Federer: "Non parlerò mai male del tennis". Djokovic 'assolve' i giovani

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Federer: “Non parlerò mai male del tennis”. Djokovic ‘assolve’ i giovani

Conferenze stampa piuttosto interessanti quelle di Federer e Djokovic, che potrebbero affrontarsi in semifinale a Cincinnati. Ma entrambi non hanno un percorso semplicissimo

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È un Federer parecchio ciarliero quello che si presenta in conferenza stampa dopo l’esordio vincente di Cincinnati contro l’argentino Londero. “Le condizioni di gioco sono rapide“, dice lo svizzero con una punta di soddisfazione. “Nel primo set abbiamo scambiato pochissimo, è stato un tennis ‘bang-bang’. Come saranno i campi a New York? Non ho sentito ancora testimonianze dirette, alcune voci dicono che non saranno lenti come lo scorso anno. Non credo saranno mai rapidi come questi, ma un po’ più rapidi dello scorso anno sì. Credo che lo scorso anno, per essere lo US Open, fossero davvero troppo lenti“. Su Londero: “Non l’avevo mai affrontato, ma credo che possa giocare bene sui campi veloci. Si muove bene, può colpire in anticipo. Poi è un gran lottatore, l’abbiamo visto contro Rafa a Parigi: è una qualità che apprezzo molto in un giocatore“.

Roger ha scelto di saltare l’Open del Canada per tornare in campo direttamente a Cincinnati, dopo Wimbledon: non una novità, se consideriamo che nelle ultime otto stagioni ha giocato la Rogers Cup soltanto due volte (2014 e 2017, due finali perse). “Sarebbe stato un cambiamento repentino, perché di solito prendo da una settimana a nove giorni di riposo dopo Wimbledon, e se vuoi allenarti per almeno due settimane non puoi materialmente riuscirci. Certo, puoi andare direttamente in Canada, ma insomma… Sono in un momento diverso della mia carriera; Wimbledon è un grande obiettivo, è importante lasciar ‘decantare’ un po’ e prendersi il tempo necessario per preparare il resto della stagione“.

La stessa scelta, del resto, che ha fatto il giocatore che l’ha sconfitto nell’ormai iconica finale di Wimbledon. L’esordio di Novak Djokovic ha immediatamente preceduto quello di Federer, e si è rivelato appena un pizzico più complicato, quantomeno nel primo set. Un po’ di ruggine si è vista; comprensibile dunque la domanda su come è solito trascorrere periodi come questo, circa un mese senza competizioni. “Inizio con un po’ di allenamento senza racchetta, per qualche giorno o per una settimana, poi prendo in mano la racchetta e comincio a basso ritmo. Dipende, ovviamente, da quanto è lungo il periodo senza tornei: durante l’off-season sai di avere cinque-sei settimane di pausa e hai libertà di prenderti il tuo tempo, senza affrettare gli allenamenti. Durante la stagione il temo si riduce, perché non vuoi rischiare di perdere certe sensazioni sul campo“.

Il numero uno del mondo è sceso in campo contro Querrey da campione in carica, una circostanza che nel 2016 a Wimbledon gli era stata fatale. Questa volta ha gestito la pratica, pur con qualche sbavatura. “Ad essere onesto, essere il detentore del titolo non mi ha condizionato negativamente o positivamente, né avevo pressioni aggiuntive o cose simili. Ero felice di essere tornato a competere, ma al tempo stesso all’inizio ero nervoso perché non giocavo da quattro settimane. Ci ho messo un po’ ad adattarmi, anche a colpire servizi oltre i 200 km/h. Ho fatto tre doppi falli nel game iniziale, non la migliore delle partenze. Non avevo ritmo al servizio, poi inizi a pensare troppo perché non è positivo essere sotto di un break contro un ottimo servitore. È stato un match complesso contro un avversario forte, una grande sfida. Sono felice di essere stato in difficoltà sin dal primo match e spero che la prossima prestazione sarà ancora migliore“.

TENNIS E POLITICA – Come spesso accade, di recente, le conferenze di Djokovic e Federer a un certo punto escono dall’argomento-campo per finire nel più grigio (ma non per questo meno importante) territorio della politica di gestione del circuito. Lo svizzero, inoltre, è appena entrato a far parte del Player Council: “Credo che le cose stiano andando nella direzione giusta, abbiamo buoni numeri in termini di pubblico e montepremi. Potrebbe andare meglio? Sì, forse, ma non mi piace parlare male del nostro sport. Ci sono persone che amano il gioco, lavorano per pochi spicci ma a loro non interessa, sono soltanto felici di essere parte dello show. Dobbiamo prenderci cura di queste persone. Questo, a volte, può impedirci di avere il super imprenditore a capo di certi tornei, ma allo stesso tempo mi piace così, devo essere onesto, quando non è tutto soltanto business ma anche un po’… amatoriale. Mi sembra più a misura d’uomo. Il gioco deve crescere, ne sono consapevole, e forse entrando a far parte del council potrò dare una mano in questo. Credo però che il tennis sia uno sport migliore di 20 anni fa; ci sono alti e bassi, ma non mi sentirete mai parlare male del nostro sport“.

Federer suggerisce poi un imperativo ‘morale’: dare una maggiore (e migliore) consapevolezza ai giocatori che non sostano ai piani altissimi della classifica. “Devi poter fare quello che sai fare meglio e può rendere orgogliosi te, la tua famiglia e il tuo paese. Qualsiasi cosa sia. Prendiamo un altro sport: se sei il 100simo miglior atleta vieni considerato un campione. Nel tennis si direbbe ‘Oh, è soltanto il numero 100’, e io non sono d’accordo“. Il parere di Djokovic non è troppo dissimile. Il serbo crede che ai giovani si finisca per chiedere troppo: “Penso che ci sia troppa pressione sulle spalle dei giovani: devono essere campioni Slam, devono entrare in top 10. Il fatto è che solo lo 0.5% dei tennisti del mondo entrano in top 100. E il restante 99.5%? È la vita, devi affrontarlo. Ma credo che come società e sport dovremmo vedere queste cose in modo più sereno e con maggiore vicinanza emotiva per i ragazzi che non riescono, perché puoi sempre avere successo nella vita. Non è la fine del mondo“.

Federer e Djokovic potrebbero affrontarsi in semifinale, ma per nessuno dei due sarà una passeggiata. Lo svizzero attende il vincitore della sfida tra Wawrinka e Rublev e poi, verosimilmente, uno tra Medvedev e Tsitsipas; Nole ha invece Carreno Busta e quindi, nell’eventuale quarto di finale, chi saprà vincere le prossime due partite tra Kyrgios, Khachanov, Shapovalov e Pouille. In rigoroso ordine di pericolosità.

Con la collaborazione di Lorenzo Fattorini

 

TABELLONE MASCHILE COMPLETO (con tutti i risultati)

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Australian Open

La rinascita di Danielle Collins: dall’endometriosi alla finale dell’Australian Open

La statunitense è pronta a giocarsi il primo titolo Slam dopo che, neanche un anno fa, le è stata asportata una ciste delle dimensioni di una pallina da tennis

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Danielle Collins - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

All’inizio del torneo non si poteva certo considerare Danielle Collins tra le principali candidate alla vittoria finale, sia alla luce del ranking (partiva dal numero 30) che per la vicinanza in tabellone a giocatrici potenzialmente pericolose quali Kontaveit, Rybakina e Mertens.

Eppure, domattina sarà la ventottenne statunitense (laureata in comunicazione) a scendere in campo contro la beniamina di casa – e grande favorita da inizio torneo – Ashleigh Barty, in una partita che, però, Collins ha già vinto prima ancora di disputare. Non è un appello alla scaramanzia, beninteso, ma una sincera forma di ammirazione dati i grossi problemi fisici che ha dovuto affrontare durante la sua carriera. Visto dov’è ora – e soprattutto dov’era prima – è facile capire i motivi dell’affermazione soprastante.

A inizio aprile 2021, l’ex-studentessa della University of Virginia è andata sotto i ferri dopo che le è stata diagnosticata l’endometriosi, una malattia che colpisce una donna su dieci (come riportato da Simon Briggs del Telegraph) e che è “caratterizzata dalla presenza e dall’accrescimento progressivo di isole di mucosa uterina” (fonte Treccani) o all’interno dell’utero stesso o in altri organi. Nel caso di Collins, il problema si è manifestato nelle ovaie, da cui è stata rimossa una ciste delle dimensioni di una pallina da tennis.

 

Dopo la vittoria contro Xiyu Wang nel primo turno dello scorso Roland Garros, Collins si esprimeva così: “Ho aspettative diverse dal solito in questo torneo, visto che ho subìto un’operazione chirurgica, e quindi la mia attitudine mentale è stata un po’ diversa quando sono scesa in campo.  Era una cosa che non mi capitava dai tempi del college, quando magari mi trovavo a gestire degli infortuni. Mi sono detta, ‘voglio solo fare del mio meglio, e devo essere consapevole di quali siano i miei punti di forza ma anche del fatto che in certi momenti potrei non sentirmi benissimo’. Alla fine sono contenta delle sensazioni che ho avuto, sono stata bene per tutto il match. Ero sicuramente nervosa, visto che era il mio primo incontro dopo l’operazione. In certi momenti ho esitato un pochino, ma con l’andare della partita mi sono sentita sempre più sicura della mia condizione fisica”.

LA DIAGNOSI E LA RIABILITAZIONE

Come se non bastasse, l’endometriosi non era l’unico problema fisico che Collins si è portata dietro lungo la sua carriera. La statunitense soffre anche di artrite reumatoide, ma questo problema è diventato gestibile nel tempo: lei stessa ha infatti confessato che una dieta priva di latticini e glutine la sta aiutando a contenere i sintomi. L’endometriosi, invece, ha rappresentato una sfida ben diversa, con sintomi che includono lunghi periodi di spossamento, debolezza e malessere che l’hanno condizionata a lungo. Ha raccontato di aver avuto per la prima volta i sintomi sei anni fa, appena diventata professionista dopo la laurea, quando si svegliò vomitando alle tre del mattino. Da allora ha avuto periodi in cui non poteva giocare a causa della malattia, compresi due attacchi a Wimbledon 2018 e all’Australian Open 2021. Negli primi mesi del 2021 è arrivata la diagnosi, dopo un ritiro ad Adelaide apparentemente dovuto a un’ernia – in realtà, la ciste si era ingrandita al punto da causare uno spostamento dell’utero che aveva conseguentemente iniziato a far pressione sui nervi spinali.

“Noi donne siamo abituate ad avere il ciclo mestruale, quindi in un certo senso sappiamo convivere con il dolore”, raccontava il 30 maggio scorso. “Tuttavia, ad un certo punto questo problema ha iniziato a condizionarmi in maniera decisamente anormale, causandomi tanti momenti di difficoltà, anche perché ripensandoci ho notato di aver avuto anche più infortuni durante il periodo dell’endometriosi, e può darsi che i problemi ormonali causati dalla malattia abbiano avuto un impatto anche in quel senso. […] Ero convinta che si trattasse di un problema articolatorio e, a dire il vero, ho anche ricevuto delle diagnosi sbagliate durante questi anni. Ora sono solo sollevata, mi sento bene e non devo più domandarmi, ‘questa sarà una cattiva settimana, devo organizzare la mia vita in base a questo?’ Mi sono tolta un enorme peso dalle spalle: ormai ero abituata a sentirmi così, per me era diventata la normalità“.

Una volta sostenuta l’operazione, le cose sono migliorate molto, soprattutto per quanto riguarda il mal di schiena. Con i progressi è arrivata la consapevolezza di poter andare a Parigi (il suo ultimo match era stato a Miami, a marzo 2021): “Il mio medico era sicuro che ce l’avrei fatta per il Roland Garros, ma ho dovuto fare tanta riabilitazione, perché i chirurghi sono dovuti passare dai muscoli addominali durante l’operazione. […] Ma mi sono sentita molto meglio da allora, e nelle due settimane prima del torneo la mia condizione fisica è stata decisamente continua: non ho saltato allenamenti né sedute in palestra, e non ho avuto sintomi influenzali”.

IL PERCORSO DOPO IL ROLAND GARROS

Il viaggio nel Major parigino ha avuto durata breve per la nave Collins, schiantatasi contro l’iceberg Serena Williams al terzo turno. Anche la breve parentesi sull’erba non è stata indimenticabile, ma nell’ultima parte della stagione è cambiato tutto. Prima la semifinale a Budapest – costretta al ritiro contro Anhelina Kalinina – quindi due titoli consecutivi a Palermo (senza perdere set) e soprattutto al WTA 500 di San José.

Sempre durante lo swing nordamericano, Collins ha ottenuto alcune vittorie importanti, tra cui quella contro Simona Halep a Montreal o quella contro Anastasia Pavlyuchenkova (finalista proprio al Roland Garros) in Billie Jean King Cup. Ha chiuso l’anno da numero 29 al mondo ma, come detto in apertura, era davvero difficile immaginare di vederla in lotta per il titolo all’Australian Open.

E invece eccola qua, dove una combattente del suo calibro merita di essere. Con un occhio sempre rivolto a chi, come lei, ha sofferto o ancora soffre di endometriosi. Un problema che, come spiegato nella già citata intervista al Telegraph, potrebbe impedirle in futuro di avere dei figli.

La mia paura più grande è che la malattia abbia intaccato le tube di Falloppio, impedendomi di avere figli. Ho interagito con tante donne che hanno avuto l’endometriosi, sia amiche che sconosciute, ed è stato bello avere quel senso di comunità, perché questo tipo di condizione può farti sentire molto isolata. Quindi sarò ben felice di fare lo stesso per altre donne che stanno soffrendo per la stessa malattia, so che a volte non si vede la luce in fondo al tunnel – spero di poter offrire delle informazioni utili per aiutare queste persone. Sono stata molto fortunata, perché ho un’amica che ha avuto a sua volta l’endometriosi e mi ha aiutata a capire quale fosse il problema – per questo credo che parlarne con altre donne sia uno strumento per avere più controllo sulla malattia”.

La finale contro Ashleigh Barty è in programma domani mattina alle 9.30. In ogni caso, a prescindere dal risultato, Danielle Collins ha già vinto la sua partita più importante.

Articolo a cura di Giovanni Pelazzo

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Australian Open

Berrettini-Nadal, una vigilia tormentata più per noi che per loro. Il torneo l’hanno già vinto

Chi ha più da perdere? Forse Nadal. Però lui non ha mai sofferto troppo le grandi pressioni. E non crede di averla questa volta. Matteo: diventare top-5, battere un top-5, conquistare una seconda finale Slam…forse ne ha più lui

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Sono curioso di apprendere da Eurosport-Discovery il numero dei connessi, via tv, computer, streaming, dispositivi vari, che avranno messo la sveglia alle 4:30 del mattino per seguire il duello Nadal-Berrettini.

Sarà come mettere il termometro alla passione dei fans italiani. Immagino si possano sapere anche i dati di chi ha registrato la partita per vederla con maggior agio.

Chi lavora e deve andare in ufficio per le 8:30 quale opzione avrà esercitato?

Io la sveglia l’ho messa. A volta è accaduto che io fossi fuori per una cena che non potevo mancare e ho registrato una partita (di tennis o della Fiorentina) per vedermela al mio ritorno, ma una semifinale di uno Slam in Australia è un unicum… e poi il rischio che qualcuno mi mandi un WhatsApp che mi dica il risultato di Berrettini-Nadal, quale che fosse, mi rovinerebbe tutto il gusto.

Né posso staccare il telefono per 3 o anche 4 ore al mio risveglio per evitare che qualcuno mi chiami o mi messaggi dicendomi che è successo.

Che cosa succederà davvero non lo so. Mi chiedo anche, nella sera italiana della vigilia, che caldo possa fare alle 14 del pomeriggio in Australia. Con certe temperature, chi sarebbe favorito? E se piovesse e giocassero indoor? In una previsione meteo ho visto che ci si attende una grande umidità. Chi la soffrirebbe di più però?

Non voglio tornare sulla difficoltà di sbilanciarsi in pronostici a decine di migliaia di km di distanza ma i dettagli ignoti sono troppi per farlo. Sarebbe esercizio da presuntuosi.

Lasciatemi prima dire qualcosa su quanto è già successo. Il torneo femminile nelle ultime fasi ha offerto magari vincitrici a sorpresa ma una serie di partite davvero deludenti. A senso unico. Alludo alle due semifinali e a tutti i quarti della parte alta del tabellone. Quattro lotte al terzo set invece nei quarti della parte bassa, ma un livello a mio avviso non straordinario.

Tanto di cappello però per Ashley Barty che fin qui ha dominato le sue avversarie in modo impressionante. Ricordo che una volta Mary Pierce al Roland Garros giunse in finale avendo perso solo 10 game, e poi le due sorelle Williams, capaci di dominare con tanta disinvoltura.

Come ho avuto modo di dire anche nel mio quotidiano lancio su Instagram Ash ha perso solo 21 game in 6 partite, per una media di tre game e mezzo a match! Così Amanda Anisimova che ha fatto 7 game, più di tutte, 6-4,6-3 è stata due volte sopra quella media imbarazzante e Camila Giorgi 5 che era così seccata di aver giocato male…tutto sommato avendo raccolto cinque game non ha fatto poi così male come credeva.

Non ho mai dimenticato, a proposito di domini altrettanto impressionanti, quello di Bjorn Borg al Roland Garros 1978, il terzo di sei che vinse: quell’anno perse soltanto 32 game in 7 match, cioè in 21 set. Fu una media di 4 game e mezzo concessi a partita. Contribuirono ad abbassarla Corrado Barazzutti che in semifinale fece un solo game e alla fine lo ringraziò per averglielo concesso, 6-0,6-1,6-0, ma anche Paolo Bertolucci – in questi giorni molto ricordato per aver raggiunto i quarti a Parigi nel ’73 insieme a Panatta così come Sinner e Berrettini – da Borg rimediò anche lui un 6-0 e un paio di 6-2,6-2. Finì cioè sotto media. Se non fosse stato per Roscoe Tanner che in un match solo strappò, grazie al mostruoso servizio mancino ben 12 game all’Orso Bjorn, le “lezioni” date dallo svedese a tutti i suoi avversari avrebbero avuto numeri complessivi ancora più netti e umilianti.

Fra le donne ad avere dominato così nel terzo millennio ci sono state Serena Williams, che ne perse solo 16 all’US Open 2013 e 19 l’anno prima e poi la sorella Venus 20 a Wimbledon 2009.

Spero a questo punto che la rivelazione Collins, n.30 in procinto di diventare top-ten da lunedì, riesca almeno a lottare con la Barty, visto che anche lei, dopo aver rischiato la sconfitta soprattutto con la danese Tauson e poi anche con la belga Mertens, ha poi dominato sia la Cornet sia la Swiatek.

Senza immaginare chi potrà vincere, anche se posso immaginare in base a che cosa potrebbe vincere Matteo – una grande percentuale di prime in campo! Tanti dritti vincenti, una gran resilienza con il rovescio …- oppure in base a che cosa potrebbe vincere Rafa – massacrando di dritti in topspin il rovescio slice di Matteo (che almeno quando lo deve giocare incrociati dovrebbe coprirli tutti se non vuole fare la fine del tordo) – mi sento di scommettere che assisteremo a una grande battaglia. Almeno me la auguro e …per concludere nel modo più banale, che vinca il migliore.

Vincerà il meno stanco? Io credo che dopo un giorno e mezzo un venticinquenne sia in grado di recuperare al giorno d’oggi, e un trentaseienne dopo qualche ora di più anche. Però come faccio a sapere come si sentono? Sarà semmai un alibi per chi avrà perso.

L’esperienza, anche in situazioni del genere, incide. E Nadal ne ha di più. Però quando l’altro giorno contro Monfils Matteo ha deciso di non spremersi a fondo nel quarto set, una volta subito il break, per tenersi qualche energia per il quinto, ha dimostrato di avere maturato anche lui una discreta esperienza.

A Nadal i grandi battitori hanno sempre dato fastidio. A tutti, per la verità, non solo a Nadal. Ma ricordo Isner portare al quinto Nadal anche sulla terra rossa di Parigi…

Le motivazioni sono straordinarie per entrambi. Rafa ha vinto tutti altri Slam almeno due volte, salvo l’Australian Open dove ha vinto solo nel 2009, e poi c’è – o forse prima… – lo Slam n.21 all’orizzonte. Come trascurare un obiettivo del genere?

Matteo sa che se dopo la finale di Wimbledon centrasse anche questa di Melbourne, e battendo per la prima volta un top 5 in uno Slam …diventando n.5 lui stesso, – e top-five suona meglio che top-ten!-, avrebbe raggiunto un traguardo davvero storico anche se poi dovesse perdere nuovamente in finale. Avrebbe scritto la storia. Non si parlerebbe di lui solo come del miglior tennista italiano negli Slam dell’Era Open (Open lo scrivo per non irritare Pietrangeli!).

Matteo sa di avere un’occasione più unica che rara. Il Nadal del 2022 non è il Nadal di 10 anni fa quando perse a Melbourne quell’assurda finale con Djokovic che durò 6 ore…. Non è quello che fu tradito dal fisico contro Wawrinka… forse non è nemmeno quello del 2017 quando vinceva 3-1 al quinto con Federer.

Ma per Matteo questa consapevolezza è un handicap. In fondo, soprattutto se è vero quel che Rafa sostiene, e cioè che vincere o non vincere lo Slam n.21 o uno più di Djokovic e Federer, non gli fa una grande differenza, Nadal forse può permettersi di giocare più libero, con meno pressione addosso. Lui con la pressione c’è cresciuto e l’ha sempre saputa gestire.

Matteo non è più il Matteo di 30 mesi fa, certamente, ma non lo è nemmeno Nadal.

Ma diciamo la verità, tutte queste sono chiacchiere di presentazione che lasciano il tempo che trovano. Tutto sommato entrambi hanno ragione di ritenere il loro torneo un successo, comunque vada la loro semifinale. Per motivi diversi non era scontato che ci arrivasse né l’uno né l’altro. Ripeto, speriamo solo che sia un bel match.

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Australian Open

Australian Open: Sinner con Tsitsipas, Berrettini contro Nadal e quei pronostici così difficili da indovinare

I bookmakers si coprono e non perdono mai. I critici o non si espongono o se lo fanno spesso sbagliano. Nel femminile Keys e Collins semifinaliste a sorpresa. Bene per Matteo che sia nato il caso Bernardes

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Jannik Sinner ha subìto una dura lezione dal miglior Tsitsipas che io abbia mai visto. Il greco non sembrava neppure lontano parente di quello visto con Fritz. Il tennis è così, nessuna giornata è davvero mai uguale all’altra.

Lo testimoniano del resto la maggior parte dei confronti diretti fra i grandi giocatori. Una volta vince uno e un’altra volta l’altro, se i livelli sono lì lì e oscillano di poco a seconda della giornata di vena del giocatore A o di quello B.

Per questo può accadere che i bookmakers, che avevano dato per favorito Sinner, prendano un granchio, anche se loro hanno sempre modo di coprirsi e di conseguenza guadagnano sempre.

Io invece non avevo nulla da…coprire e così come ho azzeccato il pronostico di Berrettini su Monfils – e avrei dubitato di quello all’inizio del quinto set – ho sbagliato quello di Sinner Tsitsipas.

Ma Tsitsipas era in quella che i tennisti chiamano “The Zone”, gli riusciva tutto. Sparava dritti che pareva il miglior Sampras, ma ha giocato anche alcuni rovesci vincenti da far paura. Sempre sulla riga. Mats Wilander ha fatto vedere un grafico su Eurosport-Discovery secondo cui Tsitsipas ha colpito il 67% per cento delle palle quando erano ancora in ascesa, mentre salivano. E Stefanos non si limitava ad anticipare tutto. Ma tirava fortissimo, spesso di controbalzo. Colpi debordanti sui quali Sinner non riusciva a opporsi e tantomeno poteva tentare di prendere l’iniziativa. Il pallino del gioco è stato costantemente nelle mani del greco.

E Sinner ha mostrato senza tema di smentita quanto ancora oggi lui sia migliore come attaccante in pressing da fondocampo rispetto al difensore costretto ai recuperi. Non è ancora Djokovic, insomma, e neppure Nadal. Difficile intuire se potrà diventarlo, anche se a occhio ad oggi il suo fisico sembra meno elastico rispetto a Nole, meno possente rispetto a Rafa.

Ma lui, dopo aver detto per primo “Mi ha dato una lezione” è un tipo che ha voglia di imparare, che lavora per imparare, che ha le qualità per imparare. Quindi imparerà certamente. Quanto potrà migliorare però, e fino a che punto, nessuno può saperlo.

Ma restiamo sui fatti: a 20 anni non sono tanti quelli che giocando solo 9 Slam hanno raggiunto 2 volte i quarti di finale, se è vero che dai tempi di del Potro (2008-2009) non c’era più riuscito nessuno. Sono trascorsi più di una dozzina d’anni.

Quindi seconda me ci vuole pazienza. Non è il caso di decretare sentenze negative, come è tipico dei leoni da tastiera. Il fatto che Jannik sia perfettamente consapevole per primo di dover fare tanto lavoro per migliorare tutti gli aspetti del suo gioco, garantisce che si applicherà per curare tutti i dettagli necessari per arrivare dove vuole. Chi gli sta accanto oggi e chi affiancherà il team Piatti domani lo aiuterà a farlo. Intanto lui ha confermato che qualcuno noto arriverà “Io so chi è ma non posso dirlo”. Io non credo che possa essere McEnroe. Almeno non John. Patrick? Boris Becker? Se ne dicono tanti. Per quanto mi riguarda spero solo che non si tratti di una mossa di marketing. Francamente Riccardo Piatti non mi sembra tipo portato a quel genere di mossa. Vedremo.

Tornando alla difficoltà di indovinare i pronostici di una partita fra due top-ten, vi chiedo: ma quanti avrebbero pensato che Aliassime fosse in grado di impensierire o addirittura battere Medvedev dopo il 6-4,6-0 patito dieci giorni fa in ATP Cup, o i tre set a zero della semifinale dell’US Open?

Eppure Aliassime ha vinto i primi due set, ha avuto il matchpoint sul 5-4 nel terzo – che Daniil gli ha annullato con una bomba di servizio a 216 km orari – e poi ha cancellato 3 pallebreak importanti anche nel quinto set. Se vinceva Aliassime, come poteva benissimo per un centimetro o due, tutti quelli che avessero dato per scontata la vittoria di Medvedev, avrebbero sbagliato pronostico. Sì, lo avrebbero sbagliato, ma…sarebbe stato giusto sbagliarlo…se capite quel che sto provando a dire.

E i tre set a zero di Shapovalov a Zverev qualcuno li aveva previsti?

Tornando a Tsitsipas…ma che dritti ha tirato? Impressionanti. Perché di fantastici rovesci ne avrà tirati 5 o 6, ma di dritti vincenti e in tutti gli angoli, davvero tanti. Vorrei averli contati.

Nel singolare femminile …non ne parliamo. Abbiamo visto arrivare nei quarti la n.115 Kanepi che dopo aver fatto fuori Kerber e Sabalenka ha messo in difficoltà anche la Swiatek e nella stessa metà tabellone la n.30 Collins e la n.61 Cornet che, a 32 anni, non si era mai spinta così lontano in uno Slam.

E anche nella metà superiore del tabellone, a parte la n.1 Ashley Barty che fino alla semifinale ancora da giocare con la Keys ha letteralmente passeggiato, proprio la Keys n.51 WTA – sia pur finalista d’un US Open – ha eliminato via via la campionessa 2020 Kenin, la Wang che aveva sopreso la Gauff, per lasciare 4 game a Badosa e 5 a Krejcikova. Erano forse pronostici prevedibili?

Allo stesso modo come si fa a pronosticare il vincitore del duello Nadal-Berrettini? Lo si fa con un atto di fede perché Matteo è sembrato fisicamente e mentalmente in una condizione eccezionale, mentre Rafa non ha giocato benissimo contro uno Shapovalov piuttosto sciupone?

E perché Rafa, a 35 anni, potrebbe non aver recuperato altrettanto bene che Matteo, lo sforzo di 5 set molto duri in condizioni climatiche più pesanti?

Se mi sbilanciassi in tal senso e Matteo perdesse, ecco che salterebbero fuori i soliti del senno di poi a sentenziare la “scelta provinciale di Scanagatta”.

Stessa critica verrebbe rivolta a un mio collega spagnolo che avesse pronosticato la vittoria di Nadal e avesse invece vinto Berrettini.

Ho già scritto nell’ultimo editoriale che il dritto mancino di Rafa sembra fatto apposta per …crocifiggere Matteo sul suo rovescio che non vale nemmeno da lontano, nonostante i progressi, quello di Roger Federer.

E anche che Matteo dovrà forzarsi a giocare… contro natura perché il suo dritto a sventaglio prediletto, quello di solito indirizzato nell’angolo sulla sinistra dell’avversario, non potrà giocarlo con la stessa insistenza.

E, infine, che anche al servizio dovrà cercare gli angoli opposti a quelli che è abituato a cercare. Qualcuno può immaginare se pure dovendo comportarsi così Matteo riuscirà a mantenersi su percentuali di prime palle più vicine all’80 per cento che al 65%?

Sarà “in the zone” come Tsitsipas cui tutto riusciva? E se Rafa riuscirà a rispondere anche al 70% dei servizi di Matteo, poi Matteo riuscirà a chiudere con il secondo colpo il punto, pur tirandolo dalla parte opposta rispetto a quella cui è abituato a fare, onde evitare di esporsi ai missili mancini di Rafa?

A tutti questi interrogativi è impossibile rispondere con cognizione di causa da decine di migliaia di chilometri di distanza, senza conoscere il meteo e, al momento, neppure l’orario di gioco. Per non parlare delle condizioni fisiche dei due contendenti.

Un piccolo vantaggio per Matteo può essere quel che è successo fra Nadal e Shapovalov. Sia che avesse ragione oppure torto a lamentarsi il canadese per via dei tempi dilatati e oltre i 25 secondi regolamentari concessi dall’arbitro Carlos Bernardes a Rafa fra un punto e l’altro, chiunque arbitrerà Nadal-Berrettini, sarà inevitabilmente più fiscale.

Nadal è stato spesso accusato di prendersi più tempo del dovuto. Se il codice di condotta è stato pensato e istituito per via delle intemperanze di Ilie Nastase e John McEnroe, l’orologio segnatempo è stato messo per Rafa Nadal e pochi altri.

Nel 2015 Carlos Bernardes affibbiò qualche warning per “time violation” a Nadal. Nadal non gradì e fece quel che facevano un tempo le squadre di calcio più potenti: chiede di non essere più arbitrato da Bernardes.

Vittima della ricusazione Bernardes rischiò di perdere la possibilità di arbitrare tutte le finali dei tornei più importanti sulla terra rossa, dove quasi sempre c’era Nadal fra i duellanti.

Quando in una conferenza stampa di un Roland Garros di qualche anno fa io dissi a Rafa che l’opzione di poter ricusare gli arbitri non mi sembrava assolutamente giusta da esercitare il suo media manager non gradì e mi dette del provocatore.

Forse me lo direbbe anche adesso se io sostenessi pubblicamente, e lo faccio come potete vedere, che adesso Bernardes potrebbe essere un po’ condizionato da quanto successe. Probabilmente è anche quel che ha pensato Shapovalov. Penso anche che, così come le squadre di calcio più importanti, negano che un arbitro possa essere condizionato dal loro maggior peso mediatico e politico, Bernardes non ammetterà mai di aver un occhio di riguardo per i giocatori più importanti.

Di certo comunque, Bernardes, non arbitrerà Berrettini-Nadal

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