Australian Open: cinque italiani su tredici al secondo turno

Editoriali del Direttore

Australian Open: cinque italiani su tredici al secondo turno

MELBOURNE – In cosa sono diversi Fognini, Berrettini, Sinner e Seppi. Il ritratto di Matteo, “dipinto” da un maestro della penna. Sharapova giù a precipizio. Il tonfo di Aliassime segue quello di Shapovalov. Gulbis fenomenale. Camila Giorgi ineffabile

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Fabio Fognini - Australian Open 2020

da Melbourne, il direttore

Nei primi due giorni di uno Slam, se non si verificano clamorose sorprese, è consuetudine occuparsi primariamente del tennis italiano e, per solito, segnalare il cammino dei big, quasi sempre simil-passeggiate per i vari Nadal – a caccia del 20esimo Slam e del record di 2 Slam vinti per ciascuno dei 4 Majors che nessuno può vantare dai tempi di Rod Laver (Federer e Djokovic hanno vinto un solo Roland Garros…) – Federer e Djokovic, anche se il serbo superfavorito verso l’ottavo Australian Open un set lo ha già lasciato per strada. Le sorprese sono state modeste e hanno riguardato soprattutto, in senso purtroppo negativo, il Canada che ha visto uscire di scena al primo turno i suoi due migliori prospect, la testa di serie n.13 Shapovalov (k.o. lunedì con Fucsovics) e la n.20 Auger-Aliassime (battuto questo martedì dal redivivo Gulbis risorto dalle quali e dal n.256). Il lettone è un fenomeno. Questo link lo spiega.

Nel femminile è “saltata” per mano dell’immarcescibile Svetlana Kuznetsova, 34 anni, con due Slam in bacheca e un indimenticabile ricordo di una maratona combattuta con Francesca Schiavone (“Come potrei dimenticare quel 16-14… salutami Francesca, ho saputo che ha sconfitto la malattia vero? Le ho mandato un Instagram di incoraggiamento quando ho saputo della malattia, l’avrà visto…”), la finalista dell’ultimo Roland Garros, la ceca Marketa Vondrousova, n.15 WTA, mentre non fanno notizie le sconfitte di Johanna Konta, n.12, afflitta da un assillante problema a un ginocchio e battuta dalla tunisina Jabeur abilissima con il suo tennis classico ed elegante a muovere le avversarie, e ormai nemmeno più quella di Maria Sharapova, battuta 6-3 6-4 da Donna Vekic n.19, dopo aver dilapidato un vantaggio di 4-1 nel secondo set.

Per Maria, che aveva raggiunto il terzo turno un anno fa, c’è una terrificante discesa agli Inferi: sarà n.369, sì, avete letto bene, a fine Australian Open. Se vorrà continuare a restare nel grande tennis potrà farlo soltanto grazie a wild card. Tanti tornei gliele offriranno, questo è poco ma sicuro. Di certo non riesco ad immaginarla a giocare tornei dei circuiti minori. E con quel ranking non potrà nemmeno entrare, se mai lo volesse, nelle qualificazioni. Di sicuro Palermo l’avvicinerà. Ma lei, che mi ha detto di essere comunque soddisfatta dei suoi due mesi in Italia e della sua esperienza con Riccardo Piatti a prescindere dai risultati fin qui ottenuti – “Ma la classifica mi preoccupa poco, lo scorso anno ho giocato solo otto tornei, i punti non potevano essere tanti” e tuttavia avrebbero potuto essere di più, se non avesse sofferto di continuo dei problemi alla spalla e avesse giocato un po’ meglio -, dovrà cercare comunque di programmarsi al meglio per tentare di risalire la corrente dopo esser così malamente sprofondata.

Accenno qui al fatto che ieri avevo scritto che non sarei stato per nulla sorpreso se Fognini, che aveva giocato benino pur finendo sotto di due set con Opelka, fosse riuscito a rimontare. Ci speravo proprio e sono contento che ce l’abbia fatta. Fabio c’è infatti riuscito. Bravo, perché ha servito sempre benissimo, per i suoi standard, e ha risposto bene anche sulle “seconde” di Opelka, ingiocabile o quasi quando metteva la “prima”. Si è beccato con Bernardes dopo un penalty point che è arrivato poco dopo che aveva vinto terzo e quarto set? Beh, il lupo perde il pelo ma non il vizio. “Non mi piaci, non so più come dirtelo. Quando dico che non ti voglio più sulla sedia è perché fai pena. Ma solo quando parla Nadal venite cambiati. Fabio è così, prendere o lasciare. Fa vedere cose stupende con la racchetta in mano e poi… è capace tafazzianamente di farsi male prendendo quella stessa racchetta a pugni, fino a farsi diventare la mano così rossa, tutte le nocche che paiono esplose, che io ho creduto che se la fosse bruciata e mi chiedevo come fosse riuscito a portare a termine la partita in quelle condizioni. Spero che quello stato non pregiudichi la sua partita di domattina alle nove italiane, dopo questa splendida rimonta.

Bell’impresa la sua, oltretutto non nuova: Fabio ha vinto otto volte rimontando da uno svantaggio di due set, e c’è riuscito in tutti i quattro Slam, anche se certo la rimonta più prestigiosa e memorabile, resterà sempre quella fatta ai danni di Nadal a New York. “È un record migliore di quelli di Federer ha scherzato”, ma qualcuno ha ribattuto: “No, Federer ha anche questo”. Non so se sia vero però, e non ho tempo di verificare. Intanto Luca Brancher, che Ubitennis ha ritwittato, ha individuato gli altri otto tennisti che hanno vinto rimontando da sotto due set in tutti i Majors. Chi non segue Ubitennis su Twitter, sulla pagina di Facebook, su Instagram (ci volete aiutare a superare il muro dei 10.000, sì o no?)… peggio per lui!

Qui a Melbourne quest’anno eravamo presenti con il contingente più numeroso di sempre, 13 azzurri, 9 uomini e 4 donne. C’erano stati anni in cui le donne erano state anche parecchie, ma gli uomini sempre pochini. Del resto mai avevamo chiuso un anno con otto uomini nei primi 100 e quindi qualificati nel main draw senza dover passare per le forche caudine delle qualificazioni. A fine primo turno la pattuglia azzurra si è parecchio assottigliata: da 13 a 5, una donna, Camila Giorgi a dispetto del suo n.102 nel ranking WTA e nelle sue ormai non più sorprendenti affermazioni (“Cosa so dire di Kuznetsova o Vondrousova? So che una è mancina e l’altra è destra. Non mi intendo di tennis femminile… Io mi devo preoccupare solo di fare il mio gioco”) e quattro uomini. Cioè la metà di quelli all’avvio, ma in quella sono compresi i tre più attesi, Berrettini, Fognini e Sinner e poi l’irriducibile Seppi con i suoi 35 anni lui n.85, capace di conquistare l’ennesima vittoria contro pronostico su Kecmanovic (n.54) serbo di stanza a Bradenton da Bollettieri, sulla prediletta superficie australiana.

Ricordo di aver conosciuto Seppi la prima volta qui in Australia 14 anni fa, parlava un italiano stentato, si capiva che in casa sua a Caldaro si parlava soltanto tedesco. È incredibilmente cambiato da allora. Mi direte che è normale, ma quando ieri – ora che da tre anni passa un paio di mesi all’ano nella sua casa in Colorado con la moglie che gli darà una figlia fra un mese – ha detto: “In fondo la vita in Colorado, lassù su montagne più alte, non è poi così radicalmente diversa da quella in Alto Adige, solo che gli americano sono più aperti, più pronti ad aiutarti, sì più simpatici degli altoatesini…, beh, mi ha un po’ stupito, ma mostra quanto sia davvero cambiato dacché pareva un ragazzo introverso, quasi musone. Oggi è un ragazzo delizioso, simpatico, spiritoso, allegro, maturo, certamente intelligente e beneducato, sempre iperdisponibile. Avercene di ragazzi così.

Chissà se anche Sinner, che rispetto a Andreas ha fatto prima le sue scelte di vita trasferendosi alla corte di Piatti già a 13 anni ed è già oggi molto più disinvolto di quanto fosse Andreas alla sua età, passerà attraverso una simile evoluzione. Intanto tutti i grandi che l’hanno conosciuto e ci si sono allenati si dicono impressionati dalla sua umiltà, la sua seria determinazione e anche altre sue qualità umane al di là di quelle tennistiche che lo mettono già oggi su un piano di assoluta e precoce eccellenza.

Più di due parole meriterebbero anche due degli azzurri sconfitti: sia Sonego contro un super Kyrgios, ingiocabile al servizio al punto da non concedere una pallabreak in tre set e tuttavia vittorioso solo grazie ai due tiebreak finali, sia Cecchinato che è stato avanti di un break in tutti e tre i set persi con Zverev – il siciliano ha condotto 4-2 nel primo, 5-3 nel secondo, 1-0 nel terzo, ma si è subito fatto ribreakkare – hanno giocato ottimi match. Semmai quel che mi ha lasciato un tantino perplesso è la sensazione che entrambi fossero tutto sommato contenti della partita giocata, dell’esperienza vissuta. “Sono match come questi che mi aiutano a migliorare, magari ne giocassi tanti così contro un avversario che serve come Kyrgios – diceva Sonego – di sicuro imparerei a rispondere sempre meglio…”.

Simile soddisfazione, perché forse temeva di far peggior figura Cecchinato, che ancora sul cemento non ha troppa fiducia in se stesso e l’aver giocato alla pari con Zverev gli pare un buon segno. Hanno ragione entrambi, però io ricordo come era imbufalito Sinner a New York quando perse – giocando un gran match alla pari – in 4 set da Wawrinka. “Potevo vincere tutti i set, non solo il terzo!”, diceva l’altoatesino dai capelli rossi. Forse non si dovrebbe mai accettare nessuna sconfitta con il sorriso, se si aspira ad essere campioni. Sinner sogna di diventare n.1, forse Sonego, peraltro ragazzo stupendo, e Cecchinato – che conosco meno – si accontenterebbero anche di molto meno. Non è una piccola differenza, alla fine. Nell’ambizione a volte si deve essere anche un tantino presuntuosi.

Marco Cecchinato – Australian Open 2020

Peraltro dopo un anno e mezzo non sempre brillante, Cecchinato va capito. Mentre Sonego è più giovane, più inesperto, ha cominciato davvero tardi ad affermarsi, quindi ci sta che si sia messo in testa di fare un passo alla volta. In fondo Sinner, da quando ha 13 anni, ha ben chiaro dove vuole arrivare. Le sue scelte, ai danni anche dello sci in cui eccelleva, le ha fatte già allora. Il coraggio di lasciare la propria famiglia già a quell’età, la dice lunga sulla visione e la determinazione di Jannik. Lorenzo e Marco sono cresciuti in un modo più… normale, più tradizionale, hanno cominciato a lavorare sognandosi seri professionisti di tennis un bel po’ più tardi.

Ma fra stanotte e domattina dei cinque superstiti azzurri giocano soltanto tre. Sulla carta Berrettini contro l’americano n.100 Sandgren (che raggiunse qui i quarti due anni fa), terzo match a partire dall’una sul campo 1573 Arena (dopo Suarez Navarro-Sabalenka e Mertens-Kovinic) e Fognini alle 9 del mattino contro l’australiano Thompson n.66 ATP, sembrano avere il compito meno difficile. Per Sinner il solido ungherese Fucsovics, n.67 e 28 anni l’8 febbraio, con un best ranking di n.31 rappresenta invece un osso duro. Un anno fa qui raggiunse gli ottavi e batté Querrey. Lunedì ha sorpreso Shapovalov, il che dovrebbe bastare a far capire che davvero Sinner non parte favorito. Incrociamo le dita. Intanto, mentre Jannik è il primo ragazzo di 18 anni e 5 mesi a superare un turno in uno Slam dal tempo di Nargiso al Roland Garros nel 1988, leggete quel che mi ha detto Rafa Nadal al suo riguardo.

Di Berrettini, di cui mi permetto di apprezzare insieme alle tante qualità umane e tennistiche anche la grande simpatia della bella Ajla Tomljanovic – c’è stato uno scambio divertente fra lei e il sottoscritto in sala stampa, con Ajla certo di buon umore per aver dominato 6-1 6-1 la lettone Sevastova, testa di serie n.31… lei ha cominciato a sorridere ancor prima che io le rivolgessi la mia domanda, certo si aspettava qualcosa che concernesse Matteo Berrettini e aveva intuito bene – vorrei segnalare un brillante pezzo che scrisse pochi mesi fa Massimo Gramellini nella sua nota ed apprezzatissima rubrica quotidiana che esce sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Prima di riprenderlo voglio solo dire ai lettori di Ubitennis che una volta, 25 anni fa, Massimo fu inviato da La Stampa a seguire un match di Coppa Davis. Non poteva considerarsi un esperto di tennis, anche se gli piaceva molto, mi assicurò. E la sua penna era già brillante, brillantissima, anche se era giovanissimo. Ricordo che Rino Tommasi lo capì subito. “Ubaldo vedrai che Massimo diventerà un grande giornalista”. Massimo e io seguimmo quel match seduti accanto. Ricordo che gli spiegai il mio metodo per segnare i punti di un match. Complicato a prima vista, ma lui lo afferrò subito. E anche anni dopo me lo ricorda. Leggete qui il Gramellini ormai affermato anche come personaggio televisivo.

“Se dico Matteo, probabilmente penserete a un prete in bicicletta o a un paio di politici che avevano l’Italia in mano e l’hanno persa davanti allo specchio. Invece all’estero il Matteo più famoso è Berrettini, che si è issato definitivamente nel gotha del tennis mondiale. Berrettini ha qualcosa che lo rende interessante anche agli occhi di chi non segue lo sport: contraddice l’immagine dell’italiano di successo. Siamo tutti cresciuti con lo stereotipo rinascimentale del talento estroso e collerico, imprevedibile e però inaffidabile. Simpatico e volgare, romantico e spietato, smanioso di piacere e felice di apparire. Ci disegnano così e certe volte sembra che solo assecondando questo modello ci si possa ritagliare un posto nel mondo. Berrettini non ha la scintilla di un Federer e nemmeno di un Fognini (lui sì, fedele al clichè). Ma ha altre doti. Sa mantenere la calma e imparare dagli errori, detesta piangersi addosso e rifugge la ribalta mondana. Se questo Paese rimane in piedi nonostante tutto, non dipenderà dal fatto che, dietro la prima linea dei piacioni, si muove un esercito silenzioso di Berrettini? Viva il Matteo diverso, una sorta di svedese nato a Roma, ma con residenza fiscale a Montecarlo. Perché anche un italiano atipico, quando si tratta di tasse, resta pur sempre un italiano”.

Chapeau Massimo, non so se ricordi ancora come si segna il punteggio di un match di tennis, ma se sei stato per tale sciocchezza un grande allievo, per il resto ho l’impressione di trovarmi davanti a un gran bel maestro di scrittura. E non mi pare il caso di aggiungere una sola riga in più.

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Editoriali del Direttore

Djokovic, fenomeno in corso da 12 anni, pronto al sorpasso su Federer e Nadal

EDITORIALE – La corsa alla conquista di più Slam è viva. Gli ultimi 13 tutti ai Big 3. Djokovic ha più chance di chiudere la carriera da top Slam-winner. La ricerca della perfezione la chiave dei successi dei campioni

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Ragazzi non si è fenomeni per pochi giorni. Quando lo si è, lo si è per anni, se non per sempre. Gli ultimi 13 Slam sono stati vinti tutti dai Fab Three: 5 da Djokovic, 5 da Nadal e 3 da Federer, dopo che 14 Slam fa Stan Wawrinka vinse l’US Open 2016 sorprendendo Djokovic. Da allora Nadal ha vinto 3 Roland Garros e 2 US Open, Federer ha vinto 2 Australian Open e un Wimbledon, Djokovic ha vinto 2 Australian Open, un US Open e 2 Wimbledon. Agli altri, compreso il validissimo e valorosissimo Thiem che non è più un bambino con i suoi 26 anni, non sono rimaste che le briciole. Il ragazzo di Vienna, dopo essere stato in campo quasi 12 ore nei suoi ultimi tre match, è fermo al palo di tre finali di Slam senza aver ancora provato la gioia di vincerne uno. Prima o poi ci riuscirà, ma intanto neppure questa volta che si è trovato avanti per due set a uno, è riuscito nell’impresa che sogna fin da bambino.

E sì che Djokovic non sembrava in serata straordinaria nel secondo e terzo set – ha raccontato di essersi sentito come svuotato di ogni energia e sia pure senza diventare preda del panico si è fortemente preoccupato “Non riuscivo a spiegarmi che cosa avessi” – pareva impaziente, perdeva gli scambi più lunghi come a lui non capita quasi mai, aveva un atteggiamento decisamente negativo. Guardava il suo angolo, allargava le braccia, si faceva ammonire due volte di fila per “time violation”, chiedeva un medical time out che gli serviva più per ritrovare la giusta concentrazione che perché avesse davvero qualcosa da curare. Parlando con Luca Baldissera in tribuna gli ho detto: “In questo momento dovessi scommettere lo farei su Thiem”. E lui annuiva. Meno male non ho scommesso!

Chi non conosce Nole e la sua storia, avrebbe quasi potuto pensarlo rassegnato, in certi momenti. L’iniziativa era stata quasi costantemente di Thiem. Che ha avuto anche la palla break del 2-1 nel quarto set (“Forse se l’avessi convertita adesso sarei qui a parlarvi da vincitore del torneo”), ma Novak ha improvvisato a quel punto un serve&volley ed è venuto coraggiosamente a prendersi il punto a rete. Thiem non può rimproverarsi nulla. Ha lottato come penso che meglio non potesse e se nel finale era un po’ stanco e meno incisivo – ripenso al dritto in rete proprio gratuito sulla palla break del quinto set che gli avrebbe consentito di recuperare il break appena subito nel terzo gioco, quella del possibile 2 pari – beh vorrei vedere chi non lo sarebbe stato dopo le quasi 12 ore di lotte davvero intensissime anche – se non soprattutto – sotto l’aspetto mentale. E ha ragione Dominic a sottolineare -senza lamentarsene apparentemente e anche se non è il primo e l’unico a pensarla così – che “non c’è mai stata una situazione unica come questa nella storia dello sport, tre giocatori che sono probabilmente i migliori di tutti i tempi e giocano nella stessa era”. Non ha aggiunto “Accidenti che sfiga!” perché è un ragazzo troppo beneducato.

 

Quando vidi Novak Djokovic qui nel 2008 battere Jo Wilfried Tsonga e vincere il primo Slam non avrei mai immaginato che avrebbe vinto 8 volte questo stesso Slam nell’arco di 12 anni. Si vedeva che, a 20 anni e 8 mesi aveva le stimmate del campione, questo sì, ma non si poteva immaginare che avrebbe vinto 17 Slam. Anche perché in giro c’erano già un certo Roger Federer e un certo Rafa Nadal. Però – i lettori più affezionati di Ubitennis mi saranno testimoni – da qualche anno ho scritto su questo sito che vedo Djokovic in grado di chiudere la carriera con più Slam di chiunque altro.

I tifosi di Federer e di Nadal non me lo hanno mai perdonato. E non lo faranno neppure oggi. Ma se Djokovic non ha perso oggi che sembrava quasi spacciato, e per la prima volta si è trovato sotto due set a uno in una finale di Slam e ha rimontato, quando perderà a breve? A Parigi da Nadal, a Wimbledon da Federer ci sta… ma forse quest’anno, mica anche nel 2021.

Ricordo che qualcuno mi irrise quando Nole, dopo aver vinto finalmente al Roland Garros nel 2016, entrò in una profonda crisi. Ricordate Pepe Imaz, il divorzio da Becker, i primi problemi con Vajda che con Imaz non si intendeva per nulla? Insomma le mie previsioni di allora si scontrarono con quelle situazioni imprevedibili. Io mi aspettavo che Nole potesse vincere almeno un altro Slam quell’anno. Invece quel secondo semestre fu dominato da un Andy Murray quasi ingiocabile. Lo scozzese non si limitò a vincere il suo secondo Wimbledon, ma gli soffiò alla fine – battendolo alle Finals di Londra – anche il n.1 del mondo. Quel percorso che avevo pronosticato ripetutamente vincente si si arrestò bruscamente. E a lungo. La crisi durò quasi un anno, da Parigi a Parigi compresa, quando al Roland Garros del 2017 Nole perse nei quarti dal nostro Cecchinato.

Dopo di che decise di andare a rilassarsi, a ossigenarsi sul Monte Saint Victoire insieme a sua moglie. Lo avremmo saputo soltanto all’US Open. Nel frattempo, con sua grande sorpresa, lui aveva già rivinto Wimbledon e ricostituito il sodalizio vincente con Marian Vajda. Ora – augurandogli che non ricada in un’altra crisi a oggi del tutto imprevedibile – mi pare che sia tornato il Djokovic che io credevo avrebbe continuato a vincere il maggior numero di duelli sia contro Federer sia contro Nadal, incrementando la propria leadership. Questo anche se con Thiem non mi ha convinto proprio appieno. Non avesse quella tigna infinita… Quel terzo set – e non potevo conoscere i suoi problemi di assenza di energia – non era da lui. Sembrava si sentisse obbligato a chiudere il punto alla svelta, lui che fa della pazienza e della regolarità su ritmi alti una delle sue prerogative.

Chiarisco ai tifosi dei tre Fab: pensatela come volete, ma vi assicuro che io non faccio il tifo per nessuno. Vinca il migliore. Ma come già nel 2016 penso che nei confronti di Roger 6 anni di differenza siano un grande gap. Quanti mai Slam potrà vincere ancora Roger? Uno, due, chi crede davvero che possa vincerne ancora tre? Io no. Rispetto all’altro big, a Rafa Nadal, Novak ha oggettivamente tutta un’altra struttura e condizione fisica. È fatto di caucciù, si allunga come Tiramolla, non si spezza mai. Nadal non riesce invece a giocare 11 mesi di fila senza avere qualche serio problema. E poi Nadal oggi come oggi che è meno agile e scattante di un tempo, mi sembra un po’ meno completo per lottare ad armi pari su tutte le superfici. È ancora il più forte sulla terra battuta, una spanna sopra tutti, ma sul cemento e sull’erba mi sembra un filino inferiore a Novak. Se ha un tabellone duro – cosa che ad esempio non gli è capitata all’US Open 2018 – alle fasi finali qualche rischio lo corre. Lo ha corso anche con Daniil Medvedev al quinto, in finale, dopo che Berrettini era stato capace di impegnarlo soltanto nel primo set.

Ora non ci resta che attendere il prosieguo della stagione. Vincere 8 Australian Open e 17 Slam è un gran bell’exploit. Se vincesse ancora uno o due Slam quest’anno e altri due l’anno prossimo voi sareste davvero sorpresi? Io no. E in tal caso un Federer che non trionfasse a Wimbledon – per me è l’ultima spiaggia per lo svizzero anche se spero di sbagliarmi – sarebbe raggiunto; un Nadal che conquistasse soltanto il 13° e il 14° Roland Garros nei prossimi due anni idem. Lo so che sono discorsi scritti sulla sabbia vicino alla risacca, chiacchiere da bar, ma non dovrei riferirvi le mie sensazioni se ce le ho, solo perché non sapendo cosa può accadere domani non è serio azzardare nessuna ipotesi per il biennio a venire? Come ho scritto tante volte, io queste sensazioni su un giornale non le scriverei. Su Ubitennis mi sento di scrivere a ruota libera, come si fa tra amici, e in questo discorso includo anche tutti i commentatori… pur sapendo di invitare a nozze coloro che non la pensano come me e esponendomi dunque al pubblico ludibrio in caso io prenda un granchio. Come è possibilissimo.

Intanto vi riferisco l’inizio della conferenza stampa di Djokovic perché per quanto il moderatore avesse inteso dare per primo la parola a Joel Drucker di Tennis Channel (l’avrete forse visto nel video che abbiamo registrato per Ubitennis.net dopo la vittoria di Sofia Kenin su Garbine Muguruza) Novak invece ha voluto che fossi io a rivolgergli l’ormai rituale “Not too bade dar vita ormai a un siparietto che sta diventando quasi un rito. Nole voleva che io dicessi quel “Not too bad” che in realtà un anno fa era stato lui a pronunciare – “Vai avanti dai…” diceva sorridendo. Ecco il video.

E che Novak continui ad imparare lo dimostra quanto è successo nel quarto e quinto set, come racconta lui stesso: “Il match poteva avere anche un esito diverso, hanno deciso pochi punti. Ho fatto serve&volley quando ho dovuto fronteggiare palle break nel quarto e nel quinto set. Ha funzionato in entrambe le occasioni. Poteva andare diversamente. Il serve&volley non è un modo di giocare cui io sia abituato. Non lo faccio spesso. Ma mi sono reso conto che può essere una scelta tattica importante in quelle circostanze e sono davvero felice che ha funzionato”.

È la cura continua dei dettagli che i fenomeni hanno nel sangue a fare la differenza con i giocatori normali, quelli che fenomeni non sono. La ricerca continua della perfezione è ciò che Djokovic, Federer e Nadal sentono e vivono naturalmente da quando hanno preso la prima racchetta in mano. E possono avere vinto 17, 19 oppure 20 Slam e nulla cambia. Loro vogliono sempre migliorarsi, fare meglio, vincere di più. Forse Djokovic, come dice Mats Wilander, ha avuto un vantaggio rispetto a Federer. Quello di avere davanti ai suoi occhi, sui campi da tennis, un modello da imitare e cercare di superare. Anche per Nadal c’è stato quello stimolo, Federer aveva cominciato a vincere prima di lui. Alla fin fine il compito più difficile l’ha avuto proprio Federer: ha dovuto cercare la perfezione anche se era il n.1 e non c’era davvero nessuno davanti che lui dovesse superare, sudando, lavorando duro, limando i dettagli.

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Editoriali del Direttore

Sofia Kenin: non è un caso che le figlie di immigrati coronino il loro American Dream

I casi Kournikova, Sharapova hanno fatto scuola. Ma anche Osaka e Andreescu ripercorrono strade a suo tempo vissute da Agassi, Chang, Sampras. E poi l’altezza non è quel fattore determinante che si credeva. Lo dicono i successi di Halep, Andreescu, Barty e ora Kenin negli ultimi 4 Slam

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Sofia Kenin e Alex Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Da Melbourne, il direttore

In casa la chiamano Sonia, sui documenti c’è scritto Sofia e allora chiamiamola pure Sofia come suggerisce papà Alex che le fa da coach fin da quando lei, bambina, veniva immortalata dalle foto di Art Seitz e diceva sempre: “Voglio diventare la n.1 del mondo”.

Ho mandato la registrazione di un’intervista che ho cominciato a fare al padre, raggiante, prima di venire circondato da parecchi altri colleghi.

 

Sofia non è ancora n.1 del mondo, qui era soltanto testa di serie n.14 e la Muguruza era appena n.34 – per i bookmakers l’accoppiata di queste due finaliste era pagata 750 a 1 –  ma intanto è n.7 dopo aver vinto a 21 anni e 80 giorni il primo Slam della sua vita, più giovane di pochi giorni rispetto a quando Naomi Osaka vinse questo stesso Slam un anno fa. Bianca Andreescu aveva vinto l’ultimo Slam prima di questo, a New York, a soli 19 anni.  La più giovane campionessa a Melbourne era stata Maria Sharapova, a 20 anni.

Come Sofia lo abbia vinto lo ha ben descritto nella sua cronaca Luca Baldissera, ma certo quel quinto  game del terzo set (sul 2-2), nel quale ha tirato con un coraggio che rasentava l’incoscienza tre vincenti di fila per risalire da 0-40 a 40 pari e poi mettere a segno un ace, seguito da un altro vincente, meriterebbe di essere conservato nella cineteca della Hall of Fame dove sono sicuro che prima o poi le faranno posto.

Aveva annullato due setpoint per set alla Barty, infrangendo il sogno degli australiani di vedere salire sul podio un loro connazionale – fra i maschi l’ultimo è stato Mark Edmondson nel 1976, fra le donne Chris O’Neill nel 1978! – non si è data per vinta quando ha perso il primo set 64, ma anzi ha finito dominando con un doppio 62 una Muguruza che avrebbe dovuto essere più esperta di lei, avendo già vinto due Slam, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017.

Invece Garbine –che ho implorato di tornare a sorridere e a parlare con il simpatico piacevole scilinguagnolo dei primi tempi (“La stampa è stata dura con me, non leggo molto, ma ho visto che un giorno si scrivono belle cose su di me e la settimana dopo brutte cose se perdi. Così sono meno entusiasta di come le cose vanno”) – che avrebbe dovuto comandare il gioco è riuscita a farlo solo per un po’, perchè Sofia ha cominciato a farle fare il tergicristallo, fino a lasciarla boccheggiante, senza fiato. Sofia ha vinto gran parte degli scambi più lunghi. Di quelli che hanno superato i 9 palleggi ne ha vinti 23 su 34.

“Ho servito male, molto male – ha detto Garbine ai colleghi spagnoli che le hanno dovuto ricordare con la massima delicatezza il doppio fallo che le è costato il break  del 2-4 (quando era ancora sotto shock per quei cinque vincenti sul 2 pari) e poi i clamorosi tre doppi falli dell’ultimo game, due consecutivi e il terzo (l’ottavo del match) poco dopo proprio sul matchpoint: – e tutto è diventato più difficile”.

Quei doppi falli nell’ultimo game mi hanno fatto venire in mente quei due che fece Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon 1992: Goran serviva sul 4-5, aveva seppellito Andre Agassi di aces (mi pare di ricordare fossero 37 ma magari sbaglio) ma al momento buono il braccio tremò e anziché confermare i favori del pronostico il croato che avrebbe vinto da wild card e n.125 del mondo Wimbledon 9 anni dopo, perse 64 al quinto. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina su Agassi vincitore del torneo. Andre era convinto di non poter giocare sull’erba e aveva saltato tre edizioni dei Championships.

Il percorso di Sofia Kenin (e anche di Amanda Anisimova, semifinalista a Parigi 7 mesi fa) somiglia moltissimo a quello di Maria Sharapova, e prima di lei Anna Kournikova che arrivarono alla corte di Bollettieri ancora bambine. I genitori di Sofia lasciarono la Russia per gli Stati Uniti nel 1987, poi tornarono a Mosca per far nascere lì Sofia. Tornarono poco dopo negli USA, in Florida, dove il padre le mise prestissimo una racchetta in mano e oggi dice che “Già a tre anni e mezzo mi resi conto che aveva un’attitudine per il tennis a dir poco straordinaria”.

Come Yuri Sharapov anche Alex Kenin è arrivato negli USA con poche centinaia di dollair in tasca. I sacrifici che questi genitori, queste famiglie, hanno fatto a lungo, per più di 10 anni influenzato la crescita e la maturazione delle loro figlie.  Guarda caso più motivate, grintose, tenaci,  di tutte le loro coetanee fin dalla più tenera età.

Sofia è stata n.1 americana under 12, under 14, under 16, under 18 “– ricorda con malcelato orgoglio Alex Kenin, padre e coach, nel giorno in cui, battendo la Muguruza 46 62 62, Sofia è diventata anche n.1 americana, scavalcando Serena Williams. Ed è l’americana più giovane a fare l’ingresso fra le top-ten proprio dall’epoca Williams, 1999.

E proprio battendo Serena Williams al terzo turno dello scorso anno al Roland Garros Sofia sentì di essere pronta ad imprese ancora più grandi: “Lì la fiducia nelle mie possibilità è cresciuta immensamente”.

Aveva vinto fino a ieri solo 3 tornei minori, Hobart, Maiorca e Guangzhou e negli Slam non era mai andata oltre gli ottavi, qui superati battendo Coco Gauff…anche lì dopo aver perso il primo set, ma dominando (63 60) secondo e terzo.

La sua grinta, la sua aggressività, mi ha ricordato quella di Jimbo Connors. “Nel tour lo sanno che io sono una che non molla, quale che sia il punteggio. Se mi vuoi battere devi davvero battermi”

Uno dei suoi primi estimatori, il famoso coach americano Rick Macci (ha allenato brevemente anche le Williams, la Sharapova) che di Sofia si è occupato un tantino anche se oggi nessuno ne fa più menzione, ha paragonato invece il suo timing sulla palla a quello di Martina Hingis (che tirava molto più piano, ma aveva un grande anticipo e dominò da ragazzina il tennis fino a che non fu soverchiata dalla potenza delle Williams, della Davenport.) Macci aveva ribattezzato la ragazzina “Mosquito”, per la rapidità di arrivare dappertutto e l’insistenza nel creare infinito fastidio a qualunque avversaria. Mosquito era anche il soprannome dato a Juan Carlos Ferrero…nel Paese della Muguruza. “Mosquito – spiegava Macci – perché è una che non ti dà tregua, ha questa forza mentale innata fin da che era bambina…”

“Sofia non è mai sbilanciata, colpisce la palla mentre sta ancora salendo e proprio perché non è troppo alta, può anticipare maggiormente i colpi, ti butta fuori dal campo e se si apre il campo non ti dà scampo. Poche ragazze hanno poi la sua mano nel giocare le smorzate”.

Per anni il tennis americano ha vissuto momenti di gloria grazie agli exploit di figli di immigrati, iraniani come gli Agassi, cinesi come i Chang, greci come i Sampras. E quando anche i figli di questi o si sono imborghesiti o si sono dedicati a sport meno costosi all’inizio e più ricchi per chi riusciva ad emergere, il tennis americano che in un certa fase storica degli anni Settanta aveva anche 40 top 100, è entrato in crisi. Dopo Andy Roddick e Blake, in pratica, non hanno più avuto campioni in grado di conquistare uno Slam. Forse l’unico top-ten, e di retrovia, è stato John Isner. Un po’ poco. E’ mancato il bacino costituito dall’immigrazione. Ragazzi (e famiglie) disposti a sacrifici enormi.

Piuttosto va osservato un altro fenomeno non proprio scontato. Anni fa si riteneva che anche le ragazze, così come gli uomini top-ten ormai sono quasi tutti più vicini al metro e 90 (e sopra) che al metro e 80, per emergere avrebbero dovuto essere amazzoni di grande statura.

Beh, a scorrere l’elenco delle ultime vincitrici di Slam non è proprio così;: la Barty che ha vinto il Roland Garros è un metro e 66 cm, la Halep che ha vinto Wimbledon è un metro e 68,  la Andreescu che ha vinto l’US Open è un metro e 70, la Kenin è un metro e 70 (scarsi secondo me biografie della WTA spesso barano un po’. L’altro giorno accanto alla Barty all’atto del sorteggio vicino alla rete, Sofia non sembrava più alta dell’australiana…).

Beh, insomma, questo dovrebbe dare speranze anche alle nostre ragazze italiane, troppe volte scoraggiate in partenza dall’altezza. Non faccio nomi per non mettere nessuna in imbarazzo, però quanto ho appena sottolineato non dovrebbe essere più un alibi per nessuna nostra giocatrice. Del resto Schiavone, Vinci, Errani erano – sono – forse giganti?

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Editoriali del Direttore

Thiem è stato molto più coraggioso di Zverev. Non avrà paura di Djokovic

MELBOURNE – Il serbo resta favorito, però non avrà dimenticato 4 sconfitte in 5 duelli con l’austriaco in crescendo di fiducia. Thiem ha vinto tutti gli ultimi tie-break: 3 con Nadal e 2 con Zverev

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Chi aveva più da perdere dalla semifinale che vedeva di fronte due giocatori che qua non c’erano mai arrivati? Thiem. Aveva battuto Nadal e non è mai facile batterlo anche se Nadal non è forse più il Nadal d’una volta. Zverev aveva superato un Wawrinka che era apparso decisamente in migliore condizione contro Medvedev.  Chi era più nervoso? Thiem (ma all’inizio anche Zverev). Chi ha il tennis più vario e piacevole fra Thiem e Zverev? Thiem. Chi aveva più chance di battere eventualmente Djokovic, fra Zverev e Thiem? Thiem. Chi è dunque meglio che sia arrivato in finale? Thiem.

Ma ora è lecito chiedersi… può Thiem battere Djokovic come gli è riuscito quattro volte delle ultime cinque? In teoria sì, anche se battere Novak sul cemento non è come batterlo al Roland Garros. E batterlo 3 su 5 non è come batterlo 2 set su 3.

 

Al Roland Garros mi sono trovato due volte in finale con il re del Roland Garros, che aveva vinto il torneo 10 e 11 volte… qui mi trovo di fronte al re dell’Open d’Australia che lo ha vinto 7!”. Dominic Thiem lo dice quando è ancora sul sul campo dove battendo Zverev in 4 set fa felice tutti suoi connazionali: fra Austria e Germania c’è da sempre una fortissima rivalità – dai tempi dell’impero austroungarico e la Prussia – e la si coglie perfino parlando con  i giornalisti dell’uno e dell’altro Paese. È più sentita che fra tedeschi e inglesi, fra neozelandesi e australiani, fra francesi e italiani. Thiem ha risposto brillantemente a McEnroe dopo che John (meno bravo a parer mio come giornalista ma più showman di Jim Courier che è invece un ottimo intervistatore) lo aveva stressato oltre il dovuto facendogli ripercorrere tutto il match appena concluso, obbligandolo a raccontare tutti i quattro set che sono durati 3 ore e 42 minuti. Vanno aggiunti alle 4 ore e 10 minuti di battaglia con Nadal, vale a dire 8 ore (meno 8 minuti) di corse furibonde, di massima intensità. Le quattro precedenti “vittime” Mannarino, Bolt, Fritz, Monfils lo avevano tenuto in campo oltre 10 ore e mezzo.

Se Thiem, di solito prevedibile e abbastanza scontato nelle interviste, diventa anche sagace nel parlare, beh il post Fab Four ha trovato un erede all’altezza. Sì perché i Fab Four non sono stati soltanto straordinari campioni, ma anche veri personaggi, dotati di grandissimo carisma. Fra i giovani della Next Gen – apro un inciso – forse quello che sembra avere più personalità, anche se talvolta pare un po’ arrogantello o presuntuoso, è Stefanos Tsitsipas. I due russi Medvedev e Rublev, più di Khachanov, sono anch’essi tipi abbastanza brillanti fuori dal campo, nelle interviste, anche se Rublev, che pure è capace di dire cose più coraggiose e meno politically correct di tanti colleghi, parla sempre tenendo gli occhi bassi, quasi mai guardando in faccia chi lo intervista. Torno su Thiem però…Certo, pur avendo 26 anni e non potendo quindi più essere definito propriamente un NextGen – chi non lo è però al cospetto di trentottenni, trentaquattrenni e trentatreenni che da 15 anni dominano il tennis? –  l’austriaco è competitor fisso fra i top 5 dal marzo 2019. Qui giocherà la sua terza finale in uno Slam, a conferma di una notevole continuità e qualità. Con tre dei Fab 4 ancora tutti più che attivi e competitivi, non è stato certo facile inserirsi nella fasi finali degli Slam.

Contro Djokovic, per averlo battuto quattro volte delle ultime cinque (dicevo sopra), Thiem avrà il vantaggio psicologico di chi non ha nulla da perdere, ma l’handicap di un giorno in meno di riposo, di molte più ore sul campo, la minore esperienza. Lui, per la verità, del giorno di riposo in meno non è sembrato preoccuparsene troppo. Fra i giocatori, merito anche della cura stakanovista di Bresnik – il coach che lo ha seguito per una vita, fino a quando è subentrato il cileno Nicolas Massu – è uno dei più preparati fisicamente. Alla domanda se il giorno in più di riposo per Novak fosse un grande handicap Dominic ha risposto serenamente: “Ci sono svantaggi ma anche vantaggi. A volte può essere anche un problema essere abituati a un giorno soltanto di stop e ritrovarsene due. Certo ho meno tempo per recuperare. Ma con l’adrenalina che ho accumulato e il resto sarà tutto a posto. Ho giocato due match molto intensi contro Rafa e Sascha, quindi magari ne risentirò, soprattutto domani. Ma farò i soliti trattamenti, giocherò un pochino domani e cercherà di essere al 100% domenica sera”.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zverev era da un lato soddisfatto della buona partita giocata, ma ovviamente assai deluso di aver perso. “Ho avuto troppe occasioni che non ho saputo sfruttare: 14 palle break (5 sfruttate e 9 no), due set point nel terzo set”. Li ha avuti sul 5-4 ma serviva Thiem che li ha molto ben annullati per la verità, con grandissimo coraggio e splendide esecuzioni. Un rovescio incrociato vincente sparato a tutto braccio, super spettacolare sul primo set point, poi un gran dritto sul secondo dopo essersi aperto il campo. Insomma, Thiem è stato molto più aggressivo del tedesco. Stasera, riuscendo a strappare il servizio 4 volte a Zverev sebbene il tedesco abbia servito percentuali spaventose di prime, addirittura il 92% nel primo set, l’81% di media nel match, Thiem ha confermato – dopo Indian Wells e Londra alla finali ATP – di non essere più soltanto uno specialista della terra battuta, e di essere diventato anzi un tennista davvero completo.

La vittoria di Indian Wells in finale su Federer è stata importantissima per la mia fiducia, anche se nel deserto californiano i campi sono abbastanza simili alla terra rossa: la palla rimbalza alta, una situazione perfetta per il mio gioco. Poi lo scorso anno nella stagione indoor in Asia ho fatto un grande passo avanti. Ho davvero sviluppato il mio tennis nella giusta direzione. Sono diventato più aggressivo, ho cominciato a servire e rispondere meglio. Mi sono detto ‘Se riesco a far bene indoor come alle finali ATP di Londra (dove ha sconfitto Djokovic; n.d.Ubs) perché non posso riuscirci anche sui campi in cemento?’ Da allora gioco bene anche sulle superfici più veloci”. Io credo che Thiem, vittorioso in tre tie-break su tre con Nadal e in due su due con Zverev, debba alla sua intraprendenza, al suo coraggio, alla varietà dei suoi attacchi, fin dalla risposta, la chiave dei suoi successi. Il tennis di Thiem non annoia, quello di Zverev, ad oggi troppo legato all’efficacia del servizio è certamente più monocorde. Cinque set di Thiem si guardano volentieri, cinque di Zverev un po’ meno.

Mentre seguivo la loro partita, che ha avuto momenti di grandissimo tennis, sia pur un po’ troppo a sprazzi, pensavo alle grandi rivalità di quest’ultimo decennio e mi chiedevo: ma mi piacerebbe vedere 40, 50 volte un duello fra questi due giocatori che certo rappresentano il futuro (abbastanza prossimo ormai) del tennis? Nadal, Federer, Djokovic, Murray non mi hanno quasi mai annoiato nelle loro sfide…Loro due? Ne parlavo con Chris Clarey del New York Times e con Simon Briggs del Daily Telegraph, miei vicini di posto nella Rod Laver Arena, quando entrambi hanno detto, sul finire del quarto set: “Great match, ma sopravviveremmo anche se non si giocasse un quinto set!”. Ecco, forse anni fa nel corso delle sfide fra Federer e Nadal, o gli altri due Big, invece avremmo sempre sperato di assistere al quinto set. E quelli giocati qui da Federer e Nadal nel 2017, o da Djokovic e Nadal nel 2012, sono rimasti leggende. Anche se il match andava avanti da 3,4,5 ore e 54 minuti! Pura nostalgia? Non c’è dubbio che il contrasto di stili che hanno offerto i Fab Four, e prima di loro Sampras vs Agassi, e a suo tempo Becker e Edberg, McEnroe e Borg o Lendl o Connors, rendeva più appassionante lo spettacolo.

Ripeto: Thiem si fa guardare volentieri. Cerca spesso soluzioni diverse, angoli inconsueti, varia il rovescio una volta coprendolo e un’altra tagliandolo, viene più spesso a rete di una volta per chiudere il punto, all’occorrenza gioca le smorzate. Ha fatto 23 punti su 27 quando è venuto a rete… mentre Zverev a rete non è ancora un top-player, ha fatto poco più del 70% dei punti a rete pur venendoci la maggior parte delle volte a punto quasi fatto: clamorosi alcuni smash sbagliati, compreso quello fatale del tiebreak del quarto set che avrebbe dovuto portarlo sul 3 pari. È anche vero che fra i due semifinalisti di questo venerdì caldissimo australiano ci sono quattro anni di differenza e non sono pochi. Nell’arco di quattro anni Zverev di sicuro farà ancora progressi e non si fermerà certo a una sola semifinale di Slam. E dico questo anche perché fra quattro anni dei Fab Four forse sarà rimasto in lizza soltanto Djokovic.

Adesso io mi auguro soltanto di assistere a una gran bella finale. Il miglior Thiem può giocarsela con Djokovic e i colleghi serbi, super patrioti e supertifosi del loro Nole, mi parevano parecchio preoccupati stasera. C’è anche la cabala a spaventarli: nessuno ha mai vinto l’Australian Open 8 volte. Temono che prima o poi l’incantesimo si spezzi. Chissà se sul divano, dove avrà assistito bello tranquillo al match di stasera, Djokovic si sarà un pochino preoccupato anche lui. Di certo avrebbe preferito affrontare Zverev. Novak sa che Dominic scenderà in campo domenica piuttosto sicuro del fatto suo: “Non sarà la mia prima finale di Slam – ha detto – e già nella finale del 2019 contro Nadal ho dimostrato di aver fatto grandi progressi rispetto a quella che giocai nel 2018…”. Insomma, cavalier senza paura, Dominator Thiem ha lanciato il suo guanto di sfida al vincitore di 7 degli ultimi 12 Australian Open.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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