US Open: Serena Williams, eroica, saluta il tennis. Tomljanovic la elimina giocando il suo miglior match [VIDEO]

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US Open: Serena Williams, eroica, saluta il tennis. Tomljanovic la elimina giocando il suo miglior match [VIDEO]

Nonostante l’irreale tie-break vinto nel secondo set, la più grande tennista di sempre crolla nel terzo e dice definitivamente addio al tennis

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Serena Williams e Ajla Tomljanovic - US Open 2022 (foto Twitter @usopen)
 

A. Tomljanovic b. S. Williams 7-5 6-7 (4) 6-1

È finita. Serena Williams saluta definitivamente il tennis. La carriera leggendaria della più grande di tutte finisce contro l’australiana Ajla Tomljanovic, numero 46 del ranking, che sciorina un tennis incredibilmente solido, probabilmente il migliore della sua carriera. La statunitense trova anche il tempo per annullare cinque match point in modo inaspettato, clamoroso, divino. Scegliete voi la parola che più vi piace: in ogni caso, di fronte ad una simile campionessa, anche l’arte della retorica non può che passare in secondo piano. E allora, Serena, semplicemente grazie.

IL MATCH – Tra il silenzio generale dell’Arthur Ashe Tomljanovic parte alla grande, rispondendo molto bene e trovando il break in avvio. Nei primi sei punti giocati al servizio Williams non mette mai in campo la prima, ma riesce ad essere molto efficace in risposta, trovando l’immediato controbreak a zero. Il pubblico – e lei con tutti i suoi tifosi – inizia a scaldarsi, infilando otto punti di fila e portandosi avanti 2-1. La partita è molto intensa ed entrambe le giocatrici regalano alcune soluzioni decisamente interessanti. Il set prosegue on serve e, sul 3-3, Serena inizia a scatenarsi, caricandosi con due urla terrificanti. La statunitense si appoggia bene ai colpi della sua avversaria, cerca spesso la via della rete e ottiene anche molti punti da fondo, mostrandosi decisamente aggressiva fin dalla risposta.

 

Le reazioni all’addio di Serena: da Michelle Obama a Tiger Woods, passando per Federer: “nel ’99 rimasi sveglio fino a tardi”

Tomljanovic non riesce a muovere più di tanto la sua rivale, ma anche quando lo fa Williams dimostra di essere piuttosto brillante fisicamente. Con un gran game in risposta Serena ottiene il break nell’ottavo gioco, scaldando l’Arthur Ashe e andando a servire per il set sul 5-3. Al momento di chiudere, tuttavia, la statunitense incappa nel peggior game del suo match, sbagliando qualcosina di troppo e permettendo all’australiana di rientrare nel parziale, operando l’aggancio: 5-5. Tomljanovic ora è in fiducia, spinge meglio da fondo e con tre fantastici vincenti strappa nuovamente la battuta alla statunitense. Nel giro di pochi minuti, la numero 46 del mondo ribalta completamente la partita, conquistando meritatamente 7-5 la prima frazione.

Il primo gioco del secondo set si rivela molto più importante del previsto, potenzialmente decisivo ai fini di questo parziale. Williams si fa recuperare da 40-0, viene trascinata ai vantaggi e, senza comunque concedere opportunità di break alla sua avversaria, si fa sentire a livello sonoro e mette la testa avanti grazie ad una prima vincente. È proprio questo colpo che le è mancato finora, dato che nel primo set ha fatto registrare appena il 47% di prime palle in campo. Poco dopo, Serena conquista tre punti consecutivi anche grazie a due risposte molto pesanti, facendo scattare are in piedi tutti i presenti e ottenendo il break, confermato poco dopo con due ace consecutivi: 3-0. L’incontro torna ad essere saldamente nelle mani della 23 volte campionessa Slam, che acquista sempre più fiducia e, con due schiaffi al volo vincenti di fila, allunga ancora. Per la prima volta dall’inizio della partita Tomljanovic inizia a mostrare più di qualche crepa, subendo l’avanzata della sua avversaria e venendo costretta ancora cedere la battuta.

Avanti 4-0 Williams sembra in totale controllo, tuttavia deve fronteggiare due break point. Alla seconda opportunità l’australiana riesce a recuperare uno dei due break di svantaggio, accorciando poi sul 2-4. La partita si fa ancora più intensa, Serena si fa nuovamente rimontare (questa volta da 40-15), ma si affida a servizio e dritto nei momenti cruciali, andando sul 5-2 accompagnata da altre urla spaventose, specchio perfetto del continuo accumularsi di tensione che necessita di essere scaricata. L’ottavo game è ampiamente il più lungo dell’incontro: dopo oltre 15 minuti e 24 punti giocati, Tomljanovic cancella con coraggio quattro set point, sfruttando finalmente la sesta possibilità per portandosi sul 3-5. Le chance non sfruttate – così come i fantasmi di quanto accaduto nel primo set – aleggiano spettrali nella mente dell’ex numero 1 del mondo, che con un doppio fallo perde ancora la battuta.

Proprio come accaduto un’oretta prima la numero 46 WTA impatta sul 5-5, ma questa volta Williams non trema e torna in vantaggio. L’intensità aumenta ulteriormente nel dodicesimo gioco: la più grande tennista di tutti i tempi vince il punto più bello del match con un guizzo a rete, ma Tomljanovic trova subito due vincenti di fila: si va al tie-break. Il primo mini-break è di marca statunitense, figlio di uno dei rarissimi gratuiti della 29enne nativa di Zagabria: con un drittone incrociato Serena vola sul 4-1. L’australiana difende i suoi due servizi e trova due pezzi di riga insignificanti nel punto successivo, quanto basta comunque per recuperare il mini-break: 4-4. Nel momento più importante, però, è inevitabile: lo spirito leggendario emerge sempre. Serena Williams prima stampa un ace centrale, quindi trova un dritto lungolinea devastante e, sempre con una pesante risposta di dritto, costringe la sua avversaria all’errore. Dopo oltre due ore e un quarto si va al terzo: il definitivo 7-6 (4) fa esplodere l’Arthur Ashe.

CONFERENZA TOMLJANOVIC: “Serena pensa solo al punto successivo. Se l’affronto, tanto vale usare la sua tattica”

La frustrazione per aver recuperato un set giocando ad altissimo livello e averlo comunque perso rischia di pesare notevolmente su Ajla Tomljanovic, costretta a fronteggiare subito due break point nel primo gioco del terzo set. Alla prima occasione è Williams a commettere un gratuito, ma sulla seconda l’australiana va fuori giri con il dritto. L’inerzia dell’incontro è ora tutta a favore della 23 volte vincitrice di un Major, che si porta sull’1-0 40-15. Come successo durante tutto il match, tuttavia, Serena non riesce a scrollarsi di dosso la sua avversaria, perdendo quattro punti di fila e venendo superata nel punteggio: 2-1 per l’australiana.

Ormai, nel bene e nel male, fa tutto la 40enne del Michigan. Nel quarto gioco concede altre tre chance di break alla sua rivale: le prime due evaporano grazie all’aiuto del servizio, mentre la terza viene annullata con un coraggiosissimo attacco in controtempo. Non basta. La quarta palla break per Tomljanovic è quella buona: Williams manda lungo lo schiaffo al volo e dopo un attimo si ritrova sotto 1-4. L’incontro, di fatto, termina qui. Serena si fa ancora recuperare da 30-0, viene lasciata due volte immobile da altrettanti dritti vincenti dell’australiana, che in un’atmosfera silenziosamente surreale va a servire per il match. C’è tempo per un ultimo boato dell’Arthur Ashe, che si schiera al fianco della sua beniamina – molto vicina alle lacrime – provando a spingerla più in là possibile un’ultima volta. Ad un passo dalla sconfitta, Serena Williams trova ancora il tempo per impartire un’ultima lezione, annullando con orgoglio, violenza e sovrumana precisione cinque match point, giocando in modo semplicemente divino.

Dopo oltre tre ore di tennis emozionante – annullando anche tre break point nell’ultimo game, tanto per non perdere l’abitudine – alla sesta opportunità per chiudere il match Ajla Tomljanovic riscrive la storia. La sua, perché con questo successo raggiunge per la prima volta in carriera gli ottavi di finale allo US Open. Ma, soprattutto, entra nella storia del tennis. Il 7-5 6-7 (4) 6-1 finale sancisce la fine dell’epopea tennistica più impressionante di sempre.

Come detto in apertura, ogni parola rischia di essere di troppo. E allora anche noi ci inchiniamo alla maestosità di Serena Williams. A cui non si può che rivolgere un più che sentito ringraziamento per tutte le emozioni che ha regalato ad appassionati ed addetti ai lavori.

Come ampiamente prevedibile, nonostante la sconfitta la scena è tutta per la campionessa statunitense. Ajla Tomljanovic, autrice di una partita semplicemente clamorosa, si mette in un angolo e aspetta il suo momento, ben consapevole di non essere lei la protagonista di questo momento. Che, giustamente e meritatamente, Serena Williams si gode per un ultima volta sulle note di Simply the best.

“NON SAREI MAI STATA SERENA SENZA VENUS” – Intervistata dall’ex tennista Mary Joe Fernández, Serena non poteva che partire dai ringraziamenti: “Grazie a tutti, siete stati fantastici. Ci ho provate veramente in ogni modo. Grazie papà, grazie mamma. Mio Dio, non so proprio cosa dire! (scoppia a piangere, ndr). Grazie davvero a tutti quelli che sono venuti qui, così come a tutti quelli che mi sono stati vicini in questi anni. Tutto è però iniziato grazie a mamma e papà.

Allo stesso modo, non sarei mai stata Serena senza Venus. L’unico motivo per cui esiste Serena Williams è perché esiste Venus Williams. È stata un’avventura fantastica, il viaggio più incredibile che io abbia mai potuto vivere. Sono incredibilmente grata ad ogni persona che ho incontrato nella mia vita”.

Mary Joe Fernández ha infine provato a fare un’ultima domanda a cui tutti, in fondo, speravano in una risposta diversa: C’è qualche possibilità che tu possa cambiare idea? Non credo, non lo so a dire il vero, ma sinceramente non credo. Grazie ancora a tutti!”. Dopo aver fatto emozionare tutti ancora una volta, Serena esce di scena nel delirio dell’Arthur Asce Stadium, cui si aggiunge anche un’affettuosa pacca sulla spalla di Billie Jean King.

A riconoscerle il giusto tributo ci ha pensato anche Ajla Tomljanovic poco dopo: In questo momento mi sento davvero triste, amo Serena tanto quanto voi. Ho iniziato a giocare a tennis anche grazie a lei e non avrei mai pensato di poter vivere un momento del genere, forse non avrei nemmeno voluto trovarmi in questa situazione”.

Un interrogativo interessante posto da Fernández all’australiana è stato sulla difficoltà mentale di una partita simile. La risposta della numero 46 del mondo è tutta un programma: “Come sono riuscita a gestire mentalmente la partita? A dire il vero, ho semplicemente pensato che mi avrebbe battuto. La pressione era tutta su di me, ma fino all’ultimo punto ero consapevole comunque che lei avrebbe potuto recuperare: il modo in cui ha annullato tutti quei match point lo dimostra. Senza dubbio Serena è la più grande giocatrice di tutti i tempi.

Riguardo alla partita, nel secondo set credo di non aver fatto niente di sbagliato, semplicemente lei è stata perfetta. Nel terzo sono calata un attimo ed è subito andata avanti di un break, poi sono riuscita a rientrare e a giocare il mio tennis. Credo che, indipendentemente dalla tua provenienza, Serena Williams abbia insegnato che ognuno deve credere nei propri sogni e che, se ci si crede davvero, si può veramente arrivare dappertutto.

Chissà, a questo punto, dove arriverà la glaciale Ajla in questo storico US Open. L’unica certezza è che lei, al quarto turno, in questo torneo non era mai arrivata. Tra due giorni affronterà Liudmila Samsonova, proveniente da una fantastica striscia di 13 vittorie consecutive. Ci viene da pensare che, comunque, Tomljanovic penserà a questa partita solamente tra un po’. Chissà se prima riuscirà a realizzare la portata della sua impresa. L’ultima donna ad aver battuto Serena Williams.

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Australian Open

Australian Open: come ti batto Nole (?)

Una finale a Melbourne contro Djokovic è proibitiva: i nostri consigli a Tsitsipas per imperdire al campione serbo il decimo trionfo australiano

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Stefanos Tsitsipas - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

I Big Three hanno vinto dappertutto, erba, terra, cemento, ma negli ultimi vent’anni ognuno ha regnato più o meno incontrastato sul proprio feudo personale: Rafa a Parigi (14 Coppe dei moschettieri, 109 partite vinte su 112), Roger a Wimbledon (8 titoli, 12 finali), Nole a Melbourne.

Le statistiche di Djokovic in Australia sono impressionanti: 9 trionfi – ben tre più degli inseguitori, Federer ed Emerson – neanche una finale persa; non solo, neanche una semifinale persa. A Melbourne Park è game set and match per il serbo da 27 partite, con la prova di forza su Paul annichilito anche il precedente primato di Agassi

In questa edizione Djoker ha ceduto un solo set, a Couacaud, un po’ per sufficienza un po’ per la menomazione alla coscia sinistra, poi ha messo tutti in riga.

 

Si può obiettare che non ha incrociato i migliori cementari in circolazione, Medvedev o Zverev o Alcaraz, i quali qualche volta, poche, l’hanno fatto piangere – anche se mai downunder. E che forse il presuntuoso Rune gli avrebbe complicato i piani più del monocorde Rublev.

Ma la vera ragione del cammino quasi netto di Nole, dei 110 giochi conquistati su 160, di un predominio ogni turno più dispotico, sta sì nelle sue straordinarie risorse fisico-mentali, ma anche nell’evidenza che nessuno degli avversari affrontati rientrava nelle due sole categorie di tennisti in grado di piegarlo: i bombardieri in giornata di grazia; gli universali di talento e personalità

Tra i primi viene in mente il Wawrinka di Parigi 2015, un bazooka sotto forma di uomo, capace di sfondare Nole a suon di vincenti da fondocampo – e sulla terra! Oppure, pur con la connivenza di un Djokovic frastornato dal profumo di Grande Slam e dall’imprevisto affetto del pubblico di casa, il Medvedev di New York 2021, che tirava la seconda a 190.

Tra gli universali di personalità, l’Alcaraz di Madrid 2022 e, appunto, il Rune dell’ultimo Bercy.

Guardiamo chi ha incontrato Nole finora: tralasciando gli impalpabili Carballes-Baena e Couacaud, Dimitrov ha un talento indiscusso e sa fare tutto, però non è un “winner”, altrimenti con quel braccio sarebbe andato ben oltre il master del 2017, peraltro vinto battendo Sock e Goffin.

E che dire di “Speedy Gonzalez” De Minaur? È giocatore di ritmo e di gamba, esattamente come Nole, peccato che, se di gamba può competere col serbo, di ritmo gli è dieci volte inferiore.

Di Rublev si è detto, lui apparterrebbe alla schiera dei bombardieri, sennonché mercoledì aveva le polveri bagnate, più o meno come sempre nei match che contano, e non avendo altre opzioni ha sbattuto contro il muro serbo.

Infine Tommy “Eastwood” Paul, un ibrido tra il bombardiere e il giocatore di tempo: non poteva essere l’americano, alla prima semifinale Slam in carriera, spuntato del servizio dalle risposte feline di Djokovic, a impensierire seriamente colui che domani si gioca il decimo titolo.

Nell’ultimo atto a disturbare il re di Melbourne ci proverà Stefanos Tsitsipas, l’Achille del Tennis che pare non avere più talloni vulnerabili. Il greco è l’ultimo diaframma tra il cannibale serbo e il record di major, ancorché in eventuale comproprietà con Nadal. Le sfide tra i due sfoggiano numeri limpidi e impietosi, Tsitsipas ne ha portate a casa due su dodici; però al Roland Garros 2021, nell’unica finale Slam disputata – quella maliziosamente dimenticata in conferenza stampa da Djokovic – sfiorò il sogno, andò sopra due set a zero, e pure nel quinto se la giocò fino alla fine.

Sono passati quasi due anni, Stefanos oggi è un ometto di 24, più solido di testa, più resistente sul lato sinistro, più consapevole della propria forza e, aspetto non marginale, in predicato di raggiungere la vetta del ranking, certa in caso di vittoria a Melbourne. Allo stesso tempo Djokovic è più anziano di due anni anche se, come ha scritto bene il Direttore, nessuno se n’è accorto.

Sarà dunque un conflitto di motivazioni, ma pure di gioco e tattiche. Tsitsipas dovrà fare ciò che sa ma non basterà: dovrà fare anche ciò che serve, ciò che raramente fanno gli altri. E allora, dal divano di casa, dall’alto della nostra classifica di 3.5, ci permettiamo di dargli qualche suggerimento.

Innanzitutto non dovrà cannoneggiare con il servizio, nessuno come Djokovic taglia il campo, anticipa e si appoggia sulla velocità della prima avversaria, in particolare sullo slice da destra – in questo torneo s’è perso il conto delle risposte vincenti col dritto incrociato da parte del serbo su siluri oltre i 200 all’ora. Tsitsipas dovrà lavorarla e variarla, la battuta, seguendola spesso e volentieri a rete; questo a prescindere dagli inevitabili passanti che subirà, il bilancio tra punti vinti e punti persi si farà alla stretta di mano.

A rete dovrà scendere quanto più possibile anche in fase di scambio, soprattutto quando avrà la palla buona sul dritto, per evitare che il diavolo balcanico sposti il gioco sulla diagonale mancina, dove già non ha rivali, figuriamoci col rovescio balbettante del greco. In quei casi Tsitsipas dovrà cercare il contropiede: è vero che Djokovic sembra possedere uno speciale radar con cui prevede la direzione dei colpi avversari, ma molto spesso, buttato da un lato del campo, si lancia subito nella parte rimasta aperta, lasciando sguarnito il contropiede, appunto. Stefanos dovrà giocare in modo strabico, un occhio alla palla, un occhio a Nole.

Se proprio non se la sentirà di attaccare ogni palla, da fondo dovrà modulare l’altezza delle traiettorie, tirare sempre il dritto a tutta farebbe il gioco del serbo, ne esalterebbe la capacità unica di ribattere qualsiasi oggetto volante passi dalle sue parti. Viceversa, alternare profondità e parabole consentirebbe al greco di mettere in “stallo” il contrattacco di Djokovic, che non ha nell’imprimere forza al colpo la migliore qualità.

Due consigli in risposta. Nei rari casi in cui Nole sbaglierà la prima – ha percentuali mostruose in questo AO – Tsitsipas dovrà avanzare, perché la seconda del serbo è lenta e salta: impattandola prima può attenuarne il kick e togliergli tempo. E Stefanos dovrà ricordarsi che sui break-point Nole da destra serve – quasi – sempre lo slice esterno, da sinistra – quasi – sempre la botta al centro.

Questo è quanto, così è come batteremmo noi il più vincente tennista della storia.

Rimane la sensazione che, seppur il greco seguisse alla lettera le nostre dritte, in Australia, oggi, l’unico che può battere Djokovic sia lo stesso Djokovic, il Djokovic che polemizza con l’arbitro e si fa rimontare nel primo set con Paul, quello che sgrida Ivanisevic e magari va in ebollizione emotiva alla quinta riga consecutiva di Tsitsipas. Ma sono illazioni, che perdono ancora più valore se si considera che non ci sono neanche più giudici di linea da impallinare.

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Australian Open: a quasi 36 anni un exploit di Rafa Nadal stupiva. Di Novak Djokovic no. Tre obiettivi per il serbo, due per Tsitsipas

Curiosità per il caso Srdjan Djokovic: autoconfinato in hotel, domiciliari imposti o nel box di Novak? Mi piace più Rybakina di Sabalenka

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Che dire dopo due semifinali scontate che non sono mai state incerte ma sono state più lunghe soltanto perché i due vincitori si sono distratti un po’?

Tsitsipas poteva vincere 7-6 6-4 6-4 quella che era stata preannunciata come la semifinale probabilmente più equilibrata (lo è stata) e invece nei momenti in cui poteva chiudere due set su tre – ha servito sul 5-3 nel primo, sul 5-4 nel terzo, quando poi ha avuto anche due matchpoint nel tiebreak – è stato meno deciso e così ha avuto bisogno del quarto set. Nel quale, a scanso di equivoci, è salito subito sul 3-0 e non si è fatto più riacchiappare.

 

Quanto a Djokovic beh… se avesse vinto 6-1 6-1 6-2 nessuno si sarebbe sorpreso, perché nel primo set vinto invece soltanto 7-5 Djokovic era avanti 5-1 con setpoint. Lo avesse trasformato, e non si fosse messo a discutere con l’arbitro che gli aveva inflitto un time-warning, avrebbe perso solo 5 game in tre set dopo averne persi 6 con de Minaur e 7 con Rublev.

Contando gli ultimi due punti del primo set Djokovic ha conquistato nei successivi 95 punti… la bellezza di 62 punti lasciandone appena 33 al suo malcapitato avversario che però, secondo me, era già stracontento di aver raggiunto una semifinale di uno Slam e non gli è detto che gli ricapiti.

Quello di Djokovic nelle fasi finali di questo torneo (con un unico set perso per colpa della gamba con il francesino Couacaud) è stato un dominio così schiacciante che impressiona noi e, forse, anche i suoi rivali.

Forse l’unico che non si lascia impressionare troppo è proprio Stefanos Tsitsipas, anche se con Djokovic ha perso 10 volte su 12.

Però c’è quella finale di Parigi che Djokovic aveva dimenticato (non credo l’avesse fatto apposta…) nella quale Tsitsipas aveva vinto i primi due set, a dare fiducia al tennista ateniese che oggi è certo più forte di allora.

Semmai viene da chiedersi se anche Djokovic col passare degli anni, anziché diventare più vulnerabile, non sia invece diventato più forte sulla soglia dei 36 anni. Per la verità io avrei quasi quest’ultima impressione. Oltre che gli avversari Nole sembra infatti in grado di sconfiggere l’anagrafe.

Per esser più chiari: la rimonta del quasi trentaseienne Rafa Nadal con Daniil Medvedev un anno fa ebbe del miracoloso, dell’assolutamente sorprendente. Tant’è che tutti sottolinearono quell’impresa come una straordinaria riprova del grande carattere del guerriero Nadal.

Per carità, quel Medvedev, che pochi mesi prima aveva stoppato Djokovic in finale all’US Open, impedendogli la conquista del Grande Slam, era un giocatore ben più forte di de Minaur, Rublev e Paul, tuttavia la vittoria di Nadal fu celebrata – certo anche per il modo in cui era avvenuta – come una clamorosa e sorprendente impresa.

Invece quel che sta facendo Djokovic, che ha perso una sola partita (con Rune a Bercy) da un pezzo a questa parte – e a prescindere dalle 27 vittorie consecutive all’open d’Australia – sembra perfettamente normale, tutt’altro che una impresa straordinaria.

Dei quasi 36 anni di Nadal un anno fa parlavano tutti, si preoccupavano i suoi fan. Dei quasi 36 anni di Djokovic nessuno ne parla, nessuno se ne preoccupa, tranne qualche volta lui stesso appena avverte un dolorino…perché è chiaramente un ipocondriaco cui se sente male a un dito pensa sia dolorante tutto il braccio.

Certamente Novak ha preso cura del proprio corpo come nessun altro, con una determinazione e una attenzione straordinaria, quasi ossessiva e assolutamente non comune.

Vedremo che cosa succederà domenica mattina con Tsitsipas. Che timori reverenziali non ne ha. E questa è la sua forza. I giocatori più… presuntuosi, e non solo ambiziosi, alla fine sono quelli che vincono più spesso degli altri. E Tsitsipas, che spesso appare quasi arrogantello e non sempre simpaticissimo, è uno che crede molto in se stesso. È una condizione ideale per vincere davvero.

E vedremo anche – sebbene ciò sia argomento molto più marginale – se Djokovic senior tornerà sul campo a seguire il figlio o resterà confinato davanti alla tv nella sua camera d’hotel. Autoconfinato o “fermato” come fosse incastrato in qualcosa di simile agli arresti domiciliari?

Non è ancora chiaro, qui UP-ABOVE, se sia stata una sua decisione (o di Novak) quella di non venire a vedere Nole contro Tommy Paul o se invece Tennis Australia, sollecitata dal sindaco di Melbourne e/o da altri politici Governativi, abbia ritirato l’accredito a papà Srdjan.

A Wimbledon – ho saputo -il finalista del torneo può disporre di 35 biglietti, 10 nel suo box, 25 in ottime posizioni, ma il giocatore è tenuto a dichiarare a chi vanno i biglietti.

Come funzioni a Melbourne non so. Papà Djokovic l’altro giorno è stato ingenuo protagonista di una gaffe e nelle risposte ad alcuni lettori, in calce all’articolo che riguardava la sua vicenda, ho cercato di spiegare perché non si trattava tanto di discutere del diritto a una libertà di pensiero, di espressione e di azione, ma semmai era – almeno secondo me – una questione di rispetto nei confronti di chi aveva invitato tutta una famiglia in un luogo dove erano state stabilite certe regole.

Non è questione di impedire a qualcuno la libertà di esprimere il proprio pensiero. È questione semmai di educazione, stile, rispetto nei confronti di chi ti ospita e – a torto o a ragione (non è il caso di discuterne quando si è ospiti) – desidera imporre certe regole, certi comportamenti.

Ripeto: magari sono regole e obblighi comportamentali sbagliati – sapeste quante volte mi sono trovato io stesso costretto in certi tornei a dover sopportare regole che non condividevo affatto, e talvolta mi sono trovato in buona fede a non rispettarle, tanto mi parevano inconcepibili e inimmaginabili – ma una volta che accetti di trovarti in certe situazioni non puoi permetterti di dire e fare quello che ti pare.

Clicca qui per leggere il seguito a pagina 2: “Srdjan in una specie di libertà condizionata per per non aver immaginato il casino che avrebbe sollevato? Il pensiero di Nole, le presunte responsabilità della sicurezza dell’Australian Open e le TV down under. E la finale femminile, con favorita…

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