Nei dintorni di Djokovic: provaci ancora, Marin. “Sento che non ho raggiunto l'apice”

Interviste

Nei dintorni di Djokovic: provaci ancora, Marin. “Sento che non ho raggiunto l’apice”

Due anni fa, Marin Cilic regalava alla Croazia la seconda Coppa Davis. Da lì a poco dichiarava di puntare ad un altro Slam. Oggi, tra infortuni, paternità e lockdown si ritrova ai margini della top 50. Ma lui è convinto di poter tornare in alto. Più in alto di prima

Pubblicato

il

Marin Cilic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zagabria, novembre 2018. La nazionale di Coppa Davis, appena rientrata dalla Francia, festeggiava in una piazza Ban Jelacic – la piazza principale della capitale croata – gremita di tifosi la conquista della seconda Coppa Davis della sua storia. Il protagonista principale del trionfo croato era stato Marin Cilic, che dopo aver vinto il secondo singolare della prima giornata aveva conquistato anche il punto decisivo battendo Lucas Pouille. E sulla scia di quella vittoria, un paio di mesi dopo, avrebbe dichiarato di puntare ad un altro Slam e addirittura alla prima posizione del ranking, risultato mai raggiunto da nessun tennista croato (il migliore è stato il suo ex coach, Goran Ivanisevic, che fu n. 2 al mondo per dieci settimane nella seconda metà del 1994 e poi per altre tre all’inizio del 1997).

Il solito ginocchio
Ma oltre a quella dichiarazione d’intenti, Cilic avrebbe anche rivelato che già da un po’ era tornato a dargli parecchio fastidio quel ginocchio destro che nel corso della carriera lo aveva tormentato in più di un’occasione. Già nell’off-season 2018, subito dopo la conquista dell’insalatiera, si era sottoposto ad una serie di terapie, ma le battaglie vinte a Melbourne contro McDonald e Verdasco e poi ancora quella persa contro Bautista Agut (giocata con il ginocchio nuovamente parecchio dolorante) avevano peggiorato di nuovo la situazione. Che nonostante le parole di Cilic in quei giorni (“Fortunatamente ho un team che mi segue costantemente e cerchiamo di tenere la cosa sotto controllo”) non sarebbe migliorata nel prosieguo della stagione 2019. Anzi, a un certo punto – come rivelerà poi lo stesso giocatore –  l’unica soluzione percorribile sembrava essere l’intervento chirurgico. Invece l’ennesimo tentativo di terapia conservativa ottiene dei buoni risultati e Marin decideva di rinunciare a fine anno alla difesa della Davis per proseguire il percorso riabilitativo e puntare così a presentarsi al 100% per l’inizio della stagione successiva.

Un 2019 da dimenticare
I problemi al ginocchio hanno però avuto un impatto, purtroppo, su gioco e risultati dell’ex n. 3 del mondo. Nel 2019, per la prima volta dopo undici stagioni, la bacheca dei titoli ATP non si è allargata. Aveva infatti iniziato a riempirla nel 2008 vincendo a New Haven, per poi proseguire raggiungendo il massimo nel suo fantastico 2014, con la vittoria allo US Open ed in altri tre tornei, ed aveva poi continuato ad impreziosirla regolarmente fino al 2018, con l’ultimo trofeo alzato da vincitore al Queen’s.

Nota a margine: quella vittoria di due anni e mezzo fa a Londra, arrivata annullando un match point al fuoriclasse serbo, sembrava avesse certificato come dal punto di vista mentale Djokovic fosse ancora lontano dal top. Niente di più sbagliato, rileggendo tutto a posteriori. Da quella sconfitta Nole ripartì con rinnovato vigore per conquistare tre settimane dopo il suo quarto Wimbledon, invece per “Cila” – il soprannome di Marin in Croazia –  è stato (sinora) l’ultimo acuto, dato che i primi segnali di declino si avvertiranno subito dopo (e infatti si scoprirà dopo che il ginocchio aveva di nuovo iniziato a fargli male): la sconfitta contro Pella a Wimbledon, quella clamorosa sulla terra di Zara contro Sam Querrey nella semifinale di Davis e quella altrettanto impronosticabile contro uno specialista della terra battuta come Jarry al primo turno del Masters 1000 di Shanghai.

