Au ReVoir Edouard, tennista quasi mai peRVenuto

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Au ReVoir Edouard, tennista quasi mai peRVenuto

A fine 2016 ha annunciato il ritiro dal singolo Edouard Roger-Vasselin. Nel menefreghismo più totale. Oggi gioca le ATP Finals con Melzer. Il ritratto di un tennista mediocre tracciato da un innamorato Davide Orioli

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Edouard Roger-Vasselin (via Twitter, @FFTennis)

Ormai quasi quattro anni fa, un Roger abbandonava l’attività di singolare. Si era a fine 2016 e fu una settimana movimentata per il tennis: l’assalto a Petra Kvitova, il fidanzamento di Serena, il ritorno di quell’altro Roger, il ritiro di Ivanovic. Oltre al prevedibile riprendere di tornei e competizioni. Non sorprende che in mezzo a tutto ciò fosse passata inosservata la notizia del mezzo ritiro di un giocatore. Edouard Roger-Vasselin, da quel momento, si sarebbe infatti concentrato solo sul doppio.

Oggi Roger-Vasselin è ancora in piena attività, e nelle ultime quattro stagioni ha vinto otto titoli con cinque partner diversi e raggiunto anche una finale Slam, a Wimbledon nel 2019, in coppia con Nicolas Mahut. A partire dal torneo di Bercy 2019 e per tutto il 2020, invece, ha sempre giocato in coppia con Jurgen Melzer ed è riuscito a trovare abbastanza continuità da centrare la qualificazione per le ATP Finals (esordirà quest’oggi alle 19, contro Pavic e Soares).

Per celebrare questo piccolo traguardo raggiunto dal tennista francese – che aveva già giocato le Finals nel 2014, assieme a Benneteau, raggiungendo la semifinale – vi riproponiamo un articolo scritto dal nostro Davide Orioli, rimasto (colpevolmente!) incastrato nel limbo degli articoli che non hanno mai visto la luce. Davide era e rimane un grande estimatore del Roger meno famoso. Ma non per questo, meno degno di celebrazioni.

 

Diciamoci la verità Edouard, la notizia del tuo mezzo ritiro sarebbe passata inosservata anche a metà dicembre, anche quando i tabloid e i siti vanno a recuperare match d’archivio, statistiche insulse, gossip inventati pur di riempire la prima pagina con qualcosa di inerente al tennis. E questo perché tu, caro Edouard, non conti quasi nulla; non hai vinto niente, non hai carisma, non sei bello, non sei personaggio. Hai però una cosa buona: un animo gentile e fanciullo. Una totale mancanza di cattiveria sia umana che agonistica, che forse in carriera ti è costata qualcosa. Ma, allo stesso tempo, ti ha fatto guadagnare un riconoscimento che nessun altro ha: divenire il paladino, l’uomo simbolo, il portabandiera del Bagel di Ubitennis. Traguardo del quale, da perdente quale sei, non sei nemmeno a conoscenza.

Mi ricordo, caro Edouard, quando la nostra storia d’amore tennistico cominciò: eravamo a Chennai, tre anni orsono. Entrambi neofiti. Io per la prima volta scrivevo articoli, tu per la prima volta ti giocavi un torneo con buone chance. In finale un omone grosso e potente di nome Stan fece polpette di te, era il 2014 e quello svizzero dal naso paonazzo 3 settimane più tardi avrebbe alzato al cielo il suo primo trofeo Slam. “Fallire. Provare di nuovo. Fallire meglio” portava tatuato, e porta ancora, sull’avambraccio. Dovrebbe vergognarsene, come può giudicarsi un fallimento un tennista che ha vinto in carriera 3 slam? Quel tatuaggio è tuo, tuo di diritto caro Edoaurd. Perché ti sei posto obiettivi piccoli, realistici e plausibili, e sei riuscito a fallire anche quelli. Invece che mirare alle aquile hai tirato ai polli, e hai preso i sassi.

Mi ricordo, sì io mi ricordo caro Edouard, che ero cronista timido e non mi osavo al mio primo torneo fermare tennisti nei vialetti, non sapevo manco se era concesso, non lo so nemmeno ora. Ma passando di lì col tuo coach mi guardasti con quel tuo sorriso bambino mentre andavi a prepararti per la semifinale contro Granollers. Ed era uno sguardo così umano, terra terra, umile, che mi venne naturale fermarti e scambiare due parole. Da lì diventasti il mio eroe. Edouard Roger-Vasselin, il tennista così semplice e disponibile, così educato.

Édouard Roger-Vasselin

Mi ricordo, sì io mi ricordo, che mi confessasti il tuo sogno. Non è Wimbledon. Non è la moglie pin up. Non era manco la Davis che pure non sei andato lontano dal vincere. Magari l’avresti vinta pure, se in finale non avessero convocato in doppio contro quel solito svizzero di cui sopra e il suo amichetto un po’ più bravo di lui, uno zoppo e un giullare. Potevi fare la voce grossa, dire: “Sono il campione di doppio del Roland Garros!”. Invece ti sei preso i soliti sberleffi restando in tribuna.

No il tuo sogno dicevo, era semplice, piccolo, umile: raggiungere la seconda settimana di uno slam. Non solo non ci sei mai riuscito, ma da perfetto fallimento sei andato due volte a un misero punto, contro Kevin Anderson a Parigi, prima di arrenderti e accantonare il tuo desiderio. Sì ok, ti sei consolato in doppio: con Benneteau (un altro perdente mica da poco, dieci finali ATP e mai un titolo compresi 5 championship point sprecati contro Joao Sousa, all’epoca sconosciuto fuori dalla top100) avete vinto il RG. Ma si sa, il doppio è il cimitero dei mediocri, o il divertimento dei campioni. È dove vincono quelli che altrove non potrebbero mai, per grazia e generosità dei più forti. Che lo ignorano o si distraggono.

La notizia del tuo ritiro dal singolo mi ha colto come un colpo al ventre, lo confesso. Perché hai anche un bello stile di gioco e avresti meritato di più; di più di tanti pedalatori da fondo, ragazzini viziati, servebot, one-trick-pony et similia. Ma soprattutto perché, dovessi mai tornare a scrivere un Bagel, di chi narrerò le gesta? Chi prenderò per i fondelli o caro Edouard, il diversamente Roger che ho sempre messo nei tag anche in articoli in cui non ti menzionavo minimamente? Ma in un certo senso ti capisco, per uno come te è coerente ritirarsi da perdente in carica. Fallire, provare di nuovo, fallire sempre alla stessa maniera. Non come Stan. Ti ho voluto bene, quasi quanto l’altro Roger, per esserne l’antinomia, il peRVente peRVetto.

Da domenica sono a Sydney, torno a fare l’inviato. Credevo che il mio obiettivo personale sarebbe stato un selfie con la Bouchard. Invece la mia priorità sarà di vagare alla ricerca di un nuovo Vasselin, un altro tennista dall’indole semplice e la sconfitta nel DNA. Non sarà facile rimpiazzarti, lo ammetto. Buon prosieguo di carriera in doppio, cher Edoaurd. Ci rivediamo a Parigi con velleità di secondo titolo, e che la terra rossa ti sia lieve.

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In memoria di Diego Maradona, eternamente giovane

Le ragioni del cordoglio unanime per il più discusso calciatore della storia

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Mi ha telefonato mia sorella oggi. Vive da anni lontana dalla mia città. Piangeva lei e piangevo io. Ci siamo chiesti il perché. Nessuno di noi conosceva Maradona personalmente. Nessuno di noi aveva mai avuto il piacere di una foto, di un incontro. Maradona, nella nostra vita di bambini napoletani di un tempo, era solo un coro, una casa a Posillipo, il battito di ali di una farfalla distante, nello spazio e nel tempo, capace oggi di scatenare l’uragano.

Ma non siamo gli unici a piangere e disperarsi. Le prefiche abbondano ovunque, e paiono persino portatrici di strazi sinceri. Si fatica a comprendere come mai, in morte, Maradona stia riscuotendo i consensi che la vita da un bel po’ gli aveva negato. L’uomo divisivo, manicheo, bianco o nero, sembra sparito. L’uomo che, o eri con lui o eri contro di lui (ma coma facevi ad essere con lui? dove era lui?), in queste prime ore della sua morte sembra essere riuscito a riscrivere di colpo la sua intera biografia. Miracolo, l’ultimo di una lunga serie.

Quello che gli stanno tributando tutti, non è il rispettoso e spesso ipocrita parce sepulto. Qui tutti sembrano amarlo per davvero. Diremmo di più: sembrano averlo amato. Tutti salgono sulla barca Diego. Ti guardi in giro e sono tutti argentini, tutti per i deboli dell’umanità, tutti Maradona è megl ‘e Pelé. Da buon napoletano, la cosa non mi convince. Cca nisciun è fess e la gelosia, noi napoletani, la mettiamo nel caffè.

 

Lasciamo perdere Napoli e l’Argentina, non fanno testo. Una città ed una nazione incoerenti fino al midollo, almeno sul punto saranno fedeli alla linea. Pensiamo piuttosto alle società di calcio italiane, che lo hanno detestato, che hanno riso delle sue patetiche vicende extracalcistiche. Oggi quasi ringraziano Maradona per i gol segnati contro di loro. Pensiamo ai comici, che si sono costruito una carriera facendo la battuta delle strisce del campo tirate su per il naso, e che oggi dicono che è morto il più grande. Pensiamo ai tifosi dell’Olimpico, che gli fischiarono l’inno nazionale in mondovisione in una finale mondiale, e che oggi raccontano a figli e nipoti di avere avuto l’onore ed il privilegio di averlo visto giocare.

Chissà se parlerà Andoni Goikoetxea, il macellaio di Bilbao, l’uomo che nel 1983 gli spezzò la caviglia in Spagna. Sono certo che anche lui si dirà affranto, dirà che Diego era il suo idolo e per commozione infilerà il piede sotto il primo tir di passaggio verso i Pirenei.

Guardandoci in giro, sembra davvero affetto sincero. Perché d’improvviso lo amano tutti? Perché si piange per l’immenso giocatore che da circa trent’anni aveva lasciato il campo al discutibile uomo?

Discutibile per non dire “pessimo” come fanno in tanti. Nel suo dizionario dei luoghi comuni Flaubert aggiungerebbe questa frase: “Diego Armando Maradona è un giocatore immenso in campo, ma fuori dal campo un pessimo uomo”.

Si sentono dire molte cose, sin da quando giocava, su Diego Armando Maradona. Sono sempre più o meno le stesse e sono tutte vere. Vale la pena riassumerle. Cocainomane, evasore fiscale, adulterino. Frequentatore di camorristi nelle notti napoletane. Ha impiegato vent’anni per riconoscere un figlio. Uomo kitsch, non elegante nel look e nelle sembianze, un po’ indio, un poco meridionale. Tracagnotto, godereccio, dionisiaco, quasi satiro. Ebbene, secondo molti così avremmo definito un uomo, e invece abbiamo definito i benpensanti.

C’è almeno un personaggio pubblico amatissimo, venerato, per ognuno dei difetti o attributi appena elencati. Ci sono state rock star che celebriamo da decenni morte con l’ago in vena. Campioni dello sport, imprenditori a capo di multinazionali, che hanno patteggiato con il fisco italiano e che ancora inviteremmo per il tè. I frequentatori di camorristi sono stati e forse sono ancora in parlamento, e a differenza di Maradona frequentavano i camorristi proprio perché gli serviva la camorra, non per una serata in discoteca. Quanto agli adulterini, ai kitsch e ai meridionali, beh quelli siamo noi: alle volte solo uno dei tre. Altre volte non ci vergogniamo di essere tutto.

Poi c’è il Maradona “politico”, il più pasticciato. Il nazional-comunista, un po’ peronista, un po’ bolivariano. L’amante della rivoluzione cubana, amico di Castro, Chavez e Maduro, ma anche colui che eliminando l’Inghilterra dai mondiali volle vendicare la sconfitta militare alle Falkland/Malvinas della dittatura fascista di Videla.

L’uomo del popolo, quello di Villa Fiorito lo è sempre restato. Roberto Benigni accogliendo un Oscar disse che ringraziava i suoi genitori per avergli dato il regalo più grande, la povertà. Maradona non sarebbe mai stato in grado di esprimere un concetto così nobile e così paraculo al tempo stesso. Ma la povertà se l’è portata addosso, in eterno. Cucita insieme a una dose di beata ignoranza. Il Maradona che con i suoi limitati mezzi culturali tuonava contro la Fifa, Havelange e Blatter, Platini e Pelé, la Federazione Argentina, ha bene o male sempre avuto ragione. Solo che a tutti è sempre sembrato che ciò fosse un caso, una schedina fortunata giocata insieme alle Marlboro morbide di sabato sera, e non la sfacciata sincerità di una persona che il sistema non è mai riuscita a contenere e a corrompere.

Volete l’uomo? Bene, chiedete a chi gli è stato amico. Chiedete dell’uomo. Fatevi spiegare cosa voleva dire per dei ricchi professionisti andarlo a recuperare a casa, la mattina degli allenamenti, strafatto di coca dalla nottata, per portarlo sul campo, quantomeno a farsi vedere.  Chiedete cosa fosse lui per loro mentre lo sollevavano dal letto senza sollevargli la vergogna di dosso, e gli facevano il caffè. Diego si svegliava che non li riconosceva neppure. Ma loro sapevano chi era e perciò erano lì. Chiedete a loro dell’uomo Maradona, dell’amico Maradona, del figlio Maradona, del padre Maradona. Vi diranno cose belle. Del marito no, non chiedete. Ma qui parliamo di uomini, anche di quelli che sbagliano.

Chiedete loro di uno spogliatoio prima di una partita a Milano. Della loro tensione, della loro ansia, quando qualcuno tirò fuori dal nulla una arancia ed iniziò a palleggiare. Apparentemente senza motivo. Chiedete chi fu l’uomo che per distrarre e rilassare la sua squadra, decise in uno spogliatoio di San Siro di battere il record mondiale di palleggi con arancia, mentre tutti ritmicamente battevano le mani e dimenticavano la paura.

Spiegare Maradona non è possibile. Non con le lacrime agli occhi. Principalmente perché si deve camminare sulle impronte lasciate da centinaia prima di te, che magari lo hanno davvero conosciuto e hanno scritto fiumi di bellissime parole sul più discusso calciatore mai esistito. Ripercorrere i sentieri già battuti con le lacrime agli occhi non è facile.

Allora tanto vale provare una strada nuova. Un profilo differente. Qualcosa che chi scrive conosce meglio. Cambiamo almeno la versione della storia su Napoli e Maradona. Hanno raccontato la Napoli storicamente sottomessa e umiliata che grazie a Maradona ha sollevato la testa. Hanno detto che è per questo che Napoli lo ha così amato. Fermate chi fa questo discorso, non lo state ad ascoltare. Hanno confuso l’amore con la gratitudine e a Napoli è peccato mortale. I trentenni che oggi piangono, e si radunano al San Paolo di notte, perché non avranno mai un funerale, di quell’alzata di capo non possono ricordarsi.

L’amore della città per Maradona è certamente anche l’amore per l’idolo sportivo. Ma Maradona sarebbe stato amato anche a Roma, a Milano e a Torino, città che la testa non avevano certo bisogno di sollevarla. Perché quest’uomo pessimo, in verità, al calciatore immenso un poco somigliava.

Chi gli stava vicino lo amava. Era inevitabile. Chi lo vedeva in televisione si infatuava di un sorriso. Alcune persone hanno questa qualità. Qualità che non si allena, come non si allenava Diego, ma con cui si nasce. Si chiama carisma, simpatia, leadership. Come si chiama si chiama, Maradona grondava di questa qualità. Essa dilagava in campo e fuori. Napoli era solo più ricettiva di altri posti per chi possiede questo estro, per chi è capace di farti stare meglio con un’arancia negli spogliatoi. Solo l’odio calcistico, che è sentimento forte e atroce, poteva impedire di esserne coinvolti. Si dice che l’avvocato Gianni Agnelli avesse Maradona in gran simpatia. Onore all’avvocato. E onore anche a Maradona.

Ma dopo trent’anni, questo dolore e questo cordoglio ancora non si spiegano. Quest’uomo di 60 anni, bruciatosi nell’incapacità di vivere e di esistere, giunto al limite del proprio corpo, muore. Ci sarebbe da essere tristi, fatalisti, ma non affranti.

Ecco che allora, l’unica spiegazione plausibile, è che forse non stiamo vedendo morire il sessantenne consumato da ogni vizio. Noi che non possiamo raccontare quelle mattine passate a fargli il caffè, che ne conosciamo solo una logorata immagine pubblica, vediamo morire un uomo di trent’anni, rimasto fermo lì al palo della vita, ancora in pantaloncini a maglia numero 10, mentre noi tutti andavamo verso l’età adulta.

È come se Maradona, per me e per tutti quelli che oggi lo piangono, dai 30 anni in poi non fosse più esistito. Tra droga, alcol, doping e squalifiche, odio cieco verso il sistema, figli illegittimi, orecchini sequestrati all’aeroporto, bypass gastrici, disintossicazioni, sigari e Fidel, scene sguaiate, separazioni, giornalisti sparati a sale, Maradona ha scelto di non esistere gli ultimi 30 anni. Nessun ricordo si è sovrapposto su quelli di lui in campo. Per quanto abbia penato nella seconda parte della sua vita, e fatto di tutto per gettare giù dal piedistallo la divinità, quei primi trenta anni di diamante non sono stati scalfiti.

Non è mai esistito un Maradona adulto. Non ne ho traccia, non ne ho memoria. L’adulto fuori dal campo è stato solo un’eco del ragazzo inarrestabile, riverberatasi a lungo, perché la nota di gioventù era limpida e duratura. È morto un ragazzo di trent’anni, ecco perché piango. E non parlo di me e del pezzo di me che se ne va con lui. A quei pezzi che perdiamo per la via ci stiamo tutti facendo il callo. Parlo di Diego Maradona che è rimasto là, a palleggiare con le arance, mentre noi tutti scappavamo via.

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Da Sesto a Sofia: chi è Jannik Sinner e come è diventato il tennista da 2 milioni all’anno

Nato a San Candido nel 2001, ma cresciuto a Sesto, è stato conteso da tennis e sci fino a 14 anni. Poi ha spiccato il volo con la racchetta, grazie all’intuito di Sartori e Piatti. A Sofia ha vinto il primo (di tanti?) torneo e gli sponsor già se lo contendono

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Io ormai ho novant’anni, e questa di Sinner rimane tra le giornate migliori che abbia passato“. A pronunciare – o meglio, scrivere – questa frase è Gianni Clerici, che possiamo ipotizzare in cima al piano inclinato in fondo al quale, il 14 novembre 2020, la pallina degli eventi ha finito per produrre il primo titolo di Jannik Sinner nel circuito maggiore. Sul veloce indoor dell’Arena Armeec di Sofia, il torneo che ha ereditato la licenza di Zagabria (che fu prima di Milano, dove Federer vinse il primo titolo nel 2001), Sinner ha battuto in tre set Pospisil giocando così così per tutto il match ma splendidamente nel tie-break decisivo, condotto da veterano.

Perché Gianni Clerici abbia a che fare con Jannik Sinner è presto detto. Fu Clerici a incoraggiare il destino di Riccardo Piatti nel tennis, facendogli da maestro in una scuola tennis di Como mezzo secolo fa e poi consigliandogli di recarsi al campus di Bollettieri, quando Piatti aveva già scelto la via dell’insegnamento. Oggi Piatti è l’allenatore di Sinner. Più che un semplice allenatore, funge anche da padre, da mentore, da parafulmine. È l’intercapedine di sicurezza tra Jannik e il mondo esterno.

Gianni Clerici, il miglior cantore italiano del tennis. Riccardo Piatti, il miglior coach italiano. Promette di chiudere il triangolo Jannik Sinner, diventando il miglior tennista italiano di sempre. Il percorso che ha portato al clima attuale di euforia, all’interesse della TV di Stato e ai paragoni con Tomba, Pellegrini o Valentino Rossi – invero assai prematuri – cominciava 19 anni fa, il 16 agosto 2001.

 
Sinner con trofeo – Sofia 2020 (foto Ivan Mrankov)

DA DOVE VIENE SINNER

Da Sesto Pusteria, un comune del Trentino Alto Adige che non raggiunge i 2000 abitanti e guarda (molto) da vicino Veneto e Austria; nel paese c’è una stazione meteorologica ma non un ospedale, così Jannik deve nascere a San Candido, una manciata di chilometri a nord-ovest. Per farvi capire quanto sia andata bene all’Italia, che se l’è ritrovato in casa: il fiumiciattolo Rio Sesto attraversa Sesto Pusteria, scorre per appena 16 chilometri e proprio all’altezza di San Candido va a buttarsi nella Drava, il quarto più grosso affluente del Danubio (750 km) che è anche il fiume più lungo tra quelli che scorrono parzialmente in Italia. Affari di confine in una terra di confine. Sinner nasce nell’angolo meno italiano d’Italia, imparerà tardi a parlare l’italiano ma geograficamente parlando la sua è una storia tutta italiana.

Mamma Siglinde e papà Hanspeter gestiscono – e vi lavorano come cuoco e cameriera – il piccolo rifugio “Fondo Valle” in Val Fiscalina. Quel che di mamma e papà trasmigra subito in Jannik è la passione per gli sci, che indossa già a quattro anni. Magrolino e già piuttosto arancione, Jannik affianca la racchetta alla tuta da sciatore a sette anni, quando i genitori lo spronano a provare anche un altro sport. Il suo primo maestro di tennis è Heribert Mayr da Brunico, che assieme ad Andrea Spizzica si fa carico del compito (a posteriori) più importante: indirizzare Jannik verso il tennis.

Hebi (Mayr, ndr) mi segnalò questo ragazzino di 7 anni” ha raccontato Spizzica un anno fa a Sportface. “Ci giocai nonostante io non parlassi una parola di tedesco e lui una parola di italiano. Inizialmente Jannik si divideva tra tennis e sci e quindi giocava poco. Il nostro obiettivo divenne presto fargli scegliere il tennis; è stato un lavoro certosino, anche ‘sporco’ perché dovevamo dargli un contenuto tale da renderlo forte tanto quanto lo era con gli sci ai piedi“. A quei tempi però, ammette Spizzica, non si intravedeva il suo potenziale. “Non a questi livelli, almeno“.

Jannik Sinner e Andrea Spizzica

Un aiuto decisivo arriva dall’innato senso della competizione di Sinner, come spiega Heribert Mayr. “A 12 anni era campione italiano di sci e si allenava tutti i giorni; a tennis era forte, ma per lui era ancora un hobby da due volte a settimana. Nello sci, però, iniziava ad accusare il colpo e non vinceva più. E Jannik è uno che ha sempre voluto vincere, non accettava di perdere neanche contro di me“. Riassumendo: Jannik ha 12 anni, è uno sciatore promettente che però fatica a progredire. Il tennis non è ancora il suo ‘tutto’, e soprattutto ha una struttura fisica tanto gracile che gli avversari riescono speso a renderlo innocuo tenendolo lontano dalla linea di fondo. Nel corso di un raduno nazionale, un maestro lo accusa addirittura di ‘non saper fare due palleggi’ perché ha un gioco troppo votato all’attacco. Questo perché Spizzica e Mayr lo stanno indirizzando in quella direzione.

Jannik metterà in soffitta gli sci un paio d’anni dopo, ma la sport delle nevi gli consegnerà un lascito fondamentale. La capacità di mantenere alta la concentrazione nei piccoli segmenti di tempo composti da un quindici, ereditata da uno sport in cui la performance dura un paio di minuti e non c’è tempo per gli errori.

Ancora conteso dallo sci, il talento tennistico di Jannik non è debordante ma comincia ad affiorare. Arrivano i primi risultati (una semifinale alla coppa Lambertenghi, la finale nazionale under 13) e con essi la sua dimensione si allarga abbastanza da lambire l’interesse di Massimo Sartori, storico coach di Seppi, che proprio col suo allievo vuole farlo palleggiare durante il challenger di Ortisei del novembre 2014. Quella mattina però Seppi sta male, ‘e in campo con quel ragazzino ci sono finito io. Dopo un’ora, sono uscito morto!‘ racconta Sartori al Messaggero. Uno dei primi a intuire che Jannik è speciale, Sartori convince i suoi genitori a portarlo a Bordighera per sottoporlo all’attenzione di Riccardo Piatti. Qualche mese di assestamento e nell’estate 2015 il ragazzo si trasferisce in pianta stabile al centro di Bordighera (adieu, piste da sci!), dove attorno a lui si forma un team composto – oltre che da Piatti – anche da Andrea Volpini e Cristian Brandi, che lo ha accompagnato a Sofia.

Sinner gioca un’ottantina di match con la casacca di junior senza mai eccellere (best ranking di n.133 del mondo) e nel 2018 si tuffa definitivamente nel circuito dei Futures. Nel febbraio 2019 vince il suo primo challenger a Bergamo, senza aver ancora mai vinto un Futures; ci riuscirà la settimana successiva a Trento e poi a Santa Margherita di Pula, prima di vincere ancora a livello challenger a Lexington e Ortisei. Quest’ultimo successo, ottenuto pochi giorni dopo aver vinto le Next Gen Finals e a pochi chilometri da casa, coincide in qualche modo con l’abbandono del nido. A quel punto Sinner spicca il volo: il resto, più o meno, è storia che conosciamo.

Jannik Sinner – Sofia 2020 (foto Ivan Mrankov)

SINNER OGGI. E SINNER DOMANI

Sinner è molto più vicino ai più forti di quanto si pensi“, afferma sempre Sartori – che non è certo un tipo dagli entusiasmi facili. “Durante la pandemia gli ho fatto vedere molte partite di grandi campioni come Federer o Djokovic” aggiunge invece Piatti, intervistato dal Corriere dello Sport e dal Secolo XIX. “Di quelle sfide ho selezionato 40-45 minuti, i periodi in cui avevano giocato male. Volevo che Jannik capisse come erano comunque riusciti, in una situazione in cui non si stavano esprimendo al meglio, a cambiare il corso del match“. Esattamente ciò che Sinner ha fatto a Sofia contro Pospisil. Se giocare da favorito diventerà un problema? “No, perché è un atleta di alto livello” conclude secco Piatti. “La migliore educazione non è mettere timori, ma mostrare la strada. Perché c’è ancora tanta strada da fare“.

La pressione (e l’esaltazione un po’ stucchevole) sembra orbitare più fuori che all’interno dell’universo Sinner, dove tutto funziona a meraviglia. Il ragazzo è consapevole dei propri mezzi ma non ha fretta – ‘perché è la cosa più difficile da gestire, la fretta‘ – né si preoccupa che la pandemia gli abbia fatto perdere tempo e posizioni in classifica. “Non rimpiango i mesi saltati per il ranking, sono solo contento che la mia famiglia e i miei amici stiano bene. Magari potevo essere N.20, ma anche se non lo sono pace, la cosa più importante è rimanere in salute e sperare di viaggiare con meno problemi il prossimo anno. Prendo tutto quello che mi è arrivato”.

Peraltro, c’è il caso che lo stop lo abbia addirittura aiutato. Non possiamo essere certi che una stagione completa, senza gli allenamenti intensi dei mesi senza tennis – ‘2-3 sessioni al giorno di tattica e tecnica’, dice Piatti – che gli hanno consentito di lavorare sui suoi punti deboli, si sarebbe conclusa ugualmente con un quarto Slam e il primo titolo in carriera. Perché Jannik Sinner, in questo momento, è soprattutto un tennista in costruzione. Anche se è già fortissimo, e ha dimostrato di poter già vincere, ha bisogno di crescere ancora per poter arrivare – non è più il caso di nascondersi – dove tutti credano possa o persino debba arrivare. E rimanerci. Top 10, o magari ancora più su come sospetta Pospisil.

Non possono né devono essere un problema le smisurate attenzioni che lo stanno braccando. Quelle dei media (non tutte giuste). Paragonarlo a Federica Pellegrini o Alberto Tomba è prematuro e ingeneroso nei confronti di chi ha ampiamente fatto la storia dello sport italiano, ma a Sinner deve cambiare poco: lui ha la sua strada e sta dimostrando di poterla percorrere senza distrazioni. Quelle degli sponsor (tutte giuste). Secondo la Gazzetta dello Sport Sinner è un brand che vale già due milioni a stagioneRolex, Technogym, Parmigiano Reggiano e Alfa Romeo sono saliti quest’anno sul carro già occupato da Nike e Head – ed è perfettamente normale che sia così, perché ad oggi non esiste un under 20 che prometta come Sinner. Oltre ad essere normale, se Jannik manterrà le promesse, questa attenzione crescerà in modo esponenziale e durerà per tutta la carriera. Meglio iniziare già oggi a trovare il modo di gestirla: è una delle tante cose che tornerà utile domani.

Jannik Sinner – Roland Garros 2020 (foto Twitter @Rolandgarros)

L’immediato domani dello Jannik mono-pensiero – ‘vuole sapere tutto del tennis, del resto c’è chi se ne occupa‘ dice sempre papà Piatti – sarà il ritorno a casa a Montecarlo, dove risiede, e la partenza per l’Australia a metà dicembre, dove smaltire l’obbligo di quarantena e cominciare ad allenarsi in vista del 2021. A 19 anni, da numero 37 del mondo, avrà ancora un po’ di tempo per fallire. Ma neanche troppo.

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La straordinaria adolescenza di Iga Swiatek: “Se non sfondo vado al college”

Campionessa Slam a diciannove anni, eppure la vita non gira attorno a una pallina. “Fare tutto alla perfezione è il mio segreto e il mio cruccio”. La regina del Roland Garros si confessa a Behind the Racquet

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Ci sono eventi che tendono a indirizzare un’esistenza, inevitabilmente o quasi. Vincere un torneo del Grande Slam a diciannove anni, per esempio. Stavolta Iga Swiatek finisce dietro la racchetta, non certo dietro la lavagna visti gli ottimi voti raccolti in campo e sui banchi. Normalmente vite come la sua ruotano intorno a una palla di feltro giallo, e in molti casi, non di rado dolorosi, il progetto-campione è stato elaborato nel laboratorio familiare quando il pargolo riusciva a malapena a impugnare l’attrezzo del mestiere. Ma la parabola di Iga Swiatek non è stata disegnata a tavolino.

I miei genitori mi hanno messa a giocare a tennis quand’ero piccolissimaha confessato Iga a Behind the Racquet -, solo perché ero una bimba vivace, piena di energie. Mi piaceva, ma non ne ho mai fatta una malattia, anche perché non avevo idea di quanta importanza avrebbe finito per avere nella mia vita“. Eppure più di qualcuno deve aver sospettato che di ordinario c’era ben poco, osservandola con la racchetta in mano. “Sapevo di avere potenziale, di essere la ragazza polacca con la classifica migliore, ma vedevo i miei orizzonti piuttosto incerti. Sarei stata abbastanza costante, preparata, dedicata da diventare una professionista? Poi ho giocato a quindici anni il Roland Garros Junior e lì, per la prima volta, ho capito di volerci provare seriamente“.

Certamente la strada verso “il mestiere” è lastricata di insidie, quelle che stracciano le ambizioni di molti ragazzi e ragazze provvisti di larghi talenti. “La paura di infortunarmi mi tormenta da quando sono ragazzina, da prima che finissi per la prima volta sotto i ferri a sedici anni. Alla vigilia del terzo turno al Roland Garros 2019 mi sono fatta male alla schiena. Sono scesa in campo disperata; sapevo che avrei perso e non poter competere al meglio nel mio torneo preferito aveva assunto i contorni del dramma. Credevo di non riuscire nemmeno a piegarmi, e ho perso il primo set 6-0. Poi ho avuto l’illuminazione: gran parte del dolore era prodotto dai miei pensieri e da null’altro. Sono rientrata in campo con una diversa prospettiva e ho girato quella partita. Credo si possa parlare di svolta“.

 

Prima di guardare i sorteggi, i tabelloni e gli avversari occorre fare i conti con sé stessi, e nel complicato viaggio verso la conoscenza del proprio io la teenager di Varsavia è già piuttosto avanti, nonostante gli appena diciannove anni. Come più volte orgogliosamente sottolineato, Iga collabora da un paio di stagioni con la psicologa Daria Abramowicz, personalità a quanto pare decisiva per la giovane carriera della polacca. “In molti pensano che uno psicologo sia utile solo a chi ha problemi specifici, ma non penso sia così. Il mio percorso è iniziato aprendomi sul modo di vedere il mondo, sul rapporto con i miei genitori, con la realtà circostante. Sono sentimenti magari schermati, ma che influiscono sul lavoro quotidiano, dunque nel mio caso sull’approccio alla partita di tennis. Ho lavorato su me stessa, accompagnata da una grande professionista. Noi tennisti siamo obbligati a stare molto da soli, è importante passare del tempo con persone di cui ci fidiamo“.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma colpire una pallina non è l’unica cosa che intriga Iga Swiatek. Per ora le vicende sul rettangolo di gioco vanno alla grande, ma se il livello dovesse scendere è già pronto il piano B. “Qualche mese fa mi sono diplomata con un ottimo voto. Voglio essere perfetta in tutto ciò che faccio e questo approccio a volte ha costituito un problema, su cui ho lavorato insieme a Daria. Lo scrupolo di raggiungere l’eccellenza spesso diventa il primo ostacolo da superare per conquistarla, ed è una difficolta che ci poniamo noi stessi, non necessaria“. Il fatto è che i grandi risultati, qualunque sia il campo, sembrano piovere tra le mani di Iga.

Il voto di diploma mi permetterebbe di iscrivermi a qualsiasi università polacca, oppure di ottenere una borsa di studio negli Stati Uniti. Per ora voglio concentrarmi sul tennis e non è semplice conciliare sport professionistico e studio, ma se non dovessi vincere un altro Slam ed entrare nella top 5 a breve potete stare sicuri che mi iscriverò al college“. Non ci stupiremmo, dovessimo ritrovarla tra qualche anno laureata e con una mezza dozzina di Slam in bacheca.

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