Emma Raducanu, una impresa senza precedenti

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Emma Raducanu, una impresa senza precedenti

Come è stato possibile che una giocatrice diciottenne, sconosciuta fino a tre mesi fa, sia riuscita a vincere lo US Open in un modo mai riuscito prima?

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

L’ultimo US Open femminile è stato lo Slam delle sorprese e dei record. Gli storici e gli statistici si sono sbizzarriti a identificare tutti i numeri che hanno sancito l’eccezionalità della vittoria della giovane Emma Raducanu: i record sono così tanti che per non diventare noiosi è meglio ricordarne solo alcuni.

Prima volta nell’era Open che una giocatrice vince partendo dalle qualificazioni. E senza lasciare set per strada: un totale di dieci partite (tre più sette) con uno score di 20 set vinti e zero persi. Prima dell’era Open a conquistare uno Slam alla seconda partecipazione in assoluto in un Major (anche Pam Shriver nel 1978 aveva raggiunto la finale al secondo tentativo, ma aveva perso contro Evert a New York). Raducanu lo ha fatto senza avere ancora vinto una partita in carriera a livello di “normali” tornei WTA, visto che fuori dai Major aveva affrontato due soli tornei, perdendo sempre all’esordio (Nottingham e San Josè).

Più giovane finale Slam dallo US Open 1999 (Serena Williams contro Hingis). Più giovane campionessa Slam dai tempi di Maria Sharapova a Wimbledon 2004. Seconda vincitrice della storia fuori dalle prime 100 del ranking, preceduta da Kim Clijsters nel 2009 (sempre a New York) quando al rientro nel tennis non aveva ancora una classifica per l’esiguo numero di tornei giocati. Ma anche terza teenager della storia a vincere lo US Open senza concedere set (dopo Seles nel 1992 e Hingis nel 1997).

 

Ultimo dato prima di entrare nel merito delle partite newyorkesi: Raducanu ha vinto il torneo senza affrontare Top 10. Nel corso del suo cammino, infatti, ha incontrato solo due teste di serie: nei quarti la numero 11 Bencic e in semifinale la 17 Sakkari. Ma naturalmente non gliene si può fare una colpa: questo le ha offerto il tabellone, ed Emma più che lasciare le briciole a tutte le avversarie che le sono capitate, non poteva fare.

Ma visto che stiamo parlando di una semi-esordiente, il dato che colpisce è che in carriera non ha ancora mai affrontato una Top 10. In compenso vanta un record niente male: ha giocato 13 volte contro una Top 100 vincendo 11 partite e perdendone solo 2: sconfitta da Zhang Shuai a San Josè e da Tomljanovic a Wimbledon (a Londra Emma perse per ritiro).

Le partite di Emma Raducanu allo US Open
Dopo la wild card ricevuta a Wimbledon in quanto giocatrice di casa, Raducanu si presenta allo US Open senza avere la classifica necessaria per essere ammessa direttamente al tabellone principale. Da numero 150 del ranking è soltanto testa di serie 31 del torneo di qualificazione. Superato piuttosto brillantemente, come detto, senza perdere set. 6-1, 6-2 a Bibiane Schoof, 6-3, 7-5 a Mariam Bolkvadze, e infine 6-1, 6-4 a Mayar Sherif, testa di serie n. 4 delle Quali.

Con i tre successi nelle qualificazioni, Emma conquista l’accesso nello Slam vero e proprio. Il posto capitato nel main draw non è proprio favorevolissimo: primo ostacolo la testa di serie numero 14 Jennifer Brady, semifinalista lo scorso anno, e finalista all’Australian Open 2021. Soprattutto sul cemento, una avversaria davvero impegnativa.

Ma in extremis le cose cambiano. Brady è costretta alla rinuncia a causa di un infortunio. Quando Jennifer dichiara forfait, ormai il sorteggio è fatto, e quindi la porzione di tabellone di Raducanu perde la testa di serie più alta. A sostituirla è la lucky loser Stephanie Voegele. I due set della partita si sviluppano con un andamento identico: Emma parte lenta, subisce un break in avvio, ma dall’1-2 sotto, cambia marcia: controbreak immediato e resto del set dominato. Finisce così 6-2, 6-3, anche se le occorrono ben sette match point per chiudere l’incontro.

Al secondo turno Raducanu trova Zhang Shuai, proprio la giocatrice che l’aveva sconfitta in modo netto all’inizio di agosto a San Josè (6-3, 6-2). Purtroppo non sono riuscito a seguire le loro due partite, e quindi non posso entrare nel merito. In linea generale, penso si possa ricordare questo: la Zhang più recente è un po’ scesa nel ranking perché è diventata piuttosto discontinua; se la mattina si alza con la luna giusta è capace di dare filo da torcere anche alle più forti, ma se invece le manca l’ispirazione, aumenta di molto gli errori e diventa molto più abbordabile.

Con questo non sto affatto dicendo che il risultato opposto delle due partite sia dipeso da Zhang e non da Raducanu. Anzi. Agli atti rimane semmai una dichiarazione di Emma nella conferenza stampa successiva al loro ultimo incontro, nella quale racconta: “Avevo perso contro di lei un mese fa, ma sento che match dopo match sto migliorando, sto imparando a tenere alto il mio livello di gioco senza cali durante la partita. In queste settimane avere affrontato tante avversarie di alto livello mi ha fatto crescere sempre di più”. Sentire parlare di crescita nel corso di un solo mese, una crescita tale da permetterle di rovesciare completamente il risultato contro una giocatrice esperta e di valore come Zhang, sembrerebbe esagerato. Ma nel caso di Emma sono proprio gli eccezionali traguardi raggiunti a rendere credibili affermazioni del genere.

Forse il passaggio più interessante di questa stessa conferenza stampa è quando spiega il suo modo di prepararsi contro le avversarie: “A livello WTA la maggior parte delle giocatrici non ha grandi debolezze; per esempio non puoi pensare di insistere sempre dalla stessa parte in attesa di un errore. Dunque si tratta sia di dare il meglio per quanto riguarda il proprio tennis, sia di saper individuare piccole scappatoie che creino qualche disagio a chi hai di fronte. Con il mio team mi preparo con questi obiettivi. Non sempre ci si riesce, e allora devi andare in campo almeno riuscendo a esprimerti al tuo massimo”. In pratica Emma racconta che affronta i match con un duplice intento: da una parte sviluppare al massimo il suo gioco, ma dall’altra cerca anche di modularlo di volta in volta in funzione del tipo di avversaria che ha di fronte, per metterla a disagio. Cosa che puntualmente si verificherà nei turni successivi del suo torneo.

Superare le qualificazioni, sconfiggere con percorso netto Voegele e Zhang sono rimarchevoli traguardi per una giovanissima. Ma, per quanto mi riguarda, la partita che mi ha davvero fatto drizzare le antenne sul torneo di Raducanu è stata quella di terzo turno contro Sara Sorribes Tormo.

Sorribes nell’ultimo periodo è cresciuta moltissimo, trasformandosi in una specie di muro difensivo. Al punto che oggi è forse la giocatrice più dura da affrontare sul piano della pazienza tattica e della tenuta mentale e fisica, perché regala quasi nulla e riesce a contenere e rimettere in campo una quantità enorme di attacchi, allungando moltissimo ogni scambio. Se non la si affronta con la condizione giusta si rischia di soccombere, come è capitato alla numero 1 Barty alle Olimpiadi di Tokyo.

Invece Emma domina l’incontro con una condotta vicina alla perfezione. Vince addirittura i primi 11 game, e si trova con un match point sul 6-0, 5-0. Sorribes si salva dal cappotto completo, ma rimanda solo di una game la conclusione: 6-0, 6-1. Per Raducanu sono 60 punti vinti complessivi, appena 33 persi, e un saldo finale di +7 tra vincenti ed errori non forzati (23/16). Agli spettatori lascia una sensazione di grande efficacia e chiarezza tecnico-tattica: tanti vincenti ottenuti (appunto 23 su 60 punti totali), senza però mai dare l’idea del colpo tirato alla “va o la spacca”. Emma al contrario è riuscita a trovare la chiave per vincere senza andare sopra le righe.

Riepiloghiamo. Diciotto anni, esordiente senza esperienza a livello WTA, e senza disporre della potenza di Serena Williams o di Aryna Sabalenka. E però capace di lasciare un solo game a Sorribes Tormo, infliggendole la peggiore sconfitta da quando Sara è diventata Top 50. Obbligatorio seguirla con estrema attenzione.

Con queste premesse, la curiosità sul valore di “questa” Raducanu sembrava potesse essere soddisfatta attraverso il più probante ostacolo possibile: il confronto con la numero 1 del mondo Barty. La massima favorita del torneo, e potenziale avversaria al quarto turno. Al termine del match di terzo turno, in conferenza stampa i giornalisti chiedono a Raducanu se è pronta ad affrontare Barty. Emma, forse presaga, prima di entrare nel merito avverte: “Mah, il match di Ashleigh non è ancora cominciato, e la sua avversaria, Shelby Rogers, giocherà di fronte al pubblico di casa. Difficile dire chi vincerà. Quando giochi con il pubblico di casa dalla tua, hai un differente livello di motivazione…”.

Come sappiamo, Shelby Rogers è davvero riuscita fare lo sgambetto a Barty (o forse la stessa Bartiy si è inciampata da sola), ed è quindi Shelby la rivale di quarto turno. Tra Raducanu e Rogers, la partita fila via rapida. Sarà la più breve del torneo di Emma: un’ora e 6 minuti complessivi, con gli spettatori americani presto ammutoliti dalla troppa differenza in campo.

Dopo i primi due game persi in fase di assestamento (ricordo che era la prima volta che Raducanu giocava sull’Arthur Ashe), Emma infila una serie di 11 game consecutivi, esattamente come contro Sorribes, che segnano definitivamente il match. Nel secondo set, concesso il game del 5-1, chiude sul proprio servizio per 6-2, 6-1. Una partita nella quale Rogers lascia la sensazione che, dopo aver dato tutto per superare Barty, non fosse pronta per misurarsi alla pari contro una avversaria motivata, concentrata, e poco disposta a regalare punti come la Raducanu di questo torneo.

Chi si aspettava che la pesantezza del dritto di Shelby potesse diventare un fattore, viene smentito, e nemmeno il servizio l’ha aiutata a rimanere in partita. Infatti Emma non solo ha risposto benissimo, ma per la maggior parte degli scambi ha tenuto in mano l’iniziativa, e questo ha costretto Rogers a rimanere in difesa, l’ambito di gioco nel quale è di gran lunga meno forte.

a pagina 2: Le partite decisive allo US Open

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Nei Dintorni di Djokovic: non ci resta che Nole

Djokovic si ferma ad un passo del Grande Slam. Ma a parte lui, nessun tennista proveniente dai paesi dell’ex Jugoslavia è arrivato al terzo turno a New York. E il futuro non promette molto, in particolare in campo maschile

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Novak Djokovic - US Open 2021 (via Twitter, @atptour)

Tutte le luci erano, giustamente, puntate su di lui: Novak Djokovic. Dopo la conquista dei primi tre Slam stagionali, il suo tentativo di realizzare il Grande Slam, 52 anni dopo Rod Laver, e al contempo superare gli eterni rivali Federer e Nadal per numero di Major vinti, ha chiaramente monopolizzato l’attenzione degli addetti ai lavori. Nole si è fermato proprio ad un passo dal traguardo, sconfitto in finale da un grandissimo Daniil Medvedev e dalle tante, troppe, fatiche fisiche, mentali ed emotive di queste due settimane. Forse potremmo dire di questi due ultimi mesi, poiché già dopo la vittoria di Wimbledontutto il mondo del tennis (e non solo) ha cominciato a parlare sempre più insistentemente del suo possibile Grande Slam.

La sconfitta non gli ha permesso di realizzare un’impresa leggendaria a livello sportivo, ma questo non toglie nulla alla grandezza del fuoriclasse belgradese. Anzi, per come è avvenuta ha addirittura aggiunto qualcosa, con quelle lacrime che non è riuscito a trattenere al cambio campo e durante la premiazione (e poi anche nella conferenza stampa con i giornalisti serbi, quando ha parlato della sua famiglia), che hanno fatto capire fino in fondo a tutti quale enorme turbinio di emozioni abbia dovuto gestire internamente nell’ultimo periodo, mentre sul campo doveva affrontare i migliori giocatori al mondo. Soprattutto, ci permettiamo di dire, a coloro che sinora per svariati motivi – più o meno plausibili – ne avevano spesso sminuito le gesta sportive o enfatizzato i difetti e le reazioni talvolta non ineccepibili. Ma un atleta non raggiunge certi risultati se oltre alla tecnica, al fisico ed alla testa non ci mette il cuore e, come Nole suole spesso dire, l’anima. Ecco, forse domenica sera in tanti sono finalmente riusciti a vedere l’anima di Novak Djokovic.

Le eccezionali gesta del fenomeno serbo hanno fatto passare un po’ sotto silenzio, da quelle parti, il fatto che il resto della truppa proveniente dai paesi dell’ex Jugoslavia ha salutato molto presto New York. Ad esclusione del n. 1 del mondo, infatti, nessun tennista di quelle zone è riuscito a raggiungere il terzo turno a Flushing Meadows. Un dato preoccupante, soprattutto se confrontato con il recente passato. Quest’anno, per capirci, Dusan Lajovic e Donna Vekic erano arrivati agli ottavi a Melbourne e Filip Krajinovic (portando Medvedev al quinto set) e Kaja Juvan al terzo turno; Tamara Zidansek in semifinale e Polona Hercog e Laslo Djere al terzo turno a Parigi; a Wimbledon nessuno a parte Nole era approdato alla seconda settimana, ma in tre (Marin Cilic, Aljaz Bedene e Kaja Juvan) al terzo turno.

 
Dusan Lajovic

Se andiamo a vedere com’era andata lo scorso anno a New York, il dato è ancora più sconfortante. In campo maschile, oltre a Nole squalificato negli ottavi, Borna Coric era arrivato sino ai quarti, Marin Cilic e Filip Krajinovic al terzo turno; mentre nel femminile Petra Martic agli ottavi e Donna Vekic al terzo turno. Vediamo nel dettaglio, nazione per nazione, quanto male è andata, per tutti, questa edizione dello US Open.

SLOVENIAAssente Aljaz Bedene, che ha dovuto rinunciare in quanto ancora alla prese con gli strascichi dell’infezione da Covid-19 contratta a luglio, ormai da tempo rimasto l’unico a difendere in maniera continuativa a livello Slam i colori della nazione subalpina in campo maschile, erano invece tre le tenniste slovene impegnate a Flushing Meadows. Subito eliminata Polona Hercog (contro Kvitova), hanno passato un turno Tamara Zidansek e la giovane Kaja Juvan, prima di cedere rispettivamente, in maniera netta, a Sabalenka e Collins.

CROAZIAAncora ai box Borna Coric dopo l’operazione alla spalla destra della scorsa primavera, sono usciti subito sia Marin Cilic che Ivo Karlovic. Il vincitore dell’edizione 2016 è stato costretto al ritiro per la prima volta in carriera a partita in corso, al suo 868esimo match, ennesimo segnale del declino del campione di Medjugorje. Karlovic il suo comunque l’aveva già fatto qualificandosi per il main draw a 42 anni. Potrebbe essere stato l’ultimo Slam per il gigante di Zagabria, che ha detto che deve valutare se proseguire o meno, considerato che la sua classifica lo costringe a giocare a livello Challenger.

In campo femminile, nonostante la sconfitta al primo turno, è arrivato qualche buon segnale da Donna Vekic, che dopo gli ottavi raggiunti a Melbourne si è dovuta operare al ginocchio destro ed è rientrata solo a fine maggio al Roland Garros. Senza l’aiuto della dea bendata, se andiamo a vedere i sorteggi a livello Slam dove ha sempre incontrato prestissimo una delle prime dieci del seeding: a Parigi e a Wimbledon aveva trovato Pliskova, rispettivamente al primo e al secondo turno, a New York ha dovuto affrontare subito Muguruza. A una top 60 (top 40 prima di Parigi) poteva andare decisamente meglio. Di positivo, dicevamo, c’è comunque la prestazione, dato che la spagnola ha avuto bisogno di due tie-break per vincere; di negativo il fatto che Donna ha perso i punti dei quarti di finale 2019 (non aveva giocato lo scorso anno) ed è scivolata ai margini della top 100 (n. 98), dove i sorteggi non possono certo migliorare.

Seconda parte della stagione da dimenticare per Petra Martic, che dopo la semifinale agli Internazionali d’Italia non è più riuscita a vincere due match di fila. Neanche a New York, dove dopo la vittoria sulla qualificata ungherese Galfi è stata fermata dalla ex connazionale, ora australiana, Ajla Tomljanovic (insieme, giovanissime, vinsero il loro primo torneo di doppio ITF a Zagabria, città natale di Ajla). Poco da rimproverare ad Ana Konjuh, che continua il suo percorso di riavvicinamento alle posizioni in classifica che occupava stabilmente prima del lungo stop a causa dei problemi al gomito destro. La tennista di Dubrovnik ha infatti superato con autorità i tre turni delle qualificazioni, prima di incocciare al primo turno in una delle grandi rivelazioni del torneo, la 18enne finalista canadese Leylah Fernandez. E da questa settimana Ana è la seconda croata in classifica (n. 82 WTA), dopo Petra Martic, avendo scavalcato Vekic: sorpasso curiosamente ratificato dalla vittoria nello scontro diretto di lunedì al primo turno del WTA di Portorose.

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Donna Vekic e Ana Konjuh – WTA Portorose (fonte: Twitter)

MONTENEGROAnnata complicata anche per Danka Kovinic, a causa di un infortunio al polpaccio che ha compromesso la stagione sulla terra e le ha fatto saltare quella sull’erba. Rientrata a metà agosto, con due sconfitte al primo turno nei due tornei disputati a Chicago, la 26enne di Cetinje è ben lontana dalla sua forma migliore e quindi non sorprende la sconfitta contro Kristyna Pliskova, proveniente dalle qualificazioni.

SERBIA – Di Djokovic abbiamo già parlato. L’altra testa di serie serba del tabellone maschile, la n. 32 Krajinovic, è uscita subito di scena, sconfitto in quattro set da Pella. Lajovic non ha sfruttato una grossa occasione per bissare gli ottavi di Melbourne. Dopo la vittoria all’esordio con Paire, “Dule” è andato in vantaggio per due set a uno e si è procurato due palle break consecutive nel settimo gioco del quarto contro Gojowczyk, ma poi ha subito la rimonta del giocatore tedesco, che nel turno successivo ha poi superato senza grossi problemi Laaksonen. Non sorprende la sconfitta di Djere contro Kudla, ben più attrezzato di lui sul cemento. In crisi di risultati il giovane del gruppo, Miomir Kecmanovic, che non vince due match di fila dall’ATP di Belgrado di aprile. Il 22enne belgradese chiude con un 0-4 la sua campagna sul cemento americano, fermato da una delle rivelazioni di questa estate, il 26enne francese Rinderknech che lo ha superato al quinto (e che Miomir aveva battuto proprio negli ottavi a Belgrado).

Nel singolare femminile, sorteggio sfortunato per Nina Stojanovic, che si è trova subito di fronte la tds n. 2 e futura semifinalista Sabalenka, alla quale è riuscita a strappare il secondo set al tie-break prima di crollare nel terzo sotto i colpi della bielorussa. Sconfitta che le è costata l’uscita dalla top 100, dove era l’unica serba. Niente da fare anche per Ivana Jorovic, entrata grazie al ranking protetto dopo l’anno di stop tra settembre 2019 e settembre 2020 in seguito all’operazione al gomito e ancora alla ricerca della forma migliore, sconfitta nettamente al primo turno da Osorio Serrano. Sfuma anche il sogno di Olga Danilovic di giocare sull’Arthur Ashe, contro Naomi Osaka (e viste, purtroppo, le difficoltà della campionessa giapponese, chissà come sarebbe andata a finire), fermata da un virus influenzale dopo aver superato le qualificazioni e la wild card statunitense Park al primo turno.

UN FUTURO NON ROSEO, MA UN PO’ ROSA

Considerato che Djokovic dal maggio prossimo sarà un over 35 e non è cosa di poco conto, anche per un atleta integro e che ha sempre curato alla perfezione il suo fisico come lui (anche se, metabolizzata la sconfitta di New York, l’obiettivo di diventare il tennista con il maggior numero di Slam vinti in campo maschile sarà probabilmente la motivazione che lo spingerà, nonostante gli anni che passano, a cercare di continuare a migliorarsi ancora per aggiungerne altri nella sua bacheca di Belgrado), e che l’altro campione Slam di quelle zone, Marin Cilic, ne compie 33 a fine mese ma, come dicevamo, pare sul viale del tramonto già da un po’, la situazione in campo maschile, pensando al futuro, appare preoccupante. Soprattutto perché chi doveva assicurare la successione o almeno non farli rimpiangere troppo (beh, con Nole ovviamente è dura…) non sta mantenendo le promesse.

In Serbia si sperava in Miomir Kemanovic, che sebbene sia ancora giovanissimo (ha appena compiuto 22 anni) da un po’ sembra in una fase di stallo. A Zagabria invece si confidava su quel Borna Coric che tre anni fa, prima di compierne 22,  batteva due volte di fila Federer (una in finale ad Halle), era protagonista del trionfo in Davis e arrivava al n. 12 del ranking mondiale. Oggi Borna non ha ancora 25 anni, ma è tormentato dagli infortuni e il suo best ranking è rimasto quelli di tre anni fa (ora è n. 51, ma con tanti risultati 2019 in scadenza nei prossimi mesi). E non è che ci sia molto all’orizzonte: il miglior under 21 serbo è il ventenne Marko Miladinovic, n. 666 del ranking, seguito dal 18enne Medjedovic, n. 679.

Ai croati va un po’ meglio grazie a Duje Ajdukovic, vent’anni come Miladinovic, ma ben più in alto in classifica (n. 255) che ha già fatto vedere qualcosa di buono, come il secondo turno all’ATP di Umago dove ha impegnato un top 50 esperto come Ramos-Vinolas. Comunque niente di particolarmente esaltante, sia considerato che lo zagabrese è appena 24esimo nella classifica NextGen, sia ricordando che il suo concittadino Borna Coric quando aveva la sua età era lui stesso un top 50. Meglio sorvolare su Slovenia (un 17enne con un punto ATP) e Bosnia-Erzegovina (un 20enne con due punti ATP, un 20enne e un 16 enne con uno), dove bisogna sperare che Bedene e Dzumhur, anche se quest’ultimo sta già facendo fatica a mantenersi a livello di top 100, tirino la carretta ancora per un po’.

In campo femminile le prospettive appaiono, potenzialmente, migliori. Ci sono due belle giovani promesse, come la slovena Kaja Juvan e la serba Olga Danilovic (che insieme hanno vinto il doppio juniores a Wimbledon nel 2017) anche se entrambe stanno stentando un po’ a fare il salto di livello (al momento sono fuori dalla top 100). E se da una parte è vero che hanno appena vent’anni e quindi si può dare loro ancora un po’ di tempo, dall’altra il fatto che praticamente ad ogni Slam spunti fuori una teenager fenomenale (se non due, come Raducanu e Fernandez a New York), qualche perplessità su dove entrambe possano effettivamente arrivare comincia a insinuarsi tra gli addetti ai lavori.

Olga Danilovic – WTA Palermo 2021 (courtesy of tournament)

La Serbia per il resto pare non avere moltissimo su cui contare per sperare di rinverdire i fasti del duo Ivanovic-Jankovic. Vero che Nina Stojanovic ha appena 25 anni ed Ivana Jorovic uno in meno (e due anni fa era arrivata in top 100 prima dei problemi al gomito) ma per entrambe già la top 50 sembra essere un obiettivo, seppur realistico, abbastanza sfidante. E che ci sono addirittura una decina di giocatrici dai 21 anni in giù in classifica, sebbene nessuna oltre la figlia di “Sasha” tra le prime 500 al mondo.

La Slovenia sta indubbiamente meglio, dato che invece contare per il prossimo futuro anche sulla semifinalista di Parigi, Tamara Zidansek, che ha solo 23 anni ed è n. 34 WTA, e nel complesso ha una mezza dozzina di giovani, tra le prime 650 al mondo.

Tralasciando la trentenne Petra Martic (come fatto con la coetanea Polona Hercog per la Slovenia), in campo croato ci sono un paio di nomi che potrebbero dire la loro per qualche anno. Donna Vekic, alla fin fine, ha appena compiuto 25 anni e quest’anno ha pagato lo stop a causa del ginocchio, ma a inizio anno era attorno alla trentesima posizione ed è stata n. 19. Ana Konjuh di anni ne ha solo 23, di fatto ne ha persi due a causa dell’infortunio, e come detto si sta pian piano avvicinando ai suoi livelli di gioco precedenti (e ricordiamoci che anche lei è stata una top 20, seppur per poco). Ma già che ci siamo – mal che vada ci siamo sbagliati, ma speriamo di no, innanzitutto per loro – tra le sei giovani croate in classifica segnaliamo la 15enne Petra Marcinko, che a New York è arrivata ai quarti del tabellone juniores, e la 18enne Tara Wurth, che ha appena vinto un ITF da 25.000$ a Trieste e ha fatto un balzo in classifica di oltre cento posizioni (ora è n. 377). E come sappiamo, Raducanu docet, dalla vittoria di un ITF a quella di uno Slam possono anche passare meno di due anni…

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US Open, Flink: “La sconfitta di Djokovic è dovuta più a un calo fisico che mentale”

Recap del torneo con il direttore Scanagatta: la grande corsa di Raducanu; i miglioramenti di Berrettini e Zverev; le sorprendenti sconfitte di Osaka e Barty. Qual era il pronostico di Rod Laver?

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Novak Djokovic - US Open 2021 (Andrew Ong/USTA)

È stato uno US Open storico da ogni punto di vista, e non solo per il ritorno del pubblico. Djokovic si è fermato alla soglia del Grande Slam contro un Medvedev che ha vinto il suo primo Slam, mentre Emma Raducanu ha rovesciato ogni tipo di aspettativa vincendo il torneo da qualificata e senza mai perdere un set. Di questo e di molto altro hanno parlato il direttore Scanagatta e Steve Flink nel loro ultimo video, che potete vedere di seguito:  

00:00 – Ubaldo: “Prima del weekend pensavo che Djokovic avrebbe riscritto la storia del tennis, invece la storia è stata scritta da Raducanu”.

03:38 – Flink: ”Raducanu ha avuto un tabellone migliore di Fernandez perché quest’ultima ha dovuto battere nomi importanti fra cui tre Top 5 e una ex-campionessa Slam come Kerber. Allo stesso tempo Raducanu è sembrata sempre più inarrestabile, i punteggi degli incontri non sono stati casuali”. Ubaldo: “È vero che il suo tabellone era leggermente più facile, ma ha sconfitto ottime giocatrici”. Flink: “Ciò che mi ha impressionato che ha sconfitto tutte in maniera netta”.

 

06:18 – Le delusioni Osaka e Barty. Ubaldo: “Quando abbiamo discusso non ci aspettavamo che Osaka uscisse così presto, idem Barty. È uno Slam strano da questo punto di vista”. Flink: “Se Barty avesse vinto contro Rogers, credo che avrebbe vinto il torneo”.

09:35 – Su Fernandez. Flink: “Ha giocato match molto lunghi e faticosi, fisicamente stava bene ma è uscita vincitrice da situazioni complicate e questa volta sapevo che sarebbe stato difficile sconfiggere la sua avversaria”.

20:17 – Flink: “Sabalenka si è nuovamente sabotata. É frustante perché lei gioca così bene quando è concentrata e i match sembrano totalmente nelle sue mani. Sembrava così anche contro Fernandez, ma poi il set le è sfuggito e il match è diventato in salita per lei. Lei può essere una grande giocatrice ma deve tenere le sue emozioni in campo sotto controllo”. Ubaldo: “Ha una sorta di doppia personalità. Quando parli con lei fuori dal campo è sempre sorridente, in campo cambia completamente da un momento all’altro”.

25:24 – Ubaldo: “Medvedev ha giocato benissimo, non poteva servire meglio e non poteva correre più di quanto ha fatto, a fondo campo è sembrato forte quanto Djokovic”. Flink: “Non ci sono dubbi che Medvedev ha giocato bene, ma la domanda è quanto Djokovic era lontano dalla sua versione migliore. Quando Medvedev a fine match ha dichiarato che Djokovic non era al suo meglio era un eufemismo, perché ha capito che questo era un Djokovic molto al di sotto del suo massimo. Medvedev però ha dovuto lottare con il pubblico che era dalla parte di Djokovic”.

28:59 – Flink: “Guardando il modo di giocare di Djokovic, lui non si sentiva in grado di muoversi bene da una parte all’altra o in avanti, non aveva le gambe. Penso che l’aspetto fisico abbia pesato il 60% mentre la pressione emotiva di completare il Grande Slam il 40%, perché nessuno gestisce la pressione come lui”. Ubaldo: “Penso che la parte mentale sia stata il problema principale, perché ha perso subito il servizio, anche se era già capitato in altri match, ma ho avuto l’impressione che non stesse spingendo la palla con la solita intensità”.

35:05 – Flink: “Pensavo che il supporto del pubblico lo avrebbe aiutato, non credo che lui abbia mai pensato che il pubblico sarebbe stato completamente dalla sua parte”. Ubaldo: “Il pubblico era dalla sua parte non perché amava Djokovic, ma verso la fine perché volevano il match durasse di più, e soprattutto volevano dire a parenti e amici ero lì quando la storia del tennis è stata scritta. Non so quanti di loro tiferanno Djokovic domani in un altro match contro Medvedev”.

Daniil Medvedev e Novak Djokovic – US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

39:16 – Ubaldo: “Medvedev non solo ha giocato bene col servizio e con i colpi ma anche tatticamente, perché giocando sempre al centro del campo ha costretto Djokovic ad imporre il suo gioco invece di correre e trovare lui stesso gli angoli, perché quando cerchi di aprire gli angoli ti scopri ai contrattacchi dell’avversario”. Flink: “Medvevev è quasi sempre uno di quelli che pensano meglio in campo”.

41:50 – Ubaldo: “Nessuno merita più di Djokovic di vincere il Grande Slam, senza considerare l’aspetto tecnico ma considerando l’atteggiamento sulle diverse superficie, Djokovic è il più completo”. Flink: “Non dimentichiamo che Djokovic, per quanto riguarda gli uomini, è stato il primo dopo Laver a vincere i primi tre Slam dell’anno”. Ubaldo:” Nessuno come Serena sa cosa significa, ma lui ha raggiunto la finale mentre Serena ha perso in semifinale. La differenza è che nessuno ha mai dubitato che Serena sia la miglior giocatrice del terzo millennio, mentre Djokovic aveva molta più pressione perché molti dubitano che lui sia il migliore”.

50:16 – Su Rod Laver. Flink: “Ho parlato con lui e la sua opinione era che Djokovic avrebbe vinto in quattro set, e in un’intervista il giorno dopo ha affermato nuovamente ciò che mi ha detto. Penso che Laver sarebbe stato più che felice della vittoria di Djokovic e che lo considerasse degno dell’onore”.

52:25 – Flink: “Credo che Djokovic sia un giocatore leggermente migliore su terra di Federer”. Ubaldo: “È difficile da dire, Djokovic ha vinto due Roland Garros, l’ultimo contro Nadal ma non è lo stesso Nadal che batteva Federer al Roland Garros. Federer è stato un po’ fortunato nei primi anni in cui ha vinto gli Slam perché gli avversari non erano così duri come quelli che ha trovato Djokovic, ma dall’altra parte Djokovic sta approfittando del fatto che Federer sta invecchiando, e lo stesso vale per Nadal”.

55:05 – Ubaldo: “Sono rimasto impressionato da Alcaraz, credo diventerà un top player molto presto, un Top 10 in un anno, un top 5 in tre/cinque anni”. Flink: “È stato fantastico contro Tsitsipas e anche nel match successivo, ma contro FAA mi ha deluso. Detto questo credo che sarà facilmente in Top 20 alla fine dell’anno prossimo, forse Top 10, e negli anni successivi sarà incredibilmente pericoloso”.

56:29 – Zverev. Flink: “Credo che abbia giocato un ottimo match contro Djokovic, e onestamente se avesse battuto Djokovic, contro Medvedev sarebbe stato un match molto combattuto. Credo che Zverev probabilmente vincerà un Major l’anno prossimo, mi piace il modo in cui sta giocando”.

58:05 – Berrettini. Ubaldo: “Spero che Berrettini riesca a giocare uno Slam senza finire nella parte di tabellone di Djokovic perché contro il miglior Djokovic al momento non ha un rovescio abbastanza forte”. Flink: “Contro giocatori come Zverev ha delle possibilità anche se Zverev è migliore di lui. È migliorato molto rispetto a quando ha perso contro Nadal nella semifinale dello US Open. Il suo servizio è magnifico. Ha provato che merita di stare in Top 10, non sono sicuro possa raggiungere la Top 5”.

60:00 – Ubaldo: “Sinner ha perso in tre set contro Zverev, sono stato leggermente deluso ma ha vent’anni e anche Zverev a vent’anni negli Slam non era competitivo. Tutt’ora a ventiquattro anni non ha ancora vinto contro un Top 10 in un Major”. Flink: “Sono preoccupato del suo diritto, sembra perdere il controllo delle volte”.

62:48Auger Aliassime. Flink: “Mi è piaciuto il modo in cui ha giocato, ha raggiunto la sua prima semifinale, e un ottimo atleta, un giocatore a tutto tondo, sa come giocare a rete, il servizio sta migliorando ma ha buttato via una buona opportunità nel secondo set contro Medvedev. É ancora fragile mentalmente. È migliorato nell’ultimo anno ed è più affidabile dal punto di vista dei risultati del suo connazionale Shapovalov”. Ubaldo: “Se dovessi pagare un biglietto preferirei andare a vedere Shapovalov che Aliassime, ma è vero che mi aspettavo di più da Shapovalov e meno da Aliassime. Anche se Aliassime è mentalmente fragile, è più solido di Shapovalov”.

Transcript a cura di Giuseppe Di Paola

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Editoriali del Direttore

US Open: Djokovic meritava il Grande Slam più di chiunque. Ha perso per sempre il treno?

Era più stanco o più stressato? Ha vinto più Medvedev o ha perso più lui? Non è il Superman dalla forza mentale che si credeva. Il pianto di un uomo che ha comunque colto un successo fin qui sfuggitogli

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Ho scritto mille volte, nel corso dei vari dibattiti su chi meritasse di essere il più forte fra i tre grandi di questo terzo millennio, di non tifare per nessun tennista in particolare, ma di tifare di volta in volta per la storia giornalisticamente più bella da scrivere.

Ad esempio la vittoria di Federer su Nadal sulla terra rossa e viceversa quella di Nadal su Federer sull’erba, tanto per esprimere in sintesi un’idea.

Così non ho alcuna difficoltà ad ammettere che domenica sera ho sperato fortemente in un successo di Djokovic, perché quella sarebbe stata una vittoria epica, certamente storica. E per quanto riguarda me personalmente forse unica, perché se sono passati 52 anni dall’ultima di Rod Laver non è affatto detto che avrò il privilegio di poter celebrare un futuro Grande Slam. L’ottuagenario australiano di Rockhampton era in tribuna e resta – almeno per un altro anno – il membro solitario del club più esclusivo della storia moderna del tennis.

 

So bene che i fan più sperticati di Federer e Nadal tifavano Medvedev soprattutto temendo il sorpasso nel numero di Slam vinti, che ora rimangono 20 per ciascuno e non è neppure detto – come ho subito accennato nel video che ho registrato tre ore dopo la conclusione della finale – che in futuro sia modificato, perché se oggi come oggi a dispetto della bruciante batista Djokovic sembra dei tre il candidato più probabile ad accrescerne il numero, i vari Medvedev, Zverev, Tsitsipas, non sono per nulla disposti a farsi da parte senza colpo ferire.

Mi fa piacere che anche grande parte del pubblico dell’Ashe Stadium, sebbene maleducato e scorretto oltre ogni dire, abbia sentito la vicenda allo stesso mio modo. E mi fa piacere anche che per una volta Djokovic abbia potuto sentirsi “speciale”, come ha detto luianche se immagino che avrebbe preferito uscire fra i ‘buuuh’ ma vittorioso. Per una vita si era trovato invece, soprattutto contro Federer ma anche contro Nadal, negli scomodi e indesiderati panni vestiti ieri sera da Medvedev. Quando Nole vinse la finale di Wimbledon 2019, a seguito di quei due match point svaniti per Federer, il pubblico inglese – anch’esso privo di un minimo fairplay – riuscì a togliergli perfino la voglia di esultare al loro cospetto.

Certo può anche essere che molti presenti all’Ashe Stadium abbiano incoraggiato l’improbabile “resurrezione” di Djokovic sul 6-4 6-4 5-2 perché viene naturale tifare per l’underdog, lo sfavorito, e per godersi più a lungo un match per il quale si è pagato un biglietto abbastanza salato, però credo che possa aver prevalso anche il desiderio di assistere a un evento sportivamente storico. Forse anche per poter raccontare agli amici, o a se stessi, “quel giorno c’ero anch’io”. Il mio modo di vivere e “sentire” il tennis non mi consente di amare e capire chi tifa contro. Mi sta bene e capisco invece chi tifa per. Eppure ho tanti amici, perfino tra alcuni colleghi, che non fanno mistero di tifare contro un giocatore perché non vogliono che possa superare il loro prediletto.

Una volta chiarito come sento e penso… e starei per aggiungere ‘ammesso che a qualcuno interessi’, ma tanti lettori però me lo hanno spesso chiesto, dico la mia sul match. Medvedev ha giocato da fenomeno, direi simil miglior Djokovic “uomo di gomma” quando c’è stato da recuperare palle “disumane”, correndo come non è normale che corra un uomo di un metro e 98 centimetri, anche se è magro come un giunco (seppur più duro di un bambù), ma dire che Djokovic era teso come una corda di violino, tanto da non riuscir mai a liberarsi dalle sue streghe, è dir poco.

Forse soltanto se gli fosse riuscito quel break all’inizio del secondo set, quando è stato 0-40 sul servizio di Medvedev nel secondo game, avrebbe potuto ritrovar se stesso. L’occasione a mio avviso l’ha avuta sulla prima palla break, quando il vero Djokovic avrebbe recuperato la smorzata di Medvedev senza metterla in bocca al russo. Sulle altre è arrivato l’ace n.9, poi un rovescio slice deficitario (come quasi tutti nella serata serba: le gambe di Djoker sembravano di legno, macché di gomma!) prima dell’ace n.10 e un altro punto per Medvedev peso come una mazzata decisiva alla psiche già turbata di Nole.

Fra due giocatori di simil livello le vittorie di uno sull’altro si spiegano quasi sempre con una giornata buona di un tennista e una giornata meno buona dell’altro. Però è sempre difficile dire fino a che punto una partita l’abbia vinta uno e persa l’altro. Ci si addentra nel gioco delle percentuali. E se dicessi che l’ha persa più Djokovic passerei per suo tifoso. Se dicessi che l’ha vinta più Medvedev passerei invece per tifoso di Federer o Nadal, o tutti e due.

Ma un’opinione va espressa. Intanto, dati a Medvedev i meriti di Medvedev, perché il russo che diventa il terzo Slam-winner del suo Paese dopo Safin e Kafelnikov ha servito davvero come un Isner/Opelka in buona giornata – 3 punti appena persi in tutto il primo set in 5 game di servizio contro il miglior ribattitore del mondo hanno indirizzato per l’uno e per l’altro un po’ tutto il match – va scelto il tipo di analisi per spiegare la deludente partita di Djokovic: era più stanco o più stressato, se non vogliamo cavarcela con un pilatesco “tutti e due”?

Chi propende per la stanchezza dice che Nole è stato in campo quasi sei ore più di Medvedev e sottolinea che il russo ha passeggiato in tutti i suoi incontri, avendo lasciato un solo set – e dopo aver vinto i primi due – al perticone olandese dal nome impronunciabile come quelli di certi ciclisti fiamminghi e che non scrivo altrimenti… faccio un refuso! (van de Zandschulp, ndR!). Alla fine Novak ha perso nove set (se si contano anche gli ultimi tre, che un po’ vanno contati perché in quanto persi contano eccome) e Medvedev uno soltanto.

Ma la tesi della stanchezza mi convince poco. In fondo Novak si era fermato per quasi un mese, dalla sconfitta olimpica di Tokyo in poi. E i set persi a Flushing, salvo i i due con Zverev, sembravano più frutto di distrazione che altro. Non si è mai avuta la sensazione, nel corso di tutte quelle partite salvo che nella semifinale di venerdì con il tedesco campione olimpico, che quelle partite Novak potesse perderle. Anche contro Berrettini… sì, c’è stato un primo set di straordinario livello e intensità, cui però ha fatto seguito un 6-2 6-2 6-3.

Secondo me l’ipotesi stanchezza fisica si regge quindi soltanto sulla semifinale lottata, ma vinta 6-2 al quinto, contro Zverev. Certo ad una modesta stanchezza fisica può aggiungersi la stanchezza mentale. Dopo quello che era successo a Tokyo, trovarsi indietro di un set, e per 6-2, contro Zverev, poteva aver prosciugato qualche energia nervosa. Ma chi non aveva scritto che Djokovic si era dimostrato ancora una volta campione indistruttibile, quasi robotico? I 34 anni di Novak non li cita mai nessuno – a differenza di quanto accadeva per Federer e anche per Nadal – perché all’uomo di caucciù non si richiede un certificato anagrafico.

Insomma, io propendo decisamente per la teoria dell’iper stress che colpì a suo tempo – leggi 2015 e match con Roberta Vinci – Serena Williams. Nessun tennista meglio di Serena può capire cosa sia successo a Novak.

Ma con una differenza sostanziale. Sul conto di Serena  e del suo diritto a essere considerata la più forte tennista almeno della sua epoca, nessuno ha mai dubitato. Invece Djokovic, dopo aver sofferto e lottato moltissimpo per ergersi al livello degli altri due mostri… nati prima di lui, è riuscito a instillare il dubbio di poter essere considerato più forte di loro, ma senza averne mai l’assoluta certezza. Conquistare il Grande Slam, più ancora che sorpassarli come numero di Slam (che potrà sempre riuscire a fare), poteva dare il colpo decisivo alla storia da scrivere.

Sulle sue spalle c’era quindi un peso ancora più grosso che su quelle di Serena. E contro Medvedev non riusciva a spingere la palla, a tenere l’iniziativa nemmeno quando avrebbe potuto. Sentendosi disperatamente impotente ha pensato che l’unica strada possibile fosse quella di buttarsi a rete ogni piè sospinto. C’è andato 47 volte. Mai così tante a mia memoria in passato. Non era lui. Vero è, tuttavia, che quanto gli è accaduto va considerato piuttosto come una sorpresa. A molti, e anche a me, Nole – dopo quei sei mesi di confusione mentale, il guru della seconda metà del 2016 – sembrava essersi trasformato nell’incarnazione di una sorta di Superman capace di portare la forza mentale a livelli sconosciuti per la razza umana. E invece, non solo perché lo abbiamo visto per la prima volta anche piangere su un campo da tennis, commovendosi come sarebbe capitato a tanti, accorgendosi di essere caro e “speciale” per uno stadio intero, lo abbiamo improvvisamente riscoperto terrestre, umano. Uomo anche fragile come tutti noi comuni mortali nelle nostre giornate meno brillanti.

Novak Djokovic – US Open 2021 (via Twitter, @atptour)

Ma forse c’entra anche il fatto che il Medvedev di 9 mesi fa nella finale dell’Open d’Australia conquistato per la nona volta da Djokovic era lontano parente del russo ammirato domenica notte?

Diciamolo una volta per tutte: i risultati contraddittori di più partite giocati dagli stessi protagonisti di livello ravvicinato sono la prova provata di come ogni partita possa fare storia a sé, perché anche accennandone solo alcune restano troppe le componenti di tipo tecnico (la superficie è solo una di quelle…), fisico (impossibile essere sempre al 100 per 100 della condizione così come ritrovarsi nelle identiche condizioni dell’avversario nel corso di un torneo, perché non saranno mai stati uguali avversari, orari, incontri disputati, campi, clima), mentale (non sono mai uguali gli obiettivi diversi dalla ordinaria aspirazione alla vittoria, mai uguali le condizioni di stress, il vissuto, i desiderata), casuale (un net fortunoso e sfortunato su un punto importante, un infortunio, una pallata scagliata che colpisce un giudice di linea, oppure un altoparlante che irradia musica a tutto volume sulla palla break e consente a un giocatore di rigiocarsela con maggior chance è un esempio casuale …ma non così casuale in questa circostanza!).

New York ha rovesciato il match di Melbourne come fosse un calzino. Ma anche se qualcuno avrà giudicato Djokovic un po’ ruffiano – o, peggio, ipocrita se gli sta sulle scatole – quando ha detto: “Il mio cuore è pieno di gioia e sono l’uomo più felice perché mi avete fatto sentire speciale sul campo, non mi ero mai sentito così”, io invece credo che sia stato sincero.

Perché a suo modo anche Djokovic ha vinto qualcosa, una vittoria diversa dalle altre e dallo Slam numero 21, ma non meno importante e significativa. Per un campione l’amore della gente conta tanto. Djokovic ha probabilmente un po’ sofferto il suo ruolo subalterno nei confronti dei due primi Fab. Lo è stato per l’opinione pubblica ed è umano che potesse farsene un complesso, seppure mai confessato. Chi, del resto, lo avrebbe confessato?

Ma per chi come me crede di conoscerlo abbastanza, anche per averlo incrociato e visto fuori dal campo da tennis – come a Montecarlo in tante preparazioni del tradizionale Players Show in cui ho visto Novak far di tutto, dal presentatore al cantante, dal ballerino all’autore di sketch – Nole è migliore dell’immagine che molti hanno di lui.

E’ un ragazzo intelligente e ricco di personalità, un sentimentale, un generoso che d’istinto si butta anche in imprese complesse dalle quali molti altri rifuggirebbero (la PTPA è una di quelle) e nelle quali – vedi Adria Tour e più che l’organizzazione della stessa i contorni “social” ad essa costruiti attorno – è stato certamente un po’ superficiale, certamente non impeccabile.

Ma poiché tutto ciò c’entra poco con quanto è successo domenica sera, qui mollo. Concludo dicendo che lui è secondo me il tennista più completo, anche se stilisticamente forse l’interprete del tennis meno elegante, dei celebri Fab Four. Ma, grazie al fatto che si è dimostrato capace di vincere Slam e Masters 1000 a ripetizione su tutte le superfici degli Slam e pure indoor, è stato alla fine il più vicino a realizzare il Grande Slam, oltre che l’unico a vincerli consecutivamente sia pure non in un “calendar year”.  Per questo motivo trovo che meritasse più lui degli altri di conquistare quanto gli è appena sfuggito. E mi dispiace che abbia fallito questo appuntamento con la storia. Medvedev è stato il primo a vincere una finale con un Fab Four. Ed è stato indiscutibilmente migliore di Novak domenica notte. Nonostante quel gioco sgraziato, storto, davvero poco ortodosso, da sconsigliare a chiunque insegni tennis, lontano mille anni luce dal tennis classico eppur unico di Roger Federer – lo so, suona come un ossimoro, ma per me è unico anche quello del mancino di Maiorca – Daniil vincerà altri Slam. Però non sarebbe crollato il mondo se avesse aspettato ancora un altro Slam. Per me, insomma, era meglio se Medvedev ne vinceva anche due – o pure tre – nel 2022, ma non nel 2021. Temo infatti che anche per Nole, come prima per Roger e Rafa, sia passato un treno che non ripasserà. 

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