Francesca Schiavone: "Essere viva dopo la malattia è l'emozione più grande"

Interviste

Francesca Schiavone: “Essere viva dopo la malattia è l’emozione più grande”

Lunga intervista di Sport Week alla Leonessa: “Il tumore la battaglia più dura della mia vita. Amiche nel tennis? Solo Flavia Pennetta”. Sul bis mancato a Parigi: “L’errore dell’arbitro mi mandò in tilt”

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Una carriera da record, il trionfo al Roland Garros dieci anni fa, i match indimenticabili, la malattia e la passione per la gastronomia. In una lunga intervista a Sport Week, Francesca Schiavone (ex n. 4 WTA, 8 titoli, altre 12 finali e 3 Fed Cup) racconta la sua storia, quella di una donna e di un’atleta di grande carattere, talento e dalle mille risorse, con tanta voglia di amare, sorridere, e rinnovarsi, sempre. Il primo ricordo va ovviamente a quell’indimenticabile 5 giugno 2010, quando, dominando Samantha Stosur 6-4 7-6 in finale al Roland Garros, ha consegnato all’Italia il primo titolo Slam femminile della sua storia.

Che ricordi ha Francesca degli attimi che hanno preceduto quello storico incontro?Ero sola, dentro uno stanzone immenso. Dall’altra parte c’era la mia avversaria. Non la vedevo. Né la sentivo. Ogni tanto entrava l’addetta dell’organizzazione per controllare che tutto fosse a posto. Io camminavo, camminavo. E poi mi sedevo sui divanetti per cercare la concentrazione. Provavo una sequenza continua di stati d’animo diversi: paura, eccitazione, felicità. Così per una mezz’ora. Poi il riscaldamento in un corridoio stretto stretto con il mio preparatore storico Stefano Barsacchi. […]

Nel tunnel Samantha era davanti a me, di fianco c’era la supervisor del torneo, anche lei australiana.Stavamo per entrare ed è partita la musica del Gladiatore, la canzone di uno dei miei film preferiti, che ho visto decine di volte. È stato un attimo, mi sono connessa immediatamente con le mie emozioni da guerriera, lo stress è sparito“. Grinta da vendere, Francesca, combattente degna, appunto, dei grandi gladiatori del passato. Con, inoltre, la grande dote di saper leggere a meraviglia il campo e l’avversaria, individuando perfettamente armi e punti deboli; abile nel mettere in pratica il piano A, certo, ma anche nel ricorrere, se necessario, a ulteriori strategie.

 

Sam Stosur, dal gioco potente, sulla carta era la favorita. Come ha fatto Francesca a dominarla?Con una scelta tattica. Il giorno prima, durante l’allenamento con Corrado Barazzutti, gli ho detto: “Lavoriamo principalmente sulla risposta”. Avevo deciso che contrariamente al solito avrei aggredito il suo servizio. Lei giocava molto bene il kick, soprattutto sul rovescio. La mia scelta è stata fare due passi dentro al campo per colpire la pallina nella fase ascendente, d’anticipo. Sapevo che l’avrei sorpresa, non se lo sarebbe mai aspettato. Perché è molto difficile rispondere in questo modo giocando a una mano. Cosi è stato. Avere uno schema preciso prima di entrare in campo voleva dire aver già fatto più del cinquanta per cento per vincere. E in ogni caso nella mia testa c’erano anche un piano B e un piano C”.

Il famoso piano B, addirittura quello C. Preziosi nel tennis ma, forse, oggi fin troppo snobbati da tante, troppe giovani tenniste che, nonostante le grandi doti tecnico-atletiche, non riescono a staccarsi da uno schema fisso, da un gioco monocorde incentrato sulla pressione da fondocampo.

Indimenticabile l’immagine di Francesca dopo la vittoria contro la Stosur, sdraiata sul campo, mentre bacia la terra del Philippe Chatrier. Si ricorda ancora il sapore di quella terra?Sì, assolutamente. Per alcuni secondi c’eravamo solo io e lei, la mia terra. Mi sono stesa e l’ho baciata. Bellissimo, indimenticabile. Il rosso è stato il terreno dove sono cresciuta come tennista e dove ho vinto di più“. Un successo storico, che stava per ripetersi anche l’anno successivo, su quello stesso campo, contro la cinese Na Li; non fosse stato per una decisione arbitrale alquanto controversa… “L’arbitro di sedia, Louise Engzell, incredibilmente giudicò dentro una palla della cinese che invece era nettamente fuori, lo dimostrarono anche le immagini televisive. Eravamo sul 6-5 per me, 40 pari nel secondo set. Sarebbe stato il set point e andavamo al terzo. Io ero in crescita, lei in discesa. Insomma me la sarei giocata fino in fondo. Quella scelta sbagliata mi mandò in tilt e persi la partita. Non ho mai chiesto all’arbitro il perché di quella decisione. Spero vivamente fosse convinta della sua chiamata“.

Francesca Schiavone e Li Na, finaliste del Roland Garros 2011

Un’emozione immensa per la tennista azzurra vincere il Roland Garros, ma quella più grande per la Schiavone è “essere in vita“. Negli scorsi mesi, Francesca ha infatti dovuto lottare contro uno degli avversari più ostici e subdoli a cui la vita possa metterci di fronte, un tumore. “Inutile dire che è stata la battaglia più dura della mia vita, non è comparabile con nessun’altra cosa che mi è successa. Alle volte ci penso ancora e so che un po’ sono nelle mani di Dio e un po’ nelle mie. D’altra parte non è che con il tumore chiudi la partita e finisce tutto. Adesso sto bene ma dentro un po’ di paura rimane, in particolare nei momenti in cui mi avvicino agli esami di controllo. E sarà così ancora per qualche anno. Quando ti trovi lì e devi aprire il referto… beh, non è facile. Poi vedi che è tutto ok e allora vai a bere una coppa di champagne“.

La battaglia più dura di tutte per Francesca, affrontata con forza anche grazie all’amore e alle attenzioni degli affetti più cari. Chi ha saputo per primo della malattia?Mia sorella Virginia, eravamo assieme in quel momento. Anzi, è lei che lo disse a me leggendo il referto dei medici. Poi a papà e mamma che all’epoca stava già combattendo contro un brutto male. E a Sileni. Per molto tempo sono stati gli unici a saperlo. Senza il loro appoggio non so come avrei fatto a superare questa situazione. Attenzioni, amore, coccole, cure. Mi hanno dato davvero tutto“.

E il supporto della religione, alla quale Francesca si è avvicinata ulteriormente nel periodo della malattia: “Nonostante le pazzie che ho fatto durante la mia vita, sono sempre stata una persona che quando aveva la possibilità andava a messa e diceva le sue preghierine prima di andare a dormire. Questa pratica è notevolmente aumentata durante la malattia. Mi ha dato una forza incredibile. Spesso ero da sola in casa con i miei pensieri e in quei momenti ho chiesto tantissimo. E ho fatto un paio di promesse: una la sto portando avanti, l’altra ancora la devo mantenere“. […]

Ma nella carriera strepitosa della “Schiavo” non c’è solo il trionfo parigino. L’ex n. 4 del mondo detiene ancora il record del match femminile più lungo della storia, quello vinto contro Svetlana Kuznetsova all’Australian Open 2011, 6-4 1-6 16-14 al terzo set dopo 4 ore e 44 minuti e dopo aver salvato sei match point: “Ricordo bene quel match, lei tirava a duecento all’ora di dritto e io rispondevo pan per focaccia, incredibile. Giocavamo bene, è stato vero spettacolo. E non finiva più. Basti pensare che gli highlights durano ventisette minuti. Il giorno dopo non riuscivo praticamente a muovermi. Lo sforzo era stato enorme”.

A proposito di colleghe, si dice che nel circuito femminile non sia sempre facile e scontato tessere legami di amicizia; e Francesca conferma di non aver avute amiche nel tour. Ma c’è un’eccezione, Flavia Pennetta: “La conosco da quando era nana e rompiscatole. Negli anni il nostro rapporto si è rafforzato sempre di più. Ma l‘amicizia, quella vera, bellissima, è sbocciata l’anno scorso mentre io ero sotto chemioterapia e lei stava aspettando la bambina, Farah. Avevamo più o meno le stesse reazioni fisiche originate però da qualcosa di diverso”. 

Nell’attesa di rivederla in campo come coach, ora Francesca si gode la sua nuova attività, legata al mondo della gastronomia. Da sempre esperta gourmet, ora ‘Schiavo’ ha appena portato a termine il progetto di lanciare il proprio Bistrot, a Milano: “Era un sogno che coltivavo da tanto tempo e sono curiosa di vedere come andrà. Nel frattempo, in attesa che passi questa bufera del coronavirus, il bistrot ospita una bottega di prodotti culinari molto ricercati. Lavoriamo con consegna a domicilio“.

Mai banale la Leonessa, con un cuore grande così, dentro e fuori dal campo. Tra poco più di un mese festeggerà quaranta primavere. Francesca, è solo l’inizio.

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il Masters 1000 di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Interviste

Todd Martin e quella finale di Wimbledon sfuggita per un soffio [video esclusivo]

“Marathon Man” ora è il CEO dell’Hall of Fame Open di Newport. Le imprese notturne con Moya e Rusedski, la finale mancata a Wimbledon e le prospettive del tennis alla luce della pandemia. E un’offerta di lavoro al direttore…

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Todd Martin (foto © Andrew Eichenholz/ATP Tour)

La mia ultima video-chat contro l’astinenza da tennis vede protagonista Todd Martin (due stagioni chiuse in Top 10 con otto finali vinte e dodici perse), che ha risposto alle domande mie e di Steve Flink dalla sua casa in Rhode Island, dove ci dice che la situazione è buona.

Parte di quella che forse è stata la miglior nidiata di tennisti Made in USA (è coetaneo di Agassi e Courier), Todd si è affacciato più tardi ai grandi palcoscenici, avendo deciso di frequentare la Northwestern University nel nativo Illinois per due anni, ma ha comunque vinto 411 match a livello ATP ed è stato presidente del Player Council per due mandati, fra il 1995 e il 1999. Sebbene il suo miglior Slam per percentuale di vittorie sia Wimbledon, ha raggiunto le sue finali sul cemento, una a Melbourne e una a New York, perdendo rispettivamente da Sampras e Agassi (al quinto set).

La nostra intervista si è svolta in un momento complicato per lui, vale a dire il giorno della cancellazione di tutti i tornei fino al 31 luglio, una lista che purtroppo include anche il torneo su erba di cui è a capo – una doppia disdetta per Newport, visto che all’annullamento del torneo si è accoppiato, ubi maior, anche quello delle celebrazioni per i nuovi membri della Hall of Fame per il 2020, vale a dire Conchita Martinez e Goran Ivanisevic. Martin, però, non si è tirato indietro quando il discorso si è soffermato su questi temi, e ha anzi sfruttato l’opportunità per parlare dello stato dei due tour nel loro complesso, anche perché, diciamocelo, per quanto si sia trattato di una brutta notizia, non era certamente inaspettata.

LA VIDEO-INTERVISTA COMPLETA

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

 
  • Minuto 00 – Un riassunto dei risultati raggiunti in carriera
  • 02:42 – Il suo ricordo delle due finali Slam giocate. In particolare, si è soffermato sui miglioramenti del suo gioco nei cinque anni intercorsi fra le partite con Sampras e Agassi, e di come abbia approcciato gli incontri in modo diverso. Molto interessante la sua disamina sul perché abbia vinto meno del dovuto, scegliendo di focalizzarsi sul processo di crescita piuttosto che sui risultati a breve termine o sulla preparazione dei singoli incontri
  • 08:52La sua famosa frase su quanto gli dispiacesse per il ritiro di Sampras (spoiler: risposta ironica ma non troppo), e i suoi pensieri su quale sia stata la sua miglior stagione, un punto su cui assume una prospettiva particolare, privilegiando la qualità del proprio tennis piuttosto che i risultati nudi e crudi
  • 12:16 – Steve e il nostro diverso rapporto con i bloc notes, e un po’ di gossip (si scoprì l’inizio della love-story Graf-Agassi) durante la finale fra Martin e Andre a Flushing Meadows
  • 15:16 – Il ricordo della gelida trasferta per la finale di Davis del 1995 contro la Russia, che decise di giocare sulla terra indoor per neutralizzare Sampras. Il grande match di un Pete esanime contro Chesnokov, il loro doppio vincente e il cameratismo di squadra. Altro dilemma: meglio zittire la folla in trasferta o esaltarla in casa?
  • 22:23 – Todd inizia un tour di batti-il-cinque al pubblico dell’Arthur Ashe dopo aver finito all’01:22 del mattino – la seconda rimonta al quarto turno in due anni. “Fisicamente sono qui. Vuoi sapere dove sono metafisicamente?”
  • 26:05Quella maledetta semifinale di Wimbledon ’96 contro MaliVai Washington, sprecata dopo aver servito due volte per il match: era avanti 5-1 al quinto. Avrebbe battuto Krajicek in finale? “Una cosa è certa: avrei preferito una finale Slam con lui a una con Pete! Perché il tennis è come gli affari, e un’altra spiegazione del suo relativamente scarno palmares
  • 30:42 – “Marathon Man” nonostante qualcuno lo accusasse di non avere grande resistenza… Come il match di Davis con Rafter lo tormentò e lo spronò al contempo
  • 36:26La clamorosa sconfitta in Davis contro l’Italia a Milwaukee. Sanguinetti re dei tie-break come Djokovic e il presagio delle superfici lente
  • 38:58 – La trinità di storici tornei USA che hanno rappresentato dei crocevia importanti della sua carriera. Newport andata e ritorno: dall’esordio ATP al ruolo di CEO. Prendo in giro l’amico Flink: “Perché mai hai lasciato che Steve Flink fosse inserito nella Hall of Fame?”
  • 42:44 – Com’è avvenuta la cancellazione di Newport e la vulnerabilità del business nel tennis
  • 47:36 – La domanda che si pone tutto il mondo del tennis: giocare a porte chiuse o aspettare il prossimo anno?
  • 49:50 – Mi sono congratulato per la rapidità con cui Newport ha offerto il rimborso dei biglietti, soprattutto se pensiamo al caso di Roma. Lui però ha spezzato una lancia a favore degli Internazionali, soprattutto per via della superficie. Todd ha mostrato il suo grande realismo di uomo d’affari che si trova ad affrontare una situazione simile, e sottolinea che sì, avranno anche rimborsato in fretta, ma di sicuro non allegramente. Qui mi ha offerto di andare a lavorare per lui quando gli ho segnalato un errore nel press release – valuterò attentamente.
  • 53:30La potenziale logistica del tennis a porte chiuse, che resta una grande sfida anche quando si rimuovono gli spettatori dall’equazione: “C’è una lista infinita di problematiche, ma la principale riguarda sicuramente le restrizioni sui viaggi”
  • 56:51 – Il torneo di Palermo è ancora in programma, anche perché non traspira ottimismo riguardo a possibili seconde ondate in autunno. Qui Todd è tranchant, e ci ricorda che le decisioni che favoriscono il benessere di un torneo potrebbero non fare altrettanto bene ai due tour
  • 1:00:40Fusione sì o fusione no? Mentre non si immagina un commissario unico del tennis, Martin è tutt’altro che contrario al concetto in sé, riconoscendo però che se non ci fosse stata questa crisi difficilmente se ne sarebbe parlato concretamente. Un esempio su quante Davis avrebbero potuto vincere gli americani se Sampras e Agassi avessero deciso di giocare assieme un po’ più spesso – viene anche da dire che in quel caso lui non avrebbe giocato mai però! Come sono cambiati i rapporti di potere dai suoi tempi alla presidenza del Player Council?
  • 1:05:45 – Con Gaudenzi come va? Non solo fusione sì o fusione no, ma anche come…
  • 1:07:46 – La mia ultima domanda è stata sulla situazione in Rhode Island (buona, per fortuna) e su un’eventuale vocazione tennistica dei suoi tre figli. Todd era noto per essere un buon golfista, ma chi erano i degni epigoni di Ellsworth Vines fra i tennisti?
  • 1:12:06 – Steve ha concluso chiedendogli come mai adesso tanti giocatori raggiungano il picco più avanti nel corso della carriera, giocando ad altissimi livelli dopo i 30. Anche la sua ultima risposta non è stata banale, perché ci ha portati nei meandri del ranking e delle strutture dei tornei.

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Interviste

Tra studio e arte, Opelka attacca i vertici ATP: “Difficile fare di peggio”

Reilly chiacchiera del tempo trascorso lontano dal tour. Intense sedute per migliorare la risposta, full immersion di pittura… e demolizione dell’operato del governo tennistico maschile

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Reilly Opelka - New York 2019 (via Twitter, @NewYorkOpen)

Dieci giorni fa sono riapparse dopo oltre due mesi di nebbia un paio di racchette e una pallina gialla: in una sorta di torneo, per giunta. Non diciamo che il tennis sia tornato, perché quello andato in scena a West Palm Beach, seppur sbranato da migliaia di spettatori famelici, non è proprio quello che di solito siamo abituati ad assaporare. Non davanti alla TV, perlomeno. Miomir Kecmanovic, Reilly Opelka, Tommy Paul e Hubert Hurkacz si sono prodotti in un quadrangolare d’allenamento agonistico di fronte alle telecamere, e tanto è bastato per muovere alla commozione innumerevoli appassionati astinenti, ma lo scenario ricordava, più che un consesso di stimati professionisti, la vostra partitella della domenica presso il circolo di fiducia. I due giocatori, l’arbitro di sedia, fine. Nessuno spettatore, nessun raccattapalle, nessuna stretta di mano, ma il periodo è quello che è.

Da solido top 40 qual è da qualche tempo, Reilly Opelka non è più tenuto a scendere dai suoi duecentoundici centimetri per raccogliersi le palline durante un incontro, e va bene che di esibizione trattavasi, ma dev’esser stato strano, o forse nemmeno troppo? In un’intervista concessa a “Racquet Magazine Opelka ha non è sembrato particolarmente a disagio circa la novità occorsagli: “Mi alleno tutto l’anno in quel modo, e allo stesso modo si allenano i miei colleghi. Mi sono comportato come mi comporto in una normalissima seduta condivisa con un altro professionista, solo ci ho messo un po’ di agonismo extra. Non è stato male tornare a competere su un campo da tennis, tutto sommato“.

Non dev’esserlo stato, in effetti: dopo un inizio di stagione parecchio travagliato (brutti KO nei primi turni di Adelaide e Melbourne al cospetto di Cuevas e Fabio Fognini), Opelka aveva trovato la quadratura del cerchio all’improvviso a Delray Beach, dove aveva vinto il secondo torneo della sua giovane carriera battendo in finale il redivivo Yoshihito Nishioka. Costretto ad assistere al blocco del circuito giusto alla vigilia di Indian Wells proprio quando la stagione stava prendendo una piega interessante, anziché stramaledire il destino beffardo Opelka ha approfittato del bonus di un tempo normalmente assente per sistemare alcune cosucce nella sua vita, professionale e non. “Ho dedicato molto tempo agi amici, cosa che non posso fare spesso quando il lavoro è a pieno regime, la mia casa non è mai stata così pulita e ho curato alla perfezione la mia forma fisica. Molti amici e colleghi vi diranno l’esatto contrario, ma in questa pausa forzata io mi sono allenato molto duramente, tanto duramente che nelle prossime settimane avrei in programma un periodo di pausa“.

 

Dure sessioni al sole della Florida mentre gran parte della concorrenza attendeva lumi dal divano, altro sintomo di un cervello pensante e non necessariamente allineato. E le ore dedicate al tennis durante il confinamento non sono trascorse unicamente in campo, poiché la teoria reclamava la propria parte, e qualche difettuccio da correggere con l’ausilio del video il buon Reilly l’avrebbe anche avuto. “Da tempo mi sto concentrando fino al parossismo sulla risposta, e i risultati credo si siano già visti nel nuovo anno. Ho approfittato della pausa per guardare tonnellate di filmati in slow motion, ho studiato Djokovic, il suo split step è qualcosa di paradisiaco. Ho notato come il mio fosse troppo anticipato e perdesse di efficacia quando avrei dovuto esprimere il massimo di potenza e di elasticità, ma sto provando a correggermi e in effetti adesso lo eseguo più compatto, più tardi, quando serve. Nole è il migliore nel fondamentale e nel gioco di piedi in genere, può rispondere al colpo più angolato, più potente, più penetrante, e riesce a essere in qualsiasi caso perfettamente bilanciato, in equilibrio, con gli appoggi giusti. Per questo è il migliore“.

Reilly Opelka – Delray Beach 2020 (foto Twitter @delraybeachopen)

C’è da sospettare che, split step e migliorie nei movimenti da coltivare a parte, quello non sia necessariamente il gioco di Opelka. “Potrei scambiare anche di più di quanto non mi vediate farlo nei momenti standard, ma rendo al massimo se riesco a chiudere lo scambio il prima possibile. Gli obiettivi che mi pongo devono essere coerenti e proporzionati alle mie caratteristiche: se dovessi riuscire a giocarmi il break nel quindici per cento dei casi in risposta e continuare a vincere il 90% dei game in battuta potrei competere per i titoli davvero importanti“.

Quando la pandemia si placherà, e i dirigenti della pallina di feltro renderanno note le loro decisioni su ciò che resta della disgraziatissima stagione 2020. Un governo che dovrà cambiare registro, se non vorrà incorrere nelle ire già piuttosto sviluppate di Opelka. “L’ATP non avrebbe potuto gestire peggio l’emergenza. Nessuno di noi è a conoscenza delle loro decisioni, dei loro programmi, delle loro prospettive. Siamo tenuti al buio in balia degli eventi. Non è stato costituito un fondo di emergenza affidabile per i giocatori rimasti privi di introiti, e gran parte della responsabilità è stata delegata alla coscienza dei colleghi e al loro senso di solidarietà, ma volete che sia onesto? Non dovrebbero essere i giocatori a pagare gli stipendi. Mi chiedo quale sia la funzione dell’associazione dei professionisti, a questo punto. I grandi capi dell’ATP non hanno nemmeno avuto la decenza di tagliarsi i cospicui emolumenti che percepiscono, in un momento in cui gran parte degli associati, che sono quelli che li mantengono, non hanno lavoro. I dirigenti della WTA, dell’ITF e dell’USTA lo hanno fatto, com’è giusto che sia“.

Un fiume in piena, che non ha ancora finito di esondare. “Per non farsi mancare nulla, i vertici distribuiscono i pochi soldi messi a disposizione in maniera allucinante, ma senza voler mancare di rispetto a nessuno i giocatori oltre la quattrocento ATP in questo momento stanno risparmiando, perché non viaggiano e normalmente non hanno un intero team a cui provvedere. I più bisognosi, quelli a cui dovrebbe essere destinato gran parte del fondo, sono quelli compresi tra la centoventi e la quattrocento, che hanno una squadra professionale alle loro dipendenze e in questo momento non guadagnano nulla, perché non si gioca. Un ragionamento sensato consiglierebbe di provvedere a loro, ma di sensato nelle mosse di chi decide c’è ben poco. In compenso non permettono di esibire tutti i marchi degli sponsor che un giocatore volesse cucire sul completo da gara e storcono il naso di fronte alle agenzie di scommesse, che generano bei soldi in favore di tutto il movimento. Sembra un triste disegno per mettere in ginocchio i protagonisti unici dello show“.

Sperando in migliori novelle, prima di competere per qualcosa che non assomigli a un’esibizione occorrerà pazientare ancora un po’. Opelka, dopo aver corso e studiato tennis fino allo sfinimento, opterà per una vacanza attiva. “Mi dedicherò all’arte, una grande passione fin da quando sono ragazzino. Ci sono alcune mostre a Los Angeles che voglio assolutamente andare a vedere, e presumendo che il Tour non ripartirà prima dell’autunno, a settembre voglio andare ad Anversa, dove ci sono alcune gallerie che ho in programma di visitare da un po’ di tempo. Di solito l’unico mese a disposizione è dicembre, ma dopo un’intera stagione passata a viaggiare a dicembre non hai voglia di fare nulla. Quest’anno è diverso: non è vacanza ma non è nemmeno lavoro, quindi approfitterò dei mesi a disposizione per dedicarmi a qualcosa di culturalmente allettante“. Prego Reilly, i maestri fiamminghi ti aspettano.

Reilly Opelka visits the Los Angeles studio of the visual artist Friedrich Kunath in March (Friedrich Kunath)

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