L'abisso sportivo tra Italia e USA e la storia di Nicolò De Fraia, il coach più giovane dell'NCAA

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L’abisso sportivo tra Italia e USA e la storia di Nicolò De Fraia, il coach più giovane dell’NCAA

Nico è nato a Cagliari, si è laureato due volte in Florida e allena la squadra di tennis del Rollins College. A soli 23 anni. La sua storia ci insegna perché oltre oceano è tutto diverso

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Negli Stati Uniti il termine ‘education‘ non traduce, come si potrebbe immaginare, il nostro concetto di educazione. Riassume invece il percorso di formazione scolastica, che di solito culmina nella frequentazione di un college. Anche il termine ‘college‘ non corrisponde alle nostre università. Non solo perché si tratta di strutture molto più ampie, quasi delle piccole città, ma soprattutto perché le attività collaterali allo studio fanno parte a tutti gli effetti del percorso di crescita.

Tra queste attività c’è lo sport, e non nel senso che lo studente deve sgattaiolare fuori dal campus per giocare a tennis, magari sentendosi in colpa per aver sottratto tempo alle sudate carte. Nei college lo sport è una cosa seria, non è solo una valvola di sfogo. Ci sono squadre, allenatori, ci sono stadi da migliaia di posti. Il Tiger Stadium di Baton Rouge ospita i match casalinghi della squadra di football americano dell’Università della Louisiana e può contenere più di centomila persone. Tutto è sotto l’egida della NCAA, l’associazione nata 114 anni fa che gestisce attività sportive e campionati dei college statunitensi. E non immaginatevi campionati poco competitivi, misere tenzoni tra giovanotti: il secondo dei sei titoli vinti nella Division I di basket dall’Università del Nord Carolina, nell’anno di grazia 1982, è arrivato grazie al canestro decisivo di un certo Michael Jordan davanti a 60.000 persone (e 17 milioni di telespettatori). Quattro volte gli spettatori che hanno assistito alla finale di Wimbledon tra Federer e Djokovic lo scorso anno.

La sintesi è la seguente: negli Stati Uniti non devi scegliere se studiare o fare sport ad alto livello, magari sognando un futuro da atleta professionista. Puoi fare entrambe le cose.

 

Sarebbe sin troppo semplice concludere che la cultura sportiva statunitense, abbinata al concetto di education, è anni luce avanti alla nostra. “Non direi così. È un universo parallelo. È come vivere su un altro pianeta, non è avanti o indietro: è solo diverso. Il concetto di facoltà italiana non descrive il college americano“. A raccontarci questa differenza è Nicolò De Fraia, ormai per tutti ‘Nico’ perché dall’altra parte dell’oceano faticano a pronunciare il suo nome completo. Nico infatti vive a Orlando, in Florida, e a soli 23 anni – è nato nel 1997 – ricopre il ruolo di head coach della squadra di tennis del Rollins College. Difficile mappare le età di tutti gli allenatori dei team di NCAA, ma corre voce che Nico sia il più giovane di tutti; certamente è tra i più giovani.

Nicolò è nato e ha vissuto a Cagliari fino a 14 anni, e dopo essere stato tra i migliori tennisti under 12 e under 14 d’Italia si è trasferito per due anni alla Bruguera Academy di Barcellona, una parte di storia che vi avevamo già raccontato. Non sarebbe più tornato a casa: prima l’approdo alla Evert Academy di Boca Raton, dove oltre ad allenarsi ha concluso l’inusuale percorso di liceo ‘trilingue’ cominciato a Cagliari e continuato a Barcellona, poi la borsa di studio per meriti tennistici alla University of Central Florida (UCF), la più grande università statunitense per numero di iscritti – quasi 70.000 quest’anno. Nel 2017 ha conseguito la sua prima laurea in psicologia e durante gli studi si è allenato alla corte di John Roddick, fratello di Andy e suo allenatore nella prima fase di carriera. “Una persona splendida, come tutti i membri della famiglia Roddick” ci ha raccontato Nico che ha speso parole al miele anche per Tommy Paul, suo grande amico e coetaneo attualmente numero 57 del mondo: “Sono convinto che andrà ancora più su, da fondo campo è fortissimo“.

Alla ricerca di una scuola di business di prestigio, De Fraia si è poi trasferito al Rollins College di Winter Park dove ha sfruttato i due anni residui di eligibility per continuare a giocare nel campionato NCAA. A seguito degli ottimi risultati sul campo ha ricevuto nel 2019 la menzione onorifica di ‘All American‘, riservata agli atleti del college che si siano particolarmente distinti in una disciplina sportiva. Nello stesso anno ha conseguito la seconda laurea in International Business e ha cominciato un master in Business Administration, accettando contemporaneamente il ruolo di assistant coach della squadra maschile di tennis del Rollins College. A gennaio di quest’anno l’head coach ha deciso di ritirarsi per anzianità lasciando a Nico il ruolo di coach principale, che oggi ricopre assieme a un altro allenatore.

Nico De Fraia e il suo team del Rollins College

La storia di Nicolò De Fraia funziona meglio di qualsiasi spiegazione teorica sulle possibilità offerte dalla formazione accademico-sportiva statunitense. Possibilità che Nico conosce a 360° essendosi trasferito per un motivo ben preciso dalla UCF, università ‘Division I‘, al Rollins College, che invece sta in ‘Division II‘ (esiste poi anche la Division III). La differenza non è meramente sportiva, non si tratta solo di far parte di una lega universitaria più o meno competitiva. Il fatto che nei college Division I la dimensione sportiva sia di fatto quella del semi-professionismo – Nico racconta che in alcune partite c’era la TV a riprenderlo – va a braccetto con investimenti maggiori e criteri d’ingresso per gli atleti leggermente meno stringenti, che favoriscono la formazione di squadre più competitive. Nei college Division II (e D-III) il focus diventa invece accademico: nella maggior parte dei casi non fa differenza che il candidato sia o meno un atleta, deve comunque avere determinati voti per entrare.

Questo contribuisce a responsabilizzare i ragazzi, che possono compiere delle scelte sulla base delle proprie attitudini all’interno del sistema accademico. Un continuum fondamentale nel percorso di crescita. Nicolò ci aiuta a capire questo concetto con l’esempio di Jannik Sinner da una parte e di Kevin Anderson e John Isner dall’altra. “Sinner ha 18 anni ed è fortissimo; ecco, per lui forse avrebbe poco senso iniziare un percorso di studi che toglierebbe tempo a una carriera da professionista già avviata. Se però a quell’età non sei già così forte puoi benissimo studiare e giocare, e fino a 21-22 anni continuare a credere nella possibilità di diventare un professionista. Come hanno fatto Anderson e Isner“. Che infatti si sono affrontati da studenti in un match per il titolo NCAA nel 2007, quando avevano rispettivamente 21 e 22 anni, per poi contendersi l’accesso alla finale di Wimbledon undici anni dopo, nel corso di una massacrante semifinale a oltranza che spedì il sudafricano a sfidare (senza successo) il cannibale Djokovic.

La differenza cruciale sta nel fatto che dal percorso di formazione italiano, o più in generale europeo, un ragazzo che ha tentato senza successo la via del professionismo esce spesso privo di una valida alternativa lavorativa e con la necessità di costruirsela in fretta, quando magari è già vicino ai 25 anni, perché ha investito tutto nello sport. Un ragazzo che invece ha frequentato il college e contemporaneamente ha tentato di fare il tennista, anche in caso di fallimento, ha avuto tutte le possibilità di costruirsi un curriculum sufficiente a lavorare fuori dallo sport – possibilità che vanno ovviamente colte per mezzo di impegni, sacrifici (anche economici) e grandi capacità di gestione del tempo. “Il time management qui è fondamentale“, suggerisce Nicolò.

Anche in questo caso il suo esempio è calzante. Ci ha raccontato di aver affrontato e battuto nettamente Tsitsipas (un anno più piccolo di lui) in un torneo giovanile su terra quando aveva 15 anni, a riprova del fatto che il talento non gli manca – e questo lo sostiene anche Claudio Pistolesi, che lo conosce e lo ha allenato per qualche tempo negli Stati Uniti. Con grande maturità, però, Nico ha anche realizzato che probabilmente anche profondendo l’impegno massimo non sarebbe riuscito ad andare oltre il livello più basso, quello dei tornei Futures, un livello che certo non consente di vivere di tennis. I primi dubbi sono arrivati dopo un infortunio alla spalla dal quale ha avuto difficoltà a riprendersi, quando ancora stava investendo al 100% nella sua carriera di tennista. Si è rimboccato le maniche ed è uscito dalla sua zona di comfort, aiutato prima dalla famiglia e poi camminando sulle sue stesse gambe, e ha capito di dover investire anche e soprattutto sulla formazione accademica.

Le abilità acquisite con lo studio si sono rivelate fondamentali per ricoprire il ruolo che gli è stato affidato, quello di allenatore della squadra tennistica del suo college, che non prende solo decisioni sportive ma gestisce anche parte del budget messo a disposizione dall’università. Questa commistione tra carriera sportiva e accademica emerge perfettamente dalla risposta all’ultima domanda che gli rivolgiamo: “Come e dove ti vedi tra dieci anni?”. “Onestamente non lo so, ma sono aperto a tutto. Mi auguro di riuscire a fare la cosa che sia più redditizia per me e per la comunità. Molte famiglie non capiscono che il tennis può essere certamente parte della formazione di un ragazzo, ma non deve essere la priorità assoluta prima di una certa età, indipendentemente dal suo livello“.

Lontano, lontanissimo dalle beghe di quartiere del tennis italiano in cui – suo malgrado – fu coinvolto nel lontano 2014, quando era un giovane promettente che faticava a trovare spazio nelle rappresentative regionali per alcune frizioni della sua famiglia con Angelo Binaghi (già saldamente a capo della FIT), Nicolò De Fraia è volato più in alto di certe faccende. E ha tracciato una strada diversa. Vincente.

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Le mille bolle di tutti gli sport: tra poco ci sarà anche il tennis con lo US Open

“Bolla” è ormai la parola più in voga di questo periodo nel mondo sportivo. Ma di cosa si tratta concretamete? I dettagli delle norme sanitarie per lo US Open

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In questa situazione che si sta lentamente trasformando da emergenza distopica a nuova normalità, il tennis si appresta a mandare in scena uno dei suoi eventi più importanti in quella che fino a pochi mesi fa era uno degli epicentri della pandemia di COVID-19.

Un’impennata di casi in Spagna ha appena costretto ATP e WTA a cancellare uno dei loro tornei cardine, ovvero il Mutua Madrid Open, ma dall’altra parte dell’oceano, al Billie Jean King National Tennis Center di Flushing Meadows, i preparativi continuano febbrilmente per ospitare un inedito “double header” composto dal Western&Southern Open, solitamente ospitato al Lindner Family Center di Mason, Ohio, e il tradizionale US Open.

Sotto la guida del Dottor Brian Hainline, Chief Medical Officer della NCAA e membro del Board della USTA, è stato approntato un protocollo sanitario per limitare al massimo le possibilità di contagio tra i partecipanti al torneo e tutte le migliaia di persone che servono per far funzionare l’imponente macchina organizzativa dello Slam newyorkese.

 

Alla base del protocollo della USTA c’è il concetto di “bolla”, in inglese “bubble”, che racchiude l’idea di un ambiente più o meno sterile, isolato dal mondo circostante, nel quale gli abitanti sono frequentemente testati e seguono comportamenti per eliminare o fortemente limitare i contatti che potrebbero potenzialmente diffondere il contagio. Ciò vale sia per quel che riguarda le interazioni con individui al di fuori della bolla, sia per quanto concerne i contatti tra membri della bolla.

Si tratta di un concetto messo in pratica da diverse leghe professionistiche sportive, alcune delle quali sono riuscite a riprendere l’attività anche in aree geografiche particolarmente problematiche dal punto di vista del livello dei contagi. La NBA ha ricominciato la propria regular season nella “bolla” approntata all’ESPN Wide World of Sports Complex di Orlando in Florida, un gigantesco resort di 89 ettari che comprende alberghi, palestre, campi da golf, ristoranti, piscine e altre amenità, all’interno del quale i giocatori della lega rimarranno fino a che la loro squadra non avrà terminato il campionato. La MLS, Major League Soccer, è ospite della stessa bolla e gioca su due campi da calcio allestiti appositamente per le riprese televisive.

La “bolla” è ormai sulla bocca di tutti nel mondo sportivo, anche se l’utilizzo dello stesso termine generico può far pensare che la struttura sia simile in tutte le sue configurazioni, quando in realtà ognuna delle “bolle” intorno al mondo ha caratteristiche diverse ed è stata adattata alle necessità e alle caratteristiche del singolo sport.

LE DIVERSE BOLLE

La “bolla” più pura, più rigorosa, è quella che è stata costruita dalla UFC, la Ultimate Fighting Champions, l’organizzazione che gestisce il circuito di arti marziali miste, particolarmente popolare negli Stati Uniti. La UFC ha creato la cosiddetta “Fight Island”, un’isola nel Mare d’Arabia a circa 30 chilometri da Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, dove si è ricreato un microcosmo autosufficiente per disputare le riunioni ogni weekend. Atleti, tecnici, personale della produzione, giornalisti e tutto il personale di servizio è stato rinchiuso in uno spazio predefinito, con procedure rigorosissime all’ingresso. A tutti i membri della bolla, con esclusione degli atleti, è stato richiesto un periodo di quarantena di 14 giorni all’interno degli alberghi di Yas Island (la stessa isola che ospita il Gran Premio di Formula 1 a novembre), con test negativo all’inizio e alla fine del periodo. Tutti gli atleti sono stati trasportati con voli dedicati dal luogo di raccolta a Las Vegas e hanno dovuto superare test prima del decollo, all’arrivo negli Emirati, 48 ore dopo l’arrivo e prima di tutti gli incontri. Ogni domenica mattina alle 6 ora locale (corrispondente alle 22 di sabato sera sulla costa Est degli USA, per favorire la trasmissione in diretta da parte della ESPN) viene disputata una riunione con vari incontri.

Le bolle messe in piedi in Nord America per le leghe professionistiche come la NBA, MLS ed NHL prevedono un livello di flessibilità superiore: buona parte del personale di servizio, ovvero pulizia, manutenzione ordinaria, cucina, non risiede nella bolla ma normalmente alloggia nella propria residenza quando non è in servizio. Per permettere questo tipo di organizzazione, però, sono stati costituiti diversi livelli di sicurezza all’interno della bolla, che sanciscono il tipo di interazione che i vari individui possono avere tra loro a seconda dei vari livelli. Chi non risiede nella bolla solitamente appartiene al livello più esterno (di solito chiamato “Tier 3” o “Tier 4”) , che anche se viene sottoposto allo stesso livello di test di tutti gli altri membri della bolla, non può avere contatti con i membri del livello più interno (“Tier 1”), quello dove stanno gli atleti e i membri della squadra.

ESPN’s Wide World of Sports (AP Photo/John Raoux)

La NHL ha costituito due bolle, entrambe in Canada, a Toronto ed Edmonton, che sono regolate da un manuale di 75 pagine estremamente dettagliato che prevede protocolli per qualunque fase della vita delle squadre, dalle partite agli allenamenti, comprei anche i viaggi in ascensore.

L’unica lega che non ha costruito una bolla è stata la MLB, il campionato professionistico di baseball, che ha mantenuto la propria struttura itinerante, pur producendo un manuale di oltre 100 pagine che regimenta tutti gli aspetti del gioco e della vita delle squadre (compreso anche dove si può sputare), ma non pone le pesanti restrizioni della bolla per quel che riguarda l’alloggio permanente dei giocatori. Questa scelta però, forzata dall’associazione giocatori che non ha accettato la soluzione della bolla, non sta dando buoni risultati, in quanto ci sono state parecchie partite (disputate comunque a porte chiuse) che sono state rimandate a causa della simultanea positività di vari giocatori di una stessa squadra.

Non è comunque detto che il modello itinerante sia necessariamente da scartare: la MLB ha deciso di giocare il proprio campionato senza co-locare le squadre nelle zone degli USA più colpite dalla pandemia. La Formula 1, invece, che ha iniziato il proprio campionato in luglio in Austria e sta programmando di portare a termine una stagione con 13-16 gran premi (anch’essi a porte chiuse), sta avendo un discreto successo, nonostante un caso positivo registrato da parte del pilota Sergio Perez di Point Racing prima del Gran Premio di Gran Bretagna a Silverstone pochi giorni fa.

Come nel caso delle altre bolle, ogni volta che viene rilevata una positività da parte di un individuo, questi viene isolato per 10-14 giorni (a seconda del protocollo) e viene aumentata la frequenza dei test per tutti i membri della sua microbolla più vicina. Nel protocollo della Formula 1, infatti, sono state predisposte sotto-bolle all’interno della bolla: una per team, una per pilota, e così via. Le interazioni tra bolle devono essere limitate e non ci possono essere interazioni con chi proviene da fuori la bolla durante il weekend di gara, mentre è possibile lasciare la bolla tra un Gran Premio e l’altro a patto di non fare contatto con persone al di fuori della propria bolla sociale (stretto gruppo familiare). Naturalmente al rientro della bolla vengono predisposti una serie di test ravvicinati con isolamento tra un test e l’altro.

LA BOLLA DEL TENNIS

E il tennis? Come si comporta? Il tennis si posiziona a metà tra lo scenario NBA e quello della Formula 1: a ogni torneo si crea una bolla simile a quella di Orlando, anche se l’alloggio dei giocatori non è co-locato rispetto alla sede di gioco, per cui è necessario avere un sistema di trasporti sicuro. Tuttavia il problema si pone quando si tratta di passare da una bolla all’altra, ovvero da un torneo all’altro. Anche perché in questo caso bisogna fare i conti con le restrizioni alla mobilità internazionale che non rappresentano un problema per le leghe professionistiche nazionali (dalla NBA alla Serie A alla Bundesliga).

Le organizzazioni che gestiscono il tennis pro stanno cercando di trovare un modo per consentire ai giocatori di poter viaggiare da un Paese all’altro evitando di dover osservare periodi di quarantena ogni volta che si attraversa un confine: per fare ciò è molto probabile che si faccia leva sul fatto che atleti provenienti da altre “bolle” nelle quali sono regolarmente testati ogni qualche giorno e vivano in un ambiente pensato per evitare contagi (con sotto-bolle e i vari “Tier”) già soddisfino i criteri per i quali la quarantena viene richiesta. Tuttavia, per soddisfare questi prerequisiti, è possibile che non sia permesso agli atleti di uscire dalla bolla di un torneo prima di entrare nella bolla di un altro, ovvero di “tornare a casa” una volta sconfitti in un torneo prima di spostarsi nella sede del prossimo evento.

Novak Djokovic – US Open 2018 (credit USTA/Garrett Ellwood)

Durante il torneo di Palermo, dove ai test d’ingresso una giocatrice è stata esclusa per essere risultata positiva al test ed è stata isolata in una struttura apposita, ci sono state parecchie critiche perché l’albergo ufficiale non è riservato alle giocatrici, ma ci sono anche altri ospiti che ovviamente non sono sottoposti a nessun controllo della bolla. In questo caso è necessario trattare gli “estranei” dell’albergo come appartenenti al livello più esterno della bolla ed evitare ogni contatto con loro. L’efficacia del concetto in questo caso dipende, come è il caso almeno in parte anche per le bolle NBA e NHL, dalla disciplina degli atleti e del loro entourage nei loro comportamenti al di fuori della propria stanza e della sede di gara.

Per quanto concerne lo US Open, sono state rese note alcune delle norme di sicurezza cui saranno sottoposti gli accreditati al torneo, e sembra che la USTA abbia deciso di fare sul serio. Come era già stato anticipato, si potrà alloggiare nei due hotel ufficiali (Long Island Marriott o Garden City) oppure si potrà affittare una casa privata. Ma per chi dovesse optare per la casa privata (disponibile ad un costo indicativo di 40.000 dollari per due settimane) sarà anche necessario pagare un costo supplementare per avere l’agenzia privata di sicurezza della USTA che sorveglia l’abitazione 24 ore al giorno (onde controllare gli spostamenti degli occupanti della casa), e si dovrà disporre di trasporto privato da e per il torneo.

Ogni giocatore avrà a disposizione al massimo tre ospiti nella propria abitazione (o nelle due stanze a disposizione negli alberghi ufficiali) con accesso all’impianto, ma solamente uno di questi ospiti potrà accompagnare il giocatore al campo da gioco, al campo d’allenamento, negli spogliatoi o al ristorante giocatori. Nessun’altra persona potrà visitare gli alloggi dei giocatori e ogni accreditato verrà testato almeno una volta ogni quattro giorni.

Nel caso in cui un giocatore dovesse risultare positivo a un test oppure lasciare la bolla senza autorizzazione, costui verrà automaticamente squalificato dal torneo e dovrà essere isolato per 10 giorni. La persona eventualmente nella stanza con il positivo verrà isolata in quarantena per 14 giorni. Di conseguenza, nel caso in cui il compagno di stanza di un giocatore dovesse risultare positivo, anche qui il giocatore in questione verrebbe squalificato dal torneo e messo in quarantena. Se un qualunque ospite del giocatore dovesse lasciare la bolla senza autorizzazione, questa persona dovrà lasciare la bolla entro 24 ore, le sarà ritirato l’accredito, non potrà essere accreditata allo US Open 2021 e il giocatore verrà multato.

I giocatori di doppio fungeranno da “alternate per i giocatori di singolare, dal momento che non ci sono le qualificazioni e non si può accedere a quella risorsa per riempire i posti lasciati vuoti in tabellone da eventuali giocatori risultati positivi prima dell’inizio del torneo.

Nell’ultimo documento fatto avere dalla USTA ai giocatori martedì scorso è stata garantita l’esenzione alla quarantena per tutti i partecipanti al torneo in arrivo a New York. Siccome questa quarantena è imposta non a livello federale ma a livello dello Stato di New York, essendosi il Governatore Cuomo impegnatosi personalmente per la disputa dello US Open, era abbastanza scontato che l’esenzione sarebbe arrivata. Al momento, tuttavia, non c’è ancora la sicurezza di un’esenzione simile per chi si recherà in Europa dopo lo US Open, ma il fatto che ci sia ancora abbastanza tempo per ottenere il semaforo verde dalle autorità del Vecchio Continente, e il relativo ottimismo che traspare dai giocatori che si stanno preparando a partire per gli Stati Uniti sembra far pensare che questo nulla osta dovrebbe arrivare.

Si tratta sicuramente di un mosaico molto complesso in cui ci sono parecchi elementi non ancora del tutto definiti e dove diverse cose possono creare problemi non indifferenti. Ma se c’è qualcuno che può far funzionare tutto questo probabilmente è proprio la USTA, che da mesi sta cercando di mettere in piedi un torneo che solo 6-8 settimane fa sembrava impossibile da disputare.

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Italiani

WTA Palermo: imprese di Cocciaretto ed Errani, male Paolini

Giornata piena di gioia per i colori italiani a Palermo, Cocciaretto ed Errani volano ai quarti di finale

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Elisabetta Cocciaretto al Palermo Ladies Open 2020 (foto Twitter @LadiesOpenPA)

PAOLINI KO – È Jasmine Paolini la prima italiana a scendere in campo a Palermo, contro la numero 116 del mondo Aliaksandra Sasnovich. Nonostante la differenza di classifica Sasnovich si presentava alla partita dopo la grandissima vittoria contro Mertens e non si può dire che la partita non abbia rispettato le aspettative. Paolini viene dominata completamente nel primo set, dove vince solo 6 punti su 19 al servizio e subisce un pesante 6-0 senza appello. Non migliora molto la situazione nel secondo set, dove subisce subito il break e ha un sussulto solamente nel sesto game, dove non sfrutta 5 palle break per tornare dentro la partita. Sasnovich scampa il pericolo e chiude comodamente con 6-2.

Molto lucida Paolini nella sua analisi post-partita Paolini: “In queste situazioni è molto difficile. Ho provato a incitarmi, a rimanere vicina nel punteggio ma quando parti male e l’altra parte molto bene è difficile. L’atteggiamento però è quello giusto, oggi purtroppo non è andata: lei mi è salita subito sopra“. Sasnovich sfiderà la vincente tra la numero 1 del seeding Petra Martic e Samsonova per un posto in semifinale.

ERRANI IN RIMONTA – Sfida inedita quella tra Sara Errani e Krystina Pliskova ed è la tennista italiana a volare nei quarti del Palermo Ladies Open. La tennista ceca, reduce da una grandissima vittoria contro Maria Sakkari, non rispetta le previsioni della vigilia e cede ad una Sara Errani che parte male ma che carbura col passare dei game.

 

L’inizio non è appunto dei migliori. La Pliskova vince ben 13 punti di fila ad inizio partita portandosi abbastanza comodamente sul 3-0. Sembra una partita dall’esito scontato, sulla falsariga di quella di Jasmine Paolini, ma Errani ha il merito di rimanere dentro la partita. Paradossalmente Errani non sembra soffrire tanto al servizio quanto in risposta, dove non riesce mai a mettersi in posizione di comando nello scambio e subisce perennemente l’iniziativa di Pliskova.

Nonostante la situazione pesante di punteggio sembra essere scattato qualcosa in Sara, che dopo il quarto game salvato aumenta i giri del motore in risposta e rende sempre la vita difficile a Pliskova sin dal primo colpo dopo il servizio. E il break arriva per l’italiana, dopo aver salvato tre set point. Ma bastano due seconde attaccabili di Errani per portarsi a due palle break e un rovescio affondato a rete vale il set per la ceca.

Lo spartito del match cambia completamente nel secondo set. Errani non sbaglia praticamente niente da fondocampo e Pliskova non riesce più a dominare lo scambio con il suo dritto. In un attimo la tennista ceca si ritrova sotto 0-2 e rischia anche il doppio break, ma una bellissima demi-volée di dritto la tiene a galla. Una riga profonda salva Pliskova da un pericoloso set point ma non basta, Errani va a servire per il set sul 5-4 e chiude con autorità un secondo set pienamente meritato. Un set in cui Sarita non ha mai perso il servizio.

Il momentum della tennista bolognese continua nel terzo set, con Errani che continua a dominare da fondocampo e a tenere medie accettabili al servizio. Chiuderà la partita con il 78% di prime in campo e il 59% di punti vinti con la prima. L’italiana trova il break nel quinto game e non si guarda più indietro. Tiene la concentrazione nonostante il rain delay sul 5-3 e chiude il match con l’ennesimo break. Troverà una Fiona Ferro in grandissima forma nei quarti, ma visto il livello tenuto in questo inizio di torneo tutto è possibile. “Ho cercato di rimanere concentrata durante la pausa per la pioggia – ha detto Errani a fine match -. Sono più tranquilla rispetto allo scorso anno, sono sempre dentro la partita. Ferro prossima avversaria? Questa mattina ci siamo allenate insieme. È giovane e molto potente”.

SORPRESA COCCIARETTO – Elisabetta Cocciaretto si conferma il nostro miglior prospetto femminile e sconfessa i pronostici della vigilia battendo Donna Vekic dopo un’ora e mezzo di battaglia. È la prima vittoria contro una top30 e la seconda contro una top100 nell’arco di due giorni. La tennista italiana ha fatto valere la sua maggiore solidità da fondocampo e soprattutto al servizio, dove nonostante non abbia brillato particolarmente per potenza è stata molto più costante dell’avversaria.

La partita è dura sin da subito. Cocciaretto deve salvare due palle break in un game di dieci minuti e la stessa Vekic soffre parecchio al servizio in altri due game interminabili. È Cocciaretto però a spuntarla grazie al suo dritto. L’italiana si porta a palla break con un bellissimo dritto in corsa e si prende il 4-2 grazie ad un errore non forzato della croata. Vekic non trova mai il ritmo da fondocampo e soprattutto ha un servizio troppo poco incisivo per creare problemi a Cocciaretto. L’italiana è estremamente aggressiva sulle seconde della numero 24 del mondo e non ha problemi a sfruttare il servizio timoroso della Vekic, portandosi a casa break e set per il 6-2.

Le distrazioni della tennista croata non si fermano nel secondo set, dove viene breakkata subito e mostra un linguaggio del corpo che non lascia presagire niente di buono. Nonostante ciò ha un sussulto e tanto basta per riaprire il set, approfittando di un passaggio a vuoto di Cocciaretto al servizio. L’italiana non si perde d’animo e tiene senza problemi i suoi turni di battuta, per poi trovare il break decisivo nel decimo game e lanciare la racchetta al cielo per quella che è la più grande vittoria della sua carriera finora. Saranno i primi quarti a livello WTA per Elisabetta Cocciaretto, che troverà la vincente tra Kontaveit e Siegemund.

Risultati:

[Q] A. Sasnovich b. J. Paolini 6-0 6-2
[WC] S. Errani b. Kr. Pliskova 3-6 6-4 6-3
[WC] E. Cocciaretto b. [6] D. Vekic 6-2 6-4
F. Ferro b. [8] E. Alexandrova 7-5 6-2

Il tabellone aggiornato

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Italiani

WTA Palermo: Camila Giorgi completa il poker azzurro

Convincente esordio per Camila Giorgi a Palermo contro Rebecca Peterson. Prossimo impegno contro Juvan. Fuori la n. 2 Vondrousova

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Camila Giorgi - Palermo 2020 (via Twitter, @LadiesOpenPA)

Ritorno vincente per la n.1 italiana Camila Giorgi (n. 89 del ranking) che ha fatto il suo rientro sul circuito WTA aggiudicandosi il suo in contro di primo turno al Palermo Ladies Open contro la svedese Rebecca Peterson (n. 44 WTA) con il punteggio di 7-5 6-4. Nel suo primo match sulla terra battuta da più di due anni a questa parte, la marchigiana ha fatto un po’ fatica all’inizio del match a trovare il ritmo partita e ha dovuto recuperare da 1-3 e servire per rimanere nel set sul 4-5. Da lì però ha infilato ben sette giochi consecutivi che hanno segnato il destino del match. “Mi sono allenata qualche settimana sulla terra, mi sono trovata molto bene – ha spiegato Giorgi -. I primi punti sono stati un po’ difficili per il ritmo, poi ho iniziato a muovermi meglio. Il pubblico è stato fantastico”.

La vittoria di Camila completa l’en-plein azzurro al primo turno della competizione palermitana, raggiungendo Errani, Cocciaretto e Paolini che avevano superato il loro primo impegno nella giornata di lunedì. Il prossimo turno per Giorgi sarà contro la slovena qualificata Kaja Juvan (n. 121 WTA) che nel primo incontro della giornata sul campo centrale aveva eliminato la testa di serie n.2 Marketa Vondrousova (n. 18 WTA), finalista lo scorso anno al Roland Garros.

Negli altri incontri di martedì da segnalare il facile ingresso del torneo della testa di serie n.1 Petra Martic, che ha lasciato solamente tre giochi alla belga Van Uytvanck, e l’affermazione di altre tre giocatrici provenienti dalle qualificazioni: la russa Samsonova, che ha superato Flipkens, la bielorussa Sasnovic che ha eliminato la n. 5 del seeding Elise Mertens e la lucky loser Dodin che ha avuto la meglio di Zidansek.

 

I risultati:

[1] P. Martic b. A. Van Uytvanck 6-0 6-3
[Q] L. Samsonova b. K. Flipkens 6-4 6-2
[Q] A. Sasnovich b. [5] E. Mertens 6-4 6-1
F. Ferro b. [Q] N. Podoroska 6-2 6-1
[LL] O. Dodin b. T. Zidansek 2-6 6-4 6-4
C. Giorgi b. R. Peterson 7-5 6-4
[Q] K Juvan b. [2] M. Vondrousova 1-6 7-5 6-4

Il tabellone aggiornato

Il programma di mercoledì 5 agosto

Campo centraleore 16
[8] E. Alexandrova vs F. Ferro
J. Paolini vs [Q] A. Sasnovich
[WC] S. Errani vs Kr. Pliskova
[WC] E. Cocciaretto vs [6] D. Vekic

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