Mackenzie McDonald: Wimbledon, I’m loving it

Il giovane americano centra la seconda settimana dei Championships al primo tentativo. Esordiente nell'ATP a 18 anni, il college lo ha fatto diventare grande. In tutti i sensi

Mackenzie McDonald: Wimbledon, I’m loving it
Mackenzie McDonald - Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

da Londra, il nostro inviato

I più attenti appassionati di tennis forse se lo ricorderanno, almeno coloro che in quel periodo non erano impegnati su qualche spiaggia: Mackenzie McDonald, il ragazzo americano che all’esordio a Wimbledon ha centrato gli ottavi di finale, si era presentato al pubblico internazionale nel 2013, quando da diciottenne appena uscito dalle scuole superiori superò le qualificazioni al Masters 1000 di Cincinnati battendo due allora top-100 come Nicolas Mahut e Steve Johnson. Un paio di settimane prima era stato sconfitto agli ottavi del Campionato Nazionale USTA Under 18 di Kalamazoo, in Michigan, principale appuntamento giovanile del calendario statunitense e suo primo obiettivo stagionale, e l’allora responsabile USTA per il “player development” Jay Berger gli aveva concesso una wild-card per le qualificazioni del Masters 1000 dell’Ohio. “Avevo considerato se andare a giocare un torneo di college in Indiana invece di accettare quella wild-card, invece ho deciso di giocare a Cincinnati”. La mancanza di pressione e di aspettative su se stesso lo fece giocare forse al di sopra del suo livello e sconfiggere Johnson e Mahut prima di perdere molto duramente da David Goffin al primo turno.

 

Nonostante quel fragoroso esordio tra i professionisti, Mackie (così viene soprannominato nel circuito) decise di rinunciare al prize money di Cincinnati e accettare la borsa di studio che gli era stata offerta dalla UCLA (University of California and Los Angeles), la prestigiosa università statale della California, dove siamo certi che l’aver già battuto, ancora prima del suo arrivo, l’ex campione NCAA Steve Johnson proveniente dagli odiati rivali di USC (University of South California) gli avrà certamente procurato diverse simpatie. Nel 2013 il suo tennis lasciava intravedere un ottimo potenziale, ma la pesantezza del servizio e soprattutto la prestanza fisica semplicemente non c’era, tanto che uno dei collaboratori di Ubitennis lo aveva soprannominato “biafra”, proprio per la sua costituzione marcatamente longilinea. Lui stesso infatti dichiarava di pesare 142 libbre (circa 64 chili) “in una buona giornata”.

Durante gli anni del college Mackie ha lavorato molto duramente con il suo coach Billy Martin, limitando l’attività professionistica (a caccia di punti ma non di denaro, come impongono le regole NCAA) ai periodi di pausa del campionato scolastico, ma senza riuscire a riavvicinare i livelli del suo esordio. Dopo aver trascorso due anni a UCLA studiando scienze politiche ed aver conquistato nel 2016 il prestigioso “daily double”, ovvero il titolo NCAA in singolo ed in doppio nella stessa giornata, è passato professionista e da allora si dedica a tempo pieno al circuito ATP.

I primi risultati di rilievo sono iniziati ad arrivare nell’autunno del 2017, quando con la semifinale nel Challenger californiano di Tiburon (sconfitto da Tennys Sandgren) e la sua prima affermazione, due settimane dopo, nel Challenger di Fairfield è entrato stabilmente nei primi 200 della classifica ATP chiudendo la stagione al n. 178. “Quella settimana a Fairfield è stata molto particolare per me, soprattutto in quanto californiano. C’erano parecchi incendi nella zona, abbiamo dovuto sospendere gli incontri diverse volte a causa del fumo e della cenere, ed oltretutto non avevo l’allenatore con me quella settimana. Fortunatamente non ero lontano da casa per cui ho avuto parecchie persone che sono venute a fare il tifo per me”.

Nel 2018 si è fatto conoscere al grande pubblico disputando un eccellente Australian Open nel quale ha passato le qualificazioni, ha sconfitto il suo avversario di primo turno Elias Ymer ed ha poi impegnato Grigor Dimitrov in una maratona conclusasi solo 8-6 al quinto set in un match serale disputatosi sulla Rod Laver Arena. “È stata una sconfitta dura da digerire – ha detto Mackenzie – ma per me si è trattato della prima partita su un palcoscenico così importante, è stata comunque un’ottima esperienza”. Quel risultato lo ha proiettato all’interno dei primi Top 150 ATP e gli ha dato la fiducia per spingersi sino alla finale del Challenger di Dallas un paio di settimane dopo, nel quale è stato sconfitto solamente da Kei Nishikori impegnato nel suo tour di rientro.

Mackenzie McDonald – Australian Open 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il 23enne originario di Piedmont, vicino a San Francisco, ora fa segnare 160 libbre nel suo profilo ATP, ovvero circa 8 chili in più di quanto pesava al suo esordio cinque anni fa. Come la maggior parte dei giovani statunitensi all’inizio del loro percorso professionistico, lavora con un coach assegnato a lui dalla USTA, Mat Cloer: “Mat è un gran coach, non ha paura di dirmi cosa non va nei miei colpi. Abbiamo cambiato il movimento del mio servizio, e soprattutto abbiamo lavorato molto dal punto di vista fisico per migliorare la mia tenuta atletica e far aumentare la mia massa muscolare”.

Qui a Wimbledon ha approfittato della caduta della testa di serie n.3 Marin Cilic per raggiungere il quarto turno dello Slam più prestigioso, il tutto alla sua prima partecipazione. “Non riesco a crederci – ha dichiarato dopo aver sconfitto Guido Pella, giustiziere di Cilic, al terzo turno – se qualcuno mi avesse detto all’inizio del torneo che sarei arrivato alla seconda settimana non gli avrei mai creduto”. McDonald, che si è assicurato un premio di almeno 163.000 sterline (circa 216.000 dollari, quasi il 50% di tutti i suoi guadagni in carriera finora), si è guadagnato il passaggio agli ottavi oltre che con la vittoria in tre set su Pella anche con l’affermazione nella battaglia di secondo turno contro Nicolas Jarry, finita 11-9 al quinto set. Durante questi Championships può contare non soltanto sull’appoggio del suo coach Cloer, ma anche del sostegno dell’allenatore che lo ha seguito dall’età di 11 anni fino all’ingresso al college: Wayne Ferreira, giocatore sudafricano ex n.6 del mondo e due volte semifinalista agli Australian Open. Presente a Wimbledon in qualità di commentatore, ha aiutato il suo assistito a calmarsi prima del match di terzo turno con Pella.

Mackenzie McDonald – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Dopo il passaggio al professionismo, McDonald si è trasferito dalla sua California al Campus della USTA ad Orlando, abbandonando la vicinanza dei suoi affetti per diventare un giocatore migliore. “È stata una scelta dura, là è tutto molto diverso dalla California. Ma le strutture sono eccellenti, e c’è la possibilità di allenarsi con giocatori molto forti e con i migliori allenatori del Paese. Bisogna fare i sacrifici necessari per migliorarsi”. Con i punti conquistati a Wimbledon McDonald entrerà per la prima volta in carriera tra i primi 100 del mondo, assicurandosi il diritto di entrare in tabellone in tutti i tornei dello Slam, salendo con ogni probabilità fino alla posizione n.80. Come buona parte dei suoi coetanei, i tennisti che ammira di più sono Roger Federer e Rafael Nadal.Però sarebbe stupido modellare il mio gioco sul loro – precisa Mackie – devo cercare di imparare da tennisti che hanno caratteristiche tecniche e fisiche molto più simili alle mie, come Goffin e Nishikori, oppure, come mi ha suggerito John (McEnroe), David Ferrer”.

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