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WTA, diario di un decennio: il 2014

Quinta puntata dedicata agli anni ’10 in WTA: gli ultimi Slam di Li Na, Sharapova e Kvitova, e Serena Williams che raggiunge Evert e Navratilova. Ma soprattutto un anno ricco di match indimenticabili

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Simona Halep e Maria Sharapova - Roland Garros 2014

Wimbledon 2014
Serena Williams si presenta a Wimbledon da grande favorita, ma dopo due sconfitte nei primi turni in Australia e Francia, deve stare attenta a non farsi sorprendere di nuovo. E invece la testa di serie numero 1 cade ancora al terzo turno contro Alizè Cornet, che l’aveva già sconfitta qualche mese prima a Dubai (6-4, 6-4).

Questa volta le circostanze rendono il tutto quasi incredibile: Serena vince il primo set 6-1 e nulla fa pensare che possa perdere contro una avversaria come Alizè, che negli Slam non ha mai sconfitto una Top 20 (zero vinte, 13 perse). E invece Williams ha un passaggio a vuoto nel secondo set, che apre lo spiraglio all’impossibile: Cornet sale 5-0 e poi riesce a giocare alla pari nel proseguo, fino a spuntarla contro una avversaria in giornata opaca (1-6, 6-3, 6-4). Williams è fuori, e a questo punto il torneo è aperto a ogni pronostico.

Prima di arrivare alle fasi finali, dobbiamo fermarci per raccontare due partite memorabili giocate nei turni intermedi. Eccole in ordine cronologico.

 

Kvitova b. Venus Williams 5-7, 7-6(2), 7-5 Wimbledon, 3T
Match da erba che più non si può, con due ex-campionesse di Wimbledon in giornata di grazia alla battuta, e la voglia profonda di tornare ai fasti passati. La eccezionale qualità dei servizi produce statistiche del tutto inusuali per il tennis femminile: tre sole palle break (due convertite) nell’intera partita.

Nel primo set Kvitova serve per seconda e in una partita così legata alla battuta diventa un carico psicologico pesante, specie quando si avvicina la fine dei set. E infatti Petra cede il servizio sul 5-6 del primo set. 7-5 Venus.

Di conseguenza Kvitova si ritrova a dover inseguire anche nel secondo set. Questa volta Petra rimane in scia per tutto il parziale, esibendo una concentrazione e una continuità che non si vedevano dal suo anno migliore (il 2011). Questa tenacia assoluta è probabilmente la chiave della partita, perché poi Kvitova vince il tie-break (7-2) e si assicura non solo il pareggio nei set, ma anche il vantaggio di servire per prima nel terzo.

Nel set conclusivo tocca a Venus inseguire, e questa volta è lei che perde il servizio (e di conseguenza la partita) sul 5-6 del terzo set. Alla seconda palla break concessa, dopo quella che aveva annullato nel game iniziale della partita. Vale a dire 2 ore e mezza prima. Kvitova chiude il set finale 7-5.

Man mano che il match si sviluppa, in campo e sugli spalti cresce la consapevolezza che un solo passo falso può risultare fatale: la sensazione è che ogni quindici, ogni singolo quindici, possa essere decisivo per spostare l’equilibrio del match. Non so se sia stata la migliore partita del decennio, ma quasi di sicuro è stata la più intensa: 150 minuti di thriller sportivo, in cui le giocatrici hanno il grande merito di riuscire a dare comunque il meglio di sé, giocando con una profondità impressionante, unendo potenza a precisione, e facendo capire perché hanno già vinto un torneo come i Championships. Saldo vincenti/errori non forzati: Kvitova +14 (63/49), Williams +10 (41/31).

A caldo, al termine dell’incontro, la sensazione è contraddittoria: sembra di avere assistito a una finale, eppure è solo un terzo turno. A conti fatti si scoprirà che si è trattato di una vera e propria finale anticipata, visto che Kvitova vincerà il torneo senza più cedere set.

È una vera disdetta che di questo match rimangano disponibili su Internet solo pochi secondi, scelti nel modo peggiore possibile:

Se i tornei non vogliono coltivare il loro passato, almeno evitino di far cancellare per ragioni di copyright i video caricati dagli appassionati, che tengono vivo il ricordo delle grandi partite, facendo cultura sportiva.

Kerber def. Sharapova 7-6(4), 4-6, 6-4 Wimbledon, 4T
Angelique Kerber si presenta al via del confronto con un cattivo record: non ha mai sconfitto una Top 10 in un torneo dello Slam; ci riesce proprio contro una delle favorite del torneo, Maria Sharapova, rovesciando un esito che pareva già scritto.

Primo set. Kerber strappa a Sharapova il servizio in apertura e conserva il vantaggio sino a quando, sul 5-4, serve per il set. Maria reagisce: controbreak e decisione rinviata al tie-break. 7-4 per Angelique.

La partita è senza pause, con Sharapova che spinge e Kerber che riprende tutto, senza mai risparmiarsi; e trovando in alcune occasioni anche la forza di rovesciare lo scambio. Nel secondo set è un break al settimo gioco a pareggiare i conti: 6-4 per Maria. Si andrà al set decisivo.

Terzo set. Kerber sale 3-0, poi manca un match point quando è in risposta, avanti 5-2. Può ancora servire per il match, invece perde la battuta sul 5-3. Poi è il momento di servire per Sharapova sul 4-5, a un passo dall’ottenere l’ennesima rimonta stagionale. Ma nel decimo, lunghissimo game, va subito sotto 0-40: altri tre match point. Maria li salva tutti e comincia una fase in cui si alternano vantaggi interni (cioè punti del 5-5) a vantaggi esterni (cioè altri match point). Alla fine sarà il settimo match point quello che chiude la partita a favore di Angelique.

Due giocatrici in grande giornata producono un match incalzante, a tratti entusiasmante, basato sul classico contrasto di stili fra attacco e difesa. Kerber e Sharapova: due giocatrici che a fine carriera potranno vantare di avere vinto Wimbledon sconfiggendo in finale Serena Williams.

A conferma dell’alto livello, entrambe chiudono con un saldo positivo vincenti/errori non forzati: Sharapova +8 (57/49) Kerber +16 (27/11). Se agli 11 errori totali di Angelique togliamo i 5 doppi falli, si ottiene il dato di soli 6 errori in 33 game. Appena 6 errori in oltre due ore e mezza di gioco: un muro.

Lo sviluppo del torneo
Eliminata Serena, eliminata Sharapova, Wimbledon 2014 nei turni decisivi si articola in modo inatteso. Nella parte bassa del tabellone comanda la Repubblica Ceca, con due giocatrici in semifinale: Kvitova e Safarova. Il loro confronto segue le previsioni della vigilia, visto che in carriera Safarova non è mai riuscita a battere Kvitova.

Nella parte alta la testa di serie più nobile ancora in corsa è la numero 3 Simona Halep, che se la vede con Eugenie Bouchard, la novità del 2014 negli Slam. Bouchard infatti ha già raggiunto la semifinale sia agli Australian Open che al Roland Garros. Questa volta però compie un ulteriore progresso: sconfigge in tre set Halep, in parte limitata da un problema alla caviglia.

La finale tra Kvitova e Bouchard è senza storia: Kvitova sfodera una prestazione perfetta e Bouchard, anche se nel migliore momento della carriera, non ha armi sufficienti per contrastarla; la partita si conclude 6-3, 6-0 in 55 minuti, diventando la più breve finale Slam del decennio.

Due semifinali e una finale nei primi tre Major del 2014 sono un ottimo punto di partenza per una ventenne come Eugenie: invece dopo questa durissima sconfitta non si rivedrà più la Bouchard dei primi sei mesi di 2014. A vincere il primo Slam per il Canada ci penserà un’altra tennista, cinque anni dopo. Ma questa è un’altra storia.

a pagina 5: US Open e, soprattutto, le WTA Finals

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L’insostenibile leggerezza di Leylah Fernandez

È possibile affermarsi ad alti livelli nel tennis contemporaneo malgrado un fisico minuto? Una giovane canadese prova a dimostrarlo, sfidando il circuito WTA

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Leylah Fernandez - Acapulco 2020

Questa settimana, con il torneo Palermo, è ripreso il tennis ufficiale, quello con le regole tradizionali e i punti WTA assegnati a chi vince le partite. Certo, non significa essere tornati alla normalità pre-Covid, considerando i tanti fattori extra sportivi che rendono precaria la gestione degli eventi, ma si prova a ripartire, e a riallacciare i fili di una attività che si è fermata all’inizio di marzo.

Sono infatti passati cinque mesi da quando Indian Wells è stato cancellato, con una decisione presa alla vigilia dei primi match. Per l’articolo di questo settimana, ho pensato di trattare un tema che ci riporta a quei giorni, alle ultime notizie relative al tennis giocato prima dello stop causato dalla pandemia.

La notizia a cui mi riferisco ci sembra oggi molto piccola, visto tutto quanto accaduto dopo, ma è comunque legata al torneo californiano; parlo della assegnazione delle wild card annunciate alla vigilia. A Indian Wells gli organizzatori avevano deciso di premiare, oltre alle tenniste locali, anche due giocatrici non statunitensi. La prima era Kim Clijsters, al ritorno alla attività agonistica. La seconda era una giovanissima canadese, Leylah Fernandez, diciassette anni, che nel mese di febbraio aveva raccolto risultati sorprendenti.

 

Fernandez in occasione del confronto fra Svizzera e Canada di Fed Cup (Biel, 7-8 febbraio) aveva battuto la numero 5 del mondo Belinda Bencic Poi si era trasferita in Messico e, partendo dalle qualificazioni, ad Acapulco aveva raggiunto la finale (sconfitta da Heather Watson). Quindi a Monterrey si era spinta sino ai quarti di finale (fermata da Svitolina). Insomma Leylah era una delle giocatrici del momento, e a Indian Wells avevano pensato che meritasse un riconoscimento, pur essendo ancora fuori dalla prime 100 del ranking.

Per Fernandez quel mese di febbraio ha rappresentato un salto di qualità improvviso, di quelli che si spiegano soprattutto con i progressi repentini dovuti alla età. Stiamo infatti parlando di una teenager nata il 6 settembre 2002, con alle spalle pochissimi match nel circuito maggiore. Del resto sino alla metà del 2019, Leylah aveva giocato soprattutto a livello junior, con risultati piuttosto notevoli: la vittoria al torneo Grado A di Porto Alegre nel 2018, e poi nel 2019 la finale all’Australian Open 2019 (battuta dalla coetanea danese Clara Tauson), e la vittoria al Roland Garros, in finale su Emma Navarro: sei partite vinte senza lasciare per strada nemmeno un set.

Dopo il successo nello Slam parigino, aveva deciso di non giocare più a livello junior, rinunciando quindi all’erba di Roehampton e Wimbledon e poi anche allo US Open, per dedicarsi a tornei ITF in nord America. Obiettivo: crescere nel ranking WTA. Questa scelta (che mi lascia un po’ perplesso, perché per una giovane americana non sono tante le occasioni di sperimentare l’erba) non le ha comunque impedito di diventare numero 1 del mondo junior nel mese di settembre.

In pratica dalla primavera del 2019 Fernandez si è dedicata alla scalata della classifica, per raggiungere in fretta posizioni che le permettessero almeno di accedere alle qualificazioni Slam. E poi, se possibile, anche all’ingresso diretto nella maggior parte dei tornei WTA e dei Major (significa all’incirca sfiorare la top 100). Ricordo che nel 2019 Fernandez aveva cominciato la stagione fuori dalle prime 400 e l’aveva conclusa come numero 209.

All’inizio di quest’anno, Leylah ha centrato il primo obiettivo importante: vittoria nei tre turni di qualificazione e ingresso al main draw dell’Australian Open (poi sconfitta da Lauren Davis al primo turno). Qualche settimana dopo sono arrivati gli exploit già descritti sopra, tra Fed Cup e Messico. Nei due tornei messicani che le sono valsi l’attuale posizione numero 118, le giocatrici più importanti sconfitte sono state Varvara Lepchenko, Lizette Cabrera, Nao Hibino, Stephanie Voegele, Anastasia Potapova.

Ma l’avversaria più di prestigio battuta è stata senza dubbio Sloane Stephens (6-7, 6-3, 6-3). Va detto però che Stephens stava attraversando un pessimo momento di forma: nel 2020 aveva raccolto solo sconfitte, con l’eccezione proprio di Acapulco, dove aveva battuto al primo turno Emma Navarro (sì, quella Navarro che era stata l’avversaria di Fernandez nella finale junior del Roland Garros, e che però da professionista è oltre il 400mo posto in classifica).

Proviamo a definire il quadro della situazione di Fernandez alla luce degli ultimi risultati. Al momento fra le prime 200 del mondo l’unica giocatrice più giovane di lei presente in classifica è Coco Gauff (nata addirittura nel 2004), che però in quanto a precocità costituisce davvero un caso straordinario, capace di confrontarsi con i record assoluti di tutta la storia dell’era Open.

Senza arrivare a quegli estremi, Fernandez rappresenta comunque un esempio molto interessante di giocatrice che compie il passaggio da junior a pro, raccogliendo con sorprendente rapidità risultati significativi. In generale le imprese di Leylah nell’ultimo biennio rappresentano un ulteriore tassello nella crescita del tennis canadese, che nelle ultime stagioni ha espresso parecchi nomi con grande potenziale, e non solo a livello femminile.

a pagina 2: La formazione di Leylah Fernandez

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L’unità di misura di Elise Mertens

La storia di una giocatrice che curiosamente ha compiuto il salto di qualità a partire da uno degli episodi più anomali e controversi degli ultimi anni

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Elise Mertens - Doha 2019 (foto via Twitter, @QatarTennis)

Vi ricordate di Chanelle Scheepers? Capisco che la domanda suoni bizzarra. Anzi, immagino che la maggior parte dei lettori avrà aggrottato la fronte, e cominciato a esplorare gli angoli più reconditi della propria memoria alla ricerca di una risposta.

Avete ragione. Non voglio dire che Scheepers possa essere l’equivalente manzoniano del Carneade di Don Abbondio, ma siamo lì. Eppure quando penso ad Elise Mertens mi viene in mente Chanelle Scheepers. Però la ragione di questa strana associazione posso spiegarla solo alla fine, una volta chiarito il mio punto di vista su Mertens. Quindi prima occorre approfondire la storia e le caratteristiche di Elise, per poter capire fino in fondo il senso della domanda iniziale.

L’idea di scrivere di Elise Mertens mi è venuta durante la stesura degli articoli sui migliori colpi in WTA. Al momento di scegliere le “elette”, Mertens è comparsa in quattro graduatorie: nelle risposte interlocutorie, nei pallonetti, nella lettura e nella costruzione del gioco. Eppure pur essendo già stata ampiamente Top 20 (la sua migliore classifica è numero 12, nel novembre 2018), non le avevo ancora dedicato un articolo. È venuto il momento di colmare la lacuna.

 

Gli inizi di Elise Mertens
Mertens è nata a Lovanio il 17 novembre 1995. Nasce prematura con oltre due mesi di anticipo, unica sopravvissuta di una gravidanza gemellare. Ha detto a questo proposito: “Forse nel tennis sono una lottatrice perché ho cominciato a lottare sin dai primi giorni di vita, quando ho rischiato di non sopravvivere”. A quattro anni inizia a giocare a tennis, seguendo la sorella maggiore Lauren; e ben presto si scopre che sul campo la più dotata in famiglia è la sorella minore. Di lì a poco il Belgio diventerà una nazione leader nel tennis femminile grazie alle imprese di Henin e Clijsters, che sono inevitabilmente gli idoli di Elise da bambina.

A soli tredici anni prende una decisione fondamentale: sceglie di dedicarsi soprattutto al tennis, cominciando a viaggiare per il mondo, accompagnata di solito dalla madre. Della sua carriera da junior colpisce la quantità e la distanza degli spostamenti. Normalmente una tennista di 14-16 anni quando si sposta all’estero tende a stare vicino al proprio paese, raramente cambiando continente. Invece Mertens gioca ovunque: dal Bangladesh all’Egitto, dagli Stati Uniti al Perù, dalla Thailandia alla Colombia. Oltre ai tornei in Europa.

L’attività giovanile è molto intensa (quasi 190 match di singolare nei tornei organizzati da ITF), con risultati notevoli ma non fenomenali. Vince 3 titoli in totale (nessun grado A, un solo grado 1, a Linz nel 2013) ma siccome raramente perde ai primi turni, riesce a entrare in Top 10: numero 7 nell’aprile 2013.

Le giocatrici nate come lei nel 1995 che faranno strada si chiamano Keys, Kontaveit, Sakkari, Putintseva, Peterson, Witthoeft. Nella carriera da junior, però, la sconfitta più dura la vive contro una avversaria più giovane di sei mesi: nell’ottobre 2010 in Thailandia, perde 6-1, 6-0 contro Ashleigh Barty, che è dell’aprile 1996.

Nel suo anno più orientato agli alti livelli da junior, il 2012, Mertens perde nel torneo di Santa Croce da Rebecca Peterson, al Bonfiglio da Bernarda Pera (nata però nel novembre 1994), al Roland Garros da Eugenie Bouchard (anche lei più anziana, del 1994), a Wimbledon da Anett Kontaveit (1995) e allo US Open da Taylor Townsend (1996).

Rispetto ad altre coetanee, Mertens comincia tardi l’attività fra le adulte. Di fatto il suo primo ranking WTA lo ottiene nel 2013, quando va per i 18 anni. Tanto per fare un paragone: alla stessa età Madison Keys sta già entrando in Top 100 e chiuderà quella stagione in Top 40. Il passaggio al professionismo per Elise non è solo tardivo, ma anche non proprio semplice.

Ha scritto lei stessa di recente per Behind the Racquet: “Non è facile compiere il grande passo. Ero in top 10 da junior e mi sono sentita di nuovo al buio, cominciando tutto da capo. È stato emozionante poter ricominciare, ma ho anche avuto paura di tutto il lavoro che mi aspettava. (…) Ho iniziato a giocare i tornei pro più tardi delle altre, a 17 anni, e sono diventata completamente professionista a 18. All’inizio non è stato semplice capire tutte le nuove avversarie. Ho perso molte partite in quel periodo. Ma la sensazione avuta quando ho vinto il primo 10k è stata incredibile. Quella sensazione vincente ti fa andare avanti, la passione ti fa andare avanti”.

Dal 2013 al 2016 sono stagioni di progressi, che le permettono di salire nel ranking senza però imprese memorabili: numero 577 a fine 2013, poi numero 240, quindi 151 e a fine 2016 numero 120. È una traiettoria sicuramente positiva, ma non straordinaria. sino a quando, all’inizio del 2017, arriva il momento che cambia la sua carriera.

a pagina 2: La svolta di Hobart

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L’impegno di Naomi Osaka

Cosa significa per la giocatrice più pagata al mondo prendere posizioni politiche precise e scendere in piazza a manifestare?

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

All’inizio di luglio Naomi Osaka ha scritto alla rivista Esquire, prendendo una posizione pubblica nel dibattito politico che si è sviluppato in seguito alla morte di George Floyd. A mio avviso costituisce una scelta interessante, e non tanto frequente fra le tenniste di vertice degli ultimi anni. Per questo penso meriti qualche riflessione.

Innanzitutto devo sgombrare il campo da un possibile equivoco. Sono dell’idea che un sito di sport debba parlare di sport, evitando di abbandonare il proprio ambito di riferimento. E non credo che i lettori debbano aspettarsi da un articolo di tennis valutazioni e giudizi sulla questione del razzismo negli USA, su “Black Lives Matter”, etc. etc. In più sono profondamente convinto che per scrivere articoli su un argomento tanto importante occorra avere un livello di competenza su avvenimenti e contesto che non sento di possedere. Naturalmente ho le mie opinioni (penso che Osaka abbia ragione), ma non ho intenzione di entrare nel merito politico del tema.

Qui vorrei piuttosto ragionare su un argomento differente: su che cosa significhi per Osaka avere assunto posizioni politiche tanto nette in modo pubblico. Ricordo che, prima della pubblicazione del testo su Esquire, a fine maggio Naomi aveva già postato sui social un filmato che ritraeva la sua partecipazione a una delle manifestazioni tenute a Minneapolis successive alla morte di George Floyd. E anche se questo messaggio forse aveva avuto meno risonanza, si può dire fosse per certi aspetti anche più forte, visto che non è frequente per un personaggio pubblico decidere di spostarsi in un altra città per unirsi in prima persona alla folla dei manifestanti.

 

Forse sbaglio, ma per esempio non credo che Serena Williams si sia mai spinta tanto avanti. Anche il suo boicottaggio a Indian Wells è sempre stato focalizzato sul singolo torneo e sulle vicende personali che aveva vissuto, più che su una questione politica a vasto raggio, di carattere generale.

Scorrendo la pagina Twitter di Naomi Osaka, ci si rende conto che nelle ultime settimane sono diversi i tweet che si occupano di aspetti politici e sociali. Come dicevo sopra, non è molto frequente che una tennista di vertice come Naomi (già numero 1 del mondo e vincitrice di Slam) si schieri con tale evidenza all’interno del dibattito politico. Siamo più abituati a grandi sportivi che preferiscono evitare di definire inequivocabilmente le loro convinzioni ideologiche. Le ragioni di questo disimpegno possono essere personali: scarso interesse verso la situazione, o desiderio di riservatezza. Ma la prima motivazione che viene in mente, è quella economica. Economica perché gli sportivi più popolari ricavano una quota significativa dei loro introiti dalle sponsorizzazioni.

Proprio qualche settimana fa abbiamo appreso da Forbes che Osaka a soli 22 anni costituisce la figura di riferimento di un piccolo impero commerciale. Con 37,4 milioni di dollari totali guadagnati nel 2019, Naomi è infatti risultata la sportiva donna più pagata della storia. E l’atleta (uomini e donne) numero 29 della classifica complessiva relativa ai guadagni.

Se però guardiamo dentro al suo bilancio, le cose si fanno ancora più interessanti. Di questi 37,4 milioni totali, infatti, ben 34 derivano dagli sponsor. Se consideriamo solo questa fonte di profitto, Osaka nella classifica sale addirittura al numero 8 a livello assoluto (uomini e donne). E nel tennis solo Federer guadagna dagli sponsor più di lei. Atleti come Djokovic, Nadal, Serena Williams, nel 2019 hanno ricavato meno di Naomi.

Credo di non sbagliare se sostengo che ogni agente di grandi sportivi suggerisce al proprio cliente di non esternare su argomenti che possono scontentare una parte del pubblico, e quindi del mercato. In un certo senso è insito nel concetto stesso di testimonial: al testimonial si chiede di piacere alle persone; anzi: di piacere al maggior numero di persone possibile. Ecco perché quando lo sportivo è un testimonial veramente importante, si preferisce che assuma atteggiamenti “ecumenici” e non divisivi.

Certo, si possono verificare anche casi opposti, cioè di sportivi che a priori non possono offrire una immagine unificante, e vengono scelti dalle aziende perché sono “contro”. Penso per esempio a giocatori come Dennis Rodman o più recentemente alla decisione di Nike di mettere sotto contratto Colin Kaepernick. Ma è molto improbabile che diventino i più pagati dagli sponsor.

E non è nemmeno così importante se oggi certe scelte politiche possono sembrare più “mainstream” (valutazione comunque tutta da dimostrare): in ogni caso per chi deve promuovere un prodotto sul mercato, non conta solo essere in linea con la maggioranza, ma anche non inimicarsi la minoranza.

Probabilmente il testimonial sportivo per eccellenza degli ultimi anni è stato Michael Jordan; e a lui si attribuisce una frase che spiega in poche parole la situazione: “Anche i repubblicani comprano le scarpe sportive”. Che questa famosa affermazione sia vera o no (Jordan forse non l’ha mai pronunciata, ma non l’ha nemmeno smentita prima che diventasse proverbiale), resta il fatto che sintetizza molto bene l’idea di un testimonial che deve maneggiare con estrema circospezione certi argomenti, perché possono diventare esplosivi.

La storia dello sport ci insegna anche che le prese di posizione politiche possono diventare devastanti per la carriera di un atleta. Uno dei casi più celebri riguarda i protagonisti della protesta sul podio dei 200 metri delle Olimpiadi di Città del Messico ’68 (Tommie Smith, John Carlos, ma anche l’australiano Peter Norman), che hanno pagato dure conseguenze per quella immagine diventata un simbolo mondiale.

Torniamo al tennis. Forse il caso di grande giocatrice che quando era ancora in attività si è più esposta su questioni extrasportive è stata Martina Navratilova. Nel momento in cui ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità, per la mentalità dell’epoca stava compiendo un atto politico, più di quanto forse possa apparire oggi. Un atto che non era stato privo di conseguenze.

Nel documentario che ESPN ha dedicato alla sua rivalità con Chris Evert (Unmatched, uscito nel 2013) Martina ricorda che quando ha cominciato a vincere molto, c’erano media statunitensi che presentavano le sue partite contro Chris come uno scontro tra bene e male. Scontro nel quale Evert impersonava il bene (la “fidanzata” della porta accanto) e Navratilova il male (la giocatrice proveniente da un paese comunista e per di più lesbica):

Certo, se paragoniamo le conseguenze sulla carriera avute da Navratilova con quelle subite dagli sprinter di Città del Messico ci rendiamo conto che Martina ha avuto molti meno problemi. E questo varrà sicuramente anche per Osaka; non solo perchè sono cambiati i tempi, ma anche perché, al contrario di altre discipline, il tennista professionista è sostanzialmente una entità autonoma, che (se gioca bene ed è forte) non deve passare attraverso le maglie delle federazioni o dei club per poter svolgere la propria attività.

Però non sono in ogni caso tutte rose e fiori. Una tennista in attrito con la propria federazione potrebbe dover rinunciare alla Fed Cup e molto probabilmente anche alle Olimpiadi. A proposito di Olimpiadi: Osaka lo scorso anno era stata scelta dal comitato di Tokyo 2020 come testimonial dei Giochi (rinviati al 2021 a causa della pandemia); e chissà se gli organizzatori dell’evento hanno gradito le sue ultime mosse pubbliche.

Questo ci introduce a un altro aspetto che riguarda Naomi: il pronunciamento politico di una giocatrice giapponese su questioni che hanno avuto il loro fulcro negli Stati Uniti. Ricordo che Osaka è nata in Giappone (da madre giapponese e padre haitiano), ma la sua famiglia si è trasferita negli USA quando lei aveva tra anni, e dunque negli USA risiede da circa 20 anni.

Ecco, la scelta di Osaka è forse un po’ più coraggiosa se teniamo conto del fatto che Naomi è scesa in piazza negli Stati Uniti da “straniera”. Infatti per obblighi stabiliti dalla legge giapponese, lo scorso anno ha dovuto rinunciare al passaporto statunitense. Ma evidentemente in questo caso ha prevalso la sua storia personale, ricca di riferimenti transnazionali, che non si possono confinare dentro i vincoli di una cittadinanza. Lo ha sostenuto lei stessa in una parte dell’articolo su Esquire:Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”.

Ecco un altro elemento da non sottovalutare della decisione di Osaka: la sua scelta politica a favore di una società plurale, espressa in quanto giocatrice e cittadina giapponese. Non dimentichiamo che se Osaka ha guadagnato così tanto, molto lo deve agli sponsor del sol levante. E cultura e mentalità giapponese non sono quelle statunitensi.

Ha scritto Naomi a proposito del suo rapporto con il paese di nascita: “Il Giappone è una nazione molto omogenea, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora, siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media”.

Sotto questo aspetto va ricordato come lo scorso anno ci furono polemiche per un cartone animato realizzato da uno sponsor giapponese di Naomi in cui era raffigurata come una giocatrice di pelle bianca. Allora lei si era espressa in modo tutto sommato più accomodante (“Avrebbero dovuto parlarmene”). Difficile dire se perché ritenesse la vicenda secondaria, o perché non desiderasse ancora esporsi in modo così deciso come ha fatto di recente. E questa evoluzione ci conduce agli aspetti più personali del suo impegno.

a pagina 2: L’aspetto personale della Osaka “politica”

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