L'abisso sportivo tra Italia e USA e la storia di Nicolò De Fraia, il coach più giovane dell'NCAA

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L’abisso sportivo tra Italia e USA e la storia di Nicolò De Fraia, il coach più giovane dell’NCAA

Nico è nato a Cagliari, si è laureato due volte in Florida e allena la squadra di tennis del Rollins College. A soli 23 anni. La sua storia ci insegna perché oltre oceano è tutto diverso

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Negli Stati Uniti il termine ‘education‘ non traduce, come si potrebbe immaginare, il nostro concetto di educazione. Riassume invece il percorso di formazione scolastica, che di solito culmina nella frequentazione di un college. Anche il termine ‘college‘ non corrisponde alle nostre università. Non solo perché si tratta di strutture molto più ampie, quasi delle piccole città, ma soprattutto perché le attività collaterali allo studio fanno parte a tutti gli effetti del percorso di crescita.

Tra queste attività c’è lo sport, e non nel senso che lo studente deve sgattaiolare fuori dal campus per giocare a tennis, magari sentendosi in colpa per aver sottratto tempo alle sudate carte. Nei college lo sport è una cosa seria, non è solo una valvola di sfogo. Ci sono squadre, allenatori, ci sono stadi da migliaia di posti. Il Tiger Stadium di Baton Rouge ospita i match casalinghi della squadra di football americano dell’Università della Louisiana e può contenere più di centomila persone. Tutto è sotto l’egida della NCAA, l’associazione nata 114 anni fa che gestisce attività sportive e campionati dei college statunitensi. E non immaginatevi campionati poco competitivi, misere tenzoni tra giovanotti: il secondo dei sei titoli vinti nella Division I di basket dall’Università del Nord Carolina, nell’anno di grazia 1982, è arrivato grazie al canestro decisivo di un certo Michael Jordan davanti a 60.000 persone (e 17 milioni di telespettatori). Quattro volte gli spettatori che hanno assistito alla finale di Wimbledon tra Federer e Djokovic lo scorso anno.

La sintesi è la seguente: negli Stati Uniti non devi scegliere se studiare o fare sport ad alto livello, magari sognando un futuro da atleta professionista. Puoi fare entrambe le cose.

 

Sarebbe sin troppo semplice concludere che la cultura sportiva statunitense, abbinata al concetto di education, è anni luce avanti alla nostra. “Non direi così. È un universo parallelo. È come vivere su un altro pianeta, non è avanti o indietro: è solo diverso. Il concetto di facoltà italiana non descrive il college americano“. A raccontarci questa differenza è Nicolò De Fraia, ormai per tutti ‘Nico’ perché dall’altra parte dell’oceano faticano a pronunciare il suo nome completo. Nico infatti vive a Orlando, in Florida, e a soli 23 anni – è nato nel 1997 – ricopre il ruolo di head coach della squadra di tennis del Rollins College. Difficile mappare le età di tutti gli allenatori dei team di NCAA, ma corre voce che Nico sia il più giovane di tutti; certamente è tra i più giovani.

Nicolò è nato e ha vissuto a Cagliari fino a 14 anni, e dopo essere stato tra i migliori tennisti under 12 e under 14 d’Italia si è trasferito per due anni alla Bruguera Academy di Barcellona, una parte di storia che vi avevamo già raccontato. Non sarebbe più tornato a casa: prima l’approdo alla Evert Academy di Boca Raton, dove oltre ad allenarsi ha concluso l’inusuale percorso di liceo ‘trilingue’ cominciato a Cagliari e continuato a Barcellona, poi la borsa di studio per meriti tennistici alla University of Central Florida (UCF), la più grande università statunitense per numero di iscritti – quasi 70.000 quest’anno. Nel 2017 ha conseguito la sua prima laurea in psicologia e durante gli studi si è allenato alla corte di John Roddick, fratello di Andy e suo allenatore nella prima fase di carriera. “Una persona splendida, come tutti i membri della famiglia Roddick” ci ha raccontato Nico che ha speso parole al miele anche per Tommy Paul, suo grande amico e coetaneo attualmente numero 57 del mondo: “Sono convinto che andrà ancora più su, da fondo campo è fortissimo“.

Alla ricerca di una scuola di business di prestigio, De Fraia si è poi trasferito al Rollins College di Winter Park dove ha sfruttato i due anni residui di eligibility per continuare a giocare nel campionato NCAA. A seguito degli ottimi risultati sul campo ha ricevuto nel 2019 la menzione onorifica di ‘All American‘, riservata agli atleti del college che si siano particolarmente distinti in una disciplina sportiva. Nello stesso anno ha conseguito la seconda laurea in International Business e ha cominciato un master in Business Administration, accettando contemporaneamente il ruolo di assistant coach della squadra maschile di tennis del Rollins College. A gennaio di quest’anno l’head coach ha deciso di ritirarsi per anzianità lasciando a Nico il ruolo di coach principale, che oggi ricopre assieme a un altro allenatore.

Nico De Fraia e il suo team del Rollins College

La storia di Nicolò De Fraia funziona meglio di qualsiasi spiegazione teorica sulle possibilità offerte dalla formazione accademico-sportiva statunitense. Possibilità che Nico conosce a 360° essendosi trasferito per un motivo ben preciso dalla UCF, università ‘Division I‘, al Rollins College, che invece sta in ‘Division II‘ (esiste poi anche la Division III). La differenza non è meramente sportiva, non si tratta solo di far parte di una lega universitaria più o meno competitiva. Il fatto che nei college Division I la dimensione sportiva sia di fatto quella del semi-professionismo – Nico racconta che in alcune partite c’era la TV a riprenderlo – va a braccetto con investimenti maggiori e criteri d’ingresso per gli atleti leggermente meno stringenti, che favoriscono la formazione di squadre più competitive. Nei college Division II (e D-III) il focus diventa invece accademico: nella maggior parte dei casi non fa differenza che il candidato sia o meno un atleta, deve comunque avere determinati voti per entrare.

Questo contribuisce a responsabilizzare i ragazzi, che possono compiere delle scelte sulla base delle proprie attitudini all’interno del sistema accademico. Un continuum fondamentale nel percorso di crescita. Nicolò ci aiuta a capire questo concetto con l’esempio di Jannik Sinner da una parte e di Kevin Anderson e John Isner dall’altra. “Sinner ha 18 anni ed è fortissimo; ecco, per lui forse avrebbe poco senso iniziare un percorso di studi che toglierebbe tempo a una carriera da professionista già avviata. Se però a quell’età non sei già così forte puoi benissimo studiare e giocare, e fino a 21-22 anni continuare a credere nella possibilità di diventare un professionista. Come hanno fatto Anderson e Isner“. Che infatti si sono affrontati da studenti in un match per il titolo NCAA nel 2007, quando avevano rispettivamente 21 e 22 anni, per poi contendersi l’accesso alla finale di Wimbledon undici anni dopo, nel corso di una massacrante semifinale a oltranza che spedì il sudafricano a sfidare (senza successo) il cannibale Djokovic.

La differenza cruciale sta nel fatto che dal percorso di formazione italiano, o più in generale europeo, un ragazzo che ha tentato senza successo la via del professionismo esce spesso privo di una valida alternativa lavorativa e con la necessità di costruirsela in fretta, quando magari è già vicino ai 25 anni, perché ha investito tutto nello sport. Un ragazzo che invece ha frequentato il college e contemporaneamente ha tentato di fare il tennista, anche in caso di fallimento, ha avuto tutte le possibilità di costruirsi un curriculum sufficiente a lavorare fuori dallo sport – possibilità che vanno ovviamente colte per mezzo di impegni, sacrifici (anche economici) e grandi capacità di gestione del tempo. “Il time management qui è fondamentale“, suggerisce Nicolò.

Anche in questo caso il suo esempio è calzante. Ci ha raccontato di aver affrontato e battuto nettamente Tsitsipas (un anno più piccolo di lui) in un torneo giovanile su terra quando aveva 15 anni, a riprova del fatto che il talento non gli manca – e questo lo sostiene anche Claudio Pistolesi, che lo conosce e lo ha allenato per qualche tempo negli Stati Uniti. Con grande maturità, però, Nico ha anche realizzato che probabilmente anche profondendo l’impegno massimo non sarebbe riuscito ad andare oltre il livello più basso, quello dei tornei Futures, un livello che certo non consente di vivere di tennis. I primi dubbi sono arrivati dopo un infortunio alla spalla dal quale ha avuto difficoltà a riprendersi, quando ancora stava investendo al 100% nella sua carriera di tennista. Si è rimboccato le maniche ed è uscito dalla sua zona di comfort, aiutato prima dalla famiglia e poi camminando sulle sue stesse gambe, e ha capito di dover investire anche e soprattutto sulla formazione accademica.

Le abilità acquisite con lo studio si sono rivelate fondamentali per ricoprire il ruolo che gli è stato affidato, quello di allenatore della squadra tennistica del suo college, che non prende solo decisioni sportive ma gestisce anche parte del budget messo a disposizione dall’università. Questa commistione tra carriera sportiva e accademica emerge perfettamente dalla risposta all’ultima domanda che gli rivolgiamo: “Come e dove ti vedi tra dieci anni?”. “Onestamente non lo so, ma sono aperto a tutto. Mi auguro di riuscire a fare la cosa che sia più redditizia per me e per la comunità. Molte famiglie non capiscono che il tennis può essere certamente parte della formazione di un ragazzo, ma non deve essere la priorità assoluta prima di una certa età, indipendentemente dal suo livello“.

Lontano, lontanissimo dalle beghe di quartiere del tennis italiano in cui – suo malgrado – fu coinvolto nel lontano 2014, quando era un giovane promettente che faticava a trovare spazio nelle rappresentative regionali per alcune frizioni della sua famiglia con Angelo Binaghi (già saldamente a capo della FIT), Nicolò De Fraia è volato più in alto di certe faccende. E ha tracciato una strada diversa. Vincente.

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ATP

ATP Montreal: la prima volta di Carreno Busta, la lunga attesa è finita

Pablo Carreno Busta corona una settimana perfetta conquistando il primo titolo Masters 1000

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Pablo Carreno Busta - Montreal 2022 (foto Twitter @ATPTour_ES)

P. Carreno Busta b. [8] H. Hurkacz 3-6 6-3 6-3 (da Montreal, il nostro inviato)

Il mentore di Pablo Carreno Busta, l’ex n. 1 del mondo Juan Carlos Ferrero, ha lasciato Montreal venerdì per andare con il suo pupillo Carlos Alcaraz al Western&Southern Open di Cincinnati. Forse però avrebbe preferito rimanere in Canada per assistere al giorno più bello del su assistito che a 31 anni compiuti il mese scorso e giocando probabilmente il miglior tennis della sua vita è riuscito a conquistare il più importante sigillo della carriera professionistica.

Con pieno merito Carreno Busta ha portato a casa il trofeo color rame dell’Omnium Banque Nationale presentè par Rogers di Montreal, sesto Masters 1000 della stagione e prima tappa dell’avvicinamento del tour allo US Open.

 

Confermando lo straordinario momento di forma messo in mostra durante tutto il torneo, nel quale ha fatto fuori uno dopo l’altro i primi due giocatori italiani, Berrettini e Sinner, Carreno Busta ha fatto fruttare i progressi fatti con la battuta (solo tre break subiti nelle prime cinque partite, più un altro durante la finale) mantenendo anche durante la finale una percentuale di realizzazione oltre il 70% sia sulla prima sia sulla seconda.

Hurkacz ha pagato il grande numero di errori gratuiti (24, contro 10 di Carreno Busta) arrivati nel corso di una condotta di gara comunque estremamente aggressiva, che però non ha dato i frutti sperati anche per colpa dei cali di tensione arrivati nei break concessi nel secondo e nel terzo set.

IL MATCH – Un misto di tensione, cautela ed emozione da parte di entrambi i protagonisti hanno fatto sì che i primi game della finale non siano stati proprio memorabili. Si trattava, d’altra parte, di una partita importante per tutti e due, un’occasione a cui nessuno dei due è particolarmente avvezzo.

Hurkacz aveva iniziato provando ad addormentare gli scambi con traiettorie piuttosto alte e con l’occasionale ‘chop’ di diritto per evitare di entrare nella macchina tritacarne di Carreno Busta che sugli scambi in progressione da fondo gli è certamente superiore. Il polacco è un giocatore più poliedrico, e pertanto ha provato a tenere lo scambio su velocità che potessero consentirgli di manovrare la palla e crearsi le aperture per le conclusioni offensive.

Il primo break è arrivato al sesto game, paradossalmente conquistato da Hurkacz più con le sue doti difensive che non proiettandosi in avanti. Un paio di errori di Carreno Busta hanno fatto la differenza, e da lì in poi il servizio di Hurkacz ha fatto il resto per chiudere il primo set in 31 minuti.

I 9 errori gratuiti commessi dal polacco (contro altrettanti vincenti) nel corso di un set comunque vinto lasciavano presagire che la partita potesse avere molto altro da dire. E infatti subito all’inizio del secondo parziale un game di black out di Hurkacz (quattro errori totalmente non forzati) gli costava il break a zero. Carreno Busta aumentava i giri del motore sui colpi da fondo mentre Hurkacz alzava la velocità del servizio che arrivava a toccare anche i 226 chilometri all’ora. Il risultato è che gli scambi si accorciavano e ai ribattitori rimanevano solo le briciole. Risultato: 6-3 Carreno Busta, e dopo 66 minuti si arrivava al terzo set.

Dopo un’inizio di parziale decisivo sostanzialmente in equilibrio, con Hurkacz che spingeva sempre più insistentemente sul rovescio di Carreno Busta e quest’ultimo che si difendeva da par suo tirando fuori passanti di grande fattura, sull’1-1 il polacco offriva su un piatto d’argento il break con un diritto tirato in mezzo alla rete e una palla corta al terzo colpo che non aveva grande motivo di esistere. Hurkacz provava a recuperare spingendo ancora di più la risposta, ma senza grandi risultati. Il pubblico aveva modo di esaltarsi per un grande scambio chiuso da una “veronica” di Carreno Busta che spingeva il suo avversario a lanciare la racchetta inviperito (fortunatamente senza che nessuno venisse colpito).

E quel punto è probabilmente stato il colpo del K.O. per Hurkacz, che da quel momento in poi è andato via via affievolirsi, fino a subire la risposta vincente lungolinea di rovescio che ha regalato a Pablo Carreno Busta il suo primo titolo Masters 1000 della carriera.

Con questa vittoria lo spagnolo risale al n. 14 del ranking mondiale e al n. 11 della ATP Pepperstone Race, mettendosi prepotentemente in lizza per la qualificazione alle Nitto ATP Finals di Torino. Hurkacz invece rimane al decimo posto della classifica ma sale alla nona piazza della Race, anche lui confermando le sue ambizioni per un posto tra gli otto di Torino.

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ATP

ATP Montreal: ancora superato il record di spettatori. Ora va verso l’allargamento del tabellone

Ritoccato il recordo mondiale di presenze per tornei non-combined di una settimana: 237.158 spettatori. Dal 2024 avrà 12 giorni di gare e tabellone da 96 giocatori

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IGA Stadium - Montreal 2022 (foto Ubitennis)

Altro anno, altro record per il torneo Masters 1000 di Montreal, quest’anno denominato “Omnium Banque Nationale presenté par Rogers”. Dopo 10 anni di “Rogers Cup presented by National Bank” i due sponsor si sono scambiati nel 2021, principalmente in virtù di un prestito agevolato concesso dall’istituto di credito a Tennis Canada che ha così consentito alla federazione della foglia d’acero di sopravvivere i durissimi anni della pandemia che hanno portato alla cancellazione del torneo nel 2020 e alla drastica riduzione del pubblico nel 2021 (massimo 5.000 spettatori a sessione nello stadio e porte chiuse per i campi laterali).

Ma anche se passano gli anni e cambiano i nomi, la costante che rimane è l’abbattimento anno dopo anno dei record di presenze per un torneo non-combined di una settimana, record che Montreal detiene sia per la versione ATP sia per la versione WTA. In questa edizione 2022 è stato ulteriormente ritoccato il record di spettatori con 237.158 unità, conteggio che supera di qualche migliaio il record stabilito nel 2019 che, a livello ufficiale, era di 223.016, ma quella cifra includeva uno “zero” nella casella della sessione serale di sabato, in quanto la semifinale tra Rafael Nadal e Gael Monfils fu cancellata a causa del ritiro del francese e tutti i biglietti furono rimborsati, ma quella sessione altrimenti sarebbe stata esaurita quindi ci sarebbero stati all’incirca 12.000 spettatori in più.

Un successo che continua di anno in anno per un torneo che per numero di spettatori costituisce il secondo evento della regione, dopo il Gran Premio di Formula 1 di inizio giugno. La differenza principale, tuttavia, e che mentre la Formula 1 è sempre più diventato un “destination event”, ovvero un evento per chi si reca a Montreal esclusivamente per quello scopo, il torneo di tennis invece è una manifestazione principalmente locale: gli spettatori sono in gran parte abitanti della zona, certamente integrati da qualche appassionato che viene da lontano, ma sostanzialmente è un torneo che rappresenta la “tifoseria tennistica” del Quebec.

 

Ed è proprio per questo motivo che sarebbe stata auspicabile una campagna più lunga per l’idolo locale Felix Auger-Aliassime, anche se il direttore del torneo Eugene Lapierre ha confermato nella conferenza stampa di fine torneo: “Se mi avessero garantito che Felix sarebbe arrivato ai quarti di finale avrei firmato subito”. Auger-Aliassime ha comunque fatto la sua parte, vincendo due turni e soprattutto rendendosi disponibile fuori dal campo per iniziative collaterali per aiutare a promuovere il torneo:Si è offerto volontariamente – ha raccontato Lapierre – è venuto da noi per chiedere se poteva fare qualcosa per aiutare il torneo”.

Il video-sorpresa che è stato preparato per lui in occasione del suo compleanno (l’8 agosto) è diventato subito virale, ma ci sono state diverse altre iniziative che l’hanno coinvolto e che sono state molto gradite dai media locali e dalle persone che hanno lavorato nel torneo.

Anche gli altri giocatori apprezzano l’atmosfera del torneo, che riesce a creare un ambiente in cui è molto piacevole giocare. “La partita di venerdì sera tra Paul ed Evans si è giocata con il tutto esaurito, e con i giocatori nella players’ lounge che seguivano il match davanti alla TV. ‘Il torneo di Montreal è questo’ mi ha detto il responsabile comunicazione dell’ATP”.

Ma ovviamente non bisogna mai sedersi sugli allori e allora ecco che Lapierre pensa già ai progetti per l’anno prossimo. “Sicuramente equipaggeremo un quinto campo con Hawk Eye Live in modo da poterlo usare per i match ufficiali in caso di ritardi per pioggia. Quest’anno avremmo voluto farlo, ma purtroppo non è stato possibile perché non avevamo nel contratto con Hawk Eye l’equipaggiamento di un quinto campo. Il costo sarebbe stato intorno ai 40.000 dollari, che per un torneo come il nostro è una spesa tutto sommato marginale”.

Quest’anno per la prima volta sono stati introdotti i riflettori al LED sul campo centrale, e sembra che il feedback sia stato positivo. Verrà considerata l’introduzione dello sfondo del campo a LED in modo da avere un display dinamico, così come verranno aggiunte zone d’ombra per il pubblico (che peraltro già quest’anno sono state davvero abbondanti) e verrà creato uno spazio supplementare di altri 15.000 piedi quadrati (circa 1400 mq) vicino alla palazzina servizio per altre attività e si proseguirà con la preparazione al torneo al salto di qualità previsto per il 2024, quando dovrebbe diventare un torneo da 12 giorni con un tabellone da 96 giocatori.

Ci sono ancora parecchi passi da intraprendere prima di arrivare lì – ha confermato Lapierre – ma credo che ci arriveremo. Stiamo lavorando in collaborazione con l’ATP per raggiungere quell’obiettivo. Secondo loro non abbiamo bisogno di più spazio, anche se io credo che sia necessario per avere un tabellone da 96 giocatori, e siamo sicuri che riusciremo ad aggiungere più spazio grazie al finanziamento ottenuto dal Governo Federale del Canada”. Prima dell’inizio del torneo, infatti, Tennis Canada ha annunciato che nell’ambito del Fondo per lo Sviluppo Economico della Regione del Quebec aveva ricevuto un finanziamento di 10 milioni di dollari canadesi (circa 7,6 milioni di euro).

Quello dell’aumento del tabellone da 56 a 96 giocatori sarà un passaggio da brividi per l’Open del Canada, che soprattutto nella sede di Montreal ha uno degli impianti più piccoli di tutti i Masters 1000. Ed essendo un torneo estivo dovranno anche risolvere il problema del calendario, che vede i tornei perennemente compressi tra Wimbledon e lo US Open, che nel 2024 avrà anche il rompicapo supplementare dei Giochi Olimpici di Parigi, in programma dal 27 luglio al 4 agosto.

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WTA

WTA Toronto: Simona Halep torna grande, firma il tris in Canada

Dopo quasi due anni la rumena torna a vincere un grande torneo battendo Haddad Maia in finale al terzo. Lunedì tornerà in Top 10 al numero 6

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[15] S. Halep b. B. Haddad Maia 6-3 2-6 6-3

La scorsa settimana si ritirava dal torneo di Washington in quello che era sembrato un altro brutto segno sulla sua competitività attuale. Dieci giorni dopo Simona Halep si rilancia nell’elite del tennis mondiale conquistando per la terza volta l’Open del Canada (ma la prima a Toronto) e sarà N.6 del mondo nella classifica WTA di Ferragosto.
La rumena batte in tre set la combattiva brasiliana Beatriz Haddad Maia una delle giocatrici più in forma di questa seconda parte di stagione e firma il 24° titolo della carriera, il primo WTA 1000 da Roma 2020 quasi due anni fa.

 

Un match altalenante che la brasiliana avrebbe potuto anche vincere se non avesse delapidato un vantaggio di 3-0 nel primo set cedendo 6 giochi consecutivi in stato confusionale totale.

Ma quando la partita riprende sembra essere ricominciata da zero: la mancina brasiliana stavolta sale fino a 4-0 e senza blackout particolari chiude 6-2 rimandando tutto al giusto epilogo: il terzo set.

Anche all’inizio del terzo Haddad ha le sue occasioni per partire a razzo ma Halep resiste inserendo la modalità “muro” dei bei tempi per tenere il servizio d’apertura ai vantaggi e piazzare il break alla prima chance in quello successivo. Un altro game fiume porta Beatriz al controbreak ma il prezzo da pagare in termini di energie fisiche è troppo alto sebbene sia lei ad essere 5 anni più giovane.

L’esperienza di Simona, guidata dal suo nuovo mentore Patrick Mouratoglou fa la differenza e una volta salita 4-1 difende il break senza patemi chiudendo al secondo match point.

Dolce ritorno in Top 10 per Halep che si rilancia in vista dei prossimi appuntamenti negli Stati Uniti a Cincinnati e soprattutto New York. Per Haddad Maia rimane un altro torneo eccezionale che la porta al N.16 del ranking mondiale. Al prossimo grande appuntamento!

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