I migliori colpi in WTA: la smorzata - Pagina 2 di 3

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I migliori colpi in WTA: la smorzata

Sesta puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Da Kenin ad Andreescu, da Hsieh a Vondrousova: chi possiede il dropshot più efficace del circuito?

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Marketa Vondrousova - Roland Garros 2019

10. Yulia Putintseva
Quando si è affacciata nel tennis professionistico Yulia Putintseva si era fatta conoscere soprattutto per il particolare agonismo messo in campo: Yulia amava le situazioni in cui gli aspetti caratteriali diventavano importanti nella conduzione della partita. Poi con il tempo certi sue asperità di comportamento si sono un po’ smussate, ma resta il fatto che per lei la componente mentale rimane determinante, anche per ovviare a qualche limite fisico-tecnico del suo gioco. E la smorzata è sicuramente un colpo che incide anche su questi aspetti.

Forse le migliori prestazioni della carriera Putintseva le ha offerte sulla terra battuta. A Norimberga lo scorso anno ha vinto il primo torneo a livello WTA, mentre sul rosso del Roland Garros ha raggiunto per ben due volte i quarti di finale. Se oggi è numero 33 del ranking, per come la vedo io, molto dipende da due doti: le capacità nel gioco di contenimento e quelle con cui riesce a sparigliare le carte grazie alla smorzata.

9. Sofia Kenin
Prima che Sofia Kenin diventasse la Kenin di oggi (cioè la giocatrice che ha aggiunto aggressività ai colpi per avere una fase offensiva alla altezza di quella difensiva) ha attraversato stagioni in cui per misurarsi contro le più forti ricorreva a un genere di tennis differente, molto tattico.

 

Kenin, infatti, a livello giovanile e nei primi anni in WTA non era fra le più potenti. Di conseguenza contro avversarie più dotate muscolarmente doveva trovare strade alternative: allungare gli scambi, variare le parabole, pungere con le smorzate. Sofia non ha dimenticato queste capacità di un tempo, che sono rimaste parte integrante del suo gioco.

Ancora oggi Kenin utilizza con una certa frequenza il drop-shot, soprattutto dalla parte del rovescio. Dato che il colpo aumenta il proprio effetto-sorpresa se viene eseguito con la stessa preparazione del rovescio, e dato che Sofia utilizza poco la variante slice, si è allora “inventata” una preparazione particolare. Il risultato è una smorzata che parte come un rovescio bimane in topspin e si trasforma in extremis in un colpo sotto. Gesto a mio avviso non molto elegante ma sicuramente efficace, e che spesso le regala punti importanti nella economia dei match.

8. Ashleigh Barty
Come già descritto nell’articolo dedicato ai rovesci slice, chi colpisce da fondo con il backspin parte avvantaggiata nella esecuzione della smorzata, visto che la preparazione dei due colpi è simile, e quindi l’avversaria non può intuire se sta per ricevere una parabola profonda o invece una corta, che atterra appena oltre la rete.

Barty in particolare si trova con un ulteriore vantaggio: dato che le capita di affrontare interi scambi sulla diagonale del rovescio (molte avversarie preferiscono evitare il suo dritto), spesso ha la possibilità di preparare il colpo nel modo migliore possibile: da ferma, su una parabola già sperimentata e ponderata nei colpi precedenti. E questo aumenta la probabilità di controllo del colpo corto, che di solito Ashleigh preferisce eseguire lungolinea.

In realtà, proprio per il contesto tattico così vantaggioso, mi aspetterei che Barty riuscisse a ricavare ancora di più dai drop-shot; è per questo che non l’ho inserita in una posizione più in alta di classifica.

7. Kiki Bertens
Kiki Bertens è il tipico esempio di giocatrice che approfitta della sovrapposizione esecutiva fra rovescio slice e smorzata per ottenere punti diretti o per conquistare situazioni di vantaggio nello scambio. È lo stesso discorso fatto per Barty, anche se con una differenza: mentre Ashleigh tende a preferire l’esecuzione della smorzata lungolinea, Kiki di solito si affida a quella incrociata.

