Il tennis va modernizzato? Ultimate Tennis Showdown e nuovi merletti (seconda parte)

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Il tennis va modernizzato? Ultimate Tennis Showdown e nuovi merletti (seconda parte)

La traduzione del saggio di Matthew Willis su ‘The Racquet’ ci introduce al concetto di accessibilità di uno sport. Il difetto del tennis è la sua scarsa visibilità fra le sottoculture giovanili: l’accesso ai nuovi fan deve essere più semplice

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Questo articolo, traduzione di un longform scritto da Matthew Willis su ‘The Racquet’, è la prosecuzione della prima parte pubblicata qualche giorno fa: la potete leggere qui. Oggi vi introduciamo – o meglio, Matthew Willis vi introduce – al concetto di accessibilità di uno sport e tiriamo le conclusioni.


Opzione 2: accessibilità

Anche se non penso che il tennis verrà presto confinato agli ospizi americani come fa Mouratoglou, sono però convinto che come sport sia diventato eccessivamente rigido in termini di accessibilità per i nuovi appassionati, sia culturalmente che tecnologicamente. A mio parere, questo è un problema separato dalle modifiche del format, un problema più evidente e pressante.

Quando si parla di fan, lo sport ha due caratteristiche: ampiezza (la facilità nello scoprire un dato sport e nell’appassionarcisi) e profondità (la profondità dell’interesse, della passione e dell’interazione che vengono sviluppate una volta scoperto lo sport). Storicamente, il tennis è sia ampio che profondo, ampio per il suo appeal internazionale (i suoi eventi principali si svolgono in vari continenti, molti canali televisivi trasmettono gli Slam gratuitamente o a basso prezzo, e i suoi migliori giocatori sono volti che trascendono il gioco) e profondo (per il tempo che i tifosi più appassionati hanno sacrificato volontariamente per superare le sue barriere precostituite, come il sistema di punteggio complesso e le differenza fra superfici e stili di gioco).  

 

Il tennis non ha problemi a mantenere la propria profondità (anzi, oggi il gioco potrebbe essere arrivato al massimo livello in questo senso, vista la passione e competenza che si possono vedere nelle varie comunità online e nei tornei), ma negli ultimi due decenni ha indubbiamente perso in ampiezza nei confronti dei più giovani, a dispetto della compresenza di alcune delle star con più appeal commerciale di sempre, come i Big Three o le Williams.

Punti d’accesso

(Questo è un semplice grafico che ci aiuta a pensare all’interesse dei fan e alla scoperta di nuovi sport. Più uno sport è ampio, più è accessibile per nuovi fan, e più punti d’accesso ci saranno per loro da cui “entrare”. Più uno sport è profondo, più i fan sono appassionati e competenti, più interagiscono, e più continueranno a seguirlo).

(NB: so che il calcio e il tennis sono distanti anni luce in tanti modi, e questo rende il paragone complesso e ingiusto per il tennis. Allo stesso tempo, però, il calcio è un ottimo esempio di uno sport ampio e profondo, e quindi torna utile in questo contesto).

In uno sport ampio come il calcio, ci sono tantissimi punti d’accesso per i fan: una enorme sottocultura legata al gaming (che ha reso il calcio anche più profondo), una grande diversità culturale e partecipazione a livello giovanile (per entrambi i sessi), e un abbondante output su social media come YouTube, Twitch e TikTok.

Di contro, il tennis soffre da anni per un calo di partecipazione (generale e giovanile) in molte regioni di rilievo, con l’eccezione della Cina. Nel Regno Unito, nonostante la presenza di Andy Murray, la partecipazione è a livelli inferiori a quelli del badminton, cosa che non sorprende se pensiamo che durante il picco di Murray (2006-2016) non è stato costruito neanche un campo indoor in Scozia, nonostante la cifra da Paperon de’ Paperoni che la LTA riceve annualmente da Wimbledon. Di conseguenza, lo sport è ancora visto come costoso, elitista e piuttosto bianco. La sua visibilità fra le sottoculture giovanili è probabilmente più scarsa oggi rispetto a qualche anno fa. In particolare, il tennis non ha una gaming culture da almeno un decennio. La natura cronicamente frammentaria e individualistica del gioco, dettata primariamente da avida miopia, ha ucciso nella culla franchise amati dal pubblico come VirtuaTennis e Topsin attorno al 2010/2011, proprio quando il gaming stava diventando mainstream – il gioco non si è ancora ripreso da quella botta, e arranca dietro a quasi tutti gli altri sport maggiori in questo senso.

Queste le parole del CEO di Big Ant Studios, un’azienda di video-game sportivi, sulla nascita e l’impatto di FIFA:

Molto è attribuibile al messaggio forte della FIFA, che nessuno conosceva nel 1994 a meno che non fosse davvero appassionato di calcio. I diritti per il gioco furono concessi gratuitamente. FIFA (l’associazione calcistica, ndr) non chiese nulla e Ea Sports inizialmente perché intravidero un opportunità di marketing per arrivare al cuore dei giovani tifosi. Vai avanti di 20 anni e ti accorgi che ha funzionato a meraviglia, al punto che la gente che non sa più cos’è la FIFA e crede sia solo un videogame“.

Spoiler alert: il tennis non ha subito ceduto gratuitamente i diritti sul gaming, apparentemente a causa delle pretese dei giocatori e degli agenti, perdendo così terreno in termini di rilevanza culturale. Per farsi un’idea di ciò che manca al tennis, questo è l’impatto che ha avuto FIFA su un mercato a cui non importava dello sport prima che FIFA esistesse:

Un sondaggio di ESPN del 2014 ha trovato che il 34% degli americani è diventato un tifoso di calcio dopo essersi appassionato al videogame, e metà degli americani sostiene che il gioco abbia accresciuto l’interesse per lo sport. Una volta i ragazzini si appassionavano al calcio con le figurine Panini, oggi attraverso un videogioco“.

Le ultime righe spiegano molto. 30-40 anni fa, calcio e tennis avevano punti d’accesso analogici, e molto più semplici, ma da lì in avanti le loro strade si sono separate, con il calcio a investire tempo e risorse a lungo termine nel gaming, cosa che il tennis non è riuscito a fare. Non credo si possa dire che FIFA e un videogioco tennistico avrebbero lo stesso impatto, ma il fatto che il tennis non abbia neanche un posto al tavolo del gaming è uno dei motivi per cui l’accessibilità al gioco si è ridotta. Le ramificazioni del fenomeno si ripercuoteranno profondamente e a lungo, data l’enormità degli e-sports, che sono in continua crescita, e avranno per forza di cose un impatto sulla partecipazione e sulla consapevolezza del tennis fra i fan più giovani (senza considerare il fatto che il tennis non è nella posizione di tentare di aggiungersi affannosamente al gigantesco trend del gaming).

(Aggiungo, su una nota personale, che Mario Tennis per Game Boy Colour e Gamecube, Virtua Tennis per Dreamcast, e Topspin per l’Xbox hanno contribuito ad accrescere la mia passione per il tennis. Oggi non esiste un gioco di tennis di simile popolarità, un vuoto che verrà inevitabilmente scontato).

Visualizzazioni

Una volta che un fan trova un punto d’accesso per iniziare a seguire un dato sport, la missione principale dovrebbe essere di facilitare al massimo la sua possibilità di guardare e interagire con lo sport stesso. Visti i problemi legati alla partecipazione e al gaming, ci sarebbe da supporre che il tennis sia estremamente focalizzato sul rendersi facile da guardare – sicuramente non un obiettivo complesso da raggiungere. Sfortunatamente, però, non solo i biglietti tendono ad avere prezzi proibitivi per un giovane fan, ma le opzioni per vederlo da casa (streaming e TV) lo mettono di fronte a una pessima esperienza a causa della frammentazione, un errore imperdonabile (di cui ha parlato anche Andrea Gaudenzi, ndr): la WTA è su Tennis Channel e altri canali, l’ATP è su Tennis TV e altri, Eurosport trasmette alcuni Slam, Wimbledon è sulla BBC, e poi ci sono sottoscrizioni a canali nazionali, Amazon Prime, Tennis Channel International in rampa di lancio, e così via.  

Per una copertura omnicomprensiva, tanti appassionati sono costretti a spendere un patrimonio per una seriedi servizi che spesso si sovrappongono. Non solo questo, ma spesso le sottoscrizioni sono pacchetti da ‘tutto-o-niente’, nel senso che, se a un giovane fan interessasse guardare un torneo, c’è una buona probabilità che sarebbe comunque costretto a un oneroso abbonamento mensile. Le due strategie, prezzi dei biglietti e complessità delle piattaforme, sono dei grandi ostacoli per i nuovi fan, anche se spero che l’arrivo di Amazon possa semplificare le cose in futuro.  

La situazione è ancora peggiore per i nuovi fan che vogliono guardare qualche highlights per testare le acque del tennis. In questo caso, l’arcaico accordo sui diritti fa sì che molti match storici e highlights vengano immediatamente rimossi da YouTube per problemi di copyright, mentre altre associazioni sportive, come la NBA, pur chiedendo soldi hanno consentito per anni che video simili venissero pubblicati grazie al Content ID di Google. Gli Slam in particolare, i quattro gioielli della corona del branding tennistico, sembrano poter condividere solo video di 2-3 minuti di partite che magari sono durate cinque ore. Esiste anche un blocco per chiunque cerchi di aggiungere commenti o analisi alle clip tennistiche caricate su Twitch, il sito di live streaming che può contare su una delle basi di utenti più giovani e coinvolte, responsabili per la recente crescita della F1 e degli scacchi. Come si può intuire, questi fattori rendono arduo l’accesso per qualunque nuovo fan, che invece si vedrebbe srotolato il tappeto rosso da altri sport.

(Nota a parte: sto scrivendo un altro articolo sull’argomento, ma da molto tempo mi chiedo come mai ATP/WTA/ITF non forniscano un’educazione su come usare i media ai giocatori di bassa classifica. È semplicissimo trasmettere degli allenamenti live (e forse anche delle partite, al netto dei diritti) su Twitch o YouTube. Se abbastanza giocatori lo facessero, inevitabilmente emergerebbero delle nuove star dalle retrovie, coinvolgendo una legione di nuovi fan sulle piattaforme più giovanili. Il canale di YouTube di Tsitsipas è un buon esempio, anche se i suoi video richiedono grossi tempi di produzione che quasi tutti gli altri giocatori non hanno. La possibilità per i giocatori di diventare i padroni della propria narrativa, soprattutto in merito al modo e alla frequenza con cui sono visti dal pubblico, è un tema di particolare rilevanza nel tennis, uno sport di vedute notoriamente ristrette quando si parla di accesso ai top players per i media).

Per il tennis è diventato necessario facilitare la visione, soprattutto in un periodo in cui le abitudini dei consumatori sono già cambiate molto, e continueranno a farlo. Vent’anni fa, lo zapping consentiva di scoprirlo casualmente (ho incontrato innumerevoli fan che sono capitati per caso su Federer-Nadal a Miami 2004, o altri casi simili, mentre cambiavano canale, e sono rimasti immediatamente folgorati). Questo fenomeno non esiste più oggi, visto che lo streaming richiede più proattività nella visione rispetto al passato. È possibile quantificare l’impatto di questo problema sulla prossima generazione di fan? E come si può riguadagnare il terreno perduto? Sarà essenziale ripensare il prezzo e la complessità delle piattaforme legate al tennis. Oltre a un’unificazione dello streaming (o quantomeno una minore frammentazione), dovrà essere introdotta la possibilità di acquistare di un match singolo, o anche di un set singolo (per esempio, “il giocatore Tal dei Tali sta giocando un equilibratissimo quinto set, acquista per 50 centesimi”), l’abbonamento ai match di uno specifico giocatore, pass per tornei o superfici specifiche, sconti NextGen, ecc – fondamentalmente qualunque cosa possa servire per facilitare l’accesso.

Abbiamo imparato la lezione?

Lo stop legato alla pandemia ha rivelato una scomoda verità per molti sport, tennis incluso, mostrando quali discipline possano far leva su una moltitudine di aree di interazione con i fan e quali no. I promossi includono la F1, che ha portato a casa più di un milione di spettatori per i suoi Virtual Grand Prix e guadagnato nuova esposizione con lo streaming e con Twitch, risultati ancora una volta facilitati da un videogame ben fatto quale F1 2019. Grandi risultati anche per il calcio, grazie a FIFA, ai suoi eventi legati agli e-sports, e grazie alla sua immarcescibile presenza nello zeitgeist culturale. Bene anche gli scacchi, che hanno avuto grande impatto su Twitch e hanno attratto orde di nuovi fan su LivestreamFails – Chess.com ha previsto che un decennio di crescita verrà condensato negli ultimi tre mesi, principalmente grazie ai format più rapidi.

Se si mettessero gli scacchi nel grafico ampiezza profondità, il cambiamento somiglierebbe all’immagine di cui sotto, soprattutto grazie a Twitch, al format Blitz Chess, e a Hikaru e Alexandra Botez, i principali responsabili dell’ampliamento:

Su una simile nota, il mondo del golf sarebbe rimasto in silenzio durante la pandemia, se non per il format non tradizionale del match di beneficenza Woods/Manning vs Mickleson/Brady, che ha permesso l’incontro fra due sport maggiori (golf e football) grazie a una piccola modifica regolamentare che ha uniformato i livelli dei contendenti – un altro punto a favore della sperimentazione con i format.

E poi c’è il tennis, un grande sconfitto degli ultimi mesi, senza mezzi termini. È stato fatto un coraggioso tentativo di organizzare un evento virtuale a Madrid, che però è solo servito a ricordare quanto il tennis sia lontano da molti altri sport per quanto riguarda il gaming.

(Contestualizzando, il GP virtuale del Bahrain ha avuto un picco di 396.000 spettatori su Twitch, più altre centinaia di migliaia su Facebook e YouTube e milioni in TV, mentre il Virtual Madrid Open ha toccato “vette” di 19.000 spettatori su Facebook, e la maggior parte dell’interazione aveva per argomento il livello scadente di TennisWorldTour, sia dal punto di vista grafico che della giocabilità).

Il tennis ha anche provato con dei tabelloni virtuali, che da quello che ho visto hanno funzionato bene, mentre gli utenti di Tennis TV hanno avuto libero accesso al servizio durante lo stop del tour – un’ottima mossa. Ciononostante, è stato un po’ triste assistere allo stallo di interazione e crescita di uno sport meraviglioso mentre altri, più bravi ad adattarsi ancorché altrettanto antichi, sono riusciti a sfruttare l’occasione.

Cauto e proattivo ottimismo

Il tennis, come mostrato nella prima metà del saggio, gode ancora di ottima salute. È uno sport globale di enorme successo con legioni di fan appassionati e competenti. È uno spettacolo affascinante e profondo, e sta ancora attraendo giovani fan, anche se a volte sembra auto-sabotarsi in questo senso. Va però detto che, alle spalle delle eccellenti notizie sulla salute del gioco, si annidano dei problemi inesorabili che necessitano di soluzioni proattive. Se da un lato la sperimentazione con diversi format è quasi certamente una buona idea, soprattutto se si pensa a quanto sarebbe importante per il tennis appropriarsi internamente del prossimo trend che ne stimolerà una crescita, dall’altro continuo a chiedermi se il dibattito sulla modernizzazione del tennis non si stia focalizzando troppo sulla questione meno significativa. Mi azzarderò a dire che uno sport di successo diventa “giovane” quando crea un vasto (e culturalmente vario) imbuto per consentire a nuovi fan di accedervi, piuttosto che snaturandosi per rendersi più digeribile per una ristretta finestra d’attenzione.      

Quasi certamente il tennis ha molta più flessibilità anagrafica ed economica di quanto sostenuto da Mouratoglou, ma questo non significa che il senso generale delle sue affermazioni sia sbagliato, o che la flessibilità del gioco non abbia dei limiti. La mia speranza è che chiunque legga questo saggio pensi alla necessità che il tennis ha di iniziare ad avere conversazioni più consapevoli sui molti aspetti in cui questi splendido gioco sta rimanendo, ed è rimasto, indietro.

E una volta fatto questo, spero che ci si metta al lavoro. Come disse una volta Bjorn Borg, criptico e scontato allo stesso tempo, “the ball is round, the game is long”. Almeno dalla prospettiva di questo giocatore e tifoso ossessivo, sarebbe bello se questo specifico gioco continuasse il più a lungo possibile.

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WTA

Johanna Konta si ritira dal tennis

La tennista britannica annuncia il proprio ritiro su Twitter: “Sono grata per la carriera che ho avuto”. Lascia con quattro titoli, un best ranking di numero 4 e tre semifinali Slam

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Johanna Konta - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Johanna Konta ha deciso di smettere di giocare a tennis. La britannica classe ’91 ha reso pubblico il suo ritiro con un tweet molto sobrio, introdotto da una semplice didascalia: “Un piccolo aggiornamento da parte mia”. Di seguito riportiamo le sue parole, serene e colme di soddisfazione per quello che ha trovato lungo il proprio cammino dai successi alle persone conosciute.

Grata. Questa è la parola che probabilmente ho usato di più nel corso della mia carriera e penso che sia quella che alla fine la descrive meglio. La mia carriera da giocatrice è giunta al termine e sono incredibilmente grata per come si è sviluppata. Tutte le prove sembravano indicare che non ce l’avrei fatta in questa professione. Tuttavia la mia fortuna si è materializzata nelle persone che sono entrate nella mia vita e hanno avuto impatto sulla mia vita in un modo che trascende il tennis. Sono incredibilmente grata per queste persone. Voi sapete chi siete. Grazie alla mia resilienza e alla guida degli altri, sono riuscita a vivere i miei sogni. Sono riuscita a diventare quello che volevo e che dicevo di voler essere da bambina. Mi ritengo davvero molto fortunata. Molto grata.”

La decisione di Konta arriva al termine di un 2021 dal sapore dolceamaro. La britannica ha infatti avuto molte difficoltà a trovare la propria miglior forma e il proprio miglior gioco a causa di alcuni problemi fisici (inclusa la positività al Covid che le ha impedito di prendere parte a Wimbledon, lo Slam di casa), ma ha parzialmente mitigato le precoci sconfitte con il titolo conquistato sull’erba di Nottingham in finale su Shuai Zhang, il quarto della sua carriera e il primo da oltre quattro anni. L’ultimo trofeo risaliva infatti all’aprile del 2017, quando sul cemento di Miami ebbe la meglio su Caroline Wozniacki, ma come si intuisce erano altri tempi e un’altra Konta.

Dopo un altro piccolo exploit a Montreal, dove ha eliminato (per la prima volta dopo cinque sconfitte su cinque) la testa di serie numero 3 Elina Svitolina (l’ultima top 10 battuta era stata Karolina Pliskova allo US Open 2019), è stata costretta a ritirarsi contro Cori Gauff. Sconfitta al primo turno di Cincinnati da Muchova, Konta si è chiamata fuori dallo US Open e non è più scesa in campo, senza far trapelare più alcuna notizia fino a oggi mercoledì 1 dicembre.

Questa settimana il ranking la vedeva al 72esimo posto, dopo essere crollata anche al numero 82 in ottobre, il suo peggior piazzamento dal 2015, quando era sul punto di esplodere ad altissimi livelli. Non va dimenticato infatti che, al di là dei quattro titoli (su nove finali), Konta vanta un best ranking di numero 4 e soprattutto ha raggiunto la semifinale in tre prove dello Slam su quattro (solo allo US Open non è mai andata oltre i quarti).

In Australia nel 2016 si è arresa alla futura vincitrice Angelique Kerber; a Wimbledon nel 2017 era stata Venus Williams ad arrestarne la corsa, mentre la vera grande occasione di giocarsi una finale l’ha avuta probabilmente al Roland Garros 2019 quando fu sorpresa dalle due settimane d’oro di Marketa Vondrousova (poi battuta da Ashleigh Barty).

Johanna Konta – Wimbledon 2017

Una carriera di tutto rispetto, condotta sempre con grande classe in campo e fuori. Un tennis brillante e versatile che era una gioia da seguire e che mancherà. Thanks Jo. Anche noi siamo grati.

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Coppa Davis

Coppa Davis: nuova formula con gironi in Europa e fase finale ad Abu Dhabi. Sarebbe il colpo di grazia?

Le Finali di Coppa Davis “costrette” all’esilio negli Emirati. Dubbi su quanto pubblico potra assistere ai match di Abu Dhabi

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Coppa Davis a Madrid - Finali 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

L’indiscrezione trapelata qualche giorno fa che suggeriva Abu Dhabi come potenziale la nuova sede delle Finali di Coppa Davis aveva generato qualche preoccupazione sul futuro successo della manifestazione, ma ora che sono emersi altri dettagli sui piani di sviluppo di Kosmos per i prossimi cinque anni le preoccupazioni sono cresciute e sono più che legittime.

Secondo quanto pubblicato dal quotidiano inglese The Daily Telegraph, lo stesso che aveva dato per primo la notizia del possibile spostamento negli Emirati Arabi, la rinnovata formula della manifestazione vedrà la partecipazione di 16 squadre, divisi in quattro gironi da quattro, e la fase di round robin verrà ospitata da quattro località europee da definirsi. Le prime due classificate di ogni girone si qualificheranno poi per la fase a eliminazione diretta, che avrà luogo invece ad Abu Dhabi, secondo un contratto di cinque anni che sarà firmato da Kosmos con gli organizzatori degli Emirati.

Maggiori dettagli saranno ufficializzati domenica prossima alle 11 quando in un albergo del centro di Madrid Kosmos Tennis presenterà alla stampa il nuovo meccanismo delle Finali di Coppa Davis. Tuttavia se queste indiscrezioni dovessero essere confermate c’è di che temere per la sorte della manifestazione.

 

Quando Kosmos Tennis aveva rilevato dalla Federazione Internazionale la gestione commerciale della Coppa Davis, uno dei capisaldi della loro visione era quello che intendeva trasformare la più antica competizione a squadre dello sport in un evento che riunisse tutti i Paesi partecipanti nello stesso luogo nel corso di un periodo di tempo circoscritto, esattamente come succede per i Mondiali di calcio e per le Olimpiadi. Infatti nelle immagini che sono state trasmesse nell’ultima settimana dalle tre sedi di Madrid, Innsbruck e Torino si poteva veder campeggiare lo slogan “The World Cup of Tennis”. Ma se ciò poteva essere con la sede unica di Madrid dell’edizione inaugurale del 2019, il modello che sembra stia per essere adottato appare sempre più lontano da questa visione.

Il trasloco ad Abu Dhabi può essere giustificato soltanto se si riesce a trasformare la Coppa Davis in un “destination event” in tutto e per tutto, nel quale la presenza e il calore del pubblico sugli spalti fa principalmente affidamento agli appassionati dei Paesi in gara che seguono la propria nazionale in trasferta che non l’interesse della popolazione locale. È inverosimile infatti pensare che gli spettatori di Abu Dhabi o della relativamente vicina Dubai (circa 130 km) possano da soli riempire gli spalti delle fasi conclusive della Coppa Davis.

Tuttavia, se i gironi dovessero veramente svolgersi in quattro città europee, sarebbe molto complicato per i tifosi programmare la trasferta in Medio Oriente non potendo avere la certezza che la loro squadra sarà qualificata ai quarti di finale fino a qualche giorno prima di dover partire. Una cosa è chiedere ai fans di pianificare un viaggio negli Emirati per assistere alla manifestazione ed eventualmente prolungare il soggiorno per seguire anche le finali, un’altra è aspettarsi che possano modificare i loro piani in maniera così significativa nel giro di pochi giorni.

E anche dal punto di vista dei giocatori la situazione si profila tutt’altro che ideale: passi per le 6-7 ore di volo che separano l’Europa da Abu Dhabi (si tratterebbe di un volo simile a un costa a costa negli Stati Uniti, con tanto di fuso orario), ma ci si troverebbe anche a dover cambiare completamente scenario, passando dall’indoor di un palazzetto europeo ai campi all’aperto sotto il sole mediorientale.

Il Telegraph suggerisce che la scelta di Abu Dhabi sia stata più o meno forzata, dato che non erano state presentate alternative credibili. E allora viene da pensare che Kosmos abbia fatto il passo più lungo della gamba mettendo sul tavolo la favolosa cifra di 3 miliardi di dollari per 25 anni, sovrastimando il potenziale commerciale della Coppa Davis, e ora stia cercando di trovare qualunque soluzione per non rimetterci anche la camicia.

Ne sapremo sicuramente di più tra qualche giorno quando potremo mettere insieme tutti i pezzi e fare una valutazione più completa della situazione, ma gli ingredienti per un potenziale disastro ci sono tutti.

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Coppa Davis

Coppa Davis, Italia-Croazia 0-1. Un brutto Sonego cede a Gojo, ora serve un’impresa

Clamorosa sconfitta di Lorenzo Sonego contro Borna Gojo, 249 posizioni dietro l’azzurro nel ranking. Ora Sinner dovrà vincere contro Cilic per consentirci di giocarci tutto contro il fortissimo doppio croato

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Lorenzo Sonego alla 2021 Davis Cup by Rakuten (Credit: Jose Manuel Alvarez/Quality Sport Images/Kosmos Tennis)

da Torino il nostro inviato

B. Gojo (CRO) – L. Sonego 7-6(2) 2-6 6-2

Una brutta versione di Lorenzo Sonego cede al numero 276 del mondo Borna Gojo e la Croazia si porta in vantaggio nel quarto di finale a Torino. I rimpianti dell’azzurro sono tutti per il primo set nel quale era avanti 4-1 con palla del 5-1 ed invece il croato è riuscito a recuperare e a dominare il tie-break. La reazione nel secondo set sembrava aprire la possibilità ad una rimonta come accaduto con Mejia sabato, invece Lorenzo trovava grandissime difficoltà nei game di risposta e finiva con l’arrendersi dopo 2 ore e 19 minuti. Tocca adesso a Jannik Sinner che dovrà battere l’ex numero 3 del mondo Marin Cilic per portare l’Italia al doppio decisivo contro la fortissima coppia croata. Resta la grande amarezza per una sconfitta clamorosa patita da Sonego dinanzi al suo pubblico, contro un avversario che dista da lui ben 249 posizioni in classifica.

 

La partita

Come di consueto oramai, Lorenzo Sonego è chiamato ad aprire le danze per l’Italia in questa Coppa Davis 2021. Dopo il minuto di raccoglimento per il grande Prof. Parra, scomparso nella notte, e gli inni nazionali, il PalaAlpitour è tutto per il torinese e sugli spalti fa capolino qualche bandiera granata, in onore della fede calcistica del numero due azzurro che ha anche un passato come ala destra nella squadra del cuore.

Il capitano croato Verdan Matric conferma Borna Gojo, numero276 del mondo, ventitre anni che nella giornata di esordio aveva sorpreso il più quotato australiano Popyrin, preferendolo a Nino Serdarusic che ieri aveva dato il punto decisivo per la qualificazione contro l’Ungheria.

La claque croata si presenta con un’orchestrina che accompagna con una melodia balcanica ogni punto dei propri eroi, deliziando tutti i presenti.

Gojo capisce presto che non è il caso di stare a scambiare da fondo e si getta in avanti tre volte nei primi quattro punti, ma il nostro alfiere è troppo solido per essere sorpreso nei primi giochi.

Nel quarto game arrivano tre palle break tutte insieme sotto la spinta di Lorenzo e un tifoso in maglia granata urla “ Brekalo!”: non sappiamo se si riferisca al centrocampista del Toro o se sia un’invocazione a Sonego, fatto sta che ci pensa Gojo ad affossare il diritto in rete e a regalare il vantaggio all’Italia, concretizzato nel successivo game di servizio di Lorenzo (4-1).

Lorenzo ha anche una palla del doppio break nel sesto gioco che lo manderebbe a servire per il set, ma il croato si salva con la prima. Nel gioco successivo arriva il primo momento di difficoltà dell’azzurro che scivola subito 0-30 con due errori di diritto, recupera con un ace ed una prima vincente, ma finisce per perdere il servizio sulla prima chance croata, mettendo lungo il lob dopo un lunghissimo scambio (4-3).

Qui però vengono fuori le doti da “polpo” di Lorenzo che raccatta l’impossibile per procurarsi una nuova chance di break, annullata da un diritto tirato alla cieca da Gojo che colpisce un pezzetto di riga: niente da fare, dopo 39 minuti, svanita la chance del 5-1 siamo invece in perfetta parità: 4-4.

Si arriva così al tiebreak senza particolari sussulti e Lorenzo parte subito male con un banale rovescio in palleggio in rete. Gojo sale in cattedra dimostrando di non valere la sua attuale classifica, anzi denotando una gran lucidità tattica ed un bel tocco venendo a prendersi i punti a rete ( anche con il serve&volley) con Sonego lontanissimo dalla riga di fondo. Il tiebreak è un monologo croato (7-2) ed il nastro vincente sul setpoint non toglie nulla ai meriti di Gojo. Come successo nel match con Mejia, Sonego parte male e con una pessima resa con la prima di servizio ( solo 55% di punti con la prima in campo), ma i rimpianti sono soprattutto per la palla del 5-1 sprecata malamente dall’azzurro.

Il break ottenuto in avvio di secondo set, con la decisiva complicità del croato, dà un po’ di fiato a Sonego che però si mette subito di nuovo nei guai con un tris da paura, doppio fallo, errore di diritto a campo aperto, errore di rovescio: finalmente però arriva san servizio in suo aiuto e Lorenzo sventa l’immediato controbreak, cominciando anche a stanare il suo avversario con precisi drop shot. Lo smash che gli procura il 2-0 fa esplodere il pubblico e l’urlo da gladiatore dell’azzurro ammette anche il fattore folla alla partita. Gojo accusa il colpo e stavolta Sonego è bravo a spingere da fondocampo e a concretizzare subito la chance del 3-0 pesante con doppio break che indirizza irrimediabilmente il set. Finalmente partono gli “ Italia! Italia!” dalla tribune del PalaAlpitour e Lorenzo, come di consueto, trae dal pubblico l’energia necessaria per rimettere il punteggio in parità (6-2), grazie anche ad una ritrovata consistenza con il servizio (73% di prime in campo, con 15 punti su 16 portati a casa), colpo chiave che gli permette di aprirsi il campo per chiudere con il diritto a sventaglio.

Il problema dell’azzurro restano però i game di risposta, poiché dal 4-0 del secondo set, Sonny fa una fatica terribile quando il croato è al servizio: un solo punto in quattro game consecutivi di risposta è troppo poco, considerando che Gojo non ha propriamente le caratteristiche di Ivanisevic.

La banda croata riprende il suo concertino con rinnovata vigoria, virando anche verso melodie più anglosassoni (“When the saints go marching in”) e Sonego nel quarto gioco è di nuovo nei guai: va sotto 15-40 con due errori in impostazione e completa il disastro con un orribile schiaffo a volo di diritto (1-3). Un altro game di servizio a zero di Gojo ( imbarazzante parziale di 16 punti a 1 sul servizio croato) porta il ventitreenne di Spalato a due passi dall’impresa.

Quando l’orlo del precipizio è vicino, 4-1 15-30, una volee smorzata di rovescio e due diritti in spinta rimettono Lorenzo in scia (4-2). Serve una mano croata per rientrare in lotta e un facile diritto,  un comodo smash ed un rovescio affossati in rete rendono lo stadio una bolgia offrendo all’Italia due palle del contro break: Gojo si aggrappa al servizio e sventa la minaccia. Un diritto lunghissimo del croato, dà la terza chance a Sonego, ma la risposta del torinese è lunga di un crine di cavallo. E’ l’ultima occasione, perché  il croato riesce a tenere il servizio ed al cambio di campo chiude la partita.

L’applauso del suo pubblico non può consolare Lorenzo. Adesso all’Italia serve l’impresa.

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