Judy Murray: “Abusi sulle giovani nel tennis? Ci sono e verranno fuori”

WIMBLEDON - Mamma Murray, miglior coach Brit, accusa il rapporto malsano tra allieve e allenatori: "So di situazioni inaccettabili, spesso taciute"

Judy Murray: “Abusi sulle giovani nel tennis? Ci sono e verranno fuori”
Judy Murray con il figlio Andy (foto di Alistair Devine)

dal nostro inviato a Londra

Judy Murray spara a zero. Ne ha viste e sentite di tutti i colori, lei che è stata capitano di Fed Cup per 5 anni (2011 – 2016). Il suo è stato un lavoro al tempo stesso ricco di soddisfazioni, per lo sviluppo del tennis femminile britannico a cui ha contribuito, ma anche sconvolgente. Oltre ai buoni risultati sportivi, Judy ha scoperto un sottobosco di comportamenti inaccettabili, pericolosamente tendenti all’abuso e all’omertà. La madre e allenatrice di due numeri uno del mondo (Andy e Jamie, in singolo e in doppio) non si è mai tirata indietro quando c’è stato da dire le sue verità, anche attaccando un sistema a suo dire profondamente maschilista. Difficile non essere d’accordo con lei, francamente, in diverse situazioni.

 

Una delle cose che la signora Murray ha notato è stata che tra i maschi esiste da sempre un grande cameratismo, mentre le ragazze tendono a non comunicare tra loro, nemmeno fra compagne di squadra. Pare che alle veterane del team, Anne Keothavong ed Elena Baltacha (che purtroppo è mancata a soli 30 anni nel 2014, per una terribile malattia incurabile), fosse stato insegnato fin dall’adolescenza che “per poter competere sarebbe stato molto meglio non essere amiche fra loro”. Judy spiegò che quelle convinzioni erano vere e proprie cretinate. Fin dalla prima trasferta in Israele le coinvolse in ogni attività ludica extra-tennis possibile e riuscì a farle diventare buone amiche.

Tranne che per le top-player, che si possono permettere di viaggiare con un team di persone di supporto, il mondo del tennis per tutte le altre è molto, molto solitario. A maggior ragione per le giovani tenniste, che un team ancora non possono permetterselo. Inoltre le coach donne nel circuito sono ancora molto poche. “Se sei una tennista all’inizio della carriera, e giri il mondo, è raro che tu abbia qualcuno con cui parlare“, racconta Judy. “In particolare le più giovani sono terribilmente vulnerabili, il loro corpo cambia rapidamente e non hanno nessuno con cui confidarsi. Ho notato che le ragazzine non escono mai insieme, non stanno mai in compagnia. Passano tutto il tempo con i loro coach o i loro sparring partner, che di solito sono maschi, parecchio più anziani di loro. Se hanno un problema fisico o psicologico, emotivo, con chi ne dovrebbero parlare queste ragazze? Difficile farlo con un uomo che fondamentalmente è un tuo dipendente, che viene pagato per girare con te“.

Non lo so se anche nel tennis arriverà un movimento come #metoo. Il problema esiste, ma le ragazze hanno bisogno di arrivare a un livello sufficiente di confidenza in se stesse per riuscire a parlarne apertamente. A chi dovrebbero rivolgersi? Ci vorrebbe un organo sportivo indipendente, una struttura dove le giovani giocatrici sappiano di poter andare e trovare qualcuno che le ascolti. Nel caso in cui si trattasse addirittura di abusi psicologici, fisici o sessuali, dovranno stare tranquille: questo qualcuno agirà per proteggerle. Va superata la paura di subire ostracismi, di ritrovarsi il ‘sistema’ contro“.

Non le manda certo a dire, come suo costume, la combattiva Judy. “Ho saputo, in via non ufficiale, di molte situazioni preoccupanti, situazioni al limite. Chiunque nel circuito potrebbe raccontare diversi esempi, dinamiche che non sembrano proprio corrette, che lasciano brutte sensazioni. Per una giocatrice giovane e inesperta è facilissimo cadere vittima di abusi che possono essere sessuali, fisici, ma anche emotivi o finanziari. Non è ancora venuto fuori ufficialmente nulla ma succederà, ne sono convinta. Io sarei in prima linea a sostenere e tutelare chiunque sia stata una vittima nel contesto di una relazione coach-giocatrice. Basterebbe che una trovasse il coraggio di parlare e inizierebbe tutto“.

Qualche denuncia in passato per la verità c’è stata, ricordiamo i casi dell’australiano naturalizzato sudafricano Bob Hewitt, condannato a 6 anni per stupro ai danni di giocatrici che allenava, e del francese Regis Camaret, ex-coach di Natalie Tauziat (finalista a Wimbledon 1998, sconfitta da Jana Novotna), condannato a 8 anni. Ma pare che le cose ancora non siano cambiate davvero.

Sono la prima ammiratrice di Billie Jean King, ma le battaglie sociali non le può portare avanti solo lei: bisogna che le giocatrici alzino la voce, che parlino, devono capire che verranno ascoltate“.

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