A pochi giorni dal via dell’Australian Open 2026, il tennis mondiale si ritrova a leggere tra le righe. Quelle pronunciate, e soprattutto non pronunciate, da Craig Tiley, l’uomo che da quasi vent’anni governa Melbourne e che oggi, più che mai, incarna il peso politico del torneo.
Le voci su un possibile passaggio alla federazione statunitense circolano da settimane. Tiley, intervistato dal quotidiano australiano The Age, non le smentisce, ma nemmeno le conferma. “Per essere totalmente schietto e onesto, si tratta di speculazioni. Ce ne sono tante”, dice. “Le ho lette, le ho viste, ma non ho intenzione di andare oltre”. E poi aggiunge, quasi a fissare una linea: “Non alimenterò nulla, perché se faccio un commento è tutto ciò che succederà”.
È una risposta che vale più per ciò che evita che per ciò che chiarisce. Anche quando gli viene fatto notare che non ha mai negato apertamente il possibile trasferimento, Tiley resta fermo: “Resto su quello che ho detto”. Un silenzio calcolato, che racconta bene il momento del tennis internazionale: fragile negli equilibri, attraversato da tensioni istituzionali, in cerca di nuove leadership.
Prize money e PTPA: «Meglio investire sui giocatori che in avvocati»
Se sul piano personale Tiley resta evasivo, su quello strategico il messaggio è invece chiarissimo. L’Australian Open 2026 mette sul tavolo 111,5 milioni di dollari di prize money, la cifra più alta di sempre. Un record che arriva mentre è ancora in corso il confronto con la PTPA, l’associazione fondata, e poi abbandonata, da Novak Djokovic.
Il contenzioso legale non è chiuso, ma i toni si sono ammorbiditi. “Quello che posso dire è che come organizzazione abbiamo deciso fin dall’inizio che, se dobbiamo spendere risorse, preferiamo farlo per compensare i giocatori e far crescere il gioco, piuttosto che in spese legali e risarcimenti”, spiega Tiley.
Il CEO di Tennis Australia ammette che una soluzione è “auspicabilmente imminente”, pur ribadendo i limiti di ciò che può dire pubblicamente. Nel frattempo, Melbourne continua a rafforzare la propria posizione come Slam più attento al welfare economico degli atleti, pur all’interno di un calendario che resta congestionato. “Siamo molto consapevoli del tema della salute dei giocatori”, sottolinea Tiley, parlando anche degli orari serali: “Nessuno di noi vuole finire a orari ridicoli al mattino”.
Melbourne oltre il tennis: Federer, spettacolo e una nuova era in campo
Ma l’Australian Open 2026 non è solo governance e numeri. È anche, e sempre di più, spettacolo, l’Happy Slam per definizione e status. L’“Opening Week” punta a eguagliare le presenze della prima settimana di dieci anni fa, nonostante in campo ci siano solo le qualificazioni. E soprattutto introduce una novità storica: la prima cerimonia inaugurale ufficiale dello Slam, affidata a Roger Federer.
“Vogliamo offrire ai giocatori e ai fan qualcosa che non abbiano mai vissuto prima”, spiega Tiley. “Continuiamo a essere il più grande evento d’Australia e saremo uno dei più grandi eventi annuali al mondo. Vogliamo possedere gennaio, dal punto di vista sportivo e dell’intrattenimento, non solo del tennis”.
Sul campo, intanto, le certezze restano. Djokovic sarà a Melbourne, nonostante il ritiro dal torneo di Adelaide, e arriverà lunedì. Accanto a lui, però, il racconto cambia volto. Jannik Sinner e Carlos Alcaraz sono ormai protagonisti strutturali, non più semplici antagonisti del passato che resiste.
L’Australian Open diventa così il luogo simbolico in cui convivono epoche diverse: l’eredità dei grandi, la spinta dei nuovi, e un’idea di tennis che prova a reinventarsi ogni anno, sapendo di essere il primo Slam, quello che regala sensazioni ed emozioni tutte sue. “Siamo in un percorso triennale per presentare il gioco in modo diverso al mondo”, conclude Tiley. “Stiamo fissando nuovi standard per il futuro, sia per chi è sugli spalti sia per chi guarda da casa”.
Melbourne, ancora una volta, non apre soltanto la stagione tennistica, ma prova ad indicarne la via anche per gli anni a venire. Vuole indicarne la strada, superare i confini del down under e spingersi là dove il tennis prova a reinventare se stesso.
