Danilovic, Potapova, Anisimova: la generazione 2001 - Pagina 3 di 3

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Danilovic, Potapova, Anisimova: la generazione 2001

Dopo il 1997 di Ostapenko, Kasatkina, Osaka & Co., il 2001 diventerà un’altra annata speciale in WTA?

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Amanda Anisimova
Domenica scorsa, mentre Danilovic e Potapova si affrontavano nella finale di Mosca, Anisimova era impegnata negli Stati Uniti nelle qualificazioni del torneo di San Josè, dove ha sconfitto al tie break del terzo set un’altra teenager, promessa del tennis russo: Anna Blinkova. Per Anisimova le US Open Series rappresentano un primo passo nel percorso di rientro dopo il brutto infortunio che l’ha fermata in marzo a Miami, proprio quando stava sorprendendo il mondo del tennis grazie a una serie di eccezionali prestazioni. Un infortunio accaduto nel match di primo turno contro Wang Qiang, sul 6-3, 1-6, 3-0:

Incredibilmente Amanda aveva deciso di continuare il match, ed era anche riuscita a vincere il terzo set per 6-2, prima di sottoporsi alle verifiche mediche e scoprire la frattura. Al rientro dopo tanti mesi di stop, in questo momento da lei non si può pretendere nulla, anche se sono rimaste nella memoria le prestazioni della primavera americana. Curiosamente, dopo aver guadagnato l’accesso al tabellone principale di San Josè, la sorte le ha offerto come avversaria di primo turno proprio Wang Qiang, contro cui si era infortunata a Miami.

 

Nata in New Jersey da genitori russi il 31 agosto del 2001, la carriera da junior di Anisimova è stata più simile a quella di Potapova che a quella di Danilovic: anche lei a mio avviso in parte si è giovata di una maturazione fisica precoce, che ha costituito un vantaggio di fronte a molte coetanee. Numero 2 del mondo junior nel 2017, ha scontri diretti favorevoli sia contro Potapova che contro Danilovic (battuta, come detto, proprio in finale a Flushing Meadows 2017). Penso la si possa accostare al prototipo di tennista che basa il proprio gioco su tre solidi fondamentali da fondo. Ma rispetto a Potapova secondo me una differenza significativa esiste, perché si può parlare di “cilindrate” differenti: Amanda possiede servizio, dritto e rovescio più pesanti, direttamente correlati a un fisico da 1,80 più potente e maturo rispetto anche alla attuale Danilovic.

A Indian Wells 2018 Anisimova aveva sconfitto Parmentier, Pavlyuchenkova e Kvitova; sempre per due set a zero. Aveva poi perso da Karolina Pliskova, ma per una sedicenne l’impresa rimaneva comunque eccezionale. Sedicenne perché, essendo nata alla fine di agosto, compirà i diciassette anni fra un mese.
Sul piano stilistico dei suoi colpi-base personalmente apprezzo di più il rovescio: un gesto che unisce potenza e precisione, e che per le avversarie non è semplice da gestire quando è in grado di caricarlo con tutto il peso del corpo. In California la vittoria più importante era stata contro Kvitova, anche se non era la Petra dei giorni migliori. Kvitova non ha mai giocato bene a Indian Wells e nel turno precedente si era salvata in extremis contro Putintseva che sul cemento non è proprio una avversaria irresistibile. Ma perfino al di là del risultato, Anisimova aveva messo in mostra qualità innegabili: una pesantezza di palla fuori dal comune, una solida risposta e anche, qualche volta, la capacità di ricorrere alla palla corta per variare un tennis estremamente concreto.

Le prospettive future della generazione 2001
È possibile  disegnare una prospettiva precisa del futuro di Danilovic, Potapova e Anisimova? Innanzitutto devo sottolineare che non ho visto giocare a sufficienza nessuna delle tre per avere certezze profonde. Anzi, posso al massimo provare a restituire impressioni estremamente superficiali; non bastano alcuni match da junior e un torneo a livello WTA (Mosca o Indian Wells che sia) per definire valori in modo sicuro. In linea generale la storia del tennis ci ha insegnato questa regola: le grandi campionesse sono quasi sempre precoci, ma non tutte le giocatrici precoci diventano grandi campionesse.

Ci sono poi due incognite su cui nessuno può sbilanciarsi. Innanzitutto il fattore fisico: ricordo che le prime giocatrici nate nel 1997 in grado di vincere un torneo WTA, Konjuh e Bencic, hanno avuto le stagioni successive compromesse da infortuni, con interventi chirurgici che hanno impedito loro di giocare con la necessaria continuità. Basta questo per frustrare qualsiasi progresso e ritrovarsi in situazioni estremamente difficili da superare.

La seconda incognita è mentale. Sembrerò ripetitivo, perché l’ho scritto diverse volte, ma in questo momento penso sia praticamente impossibile valutare gli aspetti psicologici di una teenager che si affaccia sul circuito, ed è per questa ragione che ho evitato di parlarne sopra.

Non credo cioè che in questo periodo di passaggio tra l’attività junior/ITF e l’attività WTA emergano i veri caratteri delle giocatrici. Questa è la fase delle grandi emozioni, degli slanci e della novità dell’esordio: dell’incoscienza, del coraggio ma anche delle paure improvvise. Tutti sentimenti estremi, quasi imprevedibili, legati alla scoperta del circuito professionistico. Anche i guadagni sono un fattore difficilmente ponderabile per chi affronta i tornei per la prima volta. E potrebbero incidere in senso positivo come negativo.

Ci vorrà tempo per capire la natura profonda di ogni giocatrice, una natura che emerge solo quando si comincia a vivere la routine del circuito, e si affronta il tennis WTA non più come una “esplorazione“, ma come una professione. Quanto incideranno i continui viaggi, affrontati settimana dopo settimana, mese dopo mese? Quanto rimarrà costante la voglia di allenarsi ogni giorno? O il desiderio di migliorarsi? O la capacità di essere concentrata in ogni singolo match, anche nei primi turni, magari affrontati in una grigia mattina cinese di fronte a un pubblico scarso? Oggi è impossibile saperlo, forse non possono saperlo nemmeno loro stesse.

E poi ci sono le emozioni nei grandi match: la capacità di rimanere fredde e lucide sui punti importanti, nei tornei che possono segnare una carriera. Abbiamo visto con Jelena Ostapenko al Roland Garros quanto possa oscillare il rendimento mentale: nel 2017 vincente e spavalda, nel 2018 sopraffatta dalla pressione, irriconoscibile al punto da perdere al primo turno da Kozlova.

Un secondo esempio, ripreso dall’International di Mosca: nelle statistiche di fine torneo Danilovic ha primeggiato per il numero di break point salvati (69,6%): un tipico aspetto strettamente correlato con la forza mentale. D’altra parte in finale sul primo match point Olga ha regalato il punto con un doppio fallo. Momenti di pressione differenti, con esiti differenti: come possiamo dire oggi quale sia la “vera” Danilovic? Ecco perché penso ci vorranno almeno alcune stagioni per comprendere l’autentico carattere di ognuna di loro.

In chiusura mi rimane giusto lo spazio per esprimere una preferenza sul tipo di tennis. Se oggi potessi avere un solo biglietto e dovessi scegliere chi andare a vedere fra Danilovic, Potapova e Anisimova, sceglierei Danilovic.
Intanto perché da sempre, in modo del tutto irrazionale, subisco il fascino dei mancini; poi perché mi sembra la giocatrice più varia e meno prevedibile. Poi perché in lei vedo ancora tratti di immaturità fisica che mi lasciano pensare che ci sia più spazio di crescita e per evoluzioni future. Tutto questo la rende ai miei occhi più difficile da inquadrare, e quindi più interessante.

Poi sceglierei Anisimova, per poter verificare senza la mediazione della TV la sua reale pesantezza di palla, confrontata, per esempio, con giocatrici come Serena e Venus Williams o come Vandeweghe, che dal vivo comunicano in modo inequivocabile la loro potenza, e quel senso di energia superiore. Infine, ma forse anche perché l’ho già vista dal vivo diverse volte, al momento mi incuriosisce meno Potapova; una tennista che mi sembra già quasi “ottimizzata”, per la quale i progressi credo possano passare sopratutto nell’affinamento di alcune caratteristiche meno strutturali.

