La parola a Kosmos: la genesi della nuova Coppa Davis

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La parola a Kosmos: la genesi della nuova Coppa Davis

Intervista esclusiva con Javier Alonso, CEO di Kosmos, e il responsabile sportivo Galo Blanco. Un viaggio dietro le quinte della discussa riforma: “Cambiamento necessario, anche se radicale. Stiamo continuando a trattare con l’ATP. Di coppa del mondo ce ne sarà solo una”

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Coppa Davis 2019 (foto via Twitter, @DavisCup)

Madrid, 18 novembre 2019. Dopo oltre 100 anni di onorata carriera questa sarà una data fatidica per la coppa Davis, una delle manifestazioni sportive più cariche di fascino e di storia, che a partire da quest’anno cambia completamente pelle. In termini di formula si avrà una prima fase a gironi (qui il sorteggio dei gruppi effettuato il 14 febbraio) che precederà un succoso weekend di quarti, semifinali e finale in rapida sequenza. Superficie rapida, per una ‘Caja Magica’ che ritorna alle origini rispetto all’attuale collocazione nello swing primaverile del mattone tritato.

Niente più weekend spalmati nel corso dell’anno, niente più epiche sfide fuori casa contro il ruggito del pubblico amico, niente più maratone decisive al quinto. Ma è anche vero che le diserzioni ormai erano tante, e l’interesse oggettivamente in declino. Solo il tempo potrà dirci se ne sarà valsa la pena e se questa nuova versione della Davis sarà o meno il grande successo dell’uomo che sta dietro a tutto questo. Come noto ai più questa avventura ha un nome e un cognome ben precisi, Gerard Piquè, il vulcanico capitano del Barca, ma anche insospettabile poliedrico uomo d’affari, fondatore fra le altre cose di Kosmos, la società di media management che è il vettore di questa business venture.

Per capire un po’ meglio allora le dinamiche, il dietro le quinte, i protagonisti, le logiche sottostanti a questa scommessa, siamo andati a Barcellona nel quartier generale di Kosmos, a due passi dalla famosa Avinguda Diagonal. Qua ci hanno accolti Galo Blanco, il responsabile sportivo, e Javier Alonso, CEO di Kosmos Tennis con un passato pluriennale in Dorna, la società di gestione diritti della MotoGp. Chi scrive al momento della decisione presa da ITF era iscritto nel partito degli scettici, ed era quindi mosso da particolare curiosità, visto che sul tema si è detto e scritto tanto. L’impressione alla fine è sicuramente positiva: ci sono effettivamente tanti tasselli che lasciano ben sperare nella riuscita di un evento che obiettivamente negli ultimi ITF faticava a gestire e a far rimanere al passo coi tempi in termini di interesse generato.

L’intervista completa con Javier Alonso e Galo Blanco sarà pubblicata in due parti. In questa prima parte, come è nata la vision di Kosmos, le discussioni con ITF e ATP e l’analisi della prospettiva sportiva. Nella seconda e ultima parte, saranno invece affrontati i temi della sostenibilità economica, i diritti televisivi, la profilazione degli utenti e i social media.

 

I PRIMI PASSI


Innanzitutto un ringraziamento a entrambi (Javier Alonso e Galo Blanco) per la disponibilità e per cominciare vorrei chiedervi com’è nata l’idea di Kosmos Tennis.
Alonso: Kosmos ha due anni di anzianità come impresa. L’idea di Gerard nasce circa tre anni fa, all’epoca di una conversazione tra lui e un amico di Lugo, Ivan Modià. Ivan, che aveva cominciato la carriera di giornalista, si era poi dedicato all’attività di agente di giocatori di calcio ma voleva in quel momento cambiare ambito di attività. Ivan all’epoca era in contatto con Antonio Pereiro, presidente della federazione tennis di Galizia, che stava preparando la propria candidatura alla presidenza della federazione spagnola e voleva riportare un ATP 250 in terra iberica.

Per portare a casa quel risultato tuttavia aveva bisogno di qualcuno che ci potesse investire e da lì l’idea di chiamare Piqué: riuscì a concretizzare un incontro all’inizio del 2016. Il gallego presentò allora il progetto al capitano del Barcellona, la cui risposta fu contundente: “Vuoi organizzare un piccolo torneo o stare su Wikipedia?”. L’idea di Gerard era convertire la Coppa Davis in una specie di Coppa del mondo. Da questa premessa nasce quindi il progetto di Kosmos tennis (di cui Ivan fa parte, ndr). Nel dicembre 2017 siamo riusciti a presentare l’idea ai massimi rappresentanti dell’ITF, poi a febbraio è stato presentato al board della federazione internazionale, da febbraio ad agosto il progetto si è limato sulla base degli input dei vari soggetti interessati, fino ad arrivare alla versione definitiva votata il 16 agosto negli Stati Uniti, dove siamo riusciti ad ottenere il consenso del 71% delle federazioni tennistiche dell’ITF.

Quando avete iniziato… avete iniziato da zero, e non deve essere stato facile anche solo capire con chi parlare, considerando la frammentazione della governance nel mondo del tennis (ITF, vs ATP, vs Slam, ndr). Come avete deciso di rivolgervi alla ITF? O in qualche momento avete pensato di avviare un tavolo con ATP?
Alonso: Sì, abbiamo parlato anche con ATP. Abbiamo iniziato con la ITF, poi abbiamo intavolato una discussione anche con ATP, per poi tornare nuovamente a parlare con ITF. Alla fine però è vero che c’è un po’ di casino (letterale ndr), però la nostra idea è quella di creare una Coppa del mondo di tennis per nazioni che è qualcosa che mancava. E questo non è solamente importante per la ITF o per la ATP, credo che sia importante per il mondo del tennis in generale. Alla fine era qualcosa che mancava e che invece è presente in ogni altro sport di punta. È chiaro che la Davis era l’unica competizione per nazioni nel tennis e che si prestava a questo scopo, ma noi crediamo nella necessità di parlare con tutti. Abbiamo parlato con ATP, abbiamo parlato con i tornei del Grande Slam, e vogliamo cercare di trovare una collaborazione con tutti. È vero che qualsiasi cambiamento è difficile, tanto più nel mondo dello sport. Pertanto è importante avere anche un orizzonte temporale di lungo periodo, per consentirci di convincere tutti a poco a poco della bontà del progetto.

Blanco: Siamo l’unico gruppo che ha tentato di mediare con tutti gli attori. Io ho passato tutta la vita nel mondo del tennis, e non mi risulta che ATP, ITF e Slam siano mai stati uniti. Ognuno ha sempre pensato per sé e secondo me sarebbe molto importante per il mondo del tennis che tutti questi attori possano ricongiungersi. La nostra idea è parlare con tutti e arrivare ad accordi e sinergie di cui tutti possano beneficiare. Nel mondo dello sport è sempre necessario che vi sia un investimento sul movimento e di solito questo viene fatto dalle federazioni. È vero che nel calcio ormai sono tanti i club che investono direttamente per coltivare i talenti di domani, però questo non succede nel mondo del tennis. Se le federazioni non continuano a organizzare e a dare impulso al movimento al livello junior sarà difficile il ricambio. Io personalmente ho aperto una Accademia, ma normalmente le Accademie sono private e sono costose. E nel mio caso mi piacerebbe contribuire alla crescita del movimento iberico, ma gli spagnoli da me sono solo due, perché non se la possono permettere.

LA PROSPETTIVA SPORTIVA


L’idea è stata quindi quella di comprare i diritti della Davis, un evento con grande tradizione, che praticamente tutti i migliori del mondo sono riusciti a conquistare. Quindi in sostanza investire in un marchio consolidato e con grande tradizione. Ma allora come si concilia questo investimento con lo stravolgimento di quello che è stata per oltre 100 anni la Davis? Ci sono state moltissime discussioni in questo senso, qual è quindi il vostro punto di vista?
Blanco: È tutto verissimo, tutti i migliori l’hanno vinta e tutti aspiravano a vincerla. Però quello che ti posso dire da ex giocatore, è che la Davis poco a poco stava morendo, stava perdendo la sua essenza. Il mio sogno era quello di rappresentare il mio paese e giocare per il mio paese. Alla fine un tennista gioca solo per se stesso tutte le settimane dell’anno, ma le sfide di Davis sono l’unico momento in cui sei parti di una squadra, rappresentando i colori del tuo paese. Ma cosa stava succedendo? Che ultimamente a causa dell’affollamento del calendario i giocatori dovevano dedicare moltissimo tempo a questa competizione.

Con il formato home and away che esisteva fino all’anno scorso, sono quattro settimane all’anno che era necessario dedicare alla Davis, se si voleva arrivare in finale e vincerla. E questo cosa significava? Che se uno voleva fare le cose per bene doveva arrivare per tempo, magari anche la settimana prima… e la settimana dopo uno aveva nelle gambe un impegno di un weekend con magari tre partite consecutive al meglio dei cinque set e questo poteva avere un effetto anche sulla settimana seguente. Risultato? La Davis così com’era, nel caso più estremo andava a impattare per dodici settimane nel calendario di un giocatore. E con quello che pagava la federazione per giocare, per i tennisti non compensava più. E soprattutto per i giocatori che la competizione l’avevano già vinta, diventava pesante, visto che ormai si erano tolti il peso. E con il passare degli anni, con l’aumentare della calibrazione nella preparazione e l’attenzione a non sovraccaricare il fisico, la scelta per una tennista era ovvia.

Il primo torneo che veniva lasciato andare, spesso e volentieri era proprio la Davis. Inoltre va ricordato che la Davis non dà neppure ranking ATP. Quindi ribadisco, dal mio punto di vista la Davis stava perdendo appeal prima di tutto fra i giocatori, specie se consideriamo che secondo me invece la Davis dovrebbe avere il valore e il prestigio di uno Slam. Quello che noi allora facciamo è mantenere il meccanismo home and away per il turno di qualificazione, ma concentrato in una settimana, riducendo l’impegno previsto, e portando la fase finale sulla stessa superficie su cui in quel periodo sono abituati a giocare. Quest’anno ad esempio la fase finale a Madrid è collocata giusto dopo le Finals, e verrà giocata sullo stesso tipo di superficie per evitare cambi drastici che possono portare anche a degli infortuni. Crediamo quindi che questa formula sia valida e che il cambiamento fosse necessario, anche se radicale.

Credo che il primo anno sarà molto importante, voi che ne pensate?
Alonso: In tutti gli eventi il primo anno è ovviamente importante, ma direi che è quasi più importante il secondo. Il primo è facile che si possa avere successo, non fosse altro che per il tema del cambiamento. Abbiamo da poco cominciato a vendere i biglietti e siamo già molto contenti dei risultati raggiunti fin qua. Abbiamo già venduto un buon 10% dei tagliandi a disposizione. A livello di infrastruttura credo che quello che stiamo organizzando a Madrid riuscirà davvero bene. Anche perché la ‘Caja Magica’ è un posto spettacolare, così come la città di Madrid si presta molto bene ad un evento del genere.

L’ideale sarebbe che la coppa Davis e la ATP Cup si potessero unire, e che la Davis potesse fornire punti ATP, anche per incentivare i giocatori.
Alonso: Sono d’accordo, di Coppe del mondo ce ne sarà una sola. Il vantaggio della Davis è che sono le federazioni a rappresentare davvero i paesi. Nadal che gioca come spagnolo è una cosa, altra cosa è che un paese sia rappresentato in una competizione internazionale. Come dicevo prima non siamo preoccupati del breve termine, quello che ci interessa è il medio lungo termine. Abbiamo messo sul tavolo tutte le risorse possibili per poter negoziare e conseguire anche un miglioramento del mondo del tennis. Nell’ultima riunione in cui siamo stati a Londra a novembre, erano presenti tutti gli stakeholders del mondo del tennis e stiamo continuando a cercare soluzioni valide per tutte le parti. Con il vecchio formato la Davis occupava quattro settimane, con il nuovo siamo scesi a due e continuiamo a proporre miglioramenti nel calendario che è uno dei punti critici, anche in relazione alla ATP Cup. Vediamo come si evolveranno le cose.

Articolo e intervista a cura di Federico Bertelli

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Preliminari Coppa Davis 2022: Slovacchia-Italia si gioca su cemento indoor a Bratislava

Scelta la sede e la superficie per lo spareggio del 4-5 marzo. Si gioca per raggiungere le Davis Cup Finals di novembre. C’è un precedente datato 2009

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Filippo Volandri e Jannik Sinner - Finali Coppa Davis 2021 (photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Il percorso in Coppa Davis della Nazionale italiana di Filippo Volandri partirà ufficialmente il prossimo venerdì 4 marzo. Berrettini, Sinner e compagni voleranno in Slovacchia per la sfida di playoff che mette in palio la qualificazione alle Davis Cup Finals by Rakuten del 2022. È stata annunciata la sede del confronto, ovvero la NTC Arena di Bratislava. La superficie dovrebbe essere cemento indoor, dunque abbastanza favorevole ai nostri primi due singolaristi – se confermeranno la loro presenza per il 4 e 5 marzo – Matteo Berrettini e Jannik Sinner. La Slovacchia ha infatti ospitato il Cile lo scorso settembre, giocando sempre alla NTC Arena e scegliendo il cemento come superficie. Il team guidato da Gombos e dal capitano Tibor Toth si impose 3-1, guadagnandosi la possibilità di giocare il turno preliminare nel World Group 2022.

C’è un precedente tra Italia e Slovacchia, squadra finalista della competizione nel 2005, sconfitta proprio a Bratislava contro la Croazia. Nel 2009 gli azzurri ospitarono sulla terra rossa di Cagliari la Slovacchia nel match di secondo turno del Gruppo I Europa-Africa e si imposero per 4-1. Vinsero in tre set Starace su Hrbaty (6-1 6-2 6-4) e in cinque set Fognini su Lacko (1-6 6-3 6-2 1-6 6-1). Il ligure, dopo la sconfitta nel doppio, chiuse la pratica superando Hrbaty 7-6 6-1 6-3 (arrotondò il punteggio Cipolla contro Lacko). L’Italia si qualificò così ai playoff di settembre per accedere al World Group, ma nulla poterono Seppi, Bolelli e Starace contro la Svizzera di Federer e Wawrinka, che vinse 3-2 a Genova.

Oltre un decennio più tardi le prospettive sono totalmente diverse per la nostra nazionale, che si presentava già alle Finals del 2021 tra le favorite, ma proverà ad arrivare in fondo nella competizione anche nel 2022, sperando di aggiungere alla squadra il numero italiano 1 Matteo Berrettini, fermato dall’infortunio all’addominale a novembre e assente alle Finali di Davis. Si dovrà passare dal preliminare, così come faranno altre 23 nazionali. Dieci di queste hanno ottenuto il posto vincendo lo spareggio per entrare nel World Group a settembre, mentre le altre 14 sono squadre che si sono qualificate tra il terzo e il 18esimo posto alle Davis Cup Finals ’21. Le prime due classificate, Russia e Croazia, sono già di diritto alle Finali 2022, così come le due wild card, assegnate a Serbia e Gran Bretagna.

 

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Binaghi: “Vogliamo candidarci per ospitare uno dei gironi della Coppa Davis 2022”

Il presidente FIT conferma l’interesse ma la scelta del luogo non è scontata: “L’avremmo voluta fare a Cagliari, ma ci chiedono un palazzetto da 8000 persone”

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Angelo Binaghi a Cagliari per Italia-Corea del Sud, Coppa Davis 2020 (foto Felice Calabrò)

A livello di risultati, la stagione 2021 è stata una delle più floride per la storia del tennis italiano, mentre dal punto di vista organizzativo è stata senza dubbio la più gloriosa di sempre. Negli ultimi dodici mesi, gli eventi di maggior prestigio ad essersi svolti nello stivale sono quelli che hanno concluso la stagione: le Nitto ATP Finals e un girone delle fasi finali della Davis Cup by Rakuten entrambi avvenuti al Pala Alpitour di Torino, oltre alle Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals all’Allianz Cloud di Milano. Al netto del caos biglietti, tutto si è svolto in maniera più che decorosa e tutto lascia sperare che da qui in avanti non si possa migliorare.

E mentre le Finals a Torino sono garantite fino al 2025, ora la Federtennis vuole confermare l’impegno anche nella competizione a squadre. Come già annunciato le settimane passate, infatti, dal prossimo anno la Davis si dovrebbe trasferire ad Abu Dhabi dai quarti di finale in poi, mantenendo tuttavia la forma a gironi per decretare le partecipanti della fase finale, anche se si passerà da sei gruppi da tre a quattro gironi da quattro nazionali. Ebbene, l’Italia vuole candidarsi per ospitare uno dei gironi come accaduto quest’anno.

“Come paese stiamo facendo un’offerta per avere per i prossimi cinque anni la fase finale di Coppa Davis“, ha detto Angelo Binaghi, presidente della Federazione Italiana Tennis. “L’avremmo voluta fare a Cagliari ma ci chiedono un palazzetto da 8000 persone. Per capienza siamo alla posizione N.107 in Italia. Non la possiamo fare perché qui non c’è e a causa di questo la regione che più ha investito si vede scappare questa opportunità. Parteciperemo alla gara per la prima volta. Vorremmo ospitare i gironi a quattro squadre“. Queste le parole del numero 1 della FIT pronunciate durante la presentazione della giornata finale delle Cupra FIP Finals di padel a Cagliari. È scontato aggiungere che visto com’è andato quest’anno, la città di Torino con i 15.657 posti del PalaAlpitour sarebbe sicuramente la scelta più probabile.

 

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Coppa Davis 2021: RTF troppo forte, la sorpresa Gojo, Italia mezza delusione

Medvedev e Rublev non sbagliano un colpo. La Croazia in finale grazie al numero due, N.279 del ranking ATP. L’Italia fallisce l’appuntamento con le semifinali. Delusione Spagna. Organizzazione migliore rispetto al 2019, ma nel 2022 il format cambierà ancora

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Daniil Medvedev alla 2021 Davis Cup by Rakuten (Credit: Manuel Queimadelos/Quality Sport Images/Kosmos Tennis)

La stagione tennistica 2021 si è chiusa come da tradizione con la finale di Coppa Davis. La vittoria è andata alla RTF, a certificare un anno davvero d’oro del movimento tennistico russo. Oltre alla Davis alla federazione russa sono finite l’ATP Cup, la Billie Jean King Cup e la Coppa Davis juniores. Insomma, nel 2021 non ce ne è stato per nessuno.

Nulla si può dire sul successo dei russi in quel di Madrid. Ampiamente pronosticato prima dell’inizio della manifestazione, Medvedev e Rublev non hanno sbagliato una partita (se si esclude la rimonta subìta da Andrey contro Feliciano Lopez, di 16 anni più anziano…), partendo semmai con il freno a mano tirato nelle prime sfide e poi carburando alla grande quando il torneo andava avanti. Se al vecchio format della Davis si imputava la colpa di non premiare per molteplici fattori la squadra in assoluto più forte, la nuova formula mai come quest’anno ha premiato davvero i migliori e il verdetto appare incontrovertibile.

Nessuno invece si sarebbe aspettato la Croazia finalista. Ma le incredibili performance di Borna Gojo unite all’affidabilità dei numeri uno in doppio, Mektic e Pavic, ha fatto sì che i tentennamenti di Marin Cilic venissero ampiamente compensati. Del resto con l’attuale formula il doppio pesa per il 33%: quando almeno un singolare lo porti a casa e puoi schierare i migliori al mondo nella specialità (oltretutto anche campioni olimpici), la vittoria finale è praticamente cosa fatta. Complimenti ai croati, oltretutto finalisti nel 2016 e campioni nel 2018, gran bella testimonianza di continuità.

 

Diciamo la verità, ci attendevamo molto dalla nostra nazionale. Le aspettative erano alte nonostante l’assenza di Berrettini (che ha pesato e non poco). Ma la mancanza di un doppio collaudato (visto anche l’indisponibilità di Bolelli convocato proprio al posto di Berrettini) e l’eccessiva tensione (probabilmente) accusata da Lorenzo Sonego hanno fatto sì che la nostra nazionale si fermasse ai quarti. Certo, così come nel 2019 ci ha fermato la poi finalista, allora il Canada, quest’anno la Croazia. Ma la super-performance di Gojo non può essere una attenuante per i nostri ragazzi. Se si vuole andare avanti nella manifestazione bisogna essere più forti di tutto e tutti e nonostante un anno più che positivo per il nostro movimento l’appuntamento con la Davis è stato fallito. In ogni caso i margini per i prossimi anni sono più che ampi, il futuro sembra dalla nostra parte. Non resta che pazientare.

Per il resto vanno sicuramente fatti i complimenti alla Germania, che nonostante l’assenza di Alexander Zverev si è guadagnata le semifinali, facendo fuori nel girone la Serbia di Nole Djokovic (poi ripescata come migliore seconda). Anche qui decisivo un doppio formato da specialisti, Tim Puez e Kevin Krawietz. Molto bene anche la Svezia dei fratelli Ymer. Vero che sono passati come migliori secondi nel girone forse meno valido del lotto da un punto di vista qualitativo, però fa piacere rivedere nel tennis che conta una nazionale che per anni ha dominato nella manifestazione. Vedremo se nelle prossime edizioni gli svedesi sapranno confermarsi.

Djokovic si è dimostrato troppo solo per portare la Serbia in finale, uno degli obiettivi che il numero 1 del mondo si era riproposto di raggiungere e che invece ha puntualmente fallito. Ma in una formula che prevede le sfide su tre incontri, se non hai una valida spalla e un buon doppio fai fatica anche se sei il migliore del mondo. Maluccio la Spagna detentrice del titolo. Certo hanno pesato non poco l’assenza di Nadal e la positività dell’ultimo momento al COVID di Alcaraz. Ma che sia stato Feliciano Lopez a 40 anni il trascinatore della squadra la dice lunga, e l’eliminazione nel Round Robin è stata più che meritata.

Complimenti al solito Kazakistan, che oramai da matricola è diventato una costante mina vagante della manifestazione. Ai quarti si è arreso alla Serbia di Djokovic, ma se l’è giocata fino all’ultima palla e per il movimento kazako non è cosa da poco. Con Bublik in campo per i prossimi anni, il Kazakistan potrebbe regalare altre piacevoli sorprese.

Se Ecuador e Colombia hanno fatto quello che potevano, grosse delusioni sono venute da Francia e Stati Uniti che rispetto alla loro storia passata hanno tradito le attese. La Gran Bretagna ha mancato le semifinali perdendo nei quarti con la Germania in una rivincita dei quarti del 2019 che allora aveva vinto. Potenzialmente i britannici erano più forti, piccola delusione.

Deludente anche l’Australia, sconfitta nettamente dalla Croazia e nella sostanza subito fuori dalla competizione. L’Ungheria ha fatto quello che poteva, vaso di coccio tra Australia e Croazia. Gli ungheresi hanno impegnato sia gli “aussie” che i croati poi futuri finalisti. Zombor Piros si è preso anche il lusso di battere Marin Cilic, di più era difficile aspettarsi.

Non giudicabile il Canada, troppo pesanti le assenze di Shapovalov e Auger-Aliassime, certo passare da finalisti a ultimi del lotto è davvero pesante. Non giudicabili nemmeno Cechia e Austria, arrivate alle Finals con minime aspettative e che hanno comunque onorato l’impegno.

Facciamo anche un rapido bilancio della nuova formula della Davis, che quest’anno rispetto all’edizione 2019 si è giocata su più giorni ma soprattutto ha diviso i Round Robin su tre sedi. Da questo punto di vista la mossa è stata sicuramente indovinata. È vero che non sono mancate le partite finite a tarda notte, ma si sono evitati gli scempi visti a Madrid e sicuramente tutta l’organizzazione ne ha giovato.

Va anche rimarcato che se l’obiettivo dell’ITF, al di là di quello economico, era far sì che la manifestazione fosse una specie di Coppa del mondo dove vince la squadra più forte, come detto all’inizio l’obiettivo è stato indovinato. Certo, il fattore campo è sempre stato un qualcosa di unico nel mondo tennistico per la Davis, ma probabilmente sia la vittoria della Spagna nel 2019 (anche se giocando in casa un piccolo vantaggio sicuramente c’era stato) sia quella della RTF quest’anno hanno premiato i team migliori, e i loro successi danno ancora più lustro alla manifestazione.

Come detto però la formula cambierà ancora. Si passerà a 4 gironi da 4 squadre, quindi le nazionali alle Finals passeranno da 18 a 16. Le prime due di ogni girone ai quarti che si giocheranno in un’altra sede (Abu Dhabi?), niente più calcoli cervellotici per scegliere le migliori seconde come nelle ultime due edizioni. Andrà meglio? Solo il tempo ce lo potrà dire. Per il resto ci sentiamo solo di rimarcare che nonostante tutto anche questa edizione della Davis ha riservato tante emozioni, tante piccole imprese da raccontare, tanti match combattuti, un’atmosfera sempre molto particolare e suggestiva. Si ricomincerà a marzo con i Qualifiers per le Finals 2022, l’Italia cercherà la qualificazione in Slovacchia (sulla carta impegno più che abbordabile). Nonostante tutto, lunga vita alla Davis!

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