Nei dintorni di Djokovic: provaci ancora, Marin. “Sento che non ho raggiunto l'apice”

Interviste

Nei dintorni di Djokovic: provaci ancora, Marin. “Sento che non ho raggiunto l’apice”

Due anni fa, Marin Cilic regalava alla Croazia la seconda Coppa Davis. Da lì a poco dichiarava di puntare ad un altro Slam. Oggi, tra infortuni, paternità e lockdown si ritrova ai margini della top 50. Ma lui è convinto di poter tornare in alto. Più in alto di prima

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Marin Cilic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)
 
 

Zagabria, novembre 2018. La nazionale di Coppa Davis, appena rientrata dalla Francia, festeggiava in una piazza Ban Jelacic – la piazza principale della capitale croata – gremita di tifosi la conquista della seconda Coppa Davis della sua storia. Il protagonista principale del trionfo croato era stato Marin Cilic, che dopo aver vinto il secondo singolare della prima giornata aveva conquistato anche il punto decisivo battendo Lucas Pouille. E sulla scia di quella vittoria, un paio di mesi dopo, avrebbe dichiarato di puntare ad un altro Slam e addirittura alla prima posizione del ranking, risultato mai raggiunto da nessun tennista croato (il migliore è stato il suo ex coach, Goran Ivanisevic, che fu n. 2 al mondo per dieci settimane nella seconda metà del 1994 e poi per altre tre all’inizio del 1997).

Il solito ginocchio
Ma oltre a quella dichiarazione d’intenti, Cilic avrebbe anche rivelato che già da un po’ era tornato a dargli parecchio fastidio quel ginocchio destro che nel corso della carriera lo aveva tormentato in più di un’occasione. Già nell’off-season 2018, subito dopo la conquista dell’insalatiera, si era sottoposto ad una serie di terapie, ma le battaglie vinte a Melbourne contro McDonald e Verdasco e poi ancora quella persa contro Bautista Agut (giocata con il ginocchio nuovamente parecchio dolorante) avevano peggiorato di nuovo la situazione. Che nonostante le parole di Cilic in quei giorni (“Fortunatamente ho un team che mi segue costantemente e cerchiamo di tenere la cosa sotto controllo”) non sarebbe migliorata nel prosieguo della stagione 2019. Anzi, a un certo punto – come rivelerà poi lo stesso giocatore –  l’unica soluzione percorribile sembrava essere l’intervento chirurgico. Invece l’ennesimo tentativo di terapia conservativa ottiene dei buoni risultati e Marin decideva di rinunciare a fine anno alla difesa della Davis per proseguire il percorso riabilitativo e puntare così a presentarsi al 100% per l’inizio della stagione successiva.

Un 2019 da dimenticare
I problemi al ginocchio hanno però avuto un impatto, purtroppo, su gioco e risultati dell’ex n. 3 del mondo. Nel 2019, per la prima volta dopo undici stagioni, la bacheca dei titoli ATP non si è allargata. Aveva infatti iniziato a riempirla nel 2008 vincendo a New Haven, per poi proseguire raggiungendo il massimo nel suo fantastico 2014, con la vittoria allo US Open ed in altri tre tornei, ed aveva poi continuato ad impreziosirla regolarmente fino al 2018, con l’ultimo trofeo alzato da vincitore al Queen’s.

Nota a margine: quella vittoria di due anni e mezzo fa a Londra, arrivata annullando un match point al fuoriclasse serbo, sembrava avesse certificato come dal punto di vista mentale Djokovic fosse ancora lontano dal top. Niente di più sbagliato, rileggendo tutto a posteriori. Da quella sconfitta Nole ripartì con rinnovato vigore per conquistare tre settimane dopo il suo quarto Wimbledon, invece per “Cila” – il soprannome di Marin in Croazia –  è stato (sinora) l’ultimo acuto, dato che i primi segnali di declino si avvertiranno subito dopo (e infatti si scoprirà dopo che il ginocchio aveva di nuovo iniziato a fargli male): la sconfitta contro Pella a Wimbledon, quella clamorosa sulla terra di Zara contro Sam Querrey nella semifinale di Davis e quella altrettanto impronosticabile contro uno specialista della terra battuta come Jarry al primo turno del Masters 1000 di Shanghai.

Anche il rapporto vittorie/sconfitte di fine stagione ha certificato il calo di rendimento di Cilic. Per uno abituato per anni a vincere due partite su tre – un rapporto infatti sempre attorno al 66%: il record, ovviamente, nel 2014, con il 72% di vittore – ritrovarsi a vincerne praticamente una su due (44-20, rapporto poco sopra il 50%), come nel 2007, quando era un diciottenne di belle speranze, era un brutto segno. Che chiaramente ha avuto le sue ripercussioni anche sul ranking. Già a febbraio era uscito dalla top 10 dopo più di due anni (ottobre 2016), ad agosto anche dalla top 20 dopo più di 5 stagioni (luglio 2014), ma soprattutto a novembre era scivolato ai margini della top 40, al n. 39, mai così in basso dall’ottobre 2013, ai tempi della controversa squalifica per doping.

 

Il 2020 e la ripresa che non c’è stata
Messi da parte i problemi al ginocchio, Cilic confidava di riprendere a gennaio il discorso interrotto dodici mesi prima. A Melbourne raggiungeva gli ottavi, con un paio di vittore lottate con Paire e Bautista Agut e una sconfitta netta con Raonic. Non di certo risultati degni del Cilic che fu, ma almeno dei piccoli segnali di crescita. L’ingaggio come nuove allenatore del connazionale Vedran Martic, neo selezionatore croato di Coppa Davis ed ex coach di Karen Khachanov, era un’ulteriore indicazione dell’effettiva volontà del tennista di Medjugorje di ritornare in alto, ma proprio subito dopo è arrivato il lockdown e la conseguente sospensione all’attività agonistica. Un periodo che è stato particolarmente importante per Marin, che a inizio febbraio è diventato papà del piccolo Baldo e ha potuto così stare vicino alla moglie Kristina nei primi mesi di vita del figlio.

Alla ripresa dopo il lockdown (e la quarantena a fine giugno in seguito alla partecipazione alla famigerata tappa croata dell’Adria Tour) per Cilic non è arrivato nessuno risultato degno di nota. Per lui solo qualche terzo turno: nel “suo” US Open, dove a fermarlo è stato il futuro vincitore Dominic Thiem, e ai Masters 1000 di Roma e Parigi-Bercy. Mentre al Roland Garros è uscito subito di scena, di nuovo contro Thiem. Delle sette vittorie, a fronte di otto sconfitte, ottenute da agosto in poi (di cui una per forfait contro Moutet), solo due sono arrivate contro dei top 30, Goffin e Auger-Aliassime, peraltro colte in un momento negativo dei suoi due avversari (per entrambi all’interno di una striscia di tre eliminazioni di fila al primo turno). La vittoria al Masters 1000 di Bercy contro il giovane canadese era stata letta in Croazia come un segnale di risveglio di Cilic, ma la sconfitta in tre set contro Humbert nello stesso torneo e soprattutto quella successiva, al primo turno dell’ATP 250 di Sofia, contro la giovanissima wild card ceca Forejtek, n. 399 ATP, aveva spento sul nascere gli entusiasmi a Zagabria. Seconda stagione consecutiva senza titoli ATP e con un rapporto vittorie/sconfitte poco sopra il 50%.

Oltre al ginocchio, c’è di più?
Guardando le partite di Cilic dopo il lockdown, quello che si nota immediatamente è che appare poco reattivo e mobile, lui che nei suoi anni migliori aveva indubbiamente una mobilità sopra la media per un giocatore di quasi due metri. Problema che già era emerso l’anno scorso, ma era stato imputato al ginocchio (“Più di tutto mi danno fastidio la scarsa flessibilità e la rigidità, che non mi consentono di essere elastico nel movimento, e a causa di questo nei cambi di direzioni, negli scatti o nei salti non posso essere al 100%. Un’altra conseguenza è anche il fatto che peggiora la velocità di reazione,” aveva dichiarato a suo tempo). Ma se i problemi all’articolazione sono risolti, allora il motivo va ricercato altrove. E per alcuni potrebbe essere al di fuori della sfera fisica. Ovviamente la questione desta molto interesse in Croazia – dove Marin Cilic contende al suo ex coach Goran Ivanisevic la palma di miglior giocatore croato di tutti i tempi e le discussioni in tal senso continuano da anni – dove si fanno le ipotesi più varie al riguardo.

L’effetto Goran
Proprio con riferimento alla collaborazione con Goran, durata quasi tre anni, una delle ipotesi correla il calo al fatto che, sotto certi aspetti, il gioco di Cilic abbia subito una involuzione dopo la conclusione del suo sodalizio con l’attuale membro dello staff di Novak Djokovic. Un sodalizio che inizialmente aveva suscitato molte perplessità, soprattutto in Croazia, viste le notevoli differenze caratteriali tra i due: esuberante ed impulsivo il mancino di Spalato (che continua ad esserlo anche alla soglia dei cinquant’anni, come le ultime dichiarazioni sulla finale del Roland Garros hanno confermato), tranquillo e riservato il ragazzo di Medjugorje.

Invece la “strana coppia” aveva funzionato, con l’apice della vittoria a New York nel 2014: Goran aveva aiutato Marin ad essere più aggressivo, a partire ovviamente dal servizio, il marchio di fabbrica dell’Ivanisevic giocatore. Un’aggressività che poi è andata affievolendosi: inizialmente impercettibilmente, poi in maniera più evidente, specie negli ultimi mesi. Citeremo al riguardo un dato: il rapporto di Marin tra ace e game di servizio. Nel 2015, l’anno post vittoria Slam e secondo consecutivo interamente con Goran in panchina, raggiunse lo 0,9%, quindi quasi un ace a game. Quest’anno è sceso allo 0,72%, il più basso dal 2013.

A un livello di gioco in cui spesso la differenza tra vittoria e sconfitta la fa una manciata di punti, se ogni volta ti mancano quei tre-quattro servizi vincenti a partita, che prima magari piazzavi proprio nei momenti cruciali del match, ecco che la fiducia nel tuo gioco – magari inconsciamente – comincia a incrinarsi, e un’aggressività che comunque era “appresa” e non “naturale” comincia a venir meno. E quella manciata di punti che ti serve per fare la differenza non riesci più a portarla a casa.

L’effetto Baldo
C’è poi chi sostiene che il motivo vada ricercato nella recente paternità, che talvolta rende meno prioritari per un giocatore gli obiettivi agonistici a cui prima dedicava tutto se stesso, dato che la sfera personale acquista molta più importanza. Al riguardo Marin ritiene invece che la nascita del piccolo Baldo sia per lui un aiuto dal punto di vista mentale, da sempre considerato un tallone d’Achille del tennista di Medjugorje: “Mi sento molto felice, in campo e fuori. Questo mi dà ancora un po’ più di stabilità quando gioco. Quando finisco un torneo, quando perso, sono felice perché vado a casa”.
iA leggerle da una certa angolazione, queste frasi in realtà potrebbero rafforzare la tesi di chi ritiene che la nuova situazione familiare di Marin abbia influito in negativo sul suo approccio al gioco. L’essere comunque sereno dopo una sconfitta, perché ciò significa poter tornare a casa ad abbracciare moglie e figlio, può legittimamente confermare i dubbi sul fatto che interiormente Marin abbia ancora l’animus pugnandi necessario per rimanere ad alto livello, quella “fame” di vittorie che invece continua a contraddistinguere dei “cannibali” come Feder, Nadal e Djokovic. E questo nonostante Cilic abbia due anno in meno del più giovane dei tre, Djokovic, e anche due di loro siano da tempo padri di famiglia.

Cilic insieme al figlio Baldo (Fonte: Instragram)

Ma altre parole dette dal campione croato sembrerebbero confutare decisamente anche questa ipotesi: “Sento di non aver ancora raggiunto il mio apice. Che significa sentirmi al massimo dal punto di vista fisico, mentale e tecnico, percepire la sensazione di stare giocando il mio tennis migliore. Vorrei raggiungere quell’apice, sentire di avercela fatta. Se ci riuscirò, allora potrò rilassarmi e ritirarmi”.

Riusciremo quindi a riammirare la versione “USOpenesque” di Cilic che ci stupì in quella incredibile settimana di settembre di sei anni fa a New York? Quella capace di infilare una striscia vincente di dieci set consecutivi – dal quinto contro Simon, passando per le tre vittorie in “straight sets” con Berdych, Federer e, infine, Nishikori – e che probabilmente era vicinissima a quell’apice che il tennista croato sta ancora cercando di raggiungere. Per non sentirsi più, nonostante i tanti titoli vinti, tra i quali spiccano uno Slam, una Coppa Davis e un Masters 1000, “Come se non avessi ottenuto ciò che potevo ottenere.E allora provaci ancora, Marin.

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John Lloyd, intervistato da Scanagatta, presenta l’autobiografia “Dear John” [ESCLUSIVA]

Intervistato in esclusiva per Ubitennis, l’ex-tennista britannico Lloyd si racconta tra aneddoti e ricordi. “Avrei dovuto vincere quel match” a proposito della finale all’Australian Open con Gerulaitis

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L’ex tennista britannico John Lloyd, presentando la sua autobiografia “Dear John”, viene intervistato in esclusiva dal direttore Ubaldo Scanagatta e racconta tanti aneddoti relativi alla sua carriera, inclusi i faccia a faccia con l’Italia in Coppa Davis. Le principali fortune di Lloyd arrivarono in Australia dove raggiunse la finale dello Slam nel 1977: “All’epoca era un grande torneo ma non come adesso” ricorda il 67enne Lloyd. “Mancavano molti tennisti perché si disputava a dicembre attorno a Natale, ma ad ogni modo sono arrivato in finale. Avrei dovuto vincerlo quel match– ammette con franchezza e una punta di rammarico –ho perso in cinque set dal mio amico Vitas (Gerulaitis). Fu una grande delusione ma se dovevo perdere da qualcuno, lui era quello giusto. Era una persona fantastica”.

Respirando aria di Wimbledon, era impossibile tralasciare l’argomento. Lo Slam di casa fu tuttavia quello che diede meno soddisfazioni a Lloyd, infatti il miglior risultato è il terzo turno raggiunto tre volte.Sentivo la pressione ma era davvero auto inflitta, da me stesso, perché giocavo bene in Davis e lì la pressione è la stessa che giocare per il tuo paese” ha spiegato l’ex marito di Chris Evert. “Ho vinto in doppio misto (con Wendy Turnbull, nel biennio ’83-’84) ed è fantastico ma sono sempre rimasto deluso dalle mie prestazioni lì. Ho ottenuto qualche bella vittoria: battei Roscoe Tunner (nel 1977) quando era testa di serie n.4 e tutti si aspettavano che avrebbe vinto il torneo. Giocammo sul campo 1. Ma era una caratteristica tipica delle mie prestazioni a Wimbledon, fare un grande exlpoit e poi perdere il giorno dopo. In quell’occasione persi contro un tennista tedesco, Karl Meiler”. In quel match di secondo turno tra i due, Lloyd si trovò due set a zero prima di perdere 2-6 3-6 6-2 6-4 9-7. Insomma cambieranno anche le tecnologie, gli stili di gioco, i nomi dei protagonisti… ma certe dinamiche nel tennis non cambieranno mai.

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Wimbledon, Sinner: “Allenarsi con Djokovic ha vantaggi e svantaggi. Credo di poter essere orgoglioso di quello che ho fatto”

Jannik Sinner non aveva mai vinto un match sull’erba a livello ATP prima di questo torneo. Oggi è andato ad un solo set dalla vittoria contro Djokovic, ma non è bastato

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Jannik Sinner - Wimbledon 2022 (Twitter @Wimbledon)
Jannik Sinner - Wimbledon 2022 (Twitter @Wimbledon)

Jannik Sinner è andato ad un passo dalla gloria, ha cullato l’idea di poter eliminare Novak Djokovic (che non perde a Wimbledon dal 2017), ma si è dovuto arrendere al rientro in partita del serbo, che lentamente ha girato il match a suo favore. Una partita che certamente lascia qualche rimpianto visto come si era messa, ma dalla quale certamente l’azzurro saprà ricavare le cose positive. Che non sono assolutamente poche.

“È stato un match molto duro, ma lo sapevo già prima di scendere in campo. Stavo giocando bene, ma lui ha alzato il suo livello di gioco nel quarto set. Penso di aver giocato bene nel quinto, ho soltanto sbagliato alcuni colpi alla fine, ma penso di poter essere orgoglioso di quanto ho fatto. Comincia così la conferenza stampa di Sinner, che si dice poi “fiducioso per il futuro prossimo”.

D: Al termine del match Novak ha detto che era convinto di vincere la partita. A che punto del match invece tu hai pensato che l’incontro di stesse scivolando via?

 

Jannik Sinner: “È una partita al meglio dei cinque set. Quando sei in vantaggio di due set giochi ogni parziale nel miglior modo possibile. Nel terzo quando stavo servendo ed ero 0-15, ho mandato in rete un dritto semplice e sono andato sotto 0-30. Poi dopo lui ha giocato un buon punto e, invece di essere, 15-30 eravamo 0-40, poi ho subito il break. A quel punto lui ha iniziato a giocare meglio. Come ho detto, nel quinto set credo di aver giocato bene. Dovevo probabilmente fare qualcosa in più perché, alla fine, era lui a dettare gli scambi“.

D: Visto il modo in cui hai giocato a Wimbledon quest’anno e i diversi giocatori che hai battuto, pensi di poter tornare qui in futuro e fare nuovamente bene? E, chissà, magari un giorno vincere il torneo?

Jannik Sinner: Penso di aver giocato ogni partita meglio rispetto alla precedente, anche se gli avversari erano sempre diversi. Penso anche al futuro, tornare qui l’anno prossimo può aiutami molto. Ho imparato molte cose sull’erba e questo è stato il motivo per cui abbiamo scelto di giocare su questa superficie. Ho dimostrato di saper giocare un buon tennis, chissà che un giorno non riuscirò ad esprimermi ancora meglio. Cercherò di continuare a lavorare sodo, perché questa alla fine è la cosa più importante. Ora magari avremo qualche giorno libero, ma subito dopo torneremo a spingere di nuovo. Poi vediamo come andranno i prossimi mesi”.

D: Hai avuto la possibilità di allenarti spesso con Novak: in che modo ciò ti ha permesso di migliorare? E come ti ha aiutato oggi, in particolare, visto che nei primi due set colpivi veramente bene la palla?

Jannik Sinner: Credo che abbiamo uno stile di tennis simile, per certi versi. Mi piace sempre allenarmi con lui, ovviamente ti offre una buona palla da colpire. Penso di avercela anch’io, quindi riusciamo a mantenere un buon ritmo. In un certo senso può aiutarti, perché quando giochi contro sai che cosa aspettarti. Dall’altra parte, chiaramente si conoscono le debolezze reciproche. Dopo il primo turno ci siamo allenati insieme e, il giorno dopo, abbiamo vinto entrambi. È sempre una sensazione speciale poter soltanto allenarsi con lui. Poi il torneo è diverso, ci sono tante cose diverse, come la tensione e il pubblico, che è sempre speciale”.

D: Quando Nick Kyrgios era qui l’altro giorno (in sala stampa, ndr), ha parlato di te e di come ti non abbia paura nonostante tu sia giovane. Ti ha paragonato a lui, quando a 19 anni ha battuto Nadal qui, rendendo evidente che lui e Djokovic non erano degli dei, potevi far loro del male. Come ti senti a scendere in campo contro Novak Djokovic a livello psicologico?

Jannik Sinner: “Sicuramente quando scendi in campo sai di essere sul Centre Court con molta gente che ti guarda. Questo è quanto di buono sai prima della partita. Quando affronti questo tipo di giocatori è un po’ diverso dal solito, ma mi piace sfidare me stesso: sono un ragazzo a cui piace la competizione. Questo è ovviamente anche il motivo per cui mi alleno, ossia per poter arrivare a giocare partite speciali e in turni importanti, come i quarti di finale di oggi. So di avere ancora molto da migliorare, ma credo di poter essere felice dopo questo Wimbledon. Dopo che Djokovic ha perso il secondo set ha dovuto alzare il suo livello, altrimenti probabilmente avrebbe perso. Ma so bene che lui è uno dei migliori giocatori di tutti i tempi.

D: Ci potresti parlare degli aspetti che secondo te sono andati bene e di quelli che sono andati male in questa partita e che lavoro si fa con il tuo team per trarre insegnamenti da questo match?

Jannik Sinner: “Oggi non era semplice, perché lui [questo] campo lo conosce bene. Tutti e due eravamo tesi, tutti e due sapevamo che era una partita molto importante, soprattutto lo era per me, per capire tante cose. Mi sentivo che oggi avrei fatto una bella partita, poi non è andata come volevo. Ci sono state alcune cose nel terzo set che hanno cambiato la situazione, lui mi ha messo in difficoltà, poi nel quinto set ho fatto quello che dovevo fare. Dovevo andare io a comandare, poi sbaglio ancora le volée, sbaglio ancora le smorzate, sbaglio ancora un po’ il modo di servire, ma il modo di affrontare la partita è giusto. E si sbaglierà ancora tanto nella vita, ma non dubito che quello che ho fatto oggi sia giusto, poi ci saranno tante cose da analizzare, stasera o domani, della partita, ma la cosa più importante è quella di continuare a lavorare.”

D: Novak ha detto che i suoi 20 anni di esperienza sul circuito lo aiutano a gestire il flusso di emozioni nella partita e che questo gli ha permesso di rovesciare partite che erano molto compromesse. Credi che questa potrebbe essere una tua area di miglioramento?

Jannik Sinner: “Lui in questa situazione ci è stato tante volte, ha tanti anni nel circuito, ha giocato tante partite importanti, e questo sicuramente aiuta. È una domanda difficile, non so come lui si senta in quelle situazioni. Però i migliori al mondo hanno modo di cambiare la partita molto velocemente, tante scelte diverse. Alla fine sto provando anch’io a fare la stessa cosa: questo è giocare a tennis, cambiare il momentum della partita.”

D: Si è avuta l’impressione che negli ultimi tre set ti abbia abbandonato un po’ il servizio, la tua percentuale di prima sia calata e Djokovic è riuscito a prendere lui il comando delle operazioni.

Jannik Sinner: “Ti porta anche lui a cambiare il servizio, non è che sparisce di colpo. C’era una parte del campo nella quale si giocava a favore di vento e una nella quale si giocava contro vento, e io facevo molta fatica a giocare contro vento. Poi lui entrava molto bene, tirando piatto e molto profondo, però parlando del servizio credo di essere migliorato molto, anche nelle partite scorse, quindi il lavoro fatto è quello giusto.”

D: Cosa ti sei detto quando hai visto sul tabellone 7-5, 6-2 contro Djokovic? E cosa ha fatto Djokovic dal terzo set in poi per cambiare la partita?

Jannik Sinner: “Alla seconda domanda non rispondo, perché magari giochiamo ancora un po’ di volte l’uno contro l’altro. Lui lo sa, ma non voglio che gli altri avversari lo sappiano. Per quel che riguarda il punteggio, non guardo tanto il punteggio, ma il livello di gioco, e il mio era molto alto. Ho servito bene, ho mosso la palla io, volevo continuare in quel modo, poi lui ti porta a giocare il match nel modo che piace a lui, è molto bravo a fare questo.
Credo di poter essere contento di quello che ho fatto oggi. A me non piace perdere, ma è successo, tuttavia ho fatto tante cose positive nell’ultima settimana e mezzo, cose che magari non mi aspettavo perché non mi sentivo bene su erba, e spero che tutto questo mi possa aiutare per il prossimo anno e per le prossime edizioni. C’è un po’ la delusione per la sconfitta, ma alla fine lui ha vinto sei volte qui, e c’è un motivo, e lui ha giocato molto bene perché l’ho portato a giocare bene.

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Wimbledon, Simone Vagnozzi: “Jannik contro Djokovic non deve stravolgere il suo gioco” [ESCLUSIVA]

“Contro Alcaraz ha giocato un grande match facendo tutto quel che doveva. Due ragazzi che sono due fenomeni. E’ stato bravo tatticamente, ma non solo. Ha sorpreso Alcaraz”. I miglioramenti al servizio. “Soprattutto la seconda non è più attaccabile”  

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Jannik Sinner e Simone Vagnozzi – ATP Dubai 2022 (foto Aldo De Florio)

Incontro Simone Vagnozzi, per parlargli di Sinner, del suo exploit con Alcaraz, delle sue prospettive con Djokovic, nel giardino che sta sopra alla sala stampa, dopo che Lawrence Frankopan, il manager di Sinner, mi permette di parlargli, una volta che il media manager dell’ATP Nicola Arzani aveva invece cercato di impedirmelo.

Un giorno scriverò con dovizia di particolari perché Arzani arriva – anzi continua – a comportarsi in un modo inaccettabile, inventandosi addirittura – come ieri – che era stato il management di Sinner a programmare una tavola rotonda con Vagnozzi alla quale non ero benvenuto.

Mister Frankopan, da me per l’appunto incontrato casualmente 5 minuti dopo, non solo non ne sapeva nulla, ma mi ha risposto esattamente quel che mi aspettavo: “Mi è stato chiesto un incontro con la stampa italiana e ho detto sì, why not. Ma a me che ci fossero 4 o 5 o più giornalisti italiani, uno o un altro, ovviamente non cambiava assolutamente nulla”.

 

Infatti, molto cortesemente ed elegantemente, Frankopan subito dopo questo breve colloquio ha dato l’ok a Vagnozzi perché parlasse anche con me. No comment sulla bugia del media manager.

Frankopan, che con me è sempre stato gentilissimo, un vero signore, non aveva nessun motivo per escludermi da una chiacchierata con Simone, altro personaggio cortesissimo.

Purtroppo non è il primo episodio. Lo scorso anno, quando io ero stato il solo giornalista italiano presente per tutta la seconda settimana dei Championships coronati dalla finale raggiunta da Matteo Berrettini, lo stesso Arzani organizzò all’indomani della finale perduta una tavola rotonda via Zoom con 4 colleghi (due dei quali nemmeno erano venuti a seguire il torneo a Wimbledon) lasciando anche quella volta fuori dal gruppo il sottoscritto sebbene Ubitennis avesse dato straordinaria copertura di Wimbledon con oltre 15 articoli al giorno, video, etcetera.

Nei confronti del media p.r. in questione ho il torto originale di averlo rimproverato vivacemente nel lontano 2008 al Foro Italico per aver condotto malissimo la conferenza stampa di Djokovic, che aveva appena vinto gli Internazionali d’Italia.

Non me l’ha mai perdonato. E sì che quando era un ragazzino e voleva fare l’assistente di Telepiù gli avevo dato mano come nessuno. Vabbè, l’erba della riconoscenza non alberga in certe persone.

Novak aveva detto in tv, a Sky, cinque minuti prima di venire alla conferenza stampa, che c’era stato più di un momento nel quale aveva pensato di chiedere il passaporto italiano quando, diciottenne, faceva parte della scuderia di Riccardo Piatti e a quei tempi la federtennis serba non aveva i mezzi né troppa intenzione, con la guerra dei Balcani da poco conclusa, di curare da vicino la crescita agonistica di Nole.

Chiaro che avrei voluto approfondire l’interessantissima questione. E non solo io.

Ma dopo solo sei domande ovviamente collegate alla finale appena vinta e al torneo romano, invece dell’abituale dozzina di domande che vengono normalmente chieste al vincitore di un torneo, Arzani decretò chiusa la conferenza stampa e quindi non fu possibile a nessuno dei presenti di chiedere al tennista serbo campione al Foro Italico quel che avrebbe fatto davvero notizia se Nole avesse confermato appieno la rivelazione fatta poc’anzi in tv.

Tornando all’incontro con Vagnozzi, tutti, e non solo Nole Djokovic che ha visto la partita vinta da Sinner contro Alcaraz prima di scendere sul centre court contro l’olandese Van Rijthoven poi battuto in 4 set (“Jannik was dominant  for the first two sets, ha dominato per i primi due set… ma anche quando il match si è fatto più equilibrato Jannik è sempre stato in controllo” mi ha detto sabato sera Nole), sono rimasti super impressionati dalla sua performance e non solo Nole che ha anche detto: “Il gioco di Jannik è forse quello che assomiglia più al mio, mi ci rivedo un po’”.

Lo dico anche a Simone e lui: ”Ieri è stata una bellissima partita. Una partita fra due ragazzi già maturi con un comportamento esemplare da parte di tutti e due (ogni riferimento al match Kyrgios-Tsitsipas viene in mente a e di farlo e non a Simone, desidero precisare visto che in questi giorni non si è parlato d’altro), sono davvero due fenomeni, sono molto contento di come Jannik ha gestito la partita, sia sul piano tecnico, che come attitudine mentale. Ma sappiamo che domani sarà una partita durissima, giochiamo contro chi ha vinto gli ultimi 3 Wimbledon e sicuramente sarà lui il favorito, ma noi siamo contenti perché noi siamo venuti qui per imparare, lui lo sta facendo in fretta e quindi…”

-Ti aspettavi che lui riuscisse a giocare due partite per sette set complessivi senza mai perdere il servizio?

Naturalmente con Isner poteva anche essere un’opzione perché sapevamo che lui risponde meno bene, ma con Alcaraz sarebbe stata più dura. Ma Jannik ha servito benissimo il primo set, poi è calato un po’, però si vedono i suoi miglioramenti soprattutto sulla seconda di servizio. E’ una seconda di servizio molto meno attaccabile, anzi non lo è proprio perché fa male anche con la seconda perché è più varia, più veloce e sull’erba gli dà la possibilità di perdere meno il servizio

-Pensi che poi abbia forse anche più coraggio? O lo ha sempre avuto…?

No, credo che il coraggio lo abbia sempre avuto. E’ solo una questione di lavoro. Piano piano le cose su cui stiamo lavorando stanno venendo fuori”.

-E’ evidente che dovete lavorare un po’ su tutto… ce ne saranno tante, ma in particolare quali sono?

Sicuramente il servizio, anche dal alto tecnico, ci sono stati più passaggi, anche con Darren Cahill che ci ha aiutato in qualche cosa, videoanalisi, anche con i telefonini si segue tutto, non ci dobbiamo fermare, è work in progress, deve continuare a lavorare, migliorare ancora di più il suo gioco, per arrivare a essere un giocatore ancora più completo…”

-Che cosa ti ha detto, vi siete detti a fine partita?

Mi ha detto che era stato proprio un match di livello veramente alto, anche come atmosfera, una partita bella…”

Mi permetti di dire che Alcaraz, soprattutto nel primo set, non era il miglior Alcaraz…

Io penso che sia rimasto anche un po’ sorpreso per come Jannik giocava. Gli ha tolto un po’ di certezze… la verità sta un po’ a metà. Diciamo che il terzo set, ma anche il secondo poteva finire un po’ più facilmente, perché le occasioni le ha avute Jannik. E’ stato 0-40, diverse volte 0-30, poi alla fine poteva girare anche in un’altra maniera, poi Jannik è stato bravo a tenersi a galla su  due servizi difficili nel quarto, ma poteva anche venir fuori un risultato più netto e vincere in tre set”.

-Gli altri aspetti dei suoi progressi? Servizio a parte ieri ha giocato dei dritti straordinari con movimenti corti, fantastici…-

Sicuramente si sta adattando all’erba, gioca un po’ più piatto rispetto al solito, palle più penetranti, questa era un po’ la tattica, togliere il tempo ad Alcaraz per evitare che si potesse girare di dritto, potendo poi sparare botte di dritto o smorzate, può farti l’inside out, l’inside in…Ha fatto bene tutto il piano partita, come era stato deciso”.

-L’ultima cosa… che cosa si pensa di fare contro Djokovic. Quale è il tipo di approccio diverso nell’affrontare Alcaraz o Djokovic?

Non penso che ci sia tantissima differenza nel modo di affrontarli. Djokovic ha più esperienza su questa superficie, la conosce meglio, di rovescio ha più varietà di Alcaraz, può giocare più spesso e meglio il lungolinea, può fare la smorzata, però non penso che sia un match nel quale Jannik debba stravolgere il suo gioco”.

Vero è che Djokovic forse gioca meglio sull’erba che da qualunque altra parte, perfino meglio che sul cemento australiano dove ha trionfato tante volte. Lo aiuta il suo fisico naturalmente elastico, la capacità di stare giù ben piegato sulle gambe nonché i rimbalzi del tennis su erba che sono bassi, perfetti per lui.

Vedremo martedì alle 14,30 in Italia come finirà. Senza troppe illusioni, magari, ma nemmeno con eccessivo pessimismo. Le prove di Jannik sono state troppo confortanti per non sperare nell’exploit. Ma sarebbe già una gran bella cosa se ci fosse lotta e suspense.

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