Vedremo cosa ci dirà il campo in futuro, con l’augurio che tutte riescano a ritagliarsi uno spazio significativo anche fra le adulte. Lo dico senza però pretendere che basti qualche mese per capire il loro destino, perché anche il talento più cristallino ha comunque bisogno del giusto tempo per esprimersi in pieno.

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Il Roland Garros di Krejcikova e dei ritiri

Lo Slam sulla terra rossa ha proposto quattro semifinaliste esordienti e una vincitrice a sorpresa. Ma anche tanti problemi fisici delle giocatrici di vertice

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Il Roland Garros 2021 femminile si è concluso da alcuni giorni, la finale è stata disputata sabato scorso, eppure sono ancora intatte le mie perplessità sul torneo. Che Slam è stato? Come mettere in ordine di importanza gli eventi accaduti? Come ricorderemo la vittoria di Barbora Krejcikova? Come l’avvento di una giocatrice dalla maturazione tardiva, ma poi capace di mantenersi stabilmente ai piani del tennis? O invece come una impresa irripetibile, favorita da una serie di circostanze del tutto particolari?

Probabilmente solo i tempi della storia ci consentiranno di capire con certezza quali aspetti vadano considerati più rilevanti, e come inquadrarli. Ma credo che un discorso sulla qualità generale offerta dal torneo vada affrontato già oggi. Per questo tema rimando all’ultima pagina dell’articolo. Intanto cominciamo a parlare di chi ha vinto.

Barbora Krejcikova
E così, a Roland Garros terminato, gli albi d’oro ci dicono che Barbora Krejcikova non è solo la campionessa del singolare, ma anche la regina del torneo di doppio. Una impresa straordinaria: la accoppiata nei due tornei parigini non riusciva da 21 anni, dai tempi di Mary Pierce (edizione del 2000). E prima di lei, nell’era Open, ci sono riuscite solo Navratilova (1982, 1984), Ruzici (1978), Evert (1974, 1975), Court Smith (1973) e King (1972). E con il titolo di doppio, conquistato insieme alla storica compagna Siniakova, Barbora è tornata numero 1 delle classifiche di coppia.

 

In pratica nel giro di qualche mese Krejcikova si è trasformata da giocatrice specialista del doppio a protagonista assoluta, capace di risultati eccezionali in singolare. Come è stato possibile? Nata nel dicembre 1995, Barbora ha sviluppato una carriera inusuale, con una accelerazione di risultati in parte dovuta alla anomalia della stagione 2020, quella della pandemia.

Nella sua storia si possono identificare una serie di passaggi cruciali, che l’hanno portata fino alla situazione di oggi. Il primo momento chiave risale al 2013. Barbora, allora teenager, dopo essere stata una ottima junior (numero 3 del ranking), deve decidere se tuffarsi nel mare aperto del professionismo o se optare per soluzioni meno ambiziose ma più sicure, come per esempio l’attività nei tornei NCAA (il circuito delle università americane). Ne parla con i genitori, e d’accordo con la mamma prova a rivolgersi a Jana Novotna per avere un consiglio. Sia Krejcikova che Novotna sono nate e abitano a Brno, perché non approfittarne e sentire il parere di una campionessa così esperta?

Krejcikova si presenta a casa di Novotna con una lettera, e la risposta di Jana è sorprendente: non solo le consiglia di abbracciare senza tentennamenti l’attività professionistica, ma si offre di farle da coach per affrontare il complicato mondo dei tornei ITF, il passaggio obbligato che precede il ben più ricco Tour WTA.

Anche se non arrivano risultati immediati, le stagioni con Novotna la formano sul piano tecnico e mentale, e costituiscono la base della sua esperienza di giocatrice professionistica. Barbora in seguito dovrà per forza proseguire con altri coach quando Jana è costretta a smettere di allenarla per l’aggravarsi delle condizioni di salute.

Un secondo momento fondamentale nella carriera di Krejcikova va datato 2018, quando torna a formare un team stabile di doppio insieme a Katerina Siniakova. Barbora e Katerina sono quasi coetanee (Siniakova è più giovane di sei-sette mesi), e hanno giocato insieme già in diverse occasioni. Ma soprattutto la loro coppia ha conquistato tre junior Slam (Roland Garros, Wimbledon, US Open) nel 2013, prima che le loro strade si separassero alla fine della attività giovanile. Dal 2018 affrontano di nuovo insieme i tornei a livello WTA, e i risultati arrivano molto in fretta, risvegliando l’antica alchimia: semifinale a Doha, finale a Miami, vittoria al Roland Garros, vittoria a Wimbledon. La semifinale allo US Open e la finale al Masters valgono anche la posizione numero 1 delle classifiche di specialità.

I successi nel doppio significano non solo la tranquillità economica per proseguire la attività in singolare, ma permettono a Krejcikova di affrontare stadi e pubblici in occasioni importanti, che da singolarista non avrebbe la possibilità di sperimentare.

Un terzo momento fondamentale della carriera di Krejcikova arriva nel 2020, con la pandemia. Al contrario di quasi tutte le altre giocatrici, per lei lo stop del circuito internazionale si trasforma in una insperata fase di crescita. Lo ha raccontato lei stessa diverse volte. Qui mi rifaccio alla conferenza stampa di qualche giorno fa a Parigi, dopo la vittoria su Sloane Stephens. Domanda: “Durante il torneo di Strasburgo hai raccontato che per te sono stati fondamentali alcuni tornei giocati nel periodo della pandemia in Repubblica Ceca. Hai detto che ti hanno fatto sentire più pronta ad affrontare la sfida del singolare”.

Risposta: “Sì, penso siano stati davvero importanti. Ho avuto l’opportunità di giocare contro tutte le migliori ragazze della Repubblica Ceca, che ha tante buone giocatrici. Non ho avuto solo l’occasione di misurarmi con loro, ma anche di osservare come si allenano, come si preparano per le partite, etc. etc. Tutto questo mi ha davvero aiutato perché io ero fuori dalla top 100, ma in quei giorni mi sono resa conto di potermela giocare con tutte. Solo la mia classifica non era all’altezza, e non mi permetteva di partecipare ai loro stessi tornei. Ho capito che dovevo progredire nel ranking per dimostrarlo”.

Al primo impegno dopo lo stop per pandemia, Krejcikova partecipa al WTA di Praga grazie a una wild card (in quel momento è numero 118 del ranking) e perde al secondo turno da Simona Halep per 3-6, 7-5, 6-2. Ha di fronte una Halep in ottima condizione, che avrebbe vinto non solo quel torneo, ma anche i successivi Internazionali di Italia, eppure Barbora nei primi due set gioca benissimo, impegnando molto seriamente la numero 2 del mondo. Il salto di qualità è evidente, e mancano solo le occasioni per confermarlo.

Arriva il Roland Garros 2020, lo Slam autunnale. Grazie ai forfait di diverse giocatrici, Krejcikova entra per la prima volta direttamente nel tabellone principale di un Major. Di fatto è la sua terza volta in assoluto in uno Slam, visto che in precedenza, su 17 tentativi, 15 volte non aveva superato le qualificazioni: solo in due occasioni era riuscita entrare nel main draw (Roland Garros 2018 e Australian Open 2020) . Ma quella che scende in campo a Parigi è ormai una giocatrice matura, molto più sicura di sé e delle proprie possibilità. E infatti raggiunge il quarto turno (sconfitta da Podoroska in tre set) dopo avere battuto Strycova e Pironkova.

La crescita si consolida ulteriormente nel 2021, con altri due passaggi fondamentali: la finale a Doha, torneo WTA 1000, persa contro Muguruza; e infine il primo successo in carriera, nel WTA 250 di Strasburgo. La vittoria nella finale alsaziana contro Sorana Cirstea è l’ultimo gradino che le serve per scendere in campo a Parigi senza porsi limiti.

a pagina 2: Krejcikova al Roland Garros 2021

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Roland Garros 2021: Barty, Swiatek o Sabalenka?

Negli ultimi sette anni le vincitrici dei tornei di preparazione sulla terra rossa non hanno mai vinto il successivo Roland Garros. Ma quest’anno potrebbe essere la volta buona per smentire i precedenti

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Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il Roland Garros 2021 si annuncia come il primo Slam quasi “normale”, almeno negli aspetti tecnici fondamentali. Rispetto agli ultimi Major, infatti, questa volta c’è stata la possibilità di affrontare i tornei di avvicinamento allo Slam senza particolari restrizioni, divieti o cancellazioni. E così le tenniste hanno potuto metabolizzare il passaggio alla terra rossa in modo simile a quanto avveniva nelle stagioni precedenti al coronavirus.

Facciamo un paragone con gli ultimi Major successivi al Covid. Annullato Wimbledon, lo US Open 2020 aveva visto prima drasticamente ridotta la stagione delle US Open Series, e poi una serie di forfait da parte di molte tenniste di vertice. Stesso problema per il Roland Garros autunnale, oltre tutto menomato dalla cancellazione di Stoccarda e Madrid, eventi fondamentali per l’approccio alla terra rossa.

Poi in vista dell’Australian Open 2021 abbiamo assistito a tornei della viglia con le partecipanti suddivise in base ai diversi gradi di quarantena. In sostanza sono intervenuti diversi fattori extra tecnici che non hanno certo agevolato l’avvicinamento delle atlete agli Slam.

 

Questa volta no. Andreescu a parte (per il suo caso rimando a più avanti), finalmente le giocatrici hanno potuto affrontare e scegliere i tornei di preparazione sulla base di valutazioni più tennistiche. I tornei ci hanno offerto parecchie indicazioni, e ciascuno di noi si è costruito una lista di possibili favorite proprio sulla base delle prestazioni mostrate nelle ultime settimane.

Prima di entrare nel merito delle partite più recenti, cominciamo con il riepilogo delle ultime stagioni, con i risultati dei quattro più importanti tornei disputati sulla terra rossa dal 2016 in poi: Stoccarda, Madrid, Roma, Parigi.

Come si vede, nessuna delle giocatrici vincenti in uno dei tre principali tornei di preparazione è poi riuscita, nella stessa stagione, a conquistare anche lo Slam. Per trovare il caso di una tennista capace di una impresa del genere occorre risalire al 2014, quando Maria Sharapova si affermò al Roland Garros essendo anche campionessa in carica sia di Stoccarda che di Madrid.

Riusciranno Barty, Sabalenka o Swiatek a emulare Sharapova? Sulla carta non sembra impossibile, visto che due di loro hanno già vinto anche a Parigi. Vediamo intanto come si presentano al via dello Slam le prime teste di serie.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

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Gli Internazionali di Iga Swiatek

Al ritorno sulla terra battuta più tradizionale è di nuovo emersa la stella della campionessa in carica del Roland Garros

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Iga Swiatek -WTA Roma 2021- via Twitter-@InteBNLdItalia
Iga Swiatek - WTA Roma 2021- via Twitter-@InteBNLdItalia

Dopo l’ottimo WTA 1000 di Madrid, gli Internazionali di Italia appena conclusi non sono stati all’altezza dell’evento spagnolo. A Roma la partite di qualità si sono diradate, e alcuni match hanno deluso. Parere personale, naturalmente. Le cause sono diverse, anche perché nel tennis sono tante le variabili imprevedibili: la forma delle giocatrici, gli incroci determinanti dal sorteggio, le condizioni del clima, gli infortuni, etc.

Innanzitutto al Foro Italico abbiamo avuto due ritiri importanti a torneo in corso: quello di Ashleigh Barty e quello di Simona Halep. Due mancanze notevoli, considerando il loro valore sulla terra battuta. Poi anche la pioggia non ha aiutato a rendere lineari le fasi conclusive del torneo. E a tutto questo si è aggiunto il caso dell’ultima partita, la più importante, terminata in appena 48 minuti.

Cominciamo proprio dalla finale, dal 6-0 6-0 tra Swiatek e Pliskova. Dato di fatto: da quando esiste la WTA non era mai accaduto un risultato del genere in un torneo di questa importanza. Considerare quindi questa partita come un riferimento per valutare lo stato del tennis femminile (come ho visto fare da alcuni post su Ubitennis) a mio avviso non denota grande acume. Occorrerebbe saper distinguere la normalità dalla eccezionalità; ma se invece l’eccezione diventa unità di misura, allora vale tutto.

 

Dunque gli organizzatori non hanno avuto una buona finale femminile. Sicuramente sfortuna, ma forse si tratta anche di una nemesi, visto che a Roma le giocatrici sono spesso trattate in modo opinabile. Basta dare una occhiata alla programmazione per capirlo. Un esempio: quella di mercoledì 12 maggio, un giorno che non prevedeva pubblico e quindi non c’erano nemmeno preferenze esterne che potessero condizionare le decisioni.

Ebbene, mercoledì sono state programmate sul campo 1 e 2, due plurivincitrici Slam e una plurifinalista Slam: tutte insieme appassionatamente. Perché questa è la condizione dei campi 1 e 2. E così abbiamo assistito a Muguruza, Kvitova e Zvonareva (che si affrontavano fra loro) affiancate nei loro impegni ufficiali come sui campi pratica, separate solo dalla recinzione di un metro, con i giudici di sedia che chiamavano il punteggio parlandosi uno sopra l’altro.

In quel momento c’erano in campo contemporaneamente 4 titoli e 5 finali Slam. Ecco il conteggio: 3 titoli di Wimbledon, 1 del Roland Garros, più 2 finali all’Australian Open, 2 a Wimbledon e 1 allo US Open. Questo mentre negli stadi principali veniva riservato lo spazio privilegiato ad altri match quali Zverev vs Dellien, Mager vs Sonego o Bautista vs Garin. E lo ripeto: senza pubblico.

Anche l’avere costretto Iga Swiatek a disputare quarto di finale e semifinale con un tempo di riposo minimo non mi è parsa la scelta ideale. Mi si dirà: ma al dunque Iga ha comunque vinto, anzi stravinto. Bene per lei, ma qui non si tratta di valutare solo i risultati, quanto l’atteggiamento complessivo di chi concepisce il programma.

Se si parte da queste situazioni sorprende meno che, al terzo andirivieni dagli spogliatoi per pioggia, la numero 1 del mondo Ashleigh Barty abbia deciso di chiudere in quel momento la sua esperienza romana. Ashleigh si è ritirata dopo aver richiesto un Medical Time Out che si è risolto in un breve dialogo con la fisioterapista, senza nemmeno provare un trattamento.

Probabilmente Barty aveva in mente una gerarchia dell’importanza dei tornei, e ha trattato gli Internazionali come un qualsiasi impegno di preparazione in vista del Roland Garros. Anche se quest’anno lo Slam è stato posticipato di una settimana, e quindi avrebbe avuto sette giorni in più per il recupero.

La mia sensazione (magari sbaglio) è che per le tenniste di vertice la gerarchia degli eventi su terra battuta sia ormai questa. In ordine decrescente: Parigi, Madrid, Stoccarda, Roma. Già la vicinanza con Parigi non favorisce il torneo italiano, se poi aggiungiamo che, rispetto a Madrid e Stoccarda (che hanno il tetto), la pioggia può diventare una ulteriore fonte di problemi, si arriva a questa situazione.

In più anche il “back to back” di calendario Madrid-Roma non aiuta le protagoniste ad arrivare al meglio nei turni decisivi italiani. Il tennis attuale è uno sport molto esigente a livello atletico, e chi arriva in fondo a Madrid non ha molto tempo per ricaricare le pile. Insomma, il rischio è che a Roma aspetti logistici, extracampo, finiscano per influenzare la qualità complessiva delle partite, in campo.

Ricordo per esempio che lo scorso anno Pliskova si era ritirata in finale contro Halep, per un problema fisico accusato nelle fasi conclusive della semifinale vinta contro Vondrousova. Sulla carta Halep vs Pliskova era la migliore finale possibile, fra la testa di serie numero 1 e la numero 2, e invece anche quella volta si era risolta in una delusione per gli spettatori (6-0, 2-1 per Halep).

Sarebbe però un errore assimilare la finale del 2020 a quella del 2021. Intanto perché nel tennis le finali compromesse da ritiri sono relativamente frequenti, molto più di un doppio bagel a livello di WTA 1000 (come abbiamo visto). Lo scorso anno la partita non era stata in equilibrio perché Pliskova, generosamente, aveva provato a scendere in campo pur sapendo di non essere a posto. Quest’anno invece non sono stati fattori medici a incidere, ma un inatteso divario di rendimento. Inatteso, quanto meno, in queste proporzioni. Ma per questo grandi meriti vanno riconosciuti a Iga Swiatek.

a pagina 2: Iga Swiatek e il ranking

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