A Kyrgios non servono allenatori. Ma quanto (e quando) serve un coach?

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A Kyrgios non servono allenatori. Ma quanto (e quando) serve un coach?

“Personalmente penso che ingaggiare un allenatore sia una perdita di denaro”. Parola di Nick Kyrgios. Ma, a parte il caso limite dell’australiano, qual è la reale importanza di un coach per un tennista ATP?

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Roger Federer e Ivan Ljubicic - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

“Personalmente penso che ingaggiare un coach sia uno spreco di soldi perché costano troppo rispetto a quello che servono. E per quanto mi riguarda, io non punto a vincere i tornei dello Slam. Io voglio fare le cose alla mia maniera: giocare e divertirmi. Per me avere un coach non ha senso. Sarei quasi dispiaciuto di fargli perdere il suo tempo. Sarebbe un incubo per lui. Inoltre, penso di essere ormai troppo avanti nella carriera per avere un coach. Perché sono troppo convinto della mia maniera di fare le cose e non ho voglia di ascoltare nessuno che mi dia consigli, ad essere sincero”.

Parole e musica dell’uomo più controverso nel mondo del tennis, Nick Kyrgios, durante una chiacchierata con l’amico Elliot Loney. La stessa in cui ha raccontato di aver battuto Rafa Nadal da ubriaco. 

Kyrgios in questo passaggio non sostiene che l’importanza del coach sia minima o sopravvalutata in senso assoluto. Piuttosto che nel suo caso, avere una persona nella propria panchina sarebbe inutile dato che non vuole veramente puntare a conquistare i tornei più importanti e va in campo più per divertirsi che per vincere. Non fa una piega in effetti, considerando che un allenatore spera di poter ottenere il massimo dal giocatore con il quale lavora e portarlo a raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi. Oltre che per propria missione, anche per il proprio profitto.

 
Nick Kyrgios – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Ma lo spiazzante australiano, nella sua lucida follia, offre sempre qualche spunto di riflessione interessante. Come probabilmente potrebbero fare – o hanno già fatto – alcuni giornalisti a caccia del titolo acchiappa-commenti, travisiamo le sue parole e chiediamoci: ma quanto servono i coach nei piani alti del circuito ATP? È così strettamente necessario avere un allenatore?

La domanda potrebbe suonare retorica dato che praticamente tutti i giocatori hanno (almeno) un coach al proprio fianco. D’altro canto, cosa può dire un coach, per quanto bravo, a un individuo che ha fatto del tennis la propria vita da quando era un bambino? Qualcuno se la sentirebbe di dire a un ragazzo che tira la prima di servizio a 210 chilometri orari, con un movimento perfezionato nel corso di lunghissime sessioni di allenamento e misurato in efficacia contro i migliori ribattitori del mondo: “No, guarda che non stai caricando bene le gambe”? E soprattutto, quante possibilità avrebbe di essere preso sul serio – almeno sulle prime?

La risposta è più articolata di quanto sembri. In breve, si potrebbe riassumere che serve il coach giusto nel momento giusto per il giocatore giusto. Le qualità di un coach devono combaciare con le necessità (ma anche intenzioni, come dimostra il caso di Kyrgios) del tennista in quel preciso momento. Naturalmente allenatori diversi hanno diverse qualità, così come in tutti gli sport, compresi quelli di squadra. Pensiamo solo alla recente grande rivalità tra Pep Guardiola, un vero e proprio innovatore nella maniera di pensare il calcio, e Mourinho, un condottiero capace di motivare i suoi uomini a morire sul campo per lui. 

Nel tennis ci sono varie categorie di allenatore. C’è per l’appunto l’allenatore-tecnico. In uno sport come il tennis la tecnica è una componente fondamentale, anche ad altissimi livelli. Un gomito un po’ più alto o un po’ più basso può fare la differenza tra un colpo solidissimo e uno ballerino. In questa categoria Riccardo Piatti è un maestro assoluto. Lui stesso di recente in un’intervista ha sottolineato l’enorme lavoro tecnico che compie sui giocatori della sua accademia. I risultati si vedono nella meravigliosa fluidità di gioco del suo ultimo prodotto, Jannik Sinner, il cui corredo genetico di prima qualità ha certamente contribuito.

Riccardo Piatti e Jannik Sinner – Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

C’è poi l’allenatore-tattico. Quello che conosce tanto i punti di forza del proprio giocatore quanto le debolezze di tutti i suoi potenziali avversari nel circuito, anche quelli meno celebri, ed è capace di elaborare le strategie migliori per arrivare alla vittoria. Questi coach non cercano di far giocare il loro assistito in maniera perfetta, ma semplicemente migliore di quella del tennista che hanno di fronte nella determinata circostanza. Brad Gilbert, allenatore di Andre Agassi e Andy Roddick tra gli altri, ha fatto di questo principio il suo credo. Vincere sporco, winning ugly, come recita il titolo del suo libro.

Gli allenatori-motivatori sono una terza categoria. La categoria è molto varia nel senso che, così come tutti noi, i tennisti reagiscono a stimoli differenti in maniera differente. C’è chi ha bisogno di un allenatore molto presente e coinvolto nel match, sempre pronto a battere le mani e incoraggiarti dagli spalti. C’è anche chi, paradossalmente, trova più motivazioni e tranquillità in un coach assolutamente impassibile di fronte agli eventi della partita. Pensiamo ad Andy Murray, che in Ivan Lendl ha trovato una figura per nulla avvezza a farsi emotivamente coinvolgere dai suoi fino a quel punto della carriera esagerati brontolii in campo.

Altri tennisti hanno semplicemente (dove l’avverbio non sta a indicare la facilità, quanto il fatto che si tratta dell’unico aspetto rilevante) bisogno di circondarsi di figure con cui vanno molto d’accordo, di compagni di viaggio, di amici. Non bisogna sottovalutare il fatto che i giocatori passano più tempo con i propri coach che con le proprie famiglie durante la stagione. Pensiamo ad esempio ai sodalizi indissolubili, che caratterizzano un’intera carriera, come quello tra Andreas Seppi e Massimo Sartori. Sodalizi che cementano la fiducia reciproca al punto che il tennista non deve più mettere in discussione ciò che gli viene suggerito: anni di risultati sono un manifesto sufficiente.

La quarta e ultima categoria è quella degli allenatori-manager. Tra le mansioni di un allenatore, soprattutto se non c’è un team molto nutrito attorno, può esserci anche quella di organizzare la routine quotidiana del giocatore, sia durante i tornei che in off-season.

Naturalmente, un allenatore dovrebbe essere dotato di tutte queste doti. Può però spiccare in una di queste qualità rispetto alle altre. A seconda delle sue attitudini ed esigenze, un determinato giocatore può trarre beneficio da un determinato di tipo di allenatore. Il tennista che ha difficoltà a elaborare un piano tattico preciso può migliorare grazie a un allenatore che si concentra molto su quest’aspetto; un altro che fatica a tenere alta la concentrazione può avere gran bisogno di un motivatore.

Le necessità dei tennisti possono poi variare a seconda delle fasi della carriera. Il coach di cui un tennista ha bisogno a vent’anni potrebbe non essere lo stesso di quando ne ha trenta. A inizio carriera, un tennista può (e deve) ancora lavorare sui propri colpi, perfezionarli, limare i difetti ed esaltare le proprie armi migliori. Per farlo, è logico affidarsi a un coach molto attento alla parte tecnica. Inoltre, nei primi anni sul tour, il giocatore giovane potrebbe necessitare maggiormente di qualcuno che ne controlli i ritmi di lavoro. Con l’andare avanti dell’età i margini di miglioramento tecnico si assottigliano così come il bisogno di qualcuno che ‘diriga le operazioni’. Il salto di qualità ulteriore può essere reso possibile da un allenatore capace di stimolare nella maniera giusta un giocatore che magari si sente già arrivato. In una ideale parabola, ci si aspetta quindi che a inizio carriera il tennista abbia bisogno maggiormente di supporto tecnico e organizzativo e, successivamente, più motivazionale e strategico. 

Il caso di Dominic Thiem è particolarmente paradigmatico da questo punto di vista. L’austriaco si è formato sotto la sapiente guida di Gunther Bresnik, un coach di assoluto livello, che vantava nel suo curriculum anche una collaborazione con Boris Becker. Bresnik lo ha preso sotto la sua ala quando Dominic era un adolescente, togliendo ad esempio la seconda mano dal suo rovescio. Stagione dopo stagione nel circuito maggiore, Thiem ha migliorato enormemente il proprio bagaglio tecnico, oltreché la tenuta fisica, raggiungendo l’élite del tennis mondiale. Un anno fa, di improvviso, è arrivata la decisione di mollare Bresnik per Nicolas Massu, l’ex tennista cileno medaglia d’oro ad Atene 2004, sostanzialmente alla prima esperienza su una panchina del circuito ATP.

Una decisione che, a parte gli screzi del caso (e sono stati notevoli), può essere stata dettata dalla volontà di Thiem di trovare un allenatore in grado di stimolarlo meglio, anche tramite un maggior trasporto emotivo durante il match. Un aspetto sulla quale i due non potrebbero essere più diversi, con l’algido Bresnik da una parte e il focoso Massu dall’altra. Certo, grazie al cileno Thiem ha migliorato anche alcune soluzioni tattiche – usa con più profitto il rovescio tagliato e si sente più a suo agio a rete, come ha ammesso lui stesso. Però la formula magica che ha favorito l’approdo alle tre grandi finali – le due Slam e quella al Masters di fine anno – e la vittoria di Indian Wells consiste soprattutto nel grande feeling che i due hanno immediatamente trovato.

Nicolas Massu all’angolo di Dominic Thiem – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Ci sono poi anche i controesempi da questo punto di vista. Il caso forse più emblematico di un coach capace di dare una svolta (e che svolta) tecnica oltreché tattica ed emotiva alla carriera di un tennista in una fase già abbastanza avanzata è quello di Magnus Norman con Stan Wawrinka. Fino ai 28 anni, ovvero prima della cura Norman, Wawrinka era un giocatore forte ma non fortissimo. Il rovescio era potente ma non micidiale, il dritto incerto. Il coach ed ex tennista svedese ha saputo sensibilmente migliorare l’arsenale dello svizzero, rendendo i suoi colpi molto più incisivi. Questa evoluzione tecnica abbinata a una maggiore convinzione in sé stesso e a un lavoro fisico più puntuale, hanno trasformato Stan in Stanimal. Nonostante una breve interruzione tra il 2017 e il 2018, il rapporto tra Wawrinka e Norman prosegue ancora oggi. A testimonianza comunque delle ottime qualità di motivatore dello scandinavo. 

E che dire invece dei Big Three? A cosa gli sono serviti gli allenatori che si sono succeduti nelle loro rispettive carriere? Perché diamo per scontato che qualcosa (e più di qualcosa) abbiano contato visti i loro risultati senza precedenti nella storia del tennis. Federer è di gran lunga quello che ha avuto più avvicendamenti nel suo box da quando è sul tour: Peter Carter, Peter Lundgren, Tony Roche, Paul Annacone, Severin Luthi, Stefan Edberg e oggi Ivan Ljubicic. Quelli che forse sono stati più capaci di influenzare lo sviluppo del tennista svizzero sono stati Lundgren e Edberg. Due coach che hanno avuto il carisma di suggerire la strada a Federer per essere vincente. Perché per qualcuno che sa già fare tutto dal punto di vista tecnico, il problema è come scegliere le armi giuste per sconfiggere gli avversari. Lundgren ha trasformato un talento d’altri tempi con poca costanza in un implacabile tennista capace di dominare nel tennis moderno. Edberg ha avuto il carisma per fargli capire che per con l’avanzare dell’età, per rimanere competitivo, avrebbe dovuto fare un salto indietro nel tempo e avanti nel campo. Forse non è un caso che Federer si sia affidato in ogni caso sempre a ottimi tattici del tennis, lui che dall’alto del suo talento di preparare un piano partita ha sempre avuto poco bisogno. 

Il via vai è stato molto più limitato nei box di Nadal e Djokovic. Dopo una vita insieme, nel 2018 Rafa ha interrotto il sodalizio professionale con zio Toni, colui che lo aveva cresciuto tennisticamente, strappandolo anche al calcio, che scorre nelle vene della famiglia. Una decisione, quella dei due Nadal, dovuta a tanti fattori. In primis, la volontà di Toni di smettere di stare in viaggio tutto l’anno. Ma in questa separazione c’è stato anche un senso di fine di un percorso, di missione compiuta, quella di aver formato un campione assoluto, sotto ogni punto di vista, tecnico e mentale. Rafa ora è seguito da Carlos Moya, maiorchino come lui, suo punto di riferimento da ragazzino. Una scelta per rimanere comunque in famiglia, un elemento evidentemente imprescindibile per il fenomeno di Manacor.

Più indecifrabile rimarrà l’impatto di Marian Vajda sul luminoso percorso di Novak Djokovic. Vajda non è stato un campione nella sua carriera in singolare, prima di iniziare a lavorare con Nole nel 2006 era stato solamente capitano di Davis slovacca e non ha mai dato l’impressione di spiccate qualità da alcun punto di vista. D’altro canto, è sempre stato lì mentre il serbo mieteva uno Slam dopo l’altro. E quando nel 2017 Nole ha cercato nuovi stimoli assumendo due super-coach come Agassi e Stepanek, le cose non sono andate benissimo al punto che Nole è tornato presto sui suoi passi riprendendo Vajda (e successivamente a vincere). A detta dello stesso Agassi, il serbo mal digeriva posizioni diametralmente opposte alle sue. Vajda evidentemente riesce a toccare le corde giuste nel serbo. O forse a non toccarle affatto. Tra le abilità dell’allenatore di un top player, probabilmente, c’è anche quella di saper stare in disparte e avere semplicemente cura che nessun granello finisca per insinuarsi nell’ingranaggio quasi perfetto.

Novak Djokovic e Marian Vajda – Rolex Paris Masters 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

In conclusione, come sa in fondo bene anche Kyrgios, i coach servono anche nel tennis di altissimo livello. E serve soprattutto scegliere quello giusto, al momento giusto. 

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Tsitsipas ha vinto a Montecarlo: un segnale importante per il resto della stagione sulla terra?

Il greco è stato bravo e (in parte) fortunato. La domanda ora è: Nadal, Djokovic e Thiem sapranno ristabilire gli equilibri?

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La stagione su terra del 2021 è ufficialmente entrata nel vivo questa al Rolex Monte-Carlo Masters, e sorprendentemente il più grande giocatore di sempre sul rosso non ha centrato la vittoria numero 12 al torneo monegasco. Rafael Nadal è infatti stato battuto nei quarti di finale da Andrey Rublev per 6-2 4-6 6-2. A dire il vero, lo spagnolo era lontano dal suo stato di forma migliore: giocando un tennis a tratti falloso e servendo cinque doppi falli nel set di apertura, si è trovato a combattere contro sé stesso e contro un avversario apparso potente, preciso e calmo nei momenti decisivi.

La sconfitta di Nadal ha decretato anzitempo la finale tra Rublev e Tsitsipas, che sono poi effettivamente riusciti a raggiungere la finale. Quest’ultimo è riuscito a sfruttare al meglio un tabellone favorevole, concedendo solo 28 game in cinque partite; apparso in un ottimo stato di forma, è riuscito a tenere sotto controllo le proprie emozioni, migliorando giorno dopo giorno nel corso della settimana. Oltre alla sua bravura, il greco è stato anche fortunato, perché ha evitato una semifinale che sembrava scritta contro Novak Djokovic, arrivato imbattuto in stagione a questo torneo. Djokovic non era il favorito a Montecarlo soltanto a causa della presenza di Nadal, ma tutti si sarebbero aspettati un percorso sicuramente migliore da parte del serbo.

Come Nadal, il serbo ha disputato a Montecarlo il suo primo torneo post-Australian Open e, sicuramente, non è stato favorito dalla lunga assenza dai campi. Dopo il bye al primo turno, Djokovic ha giocato un match solido al suo esordio contro il promettente Jannik Sinner. L’altoatesino arrivava dalla sua prima finale in un Masters 1000 a Miami, e perciò Djokovic non ha sottovalutato la sfida, vincendo nettamente per 6-4 6-2 con una prestazione di prim’ordine. La sua difesa è stata particolarmente impressionante: ha fatto capitolare Sinner più e più volte grazie allo splendido anticipo in risposta, all’ottimo controllo degli scambi e ad una grande prova di rovescio, giocando la partita come se si trattasse di una semifinale o una finale.

 

Eppure, Djokovic è apparso totalmente diverso appena 24 ore dopo, quando è sceso in campo per affrontare Dan Evans negli ottavi di finale. I due non si erano mai affrontati, come successo con Sinner il giorno precedente, ma, a differenza del match contro l’italiano, Djokovic è apparso spaesato, ed il suo gioco solido si è rivelato controproducente al cospetto di Evans. Il britannico ha messo in grande difficoltà Nole, falloso fin dai primi giochi dell’incontro. Prima che potesse rendersene conto, Djokovic ha subito due volte il break nei primi due turni di servizio, trovandosi da subito a rincorrere sullo 0-3 nel primo set. Il serbo è riuscito a recuperare fino al 4-4 per poi cedere nuovamente la battuta, perdendo il primo set 6-4. Nel secondo Djokovic si è portato subito sul 3-0 ma ancora una volta si è trovato a commettere tanti errori non forzati, facendosi rimontare sul 4-4. Ha avuto un set point nel decimo game, mancandolo però con l’ennesimo unforced di rovescio – Evans ha poi vinto l’incontro per 6-4 7-5. Il giocatore britannico ha poi sconfitto David Goffin nei quarti di finale, prima di venire strapazzato in semifinale da Tsitsipas con un netto 6-2 6-1.

Rublev ha invece avuto una strada molto più difficile verso la finale. Negli ottavi ha superato al fotofinish il sempreverde Bautista Agut, ponendo le basi per la battaglia contro Nadal. Il russo ha sfruttato i problemi al servizio di Nadal nel primo set, vincendolo facilmente e portandosi sul 3-1 e poi sul 4-2 nel secondo. Ha inoltre avuto palle break nel quinto e nel settimo game, non riuscendo tuttavia a convertirle grazie alla ben nota caparbietà del maiorchino, capace una volta di più di esaltarsi nel momento di maggior pressione. Vincendo quattro game consecutivi, Nadal ha portato il match al terzo, ma Rublev ha resistito in maniera encomiabile alle controffensive dell’undici volte campione ed è riuscito a vincere 6-2 4-6 6-2, breakkando Nadal tre volte nel set iniziale e altre tre volte nel terzo. Rublev ha poi sconfitto Casper Ruud in due set, accedendo così alla finale.

Sulla carta, la sfida per il titolo appariva come un match tiratissimo – i due giocatori si erano equamente divisi le vittorie nei sei precedenti confronti diretti. Rublev, tuttavia, arrivava da una settimana dura, mentre Tsitsipas era fresco, in fiducia, ed in totale controllo dei colpi da fondo grazie alla sua maggiore varietà; ha così meritatamente sconfitto un Rublev sottotono per 6-3 6-3.

Quindi, come interpretare ciò che è accaduto a Montecarlo? Cosa dobbiamo aspettarci dalla stagione su terra rossa ed in particolare dal Roland Garros?

Cominciamo con Tsitsipas. Non c’è dubbio che abbia vissuto una splendida settimana, suggellata da un trionfo atteso da tanto tempo. Nel 2018 aveva perso la finale contro Nadal al Masters 1000 in Canada, superando Djokovic per la prima volta lungo il suo cammino. Quella era solo la sua settima apparizione in un torneo Masters 1000, e aveva mostrato un tennis brillante per tutta la settimana. A Madrid, l’anno successivo, ha sconfitto Nadal sulla terra battuta in semifinale prima di perdere contro Djokovic. Alla fine di un memorabile 2019, Tsitsipas ha conquistato il titolo più importante della sua carriera alle ATP Finals di Londra, mentre l’anno scorso, quando la pandemia ha sconvolto il mondo, ha avuto l’opportunità di giocare solo tre eventi Masters 1000, e la sua migliore performance è stata la semifinale a Cincinnati/New York. Dobbiamo poi ricordare che è stato un pericolo costante anche negli Slam: ha raggiunto la sua prima semifinale all’Australian Open nel 2019, estromettendo Federer prima di perdere da Nadal; l’anno scorso al Roland Garros è apparso in grande forma, sconfiggendo Rublev e raggiungendo le semifinali prima di cedere a Djokovic in cinque tiratissimi set; questo febbraio, a Melbourne, Tsitsipas ha poi raggiunto la sua seconda semifinale australiana, inchinandosi soltanto a Daniil Medvedev.

Dal 2018, quindi, Tsitsipas ha dimostrato più e più volte di essere un giocatore costruito per i grandi palcoscenici e desideroso di mettersi in gioco contro i migliori al mondo. Questa vittoria a Montecarlo non è una garanzia che arriverà fino in fondo al Roland Garros 2021, ma quantomeno sembra indicare che potrà giocarsi le sue carte sulla terra contro chiunque. Non importa come si esibirà da qui all’inizio del Roland Garros alla fine di maggio, perché in virtù di questa straordinaria vittoria Tsitsipas si è posizionato di diritto come un contender a Parigi. Si presenterà in Francia con la convinzione che le sue possibilità siano buone come quelle di chiunque altro al di fuori di Nadal e, forse, di Djokovic.

Come devono essere valutati gli altri candidati principali in attesa che si svolgano i prossimi tornei sulla terra battuta? Non credo che Nadal sarà giù di morale dopo la sconfitta contro Rublev: sa che è stato uno di quei giorni in cui si è imbattuto in un avversario pressoché perfetto, peraltro in una serata in cui l’aria era fredda ed il vento pesante. Nadal può sopportare venti vorticosi meglio di chiunque altro nel tennis, ma l’aria più fredda lo ha ostacolato notevolmente e ha tolto vivacità al rimbalzo dal suo caratteristico dritto – non ha avuto modo di far giocare a Rublev un numero sufficiente di colpi sopra le spalle.

Questa settimana Nadal è la tds N.1 nel torneo di Barcellona, e mi aspetto che vinca per la dodicesima volta uno dei suoi tornei preferiti. Anche Rublev e Tsitsipas sono iscritti al torneo spagnolo, e potrebbero incontrarsi in semifinale. Il tabellone di Nadal mi fa pensare che non possa perdere a Barcellona prima della finale; inoltre, essendo appena uscito da una sconfitta a Monte Carlo, Rafa sarà terribilmente desideroso di vendicare la sua sconfitta contro Rublev a Montecarlo e di rispondere a Tsitsipas, che ha sorpreso lo spagnolo rimontandolo nei quarti dell’Australian Open. Prima di quest’anno, a Nadal era capitato solo contro Roger Federer in una splendida finale di Miami nel 2005 e contro un indemoniato Fabio Fognini sotto le luci dello US Open 2015.

Anche Djokovic è tornato in azione questa settimana all’ATP 250 di Belgrado. Esibirsi di fronte ai fan di casa dovrebbe ispirarlo, consentendogli di fare ammenda per Montecarlo e forse di ottenere il titolo numero 83 in carriera. A Belgrado saranno presenti, tra gli altri, anche il semifinalista dell’Australian Open Aslan Karatsev, l’americano Sebastian Korda ed il numero uno italiano Matteo Berrettini. Gli avversari saranno forti ed agguerriti, ma Djokovic ha sicuramente buone possibilità di conquistare il titolo ed accendere definitivamente la miccia della sua campagna su terra.

Inizialmente anche Dominic Thiem avrebbe dovuto giocare a Belgrado, ma si è chiamato fuori per un problema al ginocchio. L’austriaco aspetterà gli eventi Masters 1000 di Madrid e Roma per esibirsi sulla terra battuta dopo un inizio preoccupante di 2021. Dopo aver vinto il suo primo major allo US Open e nonostante la cocente sconfitta contro Medvedev nella finale delle ATP Finals, Thiem appariva il candidato numero uno a spodestare Djokovic e Nadal dal trono della classifica ATP. Ciononostante, il suo 2021 è iniziato in maniera incredibilmente opaca: dopo una sconfitta per 6-4 6-4 6-0 negli ottavi per mano di Grigor Dimitrov all’Australian Open quando apparentemente era alle prese con un infortunio, Thiem ha vinto solo una partita tra Doha e Dubai, e da allora non ha più giocato – il suo record stagionale è fermo a 5-4.

Così le sue prestazioni a Madrid e Roma, in attesa del Roland Garros, potrebbero essere fondamentali per determinare le sue ambizioni per il resto dell’anno. Dei suoi 17 titoli ATP in carriera, 10 sono arrivati sulla terra battuta; inoltre, l’austriaco è già arrivato due volte in finale all’Open di Francia. Ora, però, sembra che stia lottando immensamente contro le sue insicurezze, ed è chiaramente ad un bivio emotivo.

Ribadisco il mio pensiero: credo che Nadal sarà il vincitore a Barcellona e Djokovic a Belgrado. I protagonisti avranno quindi una settimana di ferie prima di trasferirsi a Madrid e Roma, dove ci aspettano splendidi tornei sulla terra rossa. Credo che Tsitsipas possa vincere uno dei due, così come Rublev. In quelle due settimane cruciali, penso che anche Sascha Zverev dimostrerà ancora una volta quanto sia forte sulla terra battuta: il tedesco ha vinto il suo primo titolo Masters 1000 a Roma quattro anni fa, e anche quest’anno sarà un serio contender sia a Madrid che a Roma. Thiem, inoltre, arriverà in fondo ad almeno uno di questi due tornei. Cosa dobbiamo pensare di Medvedev? Tutti e dieci i suoi titoli in carriera sono arrivati sui campi in cemento; inoltre, si è dovuto ritirare da Montecarlo perché è risultato positivo al coronavirus. Forse il numero due del mondo tornerà il mese prossimo per competere sulla terra battuta, ma difficilmente sarà in piena forma.

Nadal ha sempre avuto problemi con l’altitudine di Madrid; tra tutti gli eventi su terra, è sicuramente quello che ama di meno. Ha vinto Monte Carlo e Barcellona 11 volte ciascuno e Roma nove volte. Ha vinto 60 dei suoi 86 titoli in carriera sulla terra battuta (producendo un incredibile record di 447-41), inclusi 13 Roland Garros, ma ha vinto Madrid solo quattro volte sulla terra battuta (più un’altra sul cemento indoor). Quindi per il torneo spagnolo vedo qualcun altro come campione. Djokovic, Zverev e Thiem potrebbero essere i tre principali contendenti, ma anche Sinner sarà da tenere d’occhio. Roma? Sebbene Djokovic abbia conquistato il suo quinto titolo lo scorso anno, credo che Nadal si riprenderà lo scettro conquistando il suo decimo titolo.

Nel frattempo, Roger Federer ha annunciato i suoi prossimi impegni: giocherà l’ATP 250 di Ginevra la settimana dopo Roma, a cui farà seguito la sua diciannovesima presenza al Roland Garros. Il campione dell’Open di Francia 2009 certamente non vincerà un secondo titolo quest’anno, ma adora giocare lì. Può arrivare alla seconda settimana con un buon tabellone, e probabilmente perderà agli ottavi o ai quarti, o, nella migliore delle ipotesi, in semifinale. Non mi spingo oltre con le previsioni in attesa del Roland Garros – voglio vedere come se la caveranno i migliori giocatori a Madrid e Roma prima di fare pronostici seri per Parigi. Nel frattempo, non vedo l’ora di vedere tutte le evoluzioni tennistiche dei top player in questo mese, su una superficie che tira fuori il lato più artistico del tennis. Questo è il periodo dell’anno in cui tutto prende vita nel mondo del tennis.

Traduzione a cura di Marco Tidu


Steve Flink si occupa di tennis a tempo pieno dal 1974, quando ha iniziato a lavorare per World Tennis Magazine, dove è rimasto fino al 1991. Ha poi lavorato per Tennis Week Magazine dal 1992 al 2007, mentre negli ultimi 14 anni ha scritto per tennis.com e tennischannel.com. Flink ha scritto quattro libri sul tennis: “Dennis Ralston’s Tennis Workbook”, pubblicato nel 1987; “The Greatest Tennis Matches of the Twentieth Century”, nel 1999; “The Greatest Tennis Matches of All Time”, nel 2012; e “Pete Sampras: Greatness Revisited”. Quest’ultimo è uscito nel settembre del 2020 e può essere acquistato in lingua originale su Amazon.com. Flink è entrato a far parte della International Tennis Hall of Fame nel 2017.

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Tennisti e vaccino anti Covid-19: si allarga il contingente dei no-vax

Intervistati da Ben Rothenberg, si schierano contro la profilassi Rublev, Schwartzman, Svitolina e Sabalenka. Favorevole Osaka. ATP e WTA all’unisono: “Vaccini consigliati, ma nessun obbligo”

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In foto Simona Halep, la prima tennista a pubblicare una foto dopo essersi vaccinata

È la questione più dibattuta al mondo, destinata a soggiornare sulle prime pagine di ogni organo di stampa per molti mesi ancora, almeno fino a quando la campagna vaccinale arriverà agli agognati sgoccioli. Vaccini sì o vaccini no? I vantaggi dell’inoculazione saranno superiori alle conseguenze del rifiuto? Un dibattito logorante, anche se il filato dell’interrogazione sembra per lo più realizzato in lana caprina.

Al di là di alcune prese di posizione al limite del mostruoso, il grande dubbio che circonda l’utilizzo della ‘bomba H’ progettata per mettere definitivamente all’angolo il virus – contro cui purtroppo non esistono profili terapeutici di efficacia certa – non può non interessare il tennis, lo sport sballottato con più veemenza dai cupi soffi della pandemia. Organizzato in Tour e quindi per sua stessa costituzione incline a valicare confini tutte le settimane, costretto ogni volta a misurarsi con faldoni normativi diversi da Stato a Stato e a cambiare di continuo aeroporti, alberghi e palestre, il mondo della racchetta è sin dai primi giorni al centro del cataclisma, obbligato a cercare soluzioni scomode che, comprensibilmente, vista la delicatezza del problema, si scontrano con le multiformi sensibilità delle parti in causa.

La primigenia esternazione, genitrice dell’aspra dicotomia sul tema, fu quella di Novak Djokovic, contrario alla profilassi da tempi non sospetti: la presa di posizione del numero uno al mondo, cui venne all’istante affibbiato dagli avversari politici il maligno soprannome Novax, seguita dalla disinvolta gestione del discusso Adria Tour da lui patrocinato, aprirono la tesa tavola rotonda, ormai quasi un anno fa. Per carisma, ruolo e facondia eccellente nel creare proseliti, o anche senza nesso di causalità e semplicemente perché si tratta di uno scetticismo diffuso, tra i colleghi più giovani c’è chi la pensa allo stesso modo. Giusto nella giornata di martedì, il celebre corrispondente del New York Times Ben Rothenberg ha raccolto le dichiarazioni di cinque professionisti, due donne e tre uomini, invitati a riferire le loro intenzioni: si vaccineranno? Non lo faranno? E se sì, quando?

 
Qui trovate raccolti i pareri di Svitolina, Rublev, Sabalenka e Schwartzman

La tendenza generale delle risposte restituisce perlomeno una generale mancanza di visione d’insieme, un pizzico di qualunquismo egoista e una spolverata di bizzarre convinzioni. Elina Svitolina e Andrey Rublev, posizionati grossomodo sulla medesima falsariga, sottolineano come la vaccinazione non porterebbe loro alcun vantaggio, o addirittura alcun privilegio, per dirla con il russo. Il fatto che il famoso vaccino diminuirebbe la possibilità di trasferire il virus al prossimo evidentemente non stimola il loro interesse. “La nostra situazione non migliorerebbe granché – hanno fatto sapere i due più o meno in coro -, l’ATP, la WTA e i governi locali ci obbligherebbero comunque a stare nella bolla e a passare un periodo di quarantena dopo ogni trasferimento“. La convinzione del russo non sembra poggiare su basi solidissime: “Da quali presupposti deriva questo rifiuto? Non lo so, non saprei risponderti“.

La tennista da Odessa teme effetti collaterali e soprattutto i pochi test effettuati prima della distribuzione di massa; come Aryna Sabalenka, la quale, per la presumibile soddisfazione di Djokovic, condisce la dissertazione con un po’ di mistica scientifica. “Non credo nel vaccino – ha detto a Rothenberg la bielorussa -; se sarò obbligata a farlo per poter giocare i tornei allora non avrò scelta, ma di sicuro non permetterò che i miei famigliari lo facciano. Se dovessi essere costretta, sceglierei comunque quello più caro sul mercato, perché più sicuro, e con meno probabilità di inficiare il mio corredo genetico“. Questa è una inesattezza piuttosto grossa, qui è spiegato brevemente perché.

Anche Diego Schwartzman si schiera dalla parte del no. “Sono contrario, i vaccini non fanno parte né della cultura né tantomeno della tradizione della mia famiglia. Inoltre, al momento l’approvvigionamento è parecchio problematico in Argentina. Se l’ATP ci ha detto che potrebbe provvedere? Non proprio. Abbiamo sentito dire molte volte che il Comitato Olimpico potrebbe aiutarci in vista dei Giochi di Tokyo. Se ciò sarà possibile per noi atleti, e la somministrazione dovesse essere attuata nella perfetta osservanza di tutti i crismi legali e clinici, potrei prendere in considerazione la possibilità di farlo“. L’unica voce fuori dal coro, tra gli interrogati, è quella di Naomi Osaka. La numero due del mondo ha tagliato corto, limitandosi a rispondere “mi vaccinerò sicuramente, quando sarà il mio turno“.

Posto che le decisioni dei giocatori potrebbero drasticamente cambiare indirizzo una volta che i diversi Stati chiariranno le rispettive politiche in tema di ingressi e soggiorni (è praticamente certo che Australia e Cina consentiranno l’accesso al territorio nazionale solo ai vaccinati, con buone probabilità di essere imitate da altri Paesi), un numero tanto elevato di voci univoche contrarie alla pratica ha creato un discreto sconquasso nelle stanze dei bottoni, forzando due comunicati di tenore pressoché identico rilasciati a stretto giro di posta da ATP e WTA.

Basandosi sulle evidenze scientifiche emerse, ATP raccomanda a tutti la vaccinazione al COVID-19 – si legge nel bollettino dell’Associazione Tennisti -. Parallelamente, restiamo a disposizione per sostenere e supportare la distribuzione a tutti i livelli e in tutto il mondo, dando priorità a chi avrà maggiore necessità di protezione. Inoltre ci stiamo confrontando con infettivologi e virologi per valutare le migliori strategie di somministrazione quando le dosi saranno disponibili su larga scala, mentre collaboriamo con altre leghe sportive internazionali e consulenti esterni con l’obiettivo di individuare le modalità di gestione migliori nell’ambito dello sport. Qualsiasi aggiornamento ulteriore riguardo ai prossimi passi da compiere e alle opzioni di vaccinazione disponibili per i nostri atleti verrà comunicato con la massima tempestività“.

Una nota protocollare, non dissimile dalla gemella parimenti impiegatizia ma leggermente più decisa resa pubblica dalla controparte femminile. “La WTA crede nel vaccino e incoraggia chiunque a sottoporvisi. Ciò sarà decisivo per proteggere dal virus l’individuo vaccinato e colui che ancora non lo è, accelerando il processo di ritorno alla normalità tanto agognato. Insieme ai fidati consulenti della Mayo Clinic (l’organizzazione non-profit per la ricerca medica con sedi a Rochester, Jacksonville e Phoenix, NdR) saremo in grado di assistere gli atleti e consigliarli al meglio sui benefici che i diversi vaccini sul mercato garantiscono. Detto questo, la WTA non obbligherà nessuna giocatrice a vaccinarsi, in quanto decisione personale insindacabile che rispetteremo, qualunque essa sia“.

CONCLUSIONI

Osserveremo, con la dovuta preoccupazione visti i chiari di luna, quello che accadrà. Nel frattempo ci permettiamo di considerare igienica una riflessione: i giocatori sono anche dei piccoli capi-azienda, con la responsabilità di stipendiare un team più o meno nutrito di allenatori, fisioterapisti e preparatori con i quali, per dieci mesi l’anno, intrattengono rapporti pressoché simbiotici: è lecito sospettare che le giovani star possano condizionare la vita di chi lavora nella squadra con le loro scelte. Scelte che nella stragrande maggioranza dei casi non sembrano fondate su processi cognitivi conclusi con profitto.

Per comprendere compiutamente cosa siano gli mRNA, ma anche solo i processi di replicazione del genoma, fior di specializzati in biologia molecolare ci hanno rimesso qualche bocciatura nel percorso di studi. Le persone comuni, nel cui novero ci onoriamo di accasarci insieme ai tennisti e alla stragrande maggioranza dei bipedi che popolano questa landa desolata chiamata Terra, hanno solitamente bisogno di un aiuto qualificato per leggere le analisi del sangue quando arriva il referto, figuriamoci il resto.

Noi, provando a restare il più possibile adesi alle evidenze scientifiche, ci rifacciamo a una nota pubblicata in data 29 marzo dall’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) che in sostanza riassume il seguente concetto: è stata provata l’efficacia dei vaccini nel ridurre le forme più severe di COVID-19, e sebbene i trial di studio non siano stati strutturati per misurare la riduzione del rischio di trasmissione del virus da parte di chi si vaccina, ma appunto per evitare che la gente contragga forme gravi della malattia, è comunque presumibile che la vaccinazione abbia un effetto preventivo anche sulla trasmissione del virus. A conferma di questa teoria esiste un solo studio, sviluppato in Scozia, in cui si segnala come la vaccinazione di un membro della famiglia riduca del 30% le possibilità di contagio dei conviventi, e solo attraverso ulteriori indagini (effettuate su campioni più ampi) si potranno avere conferme definitive in tal senso. Le autorità sanitarie affermano che, al momento, è ragionevole crederlo.

Chiudiamo parafrasando il mirabile articolo scritto proprio ieri da Simon Briggs sul Telegraph. Occorre comprendere come molti giocatori, prima dell’inizio della pandemia, abbiano vissuto in un’antesignana bolla: quella fatta di agenti, sponsor, coach e danti causa dei più disparati: c’è da sospettare che qualcuno, nel percorso di crescita filtrato da una lente lattiginosa deformante, abbia precocemente smarrito il contatto con la realtà.

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Opinioni

Che strano Miami Open: senza Big, seduto sulla Faglia di Sant’Andrea del tennis

Fa caldo, non ci sono tifosi, i tennisti rischiano il collasso in campo e qualcuno sbrocca. Sullo sfondo, la crisi politica e un tentativo di rivoluzione. Con Pospisil Robespierre

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Vasek Pospisil, prossimo a spaccare la racchetta

Un po’ ce lo aspettavamo, bisogna dirlo. I ventidue rinunciatari su settantanove aventi diritto a partecipare al Masters 1000 di Miami erano un discreto segnale, quasi una sirena d’allarme. Non si tratta di uno dei tornei più longevi del circuito – la prima edizione è datata 1987, dopo due anni tra Delray Beach e Boca West – ma il Miami Open è riuscito a costruirsi una sua identità nel circuito. Anche grazie all’unione immateriale con Indian Wells, assieme a cui forma il Sunshine Double che nel 2020 è saltato per intero e quest’anno deve reggersi su una gamba sola, quella a mollo sulle rive della East Coast. L’altra metà dell’identità del torneo di Miami è quella latina, che del resto pervade tutta la Florida (più di quanto accada in California): pensate che prima del torneo è previsto un Media Day tutto latino, riservato ai tennisti sudamericani, e che lo sponsor che dà il nome al torneo dal 2015 – Itaù – è una banca brasiliana che negli Stati Uniti ha appena due o tre uffici di rappresentanza. Si potrebbe quasi dire che è un torneo con radici sudamericane prestato alla Florida.

L’edizione 2021 sembra del tutto priva di questa identità, però. Il pubblico praticamente non c’è, o comunque quei pochi che siedono sugli spalti non sono sufficienti a restituire alcun ‘calore latino’; chiedere a Galan, colombiano, che ha rovesciato il pronostico contro de Minaur ma in cambio ha ricevuto solo qualche timido applauso. Il torneo non sembra ancora essersi adattato al cambio di sede del 2019, nonostante un profondo sforzo logistico nell’area dell’Hard Rock Stadium (infarcita di palme e campi ground) che adesso ospita la competizione; Key Biscayne (Crandon Park) era un incubo per gli spostamenti, ci assicura chi lo ha frequentato più volte, ma era uno splendido posto per giocare a tennis.

Gli spalti vuoti certamente peggiorano la resa televisiva degli incontri, ma si ha la costante sensazione che le partite si stiano giocando in un parcheggio, o comunque in un luogo di passaggio. Appare però necessario rimandare il giudizio alla prima edizione che si disputerà con il pubblico e – soprattutto – con i migliori ai nastri di partenza. Questo è il primo Masters 1000 privo di Fab 3 da Bercy 2004: per darvi un contesto, a quel torneo parteciparono appena quattro giocatori che oggi sono ancora in attività – Feliciano Lopez, Tsonga, Monfils e Robredo – e il vincitore fu Marat Safin, uno che sembra appartenere a tutt’altra epoca tennistica (e infatti è così).

A tutte queste difficoltà si aggiunge un caldo piuttosto umido che sta influenzando la qualità degli incontri. Le povere Ahn e Jabeur hanno addirittura vomitato in campo, a causa delle difficili condizioni atmosferiche, così come una raccattapalle durante il match tra Galan e de Minaur. Paire si è tolto e rimesso la maglietta (completamente nera: non una gran scelta, Benoît) praticamente a ogni cambio campo contro Musetti, un match che già non aveva particolare voglia di giocare. Zverev non ha opposto grossa resistenza alla rimonta di Ruusuvuori, piegandosi sulla racchetta ogni due per tre con il sudore a colargli dalla fronte. Jack Draper ha addirittura rischiato di svenire in campo (e infatti si è ritirato). Chi è sul posto conferma: le temperature non saranno altissime, ma è complicato stare al sole per molto tempo.

Vika Azarenka, che da poco si è trasferita a Miami, ha spiegato la strana sensazione di giocare un torneo che ha una storia trentennale eppure sembra del tutto nuovo. “Beh, sicuramente è il torneo per giocare il quale ho fatto meno strada, e questo aiuta. Se mi sento a casa? Mi ci sto abituando: ho la sensazione che la vecchia sede fosse più confortevole, così questo mi sembra più un torneo nuovo che il ‘solito’ Miami Open“. Anche i campi sono diversi, e un po’ tutti i giocatori li stanno trovando piuttosto lenti. Vika conferma: “Sono abbastanza d’accordo. La palla rimbalza molto, ma allo stesso tempo a volte viaggia più veloce. Dipende dal tipo di colpo: alcune palle, quelle con più spin, vanno piuttosto lente, mentre i colpi piatti viaggiano un po’ di più. Dipende dallo stile di gioco“. Più di qualche big server in effetti è saltato (Opelka, Querrey, Zverev, Kudla, Anderson) ma non è detto che ciò sia accaduto solo per la lentezza dei campi – del resto Raonic e Isner sono ancora in pista.

Un po’ di polemica, Q.B.

Insomma, manca il pubblico, mancano alcuni dei giocatori più forti, sinora sta mancando anche lo spettacolo. Eppure il Miami Open ha trovato il modo di far parlare di sé, anche grazie a un paio di elementi di polemica.

Il primo lo ha riportato a galla proprio Paire, che per amore dei 16.000 dollari di montepremi (altrimenti perché andare a Miami?) ha fatto poco più che presenza contro Musetti. C’è chi dice che dovrebbero impedirgli di partecipare ai tornei se ha poca voglia di giocare, qualcuno addirittura dice che bisognerebbe azzerare soldi e punti riservati a chi perde al primo turno (non c’è bisogno di spiegare perché è una proposta sciocca, basti dire che al primo turno perde anche chi s’impegna molto). Paire ha risposto così, sulle colonne de L’Équipe: “Mi vogliono squalificare? Dicono che non ho diritto di stare qui? Io faccio del mio meglio, e a volte il mio meglio non è granché. Ma non vedo perché dovrebbero squalificarmi. Dai, ci vediamo a Montecarlo; un grande torneo, non vedo l’ora di combattere“. Di sicuro non gli mancano sarcasmo e levità nell’affrontare la questione.

Il secondo elemento è decisamente più interessante, nonché più preoccupante per il futuro del tennis. La scen(eggi)ata di Pospisil durante la partita contro McDonald, che ha visto il canadese insultare pubblicamente Gaudenzi (reo a sua volta di averlo rimbrottato ‘per un’ora e mezza’ durante l’ultimo meeting tra i giocatori e l’establishment dell’ATP), è quasi certamente il sintomo di un malessere profondo, la crepa in superficie di una frattura che somiglia sempre di più alla Faglia di Sant’Andrea del tennis contemporaneo. Ma prima di illustrare la faglia, vorremmo esprimere la nostra solidarietà al povero Arnaud Gabas, giudice di sedia, che in questa storia proprio non c’entrava nulla e si è ritrovato a dover gestire le ire di Pospisil dopo aver già preso una pallata in un occhio da un altro tennista canadese, Shapovalov; se chiederà di non arbitrare più un nordamericano, capiremo.

Secondo indiscrezioni del sito Opencourt, Gaudenzi e compagnia avrebbero dato a Pospisil del maleducato e ignorante durante il meeting incriminato, costringendolo alle lacrime. Per chi non ha seguito queste beghe sin dal principio: perché proprio Pospisil? Il canadese e Djokovic, nel pieno della bolla newyorchese dello scorso agosto, si sono dimessi dal Player Council dell’ATP per fondare la PTPA, una nuova associazione atta a rappresentare con maggiore attenzione gli interessi dei giocatori. Dunque, pur essendo ormai fuori dagli organi consultivi dell’ATP – prima dell’elezione dei nuovi membri del Council del dicembre 2020, è stato impedita la candidatura a chi aveva già aderito alla PTPA – Pospisil rimane il Robespierre dei tennisti in questo tentativo di rivoluzione. Tanto più in assenza di Djokovic, che a Miami ha scelto di non giocare.

Il tennis ha sicuramente dei problemi, esacerbati dalla pandemia. È uno sport in cui gli Slam contano più di quanto dovrebbero, e sicuramente più degli organi in teoria incaricati di gestire il tennis professionistico (ATP e WTA); è uno sport in cui c’è una grossa sproporzione tra primi della classe e tennisti ai margini della top 100, più di quanta ce ne sia in qualsiasi altro sport individuale o di squadra; è uno sport che fa grosso affidamento sul ticketing e in questo momento di biglietti non se ne vendono; è uno sport che, come dice Gaudenzi, ottiene meno di quello che dovrebbe ottenere dai diritti televisivi se consideriamo quanti appassionati ci sono nel mondo. Il grafico pubblicato in questo ottimo articolo di Bloomberg (se masticate l’inglese, consigliamo vivamente la lettura; altrimenti aspettate la nostra traduzione, è in arrivo) riassume la situazione.

 YouGov Sports, SportsBusiness Annual Media Report 2018

Anche la contro-proposta di Pospisil e Djokovic ha dei problemi, però. Nello specifico, non sembra davvero una proposta ma piuttosto un tentativo di cambiare lo status quo senza un piano preciso. Dire di voler essere rappresentati meglio e di voler avere montepremi più alti non è sufficiente, quando ci si vuol sedere ‘al tavolo dei grandi’.

Lo ha spiegato benissimo il doppista Marcus Daniell, inizialmente affiliato alla PTPA e inserito anche nel gruppo WhatsApp della neo-associazione, in una puntata del podcast Baseline Exchanges. “Mi è sembrata un’organizzazione davvero amatoriale. Mi hanno inviato un documento da firmare, io l’ho mostrato a mia moglie e alla moglie del mio partner di doppio, entrambi avvocati, e si sono messi a ridere dicendo che nessuno firmerebbe un documento del genere. Non penso che la struttura che stanno cercando di mettere in piedi possa essere un miglioramento rispetto all’ATP. E non mi è piaciuto come hanno risposto alle mie domande, le hanno percepite come un attacco personale. Semplicemente non pensavo [il documento, ndr] fosse buono abbastanza per una organizzazione professionale“.

Sotto alcuni punti di vista, questo stallo tennistico alla messicana ricorda molto la situazione politica che ha favorito l’ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia: la progressiva sfiducia nei confronti della classe dirigenziale e la voglia di cambiare le cose, così da riporre in soffitta la ‘vecchia politica’ (che ha le sue colpe, come certamente le ha l’ATP per alcune mancanze di gestione) e mettere al centro i cittadini (in questo caso i tennisti). Se non che il sostegno al partito italiano (nato nel 2009) si è fatto massiccio in breve tempo, mentre alla PTPA hanno aderito soltanto alcuni giocatori. Federer e Nadal, per dirne due che hanno un certo peso, si sono schierati subiti dalla parte opposta.

Oltre che dal numero 1 del mondo, dopo la sua sfuriata Pospisil ha ricevuto attestati di solidarietà anche da Isner, Johnson, Sandgren, Karlović, Harrison, Rajeev Ram e dai connazionali Raonic e Shapovalov (il quale ha detto ‘Non siamo sotto-rappresentati, ma potremmo comunque essere rappresentati meglio‘). Vedremo come andrà a finire. Di sicuro il Miami Open sta raccontando una storia che non può essere ignorata: il tennis professionistico non gode di ottima salute. E i tumulti continueranno.

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