US Open: la finale più probabile? Federer-Nadal

Editoriali del Direttore

US Open: la finale più probabile? Federer-Nadal

Dopo il KO di Djokovic e una notte di ‘buuh’ (discutiamone), la stanchezza di Medvedev, i complessi di Wawrinka, Roger che si sente di giocare fino a 40 anni (e a Torino fan festa), Rafa in gran forma, quale altra sennò? Pianeta donne: solo due Slam winner ancora in corsa

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Rafa Nadal e Roger Federer - Laver Cup 2019

da New York, il direttore

Quando la sera di Djokovic-Londero Nole disse che a un certo punto del secondo set non era sicuro che sarebbe riuscito a concludere il match, e a seguito di quella dichiarazione ho scritto che probabilmente Djokovic non era più il grande favorito di questo US Open, molti lettori di questo sito non ci hanno preso sul serio. Né Djokovic né il sottoscritto. Pazienza per il sottoscritto, ma Djokovic meritava più rispetto. Avevo anche scritto che anche un Djokovic all’80 per cento sarebbe bastato per Kudla, ma non per Wawrinka.

Voglio sperare che adesso coloro che hanno sostenuto, o anche solo pensato, che Djokovic facesse manfrina arrossiranno un po’. Come avrebbero dovuto arrossire coloro che a suo tempo ironizzavano sui ritiri di Nadal. Nessun grande campione mollerebbe mai uno Slam se potesse giocarlo al pieno delle proprie forze. Al tempo stesso l’orgoglio di questi campioni è tale per cui l’idea di perdere se non possono difendersi come vorrebbero li spinge al getto della spugna, piuttosto che a restare in campo a giocare in un modo che non è il loro. Eppoi, si sa, c’è sempre anche il fondato timore che il problema fisico si aggravi e prolunghi la convalescenza ritardando il ritorno in campo.

 
Novak Djokovic – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Avevo seguito così così il primo set, distratto anche dalla conferenza stampa di Medvedev che non mi volevo perdere, e quando sono salito sull’Ashe alla del fine primo set vinto 6-4 da Wawrinka, ho visto Djokovic salire 4-1 nel secondo e sentito un collega piuttosto esperto che era lì dal primo 15 e profetizzava: “Adesso Djokovic vincerà in quattro set!”. Beh, quasi come me quando dissi che Federer non avrebbe mai potuto battere Berrettini 6-1 6-2 6-2 quel giorno a Wimbledon.

Ho stentato quindi un po’ a rendermi conto che se Wawrinka sembrava aver sempre in pugno il pallino del gioco era perché Novak non riusciva a spingere la palla come al solito. Ma quando, dal 4-2, negli ultimi sei game di quel set ho constatato con i miei pallini e i miei geroglifici sul block notes che Wawrinka ha fatto 27 punti e Djokovic 13, beh non ho avuto più dubbi sul fatto che Nole non era Nole. Senza con questo togliere merito a Stan The Man che ha tirato dei rovesci lungolinea terrificanti anche dopo scambi per nulla elementari e su palle profondissime.

Quando Novak ha subito il break nel terzo game del terzo set ho subito detto al mio vicino: “Vuoi vedere che si ritira?”. Stavolta la previsione l’ho azzeccata. Mica le sbaglio tutte eh. Adesso ne farò un’altra che farà toccare legno a tutti i tifosi di Federer e Nadal. Secondo me il torneo si sta incamminando verso un nuovo straordinario atto finale dal titolo FEDAL. Sì perché francamente non mi pare di vedere nessuno in grado di battere Rafa nella metà bassa del tabellone, anche se i buoni giocatori non mancano, a cominciare dall’avversario di stanotte, Cilic, che ha pur sempre vinto un US Open, non dimentichiamolo. E poi Zverev potrà continuare a fallire in tutti gli Slam che gioca? Vedremo intanto come se la caverà con quel cagnaccio di Schwartzman che quando ti morde alle caviglie poi non te le molla.

Lassù più in alto, ma sempre in quella metà, il più pericoloso secondo me è Rublev, ma io spero che il russo perda da Berrettini – anche se non ci credo molto – e così il problema non si porrebbe. Invece né Monfils né Andujar batteranno mai Rafa. Quindi, dopo aver… gufato Nadal in finale (so per certo che c’è chi godrebbe un sacco se io mi fossi sbagliato e non mancherebbe di sottolinearlo finché campo… e a 70 anni il tempo stringe), ora passo a… gufare Federer, che pronostico in finale contro Rafa, ben sapendo che i pronostici li sbaglia soltanto chi li azzarda… Vecchio detto del Maestro Tommasi.

Se le prime due partite di Roger Federer non avevano granché convinto sulle sue condizioni, dopo che a Cincinnati aveva perso da Rublev e qui aveva perso il primo set dai modesti Nagal e Dzumhur, nelle ultime due è invece apparso in grande spolvero. Ha perso nove game in set set! Cinque con il britannico Evans (6-2 6-2 6-1), addirittura solo quattro con la testa di serie n.15 Goffin (6-2 6-2 6-0) che due anni fa lo aveva battuto alle finali ATP di Londra, anche se quella era stata l’unica vittoria del belga in nove match. Non più tardi del 18 agosto Goffin era in finale a Cincinnati e aveva perso di misura, 7-6 6-4 da Medvedev (il giustiziere di Djokovic).