Ci sono pro e contro nella scelta delle due direzioni. La smorzata lungolinea percorre una traiettoria più corta per raggiungere la rete e quindi lascia ancora meno tempo all’avversaria per prendere le contromisure. D’altra parte la versione incrociata, specie se eseguita nel contesto di uno scambio che si sta sviluppando sulla stessa diagonale, risulta ancora meno leggibile perché non prevede nemmeno il cambio di angolatura del piatto corde della racchetta; in più scavalca la rete in un punto più basso. In compenso la strada che deve fare è, evidentemente, più lunga.

Ma oltre alla soluzione di rovescio, Bertens sa utilizzare con una buona efficacia anche quella di dritto (ancora una volta prevalentemente in incrociato, spesso dalla posizione inside-out), e questo le permette di contare su una risorsa in più nella costruzione del gioco.

6. Petra Martic
Petra Martic, come Barty e Bertens, parte dal vantaggio di eseguire con regolarità anche il rovescio slice, e questo le permette di ricorrere alla smorzata come alternativa mascherata del colpo con parabola lunga. Credo però che per Martic vada sottolineata la frequenza con cui usa il drop shot: non sono molte le giocatrici che danno a questo colpo un ruolo così significativo nel proprio gioco; tanto che è impossibile pensare a una match di Petra senza tentativi di smorzata.

Nella valutazione complessiva del suo colpo, sottolineerei un aspetto positivo e uno negativo. Negativo: per la grande maggioranza delle volte ricorre al rovescio lungolinea; e questo significa che le avversarie sanno quasi sempre in che direzione correre in avanti appena percepiscono che sta per partire la smorzata.
L’aspetto positivo sta invece nella grande sensibilità esecutiva. La “mano” superiore le consente perfino di azzardare smorzate anche quando ha i piedi ben dietro la linea di fondo, una posizione che i manuali del tennis considerano molto (troppo) rischiosa, a meno che l’avversaria non sia quasi a ridosso dei teloni oppure particolarmente lenta nelle corse in avanti.

Alla sensibilità esecutiva Martic aggiunge la capacità di improvvisare, visto che è molto rapida nell’individuare il colpo più adatto nelle posizioni di campo meno usuali. E così anche se il drop shot non è subito vincente, per lei spesso lo diventa ugualmente nello sviluppo del punto.

a pagina 3: Le posizioni dalla 5 alla 1

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Da Konjuh a Barty, otto protagoniste di Miami

I differenti problemi di Venus Williams e Bianca Andreescu, le soddisfazioni parziali di Elina Svitolina e Maria Sakkari e altro ancora nel secondo WTA 1000 della stagione 2021

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Bianca Andreescu e Ashleigh Barty - Miami 2021

Malgrado la finale sotto tono, compromessa dalle condizioni fisiche precarie di Bianca Andreescu, e vinta da Ashleigh Barty per ritiro, il WTA 1000 di Miami ha offerto diverse partite di alto livello e parecchi spunti interessanti. Ho scelto otto giocatrici che mi sembrano adatte per parlare del torneo da punti di vista differenti.

Venus Williams
Venus Williams ha perso al primo turno, sconfitta 6-2, 7-6 da Zarina Diyas, attuale numero 89 della classifica WTA. A 41 anni da compiere fra due mesi (il 17 giugno), Venus è reduce da un periodo di risultati poco incoraggianti e oggi è scesa alla posizione 90 del ranking.

Nel 2020 aveva disputato 9 partite, perdendone 8. L’unica vittoria era arrivata contro Victoria Azarenka a Lexington, ma va ricordato che Vika era al primo match dopo il lockdown, e dall’agosto 2019 era scesa in campo una sola volta (nel marzo 2020), dopo avere anche pensato al ritiro; quindi era comprensibilmente arrugginita.

 

Rispetto al bilancio di 1/8 del 2020, nel 2021 per Williams le cose sono andate un po’ meglio: 2 vittorie e 3 sconfitte. Al momento è riuscita a superare Arantxa Rus (attuale numero 74 WTA) e Kirsten Flipkens (numero 90). Il successo contro Flipkens le era valso il secondo turno all’Australian Open, dove poi aveva incrociato Sara Errani. Nel primo set contro Sara, Venus aveva avuto un problema al ginocchio ma aveva deciso comunque di non ritirarsi, finendo per perdere 6-1 6-0, giocando praticamente da ferma.

È sempre molto difficile, e anche presuntuoso, giudicare queste situazioni da fuori. Naturalmente il primo pensiero che viene, è associare il calo di rendimento all’età. Perché se è vero che i progressi della medicina e dei sistemi di preparazione atletica hanno allungato la carriera di molti sportivi, a un certo punto la carta di identità reclama comunque i propri diritti. Nel caso di Venus va aggiunto il problema determinato dalla sindrome di Sjögren, che le era stata diagnosticata dieci anni fa e che le aveva procurato un calo di rendimento per alcune stagioni, prima che riuscisse a trovare le contromisure adeguate (farmacologiche e dietetiche).

Chissà cosa pensa Venus del proprio futuro sportivo, soprattutto in una stagione nella quale ogni programmazione è messa a rischio dalle incertezze causate dalla pandemia. Per una grandissima campionessa, capace di raggiungere ancora nel 2017 due finali Slam (Australian Open e Wimbledon) e una semifinale (US Open), non deve essere facile decidere di smettere, quando farlo e come farlo. Mettiamo che abbia in mente di ritirarsi a Wimbledon, lo Slam che ha vinto ben cinque volte in carriera. Nel 2020 non si è svolto per pandemia, e la sicurezza assoluta che si giochi nel 2021 non possiamo averla. E se si disputasse senza pubblico, che saluto sarebbe di fronte a uno stadio vuoto? D’altra parte, varrebbe la pena continuare a giocare ed allenarsi, affrontando oltretutto le diverse quarantene, se i risultati continuano a latitare?

Per come la vedo io, i grandi atleti degli sport individuali hanno però una fortuna: rispetto a chi pratica sport di squadra, non hanno compagni da penalizzare in caso di calo di rendimento. Nel tennis gli alti e bassi si vivono interamente sulla propria pelle, e questo dà ai giocatori il diritto di decidere in piena autonomia come, e quando, dire basta.

Ana Konjuh
Ho quasi timore a dirlo, ma sembra davvero che Ana Konjuh sia di nuovo nella condizione di poter giocare a tennis ad alti livelli. Dopo quattro operazioni al gomito, distribuite nell’arco di cinque anni (dal 2014 al 2019, trovate QUI le date precise), e praticamente tre stagioni intere perse per problemi fisici, Konjuh è tornata a far parlare di sé per i risultati sul campo.

È ancora sulla strada del pieno recupero atletico, con il peso forma da ritrovare, ma il talento tecnico è già emerso evidentissimo. Numero 338 del ranking, presente a Miami da wild card, ha sconfitto all’esordio la numero 70 Siniakova. Vittoria non impossibile, considerando che Siniakova non è in un buon momento. Ma poi ha superato in due set Madison Keys (che sul cemento americano è comunque una avversaria tosta), numero 19 del ranking, e quindi in tre set Iga Swiatek, numero 16 WTA sottostimata per i meccanismi di salvaguardia della classifica introdotti la scorsa stagione.

Purtroppo del match contro Keys ho visto solo gli highlights, ma ho seguito la prestazione contro Swiatek: 6-4, 2-6, 6-2 con un saldo finale di +22 (40 vincenti/18 errori non forzati). Una partita eccezionale, ai livelli delle due disputate contro Radwanska nel 2016: una vinta allo US Open (6-4 6-4), una persa a Wimbledon, anche a causa di un infortunio alla caviglia nei game finali (6-2 4-6 9-7).

Delle cinque giocatrici nate nel 1997 e capaci tutte di entrare in Top 50 WTA ad appena 18 anni (Bencic, Ostapenko, Kasatkina, Osaka, Konjuh), Ana era la più giovane (è nata il 27 dicembre) e la più precoce: numero 1 del mondo da Junior ad appena 15 anni, e con due titoli Slam vinti. Di Konjuh stupiva la straordinaria facilità nel coordinarsi: elastica nei movimenti, sempre in controllo del corpo, era capace di colpire in controbalzo o slice con la stessa facilità con cui eseguiva i suoi due ottimi colpi base, dritto e rovescio in topspin.

Rispetto a quella giocatrice, a me sembra che oggi abbia modificato il movimento del dritto, forse per salvaguardare il gomito. Ma non sono sicuro che questo sia un limite, anzi potrebbe risolversi in un progresso. A questo proposito racconto un piccolo retroscena, relativo a Wimbledon 2017. Ero sul posto come inviato insieme a Luca Baldissera. Siccome non mi convinceva del tutto lo swing di Konjuh dalla parte del dritto (particolarmente ampio, forse un po’ troppo), e volevo un parere di Luca, lo avevo strappato ai suoi impegni e trascinato per qualche game sul Court 12. Era il match ideale nello stadio ideale: contro una avversaria forte come Dominika Cibulkova (quarti di finale a Wimbledon nel 2016 e 2018) e con i posti stampa a bordo campo, dunque perfetti per vedere da vicino i singoli gesti atletici. Quel giorno Konjuh avrebbe finito per vincere (7-6, 3-6, 6-4), dimostrando che, al di là dei miei dubbi, il suo dritto era comunque efficace.

Oggi Ana non gioca più il dritto con quel movimento: tende a colpire la palla più vicina al corpo, con il gomito meno disteso. La mia impressione è che ci abbia guadagnato in termini di stabilità e omogeneità nello swing. A Miami 2021 la sua avventura si è conclusa contro Anastasija Sevastova, più che per la forza dell’avversaria (non proprio nel suo momento migliore) per i problemi alla schiena emersi durante il match, che l’hanno menomata al servizio (6-1, 7-5). Probabilmente un guaio determinato dalla desuetudine nell’affrontare più match di alto livello nell’arco di pochi giorni.

Dopo questo sorprendente torneo in Florida, Konjuh è risalita di 98 posizioni in classifica: numero 240. Al di là del ranking, però, non si può che ripetere la cosa più ovvia: ciò che conta davvero è che si mantenga in salute, e i frutti del suo talento arriveranno di sicuro.

a pagina 2: Sara Sorribes Tormo e Maria Sakkari

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Naomi Osaka e le superfici

Ad appena 23 anni Osaka vanta già quattro titoli Slam, vinti però solo sul cemento. Riuscirà a conquistare successi importanti anche su erba e terra?

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Naomi Osaka - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Con il successo all’Australian Open 2021 Naomi Osaka non ha solo vinto il quarto titolo Slam della carriera ma, per quanto riguarda i Major raccolti, si è staccata da tutte le tenniste in attività, ad eccezione delle sorelle Williams e Kim Clijsters (se consideriamo Kim ancora attiva). Non solo. Nel tennis degli anni Duemila, facendo riferimento a tutti gli Slam assegnati, solo quattro tenniste hanno vinto più Major di Naomi: Serena e Venus, Henin e Sharapova. A quattro titoli la affianca Clijsters.

Ricordo che Osaka ha solo 23 anni (è nata nell’ottobre 1997), e quindi non è affatto escluso che possa aumentare il numero di successi. Se ragioniamo in termini di età in rapporto al quarto titolo, ancora una volta, solo le sorelle Williams l’hanno chiaramente sopravanzata, mentre Henin le è davanti di pochissimo, e Sharapova dietro. Infatti, se non ho sbagliato i conti, questa è l’età nella quale sono arrivate al quarto Slam le protagoniste citate: Serena quarto titolo a 20 anni e 11 mesi, Venus a 21 anni e 4 mesi, Henin a 23 anni esatti. Poi c’è Osaka (23 anni e 5 mesi). Sharapova ha raggiunto il quarto Slam a 25 anni e 1 mese, mentre Clijsters a 27 anni e 8 mesi.

Insomma, Osaka si sta costruendo una carriera eccezionale, anche se con alcuni limiti da considerare. Il primo è che a dispetto dei quattro grandi trofei già conquistati, negli altri tornei del circuito WTA è arrivata ad “appena” tre titoli: Indian Wells 2018, Pechino 2019 (entrambi Premier Mandatory), Tokio 2019 (torneo Premier). Anche per questo sino a oggi ha comandato la classifica mondiale per poche settimane, 25 in totale. In sostanza Osaka si è dimostrata più capace di notevoli picchi di gioco, ma limitati nel tempo, che di continuità nell’arco di tutta la stagione. Con una frase fatta si potrebbe dire: più qualità che quantità.

 

Ma il dato tecnicamente più interessante, a mio avviso, riguarda la distribuzione delle superfici sulle quali ha vinto: esclusivamente sul cemento. E anche prendendo in considerazione i tornei nei quali è arrivata in finale senza vincere (Tokio 2016, Tokio 2018, NewYork/Cincinnati 2020) il responso è sempre lo stesso: cemento.

Abbiamo ancora dubbi? Verifichiamo allora un dato più ampio, quello della percentuale di vittorie sul circuito maggiore (tornei WTA, Slam, Fed Cup). Osaka ha vinto 173 partite e ne ha perse 88, così distribuite:

69,4% sul cemento (136 vinte / 60 perse)
59,5% sulla terra (rossa e verde) (25/17)
52,2% sull’erba (12/11)

In sostanza, da qualsiasi punto la si osservi, la situazione appare chiara e univoca: il rendimento di Naomi cambia, e di parecchio, in rapporto alle superfici. Come mai?

Visto che questa tendenza è emersa ormai da anni, la spiegazione che mi ero dato già da alcune stagioni è legata alla sua formazione da ragazzina. Osaka infatti non ha compiuto la classica trafila da junior di successo, che viaggia per il mondo con un calendario che, almeno per gli Slam, ricalca quello delle professioniste. No, Naomi è cresciuta senza disputare tornei junior, affrontando direttamente gli ITF; quelli americani soprattutto. Questo significa che rispetto alla concorrenza non si è costruita un sufficiente bagaglio di esperienza sull’erba e sulla terra rossa.

Qualche settimana fa ha confermato lei stessa questa tesi, nella conferenza stampa tenuta al termine della vittoria all’Australian Open. Le viene chiesto: “Hai vinto quattro Slam solo sul cemento. Quale sarà il primo al di fuori, terra o erba?” Inizialmente Naomi risponde con una battuta: ”Spero sulla terra, perché arriva prima” (il Roland Garros 2021 precede Wimbledon in calendario). Poi però tratta più estesamente della propria formazione:

E qui ci dice che nel 2019 aveva cominciato a sentirsi meglio sulla terra, mentre ritiene di avere pochissima esperienza sull’erba. I numeri lo confermano, anche se da giovanissima ha giocato un paio di ITF sull’erba in Giappone (non ho verificato nel dettaglio, ma non escludo si trattasse di erba sintetica); mentre nel 2015 era arrivata in finale nell’ITF 50K di Surbiton (hinterland londinese), perdendo contro Diatchenko, in un tabellone che vedeva al via, fra le altre, Hsieh, Kontaveit, Cetkovska, Minella, Paszek, Buzarnescu.

In ogni caso stiamo parlando di pochi match, che avvalorano le parole di Naomi. Stabilito questo, è inevitabile chiedersi se Osaka sarà capace di superare le difficoltà su terra ed erba per trasformarsi in una giocatrice più completa. Magari così completa da essere in grado di vincere gli Slam europei. Prima di affrontare il tema, penso sia utile considerare qualche precedente di giocatrici con situazioni simili, e valutare come sono andate le cose.

a pagine 2: I precedenti nel tennis recente

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Tennis e pandemia: le sfortune di Muguruza e le fortune di Krejcikova

In finale nel WTA 1000 di Dubai si sono affrontate due giocatrici per cui la pandemia ha probabilmente influito in modo opposto sulla carriera

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Garbiñe Muguruza – Dubai 2021 (via Twitter DubaiTennisChamps)

Con il successo nel WTA 1000 di Dubai, Garbiñe Muguruza è tornata a vincere un titolo a distanza di due anni. L’ultima vittoria nel Tour di Muguruza risaliva infatti all’International di Monterrey 2019 (finale su Azarenka). Se però cerchiamo nel suo palmarès una affermazione davvero importante, occorre addirittura risalire al 2017, al Premier5 di Cincinnati, dell’agosto 2017: sono passati quasi quattro anni.

Nel 2017, qualche settimana dopo la vittoria in Ohio, Muguruza sarebbe diventata numero 1 del mondo a 23 anni ancora da compiere (è nata l’8 ottobre 1994) Tutti pensavano stesse entrando nel periodo migliore della carriera; Garbiñe era la campionessa in carica di Wimbledon e si presentava come una giocatrice in grado di vincere su tutte le superfici: la terra del Roland Garros 2016, l’erba di Wimbledon 2017, il cemento di Cincinnati 2017. Invece nel 2018 sarebbe cominciato un lungo periodo di crisi.

 

Scaduti i punti di Wimbledon e Cincinnati, infatti, Muguruza sarebbe uscita dalla Top 10, e nel corso del 2019 avrebbe perso anche il diritto alle teste di serie negli Slam, visto che era uscita anche dalle prime 30 del ranking. Si trattava di un processo di involuzione del tutto inatteso, proprio perché coinciso con l’età che normalmente si considera la migliore per una atleta, tra i 24 e i 25 anni.

Anche per questo il recente successo di Dubai assume un valore simbolico importante. Se però prendiamo in considerazione soltanto i tornei vinti, rischiamo di sbagliare prospettiva. Muguruza non è improvvisamente risorta la scorsa settimana negli Emirati, ma era già tornata protagonista sin dal gennaio 2020, con la finale raggiunta all’Australian Open, persa in tre set contro Sofia Kenin.

Analizzare il 2020-2021 di Muguruza non è per nulla semplice, perché vanno considerati diversi elementi anche molto lontani fra loro, che non sempre coincidono temporalmente, e che non si prestano a un racconto lineare. Cambi di allenatore, questioni tecniche, aspetti agonistici, fortuna e sfortuna nei tabelloni, qualità delle avversarie, lo stop della pandemia, la variabile inattesa del nuovo ranking: forse per spiegare tutti gli elementi che hanno influito sull’ultimo biennio di Muguruza sarebbe più adeguato utilizzare un ipertesto, perché un normale articolo rischia di sfilacciarsi in tante direzioni differenti, difficili da tenere insieme. Ma visto che questo abbiamo a disposizione, facciamo un tentativo.

Luglio 2019: Muguruza è in piena crisi di risultati, e fatica a recuperare la solidità dei tempi migliori. Ha poca fiducia nel proprio gioco e in particolare il dritto è diventato un colpo inaffidabile, che le procura errori in serie. Le avversarie lo sanno e insistono su quel punto debole, raccogliendo spesso punti determinanti, che a fine match fanno la differenza. Ma anche il servizio sta diventando meno sicuro e non può che causare altre conseguenze negative negli equilibri del suo tennis.

Di fronte a problemi così profondi, Garbiñe decide di chiudere il lungo e controverso capitolo con il coach Sam Sumyk, per tornare a collaborare in esclusiva con Conchita Martinez, che l’aveva già affiancata nel passato (in particolare durante le due settimane vincenti a Wimbledon).

Al di là del valore di un coach, a volte le collaborazioni diventano sterili anche semplicemente perché si logorano i rapporti personali, e questi influiscono sulla qualità del lavoro strettamente tecnico. Nella off season condotta con Martinez, evidentemente Muguruza lavora bene, e dall’inizio del 2020 si ripresenta una giocatrice di nuovo in grado di misurarsi con le più forti. All’Australian Open non è testa di serie, eppure sconfigge tre Top 10 (Bertens, Svitolina, Halep) e raggiunge la finale, dove perde in tre set contro Sofia Kenin.

L’Australian Open 2020 ci restituisce una giocatrice completamente ricostruita sul piano fisico-tecnico, ma con ancora progressi da compiere nei momenti cruciali delle grandi partite. Quello che manca a Garbiñe per tornare al livello della Muguruza del 2017, la numero 1 del mondo e campionessa di Wimbledon, è la sicurezza agonistica che le aveva permesso di vincere due Major. Magari sbaglio, ma non credo che quella giocatrice sarebbe arrivata al terzo set contro Kenin (nella finale poi persa 4-6, 6-2, 6-2): probabilmente non sarebbe calata di aggressività e di convinzione a partita in corso, e avrebbe vinto direttamente in due set, sulla scia del successo nel parziale di apertura.

Ma al di là della delusione contro Kenin, Garbiñe è comunque in chiaro recupero. Per questo quando arriva la pandemia a fermare il circuito, è una delle tenniste più danneggiate: fa parte di quel gruppo di giocatrici (come Kenin, Rybakina, Jabeur) che avrebbero potuto sfruttare il momento molto positivo per ottenere altri ottimi risultati. Risultati che avrebbero significato progressi in classifica, nei guadagni e nella autostima al momento di scendere in campo. E invece tutto si ferma.

a pagina 2: La prestazioni dopo lo stop per pandemia

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