La Coppa Davis riposi in pace. A Orlando l'hanno uccisa

Editoriali del Direttore

La Coppa Davis riposi in pace. A Orlando l’hanno uccisa

Non è detto però che la nuova formula non funzioni. Dipenderà dai soldi, se ci saranno davvero quanti promessi, e dai giocatori. Ma anche dal probabile conflitto fra ITF e ATP. Da che parte stanno Federer, Djokovic, Nadal? E la Next-Gen, Zverev, Tsitsipas, Shapovalov?

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Il 16 agosto 2018 verra’ ricordato come il giorno della morte della vecchia Coppa Davis, 118 anni dopo la sua nascita. Mr. Dwight Davis si starà girando nella tomba, incredulo. Però però però anche lui avrebbe potuto aspettarselo. Erano anni che in tanti, quasi tutti, stavamo dicendo che era obsoleta, che non rispecchiava più i tempi, le vere forze in campo.

Ma ne rispettavamo il suo fascino, per averne vissuto mille episodi, mille emozioni, ciascun patriota soffrendo per il proprio Paese in match memorabili, in maratone indescrivibili, in rimonte incredibili, pazzesche. In sconfitte inattese, imprevedibili, come in exploit fantastici. E quando non si poteva tifare per la propria squadra, era quasi impossibile non sceglierne un’altra per la quale tifare. Adorandone i protagonisti.

Da innamorato del tennis e della Davis, anche se io per primo non sopportavo chi la considerava e spacciava per un campionato del mondo espressione della potenza tennistica di un Paese…quando la si poteva vincere anche con un solo grande giocatore e un buon doppista – idem dicasi per la Fed Cup, sia chiaro – e se ne serviva per raccontare panzane ai propri sudditi, ai politici più ignoranti per ottenere favori, prebende, ho sognato da bambino di poterla giocare, da dirigente di poterla organizzare, da giornalista di poterla raccontare.

 

Da italiano e…patriota sono contento che almeno una vecchia Davis l’abbiamo vinta nel ’76 e penso con riconoscenza al Fato e a Nicola Pietrangeli che si batté più di tanti politicanti da strapazzo, incluso quel Giancarlo Baccini de Il Messaggero che manifestò davanti alla sede del CONI (“No, no, non giochiamo le volée con il boia Pinochet”) per impedire la nostra benedetta trasferta del ‘76 in Cile e che per l’appunto è stato inviato dalla nostra federazione a rappresentarci ieri in Florida e a votare per la riforma voluta da Haggerty …Il sospetto che si sia trattato di un voto di scambio per la garanzia di poter disporre dei diritti Tv della nuova Davis per SuperTennis fino almeno al 2021, è trapelato da più parti, ma certezze non ce ne saranno fino a che il delegato non le confessasse.

Su un punto crediamo che tutti, riformatori e non, possano concordare. La vecchia amata Davis aveva parecchie rughe. Qualche modifica era necessaria per restituirle maggiore credibilità e interesse. Per evitare che il Paese campione a dicembre fosse già eliminato a febbraio, per approntare un calendario che tenesse in maggior conto le necessità dei giocatori più forti costretti fra trasferimenti da un capo all’altro del mondo e con cambi di superficie improbabili a dedicare alla Coppa ben più delle settimane imposte dal calendario. Troppo spesso abbiamo potuto constatare che il campione che riusciva a conquistarla da eroe nazionale diventava l’anno dopo una sorta di traditori-disertore. Chi legge e conosce di tennis e di Davis sa di cosa parlo.

Per 16 anni di presidenza ITF Ricci Bitti non ho e non abbiamo cessato di segnalare che qualcosa andava fatto. Senza successo. Non si è mossa foglia. Ricci Bitti ha difeso la propria poltrona nel più completo immobilismo. Haggerty, e solo un americano poteva farlo, ha preso il toro per le corna e, spaventato anche da iniziative congiunte che volevano mettere in pratica Atp e australiani, ha ideato questo sconquasso facendo baluginare negli occhi di tante federazioni povere, un gran bel pacco di milioni, tremila milioni per 25 anni. Grazie al Kosmos del calciatore Pique’ e all’inattesa sponsorship di Larry Ellison, uno degli uomini più ricchi del mondo, oltre che il magnate di Oracle e del torneo di Indian Wells diventato il primo dei Masters 1000.

Le elezioni hanno decretato la vittoria di Haggerty – che ha rischiato tantissimo; se avesse perso si sarebbe dovuto dimettere…Ricci Bitti se ne è guardato bene dal correre quel rischio – nella percentuale necessaria, oltre il 67 per cento ed è inutile oggi ipotizzare e speculare sulla correttezza dei votanti, sulla potenza dei soldi e delle Tv spingono per eventi brevi e più facilmente commerciabilizzabili, sulle solite cose che sono state sempre scritte quando i mondiali di calcio finiscono in Qatar, i Giochi olimpici invernali a Sochi, etcetera etcetera. Cosa fatta capo ha. Basta recriminare, insinuare, lamentarsi. Due terzi delle 142 nazioni votanti hanno fatto una scelta che va rispettata, quali che siano state le ragioni che, Paese per Paese, l’hanno ispirata.

I tre set su cinque restano il baluardo degli Slam, anche se c’è già chi -Djokovic e altri – è pronto a discuterli anche lì. Di partite in casa o fuori ce ne sarà una l’anno. La rivoluzione Haggerty – vedi nostro articolo di due giorni fa – stravolge la vecchia formula, ma pur avendomi lasciato assai perplesso …mi auguro sinceramente che abbia successo. E non mi sento di escludere che col tempo non lo abbia. Magari fra 5 o più anni ci ritroveremo a ringraziarlo per averla ideata, per essere riuscito a creare un evento davvero di rilevanza e interesse mondiale. Come il mondiale di calcio? Magari! Però quello si disputa ogni quattro anni. Non ogni anno. E Haggerty si era reso conto che nemmeno la biennalità sarebbe stata gradita a due terzi delle nazioni votanti.

Intanto, a quel che ho appreso – ma devo verificare – il board si sarebbe fatto dare la facoltà di modificare le regole della futura Davis senza dover ricorrere a nuovi consulti assembleari! Se così è potrà fare quel che vuole. Quando vuole. La Davis 2018, giunta alle battute finali, sarà l’ultima vecchio modello. Alcune sfide avranno poco senso. Ma pazienza.

L’Italia, poiché giunta nei quarti, sarà una delle dodici teste di serie del primo turno che si giocherà nel primo weekend di febbraio. Se lo giocherà in casa o fuori dipenderà da chi capiterà come avversario. Se lo passerà si ritroverà fra le 18 che a fine novembre giocherà o a Lille o a Madrid ( francesi e spagnoli hanno naturalmente votato a favore della riforma…e per far votare Giudicelli, il presidente corso- francese che disponeva di 12 voti e era inquisito per un processo di diffamazione l’assemblea di Orlando ha votato una sorta di liberatoria), insieme alle quattro squadre semifinaliste del 2018 e a due wildcard. Anche le wildcard sono state oggetto di trattative, di scambio di voti. Il Belgio per esempio avrebbe garantito i suoi 6 voti alla riforma solo se gli fosse stata garantita la wild card per aver disputato due delle ultime tre finali. I piccoli Paesi africani, asiatici e sudamericani, di fronte alla prospettiva di poter incamerare diversi soldini si sono fatti convincere abbastanza facilmente.

Alla fase finale parteciperanno dunque 18 nazioni suddivise in sei gironi di tre squadre ciascuno. A me il tennis a girone, senza eliminazione diretta, ma con calcoli ragionieristici di set, game persi per capire chi arrivi primo nel proprio girone, chi secondo per poi stabilire quali saranno le due migliori seconde che andranno ad accompagnare le prime dei sei gironi per qualificare le otto nazioni nei quarti…non mi piace per niente. Non mi pare una cosa seria. Spero non si arrivi a dover contare i punti dei tiebreak!

Ma è certo vero che da giornalisti ritrovarsi con giocatori e colleghi di 18 Paesi sarà un’esperienza interessante. Diversa. Stimolante. Per questo motivo, pur non condividendo gran parte delle modifiche della nuova Davis, mi sono ritrovato a non considerare una catastrofe la vittoria dei Riformatori. Anzi, quasi quasi. Certo ritrovarmi nelle mani di un’organizzazione privata che dovrebbe gestire un evento per 25 anni mi lascia parecchio perplesso. Vero che le varie sigle, ITF, ATP, WTA, hanno fatto spesso carne di porco di tante situazioni – i calendari in primis, certe attribuzioni in secundis – che non è detto che un privato debba fare peggio, però oggi come oggi le perplessità permangono.

E’ vero che certe finali di Davis hanno interessato solo quei paesi che le disputavano. Ma almeno per quei Paesi l’atmosfera era fantastica. Penso a Belgio Gran Bretagna a Gent, a Croazia-Argentina a Zagabria, a Francia-Svizzera a Lille, per risalire a Svezia-USA a Göteborg 1984, o Francia-Usa a Lione 1991… e ovviamente tutte le sette finali dell’Italia, ancorché sei perdute…Indimenticabili. Se a Lille o a Madrid andassero in finale, senza che i tifosi delle squadre finaliste abbiano potuto minimamente programmare una trasferta dopo che le semifinali sarebbero state giocate poco prima, due squadre che non fossero ne’ francesi (nel caso di Lille) ne’ spagnole (nel caso di Madrid) e magari extraeuropee, sudamericane o altro…sai che tristezza!!!

Come in tutte le cose ci vuole anche fortuna. Magari gli organizzatori ce l’avranno e io gliela auguro con tutto il cuore. Così come auguro all’ITF che il conflitto con l’ATP non si radicalizzi. E’ chiaro che i giocatori staranno più volentieri dalla parte dell’ATP che da quella dell’ITF, a meno che i soldi ITF  Kosmos e Ellison siano talmente tanti da indurli a miti consigli. Quanto può incidere la vecchia guardia dei Federer (piu’ interessato allo sviluppo della Laver Cup), dei Nadal, dei Fab Four ultra trentenni? E i giovani…Zverev, Tsitsipas, Shapovalov, saranno prigionieri dei loro manager? O decideranno autonomamente? O saranno in mano all’Atp?

La peggior cosa che potrebbe capitare sarebbe che si creassero due eventi, uno a fine novembre e l’altro a gennaio, il primo ITF e il secondo ATP che si spartissero i campioni, di fatto decretando il fallimento di entrambi gli eventi. E danneggiando pure la Hopman Cup e la Laver Cup che sono eventi nel cuore della lobby australiana.

Prevedo un braccio di ferro. Sulle ceneri della vecchia Coppa Davis. Ma meno male che come mago non valgo un granché.

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Editoriali del Direttore

Un Federer fenomenale tira la volata a Nadal. Djokovic sconta le troppe pressioni

Un pubblico ostile, quasi crudele. L’anno del serbo resta nettamente migliore di quello dello svizzero. Berrettini chiude in bellezza con Thiem, ma fu vera gloria?

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Roger Federer e Novak Djokovic - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

C‘erano volute “a couple of weeks”, qualcosa più di due settimane, stando alle parole pronunciate da Roger Federer qui a Londra nei giorni scorsi, per smaltire la cocente delusione di quei due matchpoint mancati nella finale maratona di Wimbledon vinta da Djokovic al tiebreak giocato sul 12 pari del quinto set. Ma secondo me sono state pure più di due. A 38 anni non sai mai se certe occasioni si ripresenteranno. “Tanta acqua è passata sotto i ponti da quella finale e mi piace l’idea di rigiocare di nuovo contro Novak con la possibilità di prendermi la rivincita, in fondo quella partita l’ho persa per due punti, lui avrà un tantino più fiducia di me, ma io non ne ho poca” aveva detto Roger. Parole abbastanza inconsuete per Federer, che di rivincite non ho forse mai sentito parlare.

Certo è che, considerando che Roger non aveva più battuto Novak da quattro anni, dal Masters 2015 qui, chi aveva più da perdere era certamente Novak. Avevo incontrato Greg Rusedski, l’inglese del… Canada, ex n.4 del mondo, che mi aveva detto: Tutta la pressione sarà su Novak perché lui è l’unico dei due a cercare di chiudere l’anno da n.1 e per riuscirci deve battere Roger e vincere questo torneo spodestando così Nadal. Vincendolo eguaglierebbe anche i 6 Masters vinti in carriera da Roger. Si gioca, insomma, tante cose tutte insieme, e in un round robin, sapendo che se perde è anche eliminato dal torneo…”.

Novak Djokovic – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Fatto sta che a fronte di un Federer che ha giocato, e soprattutto servito in maniera straordinaria – le statistiche del primo set, che è quello ha influenzato il trend del match, sono impressionanti: 83% di prime palle pur avendo cercato l’ace (ne ha fatti 8 in 5 game), 16 punti su 19 quando ha messo la prima, 4 punti su 4 le sole volte che ha messo la seconda! Insomma Roger ha ceduto la miseria di 3 punti in cinque turni di servizio – un Djokovic incredibilmente nervoso, capace di regalare un break già nel terzo gioco (dopo aver salvato una pallabreak nel primissimo game) con ben due doppi falli, ha giocato una partita che il mio amico Vuk Brajovic ha sentito definire alla tv serba come “assolutamente catastrofica!”. “E non so spiegarmi perché, dopo tante partite contro Roger – quella di ieri era la n.49 – io non riuscissi proprio a leggere il suo servizio!.

Beh, una cosa del genere, detta dal migliore ribattitore del mondo, fa davvero impressione. E impressionatissimi erano, a fine match, anche due ex capitani di Coppa Davis della Svizzera che hanno conosciuto Roger fin da quando era un ragazzino, Marc Rosset e Claudio Mezzadri, dei quali potete ascoltare le interessanti interviste audio che ho loro fatto. Nonostante le mille partite di Roger che hanno visto e seguito, erano anch’essi stupiti per il livello della performance, tecnica e anche atletica esibita da quel fenomeno di oltre 38 anni. Val la pena ascoltarli.

Così come val la pena sottolineare che a non aver dimenticato i due matchpoint mancati da Roger all’All England Club, c’erano anche tutti gli spettatori della 02 Arena. Il tifo che hanno fatto per il loro eroe, vittima ingiusta ai loro occhi di fan quattro mesi fa, è stato rumoroso e a tratti aggressivo, come a voler far scontare a Nole quella vittoria che li aveva tutti feriti. Un tifo esagerato, a tratti quasi crudele, che mi ha portato a simpatizzare per il serbo trafitto da mille frecce, più di San Sebastiano.

Con questo exploit, ad ogni modo, Roger al momento ha certo reso felice oltre a se stesso anche Rafa Nadal ancor prima dello scontro del maiorchino con Tsitsipas. Il duello del maiorchino con il greco sarà ininfluente per la quinta leadership ATP di fine anno. Nadal sarà sul trono del tennis per la quinta volta, così come ci sono stati cinque volte Federer e Djokovic. È impressionante pensare che negli ultimi 16 anni ci sono stati solo loro con la corona sulla testa, con l’unica intromissione di Andy Murray nel 2016.

Il match Nadal-Tsitsipas sarà invece importante per l’ambizione di Rafa di raggiungere il traguardo delle semifinali di uno dei pochissimi tornei che il maiorchino non ha mai vinto. Rafa, si diceva già ieri, non ha il destino nelle sue mani: deve sperare, oltre che nella propria, anche in una vittoria di Medvedev su Zverev dal quale era stato battuto. In questa duplice combinazione Rafa terminerebbe il suo round robin al primo posto. Altrimenti sarebbe fuori (come direbbe Briatore).

Invece nell’altro gruppo Roger Federer è già sicuro di chiudere al secondo posto, alle spalle di Thiem la cui sconfitta con il nostro Berrettini non lo ha minimamente penalizzato, al di là dei 192.000 euro spettanti al vincitore di ciascun match. Ergo Federer incontrerà in semifinale Tsitsipas oppure, un tantino meno probabilmente secondo me, Nadal. Magari sbaglio ma mi pare improbabile che si verifichino entrambe le ipotesi: Nadal che batte uno Tsitsipas che mi è parso in forma smagliante e Medvedev che lotta per battere Zverev quando anche vincendo non potrebbe comunque qualificarsi per la semifinale.

 
Roger Federer – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Chiunque gli capitasse di fronte… se Roger giocasse come ha giocato ieri il favorito della semifinale prima e del torneo poi, sarebbe proprio lui. Ciò anche se si è ben visto che nessuna giornata è mai uguale all’altra. Roger aveva giocato maluccio con Thiem e solo un po’ meglio, ma non benissimo (salvo che al servizio) con Berrettini. Come cambiano le cose, i pronostici, nell’arco di un giorno o due, financo di poche ore. Ieri pomeriggio, quando avevo chiesto al collega svizzero dell’agenzia Sportcenter Christian Despont, un suo pronostico sul duello più atteso della quinta giornata de Masters. Aveva scosso un po’ la testa e poi detto: “60% Djokovic, 40% Federer”. Dello stesso parere l’altro svizzero Mathieu Aeschmann. E voi che credete che i pronostici li sbagli solo Scanagatta!

Djokovic si è presentato in sala stampa comprensibilmente deluso, direi abbacchiato. Quest’anno niente cioccolatini per la stampa. Era diventata una tradizione a questo Masters, ma ieri sera per lui non c’era proprio niente da celebrare. Anche se, non dimentichiamolo, Novak chiude l’anno 2019 – prima della settimana di Madrid per la Coppa Davis – con un percorso da far invidia a tutti quanti. E cioè con all’attivo due Slam, in Australia e a Wimbledon, due Masters 1000, Madrid e Bercy, più un 500 a Tokyo. Chiude inoltre da n.2 del mondo. Oggi lui che aveva fatto la bocca al n.1 lo avverte come uno smacco, ma insomma allora Federer che dovrebbe dire? Non ha vinto neppure uno Slam quest’anno, è dietro Djokovic, terzo, nel ranking ATP, grazie ai quattro tornei vinti, Dubai, Miami, Halle e Basilea. Vincesse questo Masters conquisterebbe l’alloro più pregiato.

Mi sembra giusto chiudere questo editoriale di giornata plaudendo a Matteo Berrettini. È riuscito dove avevano fallito Panatta e Barazzutti e poco importa il fatto che Thiem, giustiziere nei giorni scorsi tanto di Federer che di Djokovic, fosse già sicuro di un posto in semifinale contro il n.2 dell’altro gruppo. C’è l’ombra di una motivazione un po’ più appannata nell’austriaco – fino a che punto è stata vera gloria? Questa formula ha sempre dato adito a dubbi – ma i precedenti fra Thiem e Berretto, vincitore a Shanghai e sconfitto a Basilea, e direi forse ancor più quella battaglia in quattro set al Roland Garros 2018 quando Matteo non era davvero quello di oggi e Dominic era invece già specialista affermato della terra rossa (due semifinali e due finali a Parigi negli ultimi quattro anni), mi fanno credere che fra i due ci possa essere gara, a prescindere dall’attuale equilibrio statistico: 2 a 2.

Matteo ha servito benissimo, salvo che sul 5-4 quando ha giocato un game davvero brutto. Gli è capitato più volte quest’anno, quando doveva chiudere un set o un match. Il suo coach mentale, Stefano Massari, lo affianca anche per evitare che queste situazioni si ripetano. Mentre coach Vincenzo Santopadre dovrà aiutarlo a migliorare in quelle carenze risapute e indicate nei giorni scorsi anche da Federer in persona: rovescio (per quanto ieri ne abbia giocati alcuni altamente spettacolari, due vincenti strappa-applausi perfino ad una mano), risposta e gioco di piedi. E magari ci sarebbe da migliorare anche la volée di dritto sulla palla calante che lascia calare troppo per mettersi di fianco e poi accarezzarla senza spingerla a sufficienza. Gliene ho viste sbagliare, di facili, contro Federer a Wimbledon e qua, contro Thiem.

Ma non c’è dubbio che Matteo sia sulla buona strada, se non commetterà l’errore di montarsi la testa. Il suo ambiente, molto sano, pare in grado di garantire che ciò non accadrà, però se nel calcio si è sempre detto e scritto che a Roma per vincere un campionato occorre vincerne tre, anche per Berrettini le distrazioni romane potrebbero non aiutare. Non so perché, sarà quasi certamente frutto di due stereotipi… geolocalizzati, Roma e San Candido, ma l’altoatesino Jannik Sinner – di cui già tutto il microcosmo del tennis parla in termini entusiastici – sembra meno naturalmente portato… a comportarsi da star un po’ piaciona.

Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il suo 2019 è stato pazzesco, l’ho scritto in tutte le salse, non so più come scriverlo. Per tutti i primi mesi del 2020 Matteo non ha cambiali da pagare, ma – come ha detto lui stesso“più che entrare e uscire dall’élite dei primi 10, mi piacerebbe vincere un grande torneo, tipo un Masters 1000 (non ha osato dire un Slam…), perché vorrebbe dire che per quella settimana sei stato il migliore del mondo”. Inutile dire, anche perché lui questa volta non l’ha detto, che il torneo che più gli piacerebbe vincere è Roma. Un anno fa non ti qualificasti per le finali Next Gen milanesi, Matteo, oggi sei numero 8 del mondo, non schivi neppure la domanda trabocchetto che ti chiede se sogni di diventare n.1 del mondo… Tempo al tempo, ma intanto ad maiora Matteo.

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Editoriali del Direttore

In sette sono ancora in corsa. Federer-Djokovic è il clou. La brutta tentazione di Tsitsipas

Solo Matteo Berrettini contro il ‘salvo’ Thiem è fuori dai giochi, ma ha un obiettivo che non è economico. Nadal, che tifa per la rivincita di Federer, anche perdendo può diventare n.1 a fine anno se… E se chiudesse il gruppo al primo posto? Che vigliacco quel Lendl! Parola di Connors

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)
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da Londra, il direttore

Nota per i lettori che avendomi inondato di commenti, negativi e non, quasi un migliaio fra sito e vari social, meritano il rispetto di un mio aggiornamento anche se nei confronti di chi ha espresso apprezzamenti (o dovrei dire… disprezzamenti?) pesanti, tipici di questa civiltà (???davvero lo è) del web, non sarei tenuto, né ne avrei troppa voglia. C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto di entrambi – in particolare in questo episodio – per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Qualunque cosa abbia scritto qualcuno, c’è sempre stata anche notevole simpatia.

Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti, carini e meno carini, per la partecipazione. Un ultimo commento però mi sia concesso: a chi la cosa non interessava, ma si è lamentato per l’eccessivo risalto, poteva serenamente non leggerla, anziché scrivere che non avrei dovuto scrivere questo o quell’altro. La libertà del web è leggere quel che si vuole. Noi su Ubitennis si scrivono oltre 6.000 articoli l’anno. Leggete quel che vi piace, che vi interessa, gli autori che preferite ignorando quelli che non amate. E se un argomento a vostro avviso ha preso troppo spazio, è stato trattato male, cosa c’è di più semplice che il saltarlo a piè pari? È indolore, per chi lo salta, e per chi l’ha scritto. Si sta tutti meglio.

E se Tsitsipas facesse i calcoli che fece Ivan Lendl nel…La quarta giornata del Masters ha contraddetto alcune indicazioni della seconda, in merito alla forma di Nadal e Zverev, in positivo e in negativo. Il primo era apparso in pessima condizione con lo stesso Zverev, il secondo aveva bene impressionato riuscendo a dominare lo spagnolo da cui aveva perso cinque volte su cinque. Zverev non è però sembrato essere troppo preoccupato per la secca sconfitta patita con Tsitsipas (che invece si è confermato alla grande, tanto che parecchi qui lo considerano addirittura favorito del torneo e sarei curioso di vedere le quote dei bookmakers a questo punto): “Anche l’anno scorso vinsi il primo match, persi il secondo, vinsi il terzo e poi ho vinto il torneo” ha detto il biondo tedesco con il sorriso di chi sa il fatto suo.

Se però lui perdesse con Medveded in due set e Tsitsipas battesse Nadal, il campione di un anno fa andrebbe a casa insieme a Nadal e i due qualificati sarebbero Tsitsipas da n.1 e Medvedv da n.2: questa sarebbe la sola ipotesi in cui Medvedev raggiungerebbe le semifinali. Certo poteva aver compiuto un passo decisivo ieri, se non si fosse fatto rimontare da Nadal.

 
ATP Finals, gli scenari del Gruppo Agassi (fonte @ATP)

Già, Nadal, sette vite come i gatti… beh, le sue chance parevano finite quando si è trovato sotto 5-1 e matchpoint con Medvedev, che era passato a condurre già anche 4-0 avanti nel set decisivo. Con due sconfitte sul groppone nel round robin, l’eliminazione di Rafa sarebbe stata quasi scontata e il trono ATP di fine anno sarebbe apparso assai traballante. Ora invece su quello potrà sedersi proprio lui, a meno che Djokovic, dopo aver battuto Federer stasera, vinca anche il torneo per il sesto anno. Inutile dire che Rafa stasera tiferà per il suo amico Federer (forse lo avrebbe fatto anche a prescindere… il suo rapporto con Roger è più genuino che quello con Nole).

Inoltre Rafa potrebbe addirittura finire al primo posto nel suo gruppoqui l’articolo che contempla tutti i possibili scenari suggeriti da questa formula che ha sempre schifato Rino Tommasi, fautore del tennis tradizionale che prevede le valigie e il ritorno a casa per chiunque perda – se Medvedev superasse Zverev e lui approfittasse di un Tsitsipas che è comunque già sicuro di un posto in semifinale e cui forse potrebbe quasi convenire perdere!

Per carità, a Tsitsipas non gli passerà magari nemmeno per l’anticamera del cervello – ieri sera a una mia domanda che gli chiedeva se… fosse forte in aritmetica, il buon Stefanos ha dimostrato di avere idee assai confuse sulle possibili evoluzioni (spero che troviate il video perché è stata una scena spassosa) – ma se perdesse con Nadal il ragazzone greco chiuderebbe il suo round robin al secondo posto nel gruppo Agassi con la certezza di affrontare in semifinale il primo del gruppo Borg che sappiamo già essere Thiem. Evitando di dover giocare contro chi vincerà il match clou di oggi, in serata: cioè Federer oppure Djokovic, la rivincita del match dell’anno, la finale di Wimbledon con quei due matchpoint mancati da Federer il cui ricordo sveglia ancora nel pieno della notte Roger e i suoi innumerevoli tifosi. Un vero incubo. Djokovic conduce la danza, 26 vittorie a 22, prima della sfida numero 49.

Il Thiem visto l’altra sera in grandissimo spolvero contro Djokovic farebbe paura a chiunque (perfino a Berrettini, eh eh, che lo affronta oggi alle 15 italiane), ma Thiem sabato giocherà la sua primissima semifinale di un Masters, mentre Federer e Djokovic che questo torneo lo hanno vinto 6 e 5 volte, molte di più: Roger 15 se non erro, Novak 8. Un bel gap di esperienza. Voi chi preferireste incontrare qui: Thiem o uno fra Djokovic e Federer?

Video in inglese sugli scenari di qualificazione del Gruppo Agassi

Tanti anni fa ero al Madison Square Garden, nel gennaio 1981 per il Masters che valeva per il 1980, quando Jimmy Connors dette apertamente del vigliacco (“You are a chicken!”) a Ivan Lendl che praticamente perse senza lottare con lui per tutto il secondo set: 7-6 6-1. Come mai Lendl aveva mollato a quel modo? Sapeva che arrivando primo nel proprio girone avrebbe incontrato Bjorn Borg che era secondo dell’altro girone, invece arrivando secondo avrebbe incontrato il n.1 dell’altro gruppo (il blu) Gene Mayer, avversario assai più tenero anche se aveva battuto 6-0 6-3 un Borg svogliato perché già qualificato.

I cinici calcoli del ceco gli dettero ragione: in semifinale lui dominò 6-3 6-4 Mayer, mentre Connors perse in tre set da Borg che poi nella finale tre set su cinque avrebbe dato tre set a zero a Lendl. Quella non fu l’unica vicenda assolutamente deprecabile del Masters, che infatti cambiò mille volte la successione degli incontri che si prestavano, se non a combine, a duelli lottati con diverse motivazioni agonistiche dai protagonisti. Furono tante le polemiche che dall’82 all’85 fu abbandonata, con gran gioia dei puristi e di Tommasi, la formula dei due gironi all’italiana e si allargò la partecipazione a dodici giocatori. Otto giocavano un primo turno per qualificarsi per i quarti, dove erano attesi dai primi quattro giocatori delle classifiche mondiali che, usufruendo di un bye, stavano un turno avanti, già nei quarti.

Niente più rischi di match inutili – come sarà ad esempio anche il Thiem-Berrettini di oggi pomeriggio, quando si giocherà solo per il cospicuo premio, 215.000 dollari (circa 192.000 euro) -, ma eliminazioni dirette come da antica tradizione. Thiem è già primo comunque, dicevo, Berrettini ultimo comunque. Solo che così non si aveva più la garanzia di vedersi esibire almeno tre volte tutte le star. Per la vendita dei biglietti e per i diritti tv era molto più commerciale la logica dei due gironi, con tutti gli inconvenienti del caso. E dall’86 si tornò a quella formula che non è più stata abbandonata e che da allora costringe tutti a fare esercizi di pura ragioneria… che ho un po’ già accennato ma che qui vi risparmio.

Tornando a Berrettini-Thiem, il romano avrà una motivazione in più: quella di diventare il primo italiano a vincere un match al Masters in tre anni, 1975, 1978 e 2019, dopo otto sconfitte azzurre su otto, tre di Panatta e Barazzutti, due sue. In fondo, anche se il Thiem dell’altra sera è apparso ingiocabile, i precedenti lasciano supporre che ci possa essere equilibrio, soprattutto se Thiem non dovesse esser super motivato o magari timoroso di stancarsi troppo alla vigilia delle semifinali. Matteo perse in quattro set al Roland Garros del 2018, quando Thiem sarebbe poi giunto in finale, ci ha vinto a Shanghai, ci ha perso dopo aver vinto il primo set prima di un calo fisico evidente a Vienna. Insomma, se a Matteo dovesse funzionare il servizio (e il dritto) potrebbe esserci partita. Speriamo.

Intanto, giusto per dare un po’ di soddisfazione a chi si diverte a darmi del gossipparo (ognuno si diverte come può), segnalo che ha raggiunto Matteo dalla finale di Fed Cup persa in Australia con la Francia di Mladenovic e Garcia, la fidanzata Ajla Tomljanovic. Ieri i due, voglio proprio esagerare sperando di essere “copiato” da Novella 2000, sarebbero stati visti – udite udite – sul battello che congiunge la zona di Canary Whard a quella di Westminster. Sguinzagliati tutti i paparazzi del Regno Unito non impegnati al castello di Windsor.

Ajla Tomljanovic all’allenamento di Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Oggi, dopo la partita con Thiem, dovrei avere una intervista radiofonica one&one per Radio Sportiva con Matteo. Dite che dovrei chiedergli se ha intenzioni serie, e magari già di sposare la bella e simpatica Ajla, o lascio perdere perché stanno insieme da troppo poco tempo e non da 15 anni?

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Editoriali del Direttore

Due verdetti ci regalano un ‘quarto di finale’ tra Federer e Djokovic, sempre a Londra

Non va gettata la croce addosso a Berrettini per non aver saputo approfittare di un Federer non irresistibile. Thiem-Djokovic match straordinario e per l’austriaco è record

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Roger Federer - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Nota per i lettori C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto – in particolare in questo episodio – di entrambi per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti per la partecipazione.

Mentre io mi affannavo a leggere diverse centinaia di vostri commenti sul sito (e altrettanti su Facebook) a margine dell’episodio con Nadal – e ho dedicato un lungo commento in evidenza all’interno dell’articolo sulla vicendai primi due verdetti sono arrivati già dopo la terza giornata delle finali ATP. Dominic Thiem, match-winner su Djokovic della partita più bella di questo Masters, e forse anche dei Masters più recenti a mia memoria, è già in semifinale, è sicuro primo nel gruppo Borg. Così come purtroppo Matteo Berrettini, uscito con la testa molto più alta che non a Wimbledon contro Federer e tuttavia battuto, rischia fortemente di fare la stessa fine di Panatta e Barazzutti che non vinsero un match quando arrivarono a giocare il Masters di fine stagione.

Magari contro un Thiem un po’ meno motivato perché già in semifinale (per la prima volta, primo austriaco di sempre) e forse desideroso di risparmiare energie, Matteo potrebbe riuscire a cancellare la casella zero dopo otto partite azzurre ai tre Masters. Non è stato un Federer brillante quello che lo ha battuto, tuttavia va detto che lo svizzero – anche per le risposte deficitarie di Matteo – aveva perso soltanto cinque punti in sei turni di servizio nel primo set. E cinque sono rimasti anche dopo il tiebreak nel quale Matteo è stato tradito proprio dalle sue armi predilette, il dritto che ha sparacchiato fuori sull’1 pari, il doppio fallo che ha consentito a Roger di andarsi a giocare due servizi sul 5-2.

Matteo ha poi compromesso tutto cedendo la battuta a zero nel primo game del secondo set. Se non è un problema di esperienza questo, che cosa è? Così Roger ha potuto controllare agevolmente la partita fino a che sul 4-3 ha fatto quattro regali a Matteo e ha dovuto fronteggiare tre palle break, le sole conquistate nel match dal nostro. Se le è giocate maluccio, in particolare una. Federer gli ha battuto tutte e tre le volte sul dritto. E lui ci è arrivato male.

 
Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Nel ’75 Panatta aveva 25 anni, come Barazzutti nel ’78 (ma si giocò a gennaio ’79) e Matteo è due anni più giovane rispetto a loro. Come ha ricordato Federer: “Io 17 anni fa avevo un rovescio molto debole, credo che lo potrà certamente migliorare anche Berrettini”. Ne sono convinto anch’io. Il rovescio, l’ho scritto tante volte, si impara. L’hanno dimostrato Federer, come lo ha ricordato lui stesso, e anche Nadal. E, sempre come ha detto Roger, oggi chi ha un gran servizio e un gran dritto può fare molta strada.

L’ostacolo più difficile da sormontare, secondo me, sarà il “footwork”, come ha sottolineato e non a caso ancora Federer. Roger è sempre stato un atleta naturale straordinario, idem Nadal, idem Djokovic, idem Murray. Fab Four campioni di grande talento, indubbiamente, ma sarebbero stati fortemente vincenti (forse solo un pochino meno) anche se non si fossero ammazzati di lavoro in palestra. Invece Matteo, per via del suo metro e 96 che lo aiuta nel servizio ma non nel resto, dovrà sempre combattere per diventare anche reattivo nella risposta, agile negli spostamenti e nei cambi di direzione.

Il fatto che lui, Santopadre e Rianna sappiano che c’è ancora tanta strada da fare, aiuterà il suo sviluppo. Si sapeva che sarebbe stato il vaso di coccio fra tre vasi di ferro, che sarebbe stato uno stage di studio, d’esperienza. Ha fatto miracoli ad arrivare dove è arrivato, Federer stesso si è detto sorpreso di esserselo ritrovato di fronte al Masters. Chi ben comincia è a metà dell’opera… Appunto, Matteo è ancora a metà. Fra i primi 10 può resistere. Con gli over 30 probabilmente declinanti dovrà far di tutto per salire fra i cinque nell’arco di un triennio.

Proprio per il problema della ridotta mobilità – per questi livelli – a mio avviso dovrà lavorare il più possibile per trasformarsi in un tennista d’attacco. Non capisco perché non possa azzardar qualche serve&volley in più. Anche perché a rete non è malvagio. È certo meglio, a mio avviso, di Zverev nei pressi della rete… e ora non azzardo più confronti con Thiem (soprattutto dopo ieri sera!) sennò chissà quante me ne dite. Ma Thiem a rete non è ancora fenomeno come da fondocampo.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il Thiem visto scontro Djokovic è parso fenomenale: Chapeau, mai visto giocare con la stessa intensità del matchpoint tutta la partita, sparando su ogni palla” ha riconosciuto con grande fair-play Nole anche se era furioso, tant’è che ha lasciato la sala stampa con uno scatto da centometrista appena dopo una terza risposta data in fretta e furia, prima che la moderatrice ATP Nanette Duxin interpellasse i giornalisti serbi. Il lavoro di Massu, che lo ha costretto a giocare più vicino alla riga di fondocampo anziché dai teloni, sta dando i suoi frutti. Ecco perché Dominic ha lasciato il vecchio coach di sempre, Gunther Bresnik. Aveva bisogno di nuovi stimoli.

Adesso il match di giovedì fra Federer e Djokovic, rivincita di Wimbledon (il miglior match dell’anno, e non solo perché deciso sul 12 pari dal tiebreak favorevole a Nole che da allora ne aveva vinti nove di fila) sarà come un quarto di finale di un torneo a eliminazione diretta. Bello, bellissimo, fra i due giocatori che hanno vinto più Masters, sei Federer e cinque Djokovic (mentre Nadal neppure uno), ma anche crudele spareggio. Crudele anche per chi aveva acquistato a 150 euro circa i biglietti per le semifinali di sabato, perché uno dei due sarà già tornato a casa da moglie e pargoli.

Rischia di tornare a casa, e di perdere la leadership mondiale, anche Rafa Nadal che offre a Daniil Medvedev la rivincita della bella finale dell’ultimo US open. Guai a fidarsi dei precedenti però, dopo che Rafa ha perso lunedì da Zverev che aveva sconfitto cinque volte su cinque, mentre anche Medvedev aveva mandato alle ortiche il suo analogo bilancio di cinque vittorie su cinque con l’assai poco amato Tsitsipas. Non mancherò di sedermi in conferenza stampa quando verrà Rafa Nadal. Vedrò se fare o meno una domanda a Rafa, sperando di non venire male interpretato stavolta.

Berrettini non è stato fortunato a finire nel gruppo Borg, ma secondo me per ora è un po’ indietro rispetto agli altri Maestri qualificatisi per questa edizione. Non si poteva pretendere troppo di più da lui. Era già stato un miracolo ritrovarlo qua. Il 2020 sarà un anno impegnativo, quello della riconferma. Non ha grandi cambiali da pagare per tutti i primi mesi dell’anno. Questo lo dovrebbe avvantaggiare. Potrà giocare relativamente sereno. Non è poco. Io sono fiducioso sul suo conto.

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