Questo signore di Davis ne sa più di chiunque altro. Vecchia e nuova

Coppa Davis

Questo signore di Davis ne sa più di chiunque altro. Vecchia e nuova

Arnaud Boetsch, ex vincitore di Davis e direttore della comunicazione Rolex, è l’uomo più giusto per esprimere un pensiero che coniughi passato e presente, con vista sul futuro. Ha lo scetticismo di molti francesi, ma la concretezza pragmatica degli svizzeri

Pubblicato

il

Coppa Davis (foto via Twitter, @KosmosTennis)
 

da Madrid, il direttore

Sono ricurvo sul mio computer in sala stampa quando sento un leggero tocco sulla spalla. Mi giro, è Arnaud Boetsch. Vecchia conoscenza. È il tennista francese che vidi vincere a Malmoe nel 1996 il punto decisivo della finale di Coppa Davis dopo aver annullato con grande coraggio suo (e grande braccino del suo avversario) tre match point consecutivi sul 7-6 0-40 al lungo svedese Nikas Kulti, che probabilmente si sveglia ancora oggi di notte in preda a quell’incubo. Boetsch vinse poi 10-8 al quinto su un avversario ancor traumatizzato per quei tre match point non sfruttati. Su uno il francese colpì di rovescio una riga clamorosa, tanto spettacolare quanto anche fortunata.

Per Boetsch e i francesi fu un incredibile trionfo al termine di uno scontro che avrebbe dovuto invece rappresentare la cerimonia conclusiva (e probabilmente trionfale) della carriera di Stefan Edberg. Stefan, 30 anni, aveva annunciato all’inizio di quell’anno che quello sarebbe stato il suo ultimo. Avrebbe potuto finire in bellezza, ma ebbe invece la sfortuna di farsi male ad una caviglia il primo giorno contro Pioline – Stefan perse 6-3 6-4 6-3 -, dopo di che Enqvist batté Boetsch. I francesi vinsero il doppio abbastanza a sorpresa con Forget e Raoux su Bjorkman (grande specialista) e Kulti. Sul 2-1 Enqvist batte Pioline 9-7 al quinto – dopo che Pioline aveva servito per il match Davis sul 5-3 – e poiché Edberg non poté giocare fu sostituito sul 2 pari da Kulti, con l’esito disastroso per i vichinghi che sapete.

Dopo una partita così importante e vinta a quel modo, Arnaud diventò una sorta di eroe nazionale perché in Francia la Coupe Davis è sempre stata un mito, fin da quando la vinsero a più riprese (sei consecutive dal ’27 al ‘32) i celebri moschettieri degli anni Venti, Cochet, Lacoste, Borotra e Brugnon, ai successi individuali dei quali si deve in pratica anche la nascita del Roland Garros. Chi meglio di Arnaud potrebbe esprimere le sue sensazioni su questa Coppa Davis dal momento che lui l’ha vinta e che al tempo stesso ha deciso di sponsorizzarla come Rolex di cui è il direttore internazionale della comunicazione?. Il giudizio che ne darà Rolex, tramite lui, sarà di sicuro molto importante. Rolex è sponsor di tutti gli Slam, di tutti i Masters 1000. Sono investimenti miliardari.

Di certo conteranno molto i dati delle audience televisive in tutto il mondo. Per quel che ne so, ad esempio, Supertennis – che però è evidentemente una briciola nel panorama televisivo internazionale – ha avuto ascolti soddisfacenti rispetto all’audience normale. Mi piacerebbe conoscere quelli della tv americana, australiana… e, perché no, quella cinese. Arnaud è venuto a chiedermi le mie impressioni, pro e contro, su questo evento. Lo avrà certo fatto con diversi dei colleghi più anziani. “Sono arrivato qui oggi, riparto domani…”, mi dice. Gli dico le mie, ma è inutile che io le ripeta perché i lettori di Ubitennis già le conoscono. Ne aggiungo una sola a quelle dette nei giorni scorsi, perché mi ci ha fatto riflettere il collega del Corriere dello Sport Massimo Grilli: Con questo format i giocatori come Djokovic e Nadal giocano sempre anche il doppio… prima non lo giocavano quasi mai. Ma ora è così più importante…”.

Tornando a Boetsch, mi interessano invece le sue di impressioni, perché le sue peseranno molto di più, Rolex non è uno sponsor da poco anche se lui mette le mani avanti: “Ho visto troppo poco per aver tutto chiaro in testa, ne riparleremo a fine evento, quando mi sarò consultato con tutti, ma così sulle prime mi pare che dovremmo puntare ad avere tre giorni in più per poterla gestire in modo diverso. Ribatto: “Se si avessero due settimane l’evento verrebbe ancor meglio…”. E aggiungo: “E magari a fine settembre…”. D’istinto, credo, Arnaud replica subito lì per lì: “Eh ma lì c’è la Laver Cup!”.

