Osaka, Halep e Bertens a Madrid - Pagina 2 di 4

Al femminile

Osaka, Halep e Bertens a Madrid

Dopo la finale persa lo scorso anno, Kiki Bertens ha vinto il Premier Mandatory spagnolo, determinando in questo modo anche i primi due posti della classifica mondiale

Pubblicato

il

Kiki Bertens - Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Come sta Simona Halep?
Quello che ci ha detto Madrid 2019 su Naomi Osaka vale tutto sommato anche per Simona Halep: per entrambe il torneo ha dato indicazioni positive sul loro stato di forma, ma non ha chiarito del tutto alcuni dubbi.
Ricordo che Halep si presentava in Spagna con ottimi precedenti: finalista nel 2014 (battuta da Sharapova) e vincitrice nel 2016 e 2017. Quest’anno sembrava essere avviata sulla strada del tris, visto il cammino spedito dei primi turni: 6-0, 6-4 a Gasparyan, 7-5, 6-1 a Konta, 6-0, 6-0 a Kuzmova, 7-5, 7-5 a Barty, 6-2, 6-7(2), 6-0 a Bencic. Poi però, in finale, Bertens l’ha regolata con un doppio 6-4.

Attenzione però a sottovalutare Bertens: i risultati delle ultime stagioni ci dicono che nel circuito WTA le due tenniste più solide sulla terra sono proprio Simona e Kiki. Dunque per Halep l’ultimo ostacolo è stato sicuramente di altezza superiore rispetto ai turni precedenti; però la sconfitta è stata forse più netta di quanto ci si potesse attendere.

 

A mio avviso l’aspetto meno convincente è che durante la finale Simona ha dimostrato di non riuscire a trovare risposte a due soluzioni di gioco costruite da Bertens: la gestione in corsa del dritto incrociato, e gli spostamenti in avanti.
Primo problema. Sappiamo che Halep ha nel rovescio lungolinea uno dei suoi punti forti: ma nel match di sabato scorso in diverse occasioni si è rivelato controproducente, perché quando non era definitivo Bertens replicava con un “drittone” incrociato carico di topspin che obbligava Simona a colpire in recupero sulla propria destra; una difficile esecuzione in allungo su palla a rimbalzo alto che le ha causato diversi errori diretti, oppure prodotto parabole troppo corte che finivano per metterla in difficoltà nello sviluppo dello scambio.

Secondo problema: i drop-shot di Bertens, e in generale le variazioni che chiamavano Halep in avanti, spesso su palle a rimbalzo basso. Quando Simona non è riuscita a trovare una replica definitiva ed è stata costretta a giocare più colpi nei pressi della rete, sono costantemente emerse difficoltà. A mio avviso oltre l’atteso.
Halep a rete non è mai stata una Navratilova, ma la mia sensazione è che negli ultimi tempi il rendimento sia ulteriormente sceso, come se ai problemi tecnici si fosse aggiunta qualche remora mentale, che la fa sentire ancora più a disagio quando deve eseguire volèe o schiaffi di volo. E non c’è nulla di peggio che un atteggiamento pessimista quando già ci si trova in una zona di campo poco amata.

Ma forse, oltre alle difficoltà tecniche determinate dalla qualità di Bertens, va aggiunto anche un terzo problema del tutto specifico, legato alla questione del numero 1 del mondo. Vincendo la finale, infatti, Simona sarebbe tornata in cima al ranking, e già in passato aveva dimostrato di patire mentalmente questa situazione.

Nel 2017 per tre volte aveva perso il match che l’avrebbe portata al numero 1: la finale del Roland Garros contro Ostapenko, i quarti contro Konta a Wimbledon e la finale di Cincinnati. Nei due Slam si era bloccata dopo aver vinto il primo set, mentre in Ohio contro Muguruza non era praticamente scesa in campo, come se in quel momento fosse convinta di non poter raggiungere quel traguardo. Risultato: sconfitta per 6-1, 6-0 in una partita quasi surreale, mai davvero iniziata.

Quella partita fa il paio con una situazione praticamente identica vissuta l’anno prima da Angelique Kerber contro Pliskova. Anche allora per Kerber il successo nella finale di Cincinnati sarebbe valso il numero 1 del mondo e anche allora Angelique aveva giocato paralizzata dall’emozione, perdendo 6-3, 6-1.

Insomma, a dispetto di quanto spesso le giocatrici fanno intendere nelle dichiarazioni, quasi sempre orientate a ridimensionarne l’importanza, a me sembra si possa dedurre il contrario: il numero 1 del mondo è vissuto come un obiettivo di grande significato, a cui le più forti tengono davvero, e per questo incide molto sulla loro psicologia e sull’andamento di certi match.

Mi sono chiesto perché tante protagoniste tendano a minimizzare, quasi negandolo, questo interesse per il primato nel ranking. La spiegazione più convincente mi sembra legata a una questione di forma, di educazione: affermare “mi interessa molto il numero 1 del mondo” potrebbe sembrare una manifestazione di arroganza, e per questo si preferisce glissare.

Ma secondo me queste remore sono frutto di un malinteso: in una disciplina che definisce costantemente le gerarchie attraverso il ranking è assolutamente comprensibile che raggiungere il vertice sia obiettivo di qualsiasi giocatrice. È perfettamente logico e coerente sul piano sportivo: rimane nel curriculum di ogni tennista, senza che debba essere interpretato come un eccesso di presunzione.

Sotto questo aspetto è stata trasparente Naomi Osaka, quando tra le cause della sconfitta in volata contro Bencic ha citato anche il primato in classifica. Una causa evidenziata da lei spontaneamente, senza che fosse menzionata nella domanda dei giornalisti. Si era verificata questa situazione: Naomi sapeva che la vittoria le avrebbe dato la certezza del numero 1, e come ha spiegato con un certo eufemismo, pensarci mentre giocava la partita “non è stata necessariamente una buona cosa”.

a pagina 3: Kiki Bertens

Pagine: 1 2 3 4

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

Roland Garros: bis di Simona Halep?

Ultimi risultati, precedenti nel torneo, valutazioni dei bookmaker. Ecco come si presentano a Parigi le principali favorite del prossimo Slam

Pubblicato

il

By

Sloane Stephens e Simona Halep - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ci siamo quasi: la prossima domenica, con un giorno di anticipo rispetto agli altri Major, inizierà il Roland Garros. Proviamo a vedere come si avvicinano le principali protagoniste allo Slam su terra battuta, il torneo che ha come campionessa in carica Simona Halep, l’anno scorso vincitrice in finale in tre set su Sloane Stephens.

Delle prossime 32 teste di serie a Parigi, solo Barty, Sabalenka, Wang e Garcia hanno deciso di giocare in questa settimana, nell’International di Strasburgo; tutte le altre hanno concluso la preparazione con gli internazionali di Italia.

 

Roma 2019 è stata una edizione complicata, in cui il maltempo ha scombussolato il calendario dei match. E non penso sia un caso che sia stata caratterizzata da molti ritiri; ben otto giocatrici hanno concluso il torneo anzitempo: Cornet, Goerges, Ostapenko, Muguruza, Wozniacki, Serena, Kvitova, Osaka. Ricordo che le ultime sei giocatrici sono anche vincitrici Slam. La mia interpretazione è che soprattutto chi si presenta al via del Roland Garros con l’ambizione di fare strada è stata particolarmente attenta alle proprie condizioni, fermandosi al primo segno di scricchiolio.

Di sicuro il doppio turno disputato nella stessa giornata non ha aiutato, tanto è vero che quattro ritiri si sono avuti nel famigerato giovedì. Anche perchè se per gli uomini giocare due partite ravvicinate sulla distanza del due set su tre poteva rappresentare un antipasto di quanto li attende a Parigi (con il tre su cinque), per le donne si traduceva semplicemente in una maratona fuori dalla norma con tutti i rischi collegati.

Alla fine ha prevalso Karolina Pliskova, che dopo un avvio di torneo un po’ complicato (tre set contro Sofia Kenin) ha dimostrato di essere in ottima condizione nel confronto dei quarti di finale vinto contro Azarenka, forse il migliore match per qualità di gioco fra quelli che sono riuscito a seguire nella settimana.

Dopo questo successo, Pliskova ha gestito i due ultimi turni senza lasciare set per strada: ha ceduto il servizio all’inizio della semifinale contro Maria Sakkari, ma dopo aver ristabilito la parità sul 4-4, non ha più corso rischi, e non ha più perso la battuta sino alla fine del torneo. Risultato: 6-4, 6-4 a Sakkari, 6-3, 6-4 nella finale contro Johanna Konta.

Una curiosità. Conchita Martinez, la coach di Pliskova, detiene come giocatrice il record di vittorie a Roma (quattro), ma nel proprio palmares vanta anche l’inaspettato successo a Wimbledon 1994. Ebbene, da allenatrice ha portato alla vittoria Muguruza a Wimbledon e Pliskova a Roma, replicando da coach i picchi di carriera raggiunti da tennista.

Prima di vedere come si presentano al via dello Slam le prime teste di serie, ecco un riepilogo dei risultati degli ultimi anni nei principali tornei disputati sulla terra rossa:

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

Continua a leggere

Al femminile

L’ultima partita di Lucie Safarova?

Il recente match disputato a Praga potrebbe essere stato quello di chiusura della carriera di Lucie Safarova. Il ricordo di una giocatrice molto stimata attraverso sei partite memorabili

Pubblicato

il

By

Lucie Safarova - Wimbledon 2016

La scorsa settimana durante l’International di Praga Lucie Safarova ha salutato il pubblico ceco scendendo in campo per l’ultima volta in un torneo di casa. Iscritta al doppio in coppia con Barbora Stefkova, è stata sconfitta al primo turno, in quella che potrebbe essere stata la sua ultima partita da professionista.

Non è ancora sicuro che sia stato l’ultimo impegno in assoluto, perché c’è ancora la possibilità di una partecipazione al Roland Garros (forse solo in doppio insieme alla storica compagna Bethanie Mattek Sands), ma la sostanza non cambia: Safarova ha ormai pronunciato la parola fine alla carriera.

 

A soli 32 anni, ha “appeso la racchetta al chiodo”, a causa di una condizione fisica non più all’altezza delle esigenze del tennis attuale. È un peccato che Lucie abbia dovuto prendere questa decisione, ma si è trattato di una scelta molto consapevole: di fatto il suo corpo non si era mai del tutto ripreso dalla infezione batterica che l’aveva colpita proprio all’apice della sua attività sportiva. È stato uno di quei paradossi determinato dai meccanismi del ranking: esattamente nel momento in cui era ricoverata in ospedale a Brno, gravemente debilitata, WTA certificava il suo best ranking, al numero 5 del mondo. Era il 15 settembre 2015, data fondamentale, dolce-amara, della sua carriera.

Chissà come sarebbero andate le cose senza quella malattia; Lucie veniva da due ottime stagioni in cui aveva raggiunto traguardi sempre più importanti: nel 2014 la semifinale a Wimbledon, nel 2015 il successo nel Premier di Doha e la finale al Roland Garros; risultati che le avevano permesso per la prima volta la partecipazione al Masters di Singapore. E nello stesso periodo la vittoria in doppio agli Australian Open e al Roland Garros 2015, in coppia con Bethanie Mattek Sands.

Insieme a Mattek avrebbe vinto altri tre Slam in doppio, ma in singolare i picchi di gioco di quel biennio sarebbero stati irripetibili. Dopo quella gravissima infezione, Safarova era diventata più fragile, e malanni di ogni genere uniti a piccoli infortuni le hanno reso impossibile ritrovare la continuità di gioco e di allenamento: requisiti indispensabili per misurarsi alla pari con le migliori al mondo in singolare.

Ripensando alla carriera di Safarova mi vengono in mente innanzitutto due aspetti, diversi ma in fondo anche collegati. Il primo è quanto fosse stimata da tutto l’ambiente del tennis. Stimata e da molti anche amata, per il suo modo di essere in campo e fuori. E questa è una qualità non tanto frequente, ancora di più oggi, in un periodo in cui la capillare diffusione di media e “social” favorisce la sottolineatura di qualsiasi atteggiamento non irreprensibile: basta pochissimo per dare il via a critiche e polemiche. Ma questo non è accaduto a Lucie, capace di essere protagonista per molti anni nel circuito rimanendo sempre immune da questi problemi. E che la stima non fosse solo di facciata lo confermano i fatti, visto che più volte è stata scelta dalle colleghe come una delle rappresentanti delle giocatrici nel board WTA.

Il secondo aspetto è la anomalia dei tempi della sua carriera, dalla maturazione più lenta del solito per gli standard centro-europei; una caratteristica forse più italiana che ceca. Nata nel febbraio 1987, Safarova ha dato il meglio dopo il 2014, quando si avvicinava ai trent’anni, e dopo più di dieci stagioni nel professionismo.

Dopo essersi fatta conoscere per il suo talento molto presto, ancora teenager, sono stati necessari parecchi anni perché raggiungesse la costanza ad alto livello. A diciannove anni sconfiggeva la allora numero 2 del mondo Justine Henin all’indoor di Parigi e arrivava nei quarti di finale agli Australian Open 2007 dopo aver battuto la campionessa in carica e numero 3 del mondo Amelie Mauresmo: a dimostrazione che le doti erano inequivocabili. Ma poi erano arrivate diverse stagioni con risultati al di sotto delle sue potenzialità. In parte per una certa fragilità fisica, ma in parte per mancanza di killer instinct.

E qui ci si ricollega a quanto detto prima: Safarova non è stata quel tipo di giocatrice capace di trasformarsi durante il match. No, lei ha portato in campo gli stessi tratti di carattere che aveva al di fuori; il problema è che sensibilità e rispetto per il prossimo non sono le doti ideali per vincere a tennis. Del resto se siamo abituati a considerare il killer instinct (di cui ho parlato qui sopra) come un aspetto positivo per un tennista, si capisce che può diventare un handicap la mancanza di “cattiveria” sportiva. Anche per questo Lucie ha faticato a trovare la strada per esprimersi al massimo.

Alla fine c’è riuscita in un modo del tutto personale: a dispetto del suo stile di gioco offensivo, sul piano della personalità il meglio lo ha dato quando in campo ha messo non l’aggressività, quanto piuttosto la serenità, e ha cominciato a vivere le partite con più divertimento e meno ansia. Lo racconta lei stessa in questa intervista del 2015, dove spiega che le è occorso del tempo non solo per trovare il giusto modo di allenarsi, ma anche per affrontare i match con meno nervosismo e più leggerezza.

Il circuito del tennis offre un torneo a settimana, quattro Slam all’anno, e all’inizio di ogni stagione comincia un nuovo ciclo. Ci sono quindi tante occasioni per rifarsi dalle sconfitte e per raccogliere buoni risultati, se si riesce ad affrontare le partite senza drammatizzarle troppo. Questa consapevolezza è arrivata con la maturità, e le ha tolto l’eccesso di responsabilità che nei primi anni spesso l’aveva portata a bloccarsi nei frangenti decisivi, a un passo da vittorie significative.

a pagina 2: Il tennis di Lucie Safarova

Continua a leggere

Al femminile

Da Stoccarda a Istanbul

Petra Kvitova e Petra Martic in Germania e in Turchia hanno raggiunto un nuovo traguardo: per Kvitova il primo successo a Stoccarda, per Martic il primo in carriera

Pubblicato

il

By

Petra Martic

La prevedibile Stoccarda
In questo periodo siamo abituati a parlare del tennis WTA come di un movimento estremamente equilibrato e imprevedibile, nel quale ogni risultato è possibile. Invece per una volta il torneo di Stoccarda è andato in controtendenza, con più conferme che sorprese. Dopo la rinuncia di Simona Halep per i postumi di Fed Cup, le prime due teste di serie erano Naomi Osaka e Petra Kvitova, ed entrambe sono approdate in semifinale. Che poi non si siano incontrate è dipeso non da una sconfitta ma da un forfait (di Osaka), e in finale Kvitova ha ribadito i valori del ranking vincendo contro Kontaveit in due set (6-3, 7-6).

