Emma Raducanu, una impresa senza precedenti

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Emma Raducanu, una impresa senza precedenti

Come è stato possibile che una giocatrice diciottenne, sconosciuta fino a tre mesi fa, sia riuscita a vincere lo US Open in un modo mai riuscito prima?

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

L’ultimo US Open femminile è stato lo Slam delle sorprese e dei record. Gli storici e gli statistici si sono sbizzarriti a identificare tutti i numeri che hanno sancito l’eccezionalità della vittoria della giovane Emma Raducanu: i record sono così tanti che per non diventare noiosi è meglio ricordarne solo alcuni.

Prima volta nell’era Open che una giocatrice vince partendo dalle qualificazioni. E senza lasciare set per strada: un totale di dieci partite (tre più sette) con uno score di 20 set vinti e zero persi. Prima dell’era Open a conquistare uno Slam alla seconda partecipazione in assoluto in un Major (anche Pam Shriver nel 1978 aveva raggiunto la finale al secondo tentativo, ma aveva perso contro Evert a New York). Raducanu lo ha fatto senza avere ancora vinto una partita in carriera a livello di “normali” tornei WTA, visto che fuori dai Major aveva affrontato due soli tornei, perdendo sempre all’esordio (Nottingham e San Josè).

Più giovane finale Slam dallo US Open 1999 (Serena Williams contro Hingis). Più giovane campionessa Slam dai tempi di Maria Sharapova a Wimbledon 2004. Seconda vincitrice della storia fuori dalle prime 100 del ranking, preceduta da Kim Clijsters nel 2009 (sempre a New York) quando al rientro nel tennis non aveva ancora una classifica per l’esiguo numero di tornei giocati. Ma anche terza teenager della storia a vincere lo US Open senza concedere set (dopo Seles nel 1992 e Hingis nel 1997).

 

Ultimo dato prima di entrare nel merito delle partite newyorkesi: Raducanu ha vinto il torneo senza affrontare Top 10. Nel corso del suo cammino, infatti, ha incontrato solo due teste di serie: nei quarti la numero 11 Bencic e in semifinale la 17 Sakkari. Ma naturalmente non gliene si può fare una colpa: questo le ha offerto il tabellone, ed Emma più che lasciare le briciole a tutte le avversarie che le sono capitate, non poteva fare.

Ma visto che stiamo parlando di una semi-esordiente, il dato che colpisce è che in carriera non ha ancora mai affrontato una Top 10. In compenso vanta un record niente male: ha giocato 13 volte contro una Top 100 vincendo 11 partite e perdendone solo 2: sconfitta da Zhang Shuai a San Josè e da Tomljanovic a Wimbledon (a Londra Emma perse per ritiro).

Le partite di Emma Raducanu allo US Open
Dopo la wild card ricevuta a Wimbledon in quanto giocatrice di casa, Raducanu si presenta allo US Open senza avere la classifica necessaria per essere ammessa direttamente al tabellone principale. Da numero 150 del ranking è soltanto testa di serie 31 del torneo di qualificazione. Superato piuttosto brillantemente, come detto, senza perdere set. 6-1, 6-2 a Bibiane Schoof, 6-3, 7-5 a Mariam Bolkvadze, e infine 6-1, 6-4 a Mayar Sherif, testa di serie n. 4 delle Quali.

Con i tre successi nelle qualificazioni, Emma conquista l’accesso nello Slam vero e proprio. Il posto capitato nel main draw non è proprio favorevolissimo: primo ostacolo la testa di serie numero 14 Jennifer Brady, semifinalista lo scorso anno, e finalista all’Australian Open 2021. Soprattutto sul cemento, una avversaria davvero impegnativa.

Ma in extremis le cose cambiano. Brady è costretta alla rinuncia a causa di un infortunio. Quando Jennifer dichiara forfait, ormai il sorteggio è fatto, e quindi la porzione di tabellone di Raducanu perde la testa di serie più alta. A sostituirla è la lucky loser Stephanie Voegele. I due set della partita si sviluppano con un andamento identico: Emma parte lenta, subisce un break in avvio, ma dall’1-2 sotto, cambia marcia: controbreak immediato e resto del set dominato. Finisce così 6-2, 6-3, anche se le occorrono ben sette match point per chiudere l’incontro.

Al secondo turno Raducanu trova Zhang Shuai, proprio la giocatrice che l’aveva sconfitta in modo netto all’inizio di agosto a San Josè (6-3, 6-2). Purtroppo non sono riuscito a seguire le loro due partite, e quindi non posso entrare nel merito. In linea generale, penso si possa ricordare questo: la Zhang più recente è un po’ scesa nel ranking perché è diventata piuttosto discontinua; se la mattina si alza con la luna giusta è capace di dare filo da torcere anche alle più forti, ma se invece le manca l’ispirazione, aumenta di molto gli errori e diventa molto più abbordabile.

Con questo non sto affatto dicendo che il risultato opposto delle due partite sia dipeso da Zhang e non da Raducanu. Anzi. Agli atti rimane semmai una dichiarazione di Emma nella conferenza stampa successiva al loro ultimo incontro, nella quale racconta: “Avevo perso contro di lei un mese fa, ma sento che match dopo match sto migliorando, sto imparando a tenere alto il mio livello di gioco senza cali durante la partita. In queste settimane avere affrontato tante avversarie di alto livello mi ha fatto crescere sempre di più”. Sentire parlare di crescita nel corso di un solo mese, una crescita tale da permetterle di rovesciare completamente il risultato contro una giocatrice esperta e di valore come Zhang, sembrerebbe esagerato. Ma nel caso di Emma sono proprio gli eccezionali traguardi raggiunti a rendere credibili affermazioni del genere.

Forse il passaggio più interessante di questa stessa conferenza stampa è quando spiega il suo modo di prepararsi contro le avversarie: “A livello WTA la maggior parte delle giocatrici non ha grandi debolezze; per esempio non puoi pensare di insistere sempre dalla stessa parte in attesa di un errore. Dunque si tratta sia di dare il meglio per quanto riguarda il proprio tennis, sia di saper individuare piccole scappatoie che creino qualche disagio a chi hai di fronte. Con il mio team mi preparo con questi obiettivi. Non sempre ci si riesce, e allora devi andare in campo almeno riuscendo a esprimerti al tuo massimo”. In pratica Emma racconta che affronta i match con un duplice intento: da una parte sviluppare al massimo il suo gioco, ma dall’altra cerca anche di modularlo di volta in volta in funzione del tipo di avversaria che ha di fronte, per metterla a disagio. Cosa che puntualmente si verificherà nei turni successivi del suo torneo.

Superare le qualificazioni, sconfiggere con percorso netto Voegele e Zhang sono rimarchevoli traguardi per una giovanissima. Ma, per quanto mi riguarda, la partita che mi ha davvero fatto drizzare le antenne sul torneo di Raducanu è stata quella di terzo turno contro Sara Sorribes Tormo.

Sorribes nell’ultimo periodo è cresciuta moltissimo, trasformandosi in una specie di muro difensivo. Al punto che oggi è forse la giocatrice più dura da affrontare sul piano della pazienza tattica e della tenuta mentale e fisica, perché regala quasi nulla e riesce a contenere e rimettere in campo una quantità enorme di attacchi, allungando moltissimo ogni scambio. Se non la si affronta con la condizione giusta si rischia di soccombere, come è capitato alla numero 1 Barty alle Olimpiadi di Tokyo.

Invece Emma domina l’incontro con una condotta vicina alla perfezione. Vince addirittura i primi 11 game, e si trova con un match point sul 6-0, 5-0. Sorribes si salva dal cappotto completo, ma rimanda solo di una game la conclusione: 6-0, 6-1. Per Raducanu sono 60 punti vinti complessivi, appena 33 persi, e un saldo finale di +7 tra vincenti ed errori non forzati (23/16). Agli spettatori lascia una sensazione di grande efficacia e chiarezza tecnico-tattica: tanti vincenti ottenuti (appunto 23 su 60 punti totali), senza però mai dare l’idea del colpo tirato alla “va o la spacca”. Emma al contrario è riuscita a trovare la chiave per vincere senza andare sopra le righe.

