Finali Slam: Rosewall batte Federer 4 a 0

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Finali Slam: Rosewall batte Federer 4 a 0

Federer campione di longevità, ma non abbastanza da battere ‘muscles’

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Dopo avere parlato di senilità alla vigilia delle semifinali, continuiamo a parlarne alla vigilia della finale. Alla tenera età di 37 anni, 11 mesi e qualche giorno Roger Federer, il semifinalista più diversamente giovane, ha infatti raggiunto la dodicesima finale della sua carriera a Wimbledon. Domenica proverà a battere due record: quello di più anziano vincitore dei Championships e detentore del maggior numero di trofei. Record che attualmente sono entrambi nelle sue mani grazie alla vittoria del 2017.

Il record che invece non potrà superare è quello di diventare il più anziano finalista a Wimbledon dell’era Open. Per provare a conquistarlo dovrà attendere il 2021, poiché attualmente questo primato appartiene a Ken Rosewall che nel 1974 disputò la finale di Wimbledon a 39 anni e 8 mesi di età. Quel giorno Rosewall – provato da una semifinale durissima vinta al quinto set in rimonta contro Stan Smith – perse in tre set contro Jimmy Connors.

Ken Rosewall a Wimbledon

Questa è però una storia ormai aneddotica e conosciuta dalla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis. Se ne parla e scrive puntualmente ogni anno, un po’ come di Claudio Villa alla vigilia di Sanremo. Quella che forse è meno nota, è la storia relativa ai record di longevità nel singolare maschile relativi alle finali di tutti i quattro tornei dello Slam. Ed è una storia affascinante poiché il nome dell’uomo che li detiene è sempre il medesimo: Ken Rosewall. Di seguito gli anni in cui li stabilì:

Torneo Edizione Risultato finale Avversario
Roland Garros 1969 46  36  46 R. Laver
Australian Open 1972 76  63  75 M. Anderson
Wimbledon 1974 16  16  46 J. Connors
US Open 1974 16  06  16 J. Connors


Jimmy Connors e Rod Laver non hanno bisogno di presentazioni. Ci limitiamo ad aggiungere che Laver ha 4 anni meno di Rosewall e Connors 18. Malcom J. Anderson è meno noto di loro ma non molto meno bravo. Australiano, classe 1935, in singolare ha al suo attivo una vittoria nel ’57 allo US Open e due finali agli Australian Open nel ’58 e nel ’72. Ma torniamo al principale protagonista dell’articolo.

Nato e cresciuto (poco come vedremo) in Australia il 2 novembre 1934, Ken Rosewall era un mancino naturale. Il padre – una sorta di zio Toni ante litteram e alla rovescia –  gli impose di giocare da destrimane. Rosewall era un atleta di 170 cm nelle giornate migliori e con un fisico così minuto da essere ironicamente soprannominato “muscles”, ovvero muscoli, dai suoi colleghi australiani. Soprannome al quale Ken deve essere molto legato dal momento che dà il titolo al libro autobiografico scritto in collaborazione con il giornalista Richard Naughton. Purtroppo non esiste un’edizione in italiano ma lo consigliamo a chi padroneggia bene la lingua inglese e ha nostalgia di un’epoca in cui il tennis era meno potente e più tecnico.

 
Rod Laver e Ken Rosewall

È difficile se non impossibile immaginare che Rosewall con le sue caratteristiche fisiche avrebbe potuto essere vincente anche nel tennis contemporaneo. Il giocatore a lui più somigliante sotto il profilo morfologico, Diego Schwartzman, deve fare miracoli per riuscire a rimanere tra i migliori venti del mondo, e tra i dieci migliori del mondo solo Nishikori e Fognini hanno una statura inferiore al metro e ottanta, seppure largamente superiore al metro e settanta.

L’australiano poté essere il migliore o tra i migliori per decenni perché giocò in un’epoca in cui le racchette non privilegiavano le doti di potenza, le superfici di gioco erano più veloci e i rimbalzi della palla più bassi, quindi più adatti a giocatori normolinei. Per colpire la pallina con il suo straordinario rovescio a una mano, oggi Rosewall dovrebbe letteralmente saltare come i canguri del Paese da cui proviene. Viceversa, la maggior parte degli attuali protagonisti cinquant’anni fa avrebbe finito ogni partita con le ginocchia martoriate e la schiena dolente.

Rosewall la carriera la terminò in perfetta forma a 46 anni e sino a 44 il suo nome appariva tra i migliori venti giocatori del mondo. Nella classifica ATP lo troviamo al secondo posto il 26 giugno del 1975; al nono il 14 giugno 1976; al diciottesimo il 12 luglio 1978. Lasciamo ai lettori più inclini all’aritmetica il compito di calcolare con precisione quanti anni avesse Rosewall in quelle date. Ma appare evidente anche agli umanisti che se Roger Federer desidera pareggiarlo dovrà prendere in seria considerazione l’ipotesi di giocare – e bene – almeno sino alle Olimpiadi di Parigi. Nel 2024.

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Australian Open, il padre di Djokovic: “Sotto questi ricatti è probabile che Novak non giochi”

Intervistato da un programma televisivo in Serbia, Srdjan spiega: “Novak vorrebbe giocare, ma è suo diritto dire o non dire se si è vaccinato”

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Novak Djokovic - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto Twitter @atptour)

“È improbabile che Novak Djokovic giochi l’Australian Open se le condizioni sono queste”. Ad affermarlo è Srdjan Djokovic, il padre del numero uno del mondo, durante un’intervista in Serbia, a TV Prva. Come noto, il primo Slam dell’anno ha imposto la vaccinazione obbligatoria per i giocatori che vorranno prendere parte al torneo, mentre Novak, nove volte campione del torneo, non ha mai detto ufficialmente se si sia vaccinato o meno (e ciò fa pensare, ovviamente, che abbia rifiutato di sottoporsi all’immunizzazione).

Mentre il figlio Novak è impegnato in Coppa Davis, Srdjan interviene sul tema e lo fa senza mezzi termini: “L’essere vaccinati o meno risponde a un diritto personale di ogni individuo. Nessuno può violare la privacy del singolo perché ognuno ha il diritto di decidere per la propria salute. Se Novak si è vaccinato o meno è un argomento che riguarda esclusivamente lui: non lo so e anche se lo sapessi non lo direi pubblicamente. Non credo che lo rivelerà, e sotto questi ricatti probabilmente non giocherà l’Australian Open. Inoltre non è chiaro il perché vaccini come quello russo e quello cinese non siano ritenuti validi secondo i criteri dell’Australia”.

Djokovic senior rincara la dose, facendo capire quale sia al momento la linea di pensiero del numero uno del mondo: “È imbarazzante il fatto che ci sia qualcuno che possa prendersi il diritto di escludere dal torneo il nove volte campione dell’Australian Open. Novak vorrebbe competere, ma se giocherà o meno dipenderà dalla posizione delle autorità e degli organizzatori”.

 

Djokovic, a proposito della questione, è stato evasivo durante una conferenza stampa alle ATP Finals di Torino, trincerandosi dietro un “aspettiamo e vedremo quello che succede”. Se Djokovic saltasse l’Australian Open, oltre a rinunciare alla possibilità di rincorrere quel Grande Slam saltato nel 2021 solo per la sconfitta in finale allo US Open, perderebbe la chance di arrivare a 21 Slam vinti, superando Roger Federer e Rafael Nadal nella classifica dei giocatori con più titoli di sempre (Rafa dovrebbe essere regolarmente in campo a Melbourne e potrebbe quindi cercare a sua volta di staccare i rivali). Djokovic ha sempre giocato a Melbourne Park sin dal 2005.

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Editoriali del Direttore

Perché potremmo chiamarla ancora Coppa Davis…

Panatta, Pietrangeli, Bertolucci, Barazzutti che polemizza con la FIT, sono tutti d’accordo, però non è tutto da buttare. Esempio gli outsider Gojo, Piros, Machac, Quiroz, Mejia, Rodionov che impegnano le star. I soldi, i diritti tv, va tutto bene così?

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PalaAlpitour Torino - Finale Coppa Davis 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

L’amico e collega Angelo Carotenuto sulla sua quotidiana newsletter lo slalom.it, il meglio del racconto sportivo, osserva quel che vedrete in fondo a questo mini-articolo. E io gli rubo il titolo! Carotenuto  lo fa in questi giorni in cui Nicola Pietrangeli dice in un’intervista esclusiva che “Lattuale Coppa Davis è un obbrobrio, il signor Dwight Davis si rivolta nella tomba e poi in giorni in cui Paolo Bertolucci proclama “Non chiamatela più Coppa Davis, questa è un’altra cosa“, in cui Adriano Panatta dice: “Magari il match della scorsa notte con la Colombia si fosse giocato a Bogotà!, qua a Torino di guardare Croazia-Ungheria non frega nulla a nessuno”, in cui Corrado Barazzutti dice: “Ormai comandano i soldi, e pure le tv…” prima di lanciare una terribile stilettata alla FIT dopo 20 anni da capitano di Coppa Davis, ma un triste epilogo che ha visto intervenire gli avvocati di Fit e dell’ex capitano non riconfermato…a mezzo stampa (Corrado lo ha saputo dai giornali…dopo essere andato a braccetto con Binaghi per un ventennio)  in favore di Filippo Volandri: “La Coppa Davis ha cambiato formula grazie anche al voto della FIT”.

