Nove ragioni per avere fiducia in Berrettini

Editoriali del Direttore

Nove ragioni per avere fiducia in Berrettini

US OPEN – Schwartzman e Rublev, le sue vittime più forti, non valgono Monfils. Però nove motivi d’ottimismo non sono pochi. E Federer e Nadal con i prossimi avversari? 7-0! Osaka delude, Serena Williams sempre più favorita

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

da New York, il direttore

Un ottavo di finale e un quarto, fra Wimbledon e US Open, non si raggiungono per caso. I sette giocatori battuti: Bedene (85 ATP), Baghdatis (135), Schwartzman (24), Gasquet (36), Thompson (55), Popyrin (105), Rublev (43). Uno con Bedene e due con Schwartzman a Londra, uno con i primi tre qua a New York: totale set vinti 21, persi 6. È stato bravo, bravissimo. E non sfortunato nei sorteggi, almeno con il senno di poi.

Ecco: più che i nomi dei giocatori, con Schwartzman che qual n.24 è stato la più alta “vittima” nel ranking ATP (e non è proprio un “erbivoro”) e che quindi in fondo sulla carta Matteo era quasi tenuto a battere, sono altre ragioni che mi infondono fiducia sulle sue possibilità e prospettive, a prescindere dal fatto che almeno un giocatore, Rublev, dominato per due set e mezzo, vale molto più della sua classifica ed è certamente il risultato più probante fra i sette realizzati da “Berretto”. Informarsi presso Federer, Tsitsipas, Kyrgios. Non dei pisquani qualsiasi. La sua è stata una prestazione quasi perfetta, almeno per due set e mezzo.

 

Ho accennato ad altre ragioni che mi infondono fiducia e provo ad elencarle in ordine sparso, non fate caso alle lettere alfabetiche:

a) L’autorevolezza con la quale ha vinto la stragrande maggioranza delle partite.

b) La qualità del tennis espresso che ha impressionato tutti i media: servizio e dritto devastanti, rovescio (anche slice) enormemente migliorato, timing eccellente nella scelta dei drop-shot accompagnata anche da un’ottima mano tanto di dritto che di rovescio, buona copertura a rete nelle rare discese di cui ha avuto relativo bisogno soltanto perché il punto lo fa quasi sempre o con il servizio o con il dritto, senza vere necessità di scendere a rete, anche se talvolta potrebbe provare a sfruttare l’effetto sorpresa.

c) Un buon approccio strategico alla partita e all’avversario. Diversamente da Camila Giorgi non si limita a dire “faccio il mio gioco”, anche se certamente esso è basato – come detto – principalmente su servizio e dritto. Difatti ha colto cinque punti importanti con Rublev grazie alla palla corta, e cinque punti non meno importanti su sei discese a rete. Infine al servizio ha variato costantemente angoli, più che le velocità. Ha sempre, infatti, cercato di tirare la prima. Nove ace non sono troppi, ma a quelli vanno aggiunte anche diverse “prime” vincenti o immediatamente o con il colpo successivo. Soltanto in sei o sette occasioni – ma sto cercando il pelo nell’uovo – ha scelto male. Era quando non era condizione di angolare o tenere profonda la palla e giocava il dritto, da destra, verso il centro, offrendosi in modo scoperto al dritto di Rublev che aveva gioco facile a chiudere il punto sul lato del dritto di Matteo che, nel tornare inevitabilmente verso il centro, lasciava scoperto l’angolo alla sua destra. Quelle volte Matteo avrebbe invece dovuto giocare o sul rovescio di Rublev oppure un colpo più interlocutorio, maggiormente liftato, che gli consentisse di recuperare il centro del campo.

d) La classifica: Matteo è virtualmente n.17, anche se i prossimi risultati di Wawrinka e Dimitrov potrebbero farlo retrocedere di uno o due posti. Comunque sia se uno è n.17 significa che risultati importanti li ha fatti anche in altri tornei e non solo in questi due ultimi Slam. Motivo per cui non ci si deve soffermare soltanto sui sette avversari battuti fra Wimbledon e US Open.

e) L’aspetto mentale, con la recente solidità mostrata nei frangenti decisivi. Salvo magari quelli immediatamente prima della fine, quando la prima di servizio lo abbandona un po’: è successo con Popyrin sul 5 pari del quarto set, con Rublev quando ha servito per il match sul 6-5 nel terzo e ha messo una sola prima su cinque perdendo il game di battuta a 15, e infine quando avanti prima di tre punti, poi di due nel tiebreak sul 5-4 con il servizio a favore e a due punti dal match ha messo in rete un dritto fiacco, facile facile, che non aveva mai sbagliato prima e non avrebbe sbagliato se non si fosse trovato in quella situazione. Ma, sia chiaro, se perde 23 partite con il matchpoint Federer, non tutti “regalati” sia chiaro, a maggior ragione può tremare il braccio di Matteo. Il quale, peraltro, con grande coraggio ha giocato tutto il resto del tiebreak, fin dalla smorzata vincente che gli ha dato il primo minibreak, ma davvero non dai primi due punti giocati con il servizio a favore, persi entrambi.

f) Il divario manifestato piuttosto chiaramente dal numero dei set vinti a confronto di quelli persi, segno di una sostanziale marcata superiorità.

g) L’età. Se a 23 anni i risultati sono questi, si può ragionevolmente supporre che migliorerà ancora. Quasi tutti i tennisti raggiungono l’apice della loro condizione, atletica e tecnica, intorno ai 27 anni. Non si vede perché lui dovrebbe rappresentare un’eccezione negativa, visto che ha oltretutto una più che discreta attitudine ad ascoltare e ad apprendere. E ha un’ottimo team attorno a lui. Non so, al riguardo dell’età, se possa o debba essere considerata un fattore significativo anche la circostanza che tutti i tennisti italiani siano per solito maturati tardi e che Matteo abbia raggiunto già questi risultati prima di chiunque altro nella storia del tennis italiano. Oltretutto mentre si profila all’orizzonte un Sinner che pare in grado di battere tutti i record di precocità nazionale, lui ha invece avuto – anche per via di un ginocchio ballerino – uno stop di sette mesi che ha rallentato la sua progressione. Non è neppure stato il miglior junior italiano. Ce n’era più d’uno migliore di lui. Quindi, senza essere stato un enfant-prodige, la sua progressione – sotto tutti i profili – è stata costante, rapida, quattro anni di… ”cottura” ma non rapidissima.

h) Il team. L’ho già accennato, ma non abbastanza. Il tennis resta sport individuale, ma oggi più di un tempo, la consistenza e compattezza di un team è assolutamente fondamentale. Non è piaggeria quella dei giocatori che, durante una premiazione, ringraziano la squadra che li sorregge. Ebbene non so se sia stato più intelligente o più fortunato, ma Matteo è circondato da persone molto, ma molto serie, preparate e motivate, affezionate, disponibili a tutto tondo. E direi anche più per simpatia umana che per interesse professionale. È partito bene, certo, perché sorretto da una famiglia di persone perbene, padre, madre, fratello, nonno (fiorentino e viola di affetti…), tutti di bei principi, di sicura educazione. Bastava sentirlo parlare già anni fa per capirlo. E la famiglia lo ha incoraggiato, seguito, con la giusta partecipazione, senza eccessi. Poi c’è il coach Vincenzo Santopadre che lo segue da nove anni, da quando lui aveva 14 anni.

La loro scommessa, perché a 14 anni, altro non è se ragazzino e coach puntano rischiosamente al professionismo, la stanno vincendo insieme. Non mi risulta abbiano mai pensato a divorziare. Una fiducia reciproca immensa, profonda. Non so poi chi abbia deciso per primo (la famiglia? Santopadre?) di fargli incontrare un uomo maturo capace di fargli da coach mentale, Stefano Massari (che oggi Matteo definisce uno dei suoi migliori amici anche se ha un trentina d’anni di più) già a 17 anni. Non è mica tanto normale – o almeno non lo era fino a pochi anni fa – che già a 17 anni un ragazzino avesse chi si occupava della sua psiche, del suo rapporto con la vita, anche fuori dal tennis, prima del tennis che ovviamente recita una parte importante e va saputo gestire fuori dal campo e dentro il campo. Ricordo di aver letto che a Matteo sono stati fatti leggere certi libri, Hemingway (Il Vecchio e il Mare), vedere certi film (Tarantino e altri) e si è cercato di costruirgli una cultura e una sensibilità per tutto quel che lo circonda. Magari questo fosse stato fatto in passato con altri giocatori italiani che si sono rivelati di una ignoranza abissale.

Mi chiedo infatti: quanti giocatori italiani hanno compiuto questo tipo di percorso? Forse d’ora in poi lo faranno, ma fino a ora l’hanno fatto in pochi. Certo, ci vogliono anche mezzi di partenza per potersi permettere tutto ciò. Ma anche una sana cultura, Oggi il problema dei mezzi economici per Berrettini, che comunque di famiglia non credo sia stato mai stato in severe difficoltà, è superato: solo in questo torneo il premio dei quarti è 500.000 dollari, 424.000 euro. C’è chi non li guadagna in una vita. Anche se ho deviato dalla questione tecnica per accennare al “mentale” un sicuro contributo ai risultati di Matteo lo sta dando anche Umberto Rianna, da tempo uno dei migliori coach in forza alla federazione. Era cresciuto da Bollettieri, si era occupato di Starace, ha fatto tante esperienze, è bravo. E’ serio, E in questo caso occorre dare merito anche alla FIT che lo ha messo a disposizione del team Berrettini. Va dato a Cesare (leggi FIT) quel che è di Cesare.

Last but not least mi sembra proprio una persona carina, oltre che una bella ragazza, anche l’attuale ragazza di Matteo, Ajla Tomljanovic che ho incontrato poco dopo l’exploit di Matteo e mi ha detto “ha vinto lui, non io, quando vinco io rispondo a tutte le tue domande”, dopo di che mi ha detto soltanto che nel frattempo una quindicina di parole italiane le ha imparate. Molte sono quelle che possono servirle a ordinare il menu a un ristorante italiano, ma naturalmente c’è anche la parola “amore” e derivati. Certo, nella mia testa sarebbe frullata una domanda che non le ho fatto: ma come si può essere innamorati di uno come Kyrgios e poi di uno come Matteo? Mi sembrerebbe che due tipi più diversi di loro due non esistano al mondo. Poi mi sono detto due cose; la prima: non sono fatti miei; la seconda: vai a capire le donne!

i) Spero di non avere dimenticato nulla e di non avervi annoiato troppo. Non avevo dubbi che Monfils avrebbe dominato Andujar che fa tutto benino ma gli manca il colpo vincente. Per Matteo “La Monf” figlio di un padre delle Guadalupe e di una madre della vicina Martinica, sarà decisamente l’avversario più tosto fra tutti, perché oltre che ex top-ten (n.6 nel luglio 2016) e attuale n.13, 33 anni appena compiuti, Gael ha certamente anche una grande esperienza. Già undici anni fa (2008) era stato semifinalista al Roland Garros, nel 2016 aveva conquistato lo stesso traguardo qui. Perse un match molto discusso con Djokovic, quando fu accusato di scarso impegno. Ma era semplicemente stanco. Altre due volte qui aveva perso nei quarti. Traguardo raggiunto anche in Australia. Di Berrettini ha detto cose scontate: “Per prima cosa ha un gran servizio (cosa che Andujar non aveva… n.d.ubs), ma è anche un grande atleta per un uomo della sua altezza, si muove bene”. Conteranno di più l’esperienza o dieci anni di meno e la maggior fame di successo?

Prima di chiudere osservo che come avevo facilmente previsto Nadal ha spazzato via Cilic, anche se ci ha perso un set per la prima volta nel torneo. Ma ha dominato gli altri. Ero convinto anche, come lo stesso Nadal del resto (lo ha detto lui), che Schwartzman avrebbe avuto ragione di Zverev, ancora alle prese con troppi problemi (il vecchio agente che gli fa causa, il nuovo agente che deve gestire, il cuore che ancora soffre per la relazione mal conclusa, soprattutto il padre che ha un brutto male). L’argentino ha perso il primo set ma vinto bene gli altri. La situazione adesso è che Federer stasera gioca contro Dimitrov che ha battuto sette volte su sette e Nadal giocherà domani contro El Peque, l’argentino rappresentante principe dei super-brevilinei, dopo averlo battuto sette volte su sette. Già, anche lui. Roger e Rafa, i due grandi rivali insomma, marciano proprio su cammini paralleli. Si dice sempre che tutto può succedere, e anche Goffin dopo sette sconfitte a Londra 2017 batté finalmente Federer, ma insomma chi siano i grandi favoriti è chiaro a tutti.

Una curiosità: Schwartzman era convinto di dover affrontare Berrettini. “Sì, al 100%: sul megaschermo dell’Ashe facevano vedere i setpoint e il matchpoint di Berrettini e Rublev, ho visto che l’italiano aveva vinto e allora si sono detto: ‘Ok, il prossimo è Berrettini, ci ho perso a Wimbledon con tre matchpoint, ora ce l’ho davanti di nuovo…’. Invece ho Rafa. Cosa fare per batterlo? Beh, basta tirare molto forte sulle righe!. Mi sa proprio che El Peque, il piccoletto, avrebbe preferito incontrare Berrettini.

Due parole infine sul torneo femminile, orfano a metà settimana dei commenti del nostro esperto AGF che è tipo bello testardo e non c’è verso di convincerlo che un commento potrebbe – anzi dovrebbe – essere fatto anche a metà Slam a mo’ di bilancio di metà percorso.

La sconfitta di Naomi Osaka con la sua bestia nera Bencic che l’aveva già battuta due volte quest’anno era, se non prevedibile, quantomeno ipotizzabile. Così la piccola, piccolissima Svizzera, un Paese che non è più grande di Lombardia e Piemonte, ha tre giocatori nei quarti, Bencic e i soliti due, Federer e Wawrinka. Tutti, anche Bencic che giocherà con Vekic sopravvissuta a un matchpoint con Goerges, hanno buone chances di raggiungere le semifinali. Wawrinka gioca alla pari con un Medvedev forse provato, Federer come detto ha un Dimitrov sempre battuto. Se tutto questo accadrà uno svizzero sarà certamente in finale nel maschile. E Bencic giocherà magari le sue carte, dopo Vekic, con chi vincerà fra Mertens e Andreescu (vittoriosa su Townsend 6-1 4-6 6-2).

Ma di campionesse capaci di vincere uno Slam (anzi 23) ce n’è una sola. Serena Williams che non credo possa perdere dalla cinese Wang Qiang. Serena potrebbe semmai soffrire in semifinale chi vincerà fra Svitolina e Konta con l’ucraina fidanzata di Gael Monfils nettamente favorita per aver vinto tutti e tutti i precedenti duelli. Dai tempi dei fidanzatini Connors e Evert che nel ’74 vinsero entrambi Wimbledon, non mi pare ci sia stata più una altra coppia che abbia fatto tanta strada nello stesso Slam, perché Agassi e Graf che vinsero Parigi nel ’99 non stavano ancora insieme. Ma magari mi sono perso qualcosa e conto sul fatto che i lettori ci aiuteranno a ricordare altri flirt di successo. Ma adesso la prima favorita sembra Serena. Meriterebbe lo Slam n.24. Con tanti saluti al reverendo Court.

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Djokovic, fenomeno in corso da 12 anni, pronto al sorpasso su Federer e Nadal

EDITORIALE – La corsa alla conquista di più Slam è viva. Gli ultimi 13 tutti ai Big 3. Djokovic ha più chance di chiudere la carriera da top Slam-winner. La ricerca della perfezione la chiave dei successi dei campioni

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Ragazzi non si è fenomeni per pochi giorni. Quando lo si è, lo si è per anni, se non per sempre. Gli ultimi 13 Slam sono stati vinti tutti dai Fab Three: 5 da Djokovic, 5 da Nadal e 3 da Federer, dopo che 14 Slam fa Stan Wawrinka vinse l’US Open 2016 sorprendendo Djokovic. Da allora Nadal ha vinto 3 Roland Garros e 2 US Open, Federer ha vinto 2 Australian Open e un Wimbledon, Djokovic ha vinto 2 Australian Open, un US Open e 2 Wimbledon. Agli altri, compreso il validissimo e valorosissimo Thiem che non è più un bambino con i suoi 26 anni, non sono rimaste che le briciole. Il ragazzo di Vienna, dopo essere stato in campo quasi 12 ore nei suoi ultimi tre match, è fermo al palo di tre finali di Slam senza aver ancora provato la gioia di vincerne uno. Prima o poi ci riuscirà, ma intanto neppure questa volta che si è trovato avanti per due set a uno, è riuscito nell’impresa che sogna fin da bambino.

E sì che Djokovic non sembrava in serata straordinaria nel secondo e terzo set – ha raccontato di essersi sentito come svuotato di ogni energia e sia pure senza diventare preda del panico si è fortemente preoccupato “Non riuscivo a spiegarmi che cosa avessi” – pareva impaziente, perdeva gli scambi più lunghi come a lui non capita quasi mai, aveva un atteggiamento decisamente negativo. Guardava il suo angolo, allargava le braccia, si faceva ammonire due volte di fila per “time violation”, chiedeva un medical time out che gli serviva più per ritrovare la giusta concentrazione che perché avesse davvero qualcosa da curare. Parlando con Luca Baldissera in tribuna gli ho detto: “In questo momento dovessi scommettere lo farei su Thiem”. E lui annuiva. Meno male non ho scommesso!

Chi non conosce Nole e la sua storia, avrebbe quasi potuto pensarlo rassegnato, in certi momenti. L’iniziativa era stata quasi costantemente di Thiem. Che ha avuto anche la palla break del 2-1 nel quarto set (“Forse se l’avessi convertita adesso sarei qui a parlarvi da vincitore del torneo”), ma Novak ha improvvisato a quel punto un serve&volley ed è venuto coraggiosamente a prendersi il punto a rete. Thiem non può rimproverarsi nulla. Ha lottato come penso che meglio non potesse e se nel finale era un po’ stanco e meno incisivo – ripenso al dritto in rete proprio gratuito sulla palla break del quinto set che gli avrebbe consentito di recuperare il break appena subito nel terzo gioco, quella del possibile 2 pari – beh vorrei vedere chi non lo sarebbe stato dopo le quasi 12 ore di lotte davvero intensissime anche – se non soprattutto – sotto l’aspetto mentale. E ha ragione Dominic a sottolineare -senza lamentarsene apparentemente e anche se non è il primo e l’unico a pensarla così – che “non c’è mai stata una situazione unica come questa nella storia dello sport, tre giocatori che sono probabilmente i migliori di tutti i tempi e giocano nella stessa era”. Non ha aggiunto “Accidenti che sfiga!” perché è un ragazzo troppo beneducato.

 

Quando vidi Novak Djokovic qui nel 2008 battere Jo Wilfried Tsonga e vincere il primo Slam non avrei mai immaginato che avrebbe vinto 8 volte questo stesso Slam nell’arco di 12 anni. Si vedeva che, a 20 anni e 8 mesi aveva le stimmate del campione, questo sì, ma non si poteva immaginare che avrebbe vinto 17 Slam. Anche perché in giro c’erano già un certo Roger Federer e un certo Rafa Nadal. Però – i lettori più affezionati di Ubitennis mi saranno testimoni – da qualche anno ho scritto su questo sito che vedo Djokovic in grado di chiudere la carriera con più Slam di chiunque altro.

I tifosi di Federer e di Nadal non me lo hanno mai perdonato. E non lo faranno neppure oggi. Ma se Djokovic non ha perso oggi che sembrava quasi spacciato, e per la prima volta si è trovato sotto due set a uno in una finale di Slam e ha rimontato, quando perderà a breve? A Parigi da Nadal, a Wimbledon da Federer ci sta… ma forse quest’anno, mica anche nel 2021.

Ricordo che qualcuno mi irrise quando Nole, dopo aver vinto finalmente al Roland Garros nel 2016, entrò in una profonda crisi. Ricordate Pepe Imaz, il divorzio da Becker, i primi problemi con Vajda che con Imaz non si intendeva per nulla? Insomma le mie previsioni di allora si scontrarono con quelle situazioni imprevedibili. Io mi aspettavo che Nole potesse vincere almeno un altro Slam quell’anno. Invece quel secondo semestre fu dominato da un Andy Murray quasi ingiocabile. Lo scozzese non si limitò a vincere il suo secondo Wimbledon, ma gli soffiò alla fine – battendolo alle Finals di Londra – anche il n.1 del mondo. Quel percorso che avevo pronosticato ripetutamente vincente si si arrestò bruscamente. E a lungo. La crisi durò quasi un anno, da Parigi a Parigi compresa, quando al Roland Garros del 2017 Nole perse nei quarti dal nostro Cecchinato.

Dopo di che decise di andare a rilassarsi, a ossigenarsi sul Monte Saint Victoire insieme a sua moglie. Lo avremmo saputo soltanto all’US Open. Nel frattempo, con sua grande sorpresa, lui aveva già rivinto Wimbledon e ricostituito il sodalizio vincente con Marian Vajda. Ora – augurandogli che non ricada in un’altra crisi a oggi del tutto imprevedibile – mi pare che sia tornato il Djokovic che io credevo avrebbe continuato a vincere il maggior numero di duelli sia contro Federer sia contro Nadal, incrementando la propria leadership. Questo anche se con Thiem non mi ha convinto proprio appieno. Non avesse quella tigna infinita… Quel terzo set – e non potevo conoscere i suoi problemi di assenza di energia – non era da lui. Sembrava si sentisse obbligato a chiudere il punto alla svelta, lui che fa della pazienza e della regolarità su ritmi alti una delle sue prerogative.

Chiarisco ai tifosi dei tre Fab: pensatela come volete, ma vi assicuro che io non faccio il tifo per nessuno. Vinca il migliore. Ma come già nel 2016 penso che nei confronti di Roger 6 anni di differenza siano un grande gap. Quanti mai Slam potrà vincere ancora Roger? Uno, due, chi crede davvero che possa vincerne ancora tre? Io no. Rispetto all’altro big, a Rafa Nadal, Novak ha oggettivamente tutta un’altra struttura e condizione fisica. È fatto di caucciù, si allunga come Tiramolla, non si spezza mai. Nadal non riesce invece a giocare 11 mesi di fila senza avere qualche serio problema. E poi Nadal oggi come oggi che è meno agile e scattante di un tempo, mi sembra un po’ meno completo per lottare ad armi pari su tutte le superfici. È ancora il più forte sulla terra battuta, una spanna sopra tutti, ma sul cemento e sull’erba mi sembra un filino inferiore a Novak. Se ha un tabellone duro – cosa che ad esempio non gli è capitata all’US Open 2018 – alle fasi finali qualche rischio lo corre. Lo ha corso anche con Daniil Medvedev al quinto, in finale, dopo che Berrettini era stato capace di impegnarlo soltanto nel primo set.

