; la seconda è una battuta fiacca e centrale che viaggia a 133 km orari, dietro alla quale il nostro novello Enrico Toti si lancia a rete offrendo lo scarno petto alla risposta di diritto di Thiem; l’austriaco non si fa pregare e tira un colpo violentissimo che costringe Medvedev a effettuare una volée di diritto in tuffo puramente difensiva che ha però il decisivo pregio di ributtare la pallina poco oltre la rete con un insidioso quanto casuale effetto a rientrare. Thiem ha però iniziato a correre verso la palla non appena questa è uscita dalla racchetta di Medvedev e la raggiunge con il tempo sufficiente per piazzare un colpo apparentemente non complicato anche per chi – come lui –non è dotato di grande tocco; il destino di Medvdedev sembra segnato ma Thiem appoggia in corridoio il diritto e poi rimane pietrificato nei pressi della rete con lo sguardo rivolto al suo coach non meno pietrificato di lui. Un errore che ci ha fatto tornare alla mente per associazione di idee quello celeberrimo commesso da Nadal nel quinto set della finale dell’Australian Open 2012 contro Djokovic.

CONCLUSIONE

Se Thiem avesse conquistato quel punto si sarebbe trovato potenzialmente a due turni di servizio dalla vittoria. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo in seguito, ma il dubbio che questa partita l’abbia più persa lui che non vinta Medvedev ci accompagnerà a lungo.

Affidiamo la conclusione dell’articolo alle parole scritte da Vittorio Sereni. Il grande poeta lombardo amava lo sport a cui dedicò saggi e articoli che sono stati recentemente raccolti in un’antologia intitolata “Il verde è sommesso in nerazzurri”. In un articolo dedicato al calcio scrisse: “Non credo esista un altro spettacolo sportivo capace, come questo, di offrire un riscontro alla verità dell’esistenza, di specchiarla o piuttosto rappresentarla nei suoi andirivieni, nei suoi imprevisti, nei suoi rovesci e contraccolpi; e persino nelle sue stasi e ripetizioni; al limite, nella sua monotonia…”.Mutatis mutandis crediamo che questa riflessione possa applicarsi altrettanto bene al tennis. E voi?

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