Questo però non significa che in Germania non siano emersi temi interessanti. Cito quattro nomi: Azarenka, Osaka, Kontaveit e Kvitova. L’unica testa di serie importante caduta prima dei quarti è stata la campionessa in carica Karolina Pliskova, fermata 4-6, 6-3, 6-4 da Victoria Azarenka. Dopo la finale di Monterrey Vika ha dimostrato di essere di nuovo capace di un tennis di alto livello, anche su un terreno non ideale per lei come la terra battuta. Probabilmente non è ancora in grado di tenere il ritmo e la pressione dei tempi d’oro, ma tecnicamente i colpi si sono rafforzati rispetto a qualche mese fa, e questo le permette di misurarsi alla pari contro giocatrici davvero forti. Sommato al successo contro Kerber a Monterrey, questo è infatti il secondo della stagione contro una Top 10.




 

Il maggiore problema rimane la fragilità fisica. In Messico al successo contro Kerber aveva fatto seguito il ritiro in finale con Muguruza; in Germania dopo la vittoria su Pliskova è arrivato il ritiro contro Anett Kontaveit (5-7, 7-5, 3-0). Prima però abbiamo avuto modo di verificare che sul piano agonistico ci sono ancora scorie da smaltire sotto forma di “braccino”; e penso che sia soprattutto dovuta a questa banale ragione l’incapacità di chiudere il match una volta che si era trovata avanti 7-5, 5-4 e servizio di fronte ad Anett.

A Stoccarda la giocatrice per me più interessante da seguire era Naomi Osaka, alla prima esperienza sulla terra europea da numero 1 del mondo, e quindi con tutta un’altra attenzione rispetto allo scorso anno, quando aveva raccolto ben poco tra Madrid, Roma e Roland Garros. Devo confessare che dai due match che ha vinto non sono riuscito a chiarirmi del tutto le idee. Sul piano tattico c’è stato un aggiustamento dopo gli sbandamenti mostrati a Indian Wells e Miami: rispetto ai tornei americani si è rivista una maggiore attenzione nelle scelte di gioco, evitando i cambi lungolinea troppo frequenti e rischiosi del mese scorso, a favore di schemi più simili a quelli che le hanno permesso di vincere in Australia.

Il passaggio a vuoto che ha attraversato contro Donna Vekic (6-3, 4-6, 7-6) probabilmente è in parte dovuto al problema muscolare agli addominali che l’ha poi costretta al forfait; ma in parte mi è sembrato legato anche a distrazione mentale: semplici errori esecutivi, limitati una volta che il punteggio complicato (sotto 1-5 nel terzo set) l’ha “obbligata” a recuperare la concentrazione. Resta però il fatto che né Hsieh (battuta per la prima volta in carriera in due set), né Vekic si possono considerare delle specialiste della terra, e quindi nemmeno un punto di riferimento di primo livello per misurare il rendimento di Naomi sul rosso.

Ogni volta che la seguo ho la sensazione di una giocatrice di enormi potenzialità, in particolare per come riesce a ottenere vincenti dando l’impressione di avere ancora del margine. Poi però commette errori evitabilissimi che mi riportano alla realtà, perché nel bilancio di una partita di tennis è fondamentale la capacità di limitare i gratuiti, e certi errori di Naomi sono così gratuiti da risultare inattesi per una tennista del suo livello; anche perché quando ha vinto gli Slam era riuscita sostanzialmente a evitarli.

a pagina 2: Anett Kontaveit e Petra Kvitova

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement