Marco di trionfo. Favola Cecchinato, lacrime di gioia [VIDEO]

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Marco di trionfo. Favola Cecchinato, lacrime di gioia [VIDEO]

L’impresa di Marco Cecchinato al Roland Garros: gli articoli usciti oggi su Giorno – Carlino – Nazione Sport a cura di Ubaldo Scanagatta e Antonio Garofalo

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[PODCAST] Alla Conquista della Terra Ep 24 – Marco delle meraviglie
Le parole di Cecchinato: “È scattato un clic nella testa, sono un nuovo Ceck”
Miracolo Cecchinato al Roland Garros: l’Italia torna in semifinale dopo 40 anni
Bertolucci su Cecchinato: “Maturità da campione. Una meraviglia”

MARCO DI TRIONFO

Lui ci ha creduto più di chiunque. Gioia dopo 160 Slam 

 

Quaranta anni senza un italiano in semifinale d’uno Slam, sono 160 Slam. E 160 Slam fa, quando Corrado Barazzutti perse qui a Parigi (giugno 1978) 6-0 6-1 6-0 da Bjorn Borg e nello stringere la mano all’Orso svedese gli disse «grazie per avermi fatto fare quel game», non avrei mai immaginato – soprattutto dopo che Adriano Panatta aveva vinto qui il torneo due anni prima – che ne avrei seguiti di persona 150 con sempre grande, immensa frustrazione. Non abbiamo più avuto un top-ten da allora e sono i top-ten di solito che centrano le semifinali di uno Slam, non certo il n.72 come è Cecchinato (che era n.109 a gennaio). Ci sono stati momenti in cui ci si poteva illudere: Omar Camporese che perse in Australia nel ’91 14-12 al quinto da Becker che avrebbe poi vinto il torneo diventando n.1, aveva i mezzi tecnici per imporsi e centrare il traguardo delle semifinali. Idem Fabio Fognini che l’altro giorno con Cilic, n.4, non è andato così lontano dal vincere.

Cecchinato, come dice Bertolucci, è venuto fuori dal nulla. Però le qualità del suo tennis sono indiscutibili. Non si batte Carreno Busta n.11, Goffin n.9 e un campione come Djokovic, vincitore di 12 Slam, in incontri sulla distanza dei tre set su cinque, e in uno Slam, senza grandi qualità tecniche, fisiche, caratteriali. Qualcosa deve essere scattato nella testa di questo ragazzo, fino a ieri comprimario, capace di perdere ad aprile al primo turno a Barletta dal n.189 del mondo, tal Nikola Milojevic. Il ragazzo che lasciò la Sicilia a 16 anni per allenarsi nel Sud Tirolo aveva visto più lontano di tutti quanti noi. E ci credeva più di chiunque. Non si può non crederci anche noi, dopo averlo visto giocare in questo modo fantastico. Non una, non due, ma tre volte. La quarta con Thiem venerdì? Mai dire mai. Thiem non è Nadal.

Ubaldo Scanagatta

Marco Cecchinato – Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

FAVOLA CECCHINATO, LACRIME DI GIOIA

Marco da impazzire a Parigi: piega Djokovic e conquista una semifinale che mancava da 40 anni agli azzurri. Ora c’è Thiem

Non se l’aspettava nessuno, di certo non Djokovic che se l’era scelto più volte come sparring partner. Ma è tutto vero, Marco Cecchinato è in semifinale al Roland Garros e riporta un italiano tra i primi quattro di un major 40 anni dopo Barazzutti. Lo fa al termine di una partita incredibile, emozionante, palpitante che ha fatto abbracciare i colleghi in tribuna alla fine come fosse un trionfo mundial. Si sprecano addirittura paragoni con il celebre McEnroe-Borg del 1980 e di quello storico tiebreak vinto 18-16 dall’americano, quando, fra una standing ovation e l’altra, Cecchinato non è riuscito a chiudere 3 matchpoint nel tiebreak che ha deciso il quarto set e Djokovic, dal canto suo, tre setpoint per andare a un quinto set che probabilmente lo avrebbe visto prevalere. Sul quarto matchpoint per il siciliano, Djokovic ha rischiato il tutto per tutto, ha fatto un inconsueto serve&volley e Cecchinato lo ha infilato con un rovescio passante all’incrocio delle righe. E poi si è sdraiato a terra incredulo e piangente. Djokovic lì è stato un grande: ha abbracciato lungamente il suo ex sparring. Commovente. Marco Cecchinato, orgoglioso ragazzo siciliano di 25 anni, semisconosciuto ai più del grande tennis, mai segnalato da nessuno dei nostri tecnici come una grande promessa — o prospect come si usa dire oggi, eppure ha tutti i colpi e una smorzata micidiale — ha battuto in 4 set, 6-3 7-6 (7-4), 1-6, 7-6 (13-11) un Novak Djokovic “bestia nera” dei tennisti italiani: li aveva battuti tutti, per 34 volte, e quando perse la prima non aveva 18 anni.

Il primo set di Djokovic lo ha giocato la sua controfigura. Ma dopo il serbo è tornato vicino al suo miglior livello ed è sorprendente che, Marco, subito il ritorno di Djokovic nel terzo set e a rischio di un pesantissimo 5-1 nel quarto, quando ha salvato 3 pallebreak, sia riuscito a reagire e giocare poi con grandissimo coraggio, prendendo grandi rischi, sia con il rovescio che Jim Courier ha paragonato a quello di Wawrinka, che con servizio e dritto. «Marco ha giocato alla grande, merito a lui. Io ho faticato fin dall’inizio, anche per un piccolo infortunio. Poi, rientrato in partita, è andata un po’ meglio, ma non sono riuscito a capitalizzare le mie occasioni», ha detto Djokovic nero come la pece. Cecchinato è l’ottavo italiano in semifinale in uno Slam dopo De Morpurgo, De Stefani, Merlo, Sirola e Pietrangeli prima del ’68, Panatta e Barazzutti nell’Era Open. «Se accetterei di battere Thiem e perdere da Nadal in finale… beh, firmerei con il sangue!». ha giurato. Intanto Marco intasca 569.000 euro. Con questo risultato sale a n. 27. Sarà testa di serie a Wimbledon e ha riscritto la storia del tennis italiano. A Parigi, dove c’è qualche nuvola. Ma il cielo è sempre più azzurro.

Antonio Garofalo

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Lleyton Hewitt si scaglia contro il trasloco della Coppa Davis ad Abu Dhabi: “Sarebbe la fine”

Il capitano australiano non usa mezzi termini: “Hanno già gettato fuori dalla porta tutto ciò che rendeva affascinante la Davis, adesso vogliono distruggere la porta e anche la casa”

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Lleyton Hewitt, capitano dell'Australia, alla Davis Cup by Rakuten 2021 (Credit: Giampiero Sposito, Torino, 23 Novembre 2021)

Da quando si è accomodato sulla panchina della nazionale aussie, Lleyton Hewitt ha addomesticato gli impulsi più focosi che ne avevano caratterizzato le gesta nel rettangolo di gioco, ma l’istinto è l’istinto, e il personaggio rimane poco incline a chinare la testa di fronte ai soprusi. L’ex ragazzaccio di Adelaide si presenta un po’ abbacchiato in conferenza stampa dopo la secca sconfitta patita contro la Croazia nell’esordio Davis a Torino, ma la delusione sportiva, cocente ma pur sempre figlia di questioni di campo e comunque calmierata da una matematica che ancora non condanna nessuno, diventa lucida rabbia quando i cronisti lo incalzano sull’hot topic del momento, vale a dire l’ulteriore mutamento a cui starebbe andando incontro la cara, vecchia manifestazione.

Come noto, il board dell’ITF la prossima settimana dovrebbe prendere in esame la possibilità di un trasloco della grande kermesse per nazionali, con gli Emirati Arabi come destinazione finale per i prossimi cinque anni. Gerard Piqué, l’ideologo della rivoluzione, sembra notevolmente spaventato dal bagno di sangue economico registrato nell’edizione d’esordio nel 2019, e dopo l’apprezzato stop imposto dalla pandemia gradirebbe evitare di incamerare altri debiti che si presumono ingenti. Il processo assomiglia in modo sinistro a quello conclusosi con l’assegnazione del mondiale di calcio 2022 al Qatar: poche garanzie rispetto alla reale affluenza di pubblico ma una montagna di soldi utili a rincuorare chi dello sport non sembra avere una concezione particolarmente popolare. Hewitt, già più volte critico nel corso degli ultimi quattro anni con la radicale riforma della Coppa, rompe gli argini e dice la sua, scegliendo parole discretamente lontane dal concetto di mediazione. “Nessuno mi ha interpellato in merito – esordisce -, ho solo sentito qualche voce a riguardo, ma se ciò dovesse accadere sarebbe ridicolo, la Coppa Davis non esisterebbe più“.

Assecondando il Lleyton-pensiero, gran parte del fascino che il mondiale per nazioni aveva costruito in oltre cento anni di storia si è già spento, insieme all’atmosfera incendiaria di un evento che si cibava del feroce entusiasmo del pubblico di casa e della necessità di sopravvivere al clima da corrida nelle trasferte più disparate. “Guardate per esempio al bellissimo, ampio, meraviglioso palazzetto in cui abbiamo giocato oggi“, continua il capitano australiano, “non era esattamente pieno, non abbiamo ricevuto un grande supporto. Penso che in passato gran parte della magia fosse garantita dalla gente, non importava ci trovassimo in Australia o alle Hawaii. Essere letteralmente trascinati dal nostro pubblico quando giocavamo in casa era magico, ma era magico anche giocare in trasferta, con tutti contro, perché dovevi trovare il modo di venire fuori da situazioni complicate cementando il gruppo. A volte io e Tony Roche raccontiamo ai ragazzi delle vecchie avventure in nazionale, e sono triste per loro, deluso perché non le possono vivere. Penso ad Alex De Minaur, amerebbe ritrovarsi in quelle situazioni. La Davis rappresentava il momento più alto del nostro sport, con partite in cinque set come solo negli Slam. Hanno gettato tutto questo fuori dalla porta, e adesso vogliono distruggere la porta e la casa. Dovessero davvero trasferire tutto ad Abu Dhabi per cinque anni sarebbe la fine, una cosa ridicola, ucciderebbero definitivamente la competizione“.

 

Naturalmente, vista la piega presa dalla situazione, sono esistite ed esistono campane discordanti e opposte, suonate da chi ritiene che un cambiamento, Abu Dhabi o meno, sarebbe stato in ogni caso ineludibile. Novak Djokovic, recentemente espressosi sull’argomento, ha sottolineato come la vecchia versione della Coppa non fosse più sostenibile, auspicando però rilevanti modifiche di quella corrente. La principale, secondo il numero uno ATP, dovrebbe riguardare la collocazione delle partite: un’ipotesi consisterebbe nel raddoppiare il numero delle sedi ospitanti, al fine di promuovere lo sport della racchetta. I grandi fautori della riforma, inoltre, solevano foraggiare le loro tesi battendo su un tasto a loro dire dolente: la vecchia Coppa, sparpagliata durante l’anno ai quattro angoli del globo, non attirava più i grandi giocatori. Nemmeno in questo caso, tuttavia, Lleyton Hewitt ha mai notato un reale problema.

Le stelle giocavano eccome la Coppa Davis. Forse Roger Federer qualche volta si è negato, ma anche lui ha fatto di tutto per iscrivere il proprio nome dell’albo d’oro, e lo ha fatto quando era il più grande giocatore di tutti i tempi. Novak Djokovic è stato presente ogniqualvolta contasse per la Serbia, e sappiamo cosa abbia passato Andy Murray per consentire alla Gran Bretagna di vincere. Sascha Zverev ha sempre giocato, è venuto a sfidarci a Brisbane e ha significato qualcosa di immenso per lui. Adesso c’è anche l’ATP Cup: non vorrei sembrare di parte perché si gioca in Australia, ma tutti i migliori giocatori ne hanno preso parte e la cornice di pubblico è sempre stata clamorosa. Un grande servizio non solo per il nostro Paese, ma per il nostro sport“.

Come sempre, voci pure autorevoli come quella di Hewitt verranno ascoltate il giusto, questioni di tale portata purtroppo decidendosi ai piani alti, e stavolta non dovrebbe andare diversamente. “Nessuno mi ha interpellato quattro anni fa e non vedo perché dovrebbero farlo adesso. Le decisioni vengono prese da un calciatore e dalla compagnia che lo sostiene, ma non credo che queste persone conoscano a fondo il tennis e quello che sarebbe utile a renderlo migliore. Boicottare la Davis in caso davvero si trasferisse negli Emirati? Questo mai, ogni volta che ci sarà data la possibilità di indossare la nostra maglia saremo in prima linea, e daremo tutto“. Povero Lleyton, povera Davis. Sperando che nella stanza dei bottoni qualcuno accenda la luce. Ammesso non siano già stati venduti i bottoni e le lampadine.

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Editoriali del Direttore

Davis Cup, i tennisti vedono l’Italia favorita con gli USA. Io mica tanto, ma spero di sbagliarmi

Tante incertezze sulle formazioni. Il gran dubbio Fognini-Sonego. Chi giocherà fra Isner e Tiafoe? E sì che Isner sarebbe il N.1, ma Opelka non lo si discute

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Ho sempre pensato che la Croazia fosse più forte di quest’Australia, anche se non mi aspettavo che Gojo battesse Popyrin. E a confermare il mio pronostico è arrivata la prima tristanzuola giornata di Coppa Davis a Torino, pochissimi spettatori nonostante i ragazzi portati dalle scuole, spalti vuoti salvo uno sparuto gruppo croato.

D’altra parte non si poteva pretendere che qualcuno arrivasse dall’Australia, fra i Paesi più difficili al mondo da raggiungere (o in cui rientrare) ma non semplice neppure da lasciare.

La Croazia, che ha chiuso sul 2-0 i singolari ancora prima di schierare il doppio n.1 del mondo Pavic-Mektic (che infatti hanno dominato gli aussies Peers-De Minaur) giocherà lunedì – ormai sono in vena di pronostici – contro chi emergerà già stasera dal duello Italia-USA.

 

Partita durissima, quella dei nostri, perché giocare indoor contro i giganti americani, Opelka 2 metri e 11, Isner 2 metri e 8, e senza l’apporto di Matteo Berrettini non è davvero un sorteggio ideale.

Oggi i giocatori con cui ho avuto la possibilità di parlare, Gojo, Popyrin, Cilic, hanno detto tutti che l’Italia doveva essere considerata leggermente favorita. Chi riferendosi alla gran forma di Sinner, chi al fattore campo, chi all’annata particolarmente felice del tennis italiano.

Io confesso di non essere stato in grado di capire se Filippo Volandri ha intenzione di schierare come secondo singolarista Fabio Fognini oppure Lorenzo Sonego. Non ho potuto verificare chi sia più in forma dei due, il “trispapà” Fabio o il torinese e torinista Lorenzo, perché a differenza di Jannik che si è allenato al PalaAlpiTour con un Volandri ancora in buone condizioni atletiche e tennistiche, loro due sono andati a giocare al Cral Reale Mutua.

Volandri in questi giorni sembra essere stato in maggiore sintonia con Fognini, che stamattina si è allenato sfoggiando una maglia azzurra con su scritto Italia. Forse Volandri ha più fiducia nell’esperienza di Fognini. Ma è anche vero che conosce tutto sommato meglio Fognini che Sonego, il quale avrebbe l’handicap di esordire con la maglia della nazionale (salvo che alle Olimpiadi…).

Il campo con i rimbalzi alti, e non particolarmente veloce – anzi…e poi ci sono le palle Wilson anziché le Dunlop delle ATP Finals – parrebbe dare a Fognini qualche margine di vantaggio. Tuttavia a me la scelta Fognini pare molto rischiosa: non so quanto abbia potuto allenarsi e non è che i suoi ultimi risultati siano stati entusiasmanti.

Bisogna vedere anche chi sceglierà capitan Mardy Fish: se decidesse di schierare i due giganti, Isner N.24 scenderebbe in campo da N.1 contro Sinner ma per secondo, mentre il primo match lo disputerebbero i numeri due, Opelka N.26 e Fognini N.37.

Però, se invece Fish volesse tenere fresco Isner, 36 anni e mezzo, per schierarlo in doppio al fianco di Sock o di Ram, allora Opelka diventerebbe il N.1 contro Sinner e Tiafoe giocherebbe contro Fognini.

Onestamente il doppio italiano non mi sembra forte come qualunque dei tre doppi che possono schierare gli Stati Uniti. La vittoria all’Open d’Australia di Fognini e Bolelli è ormai parecchio datata: 2015, sono passati quasi sette anni.

Ergo dobbiamo cercare di vincere i due singolari. E mentre Sinner deve essere considerato favorito, con le riserve del caso, nel singolare dei numeri uno, nell’altro match a me non pare che saremmo favoriti.

Quindi, augurandomi ovviamente di sbagliare, a differenza di quello che hanno detto tutti i tennisti ascoltati oggi, un leggerissimo margine per me ce lo ha il team USA.

Quanti break potranno mai subire Opelka e Isner se dovessero giocare i singolari? Di sicuro qualche set finirà al tiebreak. E magari perderanno un set 6-4 o 7-5. Se Fognini perdesse un servizio, come ne recupererebbe uno o due?

Sulle prime mi ero rallegrato che il campo di questa Coppa Davis non fosse così veloce come quello delle ATP Finals.  Però poi ho sentito Mardy Fish dire che ai suoi giocatori il campo più lento piaceva: “Gli aces e i servizi vincenti li fanno ovunque, anche se un campo è lento. Ma se è troppo veloce non riescono a recuperare sugli angoli. Forse per Isner il campo in terra  battuta è quello ideale…”.

E in effetti mi sono ricordato di Isner che battè Federer sulla terra rossa in Svizzera in Coppa Davis o che fece una gran battaglia con Rafa Nadal al Roland Garros nel 2011. Rafa vinse 6-4 6-7 6-7 6-2 6-4. Quest’anno al Roland Garros Isner ha lottato per 4 set con il finalista del torneo Tsitsipas.

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ATP

Tsitsipas si è operato al gomito: “In campo tra due settimane”

Il greco si è sottoposto all’intervento in una clinica svizzera a causa dell’infortunio che lo ha costretto al forfait alle ATP Finals

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Stefanos Tsitsipas (GRE) - Vienna 2021 (© e-motion/Bildagentur Zolles KG/Christian Hofer).

Stefanos Tsitsipas si è sottoposto ad un intervento chirurgico per risolvere il problema al gomito che lo ha afflitto nelle ultime settimane, costringendolo anche a dare forfait dopo il primo incontro alle Nitto ATP Finals. L’operazione si è svolta in una clinica in Svizzera e il tennista greco ha informato i propri fan solo a cose fatte, con un post su FB che lo ritrae a letto sorridente e col gomito fasciato. I tempi di recupero si prospettano comunque piuttosto brevi, come ha annunciato lo stesso Tsitsipas nella didascalia al suddetto post. Il greco dovrebbe ricominciare ad allenarsi a Dubai già tra un paio di settimane per poi fare rotta verso l’Australia.

Queste le parole di Stefanos in calce alla foto:

Le cose spesso diventano più difficili prima di diventare più facili, ma con ogni lotta abbiamo l’opportunità di creare la nostra storia unica. Alcuni giorni la vita è tutta incentrata sui tuoi sogni, speranze e visioni per il futuro. Ci sono anche giorni in cui la vita consiste solo nel mettere un piede davanti all’altro e anche questo va bene. A tutti i fan, grazie per il vostro continuo supporto e incoraggiamento. Sono concentrato su un futuro più sano e più felice. Prossima tappa: preseason a Dubai tra due settimane e poi non vedo l’ora di andare in Australia.”

 

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