Francesca Schiavone: "Essere viva dopo la malattia è l'emozione più grande"

Interviste

Francesca Schiavone: “Essere viva dopo la malattia è l’emozione più grande”

Lunga intervista di Sport Week alla Leonessa: “Il tumore la battaglia più dura della mia vita. Amiche nel tennis? Solo Flavia Pennetta”. Sul bis mancato a Parigi: “L’errore dell’arbitro mi mandò in tilt”

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Una carriera da record, il trionfo al Roland Garros dieci anni fa, i match indimenticabili, la malattia e la passione per la gastronomia. In una lunga intervista a Sport Week, Francesca Schiavone (ex n. 4 WTA, 8 titoli, altre 12 finali e 3 Fed Cup) racconta la sua storia, quella di una donna e di un’atleta di grande carattere, talento e dalle mille risorse, con tanta voglia di amare, sorridere, e rinnovarsi, sempre. Il primo ricordo va ovviamente a quell’indimenticabile 5 giugno 2010, quando, dominando Samantha Stosur 6-4 7-6 in finale al Roland Garros, ha consegnato all’Italia il primo titolo Slam femminile della sua storia.

Che ricordi ha Francesca degli attimi che hanno preceduto quello storico incontro?Ero sola, dentro uno stanzone immenso. Dall’altra parte c’era la mia avversaria. Non la vedevo. Né la sentivo. Ogni tanto entrava l’addetta dell’organizzazione per controllare che tutto fosse a posto. Io camminavo, camminavo. E poi mi sedevo sui divanetti per cercare la concentrazione. Provavo una sequenza continua di stati d’animo diversi: paura, eccitazione, felicità. Così per una mezz’ora. Poi il riscaldamento in un corridoio stretto stretto con il mio preparatore storico Stefano Barsacchi. […]

Nel tunnel Samantha era davanti a me, di fianco c’era la supervisor del torneo, anche lei australiana.Stavamo per entrare ed è partita la musica del Gladiatore, la canzone di uno dei miei film preferiti, che ho visto decine di volte. È stato un attimo, mi sono connessa immediatamente con le mie emozioni da guerriera, lo stress è sparito“. Grinta da vendere, Francesca, combattente degna, appunto, dei grandi gladiatori del passato. Con, inoltre, la grande dote di saper leggere a meraviglia il campo e l’avversaria, individuando perfettamente armi e punti deboli; abile nel mettere in pratica il piano A, certo, ma anche nel ricorrere, se necessario, a ulteriori strategie.

 

Sam Stosur, dal gioco potente, sulla carta era la favorita. Come ha fatto Francesca a dominarla?Con una scelta tattica. Il giorno prima, durante l’allenamento con Corrado Barazzutti, gli ho detto: “Lavoriamo principalmente sulla risposta”. Avevo deciso che contrariamente al solito avrei aggredito il suo servizio. Lei giocava molto bene il kick, soprattutto sul rovescio. La mia scelta è stata fare due passi dentro al campo per colpire la pallina nella fase ascendente, d’anticipo. Sapevo che l’avrei sorpresa, non se lo sarebbe mai aspettato. Perché è molto difficile rispondere in questo modo giocando a una mano. Cosi è stato. Avere uno schema preciso prima di entrare in campo voleva dire aver già fatto più del cinquanta per cento per vincere. E in ogni caso nella mia testa c’erano anche un piano B e un piano C”.

Il famoso piano B, addirittura quello C. Preziosi nel tennis ma, forse, oggi fin troppo snobbati da tante, troppe giovani tenniste che, nonostante le grandi doti tecnico-atletiche, non riescono a staccarsi da uno schema fisso, da un gioco monocorde incentrato sulla pressione da fondocampo.

Indimenticabile l’immagine di Francesca dopo la vittoria contro la Stosur, sdraiata sul campo, mentre bacia la terra del Philippe Chatrier. Si ricorda ancora il sapore di quella terra?Sì, assolutamente. Per alcuni secondi c’eravamo solo io e lei, la mia terra. Mi sono stesa e l’ho baciata. Bellissimo, indimenticabile. Il rosso è stato il terreno dove sono cresciuta come tennista e dove ho vinto di più“. Un successo storico, che stava per ripetersi anche l’anno successivo, su quello stesso campo, contro la cinese Na Li; non fosse stato per una decisione arbitrale alquanto controversa… “L’arbitro di sedia, Louise Engzell, incredibilmente giudicò dentro una palla della cinese che invece era nettamente fuori, lo dimostrarono anche le immagini televisive. Eravamo sul 6-5 per me, 40 pari nel secondo set. Sarebbe stato il set point e andavamo al terzo. Io ero in crescita, lei in discesa. Insomma me la sarei giocata fino in fondo. Quella scelta sbagliata mi mandò in tilt e persi la partita. Non ho mai chiesto all’arbitro il perché di quella decisione. Spero vivamente fosse convinta della sua chiamata“.

Francesca Schiavone e Li Na, finaliste del Roland Garros 2011

Un’emozione immensa per la tennista azzurra vincere il Roland Garros, ma quella più grande per la Schiavone è “essere in vita“. Negli scorsi mesi, Francesca ha infatti dovuto lottare contro uno degli avversari più ostici e subdoli a cui la vita possa metterci di fronte, un tumore. “Inutile dire che è stata la battaglia più dura della mia vita, non è comparabile con nessun’altra cosa che mi è successa. Alle volte ci penso ancora e so che un po’ sono nelle mani di Dio e un po’ nelle mie. D’altra parte non è che con il tumore chiudi la partita e finisce tutto. Adesso sto bene ma dentro un po’ di paura rimane, in particolare nei momenti in cui mi avvicino agli esami di controllo. E sarà così ancora per qualche anno. Quando ti trovi lì e devi aprire il referto… beh, non è facile. Poi vedi che è tutto ok e allora vai a bere una coppa di champagne“.

La battaglia più dura di tutte per Francesca, affrontata con forza anche grazie all’amore e alle attenzioni degli affetti più cari. Chi ha saputo per primo della malattia?Mia sorella Virginia, eravamo assieme in quel momento. Anzi, è lei che lo disse a me leggendo il referto dei medici. Poi a papà e mamma che all’epoca stava già combattendo contro un brutto male. E a Sileni. Per molto tempo sono stati gli unici a saperlo. Senza il loro appoggio non so come avrei fatto a superare questa situazione. Attenzioni, amore, coccole, cure. Mi hanno dato davvero tutto“.

E il supporto della religione, alla quale Francesca si è avvicinata ulteriormente nel periodo della malattia: “Nonostante le pazzie che ho fatto durante la mia vita, sono sempre stata una persona che quando aveva la possibilità andava a messa e diceva le sue preghierine prima di andare a dormire. Questa pratica è notevolmente aumentata durante la malattia. Mi ha dato una forza incredibile. Spesso ero da sola in casa con i miei pensieri e in quei momenti ho chiesto tantissimo. E ho fatto un paio di promesse: una la sto portando avanti, l’altra ancora la devo mantenere“. […]

Ma nella carriera strepitosa della “Schiavo” non c’è solo il trionfo parigino. L’ex n. 4 del mondo detiene ancora il record del match femminile più lungo della storia, quello vinto contro Svetlana Kuznetsova all’Australian Open 2011, 6-4 1-6 16-14 al terzo set dopo 4 ore e 44 minuti e dopo aver salvato sei match point: “Ricordo bene quel match, lei tirava a duecento all’ora di dritto e io rispondevo pan per focaccia, incredibile. Giocavamo bene, è stato vero spettacolo. E non finiva più. Basti pensare che gli highlights durano ventisette minuti. Il giorno dopo non riuscivo praticamente a muovermi. Lo sforzo era stato enorme”.

A proposito di colleghe, si dice che nel circuito femminile non sia sempre facile e scontato tessere legami di amicizia; e Francesca conferma di non aver avute amiche nel tour. Ma c’è un’eccezione, Flavia Pennetta: “La conosco da quando era nana e rompiscatole. Negli anni il nostro rapporto si è rafforzato sempre di più. Ma l‘amicizia, quella vera, bellissima, è sbocciata l’anno scorso mentre io ero sotto chemioterapia e lei stava aspettando la bambina, Farah. Avevamo più o meno le stesse reazioni fisiche originate però da qualcosa di diverso”. 

Nell’attesa di rivederla in campo come coach, ora Francesca si gode la sua nuova attività, legata al mondo della gastronomia. Da sempre esperta gourmet, ora ‘Schiavo’ ha appena portato a termine il progetto di lanciare il proprio Bistrot, a Milano: “Era un sogno che coltivavo da tanto tempo e sono curiosa di vedere come andrà. Nel frattempo, in attesa che passi questa bufera del coronavirus, il bistrot ospita una bottega di prodotti culinari molto ricercati. Lavoriamo con consegna a domicilio“.

Mai banale la Leonessa, con un cuore grande così, dentro e fuori dal campo. Tra poco più di un mese festeggerà quaranta primavere. Francesca, è solo l’inizio.

