Arthur Ashe, l'eroe di Wimbledon 1975

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Arthur Ashe, l’eroe di Wimbledon 1975

Il 10 luglio 1943 nasceva Arthur Ashe. Dotato di un tennis intelligente e propositivo, Ashe è ad oggi l’unico afroamericano (tra gli uomini) ad aver trionfato a Wimbledon

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Arthur Ashe col trofeo di Wimbledon il 5 Luglio 1975, dopo la vittoria su Jimmy Connors
 

Oggi Arthur Ashe avrebbe compiuto settantasette anni. In un momento delicato e cruciale come questo, in cui in America e in altri paesi del mondo gran parte della popolazione – insieme a personalità dello sport, dello spettacolo e della cultura – si mobilita contro il razzismo e le discrimazioni, il ricordo del campione afroamericano nato in Virginia è vivo più che mai. Arthur Ashe, un esempio, un simbolo che ci ha lasciati troppo presto (nel 1993, vittima dell’HIV, contratto durante una trasfusione di sangue). Esempio e simbolo di uno spirito propositivo e tenace nelle battaglie dentro e fuori dal campo.

Giocatore d’attacco incisivo ed elegante, l’ex n. 2 del mondo amava impostare la strategia dei suoi match su un tennis rischioso ma al tempo stesso lucido ed intelligente. Lo statunitense vanta tre titoli dello slam (US Open 1968; Australian Open 1970 e Wimbledon 1975); grazie al trionfo a New York (il cui campo centrale dal 1997 è l’Arthur Ashe Stadium), è il primo tennista di colore a vincere un majorcosì come diventa il primo tennista afroamericano ad essere selezionato nella squadra di Coppa Davis, competizione che Ashe vince insieme ai suoi compagni ben tre volte. Dal 1981 al 1985 è poi capitano della squadra statunitense di Davis. Il suo storico palmares vanta ben 81 titoli (47 nell’Era Open anche se l’ATP ne riconosce 32) e altre 61 finali (36 ATP). Ebbe, inoltre, il grande merito di scoprire tutto il potenziale di un giovanissimo Yannick Noah.

Esempio di impegno e resilienza anche fuori dal campo, Arthur Ashe è figura storica della lotta contro la discriminazione e l’esclusione. Fu voce autorevole nel sostegno alla causa della popolazione di colore in Sudafrica durante l’Apartheid e in difesa dei rifugiati di Haïti in America. Non solo. Grazie alla sua “Arthur Ashe Foundation”, fu uno dei protagonisti della lotta contro l’Aids, nonché promotore di programmi di sostegno a favore dei bambini e dei giovani in difficoltà.

 

Nei giorni in cui avrebbe dovuto svolgersi il torneo di Wimbledon, ricordiamo che ad oggi Arthur è, tra i tennisti uomini, l’unico giocatore di colore ad aver sollevato il trofeo dello Slam londinese. Memorabile la finale del 1975 vinta contro Jimmy Connors 6-1 6-1 5-7 6-4 dopo aver regolato le pratiche Borg e Roche rispettivamente nei quarti e in semifinale. E, come dice Gianni Clerici nel suo ‘Wimbledon. Sessantacinque anni di storia del più importante torneo del mondo’ (2017), fu proprio la sua spiccata arguzia in campo e la fiducia nei propri mezzi a permettergli di superare ‘Jimbo’: “Ashe ha preparato l’incontro con una straordinaria intelligenza tattica e, sul campo, non ha mai cessato di credere in se stesso, nemmeno un istante. Jimmy Connors, inguaiato da schemi inattesi, da rotazioni avvelenate, ha reagito come un robot privo di programmazioni […]“. Insomma, il “match della vita” per Ashe che, a 32 anni, corona una carriera ricca di significati e speranza. Auguri grande Arthur, ovunque tu sia.

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Australian Open

Australian Open Junior: i campioni nel singolare sono il belga Alexander Blockx e la russa Alina Korneeva

Nel segno di Carlos Alcaraz e Maria Sharapova, le affermazioni juniores dell’Happy Slam 2023

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Alex Block - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Alex Block - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Il primo tennista belga in finale all’Australian Open ha rotto la maledizione dei suoi connazionali negli appuntamenti conclusivi delle prove Major dedicate ai campioni Under 18 del tennis mondiale. Dopo che difatti nelle due finali Slam di categoria del 2022 al Roland Garros e allo US Open il “diavolino rosso” Gilles Arnaud Bailly era sempre uscito dal campo sconfitto, al primo torneo del Grande Slam che apre la nuova stagione Alexander Blockx ha riscattato il movimento giovanile del suo Paese trionfando in tre set sullo statunitense Learner Tien per 6-1 2-6 7-6(9). Una vittoria che sa di duplice soddisfazione per Sasha “il belga”, visto e considerato che era giunto all’ultimo atto della competizione anche nel tabellone di doppio ma a sbarrargli la strada ed impedirgli di poter festeggiare un successo raddoppiato è stato proprio l’avversario messo al tappeto nella finale del singolare. Tier al fianco di Cooper Williams, infatti, ha avuto la meglio di Blockx e del suo compagno di specialità per l’occasione: il portoghese Joao Fonseca.

Curiosa la storia personale del nuovo campione junior Down Under, il quale si è avvicinato al mondo della racchetta quasi per una accidentale casualità. Accompagnando suo fratello a lezione scoppiò la scintilla che gli fece letteralmente perdere la testa per il tennis, un amore viscerale per questo sport che dacché prese la sua prima lezione dal maestro Philippe Cassiers non ha più abbandonato. Da allora sono trascorsi ben 13 anni e il suo primo maestro ha continuato a seguirlo divenendo stabilmente il proprio coach personale. Dopo aver alzato al cielo di Melbourne il trofeo di campione Under 18 del torneo, il 17enne belga ha dichiarato di ispirarsi come modello di riferimento nel panorama tennistico attuale allo spagnolo – e numero uno ATP ancora per poco meno di 48 ore – Carlos Alcaraz: “Il dritto di Carlitos è pesante, il suo rovescio è buonissimo e poi mentalmente è uno dei migliori. E’ certamente l’esempio perfetto”.

 

Il mancino a stelle e strisce Learner Tien pur classificatosi al secondo posto nel torneo, superato soltanto in finale, a differenza di colui che si è laureato vittorioso nella partita che assegnava il trofeo, si è già fatto notare nel circuito maggiore. Lo scorso anno, infatti, grazie al fatto di essersi aggiudicato il titolo USA Under 18 a Kalamazoo ha ottenuto un invito per la successiva edizione di Flushing Meadows. E’ stato così il primo sedicenne a prendere parte ad un main-draw del Tour maggiore dal 2019, e addirittura il più giovane a partecipare al tabellone principale di New York dal 2005. In quella circostanza, fu persino in grado di strappare un set alla testa di serie numero 32 Miomir Kecmanovic. Nella sua freschissima bacheca Tien può già vantare un successo da professionista, in doppio in un evento ITF. Mentre da singolarista, prima del risultato in terra australiana, si era spinto sino ai quarti dell’edizione junior di Wimbledon 2022. Nel dicembre scorso, inoltre, è stato annunciato il suo ingresso nella squadra di college dell’University of Southern California.

Infine a riprova del grande momento che sta vivendo il tennis maschile d’Oltreoceano e che si rifà ad un illustre passato, come abbiamo potuto appurare anche dal torneo senior, con il mancino di chiare origini asiatiche – attuale numero 27 del ranking ITF giovanile – diventano 12 gli statunitensi che hanno raggiunto la finale del singolare maschile all’Open d’Australia junior. Sette di loro si sono pure aggiudicati il titolo: Gerry Moss (1955), Butch Buchholz (1959), Andy Roddick (2000), Donald Young (2005), Sebastian Korda (2018) e il campione uscente Bruno Kuzuhara.

Al contrario, sono unicamente sei in totale i giocatori belgi in grado di raggiungere una finale Slam da junior – considerando tutti e quattro i Majors – con soli due campioni prima di Blockx: Jacques Brichant (due anni di fila finalista all’Open di Francia, con vittoria nel ’47 e sconfitta la stagione successiva) e Kimmer Coppejans, sempre campione sulla terra rossa di Bois De Boulogne nel 2012.

UN DERBY TRA TENNISTE SENZA BANDIERA

A contendersi il titolo di campionessa juniores dell’Australian Open 2023 sono state invece due promesse del tennis russo. Dunque, un derby tra atlete neutrali ha fatto da cornice all’assegnazione del trofeo. A spuntarla è stata la siberiana Alina Korneeva, capace di superare la quindicenne Mirra Andreeva – la quale pur perdendo è riuscita comunque ad eguagliare il risultato ottenuto dalla sorella Erika, che al RG 2022 aveva raggiunto l’ultimo atto del torneo – rimontandola con il punteggio finale che recita (6)6-7 6-4 7-5.

In queste sue prime settimane vissute sul suolo australiano – non vi era mai stata prima, in parte ricorda il primo viaggio fuori dagli Stati Uniti di Ben Shelton – con accanto a sé la madre Alina si è concentrata esclusivamente sul tennis nonostante abbia dichiarato che le sarebbe piaciuto fare visita allo zoo di Melbourne. I suoi modelli di riferimento, soprattutto per ciò che concerne i valori che hanno trasmesso fuori dal campo sono Serena Williams e Rafa Nadal.

Tuttavia con una racchetta in mano è tutt’altra storia, dato che in patria l’accostano ad una leggenda del passato vincitrice di cinque prove dello Slam. Il soprannome affibbiatole è quello di “mini-Sharapova“. La giovane russa è stata protagonista di una repentina crescita durante il 2022, a tal punto da farle scalare con la stessa rapidità anche la classifica ITF juniores. Non a caso delle quattro semifinaliste, era l’unica che non aveva ancora partecipato allo Slam aussie prima di quest’anno. Al momento si trova alla piazza numero 15 del ranking di categoria, e alla posizione numero 553 – ma ha già soggiornato per un breve periodo nella Top 300 – della classifica WTA poiché ha già fatto suo il primo titolo da Pro – lo scorso settembre – al W15 di Casablanca. Una finale tra russe, che però ha comunque rappresentato qualcosa di molto più significativo per le protagoniste arrivate a giocarsela che un semplice derby fra connazionali. Korneeva e Andreeva sono difatti molto amiche, tant’è che si sono iscritte in coppia al torneo di doppio dove hanno fatto un bel percorso venendo eliminate solamente in semifinale dal duo giapponese formato da Hayu Kinoshita e Sara Saito, le quali a loro volta sarebbero state superate nel match valevole per il titolo dalla nostra Federica Urgesi e Renata Jamrichova.

Alina ha anche detto di aver perseguito una routine molto metodica in questi giorni di torneo, si è sempre svegliata un’ora e mezza prima che la navetta andasse a prenderla all’Hotel dell’Albert Park – in cui è situato il circuito di Formula Uno – dove ha soggiornato per trasportarla a Melbourne Park. Rigorosa anche nel consumare la stessa tipologia di colazione: uova strapazzate con salsa di pomodoro, due salsicce di pollo, sei fette di anguria, cinque di melone più un succo d’ananas.

Korneeva ha debuttato nel circuito maggiore a Monastir 2022, dopo aver conquistato ben quattro tornei ITF. E’ allenata dal coach francese Jean Cristophe Faurel: ex numero 140 ATP con un passato da allenatore di Coco Gauff.

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Marion Bartoli si rivela a Behind The Racquet: “La moda mi ha salvato”

La tennista francese ha parlato del ritiro e della nuova vita da designer, commentatrice e, per breve tempo, coach

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Marion Bartoli - Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dal 2019, Noah Rubin porta avanti  “Behind The Racquet”, uno spazio social che ospita le vite dei tennisti oltre al tennis, “dietro alla racchetta”. Questo progetto si è rivelato nel corso di questi anni ben più di un curioso dietro le quinte, ma anche un’opportunità di scorgere aspetti autentici di tanti uomini e donne prima che di tennisti e tenniste, le loro debolezze, le loro insicurezze, le loro motivazioni. 

Nel tempo hanno partecipato tennisti del calibro di Andrey Rublev, Madison Keys, Sloane Stephens, Dustin Brown, oltre alle italiane Sara Errani e Martina Trevisan. 

Ad essi si è ora unita Marion Bartoli. La tennista francese è celebre per la tormentata carriera sportiva, che l’ha sì portata al numero sette del mondo e alla vittoria del torneo di Wimbledon nel 2013, ma anche al ritiro appena due mesi dopo, all’età di ventinove anni, a causa dei persistenti problemi fisici. Successivamente, Bartoli è entrata nel mondo della moda, ma non ha abbandonato del tutto il tennis: nel 2019 ha allenato Jelena Ostapenko, e oggi lavora come commentatrice. Ha raccontato così la sua esperienza a Behind the Racquet

 

Ho vinto Wimbledon nel 2013 e mi sono ritirata alcune settimane dopo. Quando vinci uno slam sei al settimo cielo e non vuoi lasciare perché sei stata finalmente ripagata del tuo duro lavoro. La mia mente voleva continuare ma il corpo non poteva proprio andare avanti. Ho dedicato la mia vita a competere con le migliori giocatrici del mondo. Le ore extra di esercizio e allenamento sono costate: non potevo continuare a giocare nel dolore. Volevo vincere un grande slam così ardentemente che la mia mente ha sospinto il mio corpo finchè non ho vinto Wimbledon. Ma poi, quando ho vinto, mi sono sentita vuota. È stato doloroso perché non potevo capitalizzare sulla mia vittoria. 

Fortunatamente, mi sono imbattuta nella moda e nel design. Ho conseguito una laurea in moda a Londra, al Centre Saint Martins, il che ha distolto la mia mente dalla sofferenza di non poter giocare a tennis. Ho lavorato per Fila per lungo tempo. Il mio successo fuori dal campo mi ha aiutato a cancellare la mia precedente identità di tennista. Senza la moda, dopo il ritiro sarebbe andata molto peggio. Ma il tennis mi manca ancora. Quando ho una brutta giornata, desidero tornare in campo. Lavorando come commentatrice, quando oltrepasso nuovamente i cancelli di Wimbledon vengo assalita dai ricordi. Non è facile vedere i giocatori di oggi scendere in campo quando anche tu, in passato, eri lì. 

Il mio più grande tifoso è sempre stato mio padre, che mi ha aiutato a rimanere positiva durante i miei infortuni. Essendo un dottore che deve avere a che fare con situazioni critiche ogni giorno, vedeva i miei infortuni in un’ottica più ottimista. A 23 anni, ho perso la mia prima finale slam a Wimbledon. È stato un momento difficile perché ero andata molto vicina al successo. Ho parlato con mio padre e lui mi ha aiutato a considerare la situazione nel suo complesso. Una difficoltà è un momento della tua vita che ti rende solo più forte. Mi ha dato una nuova prospettiva sul tennis e sulla vita. 

Ho sempre voluto allenare perché mi piace dare alle persone, essere generosa e ripagare lo sport. Per me allenare non riguarda i soldi o la fama, ma l’aiutare qualcuno ad essere un giocatore migliore. Non ha importanza se sei un giocatore da club o un professionista perché ciascuno ha il suo margine di miglioramento. La cosa che mi rende più soddisfatta è condividere la mia conoscenza tennistica per aiutare un giocatore a migliorare. 

Nel 2019 ho cominciato ad allenare Jelena Ostapenko. Aveva vinto il Roland Garros due anni prima ma era sul punto di uscire dai primi 100. Conosco il tennis femminile molto bene ed avevo affrontato molte sue avversarie durante la mia carriera. Abbiamo leggermente modificato la sua tecnica e l’abbiamo aiutata a guadagnare forza mentale. Jelena ha vinto nove dei suoi successivi dieci incontri, è tornata in top 50 e ha vinto il suo primo titolo wta in più di due anni: è stata una grande esperienza.  

Quando maturi e guadagni esperienza, rifletti sulla tua vita. Il mio errore più grande è stato non affidarmi ad un fisioterapista privato perché sarei durata molto di più sul tour. Il mio corpo era costantemente dolorante ed era faticoso stare in campo. Ma era costoso assumere un fisioterapista e il prize money al tempo era più basso. Ho sentito Sharapova rivelare la sua esperienza sul tour, di recente. Ha detto che quando entrava in un tennis club era completamente immersa nel suo mondo ed estremamente concentrata. La mia esperienza è stata simile ma non così estrema. Ho fatto amicizia con altre quattro giocatrici, ma si può dare il massimo anche rispettando il tuo avversario. Io l’ho sempre fatto.”

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