La Coppa Davis riposi in pace. A Orlando l'hanno uccisa

Editoriali del Direttore

La Coppa Davis riposi in pace. A Orlando l’hanno uccisa

Non è detto però che la nuova formula non funzioni. Dipenderà dai soldi, se ci saranno davvero quanti promessi, e dai giocatori. Ma anche dal probabile conflitto fra ITF e ATP. Da che parte stanno Federer, Djokovic, Nadal? E la Next-Gen, Zverev, Tsitsipas, Shapovalov?

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Il 16 agosto 2018 verra’ ricordato come il giorno della morte della vecchia Coppa Davis, 118 anni dopo la sua nascita. Mr. Dwight Davis si starà girando nella tomba, incredulo. Però però però anche lui avrebbe potuto aspettarselo. Erano anni che in tanti, quasi tutti, stavamo dicendo che era obsoleta, che non rispecchiava più i tempi, le vere forze in campo.

Ma ne rispettavamo il suo fascino, per averne vissuto mille episodi, mille emozioni, ciascun patriota soffrendo per il proprio Paese in match memorabili, in maratone indescrivibili, in rimonte incredibili, pazzesche. In sconfitte inattese, imprevedibili, come in exploit fantastici. E quando non si poteva tifare per la propria squadra, era quasi impossibile non sceglierne un’altra per la quale tifare. Adorandone i protagonisti.

Da innamorato del tennis e della Davis, anche se io per primo non sopportavo chi la considerava e spacciava per un campionato del mondo espressione della potenza tennistica di un Paese…quando la si poteva vincere anche con un solo grande giocatore e un buon doppista – idem dicasi per la Fed Cup, sia chiaro – e se ne serviva per raccontare panzane ai propri sudditi, ai politici più ignoranti per ottenere favori, prebende, ho sognato da bambino di poterla giocare, da dirigente di poterla organizzare, da giornalista di poterla raccontare.

 

Da italiano e…patriota sono contento che almeno una vecchia Davis l’abbiamo vinta nel ’76 e penso con riconoscenza al Fato e a Nicola Pietrangeli che si batté più di tanti politicanti da strapazzo, incluso quel Giancarlo Baccini de Il Messaggero che manifestò davanti alla sede del CONI (“No, no, non giochiamo le volée con il boia Pinochet”) per impedire la nostra benedetta trasferta del ‘76 in Cile e che per l’appunto è stato inviato dalla nostra federazione a rappresentarci ieri in Florida e a votare per la riforma voluta da Haggerty …Il sospetto che si sia trattato di un voto di scambio per la garanzia di poter disporre dei diritti Tv della nuova Davis per SuperTennis fino almeno al 2021, è trapelato da più parti, ma certezze non ce ne saranno fino a che il delegato non le confessasse.

Su un punto crediamo che tutti, riformatori e non, possano concordare. La vecchia amata Davis aveva parecchie rughe. Qualche modifica era necessaria per restituirle maggiore credibilità e interesse. Per evitare che il Paese campione a dicembre fosse già eliminato a febbraio, per approntare un calendario che tenesse in maggior conto le necessità dei giocatori più forti costretti fra trasferimenti da un capo all’altro del mondo e con cambi di superficie improbabili a dedicare alla Coppa ben più delle settimane imposte dal calendario. Troppo spesso abbiamo potuto constatare che il campione che riusciva a conquistarla da eroe nazionale diventava l’anno dopo una sorta di traditori-disertore. Chi legge e conosce di tennis e di Davis sa di cosa parlo.

Per 16 anni di presidenza ITF Ricci Bitti non ho e non abbiamo cessato di segnalare che qualcosa andava fatto. Senza successo. Non si è mossa foglia. Ricci Bitti ha difeso la propria poltrona nel più completo immobilismo. Haggerty, e solo un americano poteva farlo, ha preso il toro per le corna e, spaventato anche da iniziative congiunte che volevano mettere in pratica Atp e australiani, ha ideato questo sconquasso facendo baluginare negli occhi di tante federazioni povere, un gran bel pacco di milioni, tremila milioni per 25 anni. Grazie al Kosmos del calciatore Pique’ e all’inattesa sponsorship di Larry Ellison, uno degli uomini più ricchi del mondo, oltre che il magnate di Oracle e del torneo di Indian Wells diventato il primo dei Masters 1000.

Le elezioni hanno decretato la vittoria di Haggerty – che ha rischiato tantissimo; se avesse perso si sarebbe dovuto dimettere…Ricci Bitti se ne è guardato bene dal correre quel rischio – nella percentuale necessaria, oltre il 67 per cento ed è inutile oggi ipotizzare e speculare sulla correttezza dei votanti, sulla potenza dei soldi e delle Tv spingono per eventi brevi e più facilmente commerciabilizzabili, sulle solite cose che sono state sempre scritte quando i mondiali di calcio finiscono in Qatar, i Giochi olimpici invernali a Sochi, etcetera etcetera. Cosa fatta capo ha. Basta recriminare, insinuare, lamentarsi. Due terzi delle 142 nazioni votanti hanno fatto una scelta che va rispettata, quali che siano state le ragioni che, Paese per Paese, l’hanno ispirata.

I tre set su cinque restano il baluardo degli Slam, anche se c’è già chi -Djokovic e altri – è pronto a discuterli anche lì. Di partite in casa o fuori ce ne sarà una l’anno. La rivoluzione Haggerty – vedi nostro articolo di due giorni fa – stravolge la vecchia formula, ma pur avendomi lasciato assai perplesso …mi auguro sinceramente che abbia successo. E non mi sento di escludere che col tempo non lo abbia. Magari fra 5 o più anni ci ritroveremo a ringraziarlo per averla ideata, per essere riuscito a creare un evento davvero di rilevanza e interesse mondiale. Come il mondiale di calcio? Magari! Però quello si disputa ogni quattro anni. Non ogni anno. E Haggerty si era reso conto che nemmeno la biennalità sarebbe stata gradita a due terzi delle nazioni votanti.

Intanto, a quel che ho appreso – ma devo verificare – il board si sarebbe fatto dare la facoltà di modificare le regole della futura Davis senza dover ricorrere a nuovi consulti assembleari! Se così è potrà fare quel che vuole. Quando vuole. La Davis 2018, giunta alle battute finali, sarà l’ultima vecchio modello. Alcune sfide avranno poco senso. Ma pazienza.

L’Italia, poiché giunta nei quarti, sarà una delle dodici teste di serie del primo turno che si giocherà nel primo weekend di febbraio. Se lo giocherà in casa o fuori dipenderà da chi capiterà come avversario. Se lo passerà si ritroverà fra le 18 che a fine novembre giocherà o a Lille o a Madrid ( francesi e spagnoli hanno naturalmente votato a favore della riforma…e per far votare Giudicelli, il presidente corso- francese che disponeva di 12 voti e era inquisito per un processo di diffamazione l’assemblea di Orlando ha votato una sorta di liberatoria), insieme alle quattro squadre semifinaliste del 2018 e a due wildcard. Anche le wildcard sono state oggetto di trattative, di scambio di voti. Il Belgio per esempio avrebbe garantito i suoi 6 voti alla riforma solo se gli fosse stata garantita la wild card per aver disputato due delle ultime tre finali. I piccoli Paesi africani, asiatici e sudamericani, di fronte alla prospettiva di poter incamerare diversi soldini si sono fatti convincere abbastanza facilmente.

Alla fase finale parteciperanno dunque 18 nazioni suddivise in sei gironi di tre squadre ciascuno. A me il tennis a girone, senza eliminazione diretta, ma con calcoli ragionieristici di set, game persi per capire chi arrivi primo nel proprio girone, chi secondo per poi stabilire quali saranno le due migliori seconde che andranno ad accompagnare le prime dei sei gironi per qualificare le otto nazioni nei quarti…non mi piace per niente. Non mi pare una cosa seria. Spero non si arrivi a dover contare i punti dei tiebreak!

Ma è certo vero che da giornalisti ritrovarsi con giocatori e colleghi di 18 Paesi sarà un’esperienza interessante. Diversa. Stimolante. Per questo motivo, pur non condividendo gran parte delle modifiche della nuova Davis, mi sono ritrovato a non considerare una catastrofe la vittoria dei Riformatori. Anzi, quasi quasi. Certo ritrovarmi nelle mani di un’organizzazione privata che dovrebbe gestire un evento per 25 anni mi lascia parecchio perplesso. Vero che le varie sigle, ITF, ATP, WTA, hanno fatto spesso carne di porco di tante situazioni – i calendari in primis, certe attribuzioni in secundis – che non è detto che un privato debba fare peggio, però oggi come oggi le perplessità permangono.

E’ vero che certe finali di Davis hanno interessato solo quei paesi che le disputavano. Ma almeno per quei Paesi l’atmosfera era fantastica. Penso a Belgio Gran Bretagna a Gent, a Croazia-Argentina a Zagabria, a Francia-Svizzera a Lille, per risalire a Svezia-USA a Göteborg 1984, o Francia-Usa a Lione 1991… e ovviamente tutte le sette finali dell’Italia, ancorché sei perdute…Indimenticabili. Se a Lille o a Madrid andassero in finale, senza che i tifosi delle squadre finaliste abbiano potuto minimamente programmare una trasferta dopo che le semifinali sarebbero state giocate poco prima, due squadre che non fossero ne’ francesi (nel caso di Lille) ne’ spagnole (nel caso di Madrid) e magari extraeuropee, sudamericane o altro…sai che tristezza!!!

Come in tutte le cose ci vuole anche fortuna. Magari gli organizzatori ce l’avranno e io gliela auguro con tutto il cuore. Così come auguro all’ITF che il conflitto con l’ATP non si radicalizzi. E’ chiaro che i giocatori staranno più volentieri dalla parte dell’ATP che da quella dell’ITF, a meno che i soldi ITF  Kosmos e Ellison siano talmente tanti da indurli a miti consigli. Quanto può incidere la vecchia guardia dei Federer (piu’ interessato allo sviluppo della Laver Cup), dei Nadal, dei Fab Four ultra trentenni? E i giovani…Zverev, Tsitsipas, Shapovalov, saranno prigionieri dei loro manager? O decideranno autonomamente? O saranno in mano all’Atp?

La peggior cosa che potrebbe capitare sarebbe che si creassero due eventi, uno a fine novembre e l’altro a gennaio, il primo ITF e il secondo ATP che si spartissero i campioni, di fatto decretando il fallimento di entrambi gli eventi. E danneggiando pure la Hopman Cup e la Laver Cup che sono eventi nel cuore della lobby australiana.

Prevedo un braccio di ferro. Sulle ceneri della vecchia Coppa Davis. Ma meno male che come mago non valgo un granché.

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Coppa Davis

Davis Cup: oltre le più azzurre previsioni. Un’Italia così forte può vincere la Davis? Isner: “Sinner sicuro top 3”

Capitan Fish: “L’Italia può battere qualsiasi squadra”. Forse non la Russia di Medvedev e Rublev. Il mio ricordo di Siviglia 2004, il Sinner di ieri mi ha ricordato quel Nadal

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Jannik Sinner - Finale Coppa Davis Torino 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

“Abbiamo una squadra fortissima”. Ipse, Sinner, Dixit. Come dargli torto? “Sinner diventerà certamente un top-3 del mondo!”. Ipse, Isner, dixit. Come dargli torto dopo quello che ho visto oggi?

Due esordienti hanno stroncato le reni ai giganti made in USA. Mi è tornata in mente la finale di Coppa Davis, quella vera, di Siviglia nel 2004 quando due tennisti nati e cresciuti nella piccolissima isola di Maiorca, l’esordiente diciottenne Rafa Nadal e il ventottenne Carlos Moya, stroncarono le reni a un Paese di 300 milioni di abitanti. Già, anche in quell’occasione, sul banco degli sconfitti ci finirono gli Stati Uniti, vincitori di 32 Coppe Davis, che schieravano Andy Roddick e per l’appunto l’attuale capitano di Coppa Davis Mardy Fish.

La Coppa Davis non è più la stessa, purtroppo, ma è vero che abbiamo una squadra fortissima se anche senza il nostro numero uno, Matteo Berrettini, siamo stati capaci di risolvere in due ore e mezzo la pratica americana a Torino.

 

In 2 ore e 31 minuti in totale l’Italia dei due esordienti in azzurro, con tanto di scritta Italia sulle spalle blu, Lorenzo Sonego e Jannik Sinner, ha dominato i giganti degli Stati Uniti, Reilly Opelka e John Isner, senza neppure perdere un solo game di servizio. Nessuno dei due azzurri. Sonego in un’ora e 29 minuti (6-3 7-6) ha concesso una sola palla break nel sesto game del primo set, cancellandola coraggiosamente. Sinner (6-2 6-0 in un’ora e 2 minuti) ne ha salvate tre consecutive nel secondo game del secondo set quando peraltro già era avanti di un break.

Se ieri ci avessero detto che un paio di giocatori avrebbero potuto chiudere il loro match senza perdere il servizio, avremmo probabilmente pensato che quelli sarebbero stati gli americani. C’è qualcuno al mondo che batte più forte di loro? Invece a non perdere il servizio sono stati gli azzurri e non quei due tipacci che tirano giù noci di cocco a 235 km orari da più di 4 metri e mezzo d’altezza, sommando la loro, la lunghezza delle braccia, quella della racchetta con l’aggiunta del saltino che hanno imparato a fare per incocciare la malcapitata pallina più su ancora per strapazzarla ben bene.

Francamente neppure il tifoso più ottimista avrebbe potuto immaginarsi uno scenario del genere. Io, ad esempio, non avevo nascosto la mia preoccupazione. Temevo soprattutto che Lorenzo Sonego patisse l’emozione di giocare nella sua Torino, a coronare un sogno di qualunque bambino che prende la racchetta in mano: giocare in Coppa Davis per l’Italia e proprio nella tua città, davanti alla tua famiglia, ai tuoi amici, con l’obbligo di vincere perché… il doppio americano aveva i favori generali del pronostico contro qualsiasi coppia azzurra. Sulle spalle c’era un carico di pressione assai pesante. Pesantissimo. Roba da far tremare i polsi, insomma. Sinner si era già più abituato, nel corso dell’anno, giocando finali davvero importanti, a situazioni pesanti.

Beh, Lorenzo ha cominciato il suo match mettendo dentro 4 prime palle sui primi 4 punti, tutti vinti. Meglio di così non poteva cominciare. Ha perso meno punti sul proprio servizio che non Opelka anche nel primo set: lui 6 in 5 turni, l’americano 7 in 4 turni. 28 punti per Sonego nel primo set, 21 per Opelka. E nel secondo, fino al tiebreak, la differenza è stata ancora più netta: Sonego ha ceduto 3 punti soltanto in 6 turni, Opelka 8. Quando Lorenzo ha fatto subito il minibreak nel tiebreak è apparso quasi fosse la logica conseguenza di quel che avevamo visto fono a quel momento.

Così come il fatto che Lorenzo, mettendo a segno l’ace n.4 e l’ace n.5 nel secondo e nel sesto punto di quel tiebreak, è stata la dimostrazione di una straordinaria lucidità e capacità di concentrazione. Quel minibreak gli è bastato, tenendo tutti i suoi servizi a non concedere la minima chance a un Opelka così stranito da apparire quasi rassegnato. Ma era furibondo… tanto che, obbligato a presentarsi in conferenza stampa, è stato di una scortesia, e di una mancanza di professionalità, pazzesca. Ha risposto a monosillabi, un vero gigante nella maleducazione.

Tutto il contrario di John Isner. Un Isner che aveva molte più ragioni di essere furioso. Mai aveva perso con un punteggio simile. 6-2 6-0! Ma vi rendete conto? Mentre arrivava in sala stampa ero andato di corsa a leggere i suoi risultati di 15 anni, dal 2021 al 2006 e non avevo trovato nessuna batosta così dura. Mai neppure un 6-0. La volta in cui aveva fatto meno game erano stati 4. Con Sinner ne ha fatti 2.

Cercando di non maramaldeggiare, ma solo dopo essermi reso conto della sua educazione – ha anche detto che era stata bellissima l’atmosfera, il tifo degli italiani e che l’unico dispiacere era stato quello di non essere riuscito a essere più competitivo – gli ho dovuto dire che avevo cercato nelle statistiche un punteggio altrettanto duro da lui subito nel corso della sua lunga carriera e lui ha ammesso con grande savoir faire: “Non ricordo che mi sia mai successo, ce lo siamo chiesti anche noi negli spogliatoi, ma Sinner ha giocato in un modo incredibile, non mi ha dato alcuna possibilità… è stato davvero troppo bravo. Non c’era davvero nulla che io potessi fare e se mi guardo indietro ci sono poche volte nelle quali non ho avuto un colpo in canna, una chance per rovesciare un match. Oggi invece è stato così. Non ricordo un match che io abbia perso altrettanto facilmente. Credo sia la prima volta. Naturalmente tutto il credito va a lui… che, ed è ancora più importante, è un bravissimo ragazzo, a very nice kid, davvero”.

È stato lì che gli ho chiesto se a suo avviso Sinner aveva le carte in regola per aspirare a un posto fra i primi 3 tennisti del mondo. E lui non ha avuto dubbi: “Anche se avessi giocato al meglio delle mie possibilità non so se sarei riuscito a batterlo oggi. Credo che questa indoor sia probabilmente la superficie più adatta al suo tennis. Forse se avessi avuto qualche match in più d’allenamento alle mie spalle avrei potuto giocare un match un po’ più equilibrato, ma non so se ci sarebbero molti giocatori che potrebbero batterlo su questo campo. Sono sicuro che sentirete parlare molto di lui in futuro, avrà molta pressione sulle sue spalle, ma la risposta è sì, lo vedo arrivare fra i primi 3 tennisti del mondo. Questa superficie è probabilmente la migliore per lui, ha avuto davvero ottimi risultati indoor quest’anno, penso che abbia solo 20 anni. Ma sì, penso che avrà certo un futuro radioso. Il nostro sport è fortunato ad avere un ragazzo come lui”.

E Mardy Fish ha poi detto: È la prima volta che vedo Sinner così da vicino e sono rimasto incredibilmente impressionato. Sì, perché avrò visto giocare Isner 600 o 700 volte e non ho mai visto nessuno rispondere al suo servizio come ha fatto stasera Sinner… E anche John mi ha detto la stessa cosa… Ci sono tanti giocatori che ho visto rispondere particolarmente bene, i del Potro, i Medvedev, ma stando lontani dalla riga di fondo. Lui sembra vedere bene prima dove andrà la palla. Decisamente il tennis italiano ha davanti a sé un brillante futuro. Per come gli italiani hanno giocato oggi, avrebbero vinto contro qualunque squadra al mondo”.

Beh… e se avessimo avuto anche il miglior Berrettini? Davvero forse soltanto la Russia di Medvedev e Rublev sembra più forte di noi, se i nostri giocano così. E il rimpianto per il formato della vecchia Coppa Davis cresce a dismisura. Perché potendo giocare 4 singolari invece di due, e riducendo l’importanza del doppio che oggi vale il 33 per cento dei punti e nella antica Coppa Davis invece valeva il 20 per cento, avremmo avuto vere chances di conquistarla per più di uno, due o tre anni. Se pensiamo che l’abbiamo vinta una volta sola… beh, cavolo, come sono cambiate le cose in un paio d’anni, da quella semifinale parigina raggiunta da Cecchinato a Parigi (dopo un “buco nero” di circa 40 anni e 160 Slam!), al trionfo monegasco di Fabio Fognini nell’aprile 2019, con gli 11 tornei vinti da allora dai tennisti italiani in mezzo a 13 finali raggiunte.

Oggi dobbiamo stare attenti. Dobbiamo vincere entrambi i singolari perché il doppio contro Cabal e Farah (campioni a Wimbledon nel 2019) non ci vedrebbe favoriti. Non credo che Galan possa combinarci lo scherzo di battere Sinner e che Mejia (se gioca lui invece di Cristiano Rodriguez) possa creare veri problemi a Sonego. Ragionevolmente giocheremo i quarti di finali lunedì contro la Croazia di Cilic e Gojo. Sinner dovrà giocare contro Cilic e Sonego contro Gojo. E anche in quel caso sarà meglio vincere entrambi i singolari, perché contro Pavic e Mektic, n.1 mondiale del doppio, sarebbe meglio non dover giocare un match decisivo.

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Editoriali del Direttore

Davis Cup, i tennisti vedono l’Italia favorita con gli USA. Io mica tanto, ma spero di sbagliarmi

Tante incertezze sulle formazioni. Il gran dubbio Fognini-Sonego. Chi giocherà fra Isner e Tiafoe? E sì che Isner sarebbe il N.1, ma Opelka non lo si discute

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Ho sempre pensato che la Croazia fosse più forte di quest’Australia, anche se non mi aspettavo che Gojo battesse Popyrin. E a confermare il mio pronostico è arrivata la prima tristanzuola giornata di Coppa Davis a Torino, pochissimi spettatori nonostante i ragazzi portati dalle scuole, spalti vuoti salvo uno sparuto gruppo croato.

D’altra parte non si poteva pretendere che qualcuno arrivasse dall’Australia, fra i Paesi più difficili al mondo da raggiungere (o in cui rientrare) ma non semplice neppure da lasciare.

La Croazia, che ha chiuso sul 2-0 i singolari ancora prima di schierare il doppio n.1 del mondo Pavic-Mektic (che infatti hanno dominato gli aussies Peers-De Minaur) giocherà lunedì – ormai sono in vena di pronostici – contro chi emergerà già stasera dal duello Italia-USA.

 

Partita durissima, quella dei nostri, perché giocare indoor contro i giganti americani, Opelka 2 metri e 11, Isner 2 metri e 8, e senza l’apporto di Matteo Berrettini non è davvero un sorteggio ideale.

Oggi i giocatori con cui ho avuto la possibilità di parlare, Gojo, Popyrin, Cilic, hanno detto tutti che l’Italia doveva essere considerata leggermente favorita. Chi riferendosi alla gran forma di Sinner, chi al fattore campo, chi all’annata particolarmente felice del tennis italiano.

Io confesso di non essere stato in grado di capire se Filippo Volandri ha intenzione di schierare come secondo singolarista Fabio Fognini oppure Lorenzo Sonego. Non ho potuto verificare chi sia più in forma dei due, il “trispapà” Fabio o il torinese e torinista Lorenzo, perché a differenza di Jannik che si è allenato al PalaAlpiTour con un Volandri ancora in buone condizioni atletiche e tennistiche, loro due sono andati a giocare al Cral Reale Mutua.

Volandri in questi giorni sembra essere stato in maggiore sintonia con Fognini, che stamattina si è allenato sfoggiando una maglia azzurra con su scritto Italia. Forse Volandri ha più fiducia nell’esperienza di Fognini. Ma è anche vero che conosce tutto sommato meglio Fognini che Sonego, il quale avrebbe l’handicap di esordire con la maglia della nazionale (salvo che alle Olimpiadi…).

Il campo con i rimbalzi alti, e non particolarmente veloce – anzi…e poi ci sono le palle Wilson anziché le Dunlop delle ATP Finals – parrebbe dare a Fognini qualche margine di vantaggio. Tuttavia a me la scelta Fognini pare molto rischiosa: non so quanto abbia potuto allenarsi e non è che i suoi ultimi risultati siano stati entusiasmanti.

Bisogna vedere anche chi sceglierà capitan Mardy Fish: se decidesse di schierare i due giganti, Isner N.24 scenderebbe in campo da N.1 contro Sinner ma per secondo, mentre il primo match lo disputerebbero i numeri due, Opelka N.26 e Fognini N.37.

Però, se invece Fish volesse tenere fresco Isner, 36 anni e mezzo, per schierarlo in doppio al fianco di Sock o di Ram, allora Opelka diventerebbe il N.1 contro Sinner e Tiafoe giocherebbe contro Fognini.

Onestamente il doppio italiano non mi sembra forte come qualunque dei tre doppi che possono schierare gli Stati Uniti. La vittoria all’Open d’Australia di Fognini e Bolelli è ormai parecchio datata: 2015, sono passati quasi sette anni.

Ergo dobbiamo cercare di vincere i due singolari. E mentre Sinner deve essere considerato favorito, con le riserve del caso, nel singolare dei numeri uno, nell’altro match a me non pare che saremmo favoriti.

Quindi, augurandomi ovviamente di sbagliare, a differenza di quello che hanno detto tutti i tennisti ascoltati oggi, un leggerissimo margine per me ce lo ha il team USA.

Quanti break potranno mai subire Opelka e Isner se dovessero giocare i singolari? Di sicuro qualche set finirà al tiebreak. E magari perderanno un set 6-4 o 7-5. Se Fognini perdesse un servizio, come ne recupererebbe uno o due?

Sulle prime mi ero rallegrato che il campo di questa Coppa Davis non fosse così veloce come quello delle ATP Finals.  Però poi ho sentito Mardy Fish dire che ai suoi giocatori il campo più lento piaceva: “Gli aces e i servizi vincenti li fanno ovunque, anche se un campo è lento. Ma se è troppo veloce non riescono a recuperare sugli angoli. Forse per Isner il campo in terra  battuta è quello ideale…”.

E in effetti mi sono ricordato di Isner che battè Federer sulla terra rossa in Svizzera in Coppa Davis o che fece una gran battaglia con Rafa Nadal al Roland Garros nel 2011. Rafa vinse 6-4 6-7 6-7 6-2 6-4. Quest’anno al Roland Garros Isner ha lottato per 4 set con il finalista del torneo Tsitsipas.

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Editoriali del Direttore

Sascha Zverev, un doppio Maestro e una storia che ricorda Ivan Lendl: tanti tornei vinti, zero Slam

Il percorso del tedesco, già n.3 ATP a soli 20 anni e mezzo, è simile a quello del ceco che nel novembre 1981 era anche lui già n.3, ma fino all’84 non vinse uno Slam. Poi però furono 8

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto @atptour)

Non avrà vinto ancora uno Slam, ma intanto è un doppio Maestro. Aveva vinto le ATP Finals a Londra nel 2018, sorprendendo Nole Djokovic dal quale aveva perso nel round robin, si è ripetuto a Torino ridiventando Maestro dopo aver battuto il n.1 Djokovic e il n.2 del mondo Medvedev fra semifinale e finale.

Zverev è soltanto il quarto tennista che infilando la doppietta n.1 e n.2, finisce per vincere il Masters. Ci sono stati anche tre tennisti che avevano battuto il n.1 e il n.2 del mondo fra girone all’italiana e semifinale, ma poi non avevano vinto il torneo che chiude l’anno ATP: Gene Mayer, David Goffin e Dominic Thiem. I soli tre invece che battendo n.1 e n.2 hanno invece trionfato nel Masters erano stati Lendl nell’82 (che batté McEnroe e Connors), Edberg nell’89 (superò Lendl e Becker) e Agassi nel ’90 (sconfisse Edberg e Becker).

Per ora il cammino di Sascha Zverev ricorda molto da vicino quello di Ivan Lendl che fino al 1984 – quando rimontò John McEnroe in una memorabile finale a Parigi – non era mai riuscito a vincere uno Slam pur avendo giocato quattro finali Majors. Ricordo che molti scrissero di lui come se potesse essere una vittima di un “complesso Slam”. Sì, perché da quando un Ivan ventenne – nato il 7 marzo 1960 – aveva vinto il suo primo torneo nell’aprile del 1980 sulla terra battuta di River Oaks a Houston, si era cominciato a parlare di lui come di un ormai prossimo Slam-winner. Peccato, però, che al momento decisivo Ivan falliva sempre la prova.

 

Quando finalmente Lendl trionfò al Roland Garros, e in circostanze abbastanza rocambolesche, con McEnroe che lo stava dominando e improvvisamente perse la testa per via di un fotografo che lo disturbava con i clic della sua macchina fotografica, Lendl aveva già vinto la bellezza di 40 tornei. Tornei anche importanti, fra quelli del circuito WCT e altri che oggi equivarrebbero ai Masters 1000. Il trionfo al Roland Garros 1984 fu il titolo n.41 per il ceco di Ostrava. Aveva appena compiuto 24 anni. Ma già prima dell’US Open 1981 Lendl era asceso al terzo posto delle classifiche mondiali. A 21 anni e mezzo. Nessuno pensava che gli ci sarebbero voluti altri due anni e mezzo prima di aggiudicarsi uno Slam.

Stessa cosa si è pensato per Sascha Zverev quando già nel 2017, a 20 anni, ha vinto cinque tornei e fra quelli due Masters 1000 come gli Internazionali d’Italia e il Canadian Open (oltre a Washington, sì il torneo vinto quest’estate da Sinner, Monaco e Montpellier). E poi, nel 2018, un altro Masters 1000 sulla terra battuta, Madrid, prima del bis a Washington e Monaco, e delle Finals ATP a Londra per il primo incoronamento da Maestro. Però, dopo un’involuzione tecnica e psicologica che lo portava a commettere più doppi falli che ace nelle fasi decisive di un match, nel 2019 Sascha ha fatto il passo del gambero, retrocedendo da n.3 a n.7 del mondo. Soltanto al diciottesimo Slam, nel gennaio 2020 a Melbourne, è riuscito a raggiungere la prima semifinale di uno Slam. E a fine 2020 c’è stata quella finale all’US Open nella quale, dopo aver vinto i primi due set, si è fatto rimontare e, pur avendo servito per il match contro Thiem, ha finito per perdere la trebisonda, servendo con braccio rattrappito dalla tensione nel finale, perso al tiebreak decisivo.

Adesso Zverev ha vinto 19 tornei, e dimostrato a Torino di aver compiuto davvero grandissimi progressi. Ha giocato per tutto il torneo in modo davvero eccellente. Ha vinto la maggior parte degli scambi prolungati a fondocampo con Djokovic sabato sera. Ha dominato Medvedev anche negli scambi di rovescio domenica. E avrebbe dovuto vincere già nel round robin contro lo stesso avversario. Invece ci ha perso al tiebreak del set decisivo e solo per 8 punti a 6.

In finale, rovesciando l’esito del match del girone eliminatorio come è successo per 11 volte su 19 Masters, si è preso il rischio e la soddisfazione di servire l’ace con la seconda battuta sul matchpoint al termine di una partita nella quale non ha concesso lo straccio di una pallabreak al russo. Lo aveva breakkato nel terzo game del primo set, e di nuovo nel primo gioco del secondo set per un doppio 6-4.

Perché Zverev conquisti il suo primo Slam prima dei 25 anni, dovrà cercare di vincere l’Australian Open. A questo punto, con Djokovic alle prese con il vaccino sì-vaccino no, con Federer che è incerto perfino se partecipare a Wimbledon 2022, con Nadal che non ha più giocato agonisticamente da Washington, Zverev sa di poter essere considerato favorito del torneo non meno di Medvedev e …Djokovic se Nole andrà.

A novembre 1984 Lendl vinse il Benson&Hedges e il suo torneo n.42, Zverev nel novembre 2021 è fermo a quota 19. Però il tedesco dal 2017 in poi ha dovuto misurarsi con i Fab 4… Questo non basta a spiegare tante cose? Oggi Sascha, a 24 anni e mezzo – è nato il 20 aprile del 1997 – è indiscutibilmente il n.3 del mondo. Ha trionfato in 6 tornei, più di chiunque altro, e fra questi 6 tornei ce ne sono almeno 4 di assoluto prestigio: i 2 Masters 1000, il torneo olimpico di Tokyo con la medaglia d’oro, le finali ATP. Alla fine il presunto “complessato” Lendl ha vinto 8 Slam e anche se non ha mai centrato il suo incubo Wimbledon – due finali, 5 semifinali però – ha vinto 2 Australian Open, 3 Roland Garros e 3 US Open. Io dico che Zverev firmerebbe per vincere 8 Slam. Voi no?

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