Coco Gauff Slam-Winner? È solo questione di tempo

Editoriali del Direttore

Coco Gauff Slam-Winner? È solo questione di tempo

LONDRA – La testa di Fabbiano. Il cruccio del direttore per Nadal-Kyrgios

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Cori Gauff - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Spazio sponsorizzato da Barilla

da Londra, il direttore

Mi posso sbagliare e non ho neppure visto tutta la partita punto per punto, ma quel poco che ho visto mi fa dire che la penso come Magdalena Rybarikova. Coco Gauff diventerà presto n.1 del mondo se non le succede qualche contrattempo (infortuni, cotte con i morosi, cattive compagnie, insomma quelle cose che accaddero a Jennifer Capriati… che comunque poi n.1 è diventata). Sono tante le cose stupefacenti di questa ragazzina che… non sembra una ragazzina per come gioca, si muove, tira, parla.

 

Il livello del gioco è notevolissimo. Secondo il mio grande esperto di tennis femminile, AGF, quello con Ribarykova è stato il match tecnicamente migliore che ha visto. Coco ha messo in mostra una potenza assolutamente incredibile per una ragazzina di 15 anni che tira le prime a 180 km orari ma anche le seconde a 170. Queste non paiono frutto di incoscienza, ma semmai di tecnica. Del resto parlano le statistiche: ha perso una sola volta il servizio con Venus Williams, quando era avanti di un set e di un break, non ha concesso neppure una pallabreak a Rybarikova che è uscita dal campo persuasa di aver giocato un’ottima partita.

Ha impressionato per la spaventosa profondità di tutti i suoi colpi con una regolarità assolutamente inconsueta per una teenager. “Giocano da junior” si suol sempre dire quando li si vedono commettere tanti errori gratuiti. E tante volte lo si è detto anche di giocatori che junior non erano più. Ricordo bene che lo si disse – non io ma Andy Murray ed altri dopo una partita piena di alti e bassi – di Fabio Fognini a Montecarlo: “Gioca ancora da junior”. E non lo era più.

Coco fra il match con Venus e quello con Magdalena si è concessa 18 errori gratuiti. Sempre tirando vicino alle righe, prendendo rischi, non giocando in maniera conservativa. Questo significa che ha anche intelligenza tattica e capacità di concentrazione superiore alla media.

È una nuova Williams? Beh, diamo tempo al tempo. Prima di tutto le Williams sono due. Di quale delle stiamo parlando? Assomiglia di più a Venus, almeno fisicamente e per come cammina, ma essendo una dozzina di centimetri più bassa (1,76 invece di 1,88) si muove meglio. Crescerà ancora? Chi può dirlo? Il padre è bello alto: era una guardia del basket nel team della Georgia State. Lei ha 15 anni e oggi come oggi è agilissima, muove i piedi con maggior rapidità di quanto facesse Venus e anche di quanto abbia mai fatto Serena, sempre stata più pesantuccia.

Come Venus ha migliore il rovescio rispetto al dritto, al contrario di Serena (che è comunque completa, non fraintendiamo: è lei che ha vinto 23 Slam. Venus si è fermata a 7). Il vantaggio di Coco è che… non ha una sorella che le porterà via qualche Slam quando lei sarà in grado di vincerli. Potrà vincere già questo Wimbledon? Ma, con Hercog secondo me vince agevolmente. Con chi vincerà fra Azarenka e Halep… meno agevolmente, ma possibilmente. Poi chi? Wozniacki che presidia un settore lasciato vacante da Osaka, Garcia e Kenin. Io la vedo in semifinale, mi sbilancio… contento di far felice quei lettori che se avrò sbagliato me ne diranno di tutti i colori. Se lì arriverà Pliskova dipenderà forse più da Pliskova che da Gauff. Altrimenti… beh, basta così, mi pare che mi sono spinto già parecchio in là. Comunque sarà solo questione di tempo.

Il movimento del suo dritto, molto ampio e con una sorta di gancio esagerato non mi convince molto, ma le consente di non sbagliare quasi mai. La palla passa parecchio sopra la rete, anche non quanto quelle dei primi interpreti del lift che furono Borg e Vilas, ma arriva profonda e non è facile attaccarla. Soprattutto per una donna.

Di proposito, nello scrivere quest’approccio di editoriale, non ho voluto leggere quanto scrive AGF, per non restarne influenzato. Chissà, magari abbiamo sensazioni diverse, scriviamo cose diverse. Del resto i miei collaboratori possono confermarvi, smentendo quanto talvolta viene ipotizzato dai lettori di Ubitennis, che io non detto loro nessuna linea editoriale. Ciascuno deve sentirsi libero di esprimere quel che sente, che pensa. Su ogni tipo di questione. Tecnica, sportiva, politica.

Coco ride volentieri, come una qualsiasi ragazzina di 15 anni, ma a differenza di molte coetanee non si lascia scappare nessuna vera sciocchezza. Anche fuori dal campo pare più matura della sua età, anche se poi ovviamente i gusti nei programmi televisivi e nell’approccio ai social sono quelli della sua età. Ma certo si presenta alle sue prima conferenze stampa affollatissime con una tranquillità, una spontanea naturalezza che stupiscono anche noi vecchi lupi di mare (beh no, di sale stampa): “L’ultima volta che avevo pianto era stato quanto Iron Man è morto in Avengers…” e giù un bel sorriso di contorno. Anche quando le hanno chiesto quale fosse il suo obiettivo in questo torneo, la sua risposta è stata candida ma non da bulletta di periferia: “Vincerlo”. Con un sorriso che non aveva niente di presuntuoso, ma semmai tipico di una che pensa: “Why not?”.

Insomma sia dopo la prima conferenza stampa post Venus, che ieri notte dopo quella con Rybarikova, pareva quasi quasi che si fosse trovata in quella stessa situazione mille volte, da anni. Poi però non vorrei essere frainteso: nessuno si aspetti che parli della ragion pratica di Kant, della dialettica hegeliana, della volontà di Schopenhauer permeata dall’angoscia di Kierkegaard. Il suo naso è sempre ficcato su Instagram, quando non gioca a tennis. Gli studi, scienze, non potevano che essere fatti per corrispondenza. Ma i genitori ci tengono. E fanno bene. Anche se ormai non avrà più bisogno di cercarsi un lavoro. Ce l’ha già, con la racchetta in mano. È una Head. E con Head ci sono anche Barilla e New Balance. Le sue entrate commerciali le sa solo Tony Godsick, l’agente di Roger Federer che ho intervistato l’altra sera… ma se dico che sono stimabili già quest’anno in un milione di dollari, probabilmente sbaglio per difetto.

Però, io di enfant-prodiges in conferenza stampa ne ho viste tante, da Capriati che infilava un “you know” ogni due parole, a Seles (pur ragazzina che si sarebbe dimostrata con la testa sulle spalle) che infiorettava di “giggle” – risatine nervose – tutte le sue frasi, a Ivanovic tanto bella quanto banale, e trascuro di accennare ad alcune italiane ultraventenni… per carità di patria.

A me questa Coco, insomma, pare proprio più sveglia (e anche beneducata) di tante. Bravi mi sono sembrati entrambi i genitori, certo avvantaggiati dall’aver fatto sport agonistico entrambi. Lui, Corey, come detto, cestista, la mamma, Candi, eptatleta. Quest’ultimo, direi, è uno sport che educa più di altri… Insomma Coco non ha avuto a che fare, per sua fortuna, con quei genitori che si improvvisano coach, tuttologi, del mentale come del fisico, senza aver mai fatto esperienze personali. E nessuno è più bravo di loro.

Vedremo. Intanto a 15 anni e 3 mesi Coco era diventata la più giovane tennista a superare un match in uno Slam dopo Kournikova all’US Open 1996. E per trovare una più precoce a superare un turno a Wimbledon si è dovuti risalire ancora più dietro, al 1991 e a Jennifer Capriati.

Tutto per Coco è cominciato quasi in Francia. A 10 anni (nel 2014) è passata dall’accademia di Patrick Mouratoglou, che non era dove è oggi. “Aveva qualità atletiche super, così come l’approccio allo sport era straordinario per una ragazzina di quell’età – racconta il coach di Serena Williams che ha l’occhio lungo e non si lascia scappare mai una giovane promessa (anche il nostro Musetti è un suo protetto…) – e mi impressionò il suo gusto per la gare. Era estremamente competitiva, con una personalità già spiccata. Ho capito subito che mi trovavo davanti a qualcuno di eccezionale. Subito mi ha detto: ‘Io voglio diventare la più forte tennista del mondo!’. E oggi vedo in lei quella medesima attitudine, con una grandissima capacità di gestire la pressione.

Fra un po’ non ci sarà più bisogno di ricordare i record di precocità, la finale dell’US Open 2017 a 13 anni e mezzo, il titolo junior conquistato al Roland Garros un anno fa, più giovane campionessa dai tempi di Martina Hingis nel ’93.

Anche se raggiunse le semifinali junior dell’US Open, nessuno parve illudersi sulla potenzialità di Thomas Fabbiano. Semmai era l’altro azzurro in semifinale in quello stesso torneo, Trevisan, a far pensare che l’Italia avrebbe avuto presto un signor giocatore. Perfino un grande tecnico, capace di allenare fra i più grandi talenti del mondo, Sven Groenevald, un giorno in Australia con me si sbilanciò: “Trevisan ha il potenziale per diventare un top ten”. Mai previsione fu più sbagliata. Di Fabbiano non parlò. Il fatto è che Thomas era troppo piccolino e quello della modesta altezza pareva un ostacolo insormontabile.

Nessuno avrebbe immaginato allora che una dozzina di anni dopo, spesi fra tanti sacrifici, economici e di vita, con mille trasferimenti, un’accademia, poi un’altra, la Germania, Thomas sarebbe diventato un celebre “Giant-Killer”, uno capace di ridurre alla ragione due tipi da due metri e 11 cm, Opelka in Australia e Karlovic a Wimbledon, senza lasciarsi impressionare dai 68 ace dell’americano, dai 38 del croato, ma battendoli entrambi al quinto set. Come sempre aveva vinto tutti gli altri incontri terminati al quinto: con Thompson all’US Open, con Ebden al Roland Garros e quest’anno con Opelka, con Tsitsipas (un piccoletto a confronto con i giganti, appena 1 m e 93 cm), con Karlovic.

Pokerissimo, cinque su cinque. Grande, altro che piccolo. Ha tutta la mia più sconfinata ammirazione. Così come suo padre, l’ex sindaco di San Giorgio Ionico. Che per via dell’incolpevole Thomas, ha passato anche i suoi guai quando gli avversari politici lo contestarono perché il comune aveva approvato la costruzione di due campi da tennis, i soli del paesino di 17.000 anime. Il sindaco, PCI, fu accusato di averlo fatto costruire per dare spazio agli allenamenti del figlio. Ma Thomas aveva 6 anni! E aveva preso la racchetta in mano a 4. Insomma, i politici per inventarsi accuse ridicole sono fenomeni.

Thomas Fabbiano – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Thomas è diventato un bel giocatore molto dopo, dopo tanto lavoro, tanta cocciuta determinazione anche quando i risultati non arrivavano come sperava e troppa gente scuoteva la testa. Ma era gente che non aveva la sua testa: una buona testa, con una buona tecnica, vale più di tanti centimetri, Thomas lo ha dimostrato.

Mentre spero che anche nel caso di Fognini con l’ungherese Fucsovics stasera prevalga l’aspetto tecnico, non mi sento di dire la stessa cosa per Berrettini contro Baghdatis. Il cipriota al canto del cigno – e per questo ancor più pericoloso – sa fare tutto e bene. Ha 34 anni, ma vorrebbe chiudere in bellezza nel torneo che lo ha visto disputare sia una semifinale che un quarto di finale. “Il torneo che amo di più, anche se in Australia ho raggiunto una finale e avevo tutta la comunità greca a esaltarmi”.

Pochi hanno dimostrato di saper rispondere al servizio come Marcos, e Matteo farà bene a non innervosirsi se gli capiterà di dover affrontare diverse pallebreak. Cosa che non gli è capitata a Stoccarda e nemmeno a Halle. Deve mettere in conto questa situazione. Sono certo che Vincenzo Santopadre e Umberto Rianna glielo avranno fatto presente, perché certo loro hanno visto giocare Baghdatis più di Matteo. Da sei settimane Marcos non ha fatto altro che prepararsi per questo torneo, dacché gli hanno detto che gli avrebbero dato la wild card. La sua classifica, n.135, non significa nulla.

Magari non significa nulla neppure il suo best ranking di n.8 nel 2006, perché da allora sono passati 13 anni. Non è certo più quello che 13 anni fa batté 3 top-ten prima di arrendersi a Melbourne con Federer. Né quello che qui, sempre quell’anno, batté Andy Murray in ottavi e Hewitt nei quarti. Perse da Nadal. L’anno successivo eccolo di nuovo nei quarti, fermato da Djokovic, l’unico dei top-players che non gli è mai riuscito di battere. Però soltanto un anno fa qui a Wimbledon, Baghdatis al primo turno mise k.o. Thiem che, come quest’anno, era reduce da una finale al Roland Garros e aveva grandi aspettative.

Un anno fa Berrettini rimontò Jack Sock da due set a zero, primo e unico suo match concluso al quinto set, ma perse poi da Gilles Simon. A Stoccarda, anche perché a una diversa altitudine, l’erba era molto più veloce e propizia a un ottimo battitore come lui. Beh sì, confesso, sarà che gli anziani tendono a vivere di ricordi, ma Baghdatis a me fa paura. Temo possa esser più pericoloso per Berrettini (che intanto ha trovato un nuovo sponsor: la Peugeot) che Fucsovics per Fognini, anche se Berretto è certo più erbivoro del Fogna. Berrettini farà bene a non sottovalutare il Cipriota, anche se non a temerlo. Speriamo che il pur orgogliosissimo (e simpaticissimo) sempre sorridente Baghdatis non sia quello di una volta, al di là delle motivazioni che non gli mancheranno, così come presumibilmente il sostegno del pubblico.

E Fognini con Fucsovics? I precedenti dicono 1 a 1. Entrambi nell’ottobre 2018: Fognini vinse 6-4 6-4 a Pechino, Fucsovics 4-6 6-3 6-2 a Vienna. L’ungherese su questa superficie non è fenomeno, ha perso 8 partite su 12, ma Fognini, che ha raggiunto quattro volte il terzo turno qui senza mai andare oltre, non lo è neppure lui. Sull’erba ha vinto 18 partite e ne ha perse 17. Speriamo non pareggi come Seppi! Le sue quattro sconfitte al terzo turno sono arrivate con almeno tre giocatori su quattro ben più erbivori di lui: a parte forse Bennetau nel 2010, con Anderson nel 2014, Murray nel 2017 e anche con Vesely un anno fa, secondo me giocava contro pronostico. Bastava perdere un servizio e il set diventava quasi irrecuperabile. E quand’è che Fabio non perde mai il servizio?

Quest’anno Fabio è più sereno, più tranquillo, la vittoria di Montecarlo (“Culo o non culo…” come ha detto lui con grande onestà) è stata una svolta, certamente mentale. Il sogno realizzato del top-ten idem. La seconda paternità annunciata gli avrà insegnato anche a relativizzare. La vita non è solo tennis. Se vincerà sarà la vittoria n.54. Solo Pietrangeli, 90 (e 39 sconfitte), Panatta (62-30), Seppi (58-58… cavolo il pareggio è arrivato ieri, se batteva Pella stava 59-57 e probabilmente non sarebbe mai finito in… rosso), e poi lui, Fabio, 53-44. Martin Mulligan, un po’ australiano e un po’ italiano, si è fermato a 52-32… con il grande rimpianto di quel matchpoint non sfruttato con Rod Laver nel ’62 a Parigi: avrebbe impedito, se lo avesse trasformato, il primo dei due Grande Slam di Rod.

Il mio cruccio finale è che i tre match che più mi interessa vedere verranno giocati contemporaneamente, i due degli italiani, e Nadal-Kyrgios. Temo che, per seguirli tutti e per doverne anche scrivere in orari vicinissimi alla dead-line mi toccherà guardarli su tre schermi in sala stampa. Un fastidio insopportabile. I miei pronostici? Non so quanto le due vittorie azzurre siano influenzate dal mio desiderio di vederli vincere. Fra Nadal e Kyrgios invece penso proprio che vincerà Nadal, anche se sarà l’australiano a fare vedere i colpi più belli nella prima ora e mezzo. Ma fra la cicala e la formica, alla fine il premio va al più laborioso.

Mi sa, vista la lunghezza di questo editoriale, di essere stato laborioso anch’io. Quale sarà il mio premio? Spero nella vostra stima. Con le inevitabili eccezioni.

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Editoriali del Direttore

Ma a Roma si giocherà davvero? Madrid sì, Foro Italico nì

Il presidente FIT Angelo Binaghi è parso super-ottimista. Ma se si giocassero sia US Open che Roland Garros potrebbe esserci posto per un solo Masters 1000 prima di Parigi. In tal caso fra i due prevarrebbe Madrid

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Rafael Nadal - Conferenza Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il presidente FIT Angelo Binaghi ha tenuto venerdì una conferenza stampa per diffondere (cauto o incauto?) ottimismo circa l’effettuazione degli Internazionali d’Italia fra metà e fine settembre. Non penso lo abbia fatto soltanto per evitare di restituire i biglietti a chi li ha comprati, anche se a pensar male… facendo peccato spesso ci si azzecca (diceva Giulio Andreotti).

Premesso che auguro vivamente a Binaghi, alla FIT, a Ubitennis, a me stesso e a tutti gli appassionati di tennis che davvero le fauste previsioni del presidente FIT si avverino, mi pare serio non comportarmi da… Mago Ubaldo e osservare alcune cose, a cui ho associato le lettere dell’alfabeto – completandolo quasi tutto.

a) La stagione sulla terra rossa europea dipende strettamente dalla decisione che prenderanno insieme l’US Open e il torneo (legato a doppio filo con l’USTA) di Cincinnati, come autorevolmente raccontato venerdì  dall’Equipe e ripreso da Vanni Gibertini.

 

b) Ad oggi l’Open del Canada a Toronto sembra decisamente più a rischio di Cincinnati. E non solo perché lo si giocherebbe una settimana prima, quindi con minor tempo per capire se il virus si è ammorbidito e ha perso d’intensità come si comincia da più parti a sostenere, ma anche per le posizioni fin qui prese dall’establishment politico canadese. Tuttavia è chiaro che a Cincinnati nessun giocatore europeo si recherebbe mai se sapesse che l’US Open verrebbe poi cancellato. Un viaggio rischioso negli USA per un solo Masters 1000 non avrebbe alcun senso.

c) È sempre più netta la sensazione che a New York siano decisi a far disputare lo Slam.

d) Diversamente dagli Internazionali d’Italia che per bocca di Binaghi la FIT si spingerebbe a farli disputare sempre, comunque e dovunque, anche a ottobre sulla terra rossa, anche a Milano indoor eventualmente al posto delle NextGen oppure a Torino al coperto, il proprietario del torneo di Madrid Ion Tiriac e il direttore del torneo Gerard Tsobonian hanno invece una solida convinzione: o si gioca prima del Roland Garros o non se ne fa di nulla. Se si gioca – dicono a Madrid – non è escluso che al 50% si possa far entrare nella Caja Magica anche il pubblico. Quella struttura lo consentirebbe con il rispetto delle distanze previste dai protocolli di sicurezza contro il COVID-19. Per Roma, in un caso analogo, sarebbe oggettivamente più difficile aprire a una simile percentuale di pubblico.

e) L’Equipe, dopo che un paio di valenti colleghi hanno fatto un giro d’orizzonte fra addetti ai lavori come ho fatto anch’io, scrive che se si giocherà l’US Open nelle date previste, ovvero dal 31 agosto al 13 settembre (e l’USTA sembra propenso a farli disputare molto più di quanto non apparisse soltanto 10 giorni fa) ci sarebbe spazio poi per un Masters 1000 ma non per due Masters 1000 prima del Roland Garros (inizialmente riprogrammato per il 20 settembre, poi per il 27).

f) Se infatti i protagonisti della finale di domenica 13 settembre all’US Open dovessero precipitarsi in Europa (fatti salvi i problemi di quarantena ancora non risolti) per giocare dal 14 al 20 un Masters 1000, come farebbero fra voli, jet-lag e altri ostacoli a essere in campo in condizioni dignitose già al martedì (sebbene a Madrid sia stato proposto di prendere in esame anche l’ipotesi di un tabellone con soli 48 giocatori)?

Novak Djokovic – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

g) Madrid non è favorevole a questa soluzione. Il torneo di Tiriac rischierebbe di dover rinunciare ai due protagonisti a quel punto proprio più attesi, cioè i finalisti dell’US open. Questi dovrebbero infatti partire immediatamente dopo una finale disputata sul cemento per rimettersi in discussione in 48 ore su campi in terra rossa e in altitudine. Perfino Rafa Nadal, campione in carica all’US Open e che pure ha meno problemi di altri a ritrovare ritmo e abitudine all’amata terra rossa, difficilmente vorrebbe correre quel rischio in casa propria, davanti al proprio pubblico. Tantomeno vorrebbero correre quel rischio gli sponsor del torneo di Madrid, dovessero essere orfani di Nadal o di altri top player eventualmente protagonisti nelle fasi finali a New York. Ma chi potrebbe garantir loro che il problema non si porrebbe? E gli organizzatori sarebbero disposti a pagare una penale agli sponsor in caso di assenza di uno dei big?

h) I giocatori non vogliono giocare a Roma prima di Madrid, per via dell’altitudine. Quindi uno scambio di date fra i due tornei, ancorchè – come detto – Roma farebbe carte false pur di ospitare comunque il proprio torneo, in qualsiasi data e superficie, sarebbe inattuabile. I giocatori difficilmente ci starebbero.

i) A Madrid temono anche che alla fine si decida di giocare a New York e che i giocatori che ancora oggi appaiono più perplessi e orientati negativamente alla trasferta americana per timori oggi più che giustificati, poi – e magari soltanto a metà luglio – cambino invece idea. E vadano tutti a New York. Si sa che spesso i tennisti non sono modelli di coerenza. Se si accorgono che alcuni vanno e magari possono fare incetta di punti preziosi per il ranking (ancor più che soldi) e vanno di corsa anche loro.

j) In quel caso ecco che si tratterebbe di dover rassicurare tutti gli sponsor che quegli stessi giocatori, campionissimi compresi, verrebbero poi anche a Madrid a spron battuto. Ma come?

k) Ma se poi – ecco un altro caso che non è impossibile da escludere ma è impossibile da prevedere e circoscrivere – invece qualche tennista si ammalasse di coronavirus a New York e tutto venisse sospeso nell’imminenza del torneo di Madrid, con già un altro pacco di milioni di spese affrontate? Ad oggi le spese per la mancata effettuazione del torneo – cioè quanto già anticipato da un anno a questa parta, il personale impiegato, la promozione – non dovrebbero superare i 5-6 milioni di euro. Ma sono però i guadagni messi a budget – cifre molto più pesanti – che verrebbero a mancare. Proprio quei soldi che verrebbero a mancare, più o meno, alla FIT come lamenta da noi il super angosciato Binaghi ogni piè sospinto.   

l) Ecco perché con un Roland Garros slittato al 27 settembre, nella prima settimana post US open (ovvero dal 14 settembre) Madrid preferirebbe lasciare spazio a un altro torneo. Quello di Amburgo?

m) In quest’ultimo caso resterebbe dunque una sola altra settimana “giocabile” per un Masters 1000 prima del Roland Garros.

n) Madrid ha estrema fiducia che ATP e WTA, dovendo scegliere fra Madrid e Roma, scelgano Madrid. Il perché è stra-evidente per la WTA: Madrid, come i quattro Slam, Indian Wells e Miami, è il solo altro combined con un montepremi non “discriminante”: uomini e donne prendono gli stessi soldi (salvo errori, omissioni o cifre irrisorie legate a quisquilie varie).

Karolina Pliskova, campionessa in carica a Roma

o) Ma è evidente che anche per l’ATP, l’effettuazione del torneo di Madrid comporta maggiori introiti rispetto a Roma: il montepremi complessivo di Roma è 9.243.818 euro, così suddivisi: 5.791.280 per gli uomini e 3.452.538 per le donne. Quello complessivo di Madrid è 13.072.320€, diviso esattamente a metà tra uomini e donne, che si spartiscono 6.536.160€ a torneo. Oltre alla cospicua differenza in campo femminile, Madrid offrirebbe quindi più soldi anche agli uomini – 744.880 euro in più rispetto a Roma, non proprio briciole.

p) Si aggiunga, come se ciò non bastasse, che le recenti dichiarazioni di Andrea Gaudenzi e di tanti altri addetti ai lavori, fanno pensare che si stia lavorando per cercare di assemblare il più possibile, se non proprio di unificare, le situazioni disuguali fra ATP e WTA. Sebbene Gaudenzi e Calvelli siano italiani – e anzi, a contrario, proprio per evitare possibili accuse di… sciovinismo – sembra assai improbabile che nel caso in cui si fosse obbligati a scegliere un solo Masters 1000 fra Madrid e Roma per via di quell’unica settimana disponibile, l’ATP sposi Roma anziché Madrid.

q) In conclusione, se si giocherà l’US Open è tutt’altro che da escludere che Roma possa doversi accontentare di ospitare un torneo con minor appeal dopo il Roland Garros. Insomma, il sogno di Binaghi di riuscire a vedere gli Internazionali d’Italia prima del Roland Garros – e Dio sa quanto vorrei sbagliarmi! Non sarebbe certo interesse di Ubitennis – potrebbe svanire.

r) Se questo fosse il caso a Binaghi e alla FIT (le cui casse sarebbero in forte sofferenza se il torneo non si giocasse: 36 milioni di fatturato su 58 di bilancio annuo sono budgettati grazie al torneo) certo converrebbe di più che saltasse tutto il circuito nord-americano sul cemento, ivi compreso l’US Open. Converrebbe di meno, semmai, agli appassionati e a Ubitennis che dalla disputa di due Slam di 15 giorni hanno più da vedere e guadagnare. Ma senza US Open si potrebbe recuperare gran parte del circuito europeo sulla terra battuta e si potrebbe giocare sia il torneo di Madrid che quello di Roma. Questo, del resto, al momento è l’obiettivo dichiarato dell’ATP nel corso dell’ultimo meeting settimanale con tutti i direttori dei tornei: “Cerchiamo di far disputare entrambi i Masters 1000”. Probabilmente è anche questa dichiarazione di volontà espressa dall’ATP ad aver ispirato ottimismo a Binaghi. L’ATP ha ufficialmente sempre dichiarato che la disputa degli Slam è per il Board assolutamente prioritaria e i giocatori (256 fra uomini e donne, più quelli che aspirano a entrare dalle “quali”) hanno sempre detto di pensarla allo stesso modo. Però l’US Open è un torneo dello Slam, gestito dall’USTA. Dalla federazione americana. Non dall’ATP.

s) Ci sarebbe poi da vedere che cosa accadrebbe a Parigi-Bercy: se il Roland Garros si concludesse l’11 ottobre, ritrovare tutti gli stessi top player soltanto tre settimane dopo nella stessa città, il 2 novembre, quando tante altre città europee avrebbero invece perso il proprio torneo… avrebbe davvero un senso logico? E se fosse quella di Bercy, più che quella dell’ATP Next Gen, la settimana attraverso cui l’ATP potrebbe cercare di compensare la FIT per una eventuale mancata disputa a Roma degli Internazionali d’Italia? Ma dove però? Quale stadio italiano indoor sarebbe eventualmente disponibile? Anche in questo caso tornerebbero in auge Torino e Milano. Ma non Roma, perchè a novembre sarebbe un rischio troppo grosso pensare di giocare all’aperto.

Allianz Cloud di Milano – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

P. S. Molti hanno osservato che forse anche i Masters 1000, che piangono miseria per i mancati incassi, potevano anche pensare ad assicurarsi contro la mancata effettuazione del torneo. Come ha fatto Wimbledon. Ma è senno di poi. In 52 anni di tennis open (e cospicui incassi) non era mai piombata sul tennis una pandemia terribile come questa. Wimbledon è un torneo che non ha la stessa logica di business: è quasi un no-profit, un charity a favore della LTA e di altri enti. Si può permettere di versare 200.000 euro l’anno ai LLoyds. Un imprenditore privato, un Tiriac, una private equity, non ci pensa neppure – anche in ragione di un volume d’affari inferiore rispetto a uno Slam. Tiriac non accettò di investire 150.000 euro di assicurazione neppure anni fa quando aleggiò su Madrid la minaccia del terrorismo, potete immaginare se avrebbe mai accettato l’idea di spendere molti più soldi per coprirsi da una previsione remota quale una pandemia.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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