Osaka, Halep e Bertens a Madrid - Pagina 3 di 4

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Osaka, Halep e Bertens a Madrid

Dopo la finale persa lo scorso anno, Kiki Bertens ha vinto il Premier Mandatory spagnolo, determinando in questo modo anche i primi due posti della classifica mondiale

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Kiki Bertens - Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Kiki Bertens: una crescita continua
Kiki Bertens non finisce di migliorare. Per fasi successive è progredita nel tempo, fino a raggiungere livelli che non pensavo sarebbero stati alla sua portata quando ha cominciato a farsi conoscere sul circuito. E con il successo di sabato scorso ha tagliato un nuovo traguardo, raggiungendo al numero 4 il nuovo best ranking.

La ricordo nell’anno della vittoria del suo primo titolo WTA (2012 a Fes, in Marocco) come una giocatrice con alcuni punti forti ma anche con evidenti punti deboli. Molto potente fisicamente, Kiki ha sempre avuto un bel servizio (specie la prima) e un gran dritto. D’altra parte Bertens aveva problemi nell’esecuzione del rovescio in topspin (molto meno affidabile di quello slice) e difficoltà a esprimersi sui campi duri, che le davano meno tempo per organizzare i colpi quando era chiamata agli spostamenti in velocità.

 

Ma oltre ai problemi tecnici, secondo me, soffriva di una complessiva insicurezza agonistica, per cui spesso le giocatrici di maggiore personalità sembravano sovrastarla sul piano mentale. Forse sono stato sfortunato io, ma in quei primi anni, per esempio, mi ero accorto che ogni volta che era in vantaggio e andava a servire per chiudere il match non mancava mai di commettere almeno un doppio fallo. Una specie di tassa da pagare all’emozione del momento.

In più in alcune occasioni mi dava la sensazione di scendere in campo convinta di non essere all’altezza dell’avversaria, e che la sconfitta fosse il risultato inevitabile della sua giornata. A quel punto, naturalmente, non poteva esserci esito diverso. Forse in quei momenti Bertens “fotografava” correttamente i valori in campo, ma sappiamo che in uno sport come il tennis la fiducia in se stesse e una buona dose di autostima sono indispensabili, anche perchè l’eccesso di realismo impedisce l’ottenimento di vittorie contro pronostico.

Visto che non si è affacciata sul circuito con l’etichetta di predestinata o di enfant prodige, per arrivare ai risultati di oggi Kiki ha dovuto compiere un profondo lavoro su se stessa, e c’è voluto tempo perché diventasse competitiva ai massimi livelli. Nata nel dicembre del 1991, prima dei 21 anni non aveva mai sconfitto una Top 50, e per battere per la prima volta una Top 10 ha dovuto attendere il 2016, anno decisivo nella carriera.

In febbraio, infatti, compie una impresa in Fed Cup, quando l’Olanda sconfigge in trasferta la Russia. Bertens (allora numero 106 del ranking) supera due set a zero sia Kuznetsova che Makarova, numero 17 e 31 del mondo. Qualche mese dopo vince il torneo di Norimberga, ultimo evento prima del Roland Garros, con appunto la prima vittoria contro una Top 10 (Roberta Vinci, allora numero 7 del mondo). Torneo conquistato al termine di sette partite: due di qualificazione e cinque nel main draw.

Infine, la settimana successiva, l’exploit al Roland Garros. Slam del tutto particolare, caratterizzato dal maltempo: piogge continue, al punto da far esondare la Senna, e con gli organizzatori obbligati a volte a far disputare le partite sotto l’acqua. Sui campi resi pesanti come non mai, molto adatti a tenniste potenti, Kiki gioca un tennis eccezionale, facendosi strada attraverso un tabellone molto complicato: Kerber, Giorgi, Kasatkina, Keys, Bacsinszky. La ferma in semifinale Serena Williams (poi perdente in finale contro Muguruza), con Bertens in parte acciaccata per un problema al polpaccio, conseguenza quasi inevitabile del tour de force compiuto: tra Norimberga e Parigi, ha infatti disputato in pochi giorni ben 13 partite.

Anche se del tutto meritata per la qualità del tennis espresso, quella semifinale parigina è completamente inattesa, non solo per gli osservatori e appassionati esterni, ma forse per lo stesso team Bertens: ne è la riprova il fatto che Kiki si era iscritta al 125K di Bol (in Croazia) programmato in contemporanea alla seconda settimana dello Slam.

E così, entrata nelle qualificazioni di Norimberga come numero 89 del ranking, Kiki diventa numero 28 del mondo tre settimane dopo, al termine del Roland Garros. Un drastico cambiamento di status su cui saprà costruire ulteriori progressi.

Nel 2017 vince ancora Norimberga, a cui aggiunge il successo a Gstaad e la semifinale a Roma, a conferma di quanto si trovi bene sulla terra. Nel 2018 vince Charleston e arriva in finale a Madrid: i numeri dicono che ormai sulla terra soltanto Halep ha percentuali di vittoria superiori alle sue.

a pagina 4: L’ultimo salto di qualità di Bertens

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Roland Garros: bis di Simona Halep?

Ultimi risultati, precedenti nel torneo, valutazioni dei bookmaker. Ecco come si presentano a Parigi le principali favorite del prossimo Slam

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Sloane Stephens e Simona Halep - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ci siamo quasi: la prossima domenica, con un giorno di anticipo rispetto agli altri Major, inizierà il Roland Garros. Proviamo a vedere come si avvicinano le principali protagoniste allo Slam su terra battuta, il torneo che ha come campionessa in carica Simona Halep, l’anno scorso vincitrice in finale in tre set su Sloane Stephens.

Delle prossime 32 teste di serie a Parigi, solo Barty, Sabalenka, Wang e Garcia hanno deciso di giocare in questa settimana, nell’International di Strasburgo; tutte le altre hanno concluso la preparazione con gli internazionali di Italia.

 

Roma 2019 è stata una edizione complicata, in cui il maltempo ha scombussolato il calendario dei match. E non penso sia un caso che sia stata caratterizzata da molti ritiri; ben otto giocatrici hanno concluso il torneo anzitempo: Cornet, Goerges, Ostapenko, Muguruza, Wozniacki, Serena, Kvitova, Osaka. Ricordo che le ultime sei giocatrici sono anche vincitrici Slam. La mia interpretazione è che soprattutto chi si presenta al via del Roland Garros con l’ambizione di fare strada è stata particolarmente attenta alle proprie condizioni, fermandosi al primo segno di scricchiolio.

Di sicuro il doppio turno disputato nella stessa giornata non ha aiutato, tanto è vero che quattro ritiri si sono avuti nel famigerato giovedì. Anche perchè se per gli uomini giocare due partite ravvicinate sulla distanza del due set su tre poteva rappresentare un antipasto di quanto li attende a Parigi (con il tre su cinque), per le donne si traduceva semplicemente in una maratona fuori dalla norma con tutti i rischi collegati.

Alla fine ha prevalso Karolina Pliskova, che dopo un avvio di torneo un po’ complicato (tre set contro Sofia Kenin) ha dimostrato di essere in ottima condizione nel confronto dei quarti di finale vinto contro Azarenka, forse il migliore match per qualità di gioco fra quelli che sono riuscito a seguire nella settimana.

Dopo questo successo, Pliskova ha gestito i due ultimi turni senza lasciare set per strada: ha ceduto il servizio all’inizio della semifinale contro Maria Sakkari, ma dopo aver ristabilito la parità sul 4-4, non ha più corso rischi, e non ha più perso la battuta sino alla fine del torneo. Risultato: 6-4, 6-4 a Sakkari, 6-3, 6-4 nella finale contro Johanna Konta.

Una curiosità. Conchita Martinez, la coach di Pliskova, detiene come giocatrice il record di vittorie a Roma (quattro), ma nel proprio palmares vanta anche l’inaspettato successo a Wimbledon 1994. Ebbene, da allenatrice ha portato alla vittoria Muguruza a Wimbledon e Pliskova a Roma, replicando da coach i picchi di carriera raggiunti da tennista.

Prima di vedere come si presentano al via dello Slam le prime teste di serie, ecco un riepilogo dei risultati degli ultimi anni nei principali tornei disputati sulla terra rossa:

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

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L’ultima partita di Lucie Safarova?

Il recente match disputato a Praga potrebbe essere stato quello di chiusura della carriera di Lucie Safarova. Il ricordo di una giocatrice molto stimata attraverso sei partite memorabili

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Lucie Safarova - Wimbledon 2016

La scorsa settimana durante l’International di Praga Lucie Safarova ha salutato il pubblico ceco scendendo in campo per l’ultima volta in un torneo di casa. Iscritta al doppio in coppia con Barbora Stefkova, è stata sconfitta al primo turno, in quella che potrebbe essere stata la sua ultima partita da professionista.

Non è ancora sicuro che sia stato l’ultimo impegno in assoluto, perché c’è ancora la possibilità di una partecipazione al Roland Garros (forse solo in doppio insieme alla storica compagna Bethanie Mattek Sands), ma la sostanza non cambia: Safarova ha ormai pronunciato la parola fine alla carriera.

 

A soli 32 anni, ha “appeso la racchetta al chiodo”, a causa di una condizione fisica non più all’altezza delle esigenze del tennis attuale. È un peccato che Lucie abbia dovuto prendere questa decisione, ma si è trattato di una scelta molto consapevole: di fatto il suo corpo non si era mai del tutto ripreso dalla infezione batterica che l’aveva colpita proprio all’apice della sua attività sportiva. È stato uno di quei paradossi determinato dai meccanismi del ranking: esattamente nel momento in cui era ricoverata in ospedale a Brno, gravemente debilitata, WTA certificava il suo best ranking, al numero 5 del mondo. Era il 15 settembre 2015, data fondamentale, dolce-amara, della sua carriera.

Chissà come sarebbero andate le cose senza quella malattia; Lucie veniva da due ottime stagioni in cui aveva raggiunto traguardi sempre più importanti: nel 2014 la semifinale a Wimbledon, nel 2015 il successo nel Premier di Doha e la finale al Roland Garros; risultati che le avevano permesso per la prima volta la partecipazione al Masters di Singapore. E nello stesso periodo la vittoria in doppio agli Australian Open e al Roland Garros 2015, in coppia con Bethanie Mattek Sands.

Insieme a Mattek avrebbe vinto altri tre Slam in doppio, ma in singolare i picchi di gioco di quel biennio sarebbero stati irripetibili. Dopo quella gravissima infezione, Safarova era diventata più fragile, e malanni di ogni genere uniti a piccoli infortuni le hanno reso impossibile ritrovare la continuità di gioco e di allenamento: requisiti indispensabili per misurarsi alla pari con le migliori al mondo in singolare.

Ripensando alla carriera di Safarova mi vengono in mente innanzitutto due aspetti, diversi ma in fondo anche collegati. Il primo è quanto fosse stimata da tutto l’ambiente del tennis. Stimata e da molti anche amata, per il suo modo di essere in campo e fuori. E questa è una qualità non tanto frequente, ancora di più oggi, in un periodo in cui la capillare diffusione di media e “social” favorisce la sottolineatura di qualsiasi atteggiamento non irreprensibile: basta pochissimo per dare il via a critiche e polemiche. Ma questo non è accaduto a Lucie, capace di essere protagonista per molti anni nel circuito rimanendo sempre immune da questi problemi. E che la stima non fosse solo di facciata lo confermano i fatti, visto che più volte è stata scelta dalle colleghe come una delle rappresentanti delle giocatrici nel board WTA.

Il secondo aspetto è la anomalia dei tempi della sua carriera, dalla maturazione più lenta del solito per gli standard centro-europei; una caratteristica forse più italiana che ceca. Nata nel febbraio 1987, Safarova ha dato il meglio dopo il 2014, quando si avvicinava ai trent’anni, e dopo più di dieci stagioni nel professionismo.

Dopo essersi fatta conoscere per il suo talento molto presto, ancora teenager, sono stati necessari parecchi anni perché raggiungesse la costanza ad alto livello. A diciannove anni sconfiggeva la allora numero 2 del mondo Justine Henin all’indoor di Parigi e arrivava nei quarti di finale agli Australian Open 2007 dopo aver battuto la campionessa in carica e numero 3 del mondo Amelie Mauresmo: a dimostrazione che le doti erano inequivocabili. Ma poi erano arrivate diverse stagioni con risultati al di sotto delle sue potenzialità. In parte per una certa fragilità fisica, ma in parte per mancanza di killer instinct.

E qui ci si ricollega a quanto detto prima: Safarova non è stata quel tipo di giocatrice capace di trasformarsi durante il match. No, lei ha portato in campo gli stessi tratti di carattere che aveva al di fuori; il problema è che sensibilità e rispetto per il prossimo non sono le doti ideali per vincere a tennis. Del resto se siamo abituati a considerare il killer instinct (di cui ho parlato qui sopra) come un aspetto positivo per un tennista, si capisce che può diventare un handicap la mancanza di “cattiveria” sportiva. Anche per questo Lucie ha faticato a trovare la strada per esprimersi al massimo.

Alla fine c’è riuscita in un modo del tutto personale: a dispetto del suo stile di gioco offensivo, sul piano della personalità il meglio lo ha dato quando in campo ha messo non l’aggressività, quanto piuttosto la serenità, e ha cominciato a vivere le partite con più divertimento e meno ansia. Lo racconta lei stessa in questa intervista del 2015, dove spiega che le è occorso del tempo non solo per trovare il giusto modo di allenarsi, ma anche per affrontare i match con meno nervosismo e più leggerezza.

Il circuito del tennis offre un torneo a settimana, quattro Slam all’anno, e all’inizio di ogni stagione comincia un nuovo ciclo. Ci sono quindi tante occasioni per rifarsi dalle sconfitte e per raccogliere buoni risultati, se si riesce ad affrontare le partite senza drammatizzarle troppo. Questa consapevolezza è arrivata con la maturità, e le ha tolto l’eccesso di responsabilità che nei primi anni spesso l’aveva portata a bloccarsi nei frangenti decisivi, a un passo da vittorie significative.

a pagina 2: Il tennis di Lucie Safarova

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Da Stoccarda a Istanbul

Petra Kvitova e Petra Martic in Germania e in Turchia hanno raggiunto un nuovo traguardo: per Kvitova il primo successo a Stoccarda, per Martic il primo in carriera

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Petra Martic

La prevedibile Stoccarda
In questo periodo siamo abituati a parlare del tennis WTA come di un movimento estremamente equilibrato e imprevedibile, nel quale ogni risultato è possibile. Invece per una volta il torneo di Stoccarda è andato in controtendenza, con più conferme che sorprese. Dopo la rinuncia di Simona Halep per i postumi di Fed Cup, le prime due teste di serie erano Naomi Osaka e Petra Kvitova, ed entrambe sono approdate in semifinale. Che poi non si siano incontrate è dipeso non da una sconfitta ma da un forfait (di Osaka), e in finale Kvitova ha ribadito i valori del ranking vincendo contro Kontaveit in due set (6-3, 7-6).

Questo però non significa che in Germania non siano emersi temi interessanti. Cito quattro nomi: Azarenka, Osaka, Kontaveit e Kvitova. L’unica testa di serie importante caduta prima dei quarti è stata la campionessa in carica Karolina Pliskova, fermata 4-6, 6-3, 6-4 da Victoria Azarenka. Dopo la finale di Monterrey Vika ha dimostrato di essere di nuovo capace di un tennis di alto livello, anche su un terreno non ideale per lei come la terra battuta. Probabilmente non è ancora in grado di tenere il ritmo e la pressione dei tempi d’oro, ma tecnicamente i colpi si sono rafforzati rispetto a qualche mese fa, e questo le permette di misurarsi alla pari contro giocatrici davvero forti. Sommato al successo contro Kerber a Monterrey, questo è infatti il secondo della stagione contro una Top 10.




 

Il maggiore problema rimane la fragilità fisica. In Messico al successo contro Kerber aveva fatto seguito il ritiro in finale con Muguruza; in Germania dopo la vittoria su Pliskova è arrivato il ritiro contro Anett Kontaveit (5-7, 7-5, 3-0). Prima però abbiamo avuto modo di verificare che sul piano agonistico ci sono ancora scorie da smaltire sotto forma di “braccino”; e penso che sia soprattutto dovuta a questa banale ragione l’incapacità di chiudere il match una volta che si era trovata avanti 7-5, 5-4 e servizio di fronte ad Anett.

A Stoccarda la giocatrice per me più interessante da seguire era Naomi Osaka, alla prima esperienza sulla terra europea da numero 1 del mondo, e quindi con tutta un’altra attenzione rispetto allo scorso anno, quando aveva raccolto ben poco tra Madrid, Roma e Roland Garros. Devo confessare che dai due match che ha vinto non sono riuscito a chiarirmi del tutto le idee. Sul piano tattico c’è stato un aggiustamento dopo gli sbandamenti mostrati a Indian Wells e Miami: rispetto ai tornei americani si è rivista una maggiore attenzione nelle scelte di gioco, evitando i cambi lungolinea troppo frequenti e rischiosi del mese scorso, a favore di schemi più simili a quelli che le hanno permesso di vincere in Australia.

Il passaggio a vuoto che ha attraversato contro Donna Vekic (6-3, 4-6, 7-6) probabilmente è in parte dovuto al problema muscolare agli addominali che l’ha poi costretta al forfait; ma in parte mi è sembrato legato anche a distrazione mentale: semplici errori esecutivi, limitati una volta che il punteggio complicato (sotto 1-5 nel terzo set) l’ha “obbligata” a recuperare la concentrazione. Resta però il fatto che né Hsieh (battuta per la prima volta in carriera in due set), né Vekic si possono considerare delle specialiste della terra, e quindi nemmeno un punto di riferimento di primo livello per misurare il rendimento di Naomi sul rosso.

Ogni volta che la seguo ho la sensazione di una giocatrice di enormi potenzialità, in particolare per come riesce a ottenere vincenti dando l’impressione di avere ancora del margine. Poi però commette errori evitabilissimi che mi riportano alla realtà, perché nel bilancio di una partita di tennis è fondamentale la capacità di limitare i gratuiti, e certi errori di Naomi sono così gratuiti da risultare inattesi per una tennista del suo livello; anche perché quando ha vinto gli Slam era riuscita sostanzialmente a evitarli.

a pagina 2: Anett Kontaveit e Petra Kvitova

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