La Coppa Davis riposi in pace. A Orlando l'hanno uccisa

Editoriali del Direttore

La Coppa Davis riposi in pace. A Orlando l’hanno uccisa

Non è detto però che la nuova formula non funzioni. Dipenderà dai soldi, se ci saranno davvero quanti promessi, e dai giocatori. Ma anche dal probabile conflitto fra ITF e ATP. Da che parte stanno Federer, Djokovic, Nadal? E la Next-Gen, Zverev, Tsitsipas, Shapovalov?

Pubblicato

il

 

Il 16 agosto 2018 verra’ ricordato come il giorno della morte della vecchia Coppa Davis, 118 anni dopo la sua nascita. Mr. Dwight Davis si starà girando nella tomba, incredulo. Però però però anche lui avrebbe potuto aspettarselo. Erano anni che in tanti, quasi tutti, stavamo dicendo che era obsoleta, che non rispecchiava più i tempi, le vere forze in campo.

Ma ne rispettavamo il suo fascino, per averne vissuto mille episodi, mille emozioni, ciascun patriota soffrendo per il proprio Paese in match memorabili, in maratone indescrivibili, in rimonte incredibili, pazzesche. In sconfitte inattese, imprevedibili, come in exploit fantastici. E quando non si poteva tifare per la propria squadra, era quasi impossibile non sceglierne un’altra per la quale tifare. Adorandone i protagonisti.

Da innamorato del tennis e della Davis, anche se io per primo non sopportavo chi la considerava e spacciava per un campionato del mondo espressione della potenza tennistica di un Paese…quando la si poteva vincere anche con un solo grande giocatore e un buon doppista – idem dicasi per la Fed Cup, sia chiaro – e se ne serviva per raccontare panzane ai propri sudditi, ai politici più ignoranti per ottenere favori, prebende, ho sognato da bambino di poterla giocare, da dirigente di poterla organizzare, da giornalista di poterla raccontare.

 

Da italiano e…patriota sono contento che almeno una vecchia Davis l’abbiamo vinta nel ’76 e penso con riconoscenza al Fato e a Nicola Pietrangeli che si batté più di tanti politicanti da strapazzo, incluso quel Giancarlo Baccini de Il Messaggero che manifestò davanti alla sede del CONI (“No, no, non giochiamo le volée con il boia Pinochet”) per impedire la nostra benedetta trasferta del ‘76 in Cile e che per l’appunto è stato inviato dalla nostra federazione a rappresentarci ieri in Florida e a votare per la riforma voluta da Haggerty …Il sospetto che si sia trattato di un voto di scambio per la garanzia di poter disporre dei diritti Tv della nuova Davis per SuperTennis fino almeno al 2021, è trapelato da più parti, ma certezze non ce ne saranno fino a che il delegato non le confessasse.

Su un punto crediamo che tutti, riformatori e non, possano concordare. La vecchia amata Davis aveva parecchie rughe. Qualche modifica era necessaria per restituirle maggiore credibilità e interesse. Per evitare che il Paese campione a dicembre fosse già eliminato a febbraio, per approntare un calendario che tenesse in maggior conto le necessità dei giocatori più forti costretti fra trasferimenti da un capo all’altro del mondo e con cambi di superficie improbabili a dedicare alla Coppa ben più delle settimane imposte dal calendario. Troppo spesso abbiamo potuto constatare che il campione che riusciva a conquistarla da eroe nazionale diventava l’anno dopo una sorta di traditori-disertore. Chi legge e conosce di tennis e di Davis sa di cosa parlo.

Per 16 anni di presidenza ITF Ricci Bitti non ho e non abbiamo cessato di segnalare che qualcosa andava fatto. Senza successo. Non si è mossa foglia. Ricci Bitti ha difeso la propria poltrona nel più completo immobilismo. Haggerty, e solo un americano poteva farlo, ha preso il toro per le corna e, spaventato anche da iniziative congiunte che volevano mettere in pratica Atp e australiani, ha ideato questo sconquasso facendo baluginare negli occhi di tante federazioni povere, un gran bel pacco di milioni, tremila milioni per 25 anni. Grazie al Kosmos del calciatore Pique’ e all’inattesa sponsorship di Larry Ellison, uno degli uomini più ricchi del mondo, oltre che il magnate di Oracle e del torneo di Indian Wells diventato il primo dei Masters 1000.

Le elezioni hanno decretato la vittoria di Haggerty – che ha rischiato tantissimo; se avesse perso si sarebbe dovuto dimettere…Ricci Bitti se ne è guardato bene dal correre quel rischio – nella percentuale necessaria, oltre il 67 per cento ed è inutile oggi ipotizzare e speculare sulla correttezza dei votanti, sulla potenza dei soldi e delle Tv spingono per eventi brevi e più facilmente commerciabilizzabili, sulle solite cose che sono state sempre scritte quando i mondiali di calcio finiscono in Qatar, i Giochi olimpici invernali a Sochi, etcetera etcetera. Cosa fatta capo ha. Basta recriminare, insinuare, lamentarsi. Due terzi delle 142 nazioni votanti hanno fatto una scelta che va rispettata, quali che siano state le ragioni che, Paese per Paese, l’hanno ispirata.

I tre set su cinque restano il baluardo degli Slam, anche se c’è già chi -Djokovic e altri – è pronto a discuterli anche lì. Di partite in casa o fuori ce ne sarà una l’anno. La rivoluzione Haggerty – vedi nostro articolo di due giorni fa – stravolge la vecchia formula, ma pur avendomi lasciato assai perplesso …mi auguro sinceramente che abbia successo. E non mi sento di escludere che col tempo non lo abbia. Magari fra 5 o più anni ci ritroveremo a ringraziarlo per averla ideata, per essere riuscito a creare un evento davvero di rilevanza e interesse mondiale. Come il mondiale di calcio? Magari! Però quello si disputa ogni quattro anni. Non ogni anno. E Haggerty si era reso conto che nemmeno la biennalità sarebbe stata gradita a due terzi delle nazioni votanti.

Intanto, a quel che ho appreso – ma devo verificare – il board si sarebbe fatto dare la facoltà di modificare le regole della futura Davis senza dover ricorrere a nuovi consulti assembleari! Se così è potrà fare quel che vuole. Quando vuole. La Davis 2018, giunta alle battute finali, sarà l’ultima vecchio modello. Alcune sfide avranno poco senso. Ma pazienza.

L’Italia, poiché giunta nei quarti, sarà una delle dodici teste di serie del primo turno che si giocherà nel primo weekend di febbraio. Se lo giocherà in casa o fuori dipenderà da chi capiterà come avversario. Se lo passerà si ritroverà fra le 18 che a fine novembre giocherà o a Lille o a Madrid ( francesi e spagnoli hanno naturalmente votato a favore della riforma…e per far votare Giudicelli, il presidente corso- francese che disponeva di 12 voti e era inquisito per un processo di diffamazione l’assemblea di Orlando ha votato una sorta di liberatoria), insieme alle quattro squadre semifinaliste del 2018 e a due wildcard. Anche le wildcard sono state oggetto di trattative, di scambio di voti. Il Belgio per esempio avrebbe garantito i suoi 6 voti alla riforma solo se gli fosse stata garantita la wild card per aver disputato due delle ultime tre finali. I piccoli Paesi africani, asiatici e sudamericani, di fronte alla prospettiva di poter incamerare diversi soldini si sono fatti convincere abbastanza facilmente.

Alla fase finale parteciperanno dunque 18 nazioni suddivise in sei gironi di tre squadre ciascuno. A me il tennis a girone, senza eliminazione diretta, ma con calcoli ragionieristici di set, game persi per capire chi arrivi primo nel proprio girone, chi secondo per poi stabilire quali saranno le due migliori seconde che andranno ad accompagnare le prime dei sei gironi per qualificare le otto nazioni nei quarti…non mi piace per niente. Non mi pare una cosa seria. Spero non si arrivi a dover contare i punti dei tiebreak!

Ma è certo vero che da giornalisti ritrovarsi con giocatori e colleghi di 18 Paesi sarà un’esperienza interessante. Diversa. Stimolante. Per questo motivo, pur non condividendo gran parte delle modifiche della nuova Davis, mi sono ritrovato a non considerare una catastrofe la vittoria dei Riformatori. Anzi, quasi quasi. Certo ritrovarmi nelle mani di un’organizzazione privata che dovrebbe gestire un evento per 25 anni mi lascia parecchio perplesso. Vero che le varie sigle, ITF, ATP, WTA, hanno fatto spesso carne di porco di tante situazioni – i calendari in primis, certe attribuzioni in secundis – che non è detto che un privato debba fare peggio, però oggi come oggi le perplessità permangono.

E’ vero che certe finali di Davis hanno interessato solo quei paesi che le disputavano. Ma almeno per quei Paesi l’atmosfera era fantastica. Penso a Belgio Gran Bretagna a Gent, a Croazia-Argentina a Zagabria, a Francia-Svizzera a Lille, per risalire a Svezia-USA a Göteborg 1984, o Francia-Usa a Lione 1991… e ovviamente tutte le sette finali dell’Italia, ancorché sei perdute…Indimenticabili. Se a Lille o a Madrid andassero in finale, senza che i tifosi delle squadre finaliste abbiano potuto minimamente programmare una trasferta dopo che le semifinali sarebbero state giocate poco prima, due squadre che non fossero ne’ francesi (nel caso di Lille) ne’ spagnole (nel caso di Madrid) e magari extraeuropee, sudamericane o altro…sai che tristezza!!!

Come in tutte le cose ci vuole anche fortuna. Magari gli organizzatori ce l’avranno e io gliela auguro con tutto il cuore. Così come auguro all’ITF che il conflitto con l’ATP non si radicalizzi. E’ chiaro che i giocatori staranno più volentieri dalla parte dell’ATP che da quella dell’ITF, a meno che i soldi ITF  Kosmos e Ellison siano talmente tanti da indurli a miti consigli. Quanto può incidere la vecchia guardia dei Federer (piu’ interessato allo sviluppo della Laver Cup), dei Nadal, dei Fab Four ultra trentenni? E i giovani…Zverev, Tsitsipas, Shapovalov, saranno prigionieri dei loro manager? O decideranno autonomamente? O saranno in mano all’Atp?

La peggior cosa che potrebbe capitare sarebbe che si creassero due eventi, uno a fine novembre e l’altro a gennaio, il primo ITF e il secondo ATP che si spartissero i campioni, di fatto decretando il fallimento di entrambi gli eventi. E danneggiando pure la Hopman Cup e la Laver Cup che sono eventi nel cuore della lobby australiana.

Prevedo un braccio di ferro. Sulle ceneri della vecchia Coppa Davis. Ma meno male che come mago non valgo un granché.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

ATP/WTA Roma: cronaca del SuperSaturday più bagnato per gli spettatori più sfortunati: quelli del serale…

Rybakina ha giocato un solo set dopo mezzanotte. Kalinina dà forfait con la kazaka come Swiatek e Kalinskaya. Rune e Ruud han dato spettacolo. Il danesino è fortissimo e…furbetto. Medvedev avrà 6 ore in meno di recupero. Ma a Tsitsipas ha “restituito” il balletto irridente

Pubblicato

il

Il torneo di Wimbledon, anzi “The Championships” come lo chiamano con sussiego gli inglesi facendo intendere che l’unico torneo che conta è… il loro in Church Road, fra le tante tradizioni conosciute nel mondo vanta anche quella della pioggia che raramente risparmia “the fortnight”, dei tanti match sospesi e rinviati, dei giorni cancellati per pioggia.

 

E nel libro che viene stampato annualmente dall’All England Club, c’è tutta una sezione, assai corposa, in cui si trovano tutte le date delle cancellazioni e, ovviamente, quelle date in cui il torneo si è concluso al terzo lunedì, con il numero dei giorni rovinati dal maltempo.  

Se un libro del genere esistesse anche per gli Internazionali d’Italia – che pure di finali rinviate al lunedì ne hanno avute più d’una – forse Angelo Binaghi avrebbe dato retta a Sergio Palmieri che -lo rivelò con grande onestà lo stesso presidente FIT rispondendo a una mia domanda che manifestava perplessità sul SuperSaturday – aveva suggerito di comportarsi come fanno ormai tutti i 4 Slam e anche il “minislam” di Miami (ma non il minislam di Indian Wells): e cioè semifinali maschili al venerdì, finale femminile al sabato con la finale di doppio maschile.

Se è vero che, sia pur senza l’ausilio di un libro, ho la quasi certezza di non aver assistito a un torneo più costantemente “bagnato” di questo in 50 anni che vengo al Foro Italico, è anche vero che tanto per il concorso ippico di Piazza di Siena che per gli Internazionali d’Italia si sono sempre sprecate le battute sulla pioggia immancabile che perseguitava le due manifestazioni nonostante la primavera ben inoltrata. Insomma, il rischio pioggia non era del tutto così imprevedibile da non doverlo minimamente prendere in considerazione.

Tant’è che mi permisi – con le cautele del caso onde non smorzare il grande entusiasmo che comprensibilmente aleggiava perche Roma aveva finalmente ottenuto il prolungamento del torneo – di porre quella domanda sul Supersaturday e i rischi che comportava nella mattinata del 28 aprile in cui fu presentata l’edizione extralong degli Internazionali.

Un po’ perché la domanda l’avevo fatta io e per solito a Roma -oltre ad aver dovuto sempre aspettare pazientemente il mio turno per porne una (in passato si è spesso aspettato che cessasse la diretta con Supertennis per concedermi di porre la mia domanda) – devo dire che mi sorprese l’estrema trasparenza con cui il presidente federale raccontò il diverso parere di Palmieri e la sua decisione contraria che alla fine prevalse.

Essa non venne giustificata da motivi di incasso, anche se fu opinione comune che quella potesse essere in realtà la motivazione principale, ma dall’esigenza di non avere un sabato “fiacco”, quando per tutti gli anni in cui il torneo si era sviluppato lungo una sola settimana…il sabato era stato quasi il giorno più desiderato: meglio la giornata delle due semifinali (per il calcolo delle probabilità che almeno una venisse fuori bene) piuttosto che una finale che poteva anche deludere.

Ma cosa fatta capo ha e oggi non ha senso piangere sul latte versato né recriminare su quel che poteva essere e non è stato.

Il meteo viene comandato solo… Lassù. Consoliamoci con l’aver visto un gran bel primo set, il primo fra Ruud e Rune. Straordinario. Spettacolare. Vario. Per 69 minuti i protagonisti del derby scandinavo hanno dato il meglio di sé. Entrambi.

Fino a un’ora e 51 minuti di gioco, cioè fino al 4-3 con il primo break della partita conquistato da Ruud due game prima (cioè nel quinto gioco per salire sul 3-2), il norvegese che alla vigilia del torneo sembrava assai poco in forma e in fiducia, era stato quasi perfetto. Aveva sbagliato poco o nulla. Sembrava esser tornato quello che era arrivato in finale al Roland Garros.

Ma lì, sul 4-3, ha invece – dopo un doppio fallo e un errore inconsueto di dritto (fino a quel momento quasi inarrestabile) ha concesso la sua prima palla break. Cui, avendo cacciato fuori un rovescio gratuito, ha fatto seguito il break.

 Da lì in poi, mentre Rune prendeva coraggio, Ruud si è trasformato nel giocatore incerto che aveva perso da Arnaldi a Madrid, da Cerundolo a Barcellona, da Struff a Montecarlo, da Van de Zandschulp a Miami, da Garin a Indian Wells, da Daniel a Acapulco.

Figurarsi se Rune si faceva pregare. Il danese era stato ancora una volta birichino. Aveva chiesto un MTO, medical time out, sul 3-2, per un presunto dolore ad una spalla. Torcicollo? Boh, non si saprà mai. Fatto sta che quel fisio deve essere stato un mago. E che Rune era stato doppiamente birichino perché il MTO si dovrebbe poter chiedere soltanto prima di un proprio game di servizio. Altrimenti si costringe l’avversario a battere a freddo, dopo magari 5 minuti di stop.Ma l’arbitro non ha detto nulla. Ruud ha tenuto il servizio, ma le conseguenze di quello stop che gli ha spezzato il ritmo fino ad allora vincente si sono viste dopo: dal 4-2 per lui ha perso 8 game su 9, 6-4 e 4-1 per Rune. A quel punto il bel Ruud del primo set non c’era più, mentre Rune trovava via via l’abituale spavalderia.

Non c’è quasi stata più partita. E Rune è approdato alla finale come a Montecarlo. Sembrerebbe approdarci come nel Principato da favorito – anche se poi invece perse da Rublev – perché a Montecarlo aveva battuto Medvedev nell’unico confronto diretto e perché il russo per sconfiggere 7-5,7-5 Tsitsipas (e improvvisargli un irridente balletto sfottò …per restituirgli pan per focaccia; era stato il greco a fargli un balletto quando lo aveva battuto a Cincinnati…se non erro) aveva conquistato la finale 6 ore e mezzo dopo Rune e avrà quindi meno tempo per recuperare. Vero che Medvedev ha vinto in due set, ma la sua partita con Tsitsipas è stata infinita per via della pioggia che smetteva e ricominciava obbligando sia lui sia Tsitsipas a cinque o sei operazioni di riscaldamento sui 15 minuti ciascuno. Un bello stress. “Anche perché dove ci trovavamo non vedevamo né il cielo né correttamente la situazione sul centrale – avrebbe spiegato Daniil – e non si poteva capire se saremmo davvero scesi in campo a breve oppure no”. Intanto il russo che qui perdeva sempre al primo turno è in finale e se vince risale a n.2 ATP, lui che era uscito dai top-ten.

Anche per il pubblico, che ha pagato biglietti decisamente salati soprattutto per chi è venuto da fuori con qualche familiare, è stato un calvario. Apri gli ombrelli, chiudi gli ombrelli, lascia lo stadio, ritorna allo stadio, fai le code ai bagni (per i quali, apro un inciso, va fatto qualcosa anche se capisco possa non essere semplice) che devono devono essere assolutamente aumentati e migliorati come numero di accessi, manutenzione e pulizia. E fai delle gran code anche per comprare una fetta di pizza a 7 euro, un panino a 9 euro, un mini-cono gelato a 5 euro.

Sfortunati davvero soprattutto quelli che avevano comprato il biglietto serale, perché arrivati per le 19, sono dovuti restare fuori da cancelli e sotto la pioggia per quasi due ore finchè sono stati fatti entrare e almeno poco dopo le 21 hanno potuto vedere la finale del doppio femminile opportunamente spostata sul Pietrangeli fino a che alle 22,30 Medvedev ha trasformato il matchpoint contro Tsitsipas e si è liberato il centrale per la finale femminile fra Rybakina e Kalinina. Poi però andava fatta sfollare la gente che aveva il biglietto pomeridiano sul centrale per far sistemare chi aveva il biglietto serale. Insomma un discreto ambaradan, non facile obiettivamente da gestire avendo a che fare anche con gente inevitabilmente spazientita. Con alcuni che addirittura si erano presentati convinti di poter assistere a una semifinale maschile…che non era per loro.

Quelli che avevano resistito alle intemperie, all’umidità e ai ritardi, senza un tetto che li coprisse, erano chiaramente o i più appassionati irriducibili o quelli che non volevano rassegnarsi ad aver buttato via un centinaio (o più centinaia) di euro. E così hanno atteso che Rybakina e Kalinina potessero fare il loro ingresso sul campo centrale.

Ma la finale così a lungo attesa è durata solo un set e un game. Più sfortuna di così! Forse è gente che meriterebbe un qualche compenso. Sarebbe un beau geste da parte di una federtennis molto ricca, no?

Anhelina Kalinina si è procurata una contrattura alla coscia sinistra a fine primo set –un po’ come Iha Swiatek contro la stessa Rybakina nei quarti; e Kalinskaia si era arresa dopo 7 games sempre per un problema muscolare; tanti i ritiri: colpa dell’umidità del Foro Italico alla sera? – e, con le lacrime agli occhi si è dovuta ritirare dopo il primo game del secondo set, sul 6-4,1-0 per la tennista kazaka. Lacrime hanno rigato il volto della ragazza ucraina che la sera prima ci aveva raccontato delle bombe russe che cadevano e cadono ancora a pochi passi da casa, a Kiev, dei nonni che hanno lasciato la cttà d’origine dopo 65 anni…e lacrime anche del marito coach. Anhelina giocava la sua prima grande finale e non avrebbe mai voluto concluderla a quel modo. Forse è riuscita a sorridere ugualmente per quanto è accaduto nel corso dell’improvvisata premiazione. Hanno chiamato per la premiazione prima la vincitrice e non lei finalista, hanno sbagliato nel consegnare i premi e in chi li doveva consegnare, il microfono è andato in panne e a un certo punto la Ribakina ha fatto segno a una hostess che sì, quel trofeo che era rimasto lì sul tavolino lo aveva vinto lei e che – se proprio non c’era nessuno altro che potesse farlo– fosse lei a consegnarglielo. Altrimenti sarebbe rimasto lì. E lo speaker si era rivolto alla Rybakina dicendosi dispiaciuto per la sua sconfitta. La Rybakina appariva trasecolata. Beh, devo dire che scene così buffe non ricordo di averle mai viste in tornei di questo livello. Ma probabilmente la giornata difficile aveva confuso e stressato un po’ tutti. E mi dispiace. ma quando Elena Ribakyna si è presentata in conferenza stampa per l’intervista di rito alle 1,27 del mattino non ce l’ho fatta ad aspettarla. Se ne erano andati da un pezzo anche i due giornalisti polacchi che erano venuti a Roma nel weekend sicuri di poter raccontare le gesta della loro Iga (Swiatek). Ma lei si era fatta male qualche giorno prima della Kalinina. E loro si sono consolati andando a visitare il Vaticano, da bravi cattolici osservanti. Un discreto gruppo di appassionati presi in contropiede dal cambio di programma che era stato peraltro segnalato a febbraio credeva di poter vedere tennis maschile nel pomeriggio ma aveva i biglietti solo per il serale. E non hanno potuto far altro che arrendersi. Non potendo assistere a una semifinale maschile si erano consolati …culturalmente, andando a visitare la Galleria Nazionale di Arte Moderna. Quel biglietto costava meno.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

ATP Roma : i dispiaceri del giovane Sinner in crisi di crescenza. Quanto è davvero forte? Al Foro Italico un… rinascimento che non c’è stato

Il maltempo è stato più protagonista dei giocatori più attesi, Alcaraz, Djokovic, Sinner. Un peccato perché la cornice unica al mondo e i tanti progressi organizzativi meritavano più fortuna. Sempre meglio che il Masters 1000 di Madrid…

Pubblicato

il

Jannik Sinner - Roma 2023 (foto Francesca Micheli, Ubitennis)

Dispiace davvero che nel torneo che per la prima volta si avvicina come giorni di gara ai due Masters 1000 più prestigiosi, quelli del Sunshine Double Indian Wells e Miami, il maltempo abbia fatto di tutto per rovinare la festa del Foro Italico. Che è diventato sempre più bello, ma con il sole lo sarebbe stato molto di più. Speriamo nei prossimi giorni di poterlo ammirare in tutta la sua bellezza, anche se i tennisti italiani si vedono ormai solo su Supertennis e Sky. Era meglio vederli giocare.

Già, dispiace proprio che a turbare quella che poteva essere una quindicina davvero memorabile – anche se la programmazione degli incontri poteva essere a mio avviso migliore e la situazione dei campi anche (ieri a Djokovic è scappato un “Questi sono campi di m…” all’ennesimo cattivo rimbalzo) – ci abbiano messo uno zampino stavolta maldestro anche i tennisti italiani che purtroppo, loro malgrado, non sono stati all’altezza delle aspettative e per la prima volta dal 2019 – e come già nel 2016 e nel 2017 – non ci hanno regalato neppure un rappresentante azzurro fra uomini e donne nei quarti di finale. Altro che sfiorare il trionfo di Panatta nel ‘76, la finale di Zugarelli nel ’77 con Gerulaitis e quell’altra di Panatta nel ’78 con Bjorn Borg.

 

Facendo percorso a ritroso, Jannik Sinner aveva raggiunto i quarti un anno fa, sconfitto da Tsitsipas (7-6,6-2). Lorenzo Sonego era stato in semifinale nel 2021: aveva battuto Thiem e poi Rublev, si era arreso a Djokovic in 3 set. Matteo Berrettini raggiunse i quarti nel 2020 quando perse con Ruud.

Insomma abbiamo fatto purtroppo il passo del gambero dopo essersi tutti – noi compresi – riempiti la bocca con proclami sul Rinascimento del tennis italiano.

Se andiamo in profondità tuttavia non si può certo colpevolizzare Matteo Berrettini per aver saltato per due anni di fila gli Internazionali d’Italia a causa dei suoi ripetuti infortuni, né criticare Sonego e Musetti per aver ceduto in due set al n.5 del mondo Stefanos Tsitsipas che sulla terra battuta è da qualche anno uno dei migliori specialisti del mondo, con le due vittorie di fila a Montecarlo, e le finali raggiunte al Roland Garros 2021 e a Roma 2022. E Cecchinato è stato bravo a dar segni di risveglio per aver battuto Bautista Agut, ma certo quello del 2018 a Parigi oggi sarebbe nei quarti contro Medvedev… Quanto alle ragazze per ora quando perdono Trevisan e Giorgi siamo… sott’acqua.

Sonego ha avuto anche due setpoint nel secondo set, sul 4-5 e sul 5-6, e non se li è giocati benissimo, mentre Musetti è stato anche avanti di un break nel secondo set (2-0,3-1) ma ha ceduto per due volte in ciascun set la battuta sul 5-6: la differenza fra i giocatori più forti rispetto a quelli meno forti emerge sempre quando i punti diventano più importanti.

Non c’è dubbio che la grande delusione è legata alla inattesa sconfitta di Sinner con Cerundolo, tennista capace di battere già 3 top-ten in carriera ma non così irresistibile da giustificare il duplice 6-2 che gli ha inflitto.

Grande delusione perché le aspettative nei suoi confronti erano enormi, dopo due semifinali e una finale nei primi 3 Masters 1000 dell’anno.

Sembrava quasi che se non avessero vinto il torneo i primi due favoriti, Alcaraz e Djokovic, oppure Djokovic e Alcaraz a seconda dei gusti, il terzo favorito fosse lui, Sinner, anche a causa di un inizio d’anno non travolgente di Tsitsipas e, ancor più, di Ruud. Mentre Medvedev, che ora che deve affrontare il qualificato (e n. 101 ATP) Hanfmann, ha legittime ambizioni di dire la sua anche per il titolo, in 4 partecipazioni romane non aveva vinto una partita e non poteva davvero godere di grandi aspettative.

Allora questo Sinner è davvero forte come si suol dire nei nostri confini oppure no? La risposta la potrebbe dare Albert Einstein: è tutto relativo.

Certo che è forte. E’ n.8 del mondo. E resterà probabilmente fra i top-ten a lungo. Molto più a lungo di Panatta, Barazzutti e Fognini. Probabilmente anche di Berrettini che c’è già stato di più di quei tre appena citati, anche se aiutato in parte da qualche circostanza favorevole, come il congelamento delle classifiche per via del Covid.

Ma quanto è forte? Beh dipende con chi lo si confronta. Per motivi forse influenzati dal certificato anagrafico lo si è fin qui spesso posizionato – in Italia eh – sui livelli di Carlitos Alcaraz e Holger Rune. 

Ecco, per ora si può, si deve dire che forse si è esagerato per amor patrio e per digiuno di campioni azzurri da… Panatta in poi. Perché i risultati di Alcaraz, uno Slam e 4 Masters 1000, già n.1 ATP passato e prossimo, sono ben diversi e il fatto che Jannik lo abbia battuto in 3 occasioni su 6, a Umago, Wimbledon e Miami dopo averci perso con il matchpoint  a favore all’US open significa che Alcaraz soffre il suo tipo di gioco, il bombardamento da fondocampo, e che quindi la distanza non è enorme sul piano personale, ma conta anche tutto il resto. E a vederli giocare si vedono tante altre differenze, tanti più limiti in Jannik piuttosto che in Carlitos.

Quali limiti ha Jannik  se comparati? Cito in ordine sparso (e confuso) le qualità di maggior completezza di Alcaras per: tocco di palla, fluidità naturale del gioco, esplosività dei colpi, forza fisica, atletismo e capacità di recupero, varietà e quindi imprevedibilità, duttilità tattica, dal serve&volley (anche con continuità come ha saputo dimostrare contro Medvedev senza mai sembrare un pesce fuor d’acqua sottorete), alla resilienza del maratoneta. Anche quando serve Carlitos è capace di alternare battute potenti a quelle con il kick, variando di continuo gli angoli, lo spin. I suoi dropshot non sembrano mai costruiti, innaturali… al contrario di quelli di Jannik, il cui tennis spesso dà la sensazione di essere robotico, anche se è indubbio che nell’ultimo anno i progressi siano stati tanti.

Io ho paragonato Jannik Sinenr a Ivan Lendl, come tipologia di tennista, perché Ivan è uno la cui filosofia d’approccio era lavoro, lavoro, lavoro, ma non aveva certo il talento naturale di un John McEnroe. Solo che alla fine ha vinto più di McEnroe e questa deve essere la speranza, l’obiettivo di Sinner e del suo team.

Rune e – non lo dice solo il suo Pigmalione Mouratoglou – è un altro talento decisamente più naturale di Jannik. È più completo, serve meglio, smorza meglio, sa alternare pallate a cambi di ritmo… alla Gattone Mecir, ha un tennis intelligente, istintivo a momenti ma anche ben ragionato in altri.

Ha già vinto un Masters 1000 –anche se quello di Bercy è il più farlocco dei Masters 1000 – è in anticipo sulla tabella di marcia di Jannik, ha certamente grande personalità, anche se non sempre atteggiamenti gradevoli. Ma mi ricorda abbastanza McEnroe. La gente non aspettava altro che Mac sbroccasse. Sarà così anche con Rune. Il modo in cui ha disposto di Djokovic, nonostante la interruzione dovuta al piovasco che gli è forse costata il secondo set, la dice lunga sulle sue qualità mentali, di testa. Anche il modo in cui batté Sinner a Montecarlo del resto  lo dimostrò.

Lui ha già centrato obiettivi che Jannik ha solo sfiorato. Jannik sembra anche essere spesso (troppo spesso?) vittima di guai fisici. Non è un tennista naturale, non è un atleta naturale. Ma ha talmente voglia di arrivare che potrà sconfiggere questi handicap.  Lo abbiamo visto in grado di esprimere notevolissime qualità di combattente in certe situazioni, ma purtroppo anche di sembrare talvolta incapace di reagire quando – come contro Cerundolo – è incappato in una cattiva giornata. Come se non riuscisse a liberarsi psicologicamente da una situazione che lo sorprende e lo trova impreparato.

Alcaraz ha perso con Marozsan ma prima di perdere le ha provate tutte. Èstato avanti 4-1 nel tiebreak poi perso 7-4, perché anche lui è giovane e ha delle pause. Ma ha lottato e cercato di cambiare tattica. Mentre Jannik è sembrato sgonfio, si è lasciato andare, senza trovare in sé la forza di reagire. Anche lui è giovane, probabilmente prima o poi supererà queste situazioni, le rovescerà. Ma per ora non è così. Sono ancora tante le cose, anche tecnicamente, che non gli riescono. Sul servizio deve ancora lavorare tantissimo, sulle volée anche. Il salto di qualità che tutti sognano, lui per primo, deve ancora avvenire. Sta imparando, non è… ancora imparato.

Saltando di palo in frasca… chi si lamenta per l’eliminazione prematura dei grandi favoriti(del ranking per i primi due, del pubblico per il numero 8) rilegga però quello che era successo al Masters 1000 di Madrid. A Roma Medvedev, Ruud, Tsitsipas, Rune, n.3,4,5 e 7 sono ancora in gara (se Cerundolo non fa fuori anche il n.4). A Madrid avrebbero pagato per avere un cast dello stesso livello nelle fasi finali, anche se il personaggio Struff ha entusiasmato per la sua storia..quasi romantica. Il lucky loser che arriva in finale e fa soffrire perfino Alcaraz. Qui a Roma siamo messi meglio. A me piacerebbe assistere a una finale Rune-Tsitsipas. E a voi? 

Chiudo esprimendo tutto il mio dispiacere per il forfait di Rafa Nadal al Roland Garros. Non sembrerà il vero Roland Garros. Roma avrà un nuovo campione quest’anno. Forse anche il Roland Garros.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

ATP Roma: Marozsan, ma da dove sei uscito? Da Budapest o Firenze? Insieme a Sciahbasi esultò di più che a battere Carlos Alcaraz

Ha demolito il prossimo n.1 ATP a suon di smorzate e missili di dritto. Eppure non c’era il suo coach. Da un gettone di 3.000€ per la serie A a 84.900. Ora in ottavi ha Coric che, semisconosciuto, sorprese Nadal, proprio come lui Alcaraz

Pubblicato

il

Le grandi sorprese degli ultimi anni

Esultò assai di più quando l’anno scorso conquistò per il Tennis Matchball di Bagno a Ripoli il punto decisivo che valeva la promozione in serie A nel doppio dei playoff contro il Tennis EUR…

Diversamente da quella volta, quando slanciò le braccia al cielo e poi abbracciò calorosamente il suo compagno di doppio, il marchigiano Lorenzo Sciahbasi,  Fabian Marozsan, 23 anni e n.135 ATP, non si è concesso sul centrale del Foro Italico e in mezzo a un diluvio di applausi nemmeno la più piccola esultanza, che so…una smorfia, un sorriso, un grido, neppur quando Carlitos Alcaraz ha tirato fuori il suo ultimo dritto sul matchpoint al termine di un tiebreak nel quale il murciano era stato avanti 4-1 prima di perdere 6 punti di fila!

 

Al suo primo torneo ATP il ragazzo di Szazhalombatta, piccola cittadina a 30 km da Budapest e nota per le sue raffinerie di petrolio, ha dato una lezione di tennis, e di smorzate, allo spagnolo che lunedì prossimo tornerà n.1 del mondo. Sì, non lo ha solo battuto. Il bruno ragazzo magiaro dall’aria apparentemente esile, un metro e 93 per 75 kg (10 meno di Matteo Berrettini che è però 3 cm più alto) lo ha dominato, nonostante che Alcaraz abbia lottato fino all’ultimo, senza mai mollare. Certo Carlitos ha giocato meglio altre volte, ma sbaglierebbe chi credesse che abbia giocato male. A risultare davvero impressionante è stata la partita di questo ragazzo che pochi conoscevano, al di fuori di chi segue la Serie A e di chi lo aveva visto giocare già bene al Challenger di Cagliari una decina di giorni fa, quando aveva battuto Luca Nardi in tre set prima di perdere in due set ravvicinati con Ben Shelton 6-4,7-6(6).

L’ungherese si è presentato in sala stampa dimostrando anche un certo sense of humour, nonostante l’evidente timidezza: “Mi chiamo Fabian Marozsan, ho cominciato a giocare quando avevo 5 anni, mio padre è stato il mio primo coach, ho cominciato a vincere qualche partita e mi sono deciso a continuare, sperando di fare sempre meglio. Per ora ho giocato solo challenger, ma dovrei essermi avvicinato alla centesima posizione ATP…”

Beh, sì, è virtualmente n.114 dopo aver vinto qui a Roma cinque partite di fila, Skatov, Meligeni nelle “quali”, Moutet n.67 ATP, Lehecka n.39. Questa vittoria, oltre all’immensa e impagabile soddisfazione, gli garantisce prima ancora di affrontare Borna Coric, la bella sommetta di 84.900 euro…non male per uno che nei campionati interclub italiani e francesi si accontenta di 3.000 euro a gettone di presenza (più il rimborso del viaggio).

Avevo rischiato di perdere al primo turno delle qualificazioni con Skatov…(tennista kazako); lui ha servito sul 5-4 nel terzo…”.

Buffo che incontri Coric…perché il tennista croato che è stato allenato per un certo periodo da Riccardo Piatti, ha una storia non troppo dissimile da quella di Marozsan.

Nove anni fa al suo terzo torneo e dopo 3 sole vittorie in 2 precedenti tornei ATP il semisconosciuto Borna Coric battè Rafa Nadal – spagnolo come Alcaraz – al torneo di Basilea 2014 e con un punteggio assai simile a 6-3,7-6 di Marozsan-Alcaraz: 6-2,7-6.

Marozsan è tesserato quest’anno per il terzo anno di fila al Tennis Club Matchball – dove in questi giorni si sta svolgendo un torneo WTA di 125.000 euro con la partecipazione di Paolini, Stefanini, Errani, Bronzetti, Townsend, Konjuh, Liu – e ormai si è fatto un tale gruppo di amici che lui stesso, pur timido e introverso, ha tenuto a sottolinearlo ringraziando tutto il gruppo, presidente (Leonardo Casamonti) compreso. Il Matchball celebra quest’anno 50 anni di vita. “Ero davvero felice di aver aiutato la squadra. Mi erano super riconoscenti. Sì, mi piace giocare lì, ci tornerò di sicuro anche a ottobre. Loro mi hanno aiutato…”

Ad aiutare ancor più la sua fiducia devono essere stati due risultati importanti ottenuti in Coppa Davis e in doppio…che pure non è la sua specialità. Le sue risposte brucianti che hanno messo in difficoltà Alcaraz avevano “bucato” due team di grandi volleador.

In coppia con Valkusz lui aveva battuto contro tutti i pronostici la coppia australiana campione di Slam Peers-Saville 6-4,6-4 e a febbraio anche quella francese formata da Mahut e Rinderknech. Contro la Francia sul 2 pari aveva perso il singolare decisivo da Humbert che giocò benissimo a quanto mi dicono qui i colleghi dell’Equipe.

Sarebbe interessante riguardare tutto il match per contare le sue smorzate. Giocate anche con il saltello, oppure retrocedendo, quindi con un coefficiente di difficoltà super-aumentato. Ma il suo repertorio di colpi è apparso completissimo.

Da dove è saltato fuori uno così, si chiedeva Ivan Ljubicic, ammiratissimo e non meno stupito. Un anno fa, il 10 maggio, si ritirava al primo turno di Zagabria con il nostro Bonadio: era n.333 del mondo. Meno di un mese fa, il 25 aprile, ha perso qui a Roma al primo turno del torneo del Garden da Alexander Weis. Certi miracoli si fa fatica a spiegarli.

Però quando un tennista dice: “Non guardo il tabellone perché penso soltanto ad un avversario per volta” occorre ammettere che non hanno tutti i torti a non fidarsi dei pronostici. Mi sarebbe piaciuto vedere che quota avessero i bookmaker a proposito di una vittoria di Marozsan su Alcaraz. Una volta il n.1 o n.2 del mondo non avrebbe mai perso da un tennista non compreso fra i top 100. Ma i tempi sono cambiati, il tennis si è livellato, basta che un top-10 sia in giornata poco buona, non dico cattiva perché ribadisco che Alcaraz non ha giocato male, e l’outsider provoca la sorpresa.

E l’ha procurata sebbene il suo coach Miklos Palagyi non fosse a Roma. Quel giovane ragazzo biondo che avrete intravisto nel suo angolo in tv. Mark Pataki, è più un amico che un vero coach: era il boyfriend di Anna Bondar e ora segue più spesso Timea Babos che non Fabian.

Anche l’outsider più timido, più introverso come Marozsan del quale però a Bagno a Ripoli ricordano anche una forzata esibizione nel karaoke insieme al compagno di doppio …perché erano stati i più lontani dall’indovinare il conto della cena della squadra. E quella, era stata la punizione. Avevano interpretato, fra le risate generali, la canzone “Baby Shark”.

Lo si deve perdonare se, così giovane, non conosce bene ancora bene la storia del tennis ungherese quando dice: “Il mio amico Fucsovics mi ha sempre aiutato e lui è stato forse il miglior tennista ungherese di sempre”.

Beh, non proprio: l’ungherese Jozsef Asboth nel ’47 ha vinto il Roland Garros, 11 anni prima che una donna ungherese Zsuzsi Kormoczy lo imitasse sempre al Roland Garros. Poi c’è stato anche Istvan Gulyas che ha giocato una finale a Parigi nel ’66 e aveva vinto Montecarlo nel 1965. Anche Balasz Taroczy, n.12 ATP in singolare e vittorioso in 2 Slam in doppio in coppia con lo svizzero Gunthardt (Wimbledon e Roland Garros) è stato un giocatore migliore di Marton Fucsovics il cui best ranking è stato n.31.

Vabbè, queste ultime sono cose da…vecchietti come me. Che salvo Asboth e la Kormoczy, gli altri li ha visti tutti giocare.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement