Il 2018 delle nazioni: grande Italia, male gli USA, Francia al bivio

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Il 2018 delle nazioni: grande Italia, male gli USA, Francia al bivio

6 tornei ATP e 14 Challenger, più di così non si poteva chiedere agli azzurri. Gli USA a secco di Slam, i cugini d’oltralpe in fase di transizione. Bene Australia, Germania e Croazia

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Il tennis è uno sport individuale per eccellenza: a sfidarsi faccia a faccia per la vittoria sono sempre giocatori e giocatrici, da soli, senza l’aiuto di nessuno. Si compete, si soffre, si vince per se stessi. Ed è proprio la naturale vocazione individualista uno degli elementi più affascinanti di questo sport. In principio, l’unica sacra eccezione era la Coppa Davis, competizione maschile a squadre nata nel lontanissimo 1899 e nella quale si affrontano una contro l’altra tutte le nazioni del mondo. Vent’anni dopo venne istituita anche la Federation Cup, poi abbreviata in Fed Cup, ovvero la gemella femminile.

Escludendo la Hopman Cup, minitorneo di esibizione che inaugura la stagione australiana, due competizioni a squadre, in cui invece di giocare per se stessi si gioca per il proprio paese, sembravano un’ intrigante variazione sul tema. Ricche di tradizione e scioviniste al punto giusto, erano ambite dai giocatori e amate dai tifosi. Peccato che recentemente siano diventate fin troppo faticose per i più celebrati professionisti della racchetta, oppressi dalla necessità di accumulare punti e denaro sui circuiti ATP e WTA. Negli ultimi anni le diserzioni sono infatti diventate la regola.

Razionalmente, nel 2018, avremmo dunque dovuto sentir parlare ben poco di tennis per nazioni e men che meno di tennis per regioni geopolitiche disegnate come se si fosse al Risiko. E invece non si è fatto altro che discutere, ancor più che giocare, di competizioni a squadre. È stata la stagione della tanta annunciata riforma della Davis che dal prossimo anno diverrà sostanzialmente una replica condensata dei mondiali di calcio, in campo neutro e con partite ai meglio dei tre set, per la rabbia dei puristi. Peraltro l’unica cosa che andava modificata, ovvero la data, collocata al termine dell’estenuante stagione maschile, è rimasta immutata. E gli stessi tennisti non sono molto contenti, per usare un eufemismo.

 

Durante le Finals di Londra, proprio il boss del circuito maschile, Chris Kermode, ha annunciato che dal 2020 prenderà il via la ATP Cup, altra competizione a squadre per nazioni. Si giocherà due mesi dopo la nuova Davis con formato praticamente identico ma tanti soldi e punti in palio. Infine, come se non bastasse, a settembre è andata in scena a Chicago la seconda edizione della Laver Cup, l’esibizione creata da Roger Federer che contrappone tennisti europei e provenienti dal resto del mondo. Manco a dirlo nel caso del fenomeno di Basilea, è stato un altro successo. Insomma, nonostante il buon senso indichi il contrario, pare esserci sempre maggiore curiosità di rispondere alla domanda: “Qual è la migliore nazione al mondo nel tennis?”.

E quindi cerchiamo di fare una valutazione per quanto riguarda la stagione appena trascorsa. Per patriottismo oltreché per dovere di cronaca, non si può che partire dall’Italia. Non siamo stati i migliori ma non è mai successo. Tuttavia raramente ci siamo avvicinati così tanto al vertice, quantomeno per quanto riguarda il tennis maschile. Era dal 1976, anno del mitico trionfo in Davis, che i tennisti azzurri non vincevano sei titoli sul circuito maggiore. Davanti a noi solo la Spagna (9). Tre di questi sono arrivati grazie al talento di Fabio Fognini, il nostro uomo di punta, autore della miglior stagione della carriera. Come dimenticare poi l’incredibile semifinale raggiunta al Roland Garros del palermitano Marco Cecchinato, la prima per un azzurro in uno Slam dopo oltre quarant’anni, grazie allo strepitoso successo su Novak Djokovic. E poi c’è stata la definitiva esplosione del giovane Matteo Berrettini, vincitore del suo primo titolo a Gstaad.

Ma anche al piano di sotto, quello dei Challenger, ce la siamo cavata egregiamente con 14 allori, di cui solo sei tra le mura amiche. Meglio hanno fatto solo Stati Uniti e Australia con 17. Siamo molto più lontani dai vertici nel femminile, dove la generazione d’oro di Pennetta e colleghe non ha fatto da traino per le nuove leve. A farci vedere un po’ di luce è stata la finora inaffidabile Camila Giorgi, trovando un’inaspettata continuità di risultati e il suo best ranking della carriera (n.26).

Ma c’è chi abituato a non accontentarsi di tutto questo. Ad esempio gli Stati Uniti che da sempre dominano il mondo del tennis. In questo 2018 lo hanno fatto un po’ meno con un “zeru tituli” nei Major di mourinhana memoria. Tutta colpa di Serena Williams che al ritorno dalla gravidanza si è fermata in finale sia a Wimbledon che a Flushing Meadows. O dell’arbitro Albert Ramos direbbe lei. Tuttavia invece di appellarsi a Santa Serena da Saginaw o aggrapparsi a presunti torti subiti, gli USA dovrebbero cominciare a rimboccarsi le maniche. Sia tra gli uomini che tra le donne hanno profondità. Ma solo Sloane Stephens al momento dà l’idea di poter arrivare in fondo nei tornei importanti. E i 208 centimetri dell’encomiabile John Isner, capace di conquistare il primo 1000 della carriera a Miami e la passerella alla O2 Arena, non bastano a nascondere la brutta stagione di Sam Querrey e quella ancora più brutta di Jack Sock che per consolarsi è ricorso al doppio. E i Next-Gen Frances Tiafoe e Taylor Fritz sono stati bastonati a Milano dai loro coetanei.

Non ride nemmeno la Francia, nazione Slam che non vince Slam da tempo ma che era quantomeno solita ricoprire le classifiche con le proprie bandierine, soprattutto quella ATP. La finale di Davis è una coperta di Linus dalla quale non sbuca praticamente nulla e che fa rimpiangere i tanto criticati quattro moschettieri degli anni zero. Lucas Pouille ha deluso e vien da pensare che forse avesse illuso in precedenza. Dietro a lui ci sono giusto un paio di buoni rincalzi e nemmeno più tanto giovani. Tra le donne per trovare una transalpina bisogna scendere fino alla 19esima posizione di Caroline Garcia. Un anno fa era ottava di poco davanti alla connazionale Kristina Mladenovic, oggi addirittura 47esima. C’est la vie!

La Gran Bretagna orfana di Andy Murray non poteva che naufragare tragicamente come il Titanic dopo aver colpito l’iceberg. Kyle Edmund si è salvato e ora vede la terra promessa chiamata Top 10. Johanna Konta è invece affogata in un mare di sconfitte (23 a fronte di sole 26 vittorie), passando dalla nona alla 37esima posizione in classifica. “God save the queen… and bring the King back”, verrebbe da dire.

Tra le big four si salva solo l’Australia. Merito soprattutto di Alex De Minaur, un piccolo diavolo che a soli 19 anni si sta già facendo largo tra i grandi, e di Ashleigh Barty, un animo che sembrava fin troppo candido per sfondare in un mondo così crudele. Ma anche di un insospettabile John Millman che agli US Open ha scritto la sua storia per i nipotini, sconfiggendo Federer e agguantando un inaspettato quarto di finale. Le turbolenze di Nick Kyrgios e Bernard Tomic sono archiviate. Ma se volessero finalmente dare il loro apporto alla causa l’Australia sarebbe di certo tra le favorite nella nuova Davis.

Un po’ come la Francia, anche la Spagna era abituata ad inondare di giocatori la classifica maschile. Con la differenza che loro avevano un certo Rafa Nadal capace di garantire almeno uno Slam all’anno e sappiamo tutti quale. In tempi più recenti, con i suoi alti e i suoi bassi, anche Garbine Muguruza tra le donne iniziava qualunque torneo con la possibilità di portarsi a casa il trofeo. Nadal è ancora una certezza ma gli anni passano e gli acciacchi aumentano. In questa stagione, Muguruza ha invece speso più tempo a discutere con il suo allenatore che a sparare dritti vincenti. E la situazione da rosea ha assunto tinte fosche. Si diceva che i vari Bautista Agut, Ramos Vinolas e Carreno Busta fossero esempi di come con pochi mezzi si possono ottenere buoni risultati. Ma appunto i mezzi sono quelli che sono e quest’anno si è notato palesemente. L’unica buona notizia è il ritorno ad alti livelli della sempre divertentissima Carla Suarez Navarro.

Sono invece un russo e una mezza polacca a fare le fortune della Germania. Con un’altra stagione molto solida e la ciliegina sulla torta di Londra, a soli 21 anni, Alexander Zverev ha confermato di potersela giocare alla pari con tutti, Djokovic e Federer compresi, anche quando conta. Il passo che porta ai Major potrebbe essere molto breve. Angelique Kerber quel passo lo conosce ormai a memoria e ai Championships ha danzato per la terza volta. Ridendo e scherzando le manca solo il Roland Garros per completare il career grand slam. Peraltro anche le seconde file teutoniche sono di buon livello, al maschile e soprattutto al femminile con una Julia Goerges sempre più affidabile. 

E poi veniamo alle altre nazioni che sono riuscite a distinguersi. Come la Croazia, che ranking alla mano, ha in Marin Cilic e Borna Coric, i due singolaristi migliori al mondo. A Lille non ci poteva essere vittoria più meritata. Come la Russia che ora non è più solo Maria Sharapova e un’altra serie di ragazze che tirano forte. I classe 1996 Karen Khachanov e Daniil Medvedev hanno fatto il salto di qualità, facendo irruzione nella Top 20 mentre Daria Kasatkina è ormai una presenza fissa ai piani altissimi della WTA. C’è poi la Repubblica Ceca che non si è stancata di vincere Fed Cup, sei negli ultimi otto anni, alle quali crede fino in fondo solo lei. Onore al merito però di un movimento di tennis femminile al momento inavvicinabile. Al momento appunto perché altre nazioni emergenti dell’est Europa come l’Ucraina, la Romania o la Bielorussia fanno paura.

Così come impressionanti sono i colpi di Stefanos Tsitsipas. Che non viene da Londra, Parigi, New York o Melbourne ma da Atene. Da quelle parti lì un tennista così non solo non si era mai visto ma nemmeno mai immaginato nella mitologia. Insomma, il 2018 ci ha regalato una geografia del tennis dilatata, in cui le nazioni con più risorse fanno fatica a mantenere risultati di altissimo livello e ogni paese ha la sua chance di emergere. Un trend destinato probabilmente a proseguire e del quale l’Italia ha saputo approfittare in maniera sorprendentemente brillante.

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ATP

Fognini si ritira a Umago: Travaglia, prima volta ai quarti. Fuori Lorenzi

Un problema fisico costringe Fabio al ritiro nel derby. Stefano si giocherà un posto in semi con Balazs. Djere elimina Lorenzi dopo quasi tre ore di battaglia

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Fabio Fognini - Umago 2019 (foto Felice Calabrò)

dai nostri inviati ad Umago, Michelangelo Sottili e Ilvio Vidovich

FABIO OUT, STETO IN – Dura 37 minuti il torneo di Umago per Fabio Fognini: perso rapidamente il primo set, si ritira dopo tre giochi del secondo nel derby contro Stefano Travaglia a causa di un guaio fisico. Dopo l’incontro, dispiaciuto per il torneo e per il pubblico anche perché prima testa di serie, dirà che il problema parte dalla caviglia per estendersi al tendine: quale? “Entrambi i tendini”. Spiega poi che “ho fatto un’infiltrazione domenica pomeriggio. Sono venuto qui, ma la reazione è stata davvero brutta. Non chiedetemi come e perché, perché non lo so. Sono stato male lunedì, mi sono allenato male, avevo dolore. Ieri mattina mi sono sentito meglio, poi in doppio male. Questa mattina il fisioterapista mi ha consigliato di non venire, di non scaldarmi, ma di fare tutto vicino alla partita. Ho finito il riscaldamento che erano 6-4 al tie-break (Krajinovic e Balazs, ndr). Io ho provato a fare del mio meglio; purtroppo, il mio corpo ha reagito in maniera che neanch’io mi aspettavo”.

Per quanto riguarda Travaglia, si tratta del primo quarto di finale ATP in carriera e di un avanzamento, per ora solo virtuale, di due posizioni rispetto al suo best ranking (n. 100). Dell’incontro, c’è poco da dire. Un solo precedente fra i due, quello famigerato dello US Open 2017 vinto da “Steto”. Flavia, deliziosa in un vestitino elegante, scompare in un momento imprecisato, segnale ben peggiore del brutto inizio di Fabio (che, poi, non è né una novità né un indicatore di come sarà il suo match). Preoccupa invece che Fognini si ritrovi sotto 0-4 senza dare il minimo cenno di nervosismo nonostante i troppi errori, soprattutto con il dritto, lato sul quale in più di un’occasione è parso arrivare in ritardo negli spostamenti. Travaglia fa quello che deve, vale a dire rimettere in campo più palle possibili; peraltro, serve anche bene. Fabio muove il punteggio al quinto gioco, l’unico che metterà a referto nel primo parziale. Un consulto con il fisioterapista durante la pausa e, sul 2-1 per il ventisettenne di Ascoli, Fognini dice che può bastare così.

 

Se per Travaglia è il primo quarto di finale nel Tour, il suo avversario (altra sorpresa) si giocherà per la terza volta l’accesso in semifinale. Infatti, il derby azzurro è iniziato in ritardo perché Filip Krajinovic ci ha messo quasi due ore e mezza per guadagnarsi la possibilità di servire per il match; a quel punto, però, il n. 207 ATP Attila Balazs ha impiegato dieci minuti per vincere. Un solo precedente fra i due, a livello Futures, vinto in tre set dall’ungherese.

LORENZI, CUORE E TESTA NON BASTANO – Sul Grandstand di Umago fa il suo esordio nel torneo croato la tds n. 3 Laslo Djere, opposto all’azzurro Paolo Lorenzi. Ottava sfida tra i due tra circuito maggiore e Challenger (4-3 Djere), che si sono incontrati l’ultima volta lo scorso anno a Wimbledon, dove si impose Paolo in quattro set. L’ultima sul rosso risale ad un paio di mesi prima, a Istanbul, dove invece ebbe la meglio Djere per 7-6 al terzo. Curiosamente, quello è stato l’ultimo torneo del circuito maggiore in cui Lorenzi si è spinto sino al terzo turno.

L’inizio del match è tutto di marca serba con Djere che in un attimo vola 3-0 pressando con efficacia da fondo. Lorenzi, reduce dalla maratona di oltre tre ore vinta 7-6 al terzo sul tedesco Torebko (con l’aggiunta del doppio con Fabbiano, perso 10-8 al supertiebreak contro l’altra coppia tutta italiana Bolelli/Fognini), capisce subito che a fare a braccio di ferro da fondo ci rimette lui. Ed allora ecco che il 37enne senese inizia a mettere i consueti granellini di sabbia negli ingranaggi del gioco avversario: si mette a tre metri dalla riga di fondo e comincia a variare velocità ed altezza dei colpi, inserendo qualche variazione tattica fatta di palle corte e attacchi a rete. Djere ha un attimo di sbandamento che gli costa il break al quinto gioco, che però si riprende subito dopo e poi senza ulteriori scossoni il serbo incamera il primo set per 6-3.

In realtà però il match è cambiato, perché la pressione da fondo del n. 32 del mondo non è più così efficace come nella prima mezz’ora di gioco. Insomma, i granellini di sabbia azzurri a partire dal secondo parziale iniziano a fare il loro effetto. Lorenzi ora tiene agevolmente i suoi turni di battuta, grazie ad una ritrovata efficacia del servizio, mentre invece il 24enne residente a Novi Sad fa una fatica enorme, invischiato dalle variazioni di Paolo ed anche visibilmente insoddisfatto dell’incordatura delle sue racchette. Ne cambia addirittura due nei primi game del secondo set, per poi comunque continuare a scrollare la testa sconsolato nel sentire la tensione dell’ennesima racchetta che prende dal borsone (“Sono cambiate le condizioni di gioco, è scesa la sera, è aumentata l’umidità” ci spiegherà nel dopo partita). Djere lotta, sbuffa, salva tre balle break nel quarto gioco e poi addirittura sei (di cui tre consecutive) nel sesto, prima di capitolare due game dopo e consegnare di fatto il set a Lorenzi, che chiude meritamente 6-3 nel gioco successivo.

L’inizio del terzo set è ancora a tinte azzurre con il break in apertura a favore del n. 114 del ranking. Tra il pubblico in tribuna notiamo Jannik Sinner da un parte e Simone Bolelli dall’altra, quest’ultimo subito sotto di noi. Rimarranno fino alla fine del match, mentre invece Dusan Lajovic e Thomas Fabbiano si fermeranno qualche minuto, in piedi sulle scale che portano agli spogliatoi sotto il Centrale, a metà del parziale decisivo. Paolo va sul 2-0 e sembra avere il controllo del match. Ma qui è bravo Djere a cambiare registro (“Lui aveva rallentato il gioco ed era evidente che essere aggressivo come avevo fatto fino a quel momento non pagava, allora ho cambiato un po’ anch’io”): ora anche lui ha iniziato a variare altezza, profondità e velocità dei colpi.

Insomma, il match diventa “ugly”, come direbbe Brad Gilbert. E ad avere la meglio in questa nuova situazione tattica è il tennista serbo, che si riprende il break al quarto gioco, annulla due palle break nel game successivo, strappa nuovamente il servizio a Lorenzi alla quinta occasione e sale poi 5-2. Ora, pur lottando sempre in maniera commovente su ogni palla, Paolo paga un leggero calo fisico e soprattutto un calo alla battuta, colpo che l’aveva supportato alla grande nel set precedente: in entrambi i giochi in cui ha perso il servizio ha avuto la palla del game, ma non ha avuto l’aiuto sperato dalla prima di servizio.  Tutto sembra finito quando Djere si appresta a servire il match point sul 5-3, poco dopo le due ore e mezza di gioco.

Invece c’è un ultimo colpo di scena: due doppi falli consecutivi con conseguente imprecazione in serbo e sguardo d’odio verso le tribune del Centrale affacciate dietro il Grandstand (“Qualcuno mi ha disturbato, vabbè niente di grave” glisserà a fine match), fanno da anticamera all’ennesimo break della partita. Ma a Lorenzi non riesce l’aggancio, nonostante abbia ancora la forza di annullare due match point consecutivi prima di capitolare per 6-4 dopo 2h43′.

Per Djere ora la sfida contro la tds n. 8 Leonardo Mayer, che ha superato in rimonta in tre set Jiri Vesely, in una parte alta del tabellone che ha perso le altre due teste di serie, la n. 1 Fognini e la n. 6 Krajinovic. Insomma, una buona occasione per il serbo di puntare alla finale, che vorrebbe dire rientrare nella top 30, che dista solo poche posizioni e qualche decina di punti. Certo dovrà alzare il livello rispetto al match di oggi.

Risultati:

[Q] A. Balazs b. [6] F. Krajinovic 6-3 6-7(1) 7-6(5)
S. Travaglia b. [1] F. Fognini 6-1 2-1 rit.
[8] L. Mayer b. J. Vesely 3-6 6-4 6-4
[3] L. Djere b. P. Lorenzi 6-3 3-6 6-4

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Nei dintorni di Djokovic

Nei Dintorni di Djokovic sull’erba: Petra sì, Cilic no. Ma c’è Nole, cuore e acciaio

L’analisi dei risultati (e le dichiarazioni) dei giocatori dei paesi dell’ex Jugoslavia a Wimbledon. Nel complesso – solo in tre oltre il II turno – peggio che a Parigi. ma la fantastica vittoria di Djokovic fa passare tutto in secondo piano

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Diciotto in totale – 10 uomini e otto donne – i rappresentati dei paesi dell’ex Jugoslavia nei due tabelloni di singolare. Un mese e mezzo fa a Parigi erano stati in diciannove, con la semifinale di Nole, i primi quarti di Perta Martic, gli ottavi di Donna Vekic e tanti qualificati al terzo turno a certificare per l’ennesima volta la buona qualità media del tennis balcanico. A Londra alla seconda settimana ci sono arrivati solo in due, Nole e Petra, e oltre al loro al terzo turno è approdata solo Polona Hercog. Ma volete mettere la vittoria di Novak?

TABELLONE FEMMINILE

CROAZIA IN CHIAROSCURO – “Non so cosa dire, è dura perdere così“. Era affranta Donna Vekic dopo la sconfitta al primo turno contro Allison Riske, match nel quale si era trovata in vantaggio per 4-1 nel terzo set prima di subire la rimonta della statunitense. “Brava lei, ha fatto dei punti incredibili, ma io ci ho messo del mio con tutti quei doppi falli” l’obiettiva analisi della neo23enne tennista di Osijek. Certo aveva ragione ad osservare che, da testa di serie, trovare Riske – fresca vincitrice di due tornei sull’erba, l’ITF di Surbiton e ‘s-Hertogenbosch –  al primo turno non è stato certo il massimo (“Non ho avuto un sorteggio fortunato”), ma non si può non sottolineare come ancora una volta Donna abbia mancato l’esame per dimostrare di poter aspirare a qualcosa in più che stazionare tra la 20esima e la 30esima posizione WTA. 

Poteva avere qualche rammarico anche Petra Martic, che invece dopo la sconfitta contro Elena Svitolina è parsa serena, come certificato dal suo proverbiale sorriso. Dopo i quarti a Parigi, la spalatina ha raggiunto la seconda settimana di uno Slam anche a Londra, battendo nell’ordine Brady, Potapova e Collins, prima di arrendersi alla solidità dell’ucrainaa e – da qui il possibile rammarico – alla sua schiena. Che non le ha permesso di andare oltre alle tre palle break sul 4-3 a suo favore nel primo set. “Purtroppo devo conviverci. Mi sono svegliata stamattina e ho sentito che avevo dei problemi. Ho cercato perciò di accorciare gli scambi, ma lei era solida, prendeva tutto e non sbagliava. Forse se avessi fatto il break, chissà, perché stavo giocando bene”. 

Annullate quelle Svitolina prendeva il volo e per la croata il sogno di bissare i quarti del Roland Garros svaniva: “Nel secondo set lei ha giocato ancora più sciolta e non c’è stato niente da fare”. Per Petra e la sua schiena ora un po’ di riposo (“Ripeto, ci devo convivere, e credo non sia niente di grave. Starò ferma un paio di giorni, andrò da uno specialista, ma spero di ripartire dal Canada”), ma portando a casa comunque un regalo da Londra: la top 20, sesta croata della storia a raggiungere questo risultato.

SLOVENIA SOTTO I RIFLETTORI – Ben quattro le tenniste slovene in tabellone, a conferma che in campo femminile qualcosa si muove nel paese che ha dato i natali alla campionessa del Roland Garros 1977 Mima Jausovec. Salutava subito il resto della compagnia solo Dalila Jakupovic, sconfitta nettamente da Filipkens, mentre Tamara Zidansek batteva 8-6 al terzo quella che un tempo – quando arrivo in semifinale sugli stessi prati londinesi – era una grande promessa, Eugenie Bouchard, prima di raccogliere solo tre game contro Wang.  

Ma chi si è fatto notare sono state Kaja Juvan e Polona Hercog. La 18enne Kaja ha superato le qualificazioni ed ha vinto il suo primo match in uno Slam, prima di arrendersi solo 6-4 al terzo a Serena Williams, non prima di averla un po’ spaventata vincendo il primo parziale. “Non ho molto da rimproverarmi. Ho lottato fino in fondo, anche nel terzo quando ero indietro nel punteggio, non ho mai mollato. Sono molto soddisfatta per questo. Forse le ho giocato troppo sul dritto, tornassi indietro cambierei questo, ma comunque lei è Serena” ha commentato, comunque soddisfatta, la grande promessa slovena dopo la sconfitta.

La 28enne di Maribor, invece, dopo aver battuto Kuzmova in rimonta ed eliminato la tds n. 17 Madison Keys, è arrivata per due volte ad un passo dai suoi primi ottavi Slam – leggasi i due match point sprecati, specie il secondo con un clamoroso doppio fallo – prima di sciogliersi davanti allo sfrontato talento di Coco Gauff. “Evidentemente è scritto che io non debba arrivare alla seconda settimana di uno Slam” ha commentato Polona dopo il match, guardando però agli aspetti positivi piuttosto che a quelli negativi. “Dura arrivare così vicino, ma essere così lontani. Ma devo pensare a come ho giocato i primi due set, se giocherò a questo livello i risultati nei prossimi tornei arriveranno. E anche la seconda settimana in uno Slam”.

 
Polona Hercog – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

POCA SERBIA, MA CON ONORE Aleksandra Krunic ha lottato per un set prima di arrendersi nel match di esordio a quella Muchova che poi si sarebbe spinta fino ai quarti di finale battendo persino Karolina Pliskova. Chi invece ha fatto una gran bella figura è stata Ivana Jorovic. Dopo aver battuto in due set l’olandese Kerkohve, la 22enne Ivana ha ceduto solo 9-7 al terzo alla già citata Allison Riske, che più in là nel torneo avrebbe fatto tremare Serena. “Ho giocato bene, ma in questo momento non riesco ad esserne contenta, dopo aver perso una partita così tirata” ha detto a caldo dopo la sconfitta la tennista di Cacak. “Qui ho lottato alla pari contro una specialista dell’erba, come avevo lottato alla pari al Roland Garros contro una specialista della terra (perse contro Jennifer Brady 7-5 al terzo, ndr). Questo mi fa dire che sono sulla strada giusta”.

TABELLONE MASCHILE

CROAZIA, LA CRISI DI MARINAssente Borna Coric, che non è riuscito a recuperare in tempo dal problema agli addominali che lo aveva costretto al ritiro ad Halle, in Croazia in molti speravano che sull’erba di Wimbledon si rivedesse il vecchio Marin Cilic, quello capace di sfiorare la vittoria contro Federer nei quarti nel 2016 ed arrivare in finale nel 2017. Invece la crisi del 30enne di Medjugorje – accompagnato nell’occasione dall’ex top ten Wayne Ferreira, scelta che ha destato diverse perplessità in patria, ovviamente espresse post eliminazione – continua: la sconfitta in tre set al secondo turno contro un giocatore come Joao Sousa, da lui sempre sconfitto nelle 4 sfide precedenti e non certo uno specialista dell’erba (12 vittorie in carriera su 31 incontri prima di incontrare il croato) è di quelle veramente pesanti per il morale.

Per Cilic quest’anno da segnalare solo i quarti a Madrid (dove peraltro si è dovuto ritirare per l’ennesimo problema fisico), per il resto solo delusioni, specie negli Slam: sconfitta a Melbourne negli ottavi, secondo turno a Parigi e a Londra. Ed una classifica che dal n. 7 di inizio anno lo vede attualmente dieci posizioni più indietro, in 17esima posizione. In Croazia ci si interroga su quali siano i motivi di questo crollo, se sia legato ai ricorrenti problemi fisici oppure c’è dell’altro, considerato che Marin non è mai stato fortissimo dal punto di vista mentale e forse potrebbe fare fatica a metabolizzare l’insieme di infortuni e sconfitte. Chi si è invece fatto notare in positivo è stato  l’eterno Ivo Karlovic, che a furia di mazzate di servizio (92% di punti con la prima, 21 ace) ha superato Andrea Arnaboldi ed ottenuto un altro primato di longevità: era infatti dai tempi di Ken Rosewall che un quarantenne non vinceva un match in singolare a Wimbledon (che poi un quasi 38enne stesse per vincerlo, beh, è un’altra storia…), prima di cedere all’altro italiano Thomas Fabbiano senza grossi rimpianti “Lui ha giocato molto bene, non sbagliava mai. Il mio back di rovescio non gli ha dato mai fastidio”.

Marin Cilic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

GLI ALTRI LOTTANO, MA NON BASTA – C’erano anche lo sloveno Aljaz Bedene ed il bosniaco Damir Dzumhur in tabellone, usciti al primo turno ma con l’onore delle armi. Il tennista di Lubiana ha giocato un bel match ed ha impegnato severamente Berrettini, che ha avuto bisogno di quattro set, e di un tie-break nel quarto, per avere la meglio sullo sloveno. Continua invece il periodo nero di Dzumhur, in un’annata piena di problemi fisici. “Dovevo vincere in tre set. Invece mi son fatto rimontare da 5-2 sopra nel secondo set. Sono riuscito a vincere il terzo, ma sapevo che con tutti gli infortuni e gli stop dell’ultimo periodo non ero in grado di reggere tanto tempo a quel livello in campo. Dovevo vincerla prima” ha commentato, un po’ sconfortato il 27enne di Sarajevo dopo la sconfitta al quinto contro Cuevas. Sconfortato ma non certo disposto a mollare. “Devo solo tornare ad allenarmi con continuità ed intensità”.

SERBIA, (TANTISSIMO) NOLE E POCO ALTRO – Se a Parigi oltre alla semifinale di Djokovic si erano visti anche altri tre serbi al terzo turno, a Wimbledon invece oltre al n. 1 del mondo nessun tennista di Belgrado e dintorni è riuscito ad andare oltre il secondo turno. Dusan Lajovic non ha onorato la sua prima testa di serie ai Championship ed è uscito subito per mano del polacco Hurcakz, e anche Filip Krajinovic ha fatto subito i bagagli, battuto dalla wildcard tedesca Kopfer in quattro set. “Quel tie-break è stato decisivo” ha osservato il 27enne di Sombor dopo il match, riferendosi al tie-break del terzo set perso 11-9, dopo il quale si è letteralmente “sciolto”. Inutile dire che da entrambi ci si attendeva qualcosa in più, dopo i buoni risultati sul rosso.  

Hanno fatto un turno in più gli altri tre tennisti serbi. Sicuramente da elogiare Janko Tipsarevic, che riesce finalmente a superare di nuovo un turno in uno Slam, dopo le due battaglie perse al primo turno a Melbourne e Parigi contro Dimitrov. Qui vince un’altra battaglia (6-2 al quinto contro Nishioka), prima di dare filo da torcere al finalista dello scorso anno Kevin Anderson. Tutto sommato, non si poteva chiedere di più neanche agli ultimi due. Miomir Kecmanovic ha battuto Carballes Baena prima di ritirarsi all’inizio del terzo set conto Benoit Paire: problemi alla caviglia per lui, forse legati alle tossine non ancora smaltite del torneo di Antalya della settimana precedente (cinque tie-break giocati tra semifinale e finale). Laslo Djere ha battuto un giocatore che è ancora più terraiolo di lui, l’argentino Andreozzi, prima di incontrare un Millman che non è uno specialista dei prati, ma da australiano sicuramente se la cava molto meglio del 24enne di Senta.

Su Nole non c’è veramente cosa aggiungere a quello che è stato scritto su Ubitennis e altrove per celebrare la sua vittoria. Il fuoriclasse di Belgrado si era presentato a Wimbledon sorprendendo un po’ tutti, dopo aver chiamato Goran Ivanisevic a far parte del suo staff (scelta che in Serbia non tutti hanno preso bene, ricordando alcune frasi di un giovane Goran ai tempi della guerra nell’ex Jugoslavia). Ma le sorprese da parte di Nole finivano lì. Dopo aver regolato facilmente Kohlschreiber e Kudla, cedeva un set a Hurkacz (“Ci voleva, ma ha dato una sveglia”), triturava Humbert e Goffin, anche se la prima parte del primo set contro il belga lo aveva visto un po’ contratto (“All’inizio ero teso, poi recuperato il break mi sono come liberato“) e poi si imponeva nettamente alla distanza su Bautista Agut. Infine, il capolavoro contro Federer. E contro la spinta dei 15.000 del Centrale per lo svizzero. E chissà di quanti altri seduti a casa davanti al televisore.

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Jeeg va, cuore e acciaio, cuore di un ragazzo che senza paura sempre lotterà” recitava la sigla di un noto cartone animato giapponese trasmesso in Italia negli anni Ottanta. Non sappiamo se sia stato trasmesso anche in Serbia, certo è che quelle parole calzano benissimo sul Novak Djokovic visto domenica. Cuore e (nervi) d’acciaio. E tanto, tanto talento: perché per giocare sempre, sempre, sempre vicino alla riga, qualsiasi tipo di palla gli arrivasse in seguito alle magie di Roger, ce ne vuole veramente tanto. Come si dice in Serbia: svaka ti cast, Nole (congratulazioni, Nole).

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Numeri: 103 anni totali, eppure dominano sempre Djokovic, Nadal e Federer

Solita scorpacciata di numeri dopo le due settimane di Wimbledon. La timida ascesa degli under 23, il dominio inatteso di Halep, la Race monopolizzata dai tre fenomeni

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

3 – le vittorie di Halep nelle ultime dodici finali giocate prima di Wimbledon. Simona era arrivata ai Championships senza un titolo da undici mesi (lo scorso agosto aveva vinto il Premier 5 di Montreal), il digiuno più lungo della carriera da quando, nel maggio 2013, a Norimberga vinse il primo di quelli che prima di Londra erano 17 titoli. L’ex numero 1 del mondo (lo era stata anche a inizio 2019) due settimane fa non era certo in fiducia, pur occupando comunque un discreto settimo posto della Race. Inoltre, Halep non aveva mai brillato sull’erba – un solo titolo, vinto a S’Hertogenbosh nel 2013, appena una semi nel 2014 (sconfitta da Bouchard) e due sole volte ai quarti in otto partecipazioni a Wimbledon – una superficie sulla quale diverse tenniste tra le prime sedici teste di serie avevano un miglior score del suo.

Eppure, sui prati di Church Road, la rumena classe 91 ha trovato la forma necessaria per centrare il secondo Slam della carriera, dopo il Roland Garros dello scorso anno. Impressionante, in particolare, il suo cammino dal terzo turno in poi: dopo aver sconfitto Sasnovich in due set lottati (nel secondo era sotto 2-5 prima di chiudere 6-4 7-5) e aver perso un parziale con Buzarnescu, ha concesso appena venticinque giochi complessivi a Azarenka, Gauff, Zhang, Svitolina e Serena Williams (e contro queste ultime due era indietro nei precedenti, in particolare contro la statunitense aveva vinto solo una volta delle dieci nelle quali l’aveva affrontata).

5- i tennisti under 23 nella top 100 del ranking ATP ad aver realizzato il best career ranking questa settimana. Se nelle fasi finali l’edizione del singolare maschile di Wimbledon non ha di certo testimoniato il rinnovamento – nei quarti il più giovane era il classe ’90 Goffin – e piuttosto sancito la bocciatura dei Next Gen e di chi non lo è più da poco tempo (persino in ottavi c’erano solo due under 25, Berrettini e Humbert) i movimenti della classifica testimoniano che la nuova generazione stia muovendosi. A piccoli e lenti passi, ma tanti giovani si stanno affacciando nel tennis che conta. L’under 23 a raggiungere il best career più alto questa settimana è stato Taylor Fritz: lo statunitense -eliminato al secondo turno da Struff dopo aver sconfitto Berdych – è entrato per la prima volta nella top 30 del ranking.

Il secondo è Ugo Humbert: in quello che era solo il quarto Major giocato in carriera, grazie agli ottavi conquistati superando Monfils, Granollers e Auger-Auliassime, il 21enne francese ha accumulato i punti per entrare tra i primi 50 al mondo. Crescono anche tennisti ancora più giovani di quelli sin qui menzionati: il non ancora 20enne Kecmanovic diventa 66 ATP; un altro giovanissimo francese, Moutet, si qualifica a Wimbledon e sconfigge poi Dimitrov per salire all’81°posizione del ranking. Analogo a quello del transalpino il percorso seguito da Popyrin: il tennista australiano nato nell’agosto del 1999 e vincitore del Rolang Garros juniores 2017, ha superato le quali ai Championships e, avendo la meglio su Carreno Busta, ha ottenuto la quarta vittoria in una partita a livello Major del suo 2019, entrando per la prima volta tra i primi 90 tennisti al mondo.

9 – i tennisti europei nella top ten dell’ultima classifica dell’ATP. Con l’uscita nelle ultime settimane dalla fascia di classifica di maggior prestigio di Isner, Del Potro e, dopo Wimbledon, anche di Anderson, il tennis maschile ai massimi livelli è ormai sempre più appannaggio della scuola tennistica del Vecchio Continente (e la tendenza si è intravista anche nell’edizione femminile di Wimbledon, nella quale, a parte il mito di Serena, le altre tre tenniste erano dell’Est Europa). Spicca la presenza tra i primi 10 al mondo, per la prima volta dopo tanti anni, di due tennisti russi, Khachanov e Medvedev (ma al termine del 2000, con Safin e Kafelnikov, la Russia ne ebbe addirittira due tra i migliori cinque), così come inorgoglisce il nuovo best career ranking di Fognini, salito al nono posto.

La contemporanea conferma di Berrettini alla ventesima posizione permette così all’Italia di essere tra i pochi paesi (con Russia appunto, Spagna e Croazia) ad avere due giocatori nella top 20. Il movimento canadese con Raonic, Shapovalov e Auger-Auliassime si conferma nel suo ottimo momento appaiando le scuole francesi, argentine e spagnole che ormai, secondo tradizione, sono le migliori nello sfornare con costanza buonissimi giocatori, come dimostrato dalla presenza di tre loro rappresentanti nella top 30.

12- le vittorie ottenute nelle quattordici partite giocate sull’erba da Matteo Berrettini nel 2019. Un ottimo bilancio per chi è appena alla sua seconda effettiva stagione nel circuito maggiore, sebbene già l’anno scorso il romano si fosse tolto la soddisfazione, nel suo primo Wimbledon, di sconfiggere Jack Sock, primo top 20 superato in carriera. Quest’anno, dopo aver fatto il suo esordio in Coppa Davis vincendo sui prati indiani, il 23enne romano ha vinto l’ATP 250 di Stoccarda, conquistato la semi ad Halle e raggiunto gli ottavi a Wimbledon. Per riuscirci, Matteo ha sconfitto due volte il top 10 Khachanov e avuto la meglio, tra gli altri, sul top 20 Basilashivili, su un probabile futuro campione come Auger-Auliassime e su un funambolo come Kyrgios. Piazzamenti che gli hanno permesso di raggiungere prima e conservare poi la top 20, un piazzamento che potrebbe essere migliorato nelle prossime settimane (nella Race è attualmente dodicesimo). 

Di Matteo impressionano positivamente non solo il fisico da granatiere e il tennis potente da giocatore moderno (ottimi i fondamentali di servizio e dritto), ma soprattutto la fame atavica di vittoria e la freddezza con le quali scende in campo ed è capace di gestire i momenti difficili che periodicamente si presentano nel corso di una partita di tennis. Berrettini eccelle in queste caratteristiche, non acquisibili con l’allenamento e difficilmente migliorabili con il tempo: sono piuttosto doti innate in chi ha un futuro roseo davanti a sé, proprie solo dei grandi tennisti. Se il tennista romano – ragazzo molto posato, il che non guasta mai – conserverà la salute, l’umiltà e la professionalità che lo hanno portato a realizzare i risultati di quest’anno, le rosee prospettive per la sua ancora giovane carriera potrebbero concretizzarsi e farlo divenire presto una delle stelle del tennis mondiale. La netta sensazione è che il meglio per lui debba ancora venire.

33 – le partite vinte da Serena Williams nel corso dei suoi ormai tredici tornei giocati da quando nel marzo 2018 è rientrata nel circuito. Un bilancio davvero magro per la campionessa di ventitrè Slam che, quando aveva lasciato temporaneamente l’attività per la gravidanza, era numero 1 al mondo, posizione riconquistata con la vittoria degli Australian Open 2017 in finale sulla sorella Venus. Serena non è più riuscita a trovare la forma e la continuità necessaria per tornare ai livelli ai quali aveva abituato: una serie di fastidi fisici (che l’hanno costretta a ritirarsi in tre dei tredici tornei iniziati in questo anno e mezzo) non le hanno comunque impedito di raggiungere tre finali nei Major (negli ultimi due Wimbledon e agli US Open 2018, con la relativa furiosa polemica col giudice di sedia Ramos) e di risalire in classifica sino alla nona posizione del ranking.

Sebbene siano risultati tuttaltro che banali, in particolar modo sulla soglia dei 38 anni, stridono in maniera piuttosto netta con quelli della Serena dominatrice del circuito sino a due anni fa. Pochi avrebbero immaginato che nei sedici mesi del suo ritorno all’attività agonisticala californiana non avrebbe aggiunto nemmeno un titolo ai 72 già precedentemente conquistati, arrivando in soli quattro tornei almeno ai quarti di finale. La più piccola delle sorelle Williams, da quando è divenuta mamma, ha vinto solo due delle sette volte nelle quali ha giocato contro top ten (l’ultima sconfitta è arrivata nella finale di Wimbledon persa nettamente contro Halep): l’ultimo step per tornare quel era è proprio la competitività con le migliori. Vedremo sin dai prossimi mesi se ne avrà la forza.

 

64 (%) – l’identica percentuale di successo nelle finali Slam di Federer (ne ha vinte venti e perse undici) e Djokovic (sedici trionfi e nove sconfitte). Appena migliore è quella di Nadal, fermo al 69% grazie ai 18 Major vinti nelle 26 finali giocate, anche in virtù della sua netta superiorità sulla terra (e quindi al Roland Garros). Il maiorchino, tra i tre primatisti nella classifica dei tornei del Grande Slam vinti, è anche il più vincente nelle semifinali di questi tornei, vinte l’81% delle volte, a differenza del 69% che, incredibilmente, di nuovo accomuna Federer (31-14) e Djokovic (25-11). Molto si è discusso su cosa nell’ultima finale di Wimbledon abbia determinato la vittoria di Djokovic e molti hanno puntato anche sull’incapacità di Federer di dare il meglio di sè nei momenti topici e/o di estremo equilibrio delle grandi sfide.

Si è fatto cenno alle ventidue partite perse in carriera dallo svizzero avendo match point a favore, dimenticando le diciannove in cui era accaduto il contrario e, soprattutto, tutta l’abilità mostrata tante volte da Federer per vincere contro altri campioni senza dover arrivare allo sprint. Altri hanno menzionato il saldo negativo di Roger al quinto set nelle finali Slam (quattro vittorie e cinque sconfitte), dimenticando che anche quello di Nadal è negativo (2-3) e che il solo Djokovic, tra chi nell’Era Open ha giocato il parziale decisivo almeno tre volte nella finale di un Major, è in attivo (3-1), con il serbo secondo a pari merito con Agassi (3-1 anche per lui) in questa graduatoria dietro solo a Borg (5-1).

Se però in cinque ore di splendida partita sia il serbo che lo svizzero si sono rimontati a vicenda e hanno avuto in precedenza la chance di chiudere, nessuno dei due meritava di vincere più dell’altro. C’è però poco da fare: la gradazione più intensa della gioia che uno sportivo possa raggiungere è stata toccata da Djokovic dopo la rimonta occorsagli per vincere il suo quinto Wimbledon davanti a un pubblico che in grandissima maggioranza sosteneva il suo avversario. Allo stesso tempo, l’abisso più profondo della delusione che uno sportivo possa provare si è annidata nell’animo di Federer dopo aver perso una finale già vinta. Lo svizzero ripenserà mille volte alle varie occasioni sfumate di un soffio. Quel che è certo è che nella finale del torneo più celebre del mondo, il tennis si è confermato sport straordinario per lo spettacolo e le storie che sa offrire, ma anche impossibile da giocare ad alti livelli per chi, pur molto talentuoso, non sia dotato di nervi d’acciaio e freddezza glaciale.

18.010 – la somma dei punteggi nella sola Race conquistati da, in ordine di classifica, Djokovic, Nadal e Federer. Per capire quanto il 2019 sia stato sin qui dominato da questi tre tennisti, basti pensare che si devono sommare i punti ottenuti dal quarto (Thiem) fino al dodicesimo (Berrettini) nella stessa classifica per ottenere un totale superiore ai 18010 ottenuti dai primi tre nei tornei giocati da inizio gennaio sino a oggi. Accadeva per la prima volta nel 2007 che questi tre grandissimi campioni fossero ai primi tre posti della classifica della Race dopo il torneo di Wimbledon: considerata la grandezza dei tre tennisti in questione nessuno dodici anni fa si sarebbe sorpreso se la circostanza si fosse ripetuta successivamente a nuove edizioni dei Championships, come infatti avvenuto nel 2008, 2011, 2012 e 2014. Ma che addirittura sarebbe accaduto dodici anni dopo la prima volta, quando ormai in tre sommano 103 anni, davvero è sbalorditivo e indicativo dell’eccezionalità della loro carriera. Si parla ormai da anni di “Next Gen”, ma questi tre fenomeni hanno vinto tutti i Major si qui giocati nel 2019, hanno monopolizzato due finali Slam su tre, vinto tre dei cinque Masters 1000 sin qui disputati e portato a casa due ATP 500. Una ‘triarchia’ egemonica che lascia davvero le briciole agli altri protagonisti del circuito.

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