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Olimpiadi Tokyo 2020, Djokovic: “Mai giocato con un caldo così, la ITF cambi gli orari”

Il numero uno del mondo dopo il successo su Dellien al primo turno: “Vivere le Olimpiadi è fantastico, l’esperienza non può essere rovinata da orari impossibili”. Intanto arriva la notizia della sua rinuncia al Masters 1000 di Toronto

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Novak Djokovic - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @DjokerNole)

L’esordio di Novak Djokovic alle Olimpiadi è stato facile come previsto sul piano tennistico, visto il 6-2 6-2 rifilato a Hugo Dellien, ma non lo è stato altrettanto dal punto di vista… climatico. Anzi, il numero uno del mondo – parlando con i media nel post partita – è stato perentorio: Sono le condizioni più dure in cui abbia mai giocato”.

Il riferimento è al gran caldo di Tokyo: si è giocato oggi con una temperatura di 33° gradi circa, e l’umidità si avvicinava al 90%. “Credo proprio che a nessuno piaccia giocare con un caldo e un umidità del genere, è dura per tutti – ha detto Djokovic -. Mi aspettavo che le condizioni fossero complicate, ma quando vieni qui e le provi sulla tua pelle capisci che non sei mai preparato abbastanza. Sembrava che l’aria da respirare fosse assorbita dal campo. È stata dura, anche perché giocando a quest’ora, per come è fatto lo stadio, hai metà del campo in luce e metà del campo in ombra, e quindi non è facile vedere la palla nel migliore dei modi”.

Djokovic, dunque, lancia un messaggio chiaro:Non capisco perché la ITF non sposti i match un po’ più tardi. Il mio è stato l’ultimo match sul campo centrale ed è finito alle cinque o giù di lì, quindi ci sono ancora due ore di luce del giorno e sul campo ci sono anche i riflettori, si può giocare fino a mezzanotte. Capisco che ci sia il coprifuoco, ma spero che la ITF capisca che così non va bene, oggi ci sono anche stati dei ritiri. Le Olimpiadi sono un’esperienza fantastica e non è giusto che finisca così. Quindi l’unica cosa da fare è collocare i match nel tardo pomeriggio o durante la sera. Noi giocatori non possiamo fare altro che prendere atto delle decisioni che vengono prese da altri, ma così non è facile giocare”.

Djokovic rincara la dose: “Nel nostro sport ti capita spesso di giocare col caldo, succede magari in Australia o a Miami, ma parlando anche con qualche collega nello spogliatoio ho avuto la conferma che in molti la pensano come me, probabilmente non ho mai giocato in condizioni così toste”.

Nole ha poi parlato dei giorni che sta vivendo a Tokyo, descrivendo il clima “olimpico” che si respira fuori dal campo. “Si tratta di una fantastica esperienza, siamo qui per rappresentare il nostro paese ma anche il nostro sport. È un’esperienza unica girare per il villaggio olimpico e conoscere atleti di altri sport, come lavorano, come si allenano in palestra, come recuperano, cosa pensano della loro vita da sportivi. Sul circuito passi la maggior parte del tempo da solo col tuo staff, non c’è questo sentimento del fare squadra. Mi sto davvero godendo ogni momento“.

 

Djokovic, infine, risponde a una domanda del direttore Ubaldo Scanagatta, che gli chiede quanto significato abbiano per lui le Olimpiadi, ricordando anche il suo pianto a dirotto quando nel 2016 perse al primo turno contro Juan Martin Del Potro. “Sì, è vero, in quell’occasione piansi eccome – ha detto Nole -. Rappresentare il tuo paese alle Olimpiadi crea molta pressione e molte aspettative, più di ogni altro torneo, perché arriva una volta ogni quattro anni. Nel nostro sport gli Slam arrivano ogni anno, e siamo fortunati ad avere tante possibilità di vincerli, ma non è così per questo torneo. Se perdi, sembra che il mondo ti crolli addosso. Poi il giorno dopo ti tiri su perché la vita va avanti, ma sai che questa è un’opportunità preziosa. Spero che comunque in questa settimana io possa sorridere fino alla fine!”.

Intanto, Djokovic ha comunicato il suo forfait dal Masters 1000 di Toronto, in programma dal 9 al 21 agosto. Il numero uno del mondo ha deciso di preservarsi per quel periodo di agosto, prima di giocare Cincinnati (torneo al quale ad oggi è ancora iscritto) e lo US Open, torneo nel quale andrà a caccia della missione Grande Slam. Oltre a Djokovic, si sono cancellati dal torneo di Toronto anche Dominic Thiem (numero 6 ATP), David Goffin (20) e Stanislas Wawrinka (29). Thiem e Wawrinka si sono cancellati anche da Cincinnati.

Il tabellone maschile delle Olimpiadi con i risultati aggiornati

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Brian Vahaly e il suo coming out: “L’ATP non aiuta i gay a sentirsi parte del tennis”

Quando l’ex numero 64 del mondo disse apertamente di essere gay ricevette oltre 1000 messaggi da parte degli hater, comprese minacce di rapimento per i suoi figli. Nonostante questo, spera che il suo percorso di auto-accettazione ispiri anche altri

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Brian Vahaly ai tempi della sua carriera da professionista (Credit: @Tennis on Twitter)

Qui l’articolo originale di ubitennis.net

L’americano Brian Vahaly non ha mai vinto un titolo ATP durante la sua carriera, ma in tanti lo considerando un apripista del mondo del tennis. Da giovane si impose come una delle più brillanti promesse del circuito juniores vincendo l’Easter Bowl e arrivando tra i primi venti al mondo. Dopo questi successi, Vahaly non passò subito al circuito maggiore ma scelse di giocare al college e laurearsi, un approccio che non era così comune a fine anni Novanta, a differenza di quanto succede adesso. Rappresentando Virginia raggiunse anche la finale del campionato NCAA da non testa di serie.

Da pro, Vahaly ha raggiunto un best ranking di numero 64 ATP e ha vinto cinque titoli Challenger. Durante la sua carriera ha affrontato giocatori come Micheal Chang, Andre Agassi, Juan Carlos Ferrero, Lleyton Hewitt, Carlos Moya e Gustavo Kuerten. Verso la fine della sua carriera, gli infortuni hanno iniziato ad ostacolare le sue performances sul circuito. Brian si è ritirato nel 2006 all’età di 27 anni e undici anni dopo ha detto per la prima volta di essere gay in un podcast. Una mossa coraggiosa che Vahaly spera possa ispirare altri nonostante tutta la negatività che ha ricevuto. Brian ha detto a Ubitennis.net che dopo quel podcast ha ricevuto più di 1000 messaggi d’odio. Nell’Open Era non c’è mai stato un tennista apertamente gay che abbia preso parte a un torneo del Grande Slam.

 

Oggi Vahaly vive a Washington con suo marito Bill Jones; la coppia ha due gemelli. Attualmente è l’amministratore delegato di Youfit Health Clubs, e ha deciso di parlare ad Ubitennis del percorso di accettazione della realtà che dovrebbe fare il tennis per essere più inclusivo verso i giocatori LGBTQ, della gestione della sua salute mentale da giocatore e di molti altri argomenti.

Sei stato al numero 64 del mondo, hai vinto cinque Challenger e hai giocato sette tornei dello Slam. Qual è il miglior ricordo della tua carriera?

Penso di poter dare due risposte. Un momento magico è stato quando ho battuto Micheal Chang, un mio idolo da adolescente. Il secondo è stato il torneo di Indian Wells 2003, quando vinsi contro Juan Carlos Ferrero (che di lì a poco sarebbe diventato numero uno del mondo), Fernando Gonzalez e Tommy Robredo. Quello fu un grandissimo momento per la mia carriera.

Prima di arrivare al circuito ATP hai giocato molto nei tornei dei college americani.

Ho giocato per Virginia per quattro anni. Mi sono laureato in un momento in cui non così tanti atleti dei college riuscivano a sbarcare nel circuito ATP. Le cose sono cambiate da John Isner e Steve Johnson in poi. Ora è bello vedere che diversi giocatori cresciuti nei college poi riescono a diventare professionisti. Personalmente, per me l’istruzione era molto importante.

Verso la fine della tua carriera hai patito un infortunio e precedentemente avevi detto che avevi bisogno di passare un periodo lontano dal tennis per gestire cose relative alla tua vita personale. Perché hai sentito la necessità di lasciare i campi per occuparti di questioni personali?

Ho avuto un problema alla cuffia dei rotatori e sono stato operato diverse volte. All’epoca pochi giocatori riuscivano a mantenersi competitivi quando arrivavano alla soglia dei trent’anni. Anche per questo ho iniziato a pensare di smettere, anche se poi le cose sono cambiate. Ho iniziato ad accettare la mia sessualità cercando di capire chi ero davvero. Semplicemente non mi sentivo incluso o accettato dallo sport che amavo. Più specificamente, era un ambiente molto conservatore. Quindi quando ho smesso di giocare sono sparito per un po’. In questo modo ho potuto riflettere meglio su alcune cose riguardanti me stesso e su quello che volevo davvero. Si è trattato di un processo di auto-esplorazione e all’epoca pensavo di poter riuscire a farlo meglio lontano dal tennis.

Hai detto che quello del tennis era un ambiente molto conservatore. Cosa intendi con questo?

Sul tour si facevano un sacco di battute omofobe. Si tratta di un circuito molto maschilista e competitivo. Non c’è rappresentanza per i gay, a differenza del circuito femminile. Sicuramente da giovane non avevo una grande personalità e avevo bisogno di capire al massimo me stesso, e sentivo che nel tennis non ci fosse nessuno con cui parlarne e nessuno che attraversasse qualcosa di simile.

Ti sei mai chiesto se la tua carriera avrebbe potuto essere diversa nel caso in cui avessi fatto coming out mentre eri attivo sul circuito?

Non mi piace pensare al “come sarebbe stato se”. Però mi chiedo se la qualità del mio gioco ne avrebbe beneficiato nel caso in cui fossi stato più libero mentalmente. Detto questo, so che durante gli anni Duemila non mi sarei sentito a mio agio a viaggiare in giro per il mondo. Alcuni paesi sono tuttora molto ostili nei confronti dei gay. C’era comunque una componente di rischio in un eventuale coming out, anche dal punto di vista economico. Come avrebbero reagito gli sponsor? Non si può sapere. Sono rischi che non vuoi correre se hai passato 25 anni a lavorare come tennista.

Oggi si parla molto di salute mentale dei giocatori riguardo anche casi famosi come quello di Naomi Osaka. Quindici anni fa queste discussioni non erano così accese, quindi come gestivi la tua vita sul tour?

Quando ero sul circuito avevo una psicologa sportiva, una donna di nome Alexis Castorri. Lei è stata molto influente su di me sia nel cercare di trarre quanto più era possibile dalla mia carriera sia una volta che ho smesso nell’aiutarmi a venire a patti con la mia sessualità. La salute mentale è un tema fondamentale per me. Sono seguito da una psicologa da 19 anni, e supporterò sempre chi dà priorità a questo aspetto.

Nel 2017 hai parlato pubblicamente della tua sessualità per la prima volta. Ti aspettavi quel tipo di reazioni?

Sapevo che per me sarebbe stato importante parlarne apertamente appena ne avessi avuto l’opportunità. Volevo solo dirlo una volta per tutte. Non prevedevo che sarei diventato un difensore di questa causa. Ma non volevo sentirmi come se mi stessi nascondendo, anche se ero già sposato. Dopo aver avuto figli, è cambiato il modo di pensare riguardo a ogni cosa e ho pensato che dovessi farmi avanti in qualche modo. Sono molto introverso, quindi tengo molto alla mia privacy, ma il fatto di avere figli ti cambia le cose.

Da quando ti sei esposto ci sono stati giocatori che ti hanno chiesto aiuto o consigli?

Non ho sentito nessuno del circuito ATP. Qualcuno con cui sono cresciuto ai tempi del tennis dei college sì, ma nessuno dal circuito professionistico. Dopo quel podcast in cui ho fatto coming out ho ricevuto una buona quantità di e-mail spiacevoli. Forse più di 1000 messaggi da persone che erano disgustate dal fatto che due uomini crescessero figli insieme. Ho ricevuto molto odio, ma sono stato avvantaggiato dal fatto di avere già una certa età, ero preparato psicologicamente e dunque tutto questo non ha avuto un grande impatto su di me. Ma quando la gente mi diceva che sapevano dove abitavo e che sarebbero venuti a portare via i bambini era spaventoso. La mia esperienza non è stata tutta rose e fiori, insomma. Devo accettare il fatto che c’è una buona parte degli Stati Uniti, e del resto del mondo che non crede sia accettabile il modo in cui la famiglia vive. Però lo sport mi ha insegnato a gestire le avversità.

Sul circuito ATP tuttora non ci sono membri LGBTQ, il che potrebbe essere una coincidenza oppure no. Pensi che il tennis maschile debba fare qualcosa in più per diventare un ambiente più aperto?

Se guardi a cosa stanno facendo nella NFL e nella NBA confrontandolo a quello che succede nell’ATP, delle differenze ci sono. Una delle ragioni per cui ora siedo nel board della USTA è cercare di cambiare in questo senso lo US Open. Come possiamo organizzare un Pride? Come possiamo allestire eventi simili? La USTA e lo US Open negli ultimi due anni hanno fatto ottimi passi avanti. Penso che l’ATP potrebbe aiutare, se avesse una mentalità più aperta. Al momento hanno deciso di non farlo. Direi che l’Australian Open in merito sta facendo un ottimo lavoro e mi auguro continui così. Non voglio fare prediche, ma sto cercando di promuovere una mentalità più aperta in modo che le persone LGBTQ capiscano che anche loro possono fare parte di questo sport.

Di recente il giocatore di football americano Carl Nassib ha fatto coming out. Quanto è stato importante?

La NFL è una cosa e il tennis un’altra, ma penso che comunque sia una cosa che aiuti. Il football americano del resto è uno degli sport dove il machismo impera di più. Vedere come tifosi e giocatori reagiscono è molto importante. Penso che Carl abbia gestito bene la situazione. Penso che non sia nemmeno una cosa su cui si debba discutere più di tanto. Spero che i tifosi lo capiscano, quando vedono un gay competere esattamente come gli altri. Il cambio di mentalità avverrà in tempi lunghi, ma è importante vedere che atleti così importanti prestano attenzione al tema.

Considerato quel che hai passato, che consigli daresti a chi potrebbe attraversare la tua stessa esperienza?

Trova qualcuno con cui parlare, qualcuno di cui ti fidi. Sappi che ci sono persone come noi là fuori, se hai domande. È bello avere qualcuno con cui parlare che possa aiutarti a imparare qualcosa su te stesso. Quello che faccio io è cercare di avere una vita normale. Ho una casa e due bambini, e li accompagno a scuola la mattina. Parlando di sport, vorrei far capire che puoi avere una grande carriera da atleta ed avere una famiglia a prescindere dalla tua sessualità.

Ora che ti sei ritirato dal tour da un po’ di anni, prenderesti in considerazione l’opportunità di tornare da coach o da addetto ai lavori, se arrivasse?

Onestamente non penso che sarei in grado di essere un buon coach. Sono abbastanza bravo a spiegare la tecnica e la meccanica dei colpi, ma finisce lì. Mi sono spostato nel settore del business e mi piace. Ho avuto alcuni grandi successi nella vita lontano dal tennis. E poi non penso che viaggiare molto mi piacerebbe ancora. Funzionava bene quando ero single e avevo vent’anni, ma ora sono un uomo di famiglia e mi piace passare del tempo a casa con i miei bambini. Certo, sarei felice se potessi essere d’aiuto a qualche giocatore, aiutando gli atleti relativamente alla loro forza mentale.

Cos’hai imparato nella tua carriera di tennista che ti ha poi aiutato in quella da imprenditore?

Amo il tennis e quello che mi ha insegnato in termini di gestione della sconfitta, della vittoria, della strategia di gioco. Grazie a questo ora sono molto competitivo nel settore del business e ho sviluppato buon intuito e buona capacità di prendere decisioni. Lavorando al di fuori del tennis ho capito che ci sono molte persone più intelligenti di me che però utilizzano in modo sbagliato le informazioni che hanno nel prendere una decisione. Tutto quel che ho ottenuto nel settore dell’imprenditoria lo devo a quel che ho imparato sul campo da tennis.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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“Lottiamo ancora per essere riconosciute come atlete”. Perché la rivalità Evert-Navratilova è la più grande

Le due si sono affrontate 80 volte in 16 anni. In un’intervista con Tennis Majors, Evert risponde a Djokovic che aveva detto: “La rivalità con Nadal è la più grande nella storia del tennis”

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Martina Navratilova e Chris Evert - Wimbledon 1978 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Qui l’articolo originale (19 dicembre 2020)


Alla vigilia della finale del Roland-Garros dello scorso anno tra Rafael Nadal e Novak Djokovic, è stato chiesto al serbo cosa ne pensasse della rivalità con lo spagnolo. Sottolineando il numero dei loro match (la finale è stata il loro cinquantaseiesimo incontro), Djokovic ha descritto Nadal come il suo “più grande rivale” e poi ha detto: “Penso che la nostra rivalità sia la più grande di sempre nella storia di questo sport. Ora, Djokovic stava senza dubbio pensando solo al tennis maschile. Ma questo è il punto. Chris Evert, ex-N.1 al mondo, vincitrice di 18 Slam e una delle figure più iconiche nella storia di questo sport, ha preso velocemente la palla al balzo.

Se Andy Murray avesse letto le dichiarazioni di Djokovic, ci avrebbe sicuramente tenuto a precisare che Nadal-Djokovic è la più grande rivalità “nel tennis maschile”, come ha fatto, per esempio, quando un giornalista di Wimbledon ha commesso l’errore di trascurare le donne citando una statistica.

Evert e Martina Navratilova, due donne che hanno dominato il loro sport per più di un decennio, si sono affrontate per ben 80 volte. E in un’intervista a Tennis Majors, Evert ha spiegato perché sentiva di dover ribattere a quella intervista.

Stiamo ancora lottando per essere riconosciute come atlete“, ha detto Evert. “E questo vale nella vita di tutti i giorni, vale sul posto di lavoro. Pensando a 50 anni fa, c’erano solo atleti uomini là fuori, solo gli uomini facevano sport. Penso che si tratti del solito problema, le donne hanno bisogno di una voce, vogliamo solo essere ascoltate. Credo che le cose siano migliorate molto, ma è ancora diffusa l’idea che gli uomini siano il sesso più forte. Gli atleti uomini sono tuttora più popolari delle donne. Credimi, non sono in cerca di vendetta contro Novak, sono inorridita dal fatto che si possa anche solo pensarlo. Non è affatto una crociata personale contro Novak. Volevo solo ribadire il principio: se vuoi fare quell’affermazione, almeno specifica che è la più grande rivalità nel tennis maschile. È davvero semplice”.

Una cosa che mi stupisce è che Martina abbia vinto Wimbledon nove volte e che nessuno ne parli mai”, ha aggiunto. “Nadal ha vinto il Roland Garros, quante volte, 13? Ma a parte lui qualcuno ha vinto uno Slam più di nove volte, no [dopo l’intervista Djokovic ha vinto l’Australian Open per la nona volta, ndr]? Di tanto in tanto il record di Navratilova a Wimbledon viene ricordato. Penso che il mio record di sette vittorie sui campi in terra battuta al Roland-Garros ottenga più pubblicità dei suoi nove trionfi a Wimbledon, quindi mi chiedo: perché il suo record non viene celebrato come merita? E che dire di Steffi Graf e del Golden Slam del 1988? Voglio dire, vittoria alle Olimpiadi e nei quattro Slam. Se l’avesse fatto un uomo, verrebbe ricordato in ogni momento. Al contrario, nessuno lo menziona mai”. Contestualizzando, Djokovic e Nadal si sono incontrati 58 volte in un arco di 15 anni; Nadal e Roger Federer 40 volte in 15 anni; mentre Djokovic e Federer si sono affrontati 50 volte in 15 stagioni.

EVERT VS NAVRATILOVA: STATISTICHE SBALORDITIVE

La rivalità di Evert con Navratilova è durata 16 stagioni, dal loro primo incontro ad Akron, Ohio, nel 1973, quando Evert vinse 7-6 6-3, all’ultimo, a Chicago nel 1988, quando Navratilova trionfò 6-2 6-2. Le statistiche riguardanti la loro rivalità sono semplicemente sbalorditive.

  • Partite totali: 80 (Navratilova 43-37)
  • Finali: 60 (Navratilova 36-24)
  • Finali del Grande Slam: 14 (Navratilova 10-4)
  • Partite del Grande Slam: 22 (Navratilova 14-8)
  • Partite conclusesi al terzo set: 29 (Evert 15-14)

UNA RIVALITÀ “AMPLIFICATA DALLE DIFFERENZE”

Per Evert e Navratilova, giocare l’una contro l’altra settimana dopo settimana era una parte delle rispettive vite. Come numero 1 e 2 per la maggior parte delle loro carriere, non si sono mai sottratte alla lotta, e si sono sempre fatte valere. Evert ha vinto 16 dei primi 20 incontri, ma quando Navratilova si è trasformata in una super-atleta la dinamica è cambiata, e quest’ultima ha finito per primeggiare nel testa a testa. “Non ricordo nemmeno quando ho iniziato a pensare che fosse qualcosa di più grande di noi, che la cosa più importante nel tennis in quel momento fosse la nostra rivalità“, ha detto Evert. “Non ricordo nemmeno a che punto fossimo nella rivalità, ma Martina e io continuavamo a migliorarci a vicenda. Per un certo periodo di tempo abbiamo lasciato indietro tutte le nostre avversarie“.

Ciò che rendeva la loro rivalità così avvincente era il fatto che fossero agli opposti in quasi tutti i modi. Da un lato c’era Evert, la fidanzata d’America, una giocatrice che privilegiava il gioco da fondocampo, destrimane infallibilmente accurata e imperturbabile in campo; dall’altra la mancina Navratilova, interprete del serve-and-volley, proveniente da quella che allora era la Cecoslovacchia, eclettica, vistosa e senza paura nel mostrare le proprie emozioni. La coppia era sulle copertine delle riviste, nelle campagne pubblicitarie – erano il volto del tennis.

Penso che il tutto fosse amplificato dalle differenze, dai contrasti“, ha detto Evert. “Se la rivalità principale fosse stata fra me e Tracy (Austin), giocatrici di stampo simile, o fra Martina e Jana Novotna, anche loro simili, avrebbe avuto lo stesso impatto? Non credo proprio. Penso che le nostre fossero entrambe storie così affascinanti e diverse per via dei nostri trascorsi, delle nostre convinzioni, per come siamo cresciute, per gli stili di gioco e le personalità. Tutto quello che si vedeva di noi da fuori era così diverso. Lei ha portato le sue qualità, io le mie; il risultato era di avere il doppio dei fan che normalmente avrebbero guardato una partita, quindi penso che la nostra dinamica abbia davvero aiutato il gioco”.

Martina Navratilova e Chris Evert – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Evert e Navratilova erano grandi rivali in campo, ma per la maggior parte del tempo erano buone amiche al di fuori di esso. Si ritrovavano a contatto così spesso che, come dice Evert, erano quasi l’una l’allenatrice dell’altra. “Siamo state costrette a scavare in profondità e sviluppare una strategia adatta ad affrontarci molto più di quanto dovessimo fare contro le altre“, continua. “Eravamo alla pari. Non eravamo paragonabili fisicamente – lei era un’atleta naturale molto migliore di me – ma all’inizio io ero molto più forte mentalmente di lei. Quindi era come se fossimo agli opposti, ma, quando prendi tutte le nostre caratteristiche e le confronti nel complesso, alla fine il nostro livello era così simile che abbiamo dovuto esaminare a fondo il gioco e la mente dell’altra e capire come affrontarci“.

UN RAPPORTO PERSONALE AFFASCINANTE QUANTO LA RIVALITÀ SUL CAMPO

Se il mattone tritato era il regno di Evert – ha vinto 11 dei loro 14 scontri sulla terra – l’erba apparteneva a Navratilova, che ha vinto 10 volte su 15. Erano appaiate 8-8 sui campi in cemento, mentre sul sintetico utilizzato per i numerosi tornei indoor dell’epoca la ceca (cittadina americana dall’81), fu inarrivabile, con un vantaggio di 22-13. “Ci innervosivamo entrambe in momenti diversi. Ogni volta che scendevo in campo sull’erba con Martina, specialmente a Wimbledon, dicevo a me stessa ‘cosa posso fare? Devo fare i salti mortali per battere questa donna sull’erba?’ Mi sentivo come se fosse una battaglia persa. Molto spesso avevo già perso all’ingresso in campo, e penso che a volte anche lei si sentisse così sulla terra. Probabilmente si diceva, ‘oh mio Dio, devo essere così paziente, quella ragazza mi rimanderà mille palle, mi farà impazzire‘“.

Il rapporto personale era forse avvincente quanto la rivalità in campo, però. “La nostra relazione era fatta di alti e bassi“, continua Evert. “All’inizio ricordo di aver giocato in doppio con lei. Io ero numero 1 e lei numero 4, poi N.3 e N.2. Poi ha iniziato a battermi perché ci allenavamo assieme e in più facevamo coppia in doppio. Mi dissi, ‘penso che stia iniziando a conoscere troppo bene il mio gioco’. Così ho rotto quella partnership, perché sentivo che il singolare fosse la cosa più importante per me. Sono andata da lei e gliel’ho detto in modo carino. Più tardi, quando aveva Nancy Lieberman come sua allenatrice, ricordo che Nancy le diceva, ‘devi odiarla, devi odiare Chrissy! In che senso vorresti invitarla a cena? No, devi odiarla, non avere niente a che fare con lei’. Questo è il modo in cui Nancy giocava, e con successo. Allora Martina è diventata una persona diversa, e sfortunatamente non siamo stati affatto vicine in quel periodo”.

A Evert piace scherzare sul fatto che la sua rivalità con Navratilova sia stata la relazione più lunga della sua vita. Entrambe le donne hanno vinto 18 titoli del Grande Slam in singolare, e tra di loro hanno conquistato 324 titoli, sempre in singolare (Navratilova conduce di poco, 167-157). Insieme hanno contribuito a rivoluzionare il gioco, e rimangono tutt’oggi amiche. “Quando Martina si è messa con Judy Nelson, lei le diceva: ‘Chrissie è così gentile. Perché non la invitiamo a cena?‘”, racconta Evert. “Sono andata ad Aspen, e sono rimasta a casa loro per una settimana. È lì che ho conosciuto Andy Mill, il mio ex-marito. A quel punto, eravamo a metà degli anni ’80, mancavano quattro o cinque anni alla fine della mia carriera, ed eravamo abbastanza mature da renderci conto che potevamo separare la vita professionale e quella personale. Ok, andiamo là fuori e cerchiamo di batterci con ogni mezzo, ma possiamo anche essere amiche. Penso che la cosa più interessante non sia l’aspetto tennistico quanto quello personale, quello di due donne che vogliono essere amiche, pur così diverse, e che si sono lasciate vedere dall’altra in momenti di grande vulnerabilità, e per questo devono isolarsi un po’ perché vogliono giocare al meglio l’una contro l’altra“.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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