Non si può certo dire che siano state settimane di calma piatta per il mondo del tennis.
Notizie clamorose hanno squarciato il clima di quiete che solo i campi in erba sanno ricreare. Il ritorno alle competizioni in singolare di Serena Williams, ad esempio, con la wild card conferitale per Wimbledon – dopo l’invito a disputare il doppio insieme a Venus – ha caricato di aspettative l’avvicinamento ai Championships.
Non sempre, però, il clamore è positivo. Tra la curiosità di rivedere in azione Serena si è fatto largo un sentimento del tutto diverso ad accompagnare la squalifica di quattro anni inferta a Marketa Vondrousova.
La ceca, infatti, è interdetta dalle competizioni fino al 2030 per aver rifiutato un test antidoping, richiesto, a detta della 26enne di Sokolov, fuori dal perimetro dei suoi whereabouts. La vincitrice di Wimbledon 2023 si era lamentata in presa diretta di quanto accaduto, sottolineando, sui propri canali social, le tempistiche del controllo e anche un comportamento non educato da parte dell’ispettrice.
Vondrousova: “La funzionaria non si è identificata adeguatamente”
Dopo aver affidato a Instagram un primo commento dopo la notifica della squalifica pluriennale, Vondrousova ha rilasciato una lunga intervista in esclusiva al quotidiano “Sport” e al sito “iSport” durante la quale ha voluto ribadire la propria posizione. Punto di vista che contraddice quanto asserito dall’ITIA.
“Non voglio fare la vittima né sostenere che stiano mentendo apertamente, ma stanno presentando tutta la vicenda in modo estremamente semplificato“ esordisce Marketa, che esplicita tutto il proprio fastidio. “Per noi che eravamo presenti all’udienza davanti al tribunale indipendente è molto difficile accettare che ora si comportino come se da parte loro fosse stato fatto tutto correttamente, mentre fanno passare me come l’unica responsabile”.
Il primo punto su cui la ceca non indietreggia è il comportamento della funzionaria dell’antidoping, rea di non essersi identificata adeguatamente: “Durante quell’udienza abbiamo però sentito la stessa commissaria ammettere di non avermi mostrato assolutamente nulla di ciò che avrebbe dovuto mostrarmi. […] In quel momento, quando si trovava sulla soglia della porta, era di fatto una perfetta sconosciuta. Mi sembra ingiusto che un atleta debba subire una sanzione così devastante per la propria carriera quando lei non ha fatto nulla di ciò che era tenuta a fare”.
Il modulo di rifiuto non aggiornato
Vondrousova evidenzia a più riprese come l’atteggiamento della commissaria sia stato scorretto, secondo il suo modo di vedere. Tuttavia, l’ITIA non ritiene dirimente questo dettaglio. “Si appellano a un documento che ho firmato sotto pressione, solo perché volevo che se ne andasse, dato che non avevo idea di chi fosse” prosegue. “Inoltre, in quel documento c’è un paragrafo con regole che risalgono al 2009“.
Il documento sopracitato è il modulo di rifiuto di sottoporsi al test che Vondrousova ha firmato in cui è scritto come un no all’antidoping avrebbe potuto comportare una lunga squalifica.
“C’era scritto che la sanzione massima era di due anni” dice la ceca, che fa leva sul mancato aggiornamento del foglio, dato che adesso, secondo il regolamento, la sanzione massima è di quattro anni. “Continuano a sostenere che gli atleti sono adeguatamente informati e che loro hanno fatto tutto correttamente, ma la realtà è l’opposto. Ci fanno firmare documenti non aggiornati”.
“Non sto dicendo che questo mi assolva o che giustifichi quanto accaduto, ma non possono affrontare la questione come se fosse tutto in regola e come se da parte loro non fosse stato commesso alcun errore” ripete.
Secondo la 26enne mancina l’ITIA sta presentando i fatti per farla passare come colpevole unica. “Le continuavo a dire che non sapevo chi fosse, che non la conoscevo, che era notte e si era fatto tardi” ricorda in merito all’atteggiamento della funzionaria. “Lei mi ha risposto: ‘Noi possiamo fare quello che vogliamo‘. A quel punto volevo soltanto che se ne andasse. C’era una persona sconosciuta davanti a me ed era una situazione estremamente spiacevole. Una cosa del genere può capitare a chiunque”.
La versione di Vondrousova: il campanello che suona, il panico e la passeggiata con il cane
In seguito, Vondrousova vuole raccontare ancora la sua versione della storia – qui un pezzo in cui si sottolineano alcune incoerenze nelle dichiarazioni della giocatrice. Il campanello che suona quando è sola in casa, un’identificazione difficoltosa, l’ansia che sale e la chiamata al suo agente.
“Lei mi ha lasciato forse tre o quattro minuti, poi ha iniziato a suonare il campanello in modo davvero insistente, credo una decina di volte di seguito. Presa dal panico, pensando che non avrebbe smesso, ho preso il cane con l’idea di portarlo fuori e sono scesa. A quel punto lei era già sulla porta d’ingresso del palazzo, che aveva tenuto aperta approfittando del passaggio di qualcun altro. È stata una situazione estremamente stressante”.
Marketa confessa di essere amareggiata perché sono state messe in dubbio le sue crisi di ansia. “Io ne soffro realmente. Quando sono sola in casa, a volte ho così tanta paura che non riesco ad addormentarmi per quattro ore. Sto lavorando su questo problema, è una difficoltà che mi accompagna da molto tempo […] Combatto con gli stati d’ansia da anni, ma naturalmente non vado in giro a parlarne pubblicamente. Per questo è stato estremamente duro sentire qualcuno negarlo durante il processo”.
La giocatrice racconta di essersi sottoposta a test per l’ansia e di avere una perizia che avvalorasse il suo racconto. Il medico che ha lavorato sul caso, però, ritiene non attendibile la sua versione.
“Si presentano come persone attente alla salute mentale delle giocatrici, e poi ti dicono che stai inventando tutto“.
Poi ritorna sul documento che ha firmato per rifiutare ufficialmente il controllo. “In quel momento di panico l’ho visto come l’unico modo per farla andare via, per evitare che continuasse a insistere e a cercare di entrare nel mio appartamento“.
Vondrousova: “Il comportamento della commissaria la causa di tutto”
“Il comportamento della commissaria è stato ciò che ha portato a tutto questo, ma loro oggi non ne tengono conto” accusa ancora Vondrousova. “Se mi avesse mostrato con calma i documenti o mi avesse suggerito di chiamare la loro linea ufficiale di emergenza — che a quanto pare esiste proprio per i casi in cui gli atleti sono incerti — sarebbe stato diverso”.
Invece è successo quello che è successo. “Mi ha semplicemente messo davanti un foglio sotto pressione. Quando, in stato di stress, l’ho firmato, mi ha detto in modo ironico: “Non credo che sia una cosa buona per lei” Poi se n’è andata”.
“Ero sotto shock per il fatto che una commissaria antidoping si comportasse in modo così aggressivo” rincara la dose, perché accusata di aver impedito lei stessa alla funzionaria di identificarsi. Poi contrattacca sostenendo che durante le indagini la sua privacy sia stata violata a più riprese. Dalle fotografie al suo campanello e alla sua casa fino alla richiesta di accesso ai messaggi privati nel suo telefono.
Dopo fa riferimento a un episodio precedente. “Mi è già capitato in passato che arrivassero anche fuori dalla fascia oraria. Ma non era mai successo che una persona sconosciuta si presentasse così tardi la sera. È stato questo il motivo principale della mia paura […]. A settembre dell’anno scorso, ad esempio, mi è capitato che qualcuno suonasse insistentemente il campanello alle dieci di sera”.
La paura l’ha immobilizzata e, dato che era da sola, si è rinchiusa in camera: “Ancora oggi non so se fosse un commissario antidoping o una persona estranea. Loro non tengono affatto conto del fatto che una persona possa avere un trauma reale. Per loro la questione è chiusa: hai firmato un documento, e fine”.
Il test svolto tre giorni dopo
Tre giorni dopo il misfatto Vondrousova si è sottoposta a un nuovo test, di cui ha voluto sottolineare le procedure.
“Durante il controllo effettuato tre giorni dopo l’incidente è arrivata di nuovo una sola donna, tedesca. L’abbiamo lasciata svolgere l’intera procedura per vedere come dovrebbe svolgersi un controllo corretto“.
“È entrata fino al soggiorno, si è seduta su una sedia e solo lì ha iniziato a tirare fuori i documenti. Loro, semplicemente, non li mostrano mai alla porta: considerano l’ingresso in casa come qualcosa di scontato […] Si sta superando un limite accettabile. Nei tornei è diverso, perché si va in un’area dedicata, ma a casa le regole dovrebbero essere rispettate ancora più rigorosamente” dice amareggiata.
La paura per Marketa deriva anche dagli insulti che giocatrici e giocatori ricevono troppo spesso, fino a tramutarsi in vere e proprie minacce.
Il compagno della tennista ceca Andrew Paulson si unisce all’intervista e confessa di quanto l’ansia della fidanzata sia una problematica invalidante tanto da controllare più e più volte presenze estranee nella loro abitazione. Inoltre, le sue difficoltà si riverberano sul sonno, con l’impossibilità di addormentarsi nella propria camera da letto, fino a preferire stanze più piccole.
Vondrousova: “Ho fatto una stupidaggine. Ma dopo quello che è successo a Sinner e Swiatek hanno voluto dimostrare il loro potere”
Infine, Vondrousova ammette le proprie colpe: “È stata una stupidaggine da parte mia. Ma in quel momento di forte agitazione e stress per il modo in cui si era comportata, mi è rimasta addosso una traccia così profonda che ho reagito d’impulso. Oggi non lo rifarei“.
“Non mi oppongo ai controlli: sono stata testata innumerevoli volte. Però le regole devono essere chiare e rispettate da entrambe le parti” prosegue. “Per me è incomprensibile che l’ITIA affermi con tanta tranquillità che la commissaria aveva il tesserino e ha fatto tutto correttamente, quando non è vero”.
“Dare una squalifica di quattro anni a una persona nella mia fase di carriera significa, di fatto, la fine del tennis. Non ho più vent’anni per aspettare quattro anni e tornare” conclude delusa, ammettendo di aver speso tanti soldi per difendersi.
“Dopo quello che è successo con Iga Świątek e Jannik Sinner, quando tutti sono stati criticati per un approccio troppo morbido verso le star, su di me hanno voluto dimostrare il loro potere. E ci sono riusciti”.
“La cosa peggiore è che ti appiccicano l’etichetta di qualcuno che ha fatto doping. Eppure non ho mai avuto un test positivo. Quell’etichetta, purtroppo, in una certa misura ti resta addosso e ti fa provare vergogna, anche quando non hai motivo di provarla. Ho fatto il massimo per dimostrare che non ho assunto alcuna sostanza. È estremamente difficile combattere da sola contro una grande organizzazione, dove gli uffici si scambiano documenti tra loro. Ci vivo ogni giorno da sette mesi consecutivi. Ogni mese si accende una speranza che la situazione venga chiarita, e alla fine ti arriva una squalifica di quattro anni che mi sta distruggendo la carriera”.