L’aspetto più impressionante, anche se i record di Federer ormai non si contano più, è che lo svizzero si trova per la cinquantaseiesima volta nei quarti di finale di uno Slam, di cui 13 a New York come anche Andre Agassi. Dietro a Roger in questa particolare graduatoria ci sono Djokovic con 45 quarti di finale nei Majors, Connors 41, Nadal 39, Agassi 36. Ma Roger ha buone possibilità a questo punto di raggiungere la sua quarantaseiesima semifinale perché al prossimo round trova il redivivo bulgaro Grigor Dimitrov, oggi solo n.78, ma ex n.3 che ha superato l’australiano De Minaur in tre set. Federer lo ha battuto sette volte su sette.

Mi sembra difficile che perda. Lui che, dopo aver esclamato un “oh no!!” divertito quando Gary Sussman (il conduttore delle interviste in sala stampa) e ha annunciato “last two question, ultime due domande, first you (a un collega) e ultimo Ubaldo” (non so perché ma a me mi chiama sempre per nome). A quel simpatico e amichevole “oh noo!” di Roger ho reagito: “Ehi, hai paura?”. E lui, sempre sorridendo: “No, di te non ho paura, io ce l’ho solo dei ragni!”. Beh, anche questa è una notizia. Voi lo sapevate?

Successivamente Roger ha risposto lungamente alla domanda che gli ho poi fatto sui suoi 15 anni e la differente esperienza rispetto a Coco Gauff e della cui risposta avete ampia documentazione nella trascrizione firmata da Luca Baldissera.

Dimitrov aveva cominciato la stagione sul cemento perdendo dal n.405 Kevin King al primo turno di Atlanta.“Ho raggiunto i quarti all’US Open? Credetemi, nessuno è più sorpreso di me! ha detto facendosi una bella risata il simpatico Grigor. Precipitato al 78 del mondo, con questo risultato intanto è risalito nei top 50. Essere n.3, come dopo le vittoriose finali ATP del 2017, è un’altra cosa, ma va già molto meglio. Però di qui a battere l’Old Fed, ce ne corre. Lui più di Baby Fed non è mai stato. Anche perché l’Old Fed non pare aver alcuna intenzione di mollare: “Se riesco a giocare così, e non ho alcun malanno (if I keep being pain-free), non è impossibile che io continui a giocare fino a 40 anni. Uao, non l’aveva mai detto finora!

Sembra che a seguito di questa notizia a Torino per le finali ATP del 2021 siano già arrivate le prime pressanti richieste di biglietti. Ah ah, non è vero, è una fake news confessa, ma mi divertiva scriverla. Non mi stupirebbe tuttavia che qualcuno non ci abbia davvero già pensato. Di certo, organizzatori per primi, non saranno pochi a sperare in una presenza di Sua Maestà Roger. Il Pala Alpitour, tappezzato ovunque di striscioni della Barilla, con Rolex regalati ai giornalisti – (una volta usava farlo a Torino: chi era, Moggi agli arbitri? O era a Roma da casa giallorossa?) dovrebbe pensare a creare degli strapuntini.

Ma torno a bomba sul Federer probabile finalista (maledetti incisi!). Lo vedo vittorioso su Dimitrov e in semifinale. E lì o trova l’amico e (un po’) vassallo (psicologicamente eh) Wawrinka, che ha quasi sempre battuto, o trova Medvedev che già mi pare abbastanza alla frutta, è magro rifinito, ha vinto più di tutti quest’estate, ha ultimamente spesso accusato i crampi, è stato messo in difficoltà da Koepfer… Insomma se sopravvive a Wawrinka secondo me il russo arriva spento a Federer e Roger lo rimanda a casa. Vabbè, adesso tifosi di Rafa e Roger, fate tutti gli scongiuri che volete.

Roger Federer – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ci sono stati tanti “buuh” all’indirizzo di Novak Djokovic, all’uscita dal campo. Fra chi aveva pagato il salato biglietto (più di 20.000 spettatori) c’erano tanti che non si sono resi conto che Djokovic non era il vero Djokovic se non era più riuscito a difendersi dal 4-2 per lui (come dicevo, 27 punti a 13 per Wawrinka, uno più della metà in sei game), ma anche alcuni che avrebbero voluto che Djokovic giocasse fino in fondo il terzo set per non togliere soddisfazione a Wawrinka, il quale si è forse sorpreso ma ha in fondo capito. A nessun campione piace trascinarsi sul campo senza minime prospettive di successo. Prima di osservare che vincere l’US Open è bello, ma porta male al vincitore nell’edizione successiva, passo al capitolo Medvedev.

I “buuh” all’indirizzo di Nole sono stati all’acqua di rose a confronto con quelli rovesciati sulla testolina di Daniil Medvedev. Tanti “buuh”, molto più intensi, sono arrivati anche a Daniil che, battuto il sorprendente qualificato tedesco Koepfer, ha ripetuti gesti che sono apparsi sfottenti ai più. Il russo che l’altro giorno aveva mostrato il dito medio alla folla, sia pur nascondendolo con birichina furbizia dietro una tempia ma immediatamente smascherato dalle immagine televisive e di conseguenza prontamente multato (9.000 dollari), è un tipo con la testa dura. Anche nell’ultimo match, vinto in quattro set, Medvedev ha continuato a irridere il pubblico, anche se in sala stampa negherà di averlo fatto, ringraziandoli del tifo contro.

“Avevo perso il primo set e stavo sotto 2-0 nel secondo. I vostri fischi al mio indirizzo hanno stimolato la mia reazione, mi hanno dato le giuste energie per vincere, grazie, grazie” dichiarava con grandissima faccia tosta, ma tranquillo come una Pasqua, a chi lo intervistava sul campo. Inevitabile che si beccasse così una valanga di “buuuhh” e ancora “buuuh” fino a che è uscito dal campo. Ciò detto anche in questa vicenda, senza che lo si debba applaudire per come si è comportato non fraintendetemi – ha dimostrato di essere un tipo tosto, di personalità. Discutibile, ma pur sempre di personalità. E, tutto sommato, estroso nei suoi modi di protestare, come quando a Wimbledon lanciò tutte le monetine che aveva in tasca all’arbitro. Cose che non avevo mai visto fare a nessuno.

Daniil, che all’apparenza se lo incontri fuori dal campo e in sala stampa, ha la faccia del ragazzino perbene, educato, sorridente, simpatico, si è premurato di chiedere scusa per l’altro giorno, perché l’aver mostrato il dito medio era imperdonabile, ma poi ha ripetuto pari pari ancora il concetto espresso l’altro giorno, sia pur affermando – come quando ha caracollato con le braccia aperte muovendole come se volesse invitare il pubblico a scendere in campo – di aver stavolta voluto soltanto scherzare. Gli americani non hanno gradito. Forse non hanno lo stesso sense of humour dei russi.

Non ce ne hanno troppo neanche gli officials: Mike Bryan, uno dei celebri gemelli doppisti, è stato multato di 10.000 dollari. Che aveva fatto di così grave? Beh, a seguito di un presunto errore di un giudici di linea, aveva imbracciato la racchetta dalla testa, come se fosse un fucile, e aveva finto di sparare al giudice di linea. Nell’America di Trump, strenuo difensore delle armi e soprattutto di chi le fabbrica, mi è parsa una decisione ridicola, ma ammetto di non aver visto il video.

Chiudo questo solito mappazzone osservando che:

a) Coco Gauff e Cathy McNally (che per il momento sembra quasi avere più talento, soprattutto a rete, di Coco, ma ha due anni di più e fa meno notizia) hanno battuto sull’Armstrong che non aveva una sedia libera, le teste di serie n.9 del torneo, Melichar/Peschke, e in sala stampa hanno suscitato grande ilarità quando si sono trovate a dover rispondere se sapevano chi fosse quell’Armstrong che ha dato il nome allo stadio. Naturalmente, così giovani, non ne avevano la minima idea, anche se erano stato frettolosamente istruite da un coach. Coco aveva capito che accanto al nome di Armstrong c’era un nick name, Satchmo, e l’ha ripetuto un po’ a pappagallo con aria dubitativa (del tipo: ma sarà così?), mentre Cathy avendo afferrato le lettere iniziale del nick name, nella sua testa l’aveva storpiato e, indovinato che si trattava di un musicista, garantiva: “È un suonatore di sax!”. Ilarità generale in sala stampa, con le due bambine che nascondevano la testa, ridendo, dietro il banco della sala stampa scomparendo alla nostra vista. Divertente siparietto. Ci si diverte con poco da queste parti. Si torna tutti bambini a frequentarli.

b) Chi ha avuto la pazienza di leggere il mio editoriale di ieri avrà visto tutti gli esempi che ho fatto di recenti vincitrici di Slam che non si sono poi dimostrate all’altezza di trasformarsi in eredi di Serena Williams e leader di un nuovo corso. Da Kerber, a Muguruza, da Kvitova a Stephens e anche Halep. Ieri si aggiunta all’elenco delle Slam-winner di modesto carisma e personalità anche Ash Barty, battuta dalla cinese Wang Qiang con un punteggio che non ammette repliche: 6-2 6-4. A Wimbledon la campionessa del Roland Garros non aveva fatto meglio. Dio ci salvi Osaka.

c) A proposito di Osaka (che rischia grosso con Bencic che l’ha battuta due volte quest’anno) nel torneo femminile ci sono solo due giocatrici ad aver vinto uno Slam, fra le otto che hanno raggiunto i quarti in basso e le sedici ancora in ottavi in alto: Naomi Osaka, appunto, in alto e, indovinate chi?, Serena Williams in basso. Ad maiora.

Serena Williams e Naomi Osaka – US Open 2018 (foto Art Seitz c2018)

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Editoriali del Direttore

Italia nei guai: contro gli USA 3-0 o è notte

Pro e contro di questa Coppa Davis che non poteva cambiare nome. I calcoli… anti-Russia. I tempi e la data all’origine di tanti problemi. 5 top ten, 11 top 18. Macché esibizione

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

La duplice vittoria del Canada su Italia e Stati Uniti, quattro singolari vinti su quattro da Pospisil e Shapovalov rispettivamente su Fognini e Opelka e su Berrettini e Fritz, ci costringe a uno spareggio diabolico oggi con gli USA, sapendo che neppure una vittoria per 3-0 ci garantirebbe il passaggio ai quarti che invece il Canada è stato il primo ad assicurarsi. Il Canada aveva perso dal 1965, 15 volte su 15 incontri con gli USA, ma la sua vittoria non sorprende e non sorprenderà se si ripeterà anche nei prossimi anni. Gli USA si sognano giovani come Shapovalov e Auger-Aliassime. Ricordo a chi ancora non avesse metabolizzato il sistema della nuova Davis, che oltre alle sei che finiranno prime in ciascun gruppo passeranno ai quarti le due seconde che avranno vinto – in ordine – il maggior numero di match, a parità il maggior numero di set, e infine il miglior quoziente fra set e game.

I CALCOLI PERCHÉ L’ITALIA SIA… MIGLIOR SECONDA DELLA RUSSIA

Se volete rompervi un po’ il capo con i calcoli, leggete qui, sennò saltate questo paragrafo e andate direttamente alle mie prime considerazioni su questi primi due giorni di Coppa Davis nuovo formato. Sono considerazion che per ora i diversi giocatori cui ho chiesto i “pro” e i “contro” hanno preferito diplomaticamente rinviare più in là con varie scuse. Fra questi anche Nadal, il quale almeno ha accennato nella sua lingua, dopo essere stato evasivo in inglese, ai colleghi spagnoli almeno un “pro” nell’atmosfera e un “contro” negli orari da rivedere: “Non deve poter cominciare un doppio che può durare due ore a mezzanotte e mezzo, significa andare a letto alle quattro dopo tutte le operazioni post-match cui tutti i giocatori si sottopongono per ritrovarsi domani di nuovo in campo!”. Soltanto i francesi, giocatori e capitano, sono stati più espliciti e trasparenti e ne ho parlato in un articolo a parte.

Al momento la Russia, che ha vinto 3-0 con la Croazia (con 6 set vinti e 1 solo perso) e ha perso solo 2-1 con la Spagna (ma vincendo 2 set e perdendone 5) sembra assai ben piazzata come “seconda di gruppo”. Non avesse perso un set con la Croazia e avesse invece vinto un set nei match persi da Khachanov con Nadal e nel doppio perso con Lopez/Granollers, si sarebbe trovata in una assoluta botte di ferro. Ma anche così, come dicevo, mi pare messa benino. Con quasi tutte le altre nazioni è troppo presto e complicato fare calcoli. Fermiamoci per ora – nell’unica prospettiva possibile di un’Italia vittoriosa sugli Stati Uniti e quindi seconda – alla Russia che ha 4 duelli vinti e 2 persi, con 8 set vinti e 6 persi.

L’Italia in questo momento ha 1 solo duello vinto (il doppio) e 2 persi. Per raggiungere la Russia dei 4 duelli vinti come la Russia, l’Italia è obbligata a vincere 3-0 con gli Stati Uniti. Fin qui non ci piove. A quel punto subentra il conto dei set. L’Italia come set fin qui ha un bilancio di 3 set vinti e 5 persi. Chiaro che se vincesse i 3 match che è obbligata a vincere andrebbe a 9 set vinti, quindi uno più della Russia. Ma occorrerebbe che le rimanesse davanti anche nel conto dei set. Se perdesse nei tre match un solo set passerebbe davanti alla Russia: per noi 9 set vinti e 6 persi contro gli 8 vinti e i 6 persi della Russia. Attenzione però: se l’Italia perdesse invece 2 set pur vincendo tutti e tre gli incontri, la Russia avrà una percentuale del 57,14 di set vinti, mentre l’Italia avrebbe una percentuale di 56,25. Quindi l’Italia resterebbe dietro alla Russia. Stessi calcoli da ragionieri andrebbero fatti con tutte le altre nazioni seconde, quando sapremo quali saranno.

NESSUN PARAGONE CON LA VECCHIA, MA IL NOME NON POTEVA CAMBIARE

Voglio sgombrare subito il terreno da ogni equivoco con il dire che nessuno più di me si rende conto che questa Coppa Davis non può essere paragonata con la vecchia che aveva resistito 119 anni. Anche per via di tutti questi calcoli astrusi che la rendono discutibile almeno quanto è discutibile qualunque formula (anche quella del Masters ATP di fine anno) che non sia quella tradizionale dell’eliminazione diretta. Al tempo stesso ci si deve rendere conto che non era pensabile, perché sarebbe stato autolesionistico, immaginare che la Federazione Internazionale (ITF) rinunciasse a un brand – la Coppa Davis – che ha un avviamento di 119 anni, per ricominciare da zero con un nuovo nome. Avrebbe voluto dire autocastrarsi con gli sponsor, le tv, i media. L’avessero chiamata Rakuten Cup, dico un nome a caso, ve l’immaginate che appeal e che eco avrebbe potuto riscuotere?

A MADRID CI SONO 5 TOP 10 E 11 TOP 18

Di conseguenza, capisco i nostalgici della vecchia Davis ai quali appartengo, ma – come dicono a Napoli – “scurdammoce o’ passato” e guardiamo avanti nel modo più costruttivo possibile. Prendiamo atto del fatto che qui ci sono i primi due tennisti del mondo, 5 dei primi 10, 7 dei primi 12, 9 dei primi 15, 11 dei primi 18. I nomi? Nadal n.1, Djokovic n.2, Berrettini n.8, Bautista Agut n.9, Monfils n.10, Goffin n.11, Fognini n.12, Schwartzman n.14, Shapovalov n.15, De Minaur n.17, Khachanov n.18. Siamo sicuri che la Coppa Davis old style avrebbe attirato un egual numero di top-players se anziché concentrarli in una settimana avesse preteso che fossero a disposizione delle loro federazioni per quattro settimane? Io sono quasi sicuro del contrario. E la storia delle ultime edizioni della Davis, con quasi tutti i giocatori che l’hanno vinta che hanno poi smesso di giocarla, lo dimostra.

Quattro settimane che, attenzione, cascando in un Paese piuttosto che in un altro, non erano programmabili con congruo anticipo e potevano significare passare da una prima superficie in un continente ad una seconda del tutto diversa in un altro continente, per poi magari ritornare alla prima superficie attraversando il mondo. Aggiungete al fatto che per gli agenti, i gruppi di management, che in quelle settimane possono organizzare e lucrare su esibizioni super remunerate in giro per il mondo, le settimane di Davis – a volte per alcuni nemmeno retribuite, ma sempre comunque molto meno che non le esibizioni – vedevano le settimane di Davis come il fumo negli occhi. Lucro cessante.

Si potrebbe osservare che, fatte salve le prime quattro semifinaliste che saranno ammesse di diritto alla fase finale dell’anno prossimo, così come due wild card che dovranno essere annunciate questa domenica, i componenti delle altre 12 che dovranno scontarsi il 6 e 7 marzo con le 12 che hanno vinto i playoff zonali potranno dover giocare anche quel weekend lì. Il loro impegno, dunque, potrebbe concernere due settimane, quella di marzo e la terza di novembre. Però trattandosi di giocare solo due singolari e un doppio nel weekend citato di marzo – per 12 squadre contro altre 12, ma non 2 wild card e quattro semifinaliste esentate dal primo turno – non sarà obbligatorio che siano presenti tutti e cinque i titolari. Basteranno anche meno.

A pagina 2: le mie impressioni, orari e data i difetti, le interviste

 

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Editoriali del Direttore

Pessimo inizio per l’Italia, ma forse questa Coppa Davis ha un futuro

Tanti difetti ancora, organizzazione modesta, informatori disinformati, orari sbagliati, ma l’entusiasmo in tribuna c’è, lo spirito anche. Non è la stessa cosa, ma col tempo… e la vecchia stava morendo

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Fabio Fognini e Matteo Berrettini - Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)
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da Madrid, il direttore

Se gli Stati Uniti non battono il Canada mercoledì l’Italia è messa molto male. Il Canada con due vittorie chiuderebbe certamente in testa il gruppo qualificandosi per i quarti e agli azzurri battere gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Opelka, Sock e Querrey potrebbe non bastare. Ammesso che ciò avvenga. Il 2-0 a noi sfavorevole dopo i due singolari vinti contro classifica dai due canadesi ci ha messo nei guai. Peccato perché, dopo tante critiche a questo nuovo formato, ho potuto constatare code lunghissime da parte degli spettatori che hanno preso i biglietti (costo medio poco meno di 50 euro per intero incontro di tre partite, due singolari e un doppio) per seguire le tre sfide della prima giornata (Russia-Croazia, Belgio-Colombia, Canada-Italia).

Il primo match è stato giocato sul campo centrale capace di contenere 12.500 spettatori. Ne avrà avuto circa 6.000/7000, molti di più di quelli che mi attendevo. E anche sul campo intitolato a Arantxa Sanchez (capienza 3.500 spettatori), dove hanno giocato Italia e Canada, secondo me c’erano almeno 2.500 persone. Considerando che era il primo giorno di una nuova manifestazione non mi sembra un cattivo risultato.

L’organizzazione dovrà essere rodata, chi dovrebbe dare informazioni sa troppo poco per darle, non è stato bene istruito. C’è una grande confusione e i tre stadi con biglietti differenziati non aiutano. Però l’atmosfera è buona, al di là dello spazio che è abbastanza freddo e poco attraente. La gente arriva con bandiere grandi e piccole, trombe, tamburi e tanto entusiasmo. Il tifo sugli spalti, anche se io ho potuto seguire soprattutto quello di Italia-Canada, è quello tipico degli incontri di Coppa Davis anche se non è proprio quello cui si abbiamo abituati nei match in cui gioca la squadra di casa. C’era anche la Spagna del futbol in campo contro la Romania, proprio a Madrid, al Wanda Metropolitano (lo stadio nuovo dell’Atletico) quindi presumo che un po’ di spettatori fra quelli andati allo stadio e i seduti in sofà davanti alla tv il calcio possa averli sottratti al tennis. La mia primissima impressione è che alla fine questa Coppa prenderà piede, anche se non assomiglia alla Davis che ha vissuto 119 anni.

Intanto alcune federazioni, come quella canadese, hanno fatto operazioni di marketing turistico per cercare di assicurare un discreto sostegno alla squadra. Almeno un migliaio di canadesi erano qui. E hanno fatto un baccano d’inferno. Tanti, comunque, anche gli italiani. Da una parte si gridava “let’s go Shapo, let’s go Shapo”, dall’altra si sprecavano gli incitamenti “Matteooo, Matteoo”. La cosa più bella, rispetto alle partite di calcio dove le opposte tifoserie se non avessero spazi deserti che le separano si azzufferebbero da prima del match a dopo il match, è che qui erano tutti mischiati – salvo poche aree – e italiani e canadesi sventolavano le loro bandiere fianco a fianco. Una bella manifestazione di civiltà. Certo qualche urlo fuori posto si è sentito, e Shapovalov a un certo punto, a metà del terzo set, ha cominciato ingenuamente a prendersela con una fetta del pubblico da cui si sentiva disturbato. Con il bel risultato che il pubblico di fede azzurra ovviamente lo ha preso di punta, fischiando e buheggiando. Il ragazzino ha pensato bene di fare tre ace sul 3 pari portando ogni volta il dito all’orecchio, come per dire “e ora perché non fischiate?” Ovviamente è venuto giù un diluvio di fischi.

Per me è stato indubbiamente un brusco trapasso, quello dalle ATP Finals della 02 Arena alla nuova discussa Coppa Davis della Caja Magica lanciata con tutte le operazioni di lobby dal presidente ITF David Haggerty e finanziata dalla Kosmos di Piqué, dagli sponsor giapponesi di Rakuten e… anche dalla signora Piqué, alias Shakira (ma avrà pagato?), che approfitta di questa manifestazione per promuovere il suo tour musicale “El Dorado” con uno striscione sul campo. E sarà lei, la cantante colombiana di cui ricorderete il video osé con Rafa Nadal che tanto fece discutere, a chiudere la settimana della Davis qui con una sua performance.

Sono arrivato solo nel pomeriggio da Heathrow, perdendo così parte del match di Fognini-Pospisil. Non credo di aver perso molto. Per assistere all’esordio di Berrettini al Masters contro Djokovic avevo buttato il biglietto aereo comprato mesi prima quando nemmeno il Mago Ubaldo aveva previsto che Berrettini sarebbe arrivato nell’élite degli otto Maestri, e ancor meno che avrebbe giocato lui per primo alle 14 di domenica, perché proprio non me lo volevo perdere, 41 anni dopo aver visto Barazzutti al Madison Square Garden. Avevo così cambiato i miei piani rinunciando a vedere la finale della Next Gen dominata da Sinner su De Minaur e mi ero comprato nuovo biglietto aereo e una notte imprevista in hotel.

Ma poi, dopo il 6-2 6-1 imposto da Djokovic in 63 minuti scarsi, ero abbastanza pentito di aver cambiato tutti gli originali programmi. Così stavolta, quando anche l’Italia è stata sorteggiata per il suo match con il Canada proprio nella prima giornata della nuova Davis, sia pur imprecando con questi sorteggi che non danno respiro fra un torneo e l’altro, ho mantenuto il progetto di viaggio originario e, sì, mi sono perso le prime fasi del match di Fognini, ma in tempo sufficiente comunque per vedere che fra il servizio di Pospisil e quello di Fognini c’erano mediamente 30 km orari di gap.

Questo era prevedibile, ma non era scontato che il campo fosse così veloce. Tant’è che non a caso Shapovalov e Berrettini hanno giocato tre set senza mai riuscire a breakkarsi. Spiace che Matteo avanti di un minibreak, 4-3 e due servizi nel tiebreak del terzo set, abbia sbagliato una volée di dritto piuttosto facile rimettendo in corsa Shapovalov che pareva spacciato. Sempre una volée di dritto sbagliata, ma in rete, era costato il primo set a Matteo. Si parla sempre di rovescio e gioco di gambe da migliorare per Matteo, ma io invece due volte contro Federer e una contro Djokovic gli ho visto sbagliare proprio lo stesso tipo di colpo. Si mette di fianco, fa scendere un po’ troppo la palla, la mette quasi sempre in rete quando il punto è importante.

Di buono nel match di Berrettini, comunque ben giocato, c’è stato che la partecipazione della squadra all’angolo si è fatta più intensa, più calda. Durante il match di Fognini la claque era un po’ spenta, un po’ fiacca. Domani cercherò di capire più cose qui, visto che non gioca l’Italia. Gli orari mi sembrano folli. In questa prima giornata si è finito ben oltre la mezzanotte e si è cominciato a giocare alle 16. Oggi cominciano alle 11 i primi tre incontri, alle 18 quelli della sera. Finiremo alle due? I giornali chiudono la tipografia prima che cominci il doppio. Se ieri sera Berrettini avesse vinto, nessun lettore di giornale avrebbe mai saputo chi avesse vinto fra Canada e Italia. Vero che i giornali stanno già morendo, ma così si contribuisce ad accelerare il de profundis.

Un errore mi pare anche impedire ai giornalisti di avvicinare i giocatori o i dirigenti prima della conclusione del doppio. Certo non si deve disturbare chi sta per entrare in campo, ma gli altri? Vi immaginate che voglia avranno di parlare alle 2 di notte, capitano e giocatori, soprattutto se sconfitti?

 

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Editoriali del Direttore

Un gran bel Masters, un gran bel vincitore. Vedo Tsitsipas prossimo numero 1 del mondo

Fra i giovani è il più solido di testa. Più di Thiem e Zverev. Ha anche personalità, carisma. Piace e piacerà sempre di più. L’ottimo auspicio per Jannik Sinner

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Stefanos Tsitsipas - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Stefanos Tsitsipas, il più giovane “Maestro” dal 2001 con i suoi 21 anni ha vinto un bel Masters, un Masters di notevolissima qualità, il migliore degli ultimi anni. Senza davvero alcun confronto con l’edizione del 2018 vinta da Zverev su Djokovic (dal quale aveva perso nel round robin) e quella ancora peggiore del 2017 della finale Dimitrov-Goffin. Anche quella del 2016 non fu granché fino alla stretta finale: visse infatti sull’incertezza di chi sarebbe stato n.1 del mondo e fu bello che fosse proprio la finale a deciderlo. Per chi non lo ricordasse Murray, dopo aver salvato un matchpoint con Raonic in semifinale, batté Djokovic 6-3 6-4 coronando un secondo semestre fantastico. Di partite belle ce ne sono state diverse: in ordine sparso Thiem-Djokovic, Nadal Tsitsipas, Thiem-Federer, Federer-Djokovic, Nadal-Medvedev.

Bella, incerta, avvincente la finale fra i due tennisti dal tennis straordinariamente efficace, sempre aggressivo e intenso per ritmo e potenza, ma anche elegante per via del rovescio a una mano che pochi anni fa si credeva fosse prerogativa soltanto di Federer. La finale, conclusa 7-6 al set decisivo come quella di Nalbandian su Federer a Shanghai 2005 (ma lì furono cinque set) non poteva essere più equilibrata se dopo due ore e 32 minuti il punteggio era in perfetta parità: un set pari e 4 pari nel decisivo tiebreak dopo che Dominic Thiem era risalito da 1-3 nei game e da 1-4 nel tiebreak. Forse proprio quella corsa al continuo inseguimento gli è costata mentalmente, perché dal 4 pari si deve essere come rilassato un attimo e ha sbagliato tre dritti di fila, due dei quali abbastanza gratuiti.

 
Dominic Thiem, Chris Kermode e Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tre anni fa i due protagonisti di questa bella finale si erano incrociati per la prima volta. Thiem era già fra i qualificati alle finali, Tsitsipas era stato invitato a fare da sparring-partner. Cinque anni separano i due, ma sembra di poter dire che Stefanos ha già colmato il gap. Ne ha fatta di strada il ragazzone di Atene nato nello stesso giorno di Pete Sampras, il 12 agosto, ma 27 anni dopo (1971 Pete, 1998 Stefanos). Un anno fa il ragazzo dai capelli più lunghi di Borg vinceva le Next Gen a Milano (su De Minaur in finale), a gennaio già sorprendeva per la prima volta Roger Federer nel primo Slam dell’anno e centrava le semifinali dove però beccava una bastonata da Nadal.

Di Nadal Stefanos si sarebbe vendicato a casa sua, in Spagna, a Madrid, senza lasciarsi intimidire dal tifo del pubblico. Ma, giusto per non lasciarsi rimpianti, avrebbe colto due vittorie anche con il terzo dei Big Three, Novak Djokovic, in due Masters 1000, in Canada e a Shanghai. Insomma anche se oggi è solo – a 21 anni! – il n.6 delle classifiche mondiali, dietro ai soliti tre, a Thiem e Medvedev, ho la sensazione che il primo dei giovani che salirà sul trono del tennis possa essere proprio lui, Stefanos Tsitsipas. Che, oltretutto, mi pare anche un gran bel personaggio, oltre che uno straordinario tennista.

Quando? Forse più presto di quanto si immagini. Ha già ottenuto due vittorie su Federer (e come al solito in due stadi tutti pro Roger, “let’s go Roger, let’s go Roger!”), due su Djokovic, una sola per ora su Nadal ma – attenzione – qui a Londra ci ha perso solo 7-5 al terzo dopo aver vinto il primo. I lettori che non perdono occasione per sottolineare certe ovvietà, non hanno bisogno di leggere che è inevitabile che mentre lui migliorerà ancora, i top 3 invece no.

Rispetto a Medvedev mi sembra più completo e quanto a Thiem, pure lui in progresso se ci si ricorda le difficoltà che aveva a esprimersi sul “veloce indoor” – e non parliamo dell’erba – mi pare di poter dire che l’austriaco è un tantino meno solido di testa. Sono già diversi anni che è forte, soprattutto sulla terra rossa (due finali e due semifinali al Roland Garros), ma gli ho visto perdere delle partite più per la testa che certo per il braccio che è davvero eccellente. Penso a quella che perse all’US Open da del Potro, quando era un match già vinto. Ecco, secondo me Tsitsipas una partita così non la perde. O la perde fin dall’inizio, ma non la butta se sta per vincerla.

Non si può discutere su ipotesi non dimostrabili, ma io penso che se Tsitsipas avesse vinto il primo set – come avrebbe potuto: lui ha fallito la trasformazione di tre palle break, Dominic di due – non avrebbe giocato un paio di game disastrosi, soprattutto il primo, come è capitato a Thiem all’inizio del secondo set. Invece di dare il pugno del ko al greco, Thiem ha commesso l’ingenuità di distrarsi e di rimetterlo in corsa. 4-0 in pochi minuti e praticamente lo sforzo che aveva compiuto per vincere il primo set è stato vanificato.

Mi aspetto comunque che nel 2020 gli Slam non siano tutti appannaggio dei soliti Fab (tre o quattro, su Murray ancora non mi esprimo) anche se Nadal lo vedo ancora favorito al Roland Garros se sta bene e non vedo né Tsitsipas né Thiem troppo pericolosi a Wimbledon. Sono proprio l’Australian Open e l’US Open i tornei che potrebbero laureare un nuovo campione di Slam. Tre anni fa Tsitsipas aveva vinto il Bonfiglio e, con un pizzico di presunzione scusabile in un ragazzino, si era posto un obiettivo ben chiaro: In tre anni vorrei vincere uno Slam!. Beh, per adesso ha vinto le finali mondiali ATP. Ma in Australia fossi uno dei cinque che lo precedono nell’ATP ranking, vorrei incontrarlo il più tardi possibile. E forse meglio mai.

Mentre scrivo così, e parlo dei due splendidi finalisti di questo Masters mi sono chiesto: che cosa avrà mai pensato il mio adorato Thomas Fabbiano? Avrà guardato la finale? Ci avete fatto caso che in due tornei dello Slam, non due 250 qualsiasi, il giovanotto di Grottaglie che per l’appunto è uscito dai top 100 dopo esserci stato tutto l’anno – è n.117 sennò di italiani fra i top 100 ne avremmo avuti 9! – a Wimbledon ha battuto Stefanos Tsitsipas e all’US Open Dominic Thiem! Oggi sembra incredibile, ma così è il tennis. Mai darsi battuti prima di scendere in campo, tutto può succedere.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Infatti, per restare in tema, anzi in Thiem, se l’austriaco avesse vinto questo Masters, cogliendo quattro vittorie su cinque, avremmo potuto buttar lì che… sì. Matteo Berrettini era stato l’unico a batterlo. La presenza di Matteo, a proposito, ha vivacizzato l’interesse per questo Masters che per 41 anni non ci aveva permesso di tifare per nessuno. È stata un’esperienza utile, sono sicuro che Matteo ne trarrà giovamento. Poi, per carità, c’è chi esordisce a 21 anni e vince il torneo e c’è che esordisce a 23 e mezzo e si accontenta più che legittimamente di trovarsi in una élite mondiale come non era assolutamente pensabile sei mesi fa e di aver colto una vittoria che, seppur ottenuta a spese di un giocatore già qualificato per le semifinali, resta pur sempre l’unica italiana nella storia “midi siècle” di questa rassegna di fine anno.

Mi ha fatto piacere rivedere finalmente presenti a questo torneo gli inviati del Corriere della Sera, de la Repubblica, de la Stampa, in aggiunta a quelli dei quotidiani sportivi e al team di Ubitennis ottimamente rappresentato dall’inglese Adam Addicott per Ubitennis.net – la home page inglese che vi suggerirei di consultare perché sviluppa contenuti indipendenti e secondo me è fatta benissimo – dagli inviati Ruggero Canevazzi e Roberto Ferri che si sono impegnati tantissimo per offrire la miglior copertura possibile insieme al fotografo Roberto Zanettin che ha svolto un grandissimo lavoro. Riguardo alle presenze dei media italiani… evviva. Spero proprio che il momento magico del tennis italiano duri e prosperi. Fin dalla Coppa Davis che mi accingo a “coprire” da oggi per Italia-Canada, insieme a Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man” – così ribattezzato perché quando si gioca Coppa Davis e Fed Cup, vecchie e nuove, lui è il boss che coordina tutto.

Anche se l’argomento è trattato altrove devo assolutamente due righe di gran plauso sull’exploit di Jannik Sinner dopo il terzo challenger conquistato a Ortisei. Non era un torneo difficile di per sé, ma avere la solidità di vincerlo dopo la “sbornia” di attenzioni, titoli, interviste susseguite al successo nel torneo milanese delle Next Gen ATP Finals, poteva disorientarlo. Non è accaduto. A riprova che questo ragazzo dai riccioli rossi ha proprio la testa sulle spalle. E che la struttura che Riccardo Piatti gli ha messo intorno funziona da par suo. Peraltro non ne dubitavo minimamente. Sapete già tutti che da neo n.78 Sinner – che resta l’unico diciottenne fra i primi 100 del mondo – si è spalancato con una gran spallata la porta dell’Australian Open. Ma anche quelle dei primi due Masters 1000, Indian Wells e Miami.

Sognarlo presente alle ATP Finals del 2020 mi pare caricarlo di responsabilità eccessive, lui avrà 19 anni non 21, ma magari nel 2021 a Torino – dove io mi aspetto che si giocheranno sia le Next Gen sia le finali ATP – una doppia presenza azzurra, con l’accoppiata Berrettini-Sinner non la escluderei a priori e, naturalmente, non mi dispiacerebbe per nulla. Il successo a Londra di Tsitsipas, un anno fa campione delle Next Gen milanesi e un paio di mesi dopo – ribadisco – capace di battere Federer a Melbourne, mi pare di buon auspicio per il futuro di Jannik. Però di incontrare Federer, Sinner in Australia non ne ha bisogno, non deve aver fretta. C’è tempo. Magari più in là. Tsitsipas aveva 20 anni a Milano e a Melbourne, non 18. E, credetemi, fa una gran differenza.

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