Riepiloghiamo. Diciotto anni, esordiente senza esperienza a livello WTA, e senza disporre della potenza di Serena Williams o di Aryna Sabalenka. E però capace di lasciare un solo game a Sorribes Tormo, infliggendole la peggiore sconfitta da quando Sara è diventata Top 50. Obbligatorio seguirla con estrema attenzione.

Con queste premesse, la curiosità sul valore di “questa” Raducanu sembrava potesse essere soddisfatta attraverso il più probante ostacolo possibile: il confronto con la numero 1 del mondo Barty. La massima favorita del torneo, e potenziale avversaria al quarto turno. Al termine del match di terzo turno, in conferenza stampa i giornalisti chiedono a Raducanu se è pronta ad affrontare Barty. Emma, forse presaga, prima di entrare nel merito avverte: “Mah, il match di Ashleigh non è ancora cominciato, e la sua avversaria, Shelby Rogers, giocherà di fronte al pubblico di casa. Difficile dire chi vincerà. Quando giochi con il pubblico di casa dalla tua, hai un differente livello di motivazione…”.

Come sappiamo, Shelby Rogers è davvero riuscita fare lo sgambetto a Barty (o forse la stessa Bartiy si è inciampata da sola), ed è quindi Shelby la rivale di quarto turno. Tra Raducanu e Rogers, la partita fila via rapida. Sarà la più breve del torneo di Emma: un’ora e 6 minuti complessivi, con gli spettatori americani presto ammutoliti dalla troppa differenza in campo.

Dopo i primi due game persi in fase di assestamento (ricordo che era la prima volta che Raducanu giocava sull’Arthur Ashe), Emma infila una serie di 11 game consecutivi, esattamente come contro Sorribes, che segnano definitivamente il match. Nel secondo set, concesso il game del 5-1, chiude sul proprio servizio per 6-2, 6-1. Una partita nella quale Rogers lascia la sensazione che, dopo aver dato tutto per superare Barty, non fosse pronta per misurarsi alla pari contro una avversaria motivata, concentrata, e poco disposta a regalare punti come la Raducanu di questo torneo.

Chi si aspettava che la pesantezza del dritto di Shelby potesse diventare un fattore, viene smentito, e nemmeno il servizio l’ha aiutata a rimanere in partita. Infatti Emma non solo ha risposto benissimo, ma per la maggior parte degli scambi ha tenuto in mano l’iniziativa, e questo ha costretto Rogers a rimanere in difesa, l’ambito di gioco nel quale è di gran lunga meno forte.

a pagina 2: Le partite decisive allo US Open

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Garbiñe Muguruza e le prime WTA Finals messicane

La giocatrice più titolata fra le otto partecipanti ha vinto la prima edizione delle Finals disputata in America latina. A conti fatti, che torneo è stato?

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Garbiñe Muguruza, WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Insider)

Con la disputa delle WTA Finals di Guadalajara si è concluso il calendario WTA ufficiale: le giocatrici più forti hanno terminato in Messico i loro impegni, e comincia dunque il periodo di offseason (prima le vacanze, poi la preparazione), in vista della apertura del 2022 orientata all’Australian Open. Si annunciava un torneo di difficile decifrazione, senza una chiara favorita, e così è stato: i valori si sono delineati progressivamente, match dopo match. E alla fine, in un evento con al via sei esordienti su otto, ha prevalso la giocatrice più titolata di tutte.

Garbiñe Muguruza, infatti, era l’unica tennista “pluri-Slam” presente, con due Major vinti in carriera (Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017), oltre ad altre due finali Slam disputate (Wimbledon 2015, Australian Open 2020). Grazie al successo di Guadalajara ha ulteriormente impreziosito il palmarès, che non è ricchissimo in termini quantitativi (10 titoli complessivi) ma con un peso specifico da non trascurare. Insomma, forse Muguruza non vince molto spesso, ma è capace di farlo quando le occasioni sono importanti.

Garbiñe Muguruza
Con il successo a Guadalajara, Muguruza conferma di essere una giocatrice capace di accendersi all’improvviso, e di offrire il rendimento migliore senza preavviso. Avete presente le atlete che crescono poco a poco, torneo dopo torneo, sino a raggiungere il picco di condizione? Ecco, tutto il contrario di Garbiñe. Dopo il successo a Chicago in settembre, Muguruza aveva deluso sia a Indian Wells che a Mosca, e si era presentata in Messico con un ultimo risultato preoccupante: sconfitta in Russia da Anett Kontaveit addirittura per 6-1, 6-1.

 

Ma non è una novità. Ricordo che in occasione del successo a Wimbledon 2017, Garbiñe era reduce da un primo turno disastroso a Eastbourne, dove contro Strycova aveva raccolto un solo game: 6-1, 6-0. Poi però qualcosa era scattato nel suo rendimento, e dopo il “clic” aveva vinto i Championships lasciando per strada un solo set.

A Guadalajara Muguruza ha ritrovato Kontaveit, autrice della “stesa” subita a Mosca, ma in Messico ha raccolto ben più di due game: l’ha affrontata per due volte e per due volte ha prevalso. E se nel primo caso Anett non aveva le stesse motivazioni (scendeva in campo con la certezza di essere già semifinalista), in finale non c’erano più fattori esterni a mettere in dubbio il valore del match.

Eppure anche alle Finals Muguruza aveva aperto con una sconfitta, battuta di misura da Karolina Pliskova per 4-6, 6-2, 7-6. Poi nel secondo impegno contro Krejcikova si era trovata vicina alla eliminazione: perso il primo set per 2-6, occorreva un cambio di passo per tenere vive le speranze di qualificazione. Ebbene, Garbiñe ha rovesciato le sorti del match vincendo i due set successivi (2-6, 6-3, 6-4) e da quel momento ha compiuto percorso netto, vincendo tutti i parziali sino ad alzare la coppa. Otto set consecutivi.

Il set conquistato in occasione della sconfitta contro Pliskova le ha permesso di superare il girone: con tre giocatrici sulla stessa linea (Kontaveit, Muguruza e Pliskova tutte con due vittorie e una sconfitta) è stato il quoziente set a condannare Karolina.

Come ha giocato in Messico Muguruza? Sinceramente non mi è sembrato di avere visto particolari novità nel suo tennis. In fondo sono diverse stagioni che collabora con Conchita Martinez, e ormai abbiamo capito che il termometro del gioco di Garbiñe è il dritto. Perché il rovescio è sempre un colpo di qualità superiore, ma invece il dritto è molto meno stabile.

Per questo quando riesce a evitare gli errori gratuiti dalla parte destra e a spingere con una certa costanza sulla diagonale, diventa automaticamente una avversaria tosta. E se poi la fiducia sale ancora, e anche con il dritto comincia a cambiare con una certa disinvoltura le geometrie dello scambio, cercando il lungolinea, allora siamo di fronte alla migliore versione di Muguruza; e a quel punto sono dolori per tutte.

Quando Garbiñe è nelle giornate in cui manovra senza timori con il dritto, tutto il suo tennis decolla: il servizio non raccoglie più solo vincenti al centro (la T rimane la sua direzione più stabile) ma anche a uscire. E se a questo si aggiunge la qualità superba del rovescio e la aggressività in risposta, ci troviamo di fronte a una giocatrice capace di soffocare l’avversaria attraverso l’avanzamento del baricentro di gioco.

Garbiñe infatti, è in grado di colpire con i piedi attaccati alla linea di fondo (ma a volte addirittura dentro il campo) sottraendo istanti decisivi alla avversaria, che di conseguenza fatica a sviluppare i propri schemi: ecco perché in questa condizione le sue avversarie diventano più fallose del solito. Si tratta di frazioni di secondo, ma che possono incidere in modo determinante sul rendimento complessivo.

In sintesi, direi che è ciò che è accaduto sia in semifinale contro Badosa (6-3, 6-3) che in finale contro Kontaveit (6-2, 7-5): l’alto ritmo sviluppato da Muguruza ha finito per mandare Paula e Anett in difficoltà nella “velocità di crociera” dello scambio, e questo ha fatto aumentare il numero dei loro errori non forzati. Insomma, per battere la migliore Muguruza occorre davvero esprimersi ai massimi, senza flessioni o pause di rendimento. Altrimenti si finisce per essere sopraffatte.

Magari sbaglio, ma in semifinale Badosa mi è parsa anche un po’ intimorita sul piano della personalità. Timore anche comprensibile: aveva pur sempre di fronte una connazionale che aveva fatto da guida al movimento tennistico spagnolo negli ultimi anni. Sul piano tattico, Paula mi ha dato l’impressione di non riuscire a trovare soluzioni di gioco alternative; in pratica proponeva un tipo di tennis simile a quello di Muguruza, ma di un livello leggermente inferiore. A partire dalla posizione di gioco, un po’ meno aggressiva, che finiva per costringerla a subire più spesso le iniziative di Garbiñe. Detto questo, la prestazione di Badosa alle Finals è stata comunque rimarchevole, con il passaggio del girone raggiunto prima del tempo, grazie ai due successi ottenuti contro avversarie molto toste come Sakkari e Sabalenka.

Anche nella finale tra Muguruza e Kontaveit la mia sensazione è che gli aspetti mentali abbiano inciso, seppure per ragioni differenti: Garbiñe è apparsa più fresca e meno logora rispetto a una avversaria reduce da un tour de force eccezionale, necessario per conquistare i punti indispensabili per essere presente alle Finals.

Muguruza è scesa in campo con la convinzione e la forza di chi non ha intenzione di mollare nemmeno un quindici, anche in situazioni di punteggio molto complicate. E così nel secondo set, quando si è trovata sotto 3-5, non ha pensato che in fondo poteva sempre vincere al terzo. No, non ha lasciato nulla di intentato: ha alzato la qualità della risposta finendo per conquistare quattro game consecutivi che le hanno permesso di chiudere la partita in due set. E diventare la prima campionessa spagnola nella storia del Masters femminile.

a pagina 2: Anett Kontaveit

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WTA Finals: a Guadalajara con l’incognita dell’altura

Dopo la cancellazione del torneo 2020 e la rinuncia della Cina, in Messico si torna a disputare il Masters, con al via sei debuttanti su otto contendenti

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Le otto partecipanti alle WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Finals)

Questo mercoledì sera cominciano in Messico, a Guadalajara, le WTA Finals 2021. Le Finals sono il torneo più importante di fine stagione, l’evento che, Slam a parte, regala alla giocatrice che lo vince più punti e prestigio. E si tratta di un torneo controllato direttamente da WTA: per questo rappresenta anche una importante fonte di guadagno per l’organizzazione e le giocatrici.

La decisione di ospitare il torneo in Messico rappresenta un ripiego rispetto ai programmi definiti in passato. Infatti a partire dal 2019 WTA aveva deciso di fissare la sede delle Finals in Cina, a Shenzhen, città con la quale era stato firmato un contratto pluriennale. Il contratto prevedeva non solo di approntare un torneo ricchissimo (con il montepremi più alto della storia del tennis, maschile incluso), ma anche di ospitare la manifestazione in un nuovo stadio costruito ad hoc, che si sarebbe dovuto inaugurare nel 2020.

 

Poi però la pandemia ha stravolto ogni progetto. Nel 2020 il torneo non si è disputato: cancellato per cause di forza maggiore (la stagione monca, la difficoltà di far viaggiare le protagoniste, l’impossibilità di trovare una soluzione alternativa a quella cinese); mentre per il 2021 ci si è dovuti accontentare di una sede temporanea con strutture e montepremi molto meno faraonici e ambiziosi rispetto a quelli asiatici.

Al momento non abbiamo la certezza che nel 2022 il Masters (come veniva storicamente denominato) si torni a disputare in Cina, visto che ai tempi del Covid si naviga a vista, con i grandi eventi internazionali di sport costantemente a rischio cancellazione o ridimensionamento.

Sta di fatto che oggi la situazione è questa: in Messico si giocherà all’aperto e con una capienza delle tribune ridotta al 50% per le norme anti Covid. E dato che l’impianto è provvisorio e senza copertura, potrebbe anche capitare qualche ritardo nel programma a causa dalle condizioni meteo. Per tornare a un Masters disputato all’aperto, si deve risalire al 2010, anno della ultima edizione tenuta a Doha (vinta da Clijsters in finale su Wozniacki).

Questo per quanto riguarda gli aspetti logistici. Sul piano tecnico l’elemento più importante da sottolineare riguarda la condizione di gioco della sede scelta. Guadalajara si trova a 1566 metri sul livello del mare, e la fisica applicata al tennis ha dimostrato che l’altitudine influisce in modo drastico sulla velocità della palla; influisce molto più di altri fattori come, per esempio, la temperatura o l’umidità (rimando a questo articolo per un approfondimento dettagliato: “Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá”).

L’altura incide così tanto che nei tornei disputati in altitudine si utilizzano palle differenti, in modo da compensare le condizioni eccezionali rispetto al tennis “normale”, delle quote vicine al livello del mare. A questo proposito merita di essere segnalata la dichiarazione di metà settembre di Craig Tyzzer, coach di Ashleigh Barty: “Abbiamo appena scoperto che verranno usate palle senza pressione. Le palle senza pressione volano letteralmente. È una palla che, se la usi in condizioni normali, non rimbalza. Non è la più grande pubblicità per le migliori ragazze del mondo giocare con qualcosa che non hanno mai usato prima”.

Forse l’asprezza delle parole di Tyzzer è in parte determinata dal fatto che Barty aveva già in mente di rinunciare alle Finals, dopo essere stata molti mesi lontano da casa, senza la possibilità di tornare in patria a causa delle regole australiane sulla quarantena. Ma resta il fatto che la combinazione tra altura, palline e superficie del campo sarà tutta da scoprire e presenta delle incognite. E siccome non sarebbe la prima volta che alle Finals emergono problemi con le condizioni di gioco (vedi QUI), si spera che a Guadalajara la qualità del tennis non risulti penalizzata da fattori esterni mal gestiti.

Detto del contesto, qualche osservazione di insieme dedicata alle protagoniste. La prima: assisteremo a un Masters tutto europeo. Le giocatrici provengono da queste nazioni: due dalla Repubblica Ceca, due dalla Spagna, e una ciascuna da Bielorussa, Grecia, Polonia ed Estonia. Credo però che sarebbe sbagliato considerare questo campo di partecipazione come lo specchio della attuale WTA, che invece è molto più internazionalizzata e “intercontinentale” di quanto risulterà a Guadalajara. Intanto perché al numero 1 della classifica c’è una tennista australiana (Barty, appunto) e poi perché subito dopo le otto partecipanti alle Finals troviamo una tennista africana (Jabeur, numero 10 nella Race) e una asiatica (Osaka, numero 11). Mentre la prima americana, è Pegula (che ha chiuso 14ma nella Race).

Seconda osservazione. Dopo il forfait di Ashleigh Barty, vincitrice dell’ultima edizione disputata (Shenzhen 2019), sappiamo già che l’albo d’oro si arricchirà di un nome nuovo. Nessuna delle otto partecipanti infatti, ha mai vinto il Masters, e solo due non sono alla prima partecipazione: Pliskova e Muguruza. E questo malgrado l’età media non sia poi così bassa, visto che non avremo teenager al via. Questa è la data di nascita delle otto partecipanti, in ordine decrescente:

Pliskova, marzo 1992
Muguruza, ottobre 1993
Sakkari, luglio 1995
Krejcikova, dicembre 1995
Kontaveit, dicembre 1995
Badosa, novembre 1997
Sabalenka, maggio 1998
Swiatek, maggio 2001

Nel torneo mancheranno tre delle quattro campionesse Slam in carica. Infatti, dopo il forfait di Barty (titolata a Wimbledon) l’unica vincitrice di Major 2021 presente sarà la “regina di Francia” Krejcikova. Non avremo la campionessa dell’Australia (Naomi Osaka) e nemmeno quella degli Stati Uniti (Emma Raducanu). Naomi paga la stagione difficile, con il forfait a Parigi e la rinuncia a Wimbledon, mentre Emma ha vinto a New York quasi sbucando dal nulla, e di conseguenza non è riuscita ad aggiungere altri punti sufficienti a quelli conquistati a Flushing Meadows per entrare fra le prime otto.

Ma non vorrei sembrare troppo critico o pessimista; come si dice in questi casi, ”non fasciamoci la testa prima di averla rotta” perché, se saranno in buone condizioni, le otto giocatrici presenti sono comunque in grado di offrire dei bei match.

Come è noto, la formula del Masters prevede una prima fase a gironi all’italiana (round robin) e una seconda fase a eliminazione diretta, con semifinali e finale. I due gironi sono definiti attraverso una procedura che prevede quattro sorteggi: il primo sorteggio è fra la numero 1 e a 2, il secondo fra la 3 e la 4, poi fra la 5 e la 6 e infine tra la 7 e la 8. In caso di arrivo a pari vittorie nel girone, trovate QUI i criteri utilizzati per definire le classifiche.

Il sorteggio tenuto lunedì ha deciso che nella prima fase ci sarà il derby ceco, fra Krejcikova e Pliskova, ma non quello spagnolo, visto che Muguruza e Badosa non sono nello stesso girone. Ecco la composizione dei gruppi:

Gruppo Chichén Itzá
1. Aryna Sabalenka
4. Maria Sakkari
5. Iga Swiatek
7. Paula Badosa

Gruppo Teotihuacán
2. Barbora Krejcikova
3. Karolina Pliskova
6. Garbiñe Muguruza
8. Anett Kontaveit

Ultima nota: questioni di varia natura hanno condizionato la definizione delle due riserve, pronte a subentrare in caso di infortuni (ricordo che nel 2019 erano entrambe scese in campo). La prima avente diritto, Ons Jabeur ha rinunciato; probabilmente a causa del guaio al gomito patito a Mosca, che già l’aveva costretta al forfait a Courmayeur. La seconda in ordine di classifica sarebbe Naomi Osaka, che però ha già annunciato di avere chiuso la stagione agonistica. E così, con Pavlyuchenkova uscita acciaccata dalla Billie Jean King Cup, si è andati a scalare nella Race; le prime giocatrici che si sono rese disponibili sono Jessica Pegula ed Elise Mertens, rispettivamente numero 14 e 15 della classifica.

a pagina 2: Le giocatrici del Gruppo Chichén Itzá

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Anett Kontaveit, due mesi per conquistare WTA Finals e Top 10

Dopo alcune annate di stasi, nel giro di poche settimane Anett Kontaveit ha raccolto successi a ripetizione che le sono valsi traguardi mai raggiunti prima in carriera

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Anett Kontaveit – WTA Ostrava 2021 (foto via Twitter @WTA)
Anett Kontaveit – WTA Ostrava 2021 (foto via Twitter @WTA)

Nei tornei di fine stagione, gli ultimi del calendario, spesso accade che l’elemento di maggiore interesse sia collegato alla Race, cioè alla classifica che stabilisce quali saranno le otto giocatrici con il diritto di partecipare alle WTA Finals. Quest’anno per la verità la combinazione dei punti aveva definito le prime otto con un certo anticipo. Nell’ordine: Barty, Sabalenka, Krejcikova, Pliskova, Sakkari, Swiatek, Muguruza e Badosa. Ma il forfait della numero 1 Barty (forfait certo non inatteso) ha allargato la caccia a un ulteriore posto, rappresentato dalla posizione numero 9.

Al termine del torneo di Indian Wells, ultimo WTA 1000 della stagione e ultimo torneo con la disponibilità di punti “pesanti” in programma, Ons Jabeur sembrava avercela quasi fatta: con Osaka ferma per scelta personale, Jabeur era nona con 3020 punti, e le prime concorrenti erano distanti oltre 500 punti. La Race del 18 ottobre recitava: Jabeur 3020, Osaka 2771, Svitolina 2501, Pegula 2500. Le altre erano ancora più indietro e sembrava difficile potessero colmare un distacco del genere.

Ma c’era ancora il WTA 500 di Mosca a dare qualche speranza a chi era più lontana in classifica, perché i punti a disposizione per la vincitrice erano comunque 470. Occorreva però anche che Jabeur smettesse di fare punti, rendendo la combinazione di risultati ancora più improbabile: Ons infatti risultava iscritta sia a Mosca che al successivo WTA 250 di Courmayeur. Possibile con non riuscisse a racimolare qualche vittoria per mettersi al sicuro, viste anche le buone condizioni di forma? E invece gli eventi si sono sviluppati nel modo più imprevisto.

 

In Russia Jabeur ha dovuto ritirarsi durante il match di esordio: un problema al gomito le ha causato la sconfitta per ritiro contro la futura finalista Alexandrova. Risultato: nessun punto da aggiungere al proprio totale nella classifica. Non solo: il problema al gomito ha impedito a Jabeur di scendere in campo anche in Italia, costringendola a rimanere ferma, in attesa di scoprire cosa avrebbero fatto le sue concorrenti.

A Mosca sono arrivate in finale Ekaterina Alexandrova e Anett Kontaveit, ma solo Konteveit (allora quindicesima della Race, con 2441 punti) era ancora nella condizione di scavalcare Jabeur. Mi immagino la scena di Jabeur davanti alla televisione che segue la finale di Mosca tifando per Alexandrova. In caso avesse vinto la giocatrice di casa, infatti, i giochi si sarebbero chiusi in modo definitivo con una settimana di anticipo.

Ebbene, a Mosca Alexandrova si è trovata a condurre per 6-4, 4-0 prima di andare incontro a una crisi di braccino che le è costata un parziale di zero game a 6. Risultato: 6-4, 4-6 e finale riaperta. Nel terzo set Alexandrova si è riportata in avanti sino a servire per il match sul 6-4, 4-6, 5-4. Ma di nuovo ha subito un parziale negativo di tre giochi che ha permesso a Kontaveit di conquistare il titolo, i 470 punti disponibili e diventare l’unica rivale di Jabeur nell’ultima settimana di tornei WTA validi per le Finals.

Lunedì 25 ottobre la Race annunciava: Jabeur 3020 punti, Kontaveit 2881. Anett era iscritta al WTA 250 di Cluj, in Romania, e per l’effetto degli scarti previsti dal meccanismo di classifica, solo la vittoria le avrebbe permesso di completare la rimonta. Il lotto delle partecipanti a Cluj non era impossibile, con una sola, enorme, eccezione: Simona Halep, giocatrice di casa, testa di serie numero 1 e avversaria che Kontaveit non aveva mai sconfitto in carriera; tre match e tre sconfitte senza raccogliere set.

Come è andata la finale lo sappiamo: Kontaveit ha disputato un match di alto livello, ha battuto Halep 6-2, 6-3, ed è così riuscita a vincere il titolo, volando da titolare alle Finals in Messico. Da notare che gli ultimi due titoli Anett li ha vinti “in trasferta”, dato che sia in Russia che in Romania ha sconfitto due giocatrici che scendevano in campo con l’appoggio del pubblico di casa.

A conti fatti, il recupero di Kontaveit è stato eccezionale. Dal mese di agosto ha vinto quattro titoli, e dopo lo US Open, ha preso parte a cinque tornei, con un bilancio impressionante: un forfait per affaticamento fisico (a Chicago 2, per un problema alla coscia), un quarto di finale a Indian Wells e ben tre vittorie: WTA 500 di Ostrava, WTA 500 di Mosca, WTA 250 di Cluj. In termini di partite,ha chiuso con un parziale di 19 vittorie e una sola sconfitta, in California, arrivata proprio per mano della sua concorrente Jabeur (che a Indian Wells l’aveva battuta per 7-5, 6-3).

Nella Race del 13 settembre, Kontaveit era 26ma, con 1728 punti. Oggi è numero 9 con quasi il doppio di punti, 3096. Conseguenza “accessoria” non da poco: per la prima volta in carriera Anett è entrata in Top 10, prima estone della storia del tennis a riuscirci. Nel ranking del primo novembre è numero 8 del mondo.

Il recupero di Kontaveit ricorda l’impresa compiuta da Caroline Garcia nel 2017, quando grazie ai successi in Cina (Pechino e Wuhan) con una serie di 11 vittorie consecutive era riuscita a raccogliere 1900 punti, scavalcando in extremis Johanna Konta, che sembrava essersi ormai garantita un posto alle Finals (allora disputate a Singapore).

a pagina 2: Le ultime stagioni di Anett Kontaveit

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