Khachanov... sveglia Fognini. Scopriamo Ruud, l’avversario di Berrettini

Editoriali del Direttore

Khachanov… sveglia Fognini. Scopriamo Ruud, l’avversario di Berrettini

PARIGI – I due Ruud sono stati i soli top-100 della Norvegia. Hanno ingaggiato un videoanalista svedese. Di Berrettini sanno tutto. Speriamo non basti

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Casper Ruud - Rio de Janeiro 2019 (foto via Twitter, @RioOpenOficial)

In una giornata in cui l’unica testa di serie a saltare è stata Anette Kontaveit, estone n.17 del seeding e del ranking WTA battuta dalla ceca Karolina Muchova n.73, non si può dire che sia successo qualcosa di davvero straordinario.

Ciò anche se Zverev ha mostrato ancora una volta la curiosa idiosincrasia per i tornei dello Slam soffrendo fino al 6-4 al quinto per finalmente superare l’australiano Millman (che più in là della finale di Budapest con Cecchinato un anno fa non era mai andato). E anche se Naomi Osaka ha fatto vedere ancora una volta due cose: la prima è che la terra rossa non è davvero la sua miglior superficie perché prende troppi rischi e infatti è stata a due punti dal perdere il match con la slovacca Anna Karolina Schmiedlova, n.90 WTA, prima di cavarsela con il solito coraggio e finire dominando nel terzo set, sulla falsariga di quanto aveva fatto il giorno prima Serena Williams e senza bisogno di un ruggito degno del leone della Metro Goldwin Mayer.

Pensavo che Jarry potesse tenere ancor più testa a del Potro, ma non è riuscito che a strappargli un set, mentre tre francesi (dei 14 francesi in tabellone) hanno colto vittorie abbastanza prevedibili: Monfils con il giapponese Daniel e Pouille con Bolelli – sono i due francesi meglio classificati – Mannarino contro un altro dei nostri, Travaglia, che era stato avanti 7-6 3-1 e ha pagato caro l’essersi fatto sfuggire il secondo set anche se ha lottato fino al quinto (recuperando da 0-2 a 2 pari invano). Francia batte Italia 2-0, dunque.

 

Una delle storie più curiose del giorno, insomma, è quella che ha visto Fognini diventare virtualmente n.10 del mondo per un’oretta e mezzo, “Un sogno ma non un chiodo fisso” avrebbe spiegato Fabio – finché Khachanov… lo ha svegliato. Già, la vittoria di Kachanov ha consentito al russo di ri-sorpassare Fabio per 15 punti. Fabio dovrà fare un turno più di lui se vorrà scavalcarlo davvero e dovrà far match pari con del Potro che, per essere stato semifinalista l’anno scorso, ha cambiali più pesanti del ligure.

Prima dell’avvento di Internet e dell’on line, i ranking virtuali non esistevano. Non ci sarebbe stato verso di essere n.10 del mondo per un’ora e mezzo e nemmeno per un giorno soltanto, visto che il computer aggiorna settimanalmente le classifiche (o quindicinalmente quando è in corso uno Slam). Ma è stata una vicenda curiosa, cui abbiamo dato spazio in tempo reale, e che semmai – oltre a costituire un mezzo incubo per Fabio (checché ne dica… se ne è parlato talmente tanto che non poteva non pensarci e far finta di niente, soprattutto dopo che il trionfo di Montecarlo lo ha issato all’undicesimo posto quindici giorni fa) – fa riflettere soprattutto sui 40 anni di buco tecnico di vertice che ci sono stati in Italia dal 1979 a oggi, cioè da quando Corrado Barazzutti è stato l’ultimo top-ten italiano.

Se penso infatti che una piccola nazione di 8 milioni di abitanti come la Svezia ha avuto qualcosa come 17 top-ten nell’era Open e l’Italia che ha 60 milioni di abitanti soltanto due, Panatta e Barazzutti, mi sembra quasi incredibile. Vero che la Svezia da un bel po’ non ne ha più tirati fuori neppure lei, e allora si parla di cicli positivi e negativi e si giustificano i secondi grazie ai primi, però un ciclo negativo di 40 anni è tanta roba. Ed è per questo che si finisce per enfatizzare anche più del necessario l’ipotesi che finalmente Fabio riesca a rompere questo muro. “Se avessi avuto un’altra testa, sarei stato un top-ten da 10 anni” aveva detto (in mia assenza) Fabio a Montecarlo dopo la prima conquista di un Masters 1000 dai tempi di Panatta (Adriano vinse Roma nel ’76, non si chiamavano già 1000, ma insomma il torneo faceva parte di quel tipo di categoria).

Fabio Fognini – Roland Garros 2019 (foto via Twitter, @rolandgarros)

Avrei potuto citare altri Paesi che hanno avuto molti top-ten, non solo USA e l’Australia, storici dominatori dell’era ante-Open, ma la Francia, la Spagna… Ho fatto l’esempio della Svezia – che ad un certo momento, a metà degli anni Ottanta, ebbe addirittura 4 giocatori compresi contemporaneamente fra i top 10, Wilander, Sundstrom, Jarryd e Nystrom cui si aggiunse il più giovane Edberg e poco dopo anche Kent Carlsson – per due motivi.

Il primo: è una Nazione piccolissima, dove d’inverno si fatica anche a giocare perché mancano i campi, con un ottavo della popolazione italiana. Il secondo perché… oggi Matteo Berrettini giocherà contro un promettente tennista di 20 anni, Casper Ruud (recente finalista al torneo di Houston) che è… norvegese. Beh nel caso della Norvegia, Paese scandinavo confinante con la Svezia di cui sopra, non solo non si è mai intravista neppure l’ombra di un top-ten, ma i top 100 (sì, cento) sono stati in tutta la storia di quel civilissimo Paese solo due. Appena due. E sono stati padre e figlio. Christian Ruud e Casper Ruud. Non è incredibile?

Io ricordo a malapena un discreto giocatore, Erik Melander che giocava in Davis, ma non sfiorò mai i top 100, e poi Erik Ulleberg che giocò anche il doppio con il sottoscritto quando eravamo compagni di squadra all’Oral Roberts University di Tulsa Oklahoma nel 1973 – aveva un eccellente rovescio – ed era il n.2 della squadra per i sei singolari. Ma altri norvegesi competitivi non li ho mai più visti prima di Ruud senior che nel ’95 salì fino a n.39 del mondo. Curiosamente giocava bene sui campi in terra battuta, sui quali non era davvero nato. Arrivò in finale a Bastad, giocò bene anche in Messico, in Italia dove amava venire spesso. Era un gran regolarista, un difensore irriducibile, correva, correva e correva.

Ma, sapendo che Ruud junior sarebbe stato l’avversario odierno di Matteo Berrettini sono andato a cercarlo dopo che lui aveva finito di giocare il doppio. Così ho parlato a lungo ieri con Casper Ruud, gentilissimo e disponibilissimo. A 20 anni è considerato uno fra i giovani più promettenti del mondo, anche se il mio vecchio amico sudafricano Frew McMillan, uno dei più grandi doppisti della storia – con l’irascibile e discusso Bob Hewitt vinse un paio di Wimbledon e uno dei quali senza che i due perdessero mai il servizio – mi è sembrato dubbioso sulle sue prospettive. “Mi piace molto più il vostro Berrettini!

Casper è oggi al suo best ranking, n.63. Gli piacerebbe qualificarsi per il Next Gen di Milano: “In questo momento sono il n.5, so che i posti sono solo 7, spero di farcela a mantenermi nell’elite”.

E magari speri pure di superare il best ranking di tuo padre, n.39, no?
Sorride: “Io ho 20 anni, lui diventò n.39 a 23 anni e mezzo, ho ancora più di tre anni per superarlo no? – sorride – Lui è anche il mio allenatore, da sempre, da quando avevo due anni e cominciavo a camminare nel campetto di tennis…di mini-tennis dovrei dire, che avevamo dietro casa a Oslo. Mi ha messo la racchetta in mano e via così… anche se ho fatto anche golf, sci, calcio e anche altro”.

Cosa ti ha insegnato soprattutto papà? E tecnicamente vi assomigliate in qualcosa?
Per prima cosa a impegnarmi sempre con grande serietà. A fare vita da atleta. Non sono tipo da discoteca, da uscite nei club… ok, ho anche una ragazza e questo aiuta a non andare alla ricerca di eventi mondani. Per il tipo di tennis, beh, lui era più forte di rovescio, io sicuramente di dritto. Lui giocava più in difesa, io tendo a essere molto più aggressivo”.

Non deve essere facile avere un buon rapporto con un padre che è anche l’allenatore, anche se gli esempi si sprecano… ma che fate, parlate sempre di tennis dalla mattina alla sera?
Per la prima parte della domanda è vero, ma noi abbiamo un ottimo rapporto, stiamo bene insieme. Magari non è sempre stato così, perché fra i 15 e i 18 anni un ragazzo ha più bisogno di aria… e così sono andato in Spagna, ad Alicante, e il mio primo allenatore era diventato uno spagnolo, Pedro Rico, anche se papà non mi ha mai abbandonato”.

Quale è il ricordo del momento più bello della tua carriera fino a oggi?
Beh forse l’Australian Open del 2018, quando riuscii a entrare per la prima volta in un tabellone di Slam e battei Quentin Halys 11-9 al quinto! Poi, naturalmente la mia prima finale ATP a Houston recentemente, dove ho battuto diversi buoni giocatori, Dellien, Opelka, Granollers, Galan (prima di perdere la finale da Garin 63 al terzo) e insomma anche a Roma sono uscito dalle quali (Musetti, Kecmanovic) e poi in tabellone ho battuto Evans e… Kyrgios, sì quando ha gettato la sedia in campo e al terzo set si è ritirato. In termini di classifica il più forte che posso dire di aver battuto è lui…” e alza un po’ le spalle come per dire… mica è colpa mia se è matto!

A Madrid di matti ne aveva incontrato un altro, Benoit Paire. E ha battuto pure quello. Addirittura 61 61. Chissà cosa avrà mai preso a Paire. A Madrid Ruud ha perso al terzo da Ramos-Vinolas. Qui a Parigi ecco al primo turno un altro tennista che non sai mai come potrà giocare, Ernests Gulbis. Gli ha dato tre set a zero, nel terzo 6-0.

E su Berrettini che mi dici?
Che è forte, che sta avendo una grande annata, batte bene, ha un bel dritto, di sicuro sarà un match difficile per me, lo gioco da sfavorito e ho poco da perdere”.

Matteo Berrettini – Monaco di Baviera 2019 (foto via Twitter, @BMWOpenbyFWU)

Commenti banali questi ultimi e mi nasconde qualcosa. Lo scopriamo grazie a una collega norvegese che ci racconta un dettaglio che la dice lunga su come i due Ruud preparino seriamente le loro partite: lavora per loro un analista svedese Oivind Sorvald che ha messo in video tutto ciò che fa Berrettini. E ieri lo hanno studiato in lungo e largo, punto per punto. Vatti a fidare dei norvegesi che non se la tirano!

Intanto chiudo con una nota… poco azzurra: di 11 tennisti, 9 uomini e 2 donne, in tabellone, al secondo turno abbiamo soltanto tre superstiti, Berrettini, Fognini e Caruso. Tutti gli altri a casa. Beh, poteva andare meglio, Cecchinato e Travaglia hanno perso in 5 set e potevano anche vincere, ma sulla carta Berrettini con Ruud e Fognini con Delbonis devono essere considerati favoriti. Quanto a Caruso con Simon no, il favorito è il francese, però una vittoria ora che il ragazzo siciliano è in fiducia e ha assaporato la gioia per il primo successo in uno Slam, non è una missione impossibile.

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Nadal ha smentito chi gli pronosticava vita breve. Sorpasserà Federer?

PARIGI – Non era mai stato così vicino a Roger Federer: solo 2 Slam. E ha 5 anni di meno avendo saltato 8 Slam contro i 4 dello svizzero

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Rafael Nadal, trofeo - Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

da Parigi, il direttore

Non c’era bisogno che Rafa Nadal vincesse per la dodicesima volta il Roland Garros per capire che è stato decisamente il più forte tennista sulla terra battuta della sua epoca.

È forse da sottolineare ancor più – come ha giustamente fatto Steve Flink nel nostro video in inglese – che Rafa ha vinto tutte le finali che ha giocato. Perché, come ha spiegato, quando giochi una finale anche il tuo avversario è in fiducia, l’ha raggiunta dopo aver vinto sei match di fila e magari contro avversari fortissimi (come è stato il caso di Thiem che ha battuto Djokovic n.1 del mondo e vincitore degli ultimi tre Slam).

 

Arrivi in finale, hai tanta pressione addosso, sei il favorito – nel caso di Nadal lo è sempre –  e di solito è quello l’incontro più difficile. Quando perdi in ottavi, come gli è accaduto con Soderling nel 2009, o nei quarti come gli è accaduto con Djokovic nel 2015 (e sono le sole due sconfitte in 95 match), beh è un po’ un’altra cosa. Anche se non significa che hai preso sottogamba l’avversario… figurarsi se Rafa poteva prendere sottogamba Djokovic nel 2015, in quel momento era meno forte e perse.

Tornando a sottolineare l’importanza di quel dato, 12 finali e 12 vittorie, sarà bene ricordare anche che Rafa non ha mai neppure avuto bisogno di arrivare al quinto. Cinque volte ha vinto in tre set, sette volte in quattro. E se scendiamo ancora più nei dettagli relativamente alle sette vittorie in 4 set, osservo che il quarto set è stato un 6-1 con Thiem quest’anno, un 6-1 con Federer nel 2011. Del resto in tutti i suoi 95 duelli parigini due sole volte Rafa è stato trascinato al quinto set. Nel 2011 da John Isner al primo turno e poi da Novak Djokovic quando lo batte’ in quel famoso duello dello smash sbagliato da Novak, direi fosse il 2013

Una supremazia altrettanto schiacciante la dimostrò Borg quando vinse alcuni dei suoi Roland Garros – nel ’78 mi pare che cedette zero set e 32 game, di cui 10 con Tanner, quindi con gli altri sei avversari una media di 3 game a set! – ma un conto è vincere 6 Roland Garros (su 8, ci sono le due sconfitte con Panatta) e un altro è vincerne il doppio.

Si innesta qui poi il discorso degli Slam. Rafa, che ha cominciato dopo a vincerli dopo Roger per motivi anagrafici ne ha concentrati 12 su 18 a Parigi. Da un lato questo è indubbiamente uno straordinario exploit perché negli Slam non l’aveva mai realizzato nessuno (Margaret Court ne aveva conquistati 11, ma in Australia e davanti a concorrenze ridotte) e nei tornei pro anche le 12 vittorie di Martina Navratilova a Chicago non mi paiono comparabile, a prescindere dalla solita diatriba fra valori del tennis maschile e del tennis femminile.

Dall’altro lato questo stesso dato ha un rovescio della medaglia: premia un super-specialista della terra battuta, ma sottolinea rispetto a Federer e soprattutto a Djokovic un CV meno completo; i due rivali hanno distribuito i propri trionfi in maniera più equilibrata fra erba, cemento e terra. Un CV meno completo, dicevo, però ci sono anche 8 finali perdute negli altri Slam oltre ai 6 Slam vinti fuor di terra. Insomma, piano a sostenere che Rafa non sia un tennista completo solo perché sulla terra rossa è di gran lunga il più forte di tutti.

Rafa Nadal – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A Djokovic e Federer Rafa ha lasciato solo briciole sulla terra. Uno Slam ciascuno. Ma anche loro non è che sulla terra rossa si siano dimostrati poco forti: Roger ci ha perso 4 finali, Nole 3. Federer sull’erba ha vinto 8 titoli, ma è stato un pochino più… generoso con i due grandi rivali, due Wimbledon ha vinto Rafa, quattro ne ha vinti Djokovic. E poi c’è stato pure Murray, due anche lui.

La novità che emerge da questo Roland Garros dominato oltre ogni dire da Rafa, nonostante un Thiem decisamente cresciuto e protagonista di due splendidi set prima del “piccolo calo” (così lo ha definito lui con un pizzico di generosità verso se stesso), è che Rafa non è mai stato così vicino a Roger nel conto degli Slam. La minima differenza era stata fin qui tre. Ma per il fatto che Roger ha vinto il suo ultimo Slam all’Australian Open 2018 e poi ci sono stati nel mezzo due Roland Garros vinti da Nadal e tre Slam vinti da Djokovic ecco che le distanze fra i due eterni duellanti si sono ravvicinate.

Superare Federer mi farebbe certo piacere, ma non è un’ossessione. Mi considero comunque fortunato per la carriera che ho avuto, certamente al di là delle mie speranze e aspettative. Non mi lamento mai e non ho mai pensato a… ora devo acchiappare Roger oppure no. Non sono preoccupato di queste cose, non puoi sentirti frustrato perché il tuo vicino ha una casa più grande della tua, una tv più grande o un miglior giardino. Questo non è il modo in cui io vedo la vita”.

In un altro momento della sua conferenza Rafa ha anche accennato a quanti Slam ha dovuto saltare per gli infortuni che hanno accompagnato la sua carriera, soprattutto alle ginocchia: io ne ho contati otto. A quelli si sono aggiunti almeno due ritiri, che io ricordi. Ne avrebbe vinto uno o magari anche due su quei 10? Nessuno può dirlo. Roger, dal canto suo, non ha giocato 4 Slam, tre dei quali però erano Roland Garros dove… quando c’è Nadal per tutti gli altri suona a morto. Roger ha saltato anche l’US open 2016 e lì un Federer in buone condizioni avrebbe anche potuto vincere anche se nel 2016 per la verità non brillò mai troppo.

Fra 20 giorni comincia Wimbledon. Lì Roger potrebbe allungare di nuovo a 3, ma anche no. Occorre, oltre che con coloro che non hanno vinto Slam, fare i conti con Djokovic e con lo stesso Nadal che da questo torneo – dopo una stagione rossa un po’ più zoppicante del solito (ha vinto solo Roma prima di Parigi) – potrebbe uscire con grandissima fiducia. “Non giocherò nessun torneo sull’erba – ha annunciato spiegando – due anni fa persi con Muller ma fu una gran partita e fui vicino ai quarti, lo scorso anno sono stato a un punto dalla finale…”.

Non si può dubitare che questo Rafa non sarà competitivo anche sull’erba. E allora entrano in ballo i cinque anni che Federer ha in più. Sì perché, anche se non si può davvero fare previsioni a lunga scadenza, la supremazia di Nadal su tutti gli attuali concorrenti sulla terra rossa sembra tale che – se la salute lo sorreggesse – lo si può immaginare ancora vincitore di un altro Roland Garros e forse anche di due (ok, spingendosi un po’ troppo in là).

Sono tutte supposizioni, come quelle avanzate anche dal sottoscritto quando mi sono sbilanciato su un Djokovic capace di fare anche il Grande Slam come di vincere 3 Slam su 4 in un anno. Ovvio che se Novak ci riuscisse a bissare Wimbledon e US Open, beh la corsa a chi avrà vinto più Slam potrebbe dare ragione a Mats Wilander che vede nel serbo – vedi intervista fatta il giorno del meeting con i testimonial di Eurosport – il recordman assoluto a fine corsa.

Quel che posso concludere adesso, senza avventurarmi in altre profezie impossibili, è che anni fa si sbagliarono in tanti. Erano coloro che avevano pronosticato una carriera breve a Rafa Nadal. Secondo loro Rafa avrebbe pagato i troppi sforzi del suo tennis violento, non fluido e senza sforzo come quello di Federer, avrebbe inevitabilmente patito l’usura e smesso di giocare, o quantomeno di vincere, molto presto. Addirittura prima dei 30 anni, sostenevano parecchi. Beh, chiedete ai sette avversari battuti da Rafa in questo Roland Garros (Hanfmann, Maden, Goffin, Londero, Nishikori, Federer, Thiem) se a loro sia parso di aver affrontato un trentatreenne usurato da troppe maratone.

Rafael Nadal, trofeo – Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

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Editoriali del Direttore

Il flop di Novak Djokovic

PARIGI – La sua semifinale perduta non è come quella di Roger Federer o quella che sarebbe stata se Thiem avesse perso. Perdere 7-5 al quinto non consola. Fa masticare più amaro

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Dominic Thiem, conferenza - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Parigi, il direttore

Ci sono due modi diversi di vivere una semifinale persa al Roland Garros. Per Roger Federer è stata quasi una festa, appena un po’ sciupata dal fatto che Rafa Nadal lo ha ribattuto per la sesta volta su sei e anche piuttosto nettamente, tre set a zero lasciandogli nove game, seppur non come quando (nel 2008) gliene lasciò solo quattro . Ma se a Roger Federer avessero detto che a quasi 38 anni, e dopo 3 anni di digiuno rosso, avrebbe raggiunto ancora una semifinale nello Slam per lui tradizionalmente più ostico – un solo trionfo su 20 e con tante grazie anche a Robin Soderling – sono quasi certo che ci avrebbe messo la firma. Ho messo quel “quasi” perché un campione con il suo orgoglio non firmerebbe mai a priori per una qualsiasi sconfitta prima di un successo. Ma i suoi tifosi, credo, l’avrebbero sottoscritta anche se fino all’ultimo hanno sognato il miracolo di una lezione a Nadal sul suo terreno preferito, nel suo Regno.

Non so se sarebbe stata quasi una festa per Dominic Thiem fermarsi in semifinale, perché un anno fa qui era giunto in finale ed è legittimo, soprattutto per un ragazzo di belle speranze e di ottimi mezzi, porsi l’obiettivo di fare sempre più strada, di non accontentarsi di quanto fatto l’anno prima.

 

Ma Dominic – pur avendo cambiato lo storico allenatore Bresnik per l’olimpionico cileno Massu che miracolosamente tre settimana dopo l’ingaggio lo ha guidato verso la prima importante vittoria sul cemento – il Masters 1000 di Indian Wells – è tornato in finale battendo il n.1 del mondo a caccia del quarto Slam consecutivo. E in finale affronta Nadal: di conseguenza qualunque cosa accada non potrà essere troppo deluso. Se anche riperdesse in tre set come lo scorso anno, beh avrebbe fior di alibi, perché mentre Rafa …che è Rafa – un tipaccio che ha vinto 11 Roland Garros e perso qui solo due volte, da Soderling nel 2009 e da Djokovic nel 2015 – ha giocato solo due match in 4 giorni, martedì e venerdì, e sono stati due match di 3 set ciascuno, lui invece in quattro giorni ha giocato tre volte, mercoledì (Khachanov), venerdi e sabato.

E che partita specie l’ultima! Non sono tanto le 4 ore e 13 minuti a poter pesare (1h e 28 m. venerdì, 2 h e 42 sabato) quanto lo stress di giocare una partita in 4 spezzoni, con le interruzioni, le riprese, la notte nel mezzo in cui non si prende facilmente sonno…magari pensando ( e provo a mettermi nei suoi panni)… ah chissà se non ci avessero interrotto sul 3-1 al terzo, quando c’era tutto il tempo per finire il match… a quest’ora magari sarei già in finale; uhm chissà se gli organizzatori non hanno voluto dare una mano a Novak che in quel momento era in difficoltà…

Magari lui non ci ha pensato proprio, magari ci ha pensato Kiki…si sa, le donne sono talvolta un tantino più malignette… (Ora chissà che mi scriveranno!)

Una fatica fisica e mentale non indifferente, per chi non è un Fab Four ma è certamente sulla terra battuta uno dei primi 4 tennisti del mondo, forse dei primi due a giudicare da quanto successo per due anni di fila qui, quindi sulle ruote di Nadal.

Chi invece non può avere accettato di buon grado la sconfitta in semifinale è Novak Djokovic. Il suo obiettivo, il secondo Grande Slam impuro, il Nole-Slam, non è stato centrato, sebbene Thiem tutto sommato pur avendo quasi sempre condotto nel punteggio, un set a zero, un set pari e 3-1, due set a uno, due set pari e 4-1, due set pari e 5 a 3, lo aveva rimesso in corsa mille volte, trasformando solo 9 palle break su 22, mangiandosi due match point sul 5-3 con due rovescini rattrappiti. Se fosse andati a sentire gli umori dei colleghi in tribuna stampa avreste colto che sull’inatteso 5 pari, la gran parte riteneva che ormai Djokovic l’avesse sfangata e che sarebbe stato lui – a dispetto di un paio di giornate certamente poco brillanti – ad affrontare Nadal in finale.

Tutti in errore. Ha vinto Thiem. E Djokovic ha cercato di fare buon viso a cattiva sorte, ha voluto soprattutto mostrarsi buon perdente – pur essendosi precipitato ancora tutto sudato in sala stampa 5 minuti dopo il dritto vincente finale di Thiem – sottolineando i meriti dell’austriaco, ma ho saputo che ha anche detto ai colleghi serbi (e non agli altri…) frasi abbastanza rivelatrici del suo umore: “Non ho voglia di parlare ancora su quanto è successo ieri…ho già ricevuto abbastanza commenti negativi. Lui ha vinto, è stato più bravo, bravo lui” e poi: “Il tennis è diventato un grande business, il Roland Garros voleva far finire il torneo di domenica a tutti i costi, noi giocatori dobbiamo adeguarci”.

Che è come dire, dopo aver detto in conferenza stampa ufficiale “Non avevo mai giocato con un vento così” (ma le prossime sono parole e pensieri miei che non posso attribuire a lui): “Con quel vento, quelle condizioni climatiche e quelle previsioni, venerdì non si sarebbe dovuti neppure scendere in campo”.

Novak Djokovic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Insomma Novak aveva grandi e giustificate ambizioni. Come un qualsiasi n.1 del mondo che si rispetti. Con gli ultimi tre Slam in bacheca. Con tanti – anche al di fuori della Serbia – che lo consideravano il maggior antagonista di Nadal, se non l’unico in grado di giocarci ad armi pari e forse di batterlo.

Aver perso in quelle circostanze, dopo essersi illuso sul 5 pari di aver rimesso in sesto una baracca pericolante, deve essere stata una mazzata per lui. Avesse vinto con Thiem e magari battuto Nadal sulla terra rossa avrebbe voluto dire avvicinarlo nei titoli Slam, 16 contro 17, e minare il morale del re della terra rossa. Non dico mettere fine alla sua carriera, ma quasi, al di là di quella che sarebbe stata la vittoria n.29 contro 26 di Rafa.

Tutto “Gone with the wind”, via col vento degli ultimi due game da dimenticare ma tutt’altro che facili da dimenticare.

Sì, con tutta la comprensione che è giusto avere nei confronti di un grande campione del quale si sono celebrate tante vittorie ma di cui oggi si deve raccontare anche una pesante sconfitta, questo Roland Garros per Novak è purtroppo un flop, più o meno come lo era stato quello del 2015 quando, battuto Nadal, non c’era chi non lo considerasse grande favorito nella finale che invece fu vinta – e con merito – da uno straordinario Wawrinka. L’avere perso soltanto 75 al quinto non servirà da consolazione. Anzi. Gli farà masticare ancora più amaramente questa sconfitta.

IL VIDEO-COMMENTO DI UBALDO CON STEVE FLINK (in inglese)

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Editoriali del Direttore

Sicuri che al Roland Garros abbiano fatto scelte giuste?

PARIGI – WTA e Mauresmo hanno contestato la collocazione delle semifinali femminili. Ma non m’hanno convinto. E Djokovic che se ne sarebbe andato? Nadal con Federer, sempre la stessa storia

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Dominic Thiem - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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Tanti anni fa in Arizona (Phoenix o Scottsdale) un’intera giornata di tennis fu sospesa perché il vento rendeva impossibile giocare. Non era più tennis. Anche a Flushing Meadows mi pare un anno, quando c’era vera e propria bufera. Ma non sono sicuro che durò tutto il giorno.

Beh, al Roland Garros il 39mo duello Nadal-Federer non sarebbe mai stato sospeso, visto il ritardo già accumulato e la contestata (da WTA e dal suo presidente Simon) collocazione delle due semifinali femminili sui campi Lenglen e Mathieu. Un affronto machista, è stato giudicato da Amelie Mauresmo e non solo.

 

È anche vero che se avessero cominciato sul centrale, anche a partire dalle 11 e giocato entrambe le semifinali lì (1h e 53m ha impiegato la Barty per battere la Anisimova che aveva recuperato da 0-5 e conduceva 3-0 nel secondo, 1h e 45m ci ha messo la Vondrousova per vincere due set che avrebbe potuto perdere con la Konta e per diventare la più giovane finalista qui dal 2007 e Ana Ivanovic: totale 3h e 37 m) Federer e Nadal non avrebbero potuto scendere in campo prima delle 15. E il loro match non si sarebbe concluso, mentre quello di Thiem e Djokovic non sarebbe neppur cominciato.

In conclusione secondo me gli organizzatori hanno fatto quel che ragionevolmente dovevano fare, anche perché sapete bene che le TV – ormai ovunque padrone dei tornei – mettono delle pesanti clausole se il torneo anziché concludersi alla domenica termina al lunedì. Che poi la cosa sia stata considerata una mancanza di rispetto nei confronti del tennis femminile è un altro paio di maniche. Non dimentichiamo che anche le donne, che ormai godono ovunque di pari montepremi negli Slam, possono garantirsi tutti quei soldi anche se oggettivamente fanno “meno cassetta e biglietti” degli uomini, perché TV e sponsor cacciano tutti quei soldi a fronte di certe garanzie.

Mi pare molto meno giustificabile e comprensibile invece la decisione di sospendere il match fra Thiem e Djokovic. Sul set pari e il 3-1 per Thiem, alle 17,42 e qui fa buio dopo le 21, c’è stata la seconda sospensione, ma si poteva tranquillamente aspettare per vedere se avrebbe smesso di piovere come il meteo sembrava assicurare per un tempo sufficiente a chiudere anche la seconda semifinale.

Novak Djokovic, pioggia – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Avrete letto – spero – l’articolo di Vanni Gibertini. Nel quale vengono riportate le indiscrezioni, poi smentite, secondo le quali Djokovic avrebbe avuto un ruolo attivo nella sospensione. Vero? Non vero? Credo che oggi lo verremo a sapere. Ce lo dirà Thiem… soprattutto se  – è un sospetto… a pensar male si fa peccato ma… – l’austriaco avesse finito per perdere un match che oggi lo vedeva in vantaggio.

Lui non aveva nessuna intenzione di mollare la partita a quel punto, anche perché lui in un’oretta avrebbe potuto portarla a casa più facilmente di Novak in termini di tempo. Nole avrebbe dovuto recuperare il break e o conquistarne un altro, oppure vincere un tie-break a fine terzo set. Poi vincere il quarto. Forse, facendo i calcoli sul tempo che il meteo pareva aver indicato, Djokovic ha sbattuto i piedi e detto “No, non ci sto, se non siamo sicuri di finire comunque io non continuo”.

Ammettiamo che le cose siano andate così, come dicono a Eurosport (Mats Wilander e Barbara Schett), io allora vi dico che in questo caso se ad adottare un atteggiamento del genere lo fa il n.100 del mondo gli danno partita persa. Lo fa il n.1, e per di più in una semifinale di uno Slam, e figurarsi se ciò accade. Aggiungo però, ad attenuare l’assunto che “la legge non è uguale per tutti”, che francamente anche a Djokovic non si può dar torto, perché vabbè che “the show must go on”, però il tempo era schifoso, faceva un freddo boia, pioviscolava qua e là, c’era un vento che per poco non venivano giù gli alberi, tutto si poteva vedere in quelle condizioni fuorché del bel tennis.

L’anno prossimo ci sarà il tetto, ha ricordato un collega a Federer e Roger, pur nella tristezza di una sconfitta piuttosto dura (ma certo preventivata), ha avuto la forza di sorridere e replicare: “Ma chissà se ci sarò io!” E poi: “Comunque questo è un torneo outdoor, se c’è solo il vento è giusto giocare fuori, a tetto scoperto”.

Sportivo in quest’asserzione Roger, dopo aver detto quanto sia stato duro giocare con quelle condizioni contro uno come Nadal (ok c’era vento anche per lui, ma il loro tennis è ben diverso; se a Federer entrano meno servizi veloci perché deve cercarsi la palla per aria le conseguenze sono diverse da quelle che toccano a Nadal che i punti li fa più nei palleggi prolungati che al servizio… tanto per dirne una sola e ce ne sarebbero di più), però io non sono poi così d’accordo. Anche se capisco che vanno tenute in conto anche le esigenze degli spettatori che hanno acquistato i biglietti. Quando c’è un vento terribile come ieri, beh si deve poter sospendere il match come se piovesse, o come quando in Australia ci sono temperature spaventose e rischiose per la salute dei giocatori.

Aggiungo per aver giocato con le lenti a contatto ai miei modesti livelli che quando c’è così tanto vento e pioggerellina pur fine, è un inferno. Attraverso il quale deve essere passato Nole che, appunto, gioca con le lenti, come ricorderanno coloro che lo videro una volta scorticarsi quasi un occhio per togliersi una lente che o era già uscita per conto suo, oppure non voleva sapere di uscire da sotto le palpebre perché Nole ne aveva sovrapposta un’altra (una delle tre…mica posso ricordare tutto!). Agli spettatori della seconda semifinale la decisione degli organizzatori ha significato l’immediata restituzione del biglietto. Ho visto fuori dalle uscite la Federtennis francese immediatamente restituire i soldi (perché per ogni semifinale oggi si pagava un biglietto diverso). Ogni commento con situazioni recenti… stavolta ve lo evito.

Per quanto riguarda il match vinto da Nadal ho già scritto un commento (messo in evidenza perché fatto un minuto dopo la conclusione della partita) sotto all’eccellente pezzo di cronaca di Agostino Nigro le cui sole righe finali meriterebbero applausi a scena aperta: “Roger se ne va, verso Londra, verso i prati di Wimbledon. Ma a Parigi no, Roger non vive più qui. Che strano è morire al Roland Garros. Si muore nella terra, si rinasce fili d’erba”. Credo di potervi serenamente consigliare di andare a leggere tutto il resto. Ci sono alcune perle che… gli invidio. Sarebbero piaciute anche a Gianni Clerici (che approfitto per salutare con affetto; sono due anni che non viene qui, ci manca davvero, come del resto Rino Tommasi).

Oggi vedendo Rafa raggiungere per l’ennesima volta la finale a Parigi – e in tutto il torneo ha ceduto un solo set a Goffin, dominandolo negli altri tre – mi è venuta in mente la celebre frase del calciatore inglese Gary Lineker sul calcio: “Il calcio è quello sport che si gioca in undici e poi vince sempre la Germania”. Beh, il torneo non è finito, magari chi vince fra Thiem e Djokovic vincerà questo torneo (28-26 il bilancio dei duelli Djokovic-Nadal, 8-4 Nadal Thiem ma con l’austriaco capace di batterlo 4 volte sulla terra rossa, uno ogni anno negli ultimi quattro – Rafa incroci le dita e tocchi ferro) ma quel lettore che ha scritto in un post “Il Roland Garros è quel torneo cui prendono parte 128 giocatori e 128 giocatrici, ma chi lo vince è sempre Rafa Nadal” mi ha ricordato Lineker e fatto sorridere.

Rafael Nadal – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

C’è poco da discutere: sulla terra rossa dopo sei vittorie consecutive di Rafa su Roger, a tutte le età, chi pensa ancora che Rafa non sia più forte – Quando a dirlo è lo stesso Federer che l’altro giorno aveva detto “Ci si prova sempre, potrebbe essere malato…”, beh che volete che vi dica di più? – non è una persona obiettiva. “Non ho rimpianti, ho avuto mini-occasioni, stasera non piango, tranquilli!” ha avuto la forza di sorridere Roger che esce comunque più che a testa alta da questo torneo. A quasi 38 anni non si può davvero giocare meglio di così.

Oggi il tempo dovrebbe essere clemente. E il tennis migliore, anche se poche volte ci si diverte, ci si stupisce, si lanciano ohhh di ammirazione come quando si vede battagliare Federer e Nadal, vinca chi vinca… cioè qui Nadal, cioè forse (vista la ottima forma palesata) Federer a Wimbledon. 

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