Barazzutti dice il vero, stavolta. Infatti è stato Giancarlo Baccini a procurare voti quasi certamente decisivi alla riforma che ha stravolto la tradizionale Davis Cup, visto il modesto margine con cui prevalse la cordata favorevole alla riforma propugnata dal presidente americano ITF David Haggerty. Baccini è un vecchio giornalista, ex barricadiero di sinistra, che per buona sorte della nostra unica gloria italica in Davis non fece proseliti quando gridava in coro in prima fila e in mezzo ai manifestanti del 1976 slogan simili a questo: “No, nessuna volee con il boia Pinochet!“.

Fosse stato per lui, oggi ahinoi consigliere FIT e “consigliori” del presidente dopo aver avuto tutta una serie di rapporti professionali di vario tipo con la Federtennis, non avremmo vinto neppure quell’unica leggendaria Coppa Davis cui Domenico Procacci darà grande lustro con la sua docuserie (ne ho visto un primo spezzone e mi è piaciuto moltissimo, ho riso e pianto a vederlo…avrà sicuro grande successo). Baccini si recò a Orlando nell’agosto del 2018 all’assemblea ITF durante la quale si doveva votare la riforma della Davis, e ci andò con un preciso mandato, quello di negoziare anche i futuri diritti tv per la Coppa Davis. Ovviamente per garantirli a Supertennis di cui era il responsabile. Prima il business, poi il tennis. 

 

Infatti soltanto poche ore dopo il voto che sancì l’approvazione di questo nuovo formato la FIT diramò un comunicato stampa nel quale si annunciava l’esito della votazione e, contestualmente, l’assegnazione dei diritti delle Finali di Coppa Davis a SuperTennis. Baccini votò sì, quindi, come ha ricordato Barazzutti che da capitano di Coppa Davis era bene al corrente, all’epoca, delle vicende che la riguardavano.E oggi possiamo constatare che Supertennis ha i diritti esclusivi sulla Coppa Davis. Non li ha la RAI nè Mediaset che trasmettono in chiaro, non li hanno Sky e  Eurosport che trasmettono a solo abbonati in pay, ma almeno hanno numeri importanti. Va bene così per la massima diffusione del tennis?

Chi li vorrà, soprattutto se l’Italia della Davis si dimostrerà forte come pensiamo tutti e in grado di vincerla o anche solo di raggiungere semifinali e finali nei prossimi 5,6 anni, dovrà pagarli cari. La FIT agisce da tempo come un’azienda commerciale. E anche media, in concorrenza con giornali, siti, tv. E magari è pure giusto, per certi versi. Solo che non si dovrebbe esagerare. A dire il vero, se per il calcio c’è l’obbligo – interesse nazionale? – di far vedere sul massimo canale pubblico e di Stato (in chiaro come lo è anche Supertennis, ma con un’audience ben diversa) le competizioni internazionali della nazionale azzurra, non si capisce bene perchè la cosa non debba valere anche per il tennis. Forse perchè finora eravamo sport minore, vincevamo troppo poco per essere interessanti agli occhi dell’opinione pubblica.

Ma se la squadra del suo fortunato capitano Volandri (che ha i suoi meriti per aver avvicinato anche i team privati e i loro coach al clan FIT che per anni li osteggiava), con Sinner, Sonego, Fognini, Musetti e Bolelli – e in un prossimo futuro che si spera non sia davvero a Abu Dhabi – dovesse arrivare in semifinale a Madrid (e con la Croazia siamo favoriti) perchè la RAI o Mediaset non dovrebbero poter trasmettere quell’evento? Che interesse può avere la FIT (salvo i soldi eh…) che ha il compito istituzionale di promuovere il tennis, di nascondere quell’evento a una Rai (o Mediaset) che trasmettono in chiaro consentendone la programmazione soltanto su Supertennis che ha un’audience modestissima, quasi insignificante (sebbene vada riconosciuto che svolge un eccellente lavoro)?

Vedremo insieme gli sviluppi di queste vicende, sperando che chi accenna spesso all’onestà intellettuale di certe prese di posizioni e conseguenti decisioni, la mostri anche in queste situazioni. E qui chiudo riportando fra virgolette quanto scritto, con la consueta originalità di pensiero, da Angelo Carotenuto già domenica mattina sulla sua newsletter:      

“A proposito di passato e di tradizioni. In tre giorni di Coppa è già successo che il ceko Machac, numero 143 al mondo, abbia battuto contro pronostico il francese Gasquet. Il croato Gojo (276 al mondo) ha vinto contro l’australiano Popyrin che è 61. L’ungherese Zsombor Piros, 282 del mondo, ha messo sotto un altro australiano meglio piazzato di lui in classifica, John Millman. E come Sonego contro Mejia, anche il russo Rublev ha sofferto contro l’ecuadoriano Roberto Quiroz, numero 291 al mondo. La Serbia ha perso con la Germania pur avendo Djokovic. Forse possiamo ancora chiamarla Coppa Davis”.Dopo di che nella giornata di domenica, a confortare la tesi espressa da Carotenuto, Galan 111 Atp ha battuto Isner n.24, Tiafoe n.38 ha dovuto cancellare matchpoint a Mejia n.275 del mondo, Rodionov ha battuto Koepfer 85 posti davanti a lui, Piros ha superato Cilic n.30 del mondo e prossimo avversario di Sinner oggi, Lopez ha sconfitto nientemeno che Rublev a dispetto della sua veneranda età. Beh quando si diceva che in Coppa Davis altri fattori, ben diversi dal ranking ATP,  subentravano per dar corpo a un risultato…anche con questo nuovo formato non mi pare che le cose siano cambiate un granchè.”

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Coppa Davis

Coppa Davis: Gran Bretagna ai quarti grazie al doppio, Repubblica Ceca fuori a testa alta

Evans sorpreso dal giovane Machac, Norrie soffre con l’ancor più giovane Lehecka. Ci vuole il doppista Salisbury per domare i cechi

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Neal Skupski e Joe Salisbury - Davis Cup 2021 (via @the_LTA)

GRAN BRETAGNA b. REPUBBLICA CECA 2-1
T. Machac b. D. Evans 6-2 7-5
C. Norrie b. J. Lehecka 6-1 2-6 6-1

J. Salisbury/N. Skupski b. J. Vasely/T. Machac 6-4 6-2

La Gran Bretagna, vincitrice di 10 edizioni della Coppa Davis che nel 2019 aveva addirittura dovuto far affidamento alla wild card degli organizzatori per partecipare, quest’anno si è qualificata direttamente ai quarti di finale battendo nel doppio decisivo una Repubblica Ceca tenacissima la quale ha dimostrato di avere materiale per competere ad alti livelli nel prossimo futuro.

MACHAC VOLTO NUOVO – Essere nettamente favoriti con l’obbligo di vincere per il proprio paese non è certamente una posizione confortevole e forse proprio con quest’idea sarà sceso in campo Daniel Evans domenica mattina a Innsbruck. Il numero 2 britannico ha affrontato per la prima volta Tomas Machac e ha faticato durante tutto il match nel trovare la giusta tattica offensiva un po’ a causa del suo eccessivo nervosismo, un po’ per via del gioco del ceco (lineare, d’anticipo e propenso verso la rete). L’atteggiamento di Evans certamente non è stato consono e si è rispecchiato anche col suo gioco denso di errori (il più grave il doppio fallo col quale ha concesso palla break sul 5-5, secondo set), ma nulla va tolto all’ispirato Tomas Machac che si è ripetuto oggi dopo la vittoria di prestigio di ieri su Gasquet (i più attenti se lo ricorderanno anche dare filo da torcere a Berrettini a Melbourne). Dal ritiro di Tomas Berdych, la Repubblica Ceca è priva di un tennista di primissimo piano e ora con Machac – insieme all’altro giovane Jiri Lehecka – ha qualcuno su cui puntare per gli anni a venire.

 

Il primo set, come capita spesso in situazioni simili, se l’è aggiudicato il tennista sfavorito che in questo caso corrisponde al n. 143 del mondo: Machac ha brekkato due volte un Evans fallosissimo soprattutto di dritto e, con una disinvoltura che raramente ha manifestato prima, il ceco ha chiuso 6-2 piazzando tre ace consecutivi. Il gioco di apertura del secondo set è stato una sorta di appendice del set appena conclusosi con Machac che, continuando a tirare con scioltezza senza disdegnare le discese a rete, è passato inevitabilmente in vantaggio di un break. Evans ha provato a darsi una scossa facendo confluire la sua rabbia attraverso la racchetta scagliandola al suolo ripetutamente, e una volta portato a termine questo compito il suo tennis di fino ne ha risentito positivamente. Seppur con una certa opposizione del suo avversario, il giocatore di Birmingham è riuscito a rimettersi in corsa prendendo come target offensivo il rovescio del tennista ceco. Il suono sordo della racchetta frantumata che ancora echeggiava nella vuota Olympiahalle di Innsbruck e nelle menti del team britannico, è stato sostituito dall’urlo di liberazione ed esultanza di Evans che con quattro game consecutivi sembrava poter veleggiare senza intoppi verso la vittoria del set.

Tuttavia nel momento di servire sul 5-3 il braccio di Evans ha iniziato a tremare e tre gravissimi errori di dritto hanno rimesso in carreggiata Machac. C’è bastato poco a riportare nuovamente l’inerzia tutta in favore della Repubblica Ceca e con cinque game consecutivi il 21enne Tomas ha chiuso il match sugellandolo ancora con un ace. “Mi sono goduto ogni secondo passato in campo” ha commentato a fine match Machac. “È bellissimo giocare ad un evento del genere contro un giocatore di questo livello. Ho giocato bene ogni game e ad inizio secondo set lui è stato più aggressivo e mi ha messo in difficoltà. Poi però sono riuscito a trovare le contromisure per vincere.”

NORRIE A FATICA – Fomentato dal successo del suo connazionale, il 20enne Jiri Lehecka è sceso in campo per la prima volta in singolare in queste fasi finali di Coppa Davis con grande esuberanza, ma evidentemente il suo dritto non era calibrato a dovere e ha sbagliato spesso in lunghezza. Il n. 1 britannico Cameron Norrie ha così approfittato di qualche errore per passare subito avanti e nel primo set vinto 6-1 ha lasciato solo briciole al ceco. Quest’ultimo ha compiuto 20 anni a inizio mese e rispecchia perfettamente il prototipo di tennista del nuovo millennio: 80kg per 185cm distribuiti su un corpo longilineo, avvezzo ai rapidi spostamenti e dotato di due solidi fondamentali. Nel secondo set il talento di Lehecka – comprovato da due successi Challenger nel 2021 – è conflagrato prendendo di sorpresa Norrie rimasto fermo al palo e completamente involuto rispetto a pochi minuti prima. Un match dalla doppia faccia dopo 61 minuti di gioco ha visto il ceco tornare in parità reagendo con un perentorio 6-2.

Nel set decisivo Norrie è tornato a far male col suo dritto mancino e la fiducia accumulata negli ultimi mesi ha fatto il resto per avere la meglio con un altro 6-1 su un Lehecka comunque combattivo (e tendente alla rete come il suo connazionale Machac) ma un po’ troppo falloso. Il punteggio finale è un po’ ingeneroso ma rispecchia il maggior livello attuale di Norrie che ha commentato con queste parole la quarta vittoria in singolare con la maglia della nazionale: “Sono sceso in campo con l’idea di lottare. Nel secondo set non riuscivo bene a sentire la palla e la panchina mi ha dato un gran sostegno. La situazione non è stata facile ma mi sono goduto la partita. Gran credito al suo tennis e al suo servizio”.

DOPPIO REGALE – In questo nuovo formato di Coppa Davis il match di doppio riveste un ruolo decisivo tanto che avere uno specialista nel team spesso può rivelarsi decisivo, ed è esattamente quanto accaduto al Regno Unito. La loro punta di diamante è Joe Salisbury n. 3 del mondo – vincitore quest’anno degli US Open sia doppio che doppio misto e fresco finalista alle ATP Finals torinesi – il quale ha condotto il suo collega Neal Skupski (n. 20 in doppio) al successo contro Jiri Vesely e Tomas Machac in campo due volte quest’oggi. I due cechi (n. 334 e 472) grazie al loro potente servizio hanno cercato di tenere duro durante i loro game ma la maggior dimestichezza sotto rete e nel posizionamento dei loro avversari alla lunga ha fatto la differenza. Il break che ha deciso il primo set è arrivato sul 4-4 con Vasely al servizio. Salisbury, 29enne e all’esordio assoluto nella competizione, ha vinto un sanguinoso faccia a faccia con Machac concretizzando la chance e non ha battuto ciglio andando a servire chiudendo 6-4.

Sotto lo sguardo attento del capitano Leon Smith, i britannici hanno proseguito col ritmo vincente conquistando un break anche in apertura di secondo set, ancora con lo zampino di Salisbury che con una volé addosso a Vasely ha sigillato il vantaggio mantenuto sino alla vittoria per 6-2. Con questo successo sofferto più del previsto il team GB raggiunge i quarti di finale in programma martedì 30 novembre dalle ore 16, sempre a Innsbruck, contro la vincente del gruppo F (che dopo i risultati di ieri vede la Germania come favorita).

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