Il 2018 delle nazioni: grande Italia, male gli USA, Francia al bivio

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Il 2018 delle nazioni: grande Italia, male gli USA, Francia al bivio

6 tornei ATP e 14 Challenger, più di così non si poteva chiedere agli azzurri. Gli USA a secco di Slam, i cugini d’oltralpe in fase di transizione. Bene Australia, Germania e Croazia

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Il tennis è uno sport individuale per eccellenza: a sfidarsi faccia a faccia per la vittoria sono sempre giocatori e giocatrici, da soli, senza l’aiuto di nessuno. Si compete, si soffre, si vince per se stessi. Ed è proprio la naturale vocazione individualista uno degli elementi più affascinanti di questo sport. In principio, l’unica sacra eccezione era la Coppa Davis, competizione maschile a squadre nata nel lontanissimo 1899 e nella quale si affrontano una contro l’altra tutte le nazioni del mondo. Vent’anni dopo venne istituita anche la Federation Cup, poi abbreviata in Fed Cup, ovvero la gemella femminile.

Escludendo la Hopman Cup, minitorneo di esibizione che inaugura la stagione australiana, due competizioni a squadre, in cui invece di giocare per se stessi si gioca per il proprio paese, sembravano un’ intrigante variazione sul tema. Ricche di tradizione e scioviniste al punto giusto, erano ambite dai giocatori e amate dai tifosi. Peccato che recentemente siano diventate fin troppo faticose per i più celebrati professionisti della racchetta, oppressi dalla necessità di accumulare punti e denaro sui circuiti ATP e WTA. Negli ultimi anni le diserzioni sono infatti diventate la regola.

Razionalmente, nel 2018, avremmo dunque dovuto sentir parlare ben poco di tennis per nazioni e men che meno di tennis per regioni geopolitiche disegnate come se si fosse al Risiko. E invece non si è fatto altro che discutere, ancor più che giocare, di competizioni a squadre. È stata la stagione della tanta annunciata riforma della Davis che dal prossimo anno diverrà sostanzialmente una replica condensata dei mondiali di calcio, in campo neutro e con partite ai meglio dei tre set, per la rabbia dei puristi. Peraltro l’unica cosa che andava modificata, ovvero la data, collocata al termine dell’estenuante stagione maschile, è rimasta immutata. E gli stessi tennisti non sono molto contenti, per usare un eufemismo.

 

Durante le Finals di Londra, proprio il boss del circuito maschile, Chris Kermode, ha annunciato che dal 2020 prenderà il via la ATP Cup, altra competizione a squadre per nazioni. Si giocherà due mesi dopo la nuova Davis con formato praticamente identico ma tanti soldi e punti in palio. Infine, come se non bastasse, a settembre è andata in scena a Chicago la seconda edizione della Laver Cup, l’esibizione creata da Roger Federer che contrappone tennisti europei e provenienti dal resto del mondo. Manco a dirlo nel caso del fenomeno di Basilea, è stato un altro successo. Insomma, nonostante il buon senso indichi il contrario, pare esserci sempre maggiore curiosità di rispondere alla domanda: “Qual è la migliore nazione al mondo nel tennis?”.

E quindi cerchiamo di fare una valutazione per quanto riguarda la stagione appena trascorsa. Per patriottismo oltreché per dovere di cronaca, non si può che partire dall’Italia. Non siamo stati i migliori ma non è mai successo. Tuttavia raramente ci siamo avvicinati così tanto al vertice, quantomeno per quanto riguarda il tennis maschile. Era dal 1976, anno del mitico trionfo in Davis, che i tennisti azzurri non vincevano sei titoli sul circuito maggiore. Davanti a noi solo la Spagna (9). Tre di questi sono arrivati grazie al talento di Fabio Fognini, il nostro uomo di punta, autore della miglior stagione della carriera. Come dimenticare poi l’incredibile semifinale raggiunta al Roland Garros del palermitano Marco Cecchinato, la prima per un azzurro in uno Slam dopo oltre quarant’anni, grazie allo strepitoso successo su Novak Djokovic. E poi c’è stata la definitiva esplosione del giovane Matteo Berrettini, vincitore del suo primo titolo a Gstaad.

Ma anche al piano di sotto, quello dei Challenger, ce la siamo cavata egregiamente con 14 allori, di cui solo sei tra le mura amiche. Meglio hanno fatto solo Stati Uniti e Australia con 17. Siamo molto più lontani dai vertici nel femminile, dove la generazione d’oro di Pennetta e colleghe non ha fatto da traino per le nuove leve. A farci vedere un po’ di luce è stata la finora inaffidabile Camila Giorgi, trovando un’inaspettata continuità di risultati e il suo best ranking della carriera (n.26).

Ma c’è chi abituato a non accontentarsi di tutto questo. Ad esempio gli Stati Uniti che da sempre dominano il mondo del tennis. In questo 2018 lo hanno fatto un po’ meno con un “zeru tituli” nei Major di mourinhana memoria. Tutta colpa di Serena Williams che al ritorno dalla gravidanza si è fermata in finale sia a Wimbledon che a Flushing Meadows. O dell’arbitro Albert Ramos direbbe lei. Tuttavia invece di appellarsi a Santa Serena da Saginaw o aggrapparsi a presunti torti subiti, gli USA dovrebbero cominciare a rimboccarsi le maniche. Sia tra gli uomini che tra le donne hanno profondità. Ma solo Sloane Stephens al momento dà l’idea di poter arrivare in fondo nei tornei importanti. E i 208 centimetri dell’encomiabile John Isner, capace di conquistare il primo 1000 della carriera a Miami e la passerella alla O2 Arena, non bastano a nascondere la brutta stagione di Sam Querrey e quella ancora più brutta di Jack Sock che per consolarsi è ricorso al doppio. E i Next-Gen Frances Tiafoe e Taylor Fritz sono stati bastonati a Milano dai loro coetanei.

Non ride nemmeno la Francia, nazione Slam che non vince Slam da tempo ma che era quantomeno solita ricoprire le classifiche con le proprie bandierine, soprattutto quella ATP. La finale di Davis è una coperta di Linus dalla quale non sbuca praticamente nulla e che fa rimpiangere i tanto criticati quattro moschettieri degli anni zero. Lucas Pouille ha deluso e vien da pensare che forse avesse illuso in precedenza. Dietro a lui ci sono giusto un paio di buoni rincalzi e nemmeno più tanto giovani. Tra le donne per trovare una transalpina bisogna scendere fino alla 19esima posizione di Caroline Garcia. Un anno fa era ottava di poco davanti alla connazionale Kristina Mladenovic, oggi addirittura 47esima. C’est la vie!

La Gran Bretagna orfana di Andy Murray non poteva che naufragare tragicamente come il Titanic dopo aver colpito l’iceberg. Kyle Edmund si è salvato e ora vede la terra promessa chiamata Top 10. Johanna Konta è invece affogata in un mare di sconfitte (23 a fronte di sole 26 vittorie), passando dalla nona alla 37esima posizione in classifica. “God save the queen… and bring the King back”, verrebbe da dire.

Tra le big four si salva solo l’Australia. Merito soprattutto di Alex De Minaur, un piccolo diavolo che a soli 19 anni si sta già facendo largo tra i grandi, e di Ashleigh Barty, un animo che sembrava fin troppo candido per sfondare in un mondo così crudele. Ma anche di un insospettabile John Millman che agli US Open ha scritto la sua storia per i nipotini, sconfiggendo Federer e agguantando un inaspettato quarto di finale. Le turbolenze di Nick Kyrgios e Bernard Tomic sono archiviate. Ma se volessero finalmente dare il loro apporto alla causa l’Australia sarebbe di certo tra le favorite nella nuova Davis.

Un po’ come la Francia, anche la Spagna era abituata ad inondare di giocatori la classifica maschile. Con la differenza che loro avevano un certo Rafa Nadal capace di garantire almeno uno Slam all’anno e sappiamo tutti quale. In tempi più recenti, con i suoi alti e i suoi bassi, anche Garbine Muguruza tra le donne iniziava qualunque torneo con la possibilità di portarsi a casa il trofeo. Nadal è ancora una certezza ma gli anni passano e gli acciacchi aumentano. In questa stagione, Muguruza ha invece speso più tempo a discutere con il suo allenatore che a sparare dritti vincenti. E la situazione da rosea ha assunto tinte fosche. Si diceva che i vari Bautista Agut, Ramos Vinolas e Carreno Busta fossero esempi di come con pochi mezzi si possono ottenere buoni risultati. Ma appunto i mezzi sono quelli che sono e quest’anno si è notato palesemente. L’unica buona notizia è il ritorno ad alti livelli della sempre divertentissima Carla Suarez Navarro.

Sono invece un russo e una mezza polacca a fare le fortune della Germania. Con un’altra stagione molto solida e la ciliegina sulla torta di Londra, a soli 21 anni, Alexander Zverev ha confermato di potersela giocare alla pari con tutti, Djokovic e Federer compresi, anche quando conta. Il passo che porta ai Major potrebbe essere molto breve. Angelique Kerber quel passo lo conosce ormai a memoria e ai Championships ha danzato per la terza volta. Ridendo e scherzando le manca solo il Roland Garros per completare il career grand slam. Peraltro anche le seconde file teutoniche sono di buon livello, al maschile e soprattutto al femminile con una Julia Goerges sempre più affidabile. 

E poi veniamo alle altre nazioni che sono riuscite a distinguersi. Come la Croazia, che ranking alla mano, ha in Marin Cilic e Borna Coric, i due singolaristi migliori al mondo. A Lille non ci poteva essere vittoria più meritata. Come la Russia che ora non è più solo Maria Sharapova e un’altra serie di ragazze che tirano forte. I classe 1996 Karen Khachanov e Daniil Medvedev hanno fatto il salto di qualità, facendo irruzione nella Top 20 mentre Daria Kasatkina è ormai una presenza fissa ai piani altissimi della WTA. C’è poi la Repubblica Ceca che non si è stancata di vincere Fed Cup, sei negli ultimi otto anni, alle quali crede fino in fondo solo lei. Onore al merito però di un movimento di tennis femminile al momento inavvicinabile. Al momento appunto perché altre nazioni emergenti dell’est Europa come l’Ucraina, la Romania o la Bielorussia fanno paura.

Così come impressionanti sono i colpi di Stefanos Tsitsipas. Che non viene da Londra, Parigi, New York o Melbourne ma da Atene. Da quelle parti lì un tennista così non solo non si era mai visto ma nemmeno mai immaginato nella mitologia. Insomma, il 2018 ci ha regalato una geografia del tennis dilatata, in cui le nazioni con più risorse fanno fatica a mantenere risultati di altissimo livello e ogni paese ha la sua chance di emergere. Un trend destinato probabilmente a proseguire e del quale l’Italia ha saputo approfittare in maniera sorprendentemente brillante.

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Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

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Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


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Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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Focus

1×04: Ubi Radio vi parla di Ubitennis ai tempi del coronavirus

Cosa è cambiato nella routine redazionale da quando non si gioca più? La quarta puntata di Ubi Radio (inizio ore 19) conclude il breve viaggio dietro le quinte di Ubitennis

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La quarta puntata di Ubi Radio, il nuovo podcast in diretta di Ubitennis, conclude il breve viaggio dietro le quinte del nostro portale iniziato nella scorsa puntata. Se giovedì scorso ci eravamo soffermati su come si muovono normalmente le rotative e come si sono mosse fino a inizio marzo, evidenziando le differenze tra la copertura di un grande torneo e quella di una settimana in cui i big riposano, oggi vi parliamo di come abbiamo cambiato la nostra routine lavorativa da quando la pandemia di coronavirus ha interrotto l’attività dei circuiti.

Come si ‘sopravvive’ a un periodo senza uno straccio di quindici ufficiale? C’è anche qualche aspetto positivo? Accedere alle notizie è più semplice o più difficile? Quanto è forte la tentazione di mettersi a pubblicare video di gattini? Ne parlano Vanni Gibertini e Alessandro Stella.

UBI RADIO – IL TENNIS IN DIRETTA: EPISODIO 4

 

Ascolta anche su Spotify.

Sintonizzatevi sulla pagina Spreaker di Ubitennis, che consentirà anche di mandare commenti e domande in diretta durante la trasmissione. Si potrà accedere alla trasmissione live del podcast da questo articolo (alle 19 inseriremo il link in cima), dalla pagina Facebook di Ubitennis e, una volta terminata la diretta, si potrà riascoltare l’episodio anche sulle principali piattaforme di podcast come Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

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