Penso tra me e me che per Rolex, basata a Ginevra così come lo stesso Boetsch e con Federer che ne è uno dei principali testimonial Rolex, quella settimana alla Laver Cup ormai non la toccherà più nessuno e di certo non si adopererebbe a farlo Boetsch e Rolex. Nel mentre avverto che Arnaud ha un attimo di disorientamento, mormora fra sé e sé: “The World Cup of tennis?”, come auto interrogandosi, quando nota con malcelato disappunto una serie di grossi banner pubblicitari sparsi ovunque – sono verdi attraversati da una banda diagonale rossa – dove c’è scritto a caratteri cubitali The World Cup of Tennis, mentre molto più piccola sulla sinistra compare una scritta Davis Cup.

Madrid, Finali Coppa Davis 2019 – The World Cup of Tennis

Le sue prime impressioni sono che “siamo in Spagna e si sente! Il tifo, il calore, le vibrazioni sono molto spagnole mentre si disperdono un po’ quelle degli altri Paesi. Non ci sono i tanti francesi di sempre – e Arnaud sa bene perché, come lo sanno anche i lettori di Ubitennis, c’è la grande contestazione targata ASEFTma anche i belgi, gli argentini. Si dovrà lavorare fortemente in comunicazione per riequilibrare le forze”.La caratteristica precipua della Coppa Davis, così come è stata per 119 anni, è sempre stata la grande partecipazione del pubblico di casa e la conseguente atmosfera. Qui la si avverte quando gioca la Spagna e soprattutto Rafa Nadal, perché lo stadio centrale si riempie. Negli altri duelli l’entusiasmo e il calore dei tifosi c’è sempre, ma è ovvio che anziché 10.000 persone ce ne sono 2.000 o 3.000, c’è differenza. Gli argentini erano un paio di migliaia, ieri.

Ma certo quando si è visto ieri mattina l’inizio del quarto di finale di Russia-Serbia, cominciato alle 10:30 anziché alle 11 come nei giorni scorsi (molta gente è stata presa in contropiede), con gli spalti semivuoti è presa un po’ di tristezza. Allo stadio Olimpico di Mosca ci sarebbero state 20.000 persone. Oltretutto il match è finito rapidamente perché Rublev ha dato un bel 6-1 6-2 a Krajinovic. Però per il match di Djokovic contro Khachanov (6-3 6-3), le tribune da 12.500 si sono parecchio riempite.

“Sono comunque rimaste delle radici della vecchia Coppa Davis, si sente che i giocatori si battono, hanno voglia di vincere, si impegnano al massimo una volta che si ritrovano sul campo. E quella è una priorità. Certo che sarebbe bello se ogni Paese avesse un sostegno maggiore, questo darebbe maggiormente l’impressione che non si è perso il DNA della vecchia Davis. Questo invece è ciò che mi manca al momento. Ci sono più spagnoli a guardare la Serbia che i serbi. Quando c’era un match di Davis c’era anche, oltre alla partecipazione in tribuna, anche quella della gente nella città che ospitava l’evento, sia dei locali, sia dei tifosi ospiti. Erano belle anche quelle piccole invasioni”.

Più tardi Arnaud, che ormai aveva saputo da me le impressioni che voleva conoscere, si è avvicinato ai colleghi francesi e si è messo a parlare con loro, in particolare con il collega dell’Equipe Frank Ramella cui devo altre risposte in aggiunta a quelle che Arnaud aveva già dato a me. “Se ti ricordi Malmoe… e tutto quell’entusiasmo. Qui martedì c’erano 400 persone fra francesi e giapponesi… non è la stessa cosa, ti viene da dire che non è un buon formato. La Marsigliese davanti a 7.000 persone che la cantano ti fa venire i brividi ed è ciò per cui di solito si gioca per il proprio Paese. Non avendo quel tipo di motivazione bisogna trovare modo di puntare su qualcos’altro. Ma che non sia troppo lontana…”.

