WTA 2020, dodici match da ricordare (parte 1)

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WTA 2020, dodici match da ricordare (parte 1)

Dalle partite australiane di gennaio sino all’anomalo Slam dell’autunno francese, dodici incontri memorabili scelti per qualità tecnica, tattica e agonistica

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Simona Halep e Garbiñe Muguruza - Australian Open 2020

Di tutti gli articoli che preparo abitualmente a fine anno, e che provano a ricapitolare sotto diversi aspetti la stagione WTA appena conclusa, quello con la scelta dei match da ricordare è senza dubbio il mio preferito. Mi diverte ripercorrere il pro-memoria che tengo, settimana dopo settimana, con le partite che mi hanno colpito; mi diverte incrociarlo a posteriori con i tabelloni dei tornei più importanti per una ulteriore verifica; e mi diverte provare a definire una gerarchia, consapevole che si tratta in ogni caso di un giudizio del tutto personale, senza pretesa di oggettività.

Per questo non mi ha sfiorato neppure per un momento l’idea di rinunciarci quest’anno, anche se la situazione del 2020 è molto diversa dal solito, con la pandemia che ha menomato in modo profondo il calendario, e quindi ha offerto un numero di tornei (e di partite) di gran lunga inferiore rispetto al normale. Se vogliamo trovare un lato positivo alla situazione, è che quest’anno le esclusioni da compiere per arrivare all’elenco conclusivo sono state poche, molto meno che nel passato. In sostanza si tratta di una selezione meno severa e per questo più semplice.

Ricordo in breve i criteri adottati per arrivare alle mie scelte. Innanzitutto non posso parlare di “migliori match” perché ho considerato solo le partite che ho visto personalmente, quindi una parte molto limitata rispetto a tutte quelle disputate. La preferenza cerca di tenere conto di diversi aspetti: qualità tecnica, tattica, ricchezza di emozioni, ma anche importanza dell’evento. E perché una partita diventi speciale non è sufficiente la grande prestazione di una giocatrice: occorre che in campo ci siano contemporaneamente due protagoniste che si combinano in un’alchimia particolare; un dominio che si risolve in un 6-0, 6-0 non può offrire il coinvolgimento di una partita decisa sul filo di lana.

 

Quest’anno però mi sono permesso una deroga a questa linea di condotta, inserendo in classifica anche un match che ha avuto uno sviluppo a senso unico, terminato in due set e con un punteggio molto netto. È la prima volta che mi capita: è la classica eccezione che conferma la regola, ma sentivo che “doveva” essere presente fra quelli da ricordare del 2020. E forse potete anche immaginare di quale match si tratta.

Premesso tutto questo, arriviamo alle partite scelte. Questo martedì iniziamo con i match dalla posizione 12 alla posizione 7, la prossima settimana i primi sei della classifica.

a pagina 2: Le partite numero 12 e numero 11

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Quale futuro per Ekaterina Alexandrova?

La vicenda anomala di una tennista russa che si è perfezionata nella Repubblica Ceca e che è arrivata a un momento cruciale della carriera

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Ekaterina Aleznadrova dopo la vittoria nel torneo International di Shenzhen 2020

Tennis professionistico e pandemia: nel 2021 si prova faticosamente a tornare a giocare, ma rimangono alcuni effetti collaterali determinati dalla situazione anomala. Una delle conseguenze la stiamo sperimentando nel torneo di Abu Dhabi: primo turno a metà settimana e finale sette giorni dopo, di mercoledì; non esattamente l’ideale per una rubrica che esce di martedì. Per fortuna questo non impedisce di trovare comunque spunti di discussione, perché anche il tennis giocato nei primi turni negli Emirati è stato interessante.

Per esempio il match fra Elina Svitolina ed Ekaterina Alexandrova. Una partita estremamente combattuta, durata 2 ore e 35 minuti e terminata per 6-2, 6-7, 7-6. Il tiebreak del terzo set, vinto dalla numero 5 del mondo Svitolina si è concluso addirittura 10-8, dopo che Alexandrova ha mancato due match point sul 6-5 e sul 7-6 a proprio favore.

Il punteggio descrive una partita di grande equilibrio, eppure mentre la seguivo in diretta, perfino durante i match point contro, ero piuttosto convinto che Svitolina avrebbe finito per prevalere. E non lo dico per presunzione, o perché possiedo speciali doti predittive, ma perché era una di quelle classiche situazioni nelle quali una delle contendenti cambiava troppo di rendimento in base al punteggio. Nella seconda parte del match, infatti, Alexandrova sembrava avere qualcosa in più sul piano fisico-tecnico, ma soffriva oltre misura la pressione dello score: quando doveva risalire la corrente, i colpi filavano via puliti e incisivi; ma quando invece arrivava il momento di raccogliere i frutti della supremazia, il braccio si rattrappiva e la palla viaggiava a fatica.

 

Ekaterina aveva dato il meglio di sé nel finale di secondo set (al momento di pareggiare i conti) e anche all’inizio del terzo, portandosi in vantaggio di un break. Sul 4-2 avrebbe potuto ulteriormente allungare, ma non è riuscita ad approfittare di altre tre palle break. Mancato il colpo del quasi KO, è cominciato il riflusso: turno di battuta decisivo sul 5-4 non convertito, e poi sconfitta nel tiebreak decisivo, dopo 18 punti giocati.

Mentre seguivo la partita, di fronte agli struggimenti agonistici di Ekaterina, mi domandavo fino a che punto avrebbe potuto spingersi nel prossimo futuro. A 26 anni compiuti, Alexandrova si trova in un momento cruciale della carriera: è da un paio di stagioni che sta giocando piuttosto bene, e questo le ha consentito di entrare fra le prime 30 del mondo, con conseguente diritto alla testa di serie negli Slam; ora però si tratta di scoprire se saprà valorizzare il privilegio che si è conquistata, con qualche risultato davvero importante.

Non è facile rispondere, e in fondo il suo futuro poco delineato rappresenta, in piccolo, l’incertezza che sta vivendo in queste ultime stagioni tutto il tennis russo. Un movimento esploso nel primo decennio del duemila, che oggi fatica a mantenersi sui quei livelli di assoluta eccellenza, e che si interroga su chi potrebbe raccogliere l’eredità di Sharapova, Kuznetsova, Dementieva & Co. Questa settimana Alexandrova, con il numero 33 del ranking, è ancora la numero 1 di Russia, eppure rappresenta un caso particolare, perché tennisticamente è maturata in un’altra nazione. Vediamo come è andata.

a pagina 2: Gli inizi e il trasferimento da Mosca a Praga

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A proposito di Karolina Pliskova e Sascha Bajin

Cosa possiamo dire, oggi, del nuovo team tecnico formato dalla tennista ceca? I precedenti di Carlos Rodriguez con Henin, Li Na e Anisimova, di Tomasz Wiktorowski con Radwanska, e le molte collaborazioni di Wim Fissette

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Karolina Pliskova con il preparatore atletico Azuz Simcich e Sascha Bajin (via Twitter, @KaPliskova)

Lo scorso novembre Karolina Pliskova ha comunicato, attraverso un sintetico tweet (“Team Pliskova 2021”) di avere iniziato una nuova collaborazione tecnica con Sascha Bajin, ex allenatore di Osaka, Mladenovic e Yastremska. Si tratta di una delle notizie più interessanti di questi ultimi mesi trascorsi senza tennis giocato e per questo avrei voluto parlarne prima; ma ogni volta che provavo a scriverne avevo difficoltà a trovare la chiave di lettura appropriata. E così, settimana dopo settimana, ho rimandato l’articolo sino a oggi.

Ho riflettuto sulle difficoltà che mi spingevano a rinviare, e alla fine mi sono reso conto che più passano gli anni, più fatico a parlare dei coach nel tennis. Intendiamoci, sono sempre convinto che abbiano un ruolo fondamentale nella vita e nella carriera di ogni giocatrice, ma resta in gran parte un ruolo svolto dietro le quinte, estremamente difficile da valutare per quanto si percepisce dall’esterno.

Per come si è evoluto il tennis professionistico negli ultimi anni, il coach è probabilmente la figura che passa più tempo insieme a un giocatore/giocatrice di tennis. E non parlo solo di tempo dedicato alla professione, ma in senso assoluto. Dieci-undici mesi l’anno di tornei e allenamenti, composti da settimane di competizione alternate ad altre di sola preparazione. Ma che si disputi un match oppure no, tutto sommato la sostanza cambia poco: sempre in giro per il mondo, con la vita trascorsa fra campi, palestre, aerei e alberghi, a formare un team che si trasforma in una specie di famiglia alternativa a quella di nascita.

 

Per questo, anche se è una formula che cerco di evitare, spesso quando tennista e coach si separano si parla di “divorzio”. E si capisce perché è impossibile che una collaborazione tecnica possa funzionare se non si costruisce anche una relazione umana al di fuori della pura professione; se non proprio per vivere in totale armonia, quanto meno per riuscire a reggere senza troppi attriti durante l’enorme quantità di tempo trascorso insieme.

Oltre alle questioni tecniche e alle questioni umane, va tenuto conto che nel rapporto fra giocatrice e allenatore rientrano gli aspetti economici: i successi e gli insuccessi ottenuti durante la stagione si trasformano in denaro, in più o in meno, per entrambi. Non solo. C’è un tema più sottile e speciale che va considerato nella dinamica dei rapporti fra tennista e coach: sul piano economico è la giocatrice che paga il coach (sotto forma di stipendi fissi e/o di percentuale sui guadagni) ed è a tutti gli effetti “il boss” della situazione. Ma sul campo, al momento di decidere gli indirizzi tecnici da prendere, la relazione si rovescia: l’ultima parola su come sviluppare il lavoro si suppone spetti al coach, che viene assunto proprio per le sue competenze in quest’ambito.

È una condizione anomala, del tutto particolare, che non si verifica negli sport di squadra, e che rende il rapporto ancora più intricato. Per esempio: per un allenatore è un esercizio sul filo del precipizio comportarsi in modo duro e intransigente (se lo ritiene necessario) nei confronti di colei che è anche la sua datrice di lavoro. Ma anche l’atteggiamento opposto, giocoso e amichevole, potrebbe risultare meno spontaneo e convincente agli occhi di chi, a conti fatti, gli paga lo stipendio.

Questioni tecniche, questioni umane, questioni economiche. Davvero complicato.

Quando la collaborazione non regge, e giocatrice e coach si separano, di solito le vere ragioni rimangono inespresse, ma sui social si scatena la caccia al retroscena. Se sono coinvolti nomi di primo piano, non mancano mai di circolare voci incontrollate degne dei classici settimanali di gossip. E dunque a chi punta tutto sulle divergenze tecniche c’è chi replica parlando di gelosie o di amori non corrisposti, e chi invece insinua di mancati accordi sulle spettanze economiche, perché la giocatrice Tizia è tirchia oppure l’allenatore Caio è molto avido.

La maggior parte delle volte, in queste situazioni, i protagonisti rimangono nel vago (giustamente, direi: non si capisce perché vicende private dovrebbero essere sbandierate ai quattro venti), e per questo sono convinto che la posizione più ragionevole sia quella di astenersi dal prendere posizione, semplicemente prendendo atto che le cose non hanno funzionato.

Quella tra tennista e coach è dunque una relazione particolarmente complessa, piena di sfumature e di aspetti di cui non siamo a conoscenza, che sarebbero fondamentali per definire il giudizio. Eppure, malgrado tutto il “non detto”, rimane interessante provare a capire almeno questo: come la collaborazione si riverbera sul campo, non solo in termini di puri risultati, ma anche sul modo di giocare delle protagoniste quando finalmente affrontano le partite. Facciamo qualche nome e qualche esempio, anche solo per rendersi conto di come possano essere differenti le situazioni che si sviluppano.

a pagina 2: Rodriguez/Henin/Anisimova e Wiktorowski/Radwanska

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La WTA più curiosa e inattesa del 2020

Da Naomi Osaka a Magda Linette, da Irina Camelia Begu a Ons Jabeur, le protagoniste di alcuni degli episodi meno prevedibili accaduti nell’ultima stagione

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Naomi Osaka e il pubblico virtuale dello US Open 2020

Come in tanti aspetti della nostra vita, anche per il tennis il 2020 non è stato un anno felice, e fra cancellazioni e rinvii non si è giocato molto. Però qualche episodio curioso, inatteso o divertente si è verificato lo stesso. Ne ho scelti una decina, per provare a salutare il 2020 con un po’ di buon umore.

Belinda Bencic

Nel mese di gennaio il tennis è sembrato a rischio a causa dei grandi incendi divampati in Australia. Di fronte al problema, i giocatori avevano intrapreso diverse iniziative di beneficenza. Per esempio Nick Kyrgios aveva deciso di donare 200 dollari per ogni ace servito. Idea simile anche per Bencic; Belinda però ha valutato fosse meglio che la sua donazione fosse collegata ai doppi falli:

Bencic nel 2020 ha servito una media di 5,36 doppi falli per match, contro 3,43 ace. Oltre che concreta, si è dimostrata lungimirante, visto che aveva proposto di utilizzare lo stesso criterio anche per Alexander Zverev (Will you join @AlexZverev?). I numeri di fine stagione hanno confermato che Belinda non aveva torto.

Magda Linette

Magda Linette in febbraio ha vinto il torneo tailandese di Hua Hin. Dopo avere superato all’esordio Kateryna Bondarenko, ha battuto quattro avversarie (due cinesi, una rumena e una svizzera) con cognomi da poesia futurista. Nell’ordine ha sconfitto: Peng, Wang, Tig, Kung.

Laura Siegemund

“Automassaggio” di Laura Siegemund, durante il contestatissimo match contro Kiki Mladenovic al Roland Garros.
QUI IL VIDEO

Sara Errani e Kiki Bertens

Altra partita con scintille dell’ultima edizione del Roland Garros: Bertens contro Errani. Un match che ha stimolato la fantasia dei social media. Ecco due tweet creativi dedicati agli eventi finali dell’incontro. Il primo sulla “colorita” uscita dal campo di Sara Errani:

Il secondo sulla uscita in sedia a rotelle di Kiki Bertens:

Naomi Osaka

Australian Open 2020, match contro Marie Bouzkova. Il servizio di Naomi Osaka è devastante. Letteralmente:

Marija Cicak

Torneo di Praga, quarto di finale tra Begu e Sorribes Tormo. Per la giudice di sedia Marija Cicak imprevisti professionali con vento e ombrellone. La protezione prima è sfuggente, poi diventa addirittura aggressiva:

Irina Camelia Begu

Stessa partita di Praga fra Begu e Sorribes Tormo. Irina Camelia calciatrice:

Ioana Raluca Olaru

Ultimi due episodi, dedicati alla gestione dei lob. Qui siamo nella finale di doppio degli Internazionali di Italia 2020, fra Hsieh/Strycova e Friedsam/Olaru. Lob di Hsieh e “smash” di Raluca Olaru:

Ons Jabeur

Questo invece è lo smash di Ons Jabeur realizzato a Doha nel corso della partita contro Petra Kvitova. Jabeur è sempre più la candidata a ereditare da Radwanska la corona di regina degli “Hot Shots”. Sfido chiunque a ripetere un colpo del genere:

E visto che il prossimo articolo della rubrica uscirà nel 2021, approfitto dell’occasione per augurare Buon Anno a tutti.

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