Ora non ci resta che attendere il prosieguo della stagione. Vincere 8 Australian Open e 17 Slam è un gran bell’exploit. Se vincesse ancora uno o due Slam quest’anno e altri due l’anno prossimo voi sareste davvero sorpresi? Io no. E in tal caso un Federer che non trionfasse a Wimbledon – per me è l’ultima spiaggia per lo svizzero anche se spero di sbagliarmi – sarebbe raggiunto; un Nadal che conquistasse soltanto il 13° e il 14° Roland Garros nei prossimi due anni idem. Lo so che sono discorsi scritti sulla sabbia vicino alla risacca, chiacchiere da bar, ma non dovrei riferirvi le mie sensazioni se ce le ho, solo perché non sapendo cosa può accadere domani non è serio azzardare nessuna ipotesi per il biennio a venire? Come ho scritto tante volte, io queste sensazioni su un giornale non le scriverei. Su Ubitennis mi sento di scrivere a ruota libera, come si fa tra amici, e in questo discorso includo anche tutti i commentatori… pur sapendo di invitare a nozze coloro che non la pensano come me e esponendomi dunque al pubblico ludibrio in caso io prenda un granchio. Come è possibilissimo.

Intanto vi riferisco l’inizio della conferenza stampa di Djokovic perché per quanto il moderatore avesse inteso dare per primo la parola a Joel Drucker di Tennis Channel (l’avrete forse visto nel video che abbiamo registrato per Ubitennis.net dopo la vittoria di Sofia Kenin su Garbine Muguruza) Novak invece ha voluto che fossi io a rivolgergli l’ormai rituale “Not too bade dar vita ormai a un siparietto che sta diventando quasi un rito. Nole voleva che io dicessi quel “Not too bad” che in realtà un anno fa era stato lui a pronunciare – “Vai avanti dai…” diceva sorridendo. Ecco il video.

E che Novak continui ad imparare lo dimostra quanto è successo nel quarto e quinto set, come racconta lui stesso: “Il match poteva avere anche un esito diverso, hanno deciso pochi punti. Ho fatto serve&volley quando ho dovuto fronteggiare palle break nel quarto e nel quinto set. Ha funzionato in entrambe le occasioni. Poteva andare diversamente. Il serve&volley non è un modo di giocare cui io sia abituato. Non lo faccio spesso. Ma mi sono reso conto che può essere una scelta tattica importante in quelle circostanze e sono davvero felice che ha funzionato”.

È la cura continua dei dettagli che i fenomeni hanno nel sangue a fare la differenza con i giocatori normali, quelli che fenomeni non sono. La ricerca continua della perfezione è ciò che Djokovic, Federer e Nadal sentono e vivono naturalmente da quando hanno preso la prima racchetta in mano. E possono avere vinto 17, 19 oppure 20 Slam e nulla cambia. Loro vogliono sempre migliorarsi, fare meglio, vincere di più. Forse Djokovic, come dice Mats Wilander, ha avuto un vantaggio rispetto a Federer. Quello di avere davanti ai suoi occhi, sui campi da tennis, un modello da imitare e cercare di superare. Anche per Nadal c’è stato quello stimolo, Federer aveva cominciato a vincere prima di lui. Alla fin fine il compito più difficile l’ha avuto proprio Federer: ha dovuto cercare la perfezione anche se era il n.1 e non c’era davvero nessuno davanti che lui dovesse superare, sudando, lavorando duro, limando i dettagli.

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Editoriali del Direttore

Sofia Kenin: non è un caso che le figlie di immigrati coronino il loro American Dream

I casi Kournikova, Sharapova hanno fatto scuola. Ma anche Osaka e Andreescu ripercorrono strade a suo tempo vissute da Agassi, Chang, Sampras. E poi l’altezza non è quel fattore determinante che si credeva. Lo dicono i successi di Halep, Andreescu, Barty e ora Kenin negli ultimi 4 Slam

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Sofia Kenin e Alex Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Da Melbourne, il direttore

In casa la chiamano Sonia, sui documenti c’è scritto Sofia e allora chiamiamola pure Sofia come suggerisce papà Alex che le fa da coach fin da quando lei, bambina, veniva immortalata dalle foto di Art Seitz e diceva sempre: “Voglio diventare la n.1 del mondo”.

Ho mandato la registrazione di un’intervista che ho cominciato a fare al padre, raggiante, prima di venire circondato da parecchi altri colleghi.

 

Sofia non è ancora n.1 del mondo, qui era soltanto testa di serie n.14 e la Muguruza era appena n.34 – per i bookmakers l’accoppiata di queste due finaliste era pagata 750 a 1 –  ma intanto è n.7 dopo aver vinto a 21 anni e 80 giorni il primo Slam della sua vita, più giovane di pochi giorni rispetto a quando Naomi Osaka vinse questo stesso Slam un anno fa. Bianca Andreescu aveva vinto l’ultimo Slam prima di questo, a New York, a soli 19 anni.  La più giovane campionessa a Melbourne era stata Maria Sharapova, a 20 anni.

Come Sofia lo abbia vinto lo ha ben descritto nella sua cronaca Luca Baldissera, ma certo quel quinto  game del terzo set (sul 2-2), nel quale ha tirato con un coraggio che rasentava l’incoscienza tre vincenti di fila per risalire da 0-40 a 40 pari e poi mettere a segno un ace, seguito da un altro vincente, meriterebbe di essere conservato nella cineteca della Hall of Fame dove sono sicuro che prima o poi le faranno posto.

Aveva annullato due setpoint per set alla Barty, infrangendo il sogno degli australiani di vedere salire sul podio un loro connazionale – fra i maschi l’ultimo è stato Mark Edmondson nel 1976, fra le donne Chris O’Neill nel 1978! – non si è data per vinta quando ha perso il primo set 64, ma anzi ha finito dominando con un doppio 62 una Muguruza che avrebbe dovuto essere più esperta di lei, avendo già vinto due Slam, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017.

Invece Garbine –che ho implorato di tornare a sorridere e a parlare con il simpatico piacevole scilinguagnolo dei primi tempi (“La stampa è stata dura con me, non leggo molto, ma ho visto che un giorno si scrivono belle cose su di me e la settimana dopo brutte cose se perdi. Così sono meno entusiasta di come le cose vanno”) – che avrebbe dovuto comandare il gioco è riuscita a farlo solo per un po’, perchè Sofia ha cominciato a farle fare il tergicristallo, fino a lasciarla boccheggiante, senza fiato. Sofia ha vinto gran parte degli scambi più lunghi. Di quelli che hanno superato i 9 palleggi ne ha vinti 23 su 34.

“Ho servito male, molto male – ha detto Garbine ai colleghi spagnoli che le hanno dovuto ricordare con la massima delicatezza il doppio fallo che le è costato il break  del 2-4 (quando era ancora sotto shock per quei cinque vincenti sul 2 pari) e poi i clamorosi tre doppi falli dell’ultimo game, due consecutivi e il terzo (l’ottavo del match) poco dopo proprio sul matchpoint: – e tutto è diventato più difficile”.

Quei doppi falli nell’ultimo game mi hanno fatto venire in mente quei due che fece Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon 1992: Goran serviva sul 4-5, aveva seppellito Andre Agassi di aces (mi pare di ricordare fossero 37 ma magari sbaglio) ma al momento buono il braccio tremò e anziché confermare i favori del pronostico il croato che avrebbe vinto da wild card e n.125 del mondo Wimbledon 9 anni dopo, perse 64 al quinto. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina su Agassi vincitore del torneo. Andre era convinto di non poter giocare sull’erba e aveva saltato tre edizioni dei Championships.

Il percorso di Sofia Kenin (e anche di Amanda Anisimova, semifinalista a Parigi 7 mesi fa) somiglia moltissimo a quello di Maria Sharapova, e prima di lei Anna Kournikova che arrivarono alla corte di Bollettieri ancora bambine. I genitori di Sofia lasciarono la Russia per gli Stati Uniti nel 1987, poi tornarono a Mosca per far nascere lì Sofia. Tornarono poco dopo negli USA, in Florida, dove il padre le mise prestissimo una racchetta in mano e oggi dice che “Già a tre anni e mezzo mi resi conto che aveva un’attitudine per il tennis a dir poco straordinaria”.

Come Yuri Sharapov anche Alex Kenin è arrivato negli USA con poche centinaia di dollair in tasca. I sacrifici che questi genitori, queste famiglie, hanno fatto a lungo, per più di 10 anni influenzato la crescita e la maturazione delle loro figlie.  Guarda caso più motivate, grintose, tenaci,  di tutte le loro coetanee fin dalla più tenera età.

Sofia è stata n.1 americana under 12, under 14, under 16, under 18 “– ricorda con malcelato orgoglio Alex Kenin, padre e coach, nel giorno in cui, battendo la Muguruza 46 62 62, Sofia è diventata anche n.1 americana, scavalcando Serena Williams. Ed è l’americana più giovane a fare l’ingresso fra le top-ten proprio dall’epoca Williams, 1999.

E proprio battendo Serena Williams al terzo turno dello scorso anno al Roland Garros Sofia sentì di essere pronta ad imprese ancora più grandi: “Lì la fiducia nelle mie possibilità è cresciuta immensamente”.

Aveva vinto fino a ieri solo 3 tornei minori, Hobart, Maiorca e Guangzhou e negli Slam non era mai andata oltre gli ottavi, qui superati battendo Coco Gauff…anche lì dopo aver perso il primo set, ma dominando (63 60) secondo e terzo.

La sua grinta, la sua aggressività, mi ha ricordato quella di Jimbo Connors. “Nel tour lo sanno che io sono una che non molla, quale che sia il punteggio. Se mi vuoi battere devi davvero battermi”

Uno dei suoi primi estimatori, il famoso coach americano Rick Macci (ha allenato brevemente anche le Williams, la Sharapova) che di Sofia si è occupato un tantino anche se oggi nessuno ne fa più menzione, ha paragonato invece il suo timing sulla palla a quello di Martina Hingis (che tirava molto più piano, ma aveva un grande anticipo e dominò da ragazzina il tennis fino a che non fu soverchiata dalla potenza delle Williams, della Davenport.) Macci aveva ribattezzato la ragazzina “Mosquito”, per la rapidità di arrivare dappertutto e l’insistenza nel creare infinito fastidio a qualunque avversaria. Mosquito era anche il soprannome dato a Juan Carlos Ferrero…nel Paese della Muguruza. “Mosquito – spiegava Macci – perché è una che non ti dà tregua, ha questa forza mentale innata fin da che era bambina…”

“Sofia non è mai sbilanciata, colpisce la palla mentre sta ancora salendo e proprio perché non è troppo alta, può anticipare maggiormente i colpi, ti butta fuori dal campo e se si apre il campo non ti dà scampo. Poche ragazze hanno poi la sua mano nel giocare le smorzate”.

Per anni il tennis americano ha vissuto momenti di gloria grazie agli exploit di figli di immigrati, iraniani come gli Agassi, cinesi come i Chang, greci come i Sampras. E quando anche i figli di questi o si sono imborghesiti o si sono dedicati a sport meno costosi all’inizio e più ricchi per chi riusciva ad emergere, il tennis americano che in un certa fase storica degli anni Settanta aveva anche 40 top 100, è entrato in crisi. Dopo Andy Roddick e Blake, in pratica, non hanno più avuto campioni in grado di conquistare uno Slam. Forse l’unico top-ten, e di retrovia, è stato John Isner. Un po’ poco. E’ mancato il bacino costituito dall’immigrazione. Ragazzi (e famiglie) disposti a sacrifici enormi.

Piuttosto va osservato un altro fenomeno non proprio scontato. Anni fa si riteneva che anche le ragazze, così come gli uomini top-ten ormai sono quasi tutti più vicini al metro e 90 (e sopra) che al metro e 80, per emergere avrebbero dovuto essere amazzoni di grande statura.

Beh, a scorrere l’elenco delle ultime vincitrici di Slam non è proprio così;: la Barty che ha vinto il Roland Garros è un metro e 66 cm, la Halep che ha vinto Wimbledon è un metro e 68,  la Andreescu che ha vinto l’US Open è un metro e 70, la Kenin è un metro e 70 (scarsi secondo me biografie della WTA spesso barano un po’. L’altro giorno accanto alla Barty all’atto del sorteggio vicino alla rete, Sofia non sembrava più alta dell’australiana…).

Beh, insomma, questo dovrebbe dare speranze anche alle nostre ragazze italiane, troppe volte scoraggiate in partenza dall’altezza. Non faccio nomi per non mettere nessuna in imbarazzo, però quanto ho appena sottolineato non dovrebbe essere più un alibi per nessuna nostra giocatrice. Del resto Schiavone, Vinci, Errani erano – sono – forse giganti?

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Editoriali del Direttore

Thiem è stato molto più coraggioso di Zverev. Non avrà paura di Djokovic

MELBOURNE – Il serbo resta favorito, però non avrà dimenticato 4 sconfitte in 5 duelli con l’austriaco in crescendo di fiducia. Thiem ha vinto tutti gli ultimi tie-break: 3 con Nadal e 2 con Zverev

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Chi aveva più da perdere dalla semifinale che vedeva di fronte due giocatori che qua non c’erano mai arrivati? Thiem. Aveva battuto Nadal e non è mai facile batterlo anche se Nadal non è forse più il Nadal d’una volta. Zverev aveva superato un Wawrinka che era apparso decisamente in migliore condizione contro Medvedev.  Chi era più nervoso? Thiem (ma all’inizio anche Zverev). Chi ha il tennis più vario e piacevole fra Thiem e Zverev? Thiem. Chi aveva più chance di battere eventualmente Djokovic, fra Zverev e Thiem? Thiem. Chi è dunque meglio che sia arrivato in finale? Thiem.

Ma ora è lecito chiedersi… può Thiem battere Djokovic come gli è riuscito quattro volte delle ultime cinque? In teoria sì, anche se battere Novak sul cemento non è come batterlo al Roland Garros. E batterlo 3 su 5 non è come batterlo 2 set su 3.

 

Al Roland Garros mi sono trovato due volte in finale con il re del Roland Garros, che aveva vinto il torneo 10 e 11 volte… qui mi trovo di fronte al re dell’Open d’Australia che lo ha vinto 7!”. Dominic Thiem lo dice quando è ancora sul sul campo dove battendo Zverev in 4 set fa felice tutti suoi connazionali: fra Austria e Germania c’è da sempre una fortissima rivalità – dai tempi dell’impero austroungarico e la Prussia – e la si coglie perfino parlando con  i giornalisti dell’uno e dell’altro Paese. È più sentita che fra tedeschi e inglesi, fra neozelandesi e australiani, fra francesi e italiani. Thiem ha risposto brillantemente a McEnroe dopo che John (meno bravo a parer mio come giornalista ma più showman di Jim Courier che è invece un ottimo intervistatore) lo aveva stressato oltre il dovuto facendogli ripercorrere tutto il match appena concluso, obbligandolo a raccontare tutti i quattro set che sono durati 3 ore e 42 minuti. Vanno aggiunti alle 4 ore e 10 minuti di battaglia con Nadal, vale a dire 8 ore (meno 8 minuti) di corse furibonde, di massima intensità. Le quattro precedenti “vittime” Mannarino, Bolt, Fritz, Monfils lo avevano tenuto in campo oltre 10 ore e mezzo.

Se Thiem, di solito prevedibile e abbastanza scontato nelle interviste, diventa anche sagace nel parlare, beh il post Fab Four ha trovato un erede all’altezza. Sì perché i Fab Four non sono stati soltanto straordinari campioni, ma anche veri personaggi, dotati di grandissimo carisma. Fra i giovani della Next Gen – apro un inciso – forse quello che sembra avere più personalità, anche se talvolta pare un po’ arrogantello o presuntuoso, è Stefanos Tsitsipas. I due russi Medvedev e Rublev, più di Khachanov, sono anch’essi tipi abbastanza brillanti fuori dal campo, nelle interviste, anche se Rublev, che pure è capace di dire cose più coraggiose e meno politically correct di tanti colleghi, parla sempre tenendo gli occhi bassi, quasi mai guardando in faccia chi lo intervista. Torno su Thiem però…Certo, pur avendo 26 anni e non potendo quindi più essere definito propriamente un NextGen – chi non lo è però al cospetto di trentottenni, trentaquattrenni e trentatreenni che da 15 anni dominano il tennis? –  l’austriaco è competitor fisso fra i top 5 dal marzo 2019. Qui giocherà la sua terza finale in uno Slam, a conferma di una notevole continuità e qualità. Con tre dei Fab 4 ancora tutti più che attivi e competitivi, non è stato certo facile inserirsi nella fasi finali degli Slam.

Contro Djokovic, per averlo battuto quattro volte delle ultime cinque (dicevo sopra), Thiem avrà il vantaggio psicologico di chi non ha nulla da perdere, ma l’handicap di un giorno in meno di riposo, di molte più ore sul campo, la minore esperienza. Lui, per la verità, del giorno di riposo in meno non è sembrato preoccuparsene troppo. Fra i giocatori, merito anche della cura stakanovista di Bresnik – il coach che lo ha seguito per una vita, fino a quando è subentrato il cileno Nicolas Massu – è uno dei più preparati fisicamente. Alla domanda se il giorno in più di riposo per Novak fosse un grande handicap Dominic ha risposto serenamente: “Ci sono svantaggi ma anche vantaggi. A volte può essere anche un problema essere abituati a un giorno soltanto di stop e ritrovarsene due. Certo ho meno tempo per recuperare. Ma con l’adrenalina che ho accumulato e il resto sarà tutto a posto. Ho giocato due match molto intensi contro Rafa e Sascha, quindi magari ne risentirò, soprattutto domani. Ma farò i soliti trattamenti, giocherò un pochino domani e cercherà di essere al 100% domenica sera”.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zverev era da un lato soddisfatto della buona partita giocata, ma ovviamente assai deluso di aver perso. “Ho avuto troppe occasioni che non ho saputo sfruttare: 14 palle break (5 sfruttate e 9 no), due set point nel terzo set”. Li ha avuti sul 5-4 ma serviva Thiem che li ha molto ben annullati per la verità, con grandissimo coraggio e splendide esecuzioni. Un rovescio incrociato vincente sparato a tutto braccio, super spettacolare sul primo set point, poi un gran dritto sul secondo dopo essersi aperto il campo. Insomma, Thiem è stato molto più aggressivo del tedesco. Stasera, riuscendo a strappare il servizio 4 volte a Zverev sebbene il tedesco abbia servito percentuali spaventose di prime, addirittura il 92% nel primo set, l’81% di media nel match, Thiem ha confermato – dopo Indian Wells e Londra alla finali ATP – di non essere più soltanto uno specialista della terra battuta, e di essere diventato anzi un tennista davvero completo.

La vittoria di Indian Wells in finale su Federer è stata importantissima per la mia fiducia, anche se nel deserto californiano i campi sono abbastanza simili alla terra rossa: la palla rimbalza alta, una situazione perfetta per il mio gioco. Poi lo scorso anno nella stagione indoor in Asia ho fatto un grande passo avanti. Ho davvero sviluppato il mio tennis nella giusta direzione. Sono diventato più aggressivo, ho cominciato a servire e rispondere meglio. Mi sono detto ‘Se riesco a far bene indoor come alle finali ATP di Londra (dove ha sconfitto Djokovic; n.d.Ubs) perché non posso riuscirci anche sui campi in cemento?’ Da allora gioco bene anche sulle superfici più veloci”. Io credo che Thiem, vittorioso in tre tie-break su tre con Nadal e in due su due con Zverev, debba alla sua intraprendenza, al suo coraggio, alla varietà dei suoi attacchi, fin dalla risposta, la chiave dei suoi successi. Il tennis di Thiem non annoia, quello di Zverev, ad oggi troppo legato all’efficacia del servizio è certamente più monocorde. Cinque set di Thiem si guardano volentieri, cinque di Zverev un po’ meno.

Mentre seguivo la loro partita, che ha avuto momenti di grandissimo tennis, sia pur un po’ troppo a sprazzi, pensavo alle grandi rivalità di quest’ultimo decennio e mi chiedevo: ma mi piacerebbe vedere 40, 50 volte un duello fra questi due giocatori che certo rappresentano il futuro (abbastanza prossimo ormai) del tennis? Nadal, Federer, Djokovic, Murray non mi hanno quasi mai annoiato nelle loro sfide…Loro due? Ne parlavo con Chris Clarey del New York Times e con Simon Briggs del Daily Telegraph, miei vicini di posto nella Rod Laver Arena, quando entrambi hanno detto, sul finire del quarto set: “Great match, ma sopravviveremmo anche se non si giocasse un quinto set!”. Ecco, forse anni fa nel corso delle sfide fra Federer e Nadal, o gli altri due Big, invece avremmo sempre sperato di assistere al quinto set. E quelli giocati qui da Federer e Nadal nel 2017, o da Djokovic e Nadal nel 2012, sono rimasti leggende. Anche se il match andava avanti da 3,4,5 ore e 54 minuti! Pura nostalgia? Non c’è dubbio che il contrasto di stili che hanno offerto i Fab Four, e prima di loro Sampras vs Agassi, e a suo tempo Becker e Edberg, McEnroe e Borg o Lendl o Connors, rendeva più appassionante lo spettacolo.

Ripeto: Thiem si fa guardare volentieri. Cerca spesso soluzioni diverse, angoli inconsueti, varia il rovescio una volta coprendolo e un’altra tagliandolo, viene più spesso a rete di una volta per chiudere il punto, all’occorrenza gioca le smorzate. Ha fatto 23 punti su 27 quando è venuto a rete… mentre Zverev a rete non è ancora un top-player, ha fatto poco più del 70% dei punti a rete pur venendoci la maggior parte delle volte a punto quasi fatto: clamorosi alcuni smash sbagliati, compreso quello fatale del tiebreak del quarto set che avrebbe dovuto portarlo sul 3 pari. È anche vero che fra i due semifinalisti di questo venerdì caldissimo australiano ci sono quattro anni di differenza e non sono pochi. Nell’arco di quattro anni Zverev di sicuro farà ancora progressi e non si fermerà certo a una sola semifinale di Slam. E dico questo anche perché fra quattro anni dei Fab Four forse sarà rimasto in lizza soltanto Djokovic.

Adesso io mi auguro soltanto di assistere a una gran bella finale. Il miglior Thiem può giocarsela con Djokovic e i colleghi serbi, super patrioti e supertifosi del loro Nole, mi parevano parecchio preoccupati stasera. C’è anche la cabala a spaventarli: nessuno ha mai vinto l’Australian Open 8 volte. Temono che prima o poi l’incantesimo si spezzi. Chissà se sul divano, dove avrà assistito bello tranquillo al match di stasera, Djokovic si sarà un pochino preoccupato anche lui. Di certo avrebbe preferito affrontare Zverev. Novak sa che Dominic scenderà in campo domenica piuttosto sicuro del fatto suo: “Non sarà la mia prima finale di Slam – ha detto – e già nella finale del 2019 contro Nadal ho dimostrato di aver fatto grandi progressi rispetto a quella che giocai nel 2018…”. Insomma, cavalier senza paura, Dominator Thiem ha lanciato il suo guanto di sfida al vincitore di 7 degli ultimi 12 Australian Open.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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