Nicola Pietrangeli ha ribattezzato questa Coppa la “Dollar Cup“, secondo me come molti anziani un po’ troppo cinici e forse anche malpensanti. E sì che sono anziano anch’io… seppur non come lui. Boetsch deve essersi poi fatto scappare con i francesi il suo disagio nel leggere World Cup by Tennis invece che semplicemente Davis Cup, tant’è che a loro ha detto: “Io amo la Coppa Davis. La World Cup non la conosco ancora. Una Coppa del mondo nel tennis vorrebbe dire che c’è un fervore di tutti i Paesi presenti nella zona dove si gioca la Coppa, nella città (e qui ha ripetuto quel che mi aveva detto). Qui non è ancora così. La forza degli incontri a squadre era il nome della Coppa Davis, l’insalatiera, giocare per il proprio Paese, un pubblico caldo ed eccitato attorno agli incontri, all’albergo, in città. La World Cup di calcio è così….

“Hai conosciuto bene Gerard Piqué?”, gli chiede Ramella. “L’ho incontrato una volta. Il tennis lo conosce bene. Non ci siamo parlati sull’attuale formato. Lo si farà. L’argomento è delicato. Eravamo tutti d’accordo che bisognava far qualcosa per rilanciare la Davis. Siamo sulla buona strada? Onestamente non posso rispondere subito. Vedo cose interessanti e altre che mi fanno invece star male. Se si proseguisse completamente su questa direzione sbaglieremmo. Si dovrà certamente modificare delle cose. Piquè è un tipo intelligente, rifletterà. E anche la Federazione internazionale deve riflettere. È suo il trofeo”.

“Che cosa può cambiare ancora? C’è talmente tanto di quel denaro ancora…”. “Può succedere ancora di tutto. Se gli investitori e gli organizzatori decidessero di non sostenere più questo formato, tutto può essere ridiscusso. Per me e la gente che è con me è la storia della Coppa Davis a starci a cuore, la passione che l’ha sempre ispirata, che è stata vissuta da tutti i Paesi nel segno dell’eccellenza che ha sempre dimostrato sul campo. Perché tutto funzioni ci sono tanti parametri e qui ne mancano alcuni. Noi di Rolex siamo vigili. Il lato ‘perpetuo’ del tennis per noi è importante… se un grande pilastro della storia del tennis diventasse qualcosa di ibrido che non riconoscessimo più, ci faremmo delle domande, questo è sicuro.

Questo è quanto ha detto una persona che conta, per il suo passato e il suo presente, a me, a Ramella, a un paio di francesi. Ecco, devo dire che con me era stato più ottimista sul futuro, mentre con i francesi – che secondo me ha capito essere più maldisposti verso questa nuova Coppa Davis – si è mostrato leggermente più critico, sapendo che in Francia l’opinione pubblica, di cui l’ASEFT si fa interprete, è assai schierata contro questo formato. Essendo un uomo di comunicazione, Boetsch non poteva esprimersi diversamente.

In campo inglese ho sentito invece soprattutto colleghi che sono super scettici sull’ATP Cup. “Sarà un disastro” ha sentenziato Mike Dickson, forse anche perché i due giocatori presenti e titolari qui, Edmund n.69 e Evans n.42, non la giocano e da quel che ho capito neppure Norrie n.53. E dietro a loro c’è Andy Murray n.126 e poi il deserto! Infatti c’è Clarke 155 e nessuno altro top 200. Altri due soltanto fra i top 300, Broady 243 e Choinski 278. Poi Ward è 322, Draper 342, Penyston 360, Klein 381 e infine Hoyt valoroso n.400! Stamani i giapponesi di Rakuten, sponsor della Davis e una sorta di Amazon del Giappone se ho ben capito, hanno pensato bene di organizzare una conferenza stampa alle 10 (prima era alle 09:30) cui di sicuro io non prenderò parte visto che mentre scrivo sono le 03:45 del mattino e sono curioso di sapere quanti saranno i presenti.

Ciò anche se è vero che poco dopo inizia la semifinale più interessante, e probabilmente più equilibrata, fra Russia e Canada (ore 10:30), perché Rafa Nadal fa pendere l’ago della bilancia dalla parte della Spagna contro la Gran Bretagna probabilmente orfana di un Andy Murray ancora non pronto, nonostante la pesante assenza di Bautista Agut dovuta alla morte del padre. Fervono le discussioni anche in casa ITF sui vari loghi. Inglesi e americani ne vorrebbero uno unico, Davis Cup, ma spagnoli e argentini premono perché – nel rispetto di 119 anni di storia – la si possa chiamare Copa Davis nei Paesi di lingua spagnola, e così naturalmente i francesi che non sopportano tutti gli anglicismi, vorrebbero continuare a chiamarla Coupe Davis. Insomma, ogni occasione per azzuffarsi sembra buona.

 

Continua a leggere
Commenti

Coppa Davis

Coppa Davis: Hewitt, Haggerty, Bertolucci, Barazzutti e Rojas. Opinioni contrastanti su un format che fa discutere

Il 2023 non vedrà nessun cambiamento nella formula della Coppa Davis, anche se non sono in pochi ad augurarsi un ritorno al passato

Pubblicato

il

La Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)
La Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Per la prima volta nella sua storia, il Canada di Denis Shapovalov e Félix Auger-Aliassime ha vinto la Coppa Davis, battendo in finale l’Australia di Lleyton Hewitt. Proprio il capitano aussie tuttavia, insieme ad altre voci importanti del tennis italiano, non sembra troppo convinto dell’attuale format della Davis Cup, in vigore dal 2019. Le discriminanti principali sono due: in primis, spesso il doppio – punto di forza di tante nazionali – neanche si gioca, come accaduto proprio nella finale di quest’anno. L’altra critica mossa verso questa formula è che possono bastare quattro set per sollevare l’insalatiera, mentre fino al 2018 questi potevano non essere sufficienti neanche per vincere una singola partita.

Lo stesso Hewitt, nella conferenza al termine della finale, aveva rimarcato la sua posizione:

Il formato così com’è adesso non mi piace; non è un mistero, ma la mia voce non viene ascoltata. Come si fa a dire a dei doppisti che si preparano tutto l’anno e che arrivano qua per giocare in una delle più grandi competizioni che non avranno la possibilità di esprimersi? Penso ad esempio al team olandese che abbiamo battuto. O addirittura penso al leggendario doppio Woodforde-Woodbridge, che oggi non avrebbero messo piede in campo”.

 

Anche l’ex capitano dell’Italia Corrado Barazzutti, in un’intervista concessa al Corriere dello Sport, non ha usato mezzi termini per esprimere la sua posizione: È come se prendessimo uno Slam e lo modificassimo in un torneo da dieci giorni: non mi piace. Una volta la Coppa Davis era considerata il quinto Major, mentre adesso l’hanno ridimensionata. Si gioca al meglio dei tre set, gli incontri sono diventati tre, il doppio ha un’incidenza ben diversa e il fattore campo non esiste quasi più. Quando la vincemmo noi nel 1976 contro il Cile fu un’impresa gigantesca in un contesto difficile“.

Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo anche Paolo Bertolucci, che era presente insieme a Barazzutti nello storico successo di Santiago del Cile. Questo un suo breve pensiero tratto da un’intervista a Il Messaggero: La Coppa non va più chiamata ‘Davis’, quella era un’altra cosa. Questa invece si vive in un giorno solo, tutta d’un fiato, è totalmente diversa rispetto a quando c’erano cinque partite al meglio di cinque set“.

Le critiche non sono ovviamente condivise da chi organizza e gestisce la competizione, ossia il presidente dell’ITF David Haggerty e il CEO di Kosmos Tennis Enric Rojas, secondo i quali le migliorie apportate alla Davis Cup stanno riscontrando un effetto molto positivo sulla competizione. “Siamo molto contenti del format e dei cambiamenti che abbiamo apportato – commenta Haggerty – ai giocatori piace, ce l’hanno confermato. Apprezzano i due singolari e il doppio decisivo, è un metodo che funziona bene considerando anche la parte di stagione in cui si gioca”.

L’interesse di Kosmos, proprietaria della Coppa Davis, e dell’ITF è quello di ricreare un ambiente simile ad un Mondiale di calcio, dove fan di tutto il mondo possano riunirsi in un’unica città ospitante. In realtà, tuttavia, dal 2019 soltanto il 21% dei biglietti sono stati comprati da appassionati provenienti da paesi diversi dalla Spagna, paese che da tre stagioni ospita la fase finale.

“Guardando il dato del 21% di fan stranieri, penso che questo sia il punto con i maggiori margini di miglioramento. Se riuscissimo ad ottenere, ad esempio, un’affluenza del 50/50, come accade già in molti altri sport, sarebbe fantastico” – ha dichiarato Rojas – In ogni caso, il numero di tifosi è stato decisamente alto. Dobbiamo migliorare la percezione negli appassionati che questo sia il Mondiale del tennis. Vogliamo essere un evento quanto più internazionale possibile, raccogliendo sempre più tifosi da tutto il mondo”.

Continua a leggere

Coppa Davis

Coppa Davis, ranking per nazioni: Croazia in vetta, balzo Canada e Australia. L’Italia si conferma in top10

La Croazia si conferma al primo posto del ranking delle Nazionali, seguita da Spagna e Francia. Quarto posto per il Canada, settimo per l’Italia

Pubblicato

il

Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

La Coppa Davis 2022 continua a regalare record per il Canada. Dopo aver vinto la prima insalatiera della sua storia, grazie anche alla sua generazione tennistica più forte di sempre, i ragazzi con la foglia d’acero sul petto scalano anche la classifica delle Nazionali, pubblicata due volte all’anno (al termine delle fasi di qualificazioni e dopo le fasi finali).

In vetta al ranking si conferma la Croazia con 968,38 punti, anche grazie alla semifinale raggiunta quest’anno e persa contro l’Australia. Non solo però, perché sul primato dei croati – così come sulla posizione di ogni Federazione – pesano anche i risultati delle scorse stagioni. La classifica, infatti, tiene conto dei risultati degli ultimi quattro anni in modo via via decrescente. Per i risultati dell’ultimo anno, infatti, valgono il 100% dei punti; dei risultati del penultimo vengono considerati solamente il 75% dei punti, del terzultimo il 50% e del quartultimo il 25%. Bisogna tener conto anche dell’impatto del Covid-19 sulle stagioni 2020 e 2021, che vengono “unite” ai fini del calcolo del ranking (quindi, eccezionalmente, in questo periodo si tiene conto delle ultime cinque stagioni).

Per capire meglio, ad esempio, i punti totali di una squadra nel 2022 corrisponderanno la seguente somma:

 
  • 100% dei punti ottenuti nel 2022 + 75% dei punti ottenuti nel 2021 e 2020 + 50% dei punti ottenuti nel 2019 + 25% dei punti ottenuti nel 2018

Nel 2025 di tornerà a calcolare la classifica in maniera tradizionale, considerando dunque le ultime quattro stagioni. Il totale dei punti di una qualunque squadra, a fine 2025, corrisponderà dunque alla seguente somma:

  • 100% dei punti ottenuti nel 2025 + 75% dei punti ottenuti nel 2024 + 50% di punti ottenuti nel 2023 + 25% dei punti ottenuti nel 2022

I punti guadagnati sono ovviamente diversi in base alla fase della competizione raggiunta. In caso di vittoria ci si aggiudica 500 punti, mentre sono 300 quelli incassati per la finale, 200 per la semifinale, 150 per i quarti di finale e 100 se ci si ferma nel round robin.

A questi si aggiungono alcuni punti bonus, che possono variare da quattro a dieci in base al ranking dell’avversario: sono 10 se un tennista sconfigge un rivale che occupa il primo o il secondo posto nel ranking ATP, 9 se si batte il n°3 o il n°4, 8 se si prevale su un giocatore compreso tra il quinto e l’ottavo posto. Si guadagneranno poi 7 punti vincendo contro chi è compreso tra il 9° e il 16° posto, 6 punti contro uno tra il 17° e il 32°, 5 punti contro uno tra il 33° e il 64° e 4 punti contro uno dal 65° posto in giù.

Chiusa la parentesi sul calcolo del ranking, vediamo nel dettaglio la classifica. Dietro la Croazia, al secondo posto si trova la Spagna, orfana di Alcaraz e Nadal quest’anno, con 693,25 punti. Completa il podio la Francia con 628,00 punti.

Alle spalle dei transalpini si trova la prima variazione di posizione, visto che i primi tre posti sono rimasti invariati rispetto all’ultimo aggiornamento. Ai piedi del podio si trova il Canada con 565,75 punti, che grazie al successo di domenica scorsa ha guadagnato tre posizioni e, da quando il ranking per nazioni esiste (2001), si trova nel suo punto più alto di sempre.

Seguono Stati Uniti (490,34 punti), Germania (485,09) e Italia (473,00), che rimane stabile al settimo posto e chiude il 2022 tre posizioni più avanti rispetto al 2021. Completano la top10 l’Australia, finalista di questa edizione (430,25), la Gran Bretagna (398,00) e la Serbia (388,25). La Russia, vincitrice nel 2021 e bannata per le edizioni 2022 e 2023, è ferma al 16° posto. Questa dunque la top10 aggiornata a fine 2022:

  1. Croazia
  2. Spagna
  3. Francia
  4. Canada
  5. USA
  6. Germania
  7. Italia
  8. Australia
  9. Gran Bretagna
  10. Serbia

Continua a leggere

Coppa Davis

Coppa Davis: è stata un’occasione buttata? Probabilmente sì. Si ripresenterà? Penso di sì

La scelta di Filippo Volandri che ha schierato Matteo Berrettini in doppio, sebbene a digiuno di tennis da 40 giorni, viene ancora oggi molto discussa. Nei circoli di tennis e sui social. Il post di papà Fognini, il commento di papà Bolelli, il pensiero del direttore…anche su questa Davis che non gli piace

Pubblicato

il

Matteo Berrettini e Fabio Fognini giocano il doppio decisivo contro il Canada - Malaga 2022, Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Che peccato non aver vinto questa Coppa Davis. Era davvero alla nostra portata. Avessimo battuto il Canada non avremmo mai perso con l’Australia.

Più ci penso e più me ne faccio un cruccio. E mi chiedo se davvero non si sia un po’ buttata una grande occasione. Tutte le persone che mi è capitato di incontrare, a Malaga come al ritorno in Italia, sull’aereo, al circolo, con gli amici, sui social, condividevano l’identica sensazione.

Ha fatto, fa e farà discutere la scelta di Filippo Volandri che ha schierato in doppio Matteo Berrettini che non si era mai allenato con la squadra, che aveva provato a giocare solo un paio di giorni dacchè aveva perso a Napoli (con un piede gonfio come un melone…) la finale con Musetti.

 

Non frequento abitualmente Facebook ma mi è stato inoltrato un commento di papà Fognini, Fulvio, alias Fufo56  che qui riporto fedelmente con maiuscole e minuscole e mi ha fatto riflettere (al di là della discutibile… eleganza, ma pare che nei social network ci si esprima spesso così!): “LI SENTI PARLARE E SONO TUTTI CONTENTI PER ESSERE ARRIVATI IN SEMI…ma andate a fare in culo, questa era una DAVIS DA VINCERE!”. Sic dixit Fufo 56.

Dopodiché, e anche questo mi viene segnalato da un fedele addetto ai Facebook-posts, è arrivato a commento di ciò un “like” – che potrebbe apparire piuttosto significativo – di Simone Bolelli.

In aereo da Malaga a Bologna ho incontrato papà Bolelli, Daniele, e lui mi ha confermato – semmai ce ne fosse bisogno – che Simone aveva uno stiramento di 6 millimetri certificato da ecografia, motivo per cui non sarebbe stato certamente consigliabile farlo scendere in campo.

Era un problema peggiorato con la partita contro gli USA (vinta su Sock e su Paul…grazie capitan Fish, che hai preferito puntare sul n.103 del doppio invece che sul n.3 Ram! n.d.Ubs)- mi ha detto papà Bolelli – peraltro aveva questo problema già all’arrivo a Malaga…Peccato perché se avesse potuto giocare sono convinto che i nostri avrebbero vinto”.

Una sensazione condivisa anche da chi di Simone… non è il papà.

Però anche papà Bolelli non riusciva a spiegarsi – e presumo che ne avesse parlato anche con suo figlio – perché al fianco di Fognini fosse sceso in campo Berrettini e non Musetti. “Non mi risulta che sia stato Fabio (Fognini) a scegliersi il compagno”.

Non restava che chiederlo a Fognini e magari a Musetti, non senza aver appurato che Sonego aveva preso i sali e accusato i crampi  durante il suo vittorioso (e splendido) match di 3h e 15 m con Shapovalov.  Il bis di quello vinto con Tiafoe. Non era quindi, purtroppo, in grado di giocare.

Nel mio audio commento di sabato sera, subito dopo il doppio perso con il Canada, avevo detto: “Se Sonego avesse vinto in due set e in due ore, come poteva benissimo dopo essere stato a 2 punti dal match sul 5-2 del tiebreak del secondo set, il doppio lo avrebbe giocato quasi certamente lui accanto a Fognini”.

Ciò anche se, a differenza di Berrettini (che accanto a Fognini aveva collezionato 6 vittorie e 3 sconfitte, sia pure in tempi non recenti), Sonego con Fognini non avesse mai giocato.

Con un tiro incrociato di mini-indagini senza pretese sono riuscito a sapere che Fognini effettivamente non è stato interpellato riguardo a chi avrebbe dovuto giocare al suo fianco.

E questo in verità mi è parso piuttosto sorprendente. Avrei in origine scommesso il contrario. Ho saputo che Musetti (non appena raggiunti gli spogliatoi pochi minuti dopo la sconfitta patita con Aliassime) e tutti quanti gli altri componenti della squadra hanno appreso all’unisono dalle labbra di Filippo Volandri che il doppio lo avrebbero giocato Fognini e Berrettini.

Qualcuno, mi è stato detto, si è anche un po’ sorpreso, perché Matteo non si era praticamente mai allenato con il resto della squadra.

Quando a fine doppio perduto si sono presentati in conferenza stampa Volandri, Berrettini e Fognini, uno più abbacchiato dell’altro, non era certo il caso di infierire.

Nessuno infatti si è sentito di farlo. Anche perché sarebbe stato troppo facile dare la sensazione di esprimere un parere dettato dal senno di poi.

Io stesso, in quei momenti di chiara tristezza, mi sono sentito in dovere di ringraziare comunque un team che, a livello individuale come di squadra, negli ultimi due/tre anni ci ha dato soddisfazioni che non provavamo da più di 40 anni.

 E non l’ho fatto per buonismo, ma perché è vero che nell’ultimo triennio le cose sono andate ben diversamente rispetto al più recente (e meno recente) passato.

Dopodiché, fra amici e colleghi, ci siamo però anche detti: “Ragazzi, ma come è cambiato il nostro giornalismo! Ora siamo tutti buonisti, tutti ci preoccupiamo più di non turbare i nostri futuri rapporti con i tennisti, con il capitano, che non di scrivere quel che molti pensano e che anni fa sarebbe stato scritto su qualunque giornale”.

E cioè che – ripensandoci a mente fredda e senza voler assolutamente maramaldeggiare affidandosi al senno del poi – non è davvero troppo comprensibile la scelta di Volandri. Cioè l’aver scelto di schierare in doppio un Matteo senza alcun tennis alle spalle per 40 giorni anziché un Musetti che di tennis ne ha giocato parecchio e anche piuttosto bene, tanto da essersi costruito nel finale di stagione una classifica, n.23, di tutto rispetto, recuperando in buona parte il gap con Sinner e Berrettini che ormai lo sopravvanzano di soli 8 e 7 posti.

Un Matteo fermo da 40 giorni e che in 4 mesi da Gstaad in poi aveva giocato soltanto 15 singolari (meno di 4 al mesebattendo solo 3 top 50 di medio-bassa caratura (Coric 26, Baez 37 e Davidovich 39) e per il resto soltanto tennisti dal 70mo posto in giù.

Mentre Musetti negli ultimi 4 mesi aveva giocato più del doppio delle partite di Matteo – 31 match dal vittorioso Amburgo, registrando successi di un certo peso nei confronti di tennisti (Amburgo compreso) quali Alcaraz (6 all’epoca e poco dopo n.1), Ruud (4 una settimana prima di diventare n.3), Cilic (17), Kecmanovic (30), Cerundolo (30), Davidovich (35), Ruusuvuori (42) e altri giocatori d’esperienza come Goffin e  Lajovic, prima di battere lo stesso Berrettini (n.15) in quel di Napoli.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Che Matteo, fermo sulle gambe (sui piedi?), in clamorosa difficoltà nel rispondere di rovescio da sinistra, si sia rivelato spento di riflessi a rete, poco centrato perfino nel servizio oltre che nel dritto, non avrebbe dovuto essere una gran sorpresa per chiunque. O è solo senno di poi?

Nel tennis non ci si improvvisa. Tutti lo sanno. E qualcuno avrebbe dovuto pur accorgersene nei rarissimi allenamenti da mercoledì in poi. Un giorno? Due? Tre?

Qualcuno ha sottolineato che l’unica alternativa possibile a Berrettini, Lorenzo Musetti, era piuttosto abbacchiato per aver appena perso da Aliassime.

Ma, ragazzi, si sta parlando di una sconfitta patita con il n.6 del mondo! Uno dei tennisti più hot del tennis di questo autunno. E nel caso di Fritz, del n.9 del mondo, di un tennista che aveva appena raggiunto le semifinali al Masters ATP di Torino giocando alla pari con tutti i più forti. Dal quale, oltretutto, Musetti ha perso un primo set di un soffio, 10-8 al tiebreak, dopo averlo condotto per 5 punti a 3 ed essersi conquistato anche un paio di setpoint (annullati da servizi vincenti di Fritz su una superficie assai veloce).

LEGGI ANCHE Coppa Davis, Scanagatta: “Ancora una volta il Canada ci rispedisce a casa. È la terza volta” [VIDEO]

Insomma, ci sta che un ragazzo di 20 anni si possa sentire un po’ abbacchiato per non essere stato in grado di portare il punto da n.1 azzurro contro Fritz e Aliassime, ma Musetti non aveva mica giocato contro…pizza e fichi! Bastava farglielo capire.

Lì deve essere il capitano a tirarlo su, a dirgli, “dai Lorenzo sei stato bravo, hai perso contro due campioni, adesso ti butto dentro nel doppio e vedrai che giocherai benissimo”. Musetti è giovane, ma non è un under 10 che sarebbe stato incapace di reagire.

Ovvio che manca la controprova, a questo punto. Avrebbe giocato bene o male Lorenzo? Chi può saperlo con certezza? Nessuno. Ma avrebbe potuto giocare peggio di Matteo? Non lo credo possibile. Senno di poi? Solo fino a un certo punto.

Ho sempre stimato Matteoho creduto nelle sue possibilità e in quelle del suo ottimo team, dall’ottimo Santopadre in giù – ecco qui un link su quanto scritto anni fa, quando venni quasi ingiuriato da alcuni lettori quando dissi che aveva dimostrato di avere le potenzialità di un Thiem per averlo battuto una volta e perso di misura un’altra (poi lo avrebbe anche ribattuto al Masters di Londra)– quando ben pochi sembravano aver fiducia in lui.

Quindi non saltino fuori adesso coloro che mi accusino di avercela con lui o di essere negativo e ipercritico nei suoi confronti. Né di esserlo nei confronti di Volandri. Chi sceglie può sbagliare. Hanno sbagliato in passato tutti i capitani del mondo, all’estero (Fish l’ultimo caso!) e in Italia:  Pietrangeli, Panatta che pure è stato un ottimo capitano ma…ricordate quando schierò Narducci in Svezia “per dare una lezione a Canè”? E Nargiso a Vienna contro l’Austria? Ma anche Bertolucci e Barazzutti non sono sempre stati esenti da scelte contestate da critici e opinione pubblica. Può sbagliare, certo in buona fede, anche Fiippo Volandri. Mica l’ha fatto apposta!

Lui da una parte, Matteo Berrettini dall’altra, in buona fede hanno ritenuto di aver fatto la scelta migliore e di poter dare un contributo migliore. Nonostante una partita a dir poco imbarazzante di Matteo (che ha dato perfino per fuori palle finite abbondantemente dentro) grazie a un Fognini super per un set e mezzo – prima di venir travolto anche lui dalla mission impossible – il duo azzurro è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set. Il che non può non accrescere, però, i nostri rimpianti.

Che si sia sprecata una grande opportunità è purtroppo vero. In quel senso papà Fognini, papà Bolelli, Simone, hanno ragione. Non c’era la Russia (che non ci sarà neppure nel 2023) ed eravamo riusciti a battere gli Stati Uniti grazie ad un prodigioso Sonego – ben tornato Lorenzo! – e al doppio titolare Fognini-Bolelli.

Forse l’occasione si ripresenterà. Magari già tra un anno. Intanto perché abbiamo ottenuto una wildcard e perché rigiocheremo a Bologna nel girone che speriamo ci riporti a Malaga fra le 8 finaliste. E, come appena detto, la Russia di Medvedev e Rublev sarà nuovamente assente.

L’Italia ha almeno 4 singolaristi e 4 doppisti (incluso Vavassori che ho visto giostrare alla grande contro Pavic-Mektic e contro Krajicek-Dodig senza assolutamente sfigurare) di gran livelloE non penso che potrà avere tutta la sfortuna che ha avuto quest’anno. Alludo ai ripetuti infortuni di Berrettini, Sinner, Bolelli.

Dico questo anche se purtroppo dovremo sorbirci almeno ancora un anno di una formula Davis che non mi piace. Una Davis che attribuisce per due anni di fila la celebre “saladier” d’argento fatta coniare da Dwight Davis nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston a una squadra che in una finale vince appena 4 set (2 per match, prima di rendere superfluo il doppio), non è parente della Davis che Mr.Dwight Davis aveva ideato quando il tennis era molto meno popolare di oggi e aveva team molto più risicati.

Vincendo quattro soli set in una finale una squadra non era neppure sicura di aver conquistato un punto, dei 3 che servivano per aggiudicarsi la Coppa Davis.

Ma di quel che penso su come la Davis – che non è da buttare, alla gente piace, di pubblico ce n’è stato tanto – potrebbe tornare ad assomigliare alla vecchia Davis, con quattro singolari incrociati e un doppio che valga per il 20% dei punti e non per il 33% (ma, tuttavia almeno quel doppio venga sempre giocato…a Malaga 3 volte su 7 non lo si è neppure giocato e i doppisti sono venuti a fare un viaggio a vuoto) scriverò prossimamente.

Si può sognare di ridarle parte dell’antico lustro ora che l’ATP Cup, quella pagliacciata “inventata” dagli australiani (per attirare i tennisti laggiù, Down Under, fin da gennaio in funzione Australian Open) e appoggiata dall’ATP in sciocca e miope antitesi alla Coppa Davis gestita – in modo purtroppo abborracciato e politichese da ITF e Kosmos – è fortunatamente morta e sepolta. Ne riparleremo qui su Ubitennis. Così come riparleremo dell’assurdità di considerare head to head validi statisticamente i match della Laver Cup che al posto di un terzo set fanno giocare un long tiebreak. Che brutta cosa la politica (e il dio denaro) quando inquina la natura di uno sport. I mondiali di calcio nel Qatar non sono l’unico esempio.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement