Niente de profundis per Federer, Djokovic è 'unbreakable'

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Niente de profundis per Federer, Djokovic è ‘unbreakable’

Il ranking ‘virtuale’ da marzo in poi, mese di inizio del calo di Federer, dice che lo svizzero mantiene numeri da top 10. Quelli di Djokovic invece sono spaventosi: a Shanghai fa una cosa riuscita solo a Federer e Zverev

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4 – le eliminazioni al primo turno subite da Borna Coric nei sette tornei successivi alla vittoria del secondo titolo della carriera all’ATP 5oo di Halle (dopo Marrakech nel 2017). Le quattro sconfitte all’esordio erano arrivate, aumentandone la gravità, contro tennisti oltre la 50°posizione del ranking: Medvedev a Wimbledon, Djere a Gstaad, Norrie a Shenzhen e Lopez a Pechino. Da luglio in poi, il nemmeno 22enne croato aveva fatto poco altro di positivo a eccezione degli ottavi agli US Open (persi malamente contro Del Potro) e dei due singolari vinti sulla terra rossa di Zadar nella semifinale di Coppa Davis contro gli Stati Uniti, contro Johnson prima e Tiafoe (al quinto set) poi, nell’ultima partita della sfida. A Shanghai, approfittando anche del grave infortunio occorso a Del Potro, ritiratosi dopo aver perso il primo set, Borna ha giocato un gran tennis, regalandosi la prima finale della carriera in un Masters 1000 dopo che a marzo, a Indian Wells, era invece arrivata la prima semifinale. Vi è riuscito non perdendo nemmeno un set, successivamente all’aver ceduto quello d’esordio nel torneo. Nell’ordine, Borna ha sconfitto Wawrinka (4-6 6-4 6-3), 69 ATP; Klahn (6-4 6-2), 104ATP; Del Potro (7-5 0-0 RET), 4 ATP; Ebden (7-5 6-4), 51 ATP, e, per la seconda volta consecutiva, Federer (duplice 6-4). In finale, contro l’attuale strapotere di Djokovic, il croato (sceso in campo con una vistosa fasciatura alla coscia destra) ha potuto poco: il serbo ha vinto 6-3 6-4. La top ten, a nemmeno ventidue anni, è sempre più vicina per Borna.

7 – le sconfitte subite sin qui da Roger Federer nel 2018. Quelle contro Kokkinakis a Miami e Millman a New York, avversari fuori dai primi 50 della classifica mondiale, sono le più deludenti ed evitabili, come dimostra anche la statistica che vede l’elvetico vincere quest’anno tutte le altre diciannove volte in cui ha affrontato tennisti al di sopra di quel ranking. Sono invece diciotto le vittorie ottenute (in venti partite) contro tennisti posizionati tra l’undicesima e la cinquantesima posizione del ranking ATP: le uniche due sconfitte sono arrivate per ben due volte (nella finale di Halle e nella semi di Shanghai) con un giocatore, Borna Coric, il cui valore e classifica sono molto vicini alla top ten. Le altre tre partite perse sin qui nel 2018 da Federer sono arrivate contro due top 5 – Djokovic e Del Potro – e un top 10 due volte finalista negli Slam, Anderson. Due di esse, particolare non trascurabile, sono giunte dopo aver avuto match point a favore. Il campione svizzero ha iniziato il 2018 con 17 vittorie consecutive, che gli hanno fruttato 3100 dei 5160 punti conquistati sin qui quest’anno (ovvero, il 60% di essi è stato ottenuto nei primi tre dei dieci tornei giocati). Dopo quella lunga serie di successi consecutivi, nella finale di Indian Wells – persa dopo aver fallito tre match point – Federer ha collezionato la prima delle tre sconfitte consecutive contro top 10 (Del Potro in California, Anderson a Wimbledon e Djokovic a Cincinati), risultato che ha interrotto le tendenza iniziale (vittorie contro Cilic a Melbourne e Dimitrov a Rotterdam).

Non si può dire molto di positivo del Federer visto a Shanghai: arrampicandosi sugli specchi, si può far solo notare che, seppur sia apparso durante la settimana in molti casi lento e falloso, è comunque arrivato in semifinale sconfiggendo tre top 30 (due dei quali in ascesa in classifica) e giocando per tre giorni consecutivi, nei quali è stato impegnato in campo per complessive circa sei ore. Medvedev, 22 ATP; Bautista Agut, 28 ATP, e Nishikori, 12 ATP, sono state le sue vittime e dopo partite del genere non sarebbe stato facile neanche per tennisti più giovani giocare bene affrontare questo Coric. Dopo il Masters 1000 californiano di marzo Federer ha mostrato vari problemi, forse inevitabili per un’atleta dotato di un immenso talento ma pur sempre trentasettenne, impegnato in uno sport logorante come il tennis. Roger compie un qualcosa di quasi sovrumano ad essere al numero 3 del mondo (2 sino alla scorsa settimana) in un’età nella quale i picchi di rendimento sporadici sono ancora possibili, a differenza però della continuità agonistica ad altissimo livello. Nonostante ciò, seppur Federer in alcuni match del 2018 sia apparso il fantasma di se stesso – non solo riferendosi al campione ammirato anni addietro, ma anche alla versione scesa in campo qualche mese fa – e sebbene sia inevitabilmente discontinuo nel corso della stessa partita e del medesimo torneo, non ce la sentiremmo di aggiungerci al de profundis che molti gli stanno intonando. Il campione svizzero ha pur sempre ottenuto, da Indian Wells in poi, in un periodo di netta involuzione come quello attraversato da giugno, duemila punti. Meglio di lui, in una classifica virtuale considerante solo i tornei successivi a Indian Wells, momento in cui si può far risalire l’inizio del suo calo, hanno fatto nove giocatori, giocando tra l’altro molti più tornei dello svizzero. Al livello comunque da top 10 conservato negli ultimi mesi di grande flessione, quando a Shanghai si è arrivati probabilmente al vertice più basso della parabola dei suoi risultati (nell’imminente indoor europeo Roger ha da sempre uno dei suoi terreni di caccia preferiti), possono aggrapparsi i tifosi del campione svizzero per sperare di vederlo ancora grande protagonista, magari non al vertice della classifica, ma saltuariamente in qualche grande torneo. Un po’ poco per chi con lui è abituato più che bene, ma (decisamente) meglio di nulla.

 

31 – le vittorie ottenute da Novak Djokovic nelle ultime trentatré partite giocate. Successivamente ai quarti di finale persi al Roland Garros con Cecchinato, il campione serbo ha perso solo due partite: la finale del Queen’s contro Cilic (unico confronto perso dei dieci giocati contro top ten da giugno in poi) e gli ottavi di Toronto contro Tsitsipas. In questi ultimi quattro mesi Nole ha vinto Wimbledon, Us Open e due Masters 1000 (Cincinnati e Shanghai), mostrando una superiorità schiacciante sugli avversari. Da dieci partite non perde nemmeno un parziale (l’ultima volta è stata il secondo turno contro Sandgren agli US Open), situazione di punteggio che ha ripetuto in ventidue delle trentuno vittorie ottenute nel periodo considerato. A Shanghai la sua prova di forza è stata davvero impressionante: ha sconfitto il numero 5 (Zverev) e 8 del mondo (Anderson), un top 20 in rampa di lancio verso la top ten (Coric), un altro che da questa settimana lo sarà (Cecchinato) e un buonissimo giocatore come Chardy, 41 ATP, lasciando per la strada appena 31 game, pari a una media di sei giochi a partita persi, senza subire neanche un break in tutto il torneo. A livello Masters 1000 succede appena per la quarta volta: prima del serbo, ci erano riusciti soltanto Federer (due volte a Cincinnati, nel 2012 e nel 2015) e Zverev, quest’anno a Madrid. RoboNole è tornato e la sua caccia al numero 1 della classifica si fa sempre più serrata .

33 – le vittorie complessive ottenute nel 2018 da Caroline Garcia nei 21 tornei giocati prima di arrivare a Tianjin. Un’annata non certo positiva per la 25enne francese, l’anno scorso balzata improvvisamente nella top 10 a seguito delle undici vittorie (di cui tre contro top 10 e due contro top 20) consecutive che le permisero di imporsi a Wuhan e Pechino. Riconfermarsi agli stessi livelli è stato molto complesso per Caroline che quest’anno aveva vinto quattro partite di fila esclusivamente al Mandatory di Madrid (semi), e tre solo agli Australian Open, al Roland Garros (ottavi) e al Premier di Stoccarda (semifinali). La francese è calata soprattutto nel rendimento contro le top 20, sconfitte solo tre volte su tredici. Nonostante ciò, dovendo difendere quasi tutti i punti a fine stagione e aggiungendo i pochi piazzamenti di cui sopra, ha raggiunto la quarta posizione in classifica. Scivolata al sedicesimo posto dopo aver perso i 1900 punti conquistati a Wuhan e Pechino l’anno precedente, ha continuato la trasferta asiatica a Tianjin. Caroline ha conquistato il titolo senza perdere un set, approfittando anche di un ritiro e di due qualificate incontrate sul suo cammino. Nell’ordine, ha eliminato Fang Ying Xun (6-4 6-1), 218 WTA; Yuxuan Zhang (6-3 6-4), 225 WTA; Petra Martic (6-4 1-0 ret.), 36 WTA; Su Wei Hsieh (6-3 6-4), 30 WTA. In finale, contro Karolina Pliskova, è tornata a sconfiggere (7-6 6-2) dopo cinque mesi una top 10, portando a casa il sesto titolo della carriera.

49 – la posizione migliore in classifica delle cinque avversarie superate da Camila Giorgi per vincere a Linz il suo secondo torneo della carriera. Un dato che non sminuisce affatto il valore del successo della nostra giocatrice in un piccolo evento (categoria International e montepremi da 250.000 dollari), ma comunque prestigioso (l’albo d’oro del torneo, nato nel 1991, vanta ex numeri 1 e/o vincitrici di Slam come Pliskova, Azarenka, Kerber, Kvitova, Ivanovic, Sharapova, Mauresmo, Henin, Davenport, Pierce e Novotna). Si è infatti giustamente molte volte parlato, a proposito della marchigiana, della mancanza di continuità che caratterizzava il suo rendimento. Non le è mai mancato il talento per confrontarsi quasi alla pari contro le migliori (nove successi contro le top ten, con una percentuale di vittoria del 38%), ma l’azzurra veniva poi spesso a mancare nelle cosiddette prove del nove, le partite contro tenniste con classifiche più modeste. Nel 2018 Camila, che da questa settimana salirà al suo best career ranking (28 WTA), è migliorata soprattutto in tale frangente, vincendo il 74% delle volte (solo nove sconfitte) in cui ha giocato contro tenniste dalla 51°posizione in poi (solo nel 2015, quando vinse il torneo di S’Hertogenbosch, fece da questo punto di vista leggermente meglio). Migliorando ancora in tal senso e confermandosi sui suoi standard contro le migliori, può arrivare per lei anche l’accesso nelle top 20. La sua classifica del resto è ottenuta avendo saltato tra febbraio e maggio importanti Premier che avrebbero potuto regalarle punti pesanti. Nelle condizioni indoor che tanto predilige (cinque delle sei finali sin qui raggiunte sono di tornei giocati in tali condizioni) Giorgi ha smarrito un solo set per conquistare il titolo austriaco: nell’ordine ha liquidato Parmentier (6-3 7-6), 49 WTA; Teichmann (7-6 6-3), 158 WTA; Gasparyan (6-4 3-6 6-2), 137 WTA; Van Uytvanck (6-3 6-4), 56 WTA; Alexandrova (6-3 6-1), 119 WTA. Il meglio deve ancora venire per Camila, ce lo auguriamo.

696 – la posizione di classifica nel gennaio 2017 di Matthew Ebden, dopo essersi operato nel febbraio dell’anno precedente al ginocchio sinistro. L’australiano nato a Durban (Sud Africa) ha recuperato un’accettabile posizione già alla fine della scorsa stagione, tornando nella top 80 del ranking ATP (grazie all’unica finale a livello maggiore ottenuta in carriera, sull’erba di Newport, e a vari successi nei Challenger) e compiendo così il più grande balzo in classifica (tra quelli terminati nella top 100) mai avvenuto. Il 2018 è stato senza dubbio l’anno migliore della sua carriera: mai entrato nella top 60, vi riesce a 30 anni già compiuti, grazie al suo primo terzo turno della carriera in uno Slam a Wimbledon (dove ottiene la seconda vittoria di sempre su un top 10, David Goffin). Quel risultato, assieme alla vittoria del nono challenger in carriera e alla semifinale a S-Hertogenbosh, ha dato ad Ebden a luglio il best career ranking di 43 ATP. Ottimi risultati per lui, sinora più vincente in doppio, dove aveva vinto quattro titoli e conquistato il doppio misto a Melbourne nel 2013 con Jarmila Wolfe. L’australiano è arrivato a Shanghai, dove giunse nei quarti già nel 2011, reduce da un’estate nella quale aveva ottenuto la semifinale ad Atlanta e i quarti a Chengdu. Nell’unico Masters 1000 giocato in Asia Matthew ha prima sconfitto Tiafoe (3-6 6-4 6-3), 40 ATP; poi, annullandogli un match point, ha ottenuto la terza vittoria in carriera su un top 10 (6-4 6-7 7-6), Thiem, e ha infine avuto la meglio su Gojowczyk (6-2 6-3), 67 ATP. I secondi quarti della carriera in un Masters 1000 sono stati nuovamente l’ultima tappa per Ebden, fermato col punteggio di 7-5 6-4 da Borna Coric.

1810 – i punti di Marco Cecchinato nella Race To London, che lo collocano alla 17° posizione della classifica che considera i soli punti conquistati nel 2018. Un patrimonio molto importante, capace tra l’altro di regalare al siciliano il grosso vantaggio psicologico di giocare libero mentalmente dall’ansia di difendere punti sino ad aprile (a marzo ci sono attualmente soli 80 punti in scadenza, relativi alla vittoria del Challenger di Santiago). Nei primi mesi del prossimo anno, fatta eccezione per febbraio e i tornei sulla terra rossa sudamerica, il siciliano sarà però “costretto” a giocare dove sino a due settimane fa non aveva mai vinto una partita: su tappeti indoor (prima vittoria contro Lacko a San Pietroburgo) e sul cemento all’aperto (si è sbloccato contro Baghdatis a Pechino). Marco, entrato questa settimana nella top 20 del ranking ATP, grazie alle due belle vittorie al Masters 1000 di Shanghai ottenute al tie break del terzo sia contro Simon (6-7 6-4 7-6, salvando match point), 31 ATP; che contro Chung (4-6 7-6 7-6 rimontando da 1-3 nel terzo), 26 ATP, può sfruttare nei prossimi mesi l’essere costantemente una testa di serie alta nei tabelloni dei prossimi tornei. Un vantaggio non da poco per ottenere punti che potrebbero portarlo presto anche a insidiare Fognini come numero 1 azzurro (intanto, da questa settimana sono due i tennisti italiani nella top 20, come non accadeva da 39 anni). Dipenderà molto da come proseguiranno gli evidenti progressi tecnici di Cecchinato su superfici a lui sin qui ostiche. In tal senso, fanno maggiormente ben sperare le vittorie contro giocatori molto competivi sul cemento all’aperto come Chung e Simon, piuttosto che preoccupare la netta sconfitta patita da Djokovic (il serbo gli ha lasciato 4 game): giocatori molto più rinomati hanno fatto poco meglio di lui. Sulle doti da gran combattente (sono già dodici le rimonte compiute quest’anno da Marco) e sulla pulizia tecnica dei suoi colpi, del resto, nessun dubbio.

2000 – l’anno di nascita di Dayana Yastremska, vincitrice del titolo all’International di Hong Kong. La tennista ucraina, seguita in passato nella sua crescita tennistica da due coach italiani (Gianluca Marchiori prima e Marco Girardini poi) era balzata all’onore delle cronache lo scorso luglio per essere diventata la prima giocatrice in assoluto nata dal 2000 in poi ad arrivare nella top 100. Vi era riuscita soprattutto grazie a buoni risultati negli ITF: un titolo – ottenuto a inizio luglio a Roma al circolo Antico Tiro a Volo – due finali e una semi. Dayana, anche prima tennista ‘millennial’ a vincere un ITF nel marzo 2016, nella carriera da juniores si era distinta raggiungendo la finale a Wimbledon, sempre due anni fa, persa contro Potapova. La tennista ucraina aveva ottenuto le prime vittorie nel circuito maggiore nel maggio 2017, quando sconfisse anche Petkovic per arrivare ai quarti. Per riuscirci nuovamente in un tabellone principale del circuito maggiore ha dovuto attendere lo scorso agosto: nel Premier di New Haven ha sconfitto Collins, 36 WTA. La sua crescita è stata costante ed è arrivata a Hong Kong dimostrando di meritare già ampiamente la classifica, sulle soglie della centesima posizione: aveva vinto in undici delle diciassette occasioni in cui aveva affrontato top 100 e in tre delle quattro in cui dall’altra parte della rete aveva una top 50. A Hong Kong ha vinto cinque partite di fila senza perdere un set: Stollar (6-4 6-4), 129 WTA; Zheng (6-3 6-3), 58 WTA; Kucova (6-3 6-2), 317 WTA; Zhang (7-5 6-4), 40 WTA sono state eliminate. In finale, contro una tennista reduce da un mese di ottimi risultati come Qiang Wang, 25 WTA, non ha tremato, vincendo facilmente (6-2 6-1).

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Finali Slam: Rosewall batte Federer 4 a 0

Federer campione di longevità, ma non abbastanza da battere ‘muscles’

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Dopo avere parlato di senilità alla vigilia delle semifinali, continuiamo a parlarne alla vigilia della finale. Alla tenera età di 37 anni, 11 mesi e qualche giorno Roger Federer, il semifinalista più diversamente giovane, ha infatti raggiunto la dodicesima finale della sua carriera a Wimbledon. Domenica proverà a battere due record: quello di più anziano vincitore dei Championships e detentore del maggior numero di trofei. Record che attualmente sono entrambi nelle sue mani grazie alla vittoria del 2017.

Il record che invece non potrà superare è quello di diventare il più anziano finalista a Wimbledon dell’era Open. Per provare a conquistarlo dovrà attendere il 2021, poiché attualmente questo primato appartiene a Ken Rosewall che nel 1974 disputò la finale di Wimbledon a 39 anni e 8 mesi di età. Quel giorno Rosewall – provato da una semifinale durissima vinta al quinto set in rimonta contro Stan Smith – perse in tre set contro Jimmy Connors.

Ken Rosewall a Wimbledon

Questa è però una storia ormai aneddotica e conosciuta dalla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis. Se ne parla e scrive puntualmente ogni anno, un po’ come di Claudio Villa alla vigilia di Sanremo. Quella che forse è meno nota, è la storia relativa ai record di longevità nel singolare maschile relativi alle finali di tutti i quattro tornei dello Slam. Ed è una storia affascinante poiché il nome dell’uomo che li detiene è sempre il medesimo: Ken Rosewall. Di seguito gli anni in cui li stabilì:

Torneo Edizione Risultato finale Avversario
Roland Garros 1969 46  36  46 R. Laver
Australian Open 1972 76  63  75 M. Anderson
Wimbledon 1974 16  16  46 J. Connors
US Open 1974 16  06  16 J. Connors


Jimmy Connors e Rod Laver non hanno bisogno di presentazioni. Ci limitiamo ad aggiungere che Laver ha 4 anni meno di Rosewall e Connors 18. Malcom J. Anderson è meno noto di loro ma non molto meno bravo. Australiano, classe 1935, in singolare ha al suo attivo una vittoria nel ’57 allo US Open e due finali agli Australian Open nel ’58 e nel ’72. Ma torniamo al principale protagonista dell’articolo.

Nato e cresciuto (poco come vedremo) in Australia il 2 novembre 1934, Ken Rosewall era un mancino naturale. Il padre – una sorta di zio Toni ante litteram e alla rovescia –  gli impose di giocare da destrimane. Rosewall era un atleta di 170 cm nelle giornate migliori e con un fisico così minuto da essere ironicamente soprannominato “muscles”, ovvero muscoli, dai suoi colleghi australiani. Soprannome al quale Ken deve essere molto legato dal momento che dà il titolo al libro autobiografico scritto in collaborazione con il giornalista Richard Naughton. Purtroppo non esiste un’edizione in italiano ma lo consigliamo a chi padroneggia bene la lingua inglese e ha nostalgia di un’epoca in cui il tennis era meno potente e più tecnico.

 
Rod Laver e Ken Rosewall

È difficile se non impossibile immaginare che Rosewall con le sue caratteristiche fisiche avrebbe potuto essere vincente anche nel tennis contemporaneo. Il giocatore a lui più somigliante sotto il profilo morfologico, Diego Schwartzman, deve fare miracoli per riuscire a rimanere tra i migliori venti del mondo, e tra i dieci migliori del mondo solo Nishikori e Fognini hanno una statura inferiore al metro e ottanta, seppure largamente superiore al metro e settanta.

L’australiano poté essere il migliore o tra i migliori per decenni perché giocò in un’epoca in cui le racchette non privilegiavano le doti di potenza, le superfici di gioco erano più veloci e i rimbalzi della palla più bassi, quindi più adatti a giocatori normolinei. Per colpire la pallina con il suo straordinario rovescio a una mano, oggi Rosewall dovrebbe letteralmente saltare come i canguri del Paese da cui proviene. Viceversa, la maggior parte degli attuali protagonisti cinquant’anni fa avrebbe finito ogni partita con le ginocchia martoriate e la schiena dolente.

Rosewall la carriera la terminò in perfetta forma a 46 anni e sino a 44 il suo nome appariva tra i migliori venti giocatori del mondo. Nella classifica ATP lo troviamo al secondo posto il 26 giugno del 1975; al nono il 14 giugno 1976; al diciottesimo il 12 luglio 1978. Lasciamo ai lettori più inclini all’aritmetica il compito di calcolare con precisione quanti anni avesse Rosewall in quelle date. Ma appare evidente anche agli umanisti che se Roger Federer desidera pareggiarlo dovrà prendere in seria considerazione l’ipotesi di giocare – e bene – almeno sino alle Olimpiadi di Parigi. Nel 2024.

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Wimbledon: queste semifinali sarebbero piaciute a Svevo

Per il secondo anno consecutivo, i quattro semifinalisti dei Championships sono tutti giocatori over 30. Federer, Nadal, Djokovic e Bautista Agut fanno registrare un record: l’età combinata dei quattro è la più vecchia in Era Open

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Senilità: titolo di un romanzo di Italo Svevo o incipit di un articolo di presentazione delle semifinali di Wimbledon edizione 2019? Entrambe le cose. Quelle che si disputeranno venerdì sul Central Court saranno infatti le semifinali più attempate dell’Era Open. Sommando l’età di Bautista Agut (31 anni), Djokovic (32 anni), Nadal (33 anni) e Federer (38 il prossimo mese) si ottiene il numero record di 134 primavere. L’età aggregata e media di tutti i semifinalisti delle edizioni Open dei Championships è riassunta nella seguente tabella:

Edizione Anni semifinalisti  Media
1968 105          26,3
1969 108          27,0
1970 124          31,0
1971 114          28,5
1972 101          25,3
1973 109          27,3
1974 113          28,3
1975 109          27,3
1976 98          24,5
1977 87          21,5
1978 106          26,5
1979 103          25,8
1980 101          25,3
1981 105          26,3
1982 103          25,8
1983 98          24,5
1984 100          25,0
1985 102          25,5
1986 91          22,8
1987 105          26,3
1988 95          23,8
1989 104          26,0
1990 96          24,0
1991 94          23,5
1992 96          24,0
1993 98          24,5
1994 102          25,5
1995 101          25,3
1996 104          26,0
1997 109          27,3
1998 105          26,3
1999 109          27,3
2000 109          27,3
2001 116          29,0
2002 100          25,0
2003 95          23,8
2004 91          22,8
2005 101          25,3
2006 110          27,5
2007 88          22,0
2008 109          27,3
2009 108          27,0
2010 95          23,8
2011 99          24,8
2012 108          27,0
2013 100          25,0
2014 107          26,8
2015 119          29,8
2016 121          30,3
2017 127          31,8
2018 128          32,0
2019 134          33,5


A livello generale osserviamo che:

1- il record di precocità è appannaggio dell’edizione del centenario: 1977. Quell’anno le semifinali videro protagonisti McEnroe-Connors da un lato e Borg-Gerulaitis dall’altro

2- nel 1977 Bjorn Borg – classe ’56 e nel 1977 già detentore di tre titoli dello Slam – e John McEnroe – classe ’59 – avevano i requisiti anagrafici per prendere parte al torneo NextGen

3- in cinque edizioni (1970-2001-2006-2016-2017) due dei protagonisti avevano superato i trent’anni di età

4- nel 2018 tutti i semifinalisti (Isner, Anderson, Djokovic e Nadal) avevano un’età superiore ai 30 anni

5- in 45 occasioni tre semifinalisti avevano meno di trent’anni

A livello individuale:

1- Ken Rosewall è il giocatore più anziano ad essere giunto alle semifinali. Correva l’anno 1974 e “Muscles” era prossimo ai quarant’anni. Per la cronaca l’australiano perse poi la finale contro Jimmy Connors

2- Quattro i teen ager: McEnroe (1977), Cash (1984), Becker (1985 e ’86), Ivanisevic (1990). Becker vinse il torneo sia nell’85, sia nell’86

 

Allargando l’analisi dalle singole annate alle decadi, abbiamo l’ovvia conferma del fatto che l’invecchiamento anagrafico di Federer, Nadal e Djokovic rende l’ultimo decennio quello con la media più alta:

DECADE ETA’ MEDIA
70-79 26,6
80-89 25,1
90-99 25,4
2000-2009 25,7
2010-2019 28,5


Se allargassimo l’analisi ai restanti tornei dello Slam, i risultati risulterebbero molto simili e viene quindi spontaneo chiedersi se la situazione creatasi in questi anni sia maggiormente riconducibile ai meriti dei più forti (e vecchi) o ai demeriti delle nuove leve. Propendiamo per i meriti.

Osservando le partite dei tre principali indiziati di cannibalismo tennistico, si nota che al loro enorme talento tecnico, fisico e mentale si unisce una condizione atletica quasi preternaturale se rapportata all’età. Questa peculiarità è riscontrabile in altri ultratrentenni di vertice che corrono oggi più o meno alla medesima velocità di quanto correvano a inizio carriera e per il medesimo tempo, ed è frutto non solo di grande serietà professionale (talvolta ignota ai più giovani), ma anche della collaborazione non saltuaria con i migliori specialisti al mondo nel campo della cura del corpo lato sensu (medici sportivi, fisioterapisti, preparatori atletici, nutrizionisti).

La scienza, unita alla tecnica, permette loro di fare gesti atletici che un ultratrentenne del passato non era di norma in grado di fare. Prendiamo ad esempio il passante di rovescio giocato da Federer nel quarto set del match contro Nishikori sul punteggio di 2 a 2. Cronometro alla mano abbiamo calcolato che il tennista svizzero (che peraltro è il meno rapido dei tre tenori) ha impiegato circa 2,3 secondi per coprire una distanza approssimativa di 11 metri.

Usain Bolt in occasione del record del mondo stabilito a Berlino sui 100 metri, corse i primi 10 metri in 1 secondo e 75 centesimi al netto del tempo di reazione allo start (146 millesimi). Il giamaicano quel giorno aveva 23 anni e non correva con una racchetta in mano dopo avere già corso per 2 ore e venti minuti. Quindi, cosa può fare di norma e non eccezionalmente contro i personaggi dei quali stiamo parlando un giovane tennista che, a titolo di esempio, ha 5/6 anni di professionismo alle spalle contro 15/20, un bagaglio tecnico ed esperienziale inferiore e una prestanza atletica di poco o per nulla superiore alla loro? Sperare che si ritirino in fretta.

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La top 10 dei tennisti più bassi, nessuno come Ampon: un metro e mezzo

Chi era il filippino Felicissimo Ampon, 4 volte in ottavi allo Slam degli Stati Uniti, tre volte al terzo turno a Wimbledon, due quarti a Parigi. Giocò la Davis fino a 48 anni. Batté Budge Patty, ma anche Drobny e Trabert

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo quello di Reilly Opelka lo scorso anno, Thomas Fabbiano a Wimbledon ha colto lo scalpo di un altro avversario alto più di due metri e dieci: Ivo Karlovic. La differenza di statura tra i due più alti giocatori di tutti i tempi e il nostro connazionale è stata messa in risalto da svariati articoli e, soprattutto, fotografie.

Thomas Fabbiano è infatti alto 173 centimetri. Un’altezza normale per un impiegato di banca, ma non per un tennista di alto livello. Dai dati ufficiali pubblicati sul sito dell’ATP risulta infatti che novanta dei primi 100 tennisti del ranking sono alti almeno un metro e ottanta centimetri. Fabbiano è uno dei dieci che non raggiungono questa soglia. Gli altri nove sono:

  • Schwartzman – 170 cm
  • Nishioka – 170
  • Albot – 175
  • Evans – 175
  • Berankis – 175
  • Moutet – 175
  • Dzumhur – 175
  • Fognini – 178
  • Kohlschreiber – 178
Diego Schwartzman – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Corentin Moutet è l’unico “under 180” insieme a Fabbiano ad essere riuscito a battere sia Reilly Opelka, sia Ivo Karlovic. Il genietto transalpino è però due centimetri più alto di Fabbiano e, quindi, qualcuno potrebbe pensare che i 38 centimetri di differenza tra il nostro connazionale e i due colossi da lui battuti rappresentino un record. Ma sarebbe in errore.

Un attento lettore genovese – Claudio B. – ci ha infatti segnalato il nome di un giocatore alto (se così si può dire) un metro e mezzo che in tempi remoti ne sconfisse uno che lo sovrastava di oltre 40 centimetri. Il tennista in questione si chiamava Felicisimo Ampon ed era nato a Manila nel 1920, quando le Filippine erano ancora un protettorato statunitense. Figlio d’arte per lato paterno, il nostro eroe tascabile per coincidenza o per un imperscrutabile disegno del destino, venne al mondo quando il Rappresentante degli Stati Uniti nelle Filippine era il Governatore Dwight Filley Davis, l’ideatore dell’omonima competizione tanto cara a Gerard Piquè.

Coincidenza o meno, il padre gli mise una racchetta in mano sin dalla più tenera età e lui non la posò sino a quasi 48 anni di età. Ampon si dimostrò subito allievo dotatissimo a discapito dei limiti fisici. Già sul finire degli anni ’30 era infatti considerato il miglior giocatore asiatico e tale rimase per almeno due decenni. A livello internazionale il suo curriculum è di tutto rispetto. Limitando l’analisi ai tornei più importanti, scopriamo che Ampon fu capace di raggiungere per tre volte il terzo turno a Wimbledon. Nel 1948 vinse il Wimbledon Plate, ovvero il torneo di consolazione – disputato sino al 1981 in campo maschile – riservato ai giocatori sconfitti al primo oppure al secondo turno dei Championships.

Agli US Open fece ancora meglio arrivando agli ottavi di finale per ben quattro volte. Toccò infine il suo apogeo tennistico al Roland Garros dove in due occasioni disputò i quarti di finale. Proprio negli ottavi di finale dell’edizione 1953 si trovò di fronte un avversario alto più di un metro e novanta. Si trattava dello statunitense Budge Patty che non era soltanto un gigante per gli standard dell’epoca, ma anche un tennista tecnicamente molto dotato, nel cui palmares figurano le vittorie in singolare a Wimbledon e Parigi nel 1950 e in doppio a Wimbledon nel 1957. Ampon lo battè in tre set e fu poi fermato ai quarti dal vincitore dell’edizione: Ken Rosewall.

Patty non è l’unico giocatore della Hall of Fame ad aver perso contro il filippino. Stessa sorte toccò infatti anche a membri illustri come Jaroslav Drobny e Tony Trabert. Internet, ricca di informazioni su di lui, è purtroppo avara di immagini. Attraverso i filmati disponibili è quindi oggettivamente difficile farsi un’idea compiuta delle sue caratteristiche tecniche, ma è facile ipotizzare che fossero più simili a quelle di Nishioka e Schwartzman che a quelle di Karlovic e Opelka.

Un autorevole testimone che potrebbe darcene o meno conferma è Nicola Pietrangeli che lo affrontò e sconfisse in tre set nel 1958 a Sydney in un incontro valido per la semifinale di Coppa Davis tra l’Italia e le Filippine. La parabola sportiva di Felicisimo Ampon si concluse nel 1968 in Coppa Davis. Ampon è a tutt’oggi l’atleta più anziano ad averla disputata. La sua parabola umana finì il 7 ottobre 1997. In queste due settimane di luglio sacre agli dei del tennis ci piace pensare che Felicisimo stia giocando in doppio sui Campi Elisi a fianco dei 197 centimetri del suo nuovo compagno: Orlando Sirola.

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