WTA, diario di un decennio: il 2014 - Pagina 5 di 5

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WTA, diario di un decennio: il 2014

Quinta puntata dedicata agli anni ’10 in WTA: gli ultimi Slam di Li Na, Sharapova e Kvitova, e Serena Williams che raggiunge Evert e Navratilova. Ma soprattutto un anno ricco di match indimenticabili

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Simona Halep e Maria Sharapova - Roland Garros 2014

US Open 2014
Flushing Meadows 2014 è molto importante per storici e statistici, ma meno significativo sul piano della qualità di gioco. Importante per gli storici perché, dopo tre delusioni, finalmente Williams conquista il 18mo Major e quindi raggiunge due leggende come Evert e Navratilova. Altro dato statistico: a oggi, si tratta dell’ultima edizione degli US Open vinta da Serena.

D’altra parte questo Slam per quanto riguarda lo spettacolo, è stato, a mio opinabilissimo giudizio, uno dei meno appassionanti del decennio. Serena controlla il torneo dall’inizio alla fine. Questo il suo cammino: 6-3 6-1 a Townsend, 6-1 6-0 a King, 6-3 6-3 a Lepchenko, 6-3 6-3 a Kanepi, 6-3 6-2 a Pennetta, 6-1 6-3 a Makarova, 6-3 6-3 a Wozniacki.

Williams non ha nemmeno bisogno di giocare particolarmente bene, visto che le principali avversarie si presentano tutte in forma opaca. Azarenka lontana dai livelli di dodici mesi prima, eliminata da Makarova nei quarti; Radwanska deludente (come spesso le accade a New York); Li Na ormai ritirata (a Wimbledon, come detto).

 

A conti fatti di questa edizione ricorderei: le due vittorie contro pronostico di Aleksandra Krunic (su Keys e Kvitova) nella prima settimana, la prestazione sorprendente di Peng Shuai, che arriva fino alla semifinale prima di essere fermata dal caldo e dai crampi (con uscita in sedia a rotelle dal campo). E la partita di quarto turno tra Wozniacki e Sharapova, che probabilmente decide il nome della seconda finalista, con Caroline vincitrice (6-4, 2-6, 6-2).

E la finale? Il match fra Williams e Wozniacki, grandi amiche fuori dal campo, non offre particolari emozioni: dopo una serie di break e controbreak in apertura, ci si assesta sino al conclusivo 6-3, 6-3 in 77 minuti.

Ma per fortuna l’anno non è ancora finito, e sta per andare in scena una edizione del Masters degna di essere ricordata per due motivi completamente differenti: un dilemma tennistico e una grande partita.

WTA Finals: il dilemma di Simona Halep
Dopo il triennio a Istanbul, le WTA Finals si tengono per la prima volta a Singapore. Il torneo si apre con un risultato che definire a sorpresa è poco. Halep non solo sconfigge Williams, ma lo fa lasciandole due soli game: 6-0 6-2. Serena poi vince gli altri due incontri del round robin (contro Bouchard e Ivanovic) ma la pesante sconfitta in apertura mette a rischio il superamento del girone. Anzi, per essere precisi tutto è nelle mani di Simona.

Il meccanismo è questo. Con Bouchard fuori dai giochi, si deve decidere chi avanzerà con Halep in semifinale: Williams o Ivanovic? Se nell’ultimo match Simona perdesse in due set contro Ivanovic, Williams sarebbe eliminata; negli altri casi invece, Serena passerebbe il turno. Un po’ tutti pensano che Williams sia la favorita del torneo e quindi per Halep c’è l’occasione di eliminarla fin dai gironi: sarebbe sufficiente non impegnarsi contro Ana.

Cosa fare? Su tutti i forum, Ubitennis incluso, si apre un dibattito accesissimo tra due correnti di pensiero che, a occhio, sembrano spaccare a metà la platea.

Da una parte chi sostiene che alle Finals si gioca per vincere il torneo e non la singola partita. Visto che è scontato che a Simona converrebbe eliminare Serena, meglio perdere volontariamente un match per aumentare le possibilità di conquistare il titolo. Con il successo del primo giorno, Simona si è conquistata questo privilegio e sarebbe autolesionistico non approfittarne.

Dall’altra chi pensa che si debba scendere in campo sempre e comunque per vincere, perché è una legge ineludibile dello sport e della sua morale: dunque per la coscienza di uno sportivo non è accettabile perdere apposta un match. Non è corretto spingersi fino a quel punto nel fare calcoli.

Dopo tante parole e discussioni, arriva il momento della partita e tutti scrutano Simona per scoprire come si comporterà. Ivanovic vince il primo set… ma poi Halep si aggiudica il secondo. A quel punto chi vincerà il terzo set conta quasi nulla, se non per i punti e i soldi messi in palio per il singolo match, perché si sa già che il girone lo passeranno Simona e Serena. La partita la vince Ivanovic, ormai eliminata.

Le semifinali sono Halep contro Radwanska e Williams contro Wozniacki. Simona e Serena vincono e si ritrovano in finale. Williams si prende la rivincita contro Halep, con un netto 6-3, 6-0 conquistando così il quinto titolo al Masters.

A oggi questo è l’ultimo Masters a cui Serena ha preso parte, visto che nelle stagioni successive non lo ha più giocato: o per scelta, o perché ferma per la gravidanza, o per mancanza dei punti necessari.

Ma questo non può essere il capitolo finale dell’articolo. Prima di chiudere occorre fare spazio all’ultimo, eccezionale match della stagione: la semifinale tra Williams e Wozniacki.

Serena Williams b. Wozniacki 2-6, 6-3, 7-6(6) WTA Finals, SF
Visto che la scorsa settimana Wozniacki ha annunciato il suo imminente ritiro, trovo che il ricordo di questo match capiti proprio nel momento giusto. Perchè, anche se si tratta di una sconfitta, sono convinto sia stato uno dei picchi della carriera di Caroline.

Williams vs. Wozniacki è il classico della parte conclusiva del 2014: quattro incontri nel giro di poche settimane, sempre vinti da Serena, ma di qualità differente. Due match molto combattuti a Montreal e Cincinnati, poi la delusione della finale di Flushing Meadows, troppo a senso unico. Per fortuna il calendario offre una quarta occasione, e la semifinale di Singapore diventa il clou della saga “Serena contro Caroline”, le due nemiche/amiche.

Wozniacki è subito solida e incisiva, pronta ad approfittare della partenza lenta di Williams. Serena cerca di reagire a modo suo: la rottura della racchetta è il segnale che non ha intenzione di lasciare strada facilmente (min 1’40”). Intanto però Caroline conquista il primo set per 6-2.

Nel secondo set è Williams a governare la situazione, e Wozniacki fatica ad adeguarsi al nuovo livello che Serena propone (6-3). Non c’è da meravigliarsi: normalmente è un livello che permette di vincere con sicurezza partite e tornei in serie.

Ma non questa volta: Wozniacki sorprende tutti, giocando un terzo set stratosferico. Risponde colpo su colpo a Serena: non ha paura di spingere, corre, difende, riprende il possibile e qualche volta anche l’impossibile, e quando si presenta l’occasione, rovescia lo scambio e colpisce.

Serena è obbligata a dare tutto: e allora ecco i servizi sul filo dei duecento orari per ottenere punti senza dover correre troppo, e poter riprendere fiato. Ma Caroline ormai ci crede davvero: non solo gioca benissimo da fondo, ma riesce anche a volleare come non ha mai fatto prima. I successi delle prime sortite a rete la spingono a riprovarci, e così aggiunge una nuova soluzione ai suoi schemi. Riesce a portarsi sul 5-4 e servizio: ma Serena gioca un game alla risposta che sembra dare ragione a chi la definisce GOAT, e pareggia i conti sul 5 pari.

Sul 5-6 Wozniacki deve servire per stare nel match; sul vantaggio esterno è a un passo dalla fine: match point. Invece vince uno scambio straordinario, concluso con un corpo a corpo a rete. Eccolo:

E questo scambio fa girare la partita nuovamente; Serena paga lo sforzo profuso: ha rincorso di tutto in difesa nel tentativo di chiudere il match, e va in debito di ossigeno. Per recuperare avrebbe bisogno di una pausa, che però non è prevista prima del tie-break.

Tie-break finale. Con i muscoli pieni di acido lattico, Williams cerca di accorciare gli scambi, ma contro questa Wozniacki l’azzardo non paga; si ritrova sotto 1-4. Un nastro regala a Williams il secondo punto (2-4) e poi finalmente il cambio campo le permette di recuperare lucidità.
Dopo il cambio campo, Serena conquista quattro punti consecutivi; sul 6-4 a suo favore la partita sembra finita: altri due match point. Ma Caroline non vuole proprio perdere, pareggia i conti sul 6-6 e obbliga Serena ad altri due punti per riuscire, finalmente, a chiudere il match sull’8-6.

Serena ha vinto; Caroline ha perso, ma grazie a una prestazione eccezionale ha fronteggiato alla pari una ottima Serena. E tutte e due hanno regalato agli spettatori una partita straordinaria, di quelle che si ricordano ancora, a distanza di anni.

Le puntate precedenti:

WTA, diario di un decennio: il 2010
WTA, diario di un decennio: il 2011
WTA, diario di un decennio: il 2012
WTA, diario di un decennio: il 2013

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Il Roland Garros di Krejcikova e dei ritiri

Lo Slam sulla terra rossa ha proposto quattro semifinaliste esordienti e una vincitrice a sorpresa. Ma anche tanti problemi fisici delle giocatrici di vertice

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Il Roland Garros 2021 femminile si è concluso da alcuni giorni, la finale è stata disputata sabato scorso, eppure sono ancora intatte le mie perplessità sul torneo. Che Slam è stato? Come mettere in ordine di importanza gli eventi accaduti? Come ricorderemo la vittoria di Barbora Krejcikova? Come l’avvento di una giocatrice dalla maturazione tardiva, ma poi capace di mantenersi stabilmente ai piani del tennis? O invece come una impresa irripetibile, favorita da una serie di circostanze del tutto particolari?

Probabilmente solo i tempi della storia ci consentiranno di capire con certezza quali aspetti vadano considerati più rilevanti, e come inquadrarli. Ma credo che un discorso sulla qualità generale offerta dal torneo vada affrontato già oggi. Per questo tema rimando all’ultima pagina dell’articolo. Intanto cominciamo a parlare di chi ha vinto.

Barbora Krejcikova
E così, a Roland Garros terminato, gli albi d’oro ci dicono che Barbora Krejcikova non è solo la campionessa del singolare, ma anche la regina del torneo di doppio. Una impresa straordinaria: la accoppiata nei due tornei parigini non riusciva da 21 anni, dai tempi di Mary Pierce (edizione del 2000). E prima di lei, nell’era Open, ci sono riuscite solo Navratilova (1982, 1984), Ruzici (1978), Evert (1974, 1975), Court Smith (1973) e King (1972). E con il titolo di doppio, conquistato insieme alla storica compagna Siniakova, Barbora è tornata numero 1 delle classifiche di coppia.

 

In pratica nel giro di qualche mese Krejcikova si è trasformata da giocatrice specialista del doppio a protagonista assoluta, capace di risultati eccezionali in singolare. Come è stato possibile? Nata nel dicembre 1995, Barbora ha sviluppato una carriera inusuale, con una accelerazione di risultati in parte dovuta alla anomalia della stagione 2020, quella della pandemia.

Nella sua storia si possono identificare una serie di passaggi cruciali, che l’hanno portata fino alla situazione di oggi. Il primo momento chiave risale al 2013. Barbora, allora teenager, dopo essere stata una ottima junior (numero 3 del ranking), deve decidere se tuffarsi nel mare aperto del professionismo o se optare per soluzioni meno ambiziose ma più sicure, come per esempio l’attività nei tornei NCAA (il circuito delle università americane). Ne parla con i genitori, e d’accordo con la mamma prova a rivolgersi a Jana Novotna per avere un consiglio. Sia Krejcikova che Novotna sono nate e abitano a Brno, perché non approfittarne e sentire il parere di una campionessa così esperta?

Krejcikova si presenta a casa di Novotna con una lettera, e la risposta di Jana è sorprendente: non solo le consiglia di abbracciare senza tentennamenti l’attività professionistica, ma si offre di farle da coach per affrontare il complicato mondo dei tornei ITF, il passaggio obbligato che precede il ben più ricco Tour WTA.

Anche se non arrivano risultati immediati, le stagioni con Novotna la formano sul piano tecnico e mentale, e costituiscono la base della sua esperienza di giocatrice professionistica. Barbora in seguito dovrà per forza proseguire con altri coach quando Jana è costretta a smettere di allenarla per l’aggravarsi delle condizioni di salute.

Un secondo momento fondamentale nella carriera di Krejcikova va datato 2018, quando torna a formare un team stabile di doppio insieme a Katerina Siniakova. Barbora e Katerina sono quasi coetanee (Siniakova è più giovane di sei-sette mesi), e hanno giocato insieme già in diverse occasioni. Ma soprattutto la loro coppia ha conquistato tre junior Slam (Roland Garros, Wimbledon, US Open) nel 2013, prima che le loro strade si separassero alla fine della attività giovanile. Dal 2018 affrontano di nuovo insieme i tornei a livello WTA, e i risultati arrivano molto in fretta, risvegliando l’antica alchimia: semifinale a Doha, finale a Miami, vittoria al Roland Garros, vittoria a Wimbledon. La semifinale allo US Open e la finale al Masters valgono anche la posizione numero 1 delle classifiche di specialità.

I successi nel doppio significano non solo la tranquillità economica per proseguire la attività in singolare, ma permettono a Krejcikova di affrontare stadi e pubblici in occasioni importanti, che da singolarista non avrebbe la possibilità di sperimentare.

Un terzo momento fondamentale della carriera di Krejcikova arriva nel 2020, con la pandemia. Al contrario di quasi tutte le altre giocatrici, per lei lo stop del circuito internazionale si trasforma in una insperata fase di crescita. Lo ha raccontato lei stessa diverse volte. Qui mi rifaccio alla conferenza stampa di qualche giorno fa a Parigi, dopo la vittoria su Sloane Stephens. Domanda: “Durante il torneo di Strasburgo hai raccontato che per te sono state fondamentali alcuni tornei giocati nel periodo della pandemia in Repubblica Ceca. Hai detto che ti hanno fatto sentire più pronta ad affrontare la sfida del singolare”.

Risposta: “Sì, penso siano stati davvero importanti. Ho avuto l’opportunità di giocare contro tutte le migliori ragazze della Repubblica Ceca, che ha tante buone giocatrici. Non ho avuto solo l’occasione di misurarmi con loro, ma anche di osservare come si allenano, come si preparano per le partite, etc. etc. Tutto questo mi ha davvero aiutato perché io ero fuori dalla top 100, ma in quei giorni mi sono resa conto di potermela giocare con tutte. Solo la mia classifica non era all’altezza, e non mi permetteva di partecipare ai loro stessi tornei. Ho capito che dovevo progredire nel ranking per dimostrarlo”.

Al primo impegno dopo lo stop per pandemia, Krejcikova partecipa al WTA di Praga grazie a una wild card (in quel momento è numero 118 del ranking) e perde al secondo turno da Simona Halep per 3-6, 7-5, 6-2. Ha di fronte una Halep in ottima condizione, che avrebbe vinto non solo quel torneo, ma anche i successivi Internazionali di Italia, eppure Barbora nei primi due set gioca benissimo, impegnando molto seriamente la numero 2 del mondo. Il salto di qualità è evidente, e mancano solo le occasioni per confermarlo.

Arriva il Roland Garros 2020, lo Slam autunnale. Grazie ai forfait di diverse giocatrici, Krejcikova entra per la prima volta direttamente nel tabellone principale di un Major. Di fatto è la sua terza volta in assoluto in uno Slam, visto che in precedenza, su 17 tentativi, 15 volte non aveva superato le qualificazioni: solo in due occasioni era riuscita entrare nel main draw (Roland Garros 2018 e Australian Open 2020) . Ma quella che scende in campo a Parigi è ormai una giocatrice matura, molto più sicura di sé e delle proprie possibilità. E infatti raggiunge il quarto turno (sconfitta da Podoroska in tre set) dopo avere battuto Strycova e Pironkova.

La crescita si consolida ulteriormente nel 2021, con altri due passaggi fondamentali: la finale a Doha, torneo WTA 1000, persa contro Muguruza; e infine il primo successo in carriera, nel WTA 250 di Strasburgo. La vittoria nella finale alsaziana contro Sorana Cirstea è l’ultimo gradino che le serve per scendere in campo a Parigi senza porsi limiti.

a pagina 2: Krejcikova al Roland Garros 2021

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Roland Garros 2021: Barty, Swiatek o Sabalenka?

Negli ultimi sette anni le vincitrici dei tornei di preparazione sulla terra rossa non hanno mai vinto il successivo Roland Garros. Ma quest’anno potrebbe essere la volta buona per smentire i precedenti

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Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il Roland Garros 2021 si annuncia come il primo Slam quasi “normale”, almeno negli aspetti tecnici fondamentali. Rispetto agli ultimi Major, infatti, questa volta c’è stata la possibilità di affrontare i tornei di avvicinamento allo Slam senza particolari restrizioni, divieti o cancellazioni. E così le tenniste hanno potuto metabolizzare il passaggio alla terra rossa in modo simile a quanto avveniva nelle stagioni precedenti al coronavirus.

Facciamo un paragone con gli ultimi Major successivi al Covid. Annullato Wimbledon, lo US Open 2020 aveva visto prima drasticamente ridotta la stagione delle US Open Series, e poi una serie di forfait da parte di molte tenniste di vertice. Stesso problema per il Roland Garros autunnale, oltre tutto menomato dalla cancellazione di Stoccarda e Madrid, eventi fondamentali per l’approccio alla terra rossa.

Poi in vista dell’Australian Open 2021 abbiamo assistito a tornei della viglia con le partecipanti suddivise in base ai diversi gradi di quarantena. In sostanza sono intervenuti diversi fattori extra tecnici che non hanno certo agevolato l’avvicinamento delle atlete agli Slam.

 

Questa volta no. Andreescu a parte (per il suo caso rimando a più avanti), finalmente le giocatrici hanno potuto affrontare e scegliere i tornei di preparazione sulla base di valutazioni più tennistiche. I tornei ci hanno offerto parecchie indicazioni, e ciascuno di noi si è costruito una lista di possibili favorite proprio sulla base delle prestazioni mostrate nelle ultime settimane.

Prima di entrare nel merito delle partite più recenti, cominciamo con il riepilogo delle ultime stagioni, con i risultati dei quattro più importanti tornei disputati sulla terra rossa dal 2016 in poi: Stoccarda, Madrid, Roma, Parigi.

Come si vede, nessuna delle giocatrici vincenti in uno dei tre principali tornei di preparazione è poi riuscita, nella stessa stagione, a conquistare anche lo Slam. Per trovare il caso di una tennista capace di una impresa del genere occorre risalire al 2014, quando Maria Sharapova si affermò al Roland Garros essendo anche campionessa in carica sia di Stoccarda che di Madrid.

Riusciranno Barty, Sabalenka o Swiatek a emulare Sharapova? Sulla carta non sembra impossibile, visto che due di loro hanno già vinto anche a Parigi. Vediamo intanto come si presentano al via dello Slam le prime teste di serie.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

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Gli Internazionali di Iga Swiatek

Al ritorno sulla terra battuta più tradizionale è di nuovo emersa la stella della campionessa in carica del Roland Garros

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Iga Swiatek -WTA Roma 2021- via Twitter-@InteBNLdItalia
Iga Swiatek - WTA Roma 2021- via Twitter-@InteBNLdItalia

Dopo l’ottimo WTA 1000 di Madrid, gli Internazionali di Italia appena conclusi non sono stati all’altezza dell’evento spagnolo. A Roma la partite di qualità si sono diradate, e alcuni match hanno deluso. Parere personale, naturalmente. Le cause sono diverse, anche perché nel tennis sono tante le variabili imprevedibili: la forma delle giocatrici, gli incroci determinanti dal sorteggio, le condizioni del clima, gli infortuni, etc.

Innanzitutto al Foro Italico abbiamo avuto due ritiri importanti a torneo in corso: quello di Ashleigh Barty e quello di Simona Halep. Due mancanze notevoli, considerando il loro valore sulla terra battuta. Poi anche la pioggia non ha aiutato a rendere lineari le fasi conclusive del torneo. E a tutto questo si è aggiunto il caso dell’ultima partita, la più importante, terminata in appena 48 minuti.

Cominciamo proprio dalla finale, dal 6-0 6-0 tra Swiatek e Pliskova. Dato di fatto: da quando esiste la WTA non era mai accaduto un risultato del genere in un torneo di questa importanza. Considerare quindi questa partita come un riferimento per valutare lo stato del tennis femminile (come ho visto fare da alcuni post su Ubitennis) a mio avviso non denota grande acume. Occorrerebbe saper distinguere la normalità dalla eccezionalità; ma se invece l’eccezione diventa unità di misura, allora vale tutto.

 

Dunque gli organizzatori non hanno avuto una buona finale femminile. Sicuramente sfortuna, ma forse si tratta anche di una nemesi, visto che a Roma le giocatrici sono spesso trattate in modo opinabile. Basta dare una occhiata alla programmazione per capirlo. Un esempio: quella di mercoledì 12 maggio, un giorno che non prevedeva pubblico e quindi non c’erano nemmeno preferenze esterne che potessero condizionare le decisioni.

Ebbene, mercoledì sono state programmate sul campo 1 e 2, due plurivincitrici Slam e una plurifinalista Slam: tutte insieme appassionatamente. Perché questa è la condizione dei campi 1 e 2. E così abbiamo assistito a Muguruza, Kvitova e Zvonareva (che si affrontavano fra loro) affiancate nei loro impegni ufficiali come sui campi pratica, separate solo dalla recinzione di un metro, con i giudici di sedia che chiamavano il punteggio parlandosi uno sopra l’altro.

In quel momento c’erano in campo contemporaneamente 4 titoli e 5 finali Slam. Ecco il conteggio: 3 titoli di Wimbledon, 1 del Roland Garros, più 2 finali all’Australian Open, 2 a Wimbledon e 1 allo US Open. Questo mentre negli stadi principali veniva riservato lo spazio privilegiato ad altri match quali Zverev vs Dellien, Mager vs Sonego o Bautista vs Garin. E lo ripeto: senza pubblico.

Anche l’avere costretto Iga Swiatek a disputare quarto di finale e semifinale con un tempo di riposo minimo non mi è parsa la scelta ideale. Mi si dirà: ma al dunque Iga ha comunque vinto, anzi stravinto. Bene per lei, ma qui non si tratta di valutare solo i risultati, quanto l’atteggiamento complessivo di chi concepisce il programma.

Se si parte da queste situazioni sorprende meno che, al terzo andirivieni dagli spogliatoi per pioggia, la numero 1 del mondo Ashleigh Barty abbia deciso di chiudere in quel momento la sua esperienza romana. Ashleigh si è ritirata dopo aver richiesto un Medical Time Out che si è risolto in un breve dialogo con la fisioterapista, senza nemmeno provare un trattamento.

Probabilmente Barty aveva in mente una gerarchia dell’importanza dei tornei, e ha trattato gli Internazionali come un qualsiasi impegno di preparazione in vista del Roland Garros. Anche se quest’anno lo Slam è stato posticipato di una settimana, e quindi avrebbe avuto sette giorni in più per il recupero.

La mia sensazione (magari sbaglio) è che per le tenniste di vertice la gerarchia degli eventi su terra battuta sia ormai questa. In ordine decrescente: Parigi, Madrid, Stoccarda, Roma. Già la vicinanza con Parigi non favorisce il torneo italiano, se poi aggiungiamo che, rispetto a Madrid e Stoccarda (che hanno il tetto), la pioggia può diventare una ulteriore fonte di problemi, si arriva a questa situazione.

In più anche il “back to back” di calendario Madrid-Roma non aiuta le protagoniste ad arrivare al meglio nei turni decisivi italiani. Il tennis attuale è uno sport molto esigente a livello atletico, e chi arriva in fondo a Madrid non ha molto tempo per ricaricare le pile. Insomma, il rischio è che a Roma aspetti logistici, extracampo, finiscano per influenzare la qualità complessiva delle partite, in campo.

Ricordo per esempio che lo scorso anno Pliskova si era ritirata in finale contro Halep, per un problema fisico accusato nelle fasi conclusive della semifinale vinta contro Vondrousova. Sulla carta Halep vs Pliskova era la migliore finale possibile, fra la testa di serie numero 1 e la numero 2, e invece anche quella volta si era risolta in una delusione per gli spettatori (6-0, 2-1 per Halep).

Sarebbe però un errore assimilare la finale del 2020 a quella del 2021. Intanto perché nel tennis le finali compromesse da ritiri sono relativamente frequenti, molto più di un doppio bagel a livello di WTA 1000 (come abbiamo visto). Lo scorso anno la partita non era stata in equilibrio perché Pliskova, generosamente, aveva provato a scendere in campo pur sapendo di non essere a posto. Quest’anno invece non sono stati fattori medici a incidere, ma un inatteso divario di rendimento. Inatteso, quanto meno, in queste proporzioni. Ma per questo grandi meriti vanno riconosciuti a Iga Swiatek.

a pagina 2: Iga Swiatek e il ranking

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