Il "Fognal" perfetto e una settimana da sogno. Un anno fa Fognini principe a Montecarlo

Focus

Il “Fognal” perfetto e una settimana da sogno. Un anno fa Fognini principe a Montecarlo

Come Panatta a Roma ’76, Fabio è a un centimetro dall’eliminazione al primo turno, ma risorge e infila Zverev, Coric e Nadal per conquistare il trofeo più importante della carriera battendo Lajovic in finale

Pubblicato

il

Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Adrian Fognatta, forse persino più cacofonico di Fabio Panini, nella fusione anche nominale tra i due giocatori italiani più forti dell’era Open, si manifesta in tutta la sua inattesa lucentezza durante la quarta settimana della primavera duemiladiciannove al Country Club di Montecarlo, significativa sede del primo trionfo di Fabio Fognini in un “Mille”, di cui oggi ricorre l’anniversario. La vittoria sinora più prestigiosa della sua carriera, la prima di un italiano sulla terra monegasca in Era Open.

Come ebbe a scrivere all’epoca dei fatti il nostro direttore nel suo commento all’impresa, le analogie, quelle caratteriali ma soprattutto quelle contingenti, tra l’Adriano del 1976 e il Fabio del 2019, sono talmente evidenti da rendere irresistibile il paragone tra quanto successo al Foro Italico quarantaquattro anni fa e le vicende osservate in Cote il giorno del penultimo anniversario della Resurrezione di Cristo, e per cautela eviteremo almeno in questa sede insidiose riflessioni sui possibili intrecci metaforici legati alla Pasqua. Fatto sta che, proprio come Panatta nell’anno santo di cui abbiamo parlato, anche Fognini nel Principato rischia di rifare il borsone molto prima di sbaciucchiare la coppa nel weekend.

Nella Roma degli anni di piombo, bello, ambito da fotografi e ragazze e scostante come si conviene, Panatta nel primo turno riemerge da un profondissimo baratro in cui l’ha cacciato l’australiano Kim Warwick, portando a casa una vittoria che i testimoni oculari ancora oggi definiscono “abbondantemente oltre i confini della realtà”: Adriano rimonta dall’uno a cinque nel set decisivo, annullando undici match point di cui dieci in risposta e stabilisce un nuovo record, destinato a sopravvivere a molti tentativi di imitazione, relativo all’ineguagliato numero di palle match schivate prima di portare a casa un incontro. Anche Fognini esordisce affrontando un’impervia scalata ma contro un russo, Andrey Rublev, pazzerello com’è descritto nei libri di storia Warwick ma dal pedigree non male e comunque in procinto di inaugurare una nuova, interessante fase della carriera dopo una lunga parentesi gravata da fastidiosi infortuni. Qui il cinque a uno non si materializza per un pelo e per il pizzico di follia, ci si perdoni il temerario eufemismo, grazie alla quale Fabio annulla una delle cinque palle break che avrebbero mandato il russo a servire per il match: tirando un ace di seconda.

 

Come l’Adriano d’epoca, il volto di Fabio si rasserena con l’andare delle partite, e la famosa dea bendata, così poco incline a manifestarsi durante i momenti di maggior necessità, soprattutto se questi sono legati a traversie tennistiche dipinte d’azzurro, gli regala un giorno di riposo extra con il ritiro di Gillou Simon, indisponibile ad allacciarsi le scarpe e scendere in campo causa infortunio. Insomma è inutile, anche se ovviamente piacevole, ricordare che alla fine dei conti Adriano a Roma 1976 vinse, e vinse anche a Parigi, per un’accoppiata da pazzi forse persino paragonabile, per prestigio sportivo associato alla nazione-Italia, alla doppietta Giro-Tour segnata da Marco Pantani, il fossile, come amava chiamarlo il compianto Gianni Mura, nel 1998.

Roland Garros 1976 – Panatta ha appena annullato il match point a Pavel Hutka

Per Fognini, che non ha vinto né Roma né Parigi ma spera di provvedere in futuro, la rumba monegasca comincia negli ottavi di finale, anche se per coerenza geografica sarebbe forse più opportuno parlare di “gira”, ballo tradizionale appartenente al gruppo delle danze delle quattro province, diffuso sull’Appennino ligure ma che con ragionevolezza si ritiene espanso negli anni anche alle zone costiere di ponente. Ad attenderlo c’è Sascha Zverev, una brutta bestia che nei due precedenti l’ha severamente sconfitto.

In un’atmosfera che dovremmo definire da stadio, e in effetti la vicinanza all’Italia generalmente trasporta oltreconfine anche una certa qual propensione al tifo contrario, Fabio spacca il cappello e mette in mostra l’argenteria di casa. Della partita giocata dal ragazzone nato ad Amburgo le agenzie annotano giusto gli sconfortati movimenti del capo, il famoso linguaggio del corpo, per sfoderare una micidiale quanto classica violenza inferta all’idioma di Dante dai cultori della materia. Il vento gli dà fastidio, il servizio gli volta le spalle, gli errori sono tanti e marchiani e Fabio sta giocando bene. Non può che finire travolto e con la terra rossa negli occhi, ma con l’opportunità di rifarsi un mesetto dopo a Parigi.

Di tempo per pensare al Rolando e ai tornei successivi ce ne sarà, poiché nell’immediato i pensieri vanno indirizzati a Borna Coric, il rivale per un posto in semifinale. Fognini nel primo set manda in campo il suo omologo più intrattabile: accigliato, infastidito da fantasmi di originale conio e indispettito dai molti avversari che in certi momenti affollano la sua mente, Fabio si pone nella condizione di dover rimontare, ma una volta che il suo unico pensiero, rimasto orfano di accessorie suggestioni private, diventa l’allievo sedotto e poi abbandonato da Riccardo Piatti appostato dall’altra parte della rete, la partita fila via liscia per la delizia del pubblico di casa.

E più casa di così non potrebbe davvero essere: distante appena quarantanove chilometri dalla dimora di Arma di Taggia, il Country regala al Fogna sensazioni molto più domestiche di quelle che sanno offrire gli Internazionali, peraltro ultimamente oggetto delle frecciate del Nostro che mal ne digerisce una gestione a suo dire discutibile. Ma ovviamente non è ancora tempo di sedersi a contemplare la reggia, perché l’imminenza, e probabilmente anche l’immanenza stessa della pallina di feltro, sta per materializzarsi nella nota figura di Rafa Nadal, acciaccato da molti problemi fisici specie al ginocchio ma non per questo sfavorito – il più forte terraiolo della storia sul laterizio non lo è mai – e forse proprio perché ferito molto pericoloso.

Fabio Fognini e Rafa Nadal – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

In ogni caso inviso agli allibratori, per la sua tendenza a disattendere pronostici di ogni sorta, lo scintillante Fabio degli ultimi turni è comunque reduce da un inizio di stagione piuttosto tetro, con quattro sconfitte in quattro partite disputate sul rosso prima della trasvolata monegasca. Certo è che nel tennis, come in molti altri sport, si tende a partire da zero a zero, e nel caso di Fognini conta molto l’ispirazione del momento: se la nebbia di cattivi pensieri si dirada, egli può battere anche Rafacito, come peraltro è già accaduto altre tre volte. Nadal l’ha sempre saputo, proprio come Bjorn Borg sapeva che nessuna impresa era preclusa ad Adriano nelle giornate di grazia.

E nel giorno del quindicesimo Fognal il ribelle di Arma di Taggia non è trattabile per nessuno, nemmeno per Rafa: vincenti da ogni posizione, il balearico tramortito e obbligato al miracoloso colpo di coda per evitare l’onta del bagel nel secondo set. Non era al massimo delle sue possibilità, confermerà Rafa pur senza accampare scuse, e del resto “se non stava bene non è un problema mio”, Fabio Fognini dixit.

Dopo i tre vittoriosi precedenti contro la leggenda di Manacor, Fabio è sempre incappato in una sintomatica giornata nera e in una conseguente sconfitta, dunque la finalissima di fronte a Dusan Lajovic presenta tutte le insidie del caso e persino qualche rompicapo extra, non essendo il curriculum tennistico del serbo, che pur aveva battuto Medvedev, di quelli in grado di fornire in automatico il necessario fabbisogno di adrenalina. Ma i giustificati timori, per fortuna del parzialissimo pubblico convenuto a Roquebrune-Cap-Martin, non hanno modo di trasformarsi in concrete paure all’atto pratico, considerata la partita condotta in porto senza rischiare più del dovuto nonostante i molti errori condivisi dovuti alla notevole tensione oltreché all’onnipresente vento.

E così, sulla soglia delle trentadue candeline, cinquantuno anni dopo il terzo trionfo pre-era open di Nicola Pietrangeli, Fabio Fognini conquista ciò che in molti avevano letto nel suo destino, e altrettanti avevano predetto gli sarebbe stato precluso data la pervicace opposizione di un avversario troppo sofisticato per essere battuto: la sua propria testa.

È una delle singolari e incomunicabili caratteristiche di Fognini, forse la più rilevante: il saper indirizzare a proprio favore qualsiasi partita, in qualsiasi congiuntura, a dispetto di qualunque previsione. E contemporaneamente il saper senza rimedio cedere a qualunque rivale quando tutti lo pronosticano vincitore, pronti a somministrargli il Krug già tenuto in fresco. Ma in fondo poco importa: alcune gemme sono destinate a brillare per quanto solitarie, e negli archivi della memoria una vittoria come quella di Montecarlo impegna molti più faldoni di cento sconfitte impreviste da chi deve per forza vestire i panni dell’ indovino.

Fabio Fognini – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Continua a leggere
Commenti

Coppa Davis

Coppa Davis: nuova formula con gironi in Europa e fase finale ad Abu Dhabi. Sarebbe il colpo di grazia?

Le Finali di Coppa Davis “costrette” all’esilio negli Emirati. Dubbi su quanto pubblico potra assistere ai match di Abu Dhabi

Pubblicato

il

Coppa Davis a Madrid - Finali 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

L’indiscrezione trapelata qualche giorno fa che suggeriva Abu Dhabi come potenziale la nuova sede delle Finali di Coppa Davis aveva generato qualche preoccupazione sul futuro successo della manifestazione, ma ora che sono emersi altri dettagli sui piani di sviluppo di Kosmos per i prossimi cinque anni le preoccupazioni sono cresciute e sono più che legittime.

Secondo quanto pubblicato dal quotidiano inglese The Daily Telegraph, lo stesso che aveva dato per primo la notizia del possibile spostamento negli Emirati Arabi, la rinnovata formula della manifestazione vedrà la partecipazione di 16 squadre, divisi in quattro gironi da quattro, e la fase di round robin verrà ospitata da quattro località europee da definirsi. Le prime due classificate di ogni girone si qualificheranno poi per la fase a eliminazione diretta, che avrà luogo invece ad Abu Dhabi, secondo un contratto di cinque anni che sarà firmato da Kosmos con gli organizzatori degli Emirati.

Maggiori dettagli saranno ufficializzati domenica prossima alle 11 quando in un albergo del centro di Madrid Kosmos Tennis presenterà alla stampa il nuovo meccanismo delle Finali di Coppa Davis. Tuttavia se queste indiscrezioni dovessero essere confermate c’è di che temere per la sorte della manifestazione.

 

Quando Kosmos Tennis aveva rilevato dalla Federazione Internazionale la gestione commerciale della Coppa Davis, uno dei capisaldi della loro visione era quello che intendeva trasformare la più antica competizione a squadre dello sport in un evento che riunisse tutti i Paesi partecipanti nello stesso luogo nel corso di un periodo di tempo circoscritto, esattamente come succede per i Mondiali di calcio e per le Olimpiadi. Infatti nelle immagini che sono state trasmesse nell’ultima settimana dalle tre sedi di Madrid, Innsbruck e Torino si poteva veder campeggiare lo slogan “The World Cup of Tennis”. Ma se ciò poteva essere con la sede unica di Madrid dell’edizione inaugurale del 2019, il modello che sembra stia per essere adottato appare sempre più lontano da questa visione.

Il trasloco ad Abu Dhabi può essere giustificato soltanto se si riesce a trasformare la Coppa Davis in un “destination event” in tutto e per tutto, nel quale la presenza e il calore del pubblico sugli spalti fa principalmente affidamento agli appassionati dei Paesi in gara che seguono la propria nazionale in trasferta che non l’interesse della popolazione locale. È inverosimile infatti pensare che gli spettatori di Abu Dhabi o della relativamente vicina Dubai (circa 130 km) possano da soli riempire gli spalti delle fasi conclusive della Coppa Davis.

Tuttavia, se i gironi dovessero veramente svolgersi in quattro città europee, sarebbe molto complicato per i tifosi programmare la trasferta in Medio Oriente non potendo avere la certezza che la loro squadra sarà qualificata ai quarti di finale fino a qualche giorno prima di dover partire. Una cosa è chiedere ai fans di pianificare un viaggio negli Emirati per assistere alla manifestazione ed eventualmente prolungare il soggiorno per seguire anche le finali, un’altra è aspettarsi che possano modificare i loro piani in maniera così significativa nel giro di pochi giorni.

E anche dal punto di vista dei giocatori la situazione si profila tutt’altro che ideale: passi per le 6-7 ore di volo che separano l’Europa da Abu Dhabi (si tratterebbe di un volo simile a un costa a costa negli Stati Uniti, con tanto di fuso orario), ma ci si troverebbe anche a dover cambiare completamente scenario, passando dall’indoor di un palazzetto europeo ai campi all’aperto sotto il sole mediorientale.

Il Telegraph suggerisce che la scelta di Abu Dhabi sia stata più o meno forzata, dato che non erano state presentate alternative credibili. E allora viene da pensare che Kosmos abbia fatto il passo più lungo della gamba mettendo sul tavolo la favolosa cifra di 3 miliardi di dollari per 25 anni, sovrastimando il potenziale commerciale della Coppa Davis, e ora stia cercando di trovare qualunque soluzione per non rimetterci anche la camicia.

Ne sapremo sicuramente di più tra qualche giorno quando potremo mettere insieme tutti i pezzi e fare una valutazione più completa della situazione, ma gli ingredienti per un potenziale disastro ci sono tutti.

Continua a leggere

Al femminile

WTA, protagoniste del 2021: Williams, Andreescu e Raducanu

Secondo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

Pubblicato

il

By

Emma Raducanu - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Serena Williams
Quarant’anni compiuti nel mese di settembre, 23 titoli Slam vinti in singolare e 17 match disputati nella stagione 2021 (12 vinti, 5 persi). Per la gloriosa e inimitabile carriera di Serena Williams, l’ultimo dato è quello che pone più interrogativi nei confronti del futuro: appena 17 match. Da quando ha cominciato a giocare stabilmente a tennis da professionista, solo nel 2017, anno dello stop per maternità, Williams aveva disputato meno partite. Allora aveva giocato solo in gennaio-febbraio: 9 partite totali, comunque terminate vincendo l’Australian Open.

Come è noto, nelle ultime stagioni Serena ha deciso di organizzare i suoi impegni soltanto in chiave Slam; significa che, se prende parte ad altri tornei, lo fa per trovare la forma in vista dei Major. E così ha fatto anche nel 2021.

Partenza in Australia, dove comincia trascorrendo ad Adelaide la quarantena più leggera. Esibizioni a parte, scende in campo per il primo match ufficiale allo Yarra Valley Classic, un WTA 500, con il puro intento di scaldare i motori. E infatti, dopo aver superato i primi tre turni, preferisce rinunciare alla semifinale contro Barty per dedicarsi con il massimo impegno all’Australian Open.




 

Ormai sono passati molti mesi, e a distanza di tempo non è obbligatorio ricordarsi di tutte le partite di tutte le giocatrici. Sottolineo però che a Melbourne Serena non gioca affatto male. Prime cinque partite, dieci set vinti, uno solo perso. Sconfigge nell’ordine: Siegemund, Stojanovic, Potapova, Sabalenka (6-4, 2-6, 6-4) e Halep (6-3, 6-3).

Battere una dopo l’altra Sabalenka e Halep (allora teste di serie numero 7 e numero 2) non è proprio cosa da poco. E grazie a questi successi si spinge sino alla semifinale. Per Williams, 39 anni, è la seconda semifinale Slam consecutiva sul cemento, dato che era arrivata al penultimo turno anche allo US Open 2020 (eliminata da Azarenka).

Ma, forse un po’ ingenerosamente, del suo ultimo Australian Open rimane più impresso il big match perso contro Osaka, la futura vincitrice del titolo. Naomi si impone in modo abbastanza chiaro (6-3, 6-4), dando la sensazione di essere meglio di Serena in ogni ambito di gioco (compresa l’incisività del servizio). Ma va detto che quando Osaka è in forma, sul cemento è capace di offrire prestazioni di primissima qualità. Un parziale di 8 game a 1 a cavallo dei due set, insieme a uno sprint conclusivo di 8 punti a zero (sempre per Osaka) decidono la partita.

Per Williams la trasferta in Australia si chiude senza successo, ma non è tutto negativo: ha dimostrato che è ancora in grado di sconfiggere molte Top 10, e che per fermarla ci vuole una giocatrice di livello superiore come Osaka.

Segue una lunga pausa senza tornei, da febbraio a maggio. Serena torna a competere agli Internazionali d’Italia, naturalmente in vista del Roland Garros. L’intento è mettere qualche partita nelle gambe sul rosso, per cercare di presentarsi al massimo sulla superficie meno congeniale. Ma tra Roma (sconfitta all’esordio da Podoroska) e Parma (battuta da Siniakova) la sensazione è che la “campagna di Francia” non sia cominciata nel modo migliore.

Parigi. Ancora non lo sappiamo, ma il Roland Garros sarà il suo ultimo torneo del 2021 disputato da sana. E la sconfitta al quarto turno subita contro Rybakina (6-3, 7-5), l’ultimo match intero giocato sino a oggi.

Poi solo problemi. L’impegno di Wimbledon dura appena sei game. Nell’incontro di primo turno contro Sasnovich, infatti, una scivolata mette fine al torneo di Williams, sul 3-3 primo set. Ma non si tratta di un fulmine a ciel sereno: quando Serena si presenta a Londra, sono già circolate voci di un dolore al tendine del ginocchio sinistro, che ormai la affligge periodicamente. Sull’erba umida del Centre Court la caduta acuisce l’infortunio, costringendola al ritiro.

E che il guaio sia serio lo si capisce dalla decisione di rinunciare allo US Open. Stagione finita. Per Williams un forfait allo Slam non è cosa frequente: a parte il periodo di pausa per maternità, non rinunciava a uno Slam dal 2011, quando si era fermata a causa dei gravi problemi di salute determinati da una embolia polmonare.

Arriviamo a oggi. La notizia più recente è di segno positivo: Williams ha annunciato che andrà in Australia per affrontare il primo Slam del 2022. Lo scorso anno dopo la sconfitta contro Osaka a Melbourne, Serena aveva lasciato la conferenza stampa commossa. In molti avevano pensato che le sue lacrime fossero di commiato, e che quello potesse diventare l’ultimo Australian Open da giocatrice. Ma questa recente notizia ci dice che forse quelle lacrime erano semplicemente di amarezza per la sconfitta e che, almeno per il momento, la pluricampionessa Slam non ha ancora deciso di appendere la racchetta al chiodo.

In questa scelta, Serena Williams ricorda molto da vicino Roger Federer: entrambi nati nel 1981, entrambi con l’ultimo match disputato a Wimbledon, ed entrambi alle prese con un ginocchio che non vuole saperne di lasciarli in pace. E tutti e due che, di fronte a chi suggerisce il ritiro, decidono l’opposto. Evidentemente è più forte il desiderio di verificare i loro limiti: lasceranno al campo rivelare se potranno essere di nuovo competitivi, magari con la speranza di esserlo al punto tale da potere ancora sconfiggere tutti.

a pagina 2: Bianca Andreescu

Continua a leggere

Coppa Davis

Coppa Davis: Isner completa il disastro Usa

Gli Stati uniti perdono anche il tie con la Colombia, nonostante la vittoria thrilling di Tiafoe su Mejia. Anche i colombiani eliminati

Pubblicato

il

da Torino, il nostro inviato

Questa apparizione torinese del team Usa non passerà certamente alla storia. I trentadue volte campioni della Coppa Davis escono dal gruppo D con le ossa rotte e Mardy Fish dovrà interrogarsi anche sulle sue scelte. Isner e Opelka sono apparsi lontanissimi da una condizione accettabile, il forfait di Fritz, il migliore degli americani nel finale di stagione, è un alibi che non può spiegare la debacle americana. La sensazione è che il finalista delle NextGen Final Sebastian Korda, il ventunenne Jenson Brooksby e forse anche Tommy Paul avrebbero venduto cara la pelle molto più dei “veterani”.

Di fronte alla pochezza americana, fa piacere applaudire l’orgoglio e il grande coraggio mostrato dai colombiani con il numero 2 Nicolas Mejia, che già aveva giocato un ottimo match contro Sonego vincendo il primo set al tiebreak, che ha sfiorato l’impresa contro Fraces Tiafoe, numero 38 del mondo e dunque ben duecentotrentasette posizioni più su nel ranking rispetto al giovane colombiano.

 

“Nico”, sostenuto in tribuna da un nugolo di una trentina di scatenati connazionali, è riuscito a salvare con grande coraggio tre match point sul 5-6 del terzo set per forzare il match al tiebreak. Lì ha avuto sulla racchetta l’occasione più importante della carriera sul 6-4 ma sul primo match point con il servizio a disposizione si è avventurato a rete e Tiafoe è stato bravo a infilarlo con il passante e sul secondo ha commesso un errore di pura tansione. E’ stato l’americano ad avere un quarto match point, annullato con coraggio da Mejia che però ha capitolato alla quinta chance americana. Nico è scoppiato in lacrime, consolato dai suoi compagni di squadra e osannato dal boato del Pala-Alpitour.

A quel punto, i risultati che provenivano dagli altri campi, producevano l’eliminazione matematica della Colombia con gli Usa appesi ad un filo. Ci ha pensato Jhon Isner ad affossare le residue speranze americane, perdendo il primo set contro Galan e decretando l’esclusione della sua squadra dalla lotta per i quarti di finale. Isner ha poi finito per perdere anche la partita, fallendo un match point nel tiebreak del terzo set.

La figuraccia della squadra di Mardy Fish si è completata con il teatrino del doppio. E’ senza dubbio vero che l’attuale formula della competizione “obbliga” le squadre a giocare il doppio anche quando sono già sicuramente eliminate ( successe anche all’Italia due anni fa con gli azzurri in campo a notte fonda), ma il ritiro di Opelka e Sock dopo solo due game è una scena che, per dirla alla Nicola Pietrangeli, avrà fatto rivoltare Dwight Davis nella tomba…

Applausi alla Colombia che festeggia la sua prima vittoria contro gli Usa e torna a casa con un’insperata vittoria.

Le parole di Mardy Fish dedicate al team colombiano sono il premio più bello ma avranno fatto fischiare le orecchie anche a qualcun altro. “Si vede la passione per la Coppa Davis. Ma guardate la passione che hanno alcuni di questi paesi, per come giocano e come competono anche quando erano già eliminati. È impressionante, ed è qualcosa che spero, come capitano, di poter raggiungere anche per i nostri giocatori. Non è un torneo individuale, non è una competizione del singolo. Non è soltanto una questione di come si gioca in una giornata specifica. È la consapevolezza di star giocando e lottando per i tuoi compagni di squadra e per tutti i membri del team di supporto che sono qui. Lo ripeto, ci sono molte persone che hanno sacrificato molte cose per essere qui questa settimana, compresi i giocatori. Quindi speriamo di poter far bene anche noi in futuro”.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement