John McEnroe non ha mai avuto un rapporto particolarmente pacifico con le mezze misure. Da giocatore le evitava in campo, da commentatore continua a evitarle davanti a un microfono. E così, alla vigilia della finale del Roland Garros tra Flavio Cobolli e Alexander Zverev, l’ex numero 1 del mondo ha scelto la via più diretta: per lui l’azzurro non parte battuto, ma parte lontano. Molto lontano. “Non gli do più del 30% di possibilità”, ha detto parlando a TNT Sports.
La frase, com’era prevedibile, ha fatto subito rumore. Anche perché arriva nel momento più alto della carriera di Cobolli, alla prima finale Slam, dopo un torneo che ha già spostato parecchi confini personali e collettivi. Però, a leggere bene il pensiero di McEnroe, il giudizio non è una bocciatura. Anzi: dentro quel 30% c’è anche un riconoscimento. L’americano ha definito Cobolli un talento straordinario, un grande atleta, un giocatore che arriverà all’appuntamento fresco e inevitabilmente nervoso. La differenza, secondo SuperMac, è che dall’altra parte ci sarà Zverev: più abituato a certe partite, più strutturato per reggere il peso di una finale Major, più avanti nella gerarchia del pronostico.
McEnroe vede Zverev favorito, ma non al riparo. Perché questa finale, in fondo, rischia di essere complicata anche per il tedesco. Non è una domenica qualsiasi: è una delle occasioni più importanti della sua carriera, forse la più grande per mettere finalmente le mani su uno Slam.
Cobolli, invece, ci arriva con un peso diverso. Non ha l’obbligo storico di vincere, non ha una carriera costruita intorno alla domanda “quando arriverà finalmente uno Slam?”, non ha addosso la stessa pressione di Zverev. Ha però un altro tipo di responsabilità: trasformare l’occasione più inattesa nella partita più lucida della sua vita.
McEnroe non si è limitato al pronostico. L’ex campione americano è tornato anche sul ritiro di Matteo Arnaldi, costretto a rinunciare alla semifinale tutta italiana per un virus, e ha criticato la scelta di presentarsi in conferenza stampa insieme a Cobolli: “Se un giocatore si ritira perché malato, perché il suo avversario e amico dovrebbe stargli vicino? Meglio tenersi alla larga”, ha suggerito, non ritenendo sufficiente il fatto che i due fossero separati di alcuni metri.
Una perplessità condivisa anche da Eugenie Bouchard, ex numero 5 del mondo e finalista a Wimbledon nel 2014, una delle giocatrici simbolo del tennis canadese dell’ultimo decennio. La canadese ha affidato a X una reazione molto netta davanti alle immagini della conferenza congiunta.
Il sanremese ha trascorso in campo quasi 20 ore, un record per il Roland Garros dal 1991, per di più nelle condizioni calde che hanno accompagnato l’edizione parigina. Difatti McEnroe ha allargato il discorso alla condizione fisica di Arnaldi, collegando il malessere anche all’enorme dispendio del suo torneo: “Non sono un medico, ma credo che alla fine gli si sia ritorto contro. Aveva giocato più di chiunque altro per raggiungere la semifinale. Aggiungete a questo un po’ di nervosismo, un po’ di sfortuna o del cibo sbagliato e questo è il risultato”. In uno Slam, il corpo presenta sempre il conto nel momento meno opportuno. L’americano si è detto comunque sorpreso anche dalla capacità di Arnaldi di ripartire dopo la battaglia con Frances Tiafoe: “Onestamente mi ha stupito che si sia ripreso così bene dopo il match con Tiafoe. Aveva giocato cinque ore e mezza. Ha disputato un paio di maratone”.