Anche il rapporto vittorie/sconfitte di fine stagione ha certificato il calo di rendimento di Cilic. Per uno abituato per anni a vincere due partite su tre – un rapporto infatti sempre attorno al 66%: il record, ovviamente, nel 2014, con il 72% di vittore – ritrovarsi a vincerne praticamente una su due (44-20, rapporto poco sopra il 50%), come nel 2007, quando era un diciottenne di belle speranze, era un brutto segno. Che chiaramente ha avuto le sue ripercussioni anche sul ranking. Già a febbraio era uscito dalla top 10 dopo più di due anni (ottobre 2016), ad agosto anche dalla top 20 dopo più di 5 stagioni (luglio 2014), ma soprattutto a novembre era scivolato ai margini della top 40, al n. 39, mai così in basso dall’ottobre 2013, ai tempi della controversa squalifica per doping.

 

Il 2020 e la ripresa che non c’è stata
Messi da parte i problemi al ginocchio, Cilic confidava di riprendere a gennaio il discorso interrotto dodici mesi prima. A Melbourne raggiungeva gli ottavi, con un paio di vittore lottate con Paire e Bautista Agut e una sconfitta netta con Raonic. Non di certo risultati degni del Cilic che fu, ma almeno dei piccoli segnali di crescita. L’ingaggio come nuove allenatore del connazionale Vedran Martic, neo selezionatore croato di Coppa Davis ed ex coach di Karen Khachanov, era un’ulteriore indicazione dell’effettiva volontà del tennista di Medjugorje di ritornare in alto, ma proprio subito dopo è arrivato il lockdown e la conseguente sospensione all’attività agonistica. Un periodo che è stato particolarmente importante per Marin, che a inizio febbraio è diventato papà del piccolo Baldo e ha potuto così stare vicino alla moglie Kristina nei primi mesi di vita del figlio.

Alla ripresa dopo il lockdown (e la quarantena a fine giugno in seguito alla partecipazione alla famigerata tappa croata dell’Adria Tour) per Cilic non è arrivato nessuno risultato degno di nota. Per lui solo qualche terzo turno: nel “suo” US Open, dove a fermarlo è stato il futuro vincitore Dominic Thiem, e ai Masters 1000 di Roma e Parigi-Bercy. Mentre al Roland Garros è uscito subito di scena, di nuovo contro Thiem. Delle sette vittorie, a fronte di otto sconfitte, ottenute da agosto in poi (di cui una per forfait contro Moutet), solo due sono arrivate contro dei top 30, Goffin e Auger-Aliassime, peraltro colte in un momento negativo dei suoi due avversari (per entrambi all’interno di una striscia di tre eliminazioni di fila al primo turno). La vittoria al Masters 1000 di Bercy contro il giovane canadese era stata letta in Croazia come un segnale di risveglio di Cilic, ma la sconfitta in tre set contro Humbert nello stesso torneo e soprattutto quella successiva, al primo turno dell’ATP 250 di Sofia, contro la giovanissima wild card ceca Forejtek, n. 399 ATP, aveva spento sul nascere gli entusiasmi a Zagabria. Seconda stagione consecutiva senza titoli ATP e con un rapporto vittorie/sconfitte poco sopra il 50%.

Oltre al ginocchio, c’è di più?
Guardando le partite di Cilic dopo il lockdown, quello che si nota immediatamente è che appare poco reattivo e mobile, lui che nei suoi anni migliori aveva indubbiamente una mobilità sopra la media per un giocatore di quasi due metri. Problema che già era emerso l’anno scorso, ma era stato imputato al ginocchio (“Più di tutto mi danno fastidio la scarsa flessibilità e la rigidità, che non mi consentono di essere elastico nel movimento, e a causa di questo nei cambi di direzioni, negli scatti o nei salti non posso essere al 100%. Un’altra conseguenza è anche il fatto che peggiora la velocità di reazione,” aveva dichiarato a suo tempo). Ma se i problemi all’articolazione sono risolti, allora il motivo va ricercato altrove. E per alcuni potrebbe essere al di fuori della sfera fisica. Ovviamente la questione desta molto interesse in Croazia – dove Marin Cilic contende al suo ex coach Goran Ivanisevic la palma di miglior giocatore croato di tutti i tempi e le discussioni in tal senso continuano da anni – dove si fanno le ipotesi più varie al riguardo.

L’effetto Goran
Proprio con riferimento alla collaborazione con Goran, durata quasi tre anni, una delle ipotesi correla il calo al fatto che, sotto certi aspetti, il gioco di Cilic abbia subito una involuzione dopo la conclusione del suo sodalizio con l’attuale membro dello staff di Novak Djokovic. Un sodalizio che inizialmente aveva suscitato molte perplessità, soprattutto in Croazia, viste le notevoli differenze caratteriali tra i due: esuberante ed impulsivo il mancino di Spalato (che continua ad esserlo anche alla soglia dei cinquant’anni, come le ultime dichiarazioni sulla finale del Roland Garros hanno confermato), tranquillo e riservato il ragazzo di Medjugorje.

Invece la “strana coppia” aveva funzionato, con l’apice della vittoria a New York nel 2014: Goran aveva aiutato Marin ad essere più aggressivo, a partire ovviamente dal servizio, il marchio di fabbrica dell’Ivanisevic giocatore. Un’aggressività che poi è andata affievolendosi: inizialmente impercettibilmente, poi in maniera più evidente, specie negli ultimi mesi. Citeremo al riguardo un dato: il rapporto di Marin tra ace e game di servizio. Nel 2015, l’anno post vittoria Slam e secondo consecutivo interamente con Goran in panchina, raggiunse lo 0,9%, quindi quasi un ace a game. Quest’anno è sceso allo 0,72%, il più basso dal 2013.

A un livello di gioco in cui spesso la differenza tra vittoria e sconfitta la fa una manciata di punti, se ogni volta ti mancano quei tre-quattro servizi vincenti a partita, che prima magari piazzavi proprio nei momenti cruciali del match, ecco che la fiducia nel tuo gioco – magari inconsciamente – comincia a incrinarsi, e un’aggressività che comunque era “appresa” e non “naturale” comincia a venir meno. E quella manciata di punti che ti serve per fare la differenza non riesci più a portarla a casa.

L’effetto Baldo
C’è poi chi sostiene che il motivo vada ricercato nella recente paternità, che talvolta rende meno prioritari per un giocatore gli obiettivi agonistici a cui prima dedicava tutto se stesso, dato che la sfera personale acquista molta più importanza. Al riguardo Marin ritiene invece che la nascita del piccolo Baldo sia per lui un aiuto dal punto di vista mentale, da sempre considerato un tallone d’Achille del tennista di Medjugorje: “Mi sento molto felice, in campo e fuori. Questo mi dà ancora un po’ più di stabilità quando gioco. Quando finisco un torneo, quando perso, sono felice perché vado a casa”.
iA leggerle da una certa angolazione, queste frasi in realtà potrebbero rafforzare la tesi di chi ritiene che la nuova situazione familiare di Marin abbia influito in negativo sul suo approccio al gioco. L’essere comunque sereno dopo una sconfitta, perché ciò significa poter tornare a casa ad abbracciare moglie e figlio, può legittimamente confermare i dubbi sul fatto che interiormente Marin abbia ancora l’animus pugnandi necessario per rimanere ad alto livello, quella “fame” di vittorie che invece continua a contraddistinguere dei “cannibali” come Feder, Nadal e Djokovic. E questo nonostante Cilic abbia due anno in meno del più giovane dei tre, Djokovic, e anche due di loro siano da tempo padri di famiglia.

Cilic insieme al figlio Baldo (Fonte: Instragram)

Ma altre parole dette dal campione croato sembrerebbero confutare decisamente anche questa ipotesi: “Sento di non aver ancora raggiunto il mio apice. Che significa sentirmi al massimo dal punto di vista fisico, mentale e tecnico, percepire la sensazione di stare giocando il mio tennis migliore. Vorrei raggiungere quell’apice, sentire di avercela fatta. Se ci riuscirò, allora potrò rilassarmi e ritirarmi”.

Riusciremo quindi a riammirare la versione “USOpenesque” di Cilic che ci stupì in quella incredibile settimana di settembre di sei anni fa a New York? Quella capace di infilare una striscia vincente di dieci set consecutivi – dal quinto contro Simon, passando per le tre vittorie in “straight sets” con Berdych, Federer e, infine, Nishikori – e che probabilmente era vicinissima a quell’apice che il tennista croato sta ancora cercando di raggiungere. Per non sentirsi più, nonostante i tanti titoli vinti, tra i quali spiccano uno Slam, una Coppa Davis e un Masters 1000, “Come se non avessi ottenuto ciò che potevo ottenere.E allora provaci ancora, Marin.

Continua a leggere
Commenti

Flash

I dolori di Thiem, tra ginocchio malconcio e pensieri negativi: “Sono caduto come in un buco”

L’austriaco spiega al Der Standard di avere un piccolo problema congenito alle ginocchia, che ogni tanto riemerge. E che la pandemia ‘si è presa le cose più belle del tennis’

Pubblicato

il

Dominic Thiem - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Assente dai campi da un mese e titolare di un inizio di 2021 sfortunato, Dominic Thiem ha parlato del suo momento con il quotidiano austriaco Der Standard, soffermandosi sulle problematiche accusate in questi mesi, sia a livello fisico che mentale, in vista del suo ritorno in campo previsto per il torneo di Madrid.

GLI INFORTUNI E LA PREPARAZIONE

Per quanto riguarda le sue condizioni di salute, il Dominator ha ribadito di non aver patito un grave infortunio: “Si tratta di piccoli acciacchi, ora al ginocchio sinistro, per esempio. Lo scorso anno, durante il primo lockdown, mi è capitata la stessa cosa, ma al destro; all’epoca chiaramente non mi sono dovuto cancellare da nessun torneo, visto che non si stava giocando, quindi ho avuto tutto il tempo necessario per guarire“. Allo stesso tempo, però, si tratta di un fardello di lungo corso: “È un piccolo problema congenito che di tanto in tanto riemerge, anche se questa è la prima volta che l’opinione pubblica ne viene a sapere. Mi ci vorrà qualche settimana prima di non avere più dolore, è così dall’Australia“.

Thiem è da sempre un giocatore dalla preparazione maniacale. Molti ricorderanno il suo sfogo nei confronti degli organizzatori degli Internazionali nel 2019, quando quest’ultimi obbligarono i giocatori a rimanere in attesa al Foro Italico per tutta la giornata di mercoledì nonostante la pioggia battente, impedendo così loro di prepararsi a dovere per il doppio impegno del giorno successivo. Non stupisce quindi che questa serie di problemi fisici lo stia condizionando: “La mia vita è interamente pianificata, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, tutto è organizzato. Mi sento meglio quando so cosa succederà domani. Questa possibilità non esiste al momento“.

 

Per lui è necessario essere al meglio, o il suo tipo di tennis non può reggere: “Se non sei al 100 percento perdi, come successo a Doha e Dubai; il livello è veramente alto e gli avversari sono sempre fortissimi, quindi se non sei in forma puoi perdere al primo o al secondo turno. Rimanere fuori fino a quando non si è pronti è probabilmente la scelta più intelligente: se fossi andato a Belgrado questa settimana avrei perso ancora al primo turno, e sarei entrato in una spirale negativa. Visto che voglio evitare che succeda, preferisco stare a casa e recuperare, non sono il primo e non sarò l’ultimo a fare una scelta di questo tipo“.

I DISAGI DELLE BOLLE E DELLE PORTE CHIUSE

Purtroppo, però, non sono solo gli infortuni a gravare sui tennisti e sulle tenniste in questo momento – tutto ciò che a suo dire animava il circuito è venuto a mancare, e questo non lo aiuta a livello mentale: “Nonostante l’assenza del pubblico il tour è proseguito normalmente […]. Un sacco di pezzi del tennis si stanno perdendo. Il coronavirus si è preso le parti più belle del nostro lavoro, a partire dai viaggi e dalla libertà di spostarsi. Di contro, le cose peggiori sono rimaste. È difficile giocare tutte le settimane in queste condizioni […]. C’è un senso di vuoto, settimana scorsa non ho nemmeno guardato i match di Champions League, e ho seguito pochissimo il torneo di Montecarlo“.

Per certi versi, sembra essere lo stillicidio creato dal Covid a condizionarlo di più, perché inizialmente le cose stavano andando bene: “Dopo la vittoria di New York ero euforico, ma i risultati hanno continuato ad arrivare, visto che ho raggiunto la finale delle Finals Quando ho iniziato a prepararmi per questa stagione, però, sono caduto come in un buco. Pensavo che mi sarei sentito più rilassato dopo aver vinto uno Slam, e spero ancora che quella sensazione arrivi“.

Dominic Thiem – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Soprattutto di recente, però, le cose sono peggiorate, perché il mondo si è mosso a ritmi diversi da quelli dell’ATP Tour: “A Dubai le restrizioni erano estreme, perché noi eravamo rinchiusi nella bolla, ma al di fuori la vita era tornata alla normalità. Potevamo solo andare dall’hotel ad uno stadio vuoto; non era una bella situazione in cui trovarsi”.

Il momento che l’ha messo più in difficoltà, però, è avvenuto a Melbourne, dove un mini-lockdown è stato implementato durante il programma della parte alta del terzo turno (nel caso del match fra Djokovic e Fritz, al pubblico fu intimato di lasciare lo stadio a match in corso). Quel giorno, Thiem stava giocando un match estremamente intenso, e questa combinazione di fattore gli è pesata non poco: “In Australia ho fatto un grande sforzo ma senza ottenere grandi risultati. Stavo giocando uno dei match più memorabili della mia carriera, rimontando due set al beniamino locale Kyrgios, e c’era un’atmosfera incredibile a Melbourne, anche se il pubblico non tifava per me. Finito il match, tutto d’un tratto è iniziato un altro lockdown; ero nello spogliatoio, ancora madido di sudore, e la struttura è stata evacuata, come se ci fosse stato un attacco nucleare. Nel match successivo con Dimitrov mi sono trovato a giocare sotto il sole di mezzogiorno in uno stadio vuoto, e non sono stato in grado di gestire la situazione“.

Curiosamente, peraltro, Thiem ha anche indicato il tipo di giocatore che potrebbe trarre beneficio dalle norme attuali, facendo due esempi che a prima vista potrebbero apparire contro-intuitivi per via della loro natura istrionica, ma evidentemente secondo l’austriaco è l’impossibilità di svagarsi l’aporia che decide chi sopravvive e chi no nel tennis pandemico: “Ci sono giocatori che riescono a non pensarci, per i quali la bolla potrebbe addirittura essere un vantaggio, per esempio Evans o Bublik. Sono giocatori che in tempi normali fanno fatica a concentrarsi sullo sport, quindi per loro questa situazione è ottima, perché c’è solo il tennis a cui pensare“.

IL ROLAND GARROS RIMANE IL GRANDE SOGNO

Ora che la consacrazione ad altissimi livelli è arrivata, il N.4 ATP vorrebbe rivedere le sue priorità: “Ho inseguito il mio grande obiettivo per 15 anni senza distrazioni. Ora l’ho raggiunto, seppur in circostanze particolari, ma questo non è importante dal mio punto di vista. Nel frattempo ho dovuto mettere da parte molte cose, come la mia vita privata e gli interessi al di fuori del tennis. A un certo punto devi fare qualcosa per la tua testa; finora c’è stato solo il tennis, ma da qui in avanti voglio cambiare un po“.

Detto questo, le sue mire sono ancora molto chiare, e quella di detronizzare Nadal verrà perseguita con la dedizione di sempre: “Il Roland Garros è ancora il mio grande obiettivo. Ovviamente ho un problema in questo momento, e cioè che non affronto i migliori da parecchio, mi mancano quei match nelle gambe, quindi non so quale sia il mio livello. Spero di poter recuperare, in questo senso, a Madrid e Roma. Il mio obiettivo è di essere al massimo a Parigi, ma sarebbe un sogno anche vincere una medaglia alle Olimpiadi, sempre che si disputino. Mi piacerebbe saperlo, ma purtroppo sarà la pandemia a decidere. In ogni caso, non lascerò che la mia passione per il tennis mi venga portata via, perché a un certo punto si tornerà alla normalità“.

Continua a leggere

Flash

Nadal: “Non puoi vincere contro un giocatore così servendo in questa maniera”

Rafael Nadal saluta uno dei suoi tornei-roccaforte ai quarti di finale battuto da Andrey Rublev. ” “Lui ha giocato bene, ha meritato più di me. La cosa positiva è che ho lottato”

Pubblicato

il

Rafael Nadal - Montecarlo 2021 (foto Rolex Montecarlo Masters)

Beh, è semplice da spiegare no? Quando affronti un grande giocatore come lui e non giochi bene, perdi. Semplice da analizzare“. Ha esordito così in conferenza stampa Rafael Nadal, pochi minuti dopo il match point trasformato da Andrey Rublev su un campo che raramente condanna il maiorchino alla sconfitta (solo in sei occasioni, inclusa questa). “Per qualche ragione ho avuto problemi al servizio, non capisco come mai; in allenamento non ho avuto problemi di alcun tipo. Ma oggi è stata una giornata disastrosa al servizio, ed è un colpo che ha un impatto sul resto del gioco. E quando servi senza fiducia, sei concentrato semplicemente sul tentativo di servire in campo, non pensi a come vuoi giocare la palla. Quindi hai problemi a preparare il punto nel modo giusto”.

Insomma, è semplice” tira le somme Rafa. “Lui ha giocato bene, ha meritato più di me. La cosa positiva è che ho lottato, ero lì, ma non puoi aspettarti di vincere con un giocatore come lui perdendo il servizio… quante volte? Sei, sette? Decisamente troppe. Lui ha giocato alla grande, aggressivo, è stato bravo. Sono felice per lui, è un bravo ragazzo e gli auguro il meglio“.

Ovviamente questo è un torneo importante per me, lo è sempre stato nel corso della mia carriera” continua Nadal nella sua analisi. “Perdere qui è sempre triste, ho mancato l’opportunità di iniziare la stagione su terra nel mondo giusto. Ma è andata così, non è il momento di lamentarsi. Quando non sei in grado di fare le cose che dovresti fare in campo, non è mai il momento di lamentarsi. L’unica cosa che posso fare è andare a Barcellona e continuare ad allenarmi, per cercare di sistemare le cose che non sono andate al meglio. Credo che anche il mio rovescio oggi non sia stato sufficiente, ho sbagliato molto e non sono riuscito a usarlo per aprirmi il campo. Sono piccole cose, anche difficili da spiegare, che fanno una grande differenza per il risultato finale“.

 

Nonostante sia appena stato battuto da Rublev, e anche in modo piuttosto bruciante, Nadal concede qualche speranza a Casper Ruud, che lo affronterà in semifinale. Il norvegese si è anche allenato presso l’Accademia di Manacor. “Sarebbe bello vedere un ragazzo che si è allenato spesso in Accademia in finale a Montecarlo, e magari vincere. Non vedo un chiaro favorito, credo che entrambi possano vincere. Casper sta giocando alla grande e gli auguro il meglio, anche lui è un gran ragazzo. Sarà una bella partita, non so se potrò guardarlo perché domani sarò in viaggio. Sì, forse Rublev è un pizzico favorito per via del ranking, ma ho fiducia che Casper possa vincere. Tutto può succedere“. Persino che l’undici volte campione di Montecarlo perda, due volte di fila, contro giocatori che non siano Djokovic o Federer e che non abbiano mai vinto un Masters 1000. Fognini ci riuscì proprio nel 2019, dopo aver battuto Rafa; chissà che a Rublev non possa toccare lo stesso destino.

Continua a leggere

Flash

Fognini su Sinner e Musetti: “Probabilmente faranno la storia del tennis italiano”

“Sinner tra poco lotterà per vincere gli Slam. Lorenzo è più indietro ma è sulla via giusta. E io son lì, se la lampadina rimane accesa posso ancora divertirmi”, è il parere di Fabio Fognini

Pubblicato

il

Nel corso della conferenza stampa virtuale tenuta dopo la vittoria agli ottavi contro Krajinovic, da Montecarlo, Fognini si è soffermato anche su temi che esulano dal torneo che si sta svolgendo.

Il tennista italiano ha confessato la difficoltà di vivere le dinamiche del circuito da quando è diventato padre, due volte, di Federico (quasi quattro anni) e Farah (un anno e mezzo). “Il rapporto con mio figlio è bello, e anche per questo motivo il viaggiare si fa sempre più duro per me. Però diciamo che qua in Europa abbiamo la fortuna di poter tornare a casa, anche solo per un giorno, tra un torneo e l’altro. Flavia non vuole viaggiare, non ha fatto un torneo da quando è iniziata la pandemia – e ha ragione, capisco che è molto difficile. Io faccio fatica, però son qua“. La famiglia Fognini si divide tra Barcellona e la sua casa di Arma di Taggia, dove Fabio è nato.

In coda alla conferenza, Fognini ha risposto diffusamente a una domanda sul suo rapporto con gli altri tennisti italiani e in particolar modo con Sinner e Musetti, i due ragazzi emergente che hanno in qualche modo oscurato Berrettini e lo stesso Fognini, fino a un anno fa i punti di riferimento del tennis italiano. “Ho un buon rapporto con tutti. In questi 10-15 anni di carriera ho sempre detto che più siamo, meglio è. Ora siamo in tanti e stiamo giocando bene“.

 

Con i due giovani, si spera, siamo coperti per i prossimi dieci anni” continua Fognini. “Sinner è già a un livello super-alto e ha un team pazzesco, perché Riccardo ha costruito Ivan (Ljubicic, ndr) e sa come si fa. Inutile dire che di qui a poco lotterà per vincere gli Slam. Lorenzo (Musetti, ndr) deve acquisire un altro po’ di fiducia, da questo punto di vista è leggermente indietro ma è sulla via giusta. Non bisogna mettere loro fretta: probabilmente questi due ragazzi faranno la storia del tennis italiano, lasciateli giocare. Se li lasciate giocare sicuramente ci saranno delle ottime sorprese“.

Dopo l’elogio dei giovani, Fognini parla anche degli altri. “Ovviamente non bisogna dimenticare gente come Matteo, che nel giro di due o tre anni ha fatto un salto pazzesco; o Lorenzo (Sonego, ndr), che è anche lui tra i primi 30 e ha dimostrato di avere un ottimo livello. Poi c’è quel range di ranking un po’ più basso, con Stefano (Travaglia, ndr), Marco (Cecchinato, ndr) che adesso è in ripresa, Mager. E c’è Seppino – il più vecchio di tutti – che è ancora lì che lotta. Hanno tutti ampi margini di miglioramento. E io son lì; come dice Barazzutti, se la lampadina rimane accesa in questi anni posso ancora divertirmi“.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement