Cinque cose sul prossimo Roland Garros maschile

Roland Garros

Cinque cose sul prossimo Roland Garros maschile

Tutto quello che c’è da sapere sul secondo Slam dell’anno: chi ci sarà, chi no, chi ritornerà e chi esordirà. E poi i possibili incroci delle teste di serie, il programma e i record di uno Slam che ha avuto lo stesso vincitore in nove delle ultime dieci edizioni

Pubblicato

il

Chi mancherà, chi ritornerà e chi esordirà – Erano cinque i tennisti che avevano richiesto di entrare in tabellone con il ranking protetto: Juan Martín del Potro, Tommy Haas, Florian Mayer, Janko Tipsarevic, Radek Stepanek. Il cut-off era quindi alla posizione numero 99 del ranking ma poiché Haas e del Potro hanno annunciato il ritiro, entrano in tabellone anche il numero 100 e 101 ATP, Nicolás Almagro e Andrey Kuznetsov. Essendo cominciate le qualificazioni, ogni altro tennista che annuncerà il ritiro non verrà sostituito dal primo tennista in ordine di classifica bensì da un lucky loser (cioè uno dei tennisti sconfitti nel turno decisivo delle qualificazioni). Pare che rivedremo Florian Mayer, che a Roma ha perso solo 7-6 al terzo contro Kevin Anderson, Janko Tipsarevic, che ha vinto un paio di partite (a Bucarest e Monaco di Baviera) e Radek Stepanek, che ha vinto una partita a Monaco e partecipato a un paio di challenger senza però mai vincere un match. L’assenza più pesante, comunque, dovrebbe essere quella del canadese Milos Raonic, testa di serie numero 6. Il suo ritiro, comunque, non è ancora ufficiale per cui il suo posto verrà preso eventualmente da un lucky loser (ma ci torneremo più avanti).
Le wild-card in tabellone sono otto: sei francesi (Quentin Halys, Maxime Hamou, Nicolas Mahut, Paul-Henri Mathieu, Lucas Pouille ed Edouard Roger-Vasselin), un americano (Frances Tiafoe) e un australiano (Thanasi Kokkinakis). I restanti sedici posti saranno occupati dai tennisti provenienti dalle qualificazioni. Gli esordienti al Roland Garros sono quasi tutti tra le wild-card: Halys, Hamou, Kokkinakis e Tiafoe non hanno mai giocato a Parigi tra i professionisti (Kokkinakis però vanta due secondi turni raggiunti quest’anno e lo scorso anno a Melbourne). L’altro debuttante nel torneo è il belga Ruben Bemelmans (come per Kokkinakis, però, non sarà il primo Slam in assoluto).

Le teste di serie – Come detto poco fa, dei primi 32 del mondo solo Milos Raonic non dovrebbe partecipare al Roland Garros a causa dell’operazione al piede che già lo ha costretto a rinunciare a Roma. Essendo la testa di serie numero 6 del tabellone, il suo ritiro causerebbe un bello scossone alle teste di serie. L’effetto principale riguarda Stan Wawrinka, perché lo svizzero rientrerebbe in extremis tra i primi otto. Il sorteggio è previsto per venerdì alle ore 11:30. Le teste di serie sarebbero suddivise così:

1-2: Djokovic – Federer
3-4: Murray – Berdych
5-8: Nishikori – Nadal – Ferrer – Wawrinka
9-12: Cilic – Dimitrov – López – Simon
13-16: Monfils – Tsonga – Anderson – Isner
17-24: Goffin – Robredo – Bautista-Agut – Gasquet – Cuevas – Kohlschreiber – Mayer – Gulbis
25-32: Karlovic – García López – Tomic – Fognini – Kyrgios – Mannarino – Troicki – Verdasco

 

Il regolamento prevede che le prime otto teste di serie vengano sorteggiate al terzo turno con i tennisti compresi tra la venticinquesima e la trentaduesime posizione. Questo significa che i tennisti tra la nona e la sedicesima verranno fatti incontrare al terzo turno con quelli compresi tra la diciasettesima e la ventiquattresima. Inoltre, i primi quattro del tabellone non possono essere sorteggiati agli ottavi contro i tennisti compresi tra la nona e la dodicesima posizione (che invece pescano agli ottavi quelli tra la quinta e l’ottava posizione). Al terzo turno, per i primi otto, ci sono un bel po’ di mine vaganti: i più pericolosi, a occhio, sono Guillermo García López (numero 11 della Race), Fabio Fognini (che ha battuto Nadal a Rio de Janeiro e Barcellona) e Nick Kyrgios (che ha battuto Federer a Madrid). Mannarino, Troicki e Karlovic sembrano meno pericolosi mentre Verdasco è il solito enigma e in quanto tale è imprevedibile (l’anno scorso giocò un buon torneo e perse solo agli ottavi contro Murray). Agli ottavi, invece, Djokovic, Federer, Murray e Berdych dovranno guardarsi da quattro tennisti decisamente poco agevoli: Monfils, Tsonga, Anderson e Isner. Federer, per dire, ha perso con tre di loro su terra; Djokovic al Roland Garros 2012 dovette annullare quattro match point a Tsonga; Berdych ha perso due anni fa proprio a Parigi contro Monfils. Il meno complicato da affrontare sembra essere Kevin Anderson, che negli ultimi quattro anni ha incontrato Berdych per ben dodici volte, perdendo sempre. Per le teste di serie comprese tra il numero 5 e il numero 8 i problemi, paradossalmente, sembrano minori: Cilic non è mai stato un fenomeno su terra e dopo la sbronza degli US Open non ha più giocato a quei livelli mostruosi mentre Dimitrov è in crisi di gioco e risultati; López e Simon, al contrario, sono giocatori da non sottovalutare (più il francese dello spagnolo, almeno su terra) e che potrebbero mettere in difficoltà i tennisti meno continui (un nome a caso: Wawrinka). Nishikori, di recente, ha perso contro López a Indian Wells e negli head-to-head con lo spagnolo è in parità (tre vittorie a testa). Ma il sorteggio sarà interessante soprattutto per i possibili incroci ai quarti. Occhi puntati sul numero sei del tabellone, Rafael Nadal, che non si è mai presentato a Parigi con una testa di serie così bassa (nel 2005 era numero 5). Al meglio dei cinque set, su terra, Nadal ha perso una sola volta in carriera. E lo stesso Nadal lo ha detto: sulla lunga distanza vengono fuori i tennisti più forti. Il problema è: Nadal, ad oggi, è tra i tennisti più forti? Occhio naturalmente a Kei Nishikori, che però non ha mai raggiunto i quarti a Parigi, e David Ferrer, che è uno dei quattro tennisti in tabellone ad aver giocato una finale al Roland Garros. Chiude il secondo quartetto Stan Wawrinka: lo svizzero è un tennista particolarmente imprevedibile ed è difficile dire dove può arrivare. L’anno scorso perse al primo turno ma due anni fa giocò un tennis paradisiaco contro Richard Gasquet prima di arrendersi a Nadal nel turno successivo.
Il discorso cambia se Raonic dovesse decidere di giocare: Wawrinka scalerebbe infatti alla posizione numero 9, diventando di gran lunga il tennista più pericoloso in ottica ottavi per Nishikori, Raonic, Nadal e Ferrer; Isner farebbe spazio a Simon (per la gioia di Federer), e lo statunitense sostituirebbe Gulbis, che finirebbe nell’ultimo gruppo delle teste di serie. Ma ad oggi è difficile immaginare Gulbis oltre il primo turno del torneo parigino (dove difende una semifinale).

Gli italiani – I quattro moschettieri sono sempre loro: Fabio Fognini, Andreas Seppi, Simone Bolelli e Paolo Lorenzi. Di loro quattro, Fognini è l’unico che sarà in tabellone con una testa di serie (la ventottesima o la ventinovesima) ed è l’unico ad aver raggiunto i quarti di finale in questo torneo (e anche negli Slam in generale). Il miglior risultato di Seppi è il quarto turno del 2012, quando si trovò addirittura avanti di due set contro il numero uno del mondo, Novak Djokovic. Bolelli ha raggiunto il terzo turno una sola volta, nel 2008, mentre Lorenzi è entrato nel tabellone principale per quattro volte ma non è mai riuscito a passare il primo turno (nel 2013 riuscì a rimontare due set a Tobias Kamke ma perse 6-3 al quinto). Nel tabellone di qualificazioni sono ben otto gli azzurri in tabellone: Andrea Arnaboldi, Roberto Marcora, Luca Vanni, Thomas Fabbiano, Potito Starace, Matteo Viola, Filippo Volandri e Marco Cecchinato. Di questi otto, tre di loro hanno già giocato nel tabellone principale: Arnaboldi (nel 2014, passando per le qualificazioni), Starace (nove volte tra il 2004 e il 2014, raggiungendo il terzo turno nel 2004 e nel 2007) e Volandri (nove volte tra il 2003 e il 2014, raggiungendo gli ottavi nel 2007). Negli altri Slam Fabbiano è riuscito a qualificarsi per gli US Open nel 2013, Matteo Viola per gli Australian Open 2012 (Starace e Volandri li hanno giocati tutti e quattro più volte).

Il programma – Il primo giorno di gioco per quanto riguarda il tabellone principale è domenica 24 maggio mentre la finale si giocherà domenica 7 giugno. Si gioca dalle 11 finché non arriva il buio: i campi del Roland Garros, infatti, non sono dotati di tetto e non si gioca con l’illuminazione artificiale come succede invece negli altri Slam. Il primo turno verrà completato martedì 26 maggio e da allora ogni turno prenderà due giorni: il secondo turno si gioca mercoledì 27 e giovedì 28, il terzo venerdì 29 e sabato 30, gli ottavi di finale il 31 maggio e il 1° giugno, i quarti di finale il 2 e il 3 giugno. Le semifinali si giocheranno venerdì 5 giugno (la prima semifinale alle 13, l’altra a seguire) mentre la finale sarà il 7 giugno intorno alle 15 (prima c’è il doppio femminile).

I record (ha collaborato NoMercy)– Partiamo dal campione in carica, Rafael Nadal, che cercherà di andare in doppia cifra a Parigi. Nessuno è mai riuscito a farlo negli Slam tra gli uomini mentre tra le donne c’è riuscita solo Margaret Court, che ha vinto undici titoli in Australia. Solo Martina Navratilova, nell’Era Open, è riuscita a vincere tante volte lo stesso Slam in singolare quanto Nadal (ha vinto nove volte Wimbledon tra il 1978 e il 1990). Se lo spagnolo dovesse vincere il decimo titolo nelle ultime undici edizioni, allungherebbe la striscia di anni consecutivi con almeno un titolo Slam (per ora è a quota 10). Nadal inoltre diventerebbe il primo nell’Era Open a vincere lo stesso titolo Slam per sei volte di fila. In precedenza hanno fallito sia Björn Borg (sconfitto in finale a Wimbledon nel 1981) che Roger Federer (sconfitto in finale a Wimbledon nel 2008 e in finale agli US Open nel 2009). Nel caso vincesse il torneo senza beneficiare di walkover ritoccherà la striscia di partite vinte consecutivamente nello stesso Slam: Borg è a quota 41, Federer invece è a quota 40 perché sia nella striscia londinese che in quella newyorkese usufruì di un walkover.
Novak Djokovic cerca invece di completare finalmente il Career Grand Slam dopo aver perso in finale due delle scorse tre edizioni (e perdendo in semifinale nel 2013 quella che era una finale anticipata) sempre contro Rafael Nadal. Djokovic inoltre vuole diventare il primo tennista dai tempi di Jim Courier (1992) a vincere i primi due titoli dello Slam. Dovesse completare il Career Grand Slam, Djokovic sarebbe solo l’ottavo tennista a completare questo traguardo (il terzo negli ultimi sei anni): i magnifici sette sono Fred Perry, Don Budge, Rod Laver, Roy Emerson, André Agassi, Roger Federer e Rafael Nadal.
Roger Federer, dal canto suo, proverà a vincere per la seconda volta il trofeo che ha più a lungo inseguito prima di festeggiare in lacrime nel 2009 la fine di una caccia che sembrava stregata. Se dovesse farcela, sarebbe il primo tennista nell’Era Open a completare un Double Career Grand Slam, cioè conquistare almeno due volte ciascun titolo dello Slam. Prima dell’Era Open, invece, ci sono già riusciti Rod Laver e Roy Emerson.
Ranking alla mano, gli altri tennisti che hanno qualche possibilità di vincere il torneo sono Andy Murray, Tomas Berdych, Kei Nishikori, David Ferrer e Stan Wawrinka. Tra di loro solo Ferrer ha giocato una finale a Parigi (nel 2013). Murray e Berdych hanno giocato almeno una semifinale (Tomas nel 2010, Andy l’anno dopo e lo scorso anno), Wawrinka non è mai andato oltre i quarti di finale mentre Kei Nishikori è il tennista con i peggiori risultati a Parigi, non avendo mai fatto meglio degli ottavi.

Continua a leggere
Commenti

Focus

Rivoluzione francese: il Roland Garros si giocherà con i tifosi. Stadi pieni al 50-60%

La vendita dei biglietti partirà tra qualche giorno, il 9 luglio. Obbligo di mascherina e nuove linee guida per il distanziamento sociale, ma gli stadi saranno pieni a metà

Pubblicato

il

Rafa Nadal - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

La federtennis francese, capeggiata dal presidente Bernard Giudicelli, fa sul serio. Il Roland Garros 2020 in programma dal 21 settembre all’11 ottobre si giocherà a porte aperte e l’intenzione è riempire gli spalti per più di metà della capienza, tra il 50 e il 60%. Chiaramente questa strategia dovrà superare la prova del tempo, e lo Slam parigino sta scommettendo sul fatto che la pandemia non vivrà alcuna fase di recrudescenza e dunque i protocolli sanitari non verranno ulteriormente inaspriti.

La vendita dei nuovi biglietti – ricordiamo che circa due mesi fa il Roland Garros ha avviato le pratiche per il rimborso completo dei ticket venduti per le date primaverili – partirà dal 9 luglio, con priorità per membri e soci dei circoli ‘affiliati’ alla FFT (federazione tennis francese). La vendita libera comincerà invece il 16 luglio.

Il comunicato diffuso dall’organizzazione del Roland Garros specifica che la situazione può ancora mutare, ma delinea il best case scenario sulla base delle informazioni attualmente disponibili. I biglietti venduti per i tre campi principali (Philippe-Chatrier, Suzanne-Lenglen e Simonne-Mathieu) saranno rigidamente suddivisi per giorno, campo e settore – e l’esatto seggiolino di ogni spettatore verrà comunicato a metà settembre. Questo perché gli organizzatori intendono mettere in vendita un’altra tranche di biglietti a inizio settembre, se le cose continueranno a migliorare.

Applicando agli stadi di Port d’Auteuil gli stessi criteri che hanno consentito la riapertura al pubblico di cinema e teatri, i tifosi all’interno di ogni impianto non dovranno mai superare il 50-60% della capienza totale. Su ogni fila, un posto verrà lasciato libero a dividere ogni gruppo di acquirenti, mai più numeroso di quattro unità. Se per qualche motivo la situazione sanitaria dovesse peggiorare e nuove linee guida più severe dovessero essere imposte, impedendo l’accesso ad alcune delle persone che hanno acquistato il biglietto, il Roland Garros si impegna a rimborsare tutti i tagliandi che non potranno essere utilizzati.

Tra le raccomandazioni del torneo – in realtà sembra proprio che si tratterà di un obbligo – c’è quella di indossare sempre la mascherina nei pressi degli stadi. Gli spazi tra un campo e l’altro, e le possibilità di spostarsi, verranno ad ogni modo ridefiniti sulla base delle linee guida delle autorità sanitarie.

Continua a leggere

Focus

In memoria del vecchio campo n.1 del Roland Garros

O anche ‘Bullring’, come veniva chiamato per la sua configurazione circolare, simile a un’arena. Ora demolito, è stato teatro dell’esordio di Nadal e di altre partite storiche

Pubblicato

il

Un mese fa, lunedì 1 Giugno, il giornalista del New York Times Christopher Clarey ha condiviso tramite il suo account Twitter una foto del cantiere in corso nell’impianto del Roland Garros: sotto un cielo senza nuvole e al cospetto del nuovo Chatrier si vedono gli operai che hanno ricominciato a lavorare dopo la pausa imposta dalla pandemia. Fino a qualche mese fa sulla distesa di terra in primo piano sorgeva l’iconico Campo N. 1, il cosiddetto Bullring.

Nel grande progetto di rinnovamento del parco in cui si svolge lo Slam parigino vi è la creazione di una grande area verde da cui, durante le due settimane di torneo, si potranno vedere le partite su un maxi schermo installato sul Philippe-Chatrier. Durante tutto il resto dell’anno la zona rimarrà aperto al pubblico come estensione del giardino delle serre d’Auteuil.

 

Amatissimo dagli spettatori del Roland Garros, il Bullring deve il suo nome alla particolare configurazione circolare che lo faceva somigliare a una arena per corride piuttosto che a un campo da tennis e la vicinanza del pubblico al terreno di gioco creava un’atmosfera da Cinco de la tarde, all’opposto dell’eleganza chic degli altri due palcoscenici del Suzanne-Lenglen e del Philippe-Chatrier. 

L’idea bizzarra di costruire un contenitore circolare per un campo rettangolare si deve all’architetto Jean Lovera, che curiosamente ebbe un passato da tennista di alto livello: raggiunse il secondo turno dell’Open di Francia nell’edizione del 1974 e ancora oggi dirige il suo studio a Grenoble continuando a disegnare palazzetti e campi da tennis. Il Bullring venne inaugurato nel 1980 alla presenza di Jean Borotra (uno dei quattro Moschettieri del Tennis francese) e fu concepito come un “Centrale bis”, forte dei suoi 4.300 posti (poi diminuiti a 3.800). Venne poi superato nel 1994 dall’arrivo del Suzanne-Lenglen, che ha una capacità di circa 10mila spettatori.

Proprio perché era diventato il terzo campo nella gerarchia del torneo (l’anno scorso addirittura il quarto con l’inaugurazione del Simonne-Mathieu), vi andavano in scena molti match considerati non “di cartello” che tuttavia sono poi entrati nella storia del torneo, e in 39 anni di servizio non sono mancati i colpi di scena. Per esempio un certo Rafael Nadal ha tenuto qui il suo battesimo a Parigi nel Maggio 2005, prima di diventare Re due settimane più tardi, alla sua prima partecipazione allo Slam. L’americana Chris Evert, sette volte campionessa, invece vi giocò l’ultima partita al Roland Garros nel 1988, perdendo al terzo turno dalla Sanchez Vicario. 

Sempre su questo campo nel 1997 un giovane brasiliano, Gustavo Kuerten, fece scalpore eliminando Thomas Muster al terzo turno e conquistando successivamente la prima delle sue tre Coppe dei Moschettieri. E come non ricordare la volta in cui Marat Safin si abbassò i pantaloncini al termine di uno scambio forsennato e memorabile durante una maratona combattuta su due giorni (6-4, 2-6, 6-2, 6-7, 11-9). Il pubblico se la rise di gusto, l’arbitro meno, tanto che lo sanzionò.

A far perdurare la memoria di questo mitico campo, oltre alle immagini e ai ricordi di Christopher Clarey e di noi tutti, restano oggi una serie di oggetti realizzati con materiali di riciclo derivati dalla sua demolizione: sedie, borse e portafogli fatti con i teloni pubblicitari e clessidre riempite di terra rossa. Tutta la collezione è andata esaurita in 24 ore e il ricavato di circa 30.000 euro è stato devoluto alla fondazione Fête le Mur, patrocinata da Yannick Noah.

Pietro Tovaglieri

Continua a leggere

Personaggi

I re del Roland Garros: Federer e quel riscatto color mattone

L’ultimo dei nostri re è Roger Federer, capace di trionfare sul rosso di Parigi nel 2009. Anche grazie al vichingo di Tibro

Pubblicato

il

Con questo articolo, si conclude la nostra raccolta dedicata ai re e alle regine del Roland Garros.


Secondo un manuale apocrifo in tema di tattica, sul quaranta pari sarebbe buona creanza colpire sodo ampiamente all’interno delle righe, tanto per sortire dalla faccenda con fare più da lepre che non da segugio. Ma, come dice l’adagio, non è sempre oro colato! Così, fedele al suggerimento, Robin Soderling sembrò tradire una certa sorpresa quando un arrischiato slice a uscire l’aveva spinto nei dintorni del pubblico laterale prima di essere chiamato all’angolo opposto per riparare a un maledetto diagonale che se ne infischiava delle buone creanze. Una volta sulla palla, aveva organizzato un passante di rovescio senza troppe pretese lasciando che il satanasso oltre la rete castigasse il tiraccio con una volée vincente di diritto.

Una manovra che aveva portato il punteggio sulla punta dell’iceberg per via di un match point che valeva il Roland Garros 2009. Un punto risolutore che di lì a poco si sarebbe consumato nel fragoroso silenzio dello Chatrier tramite il rito secolare del servizio. Una… due… tre, per otto volte il manto rosso più famoso al mondo restituiva la palla a una mano sinistra nervosa ma non troppo. La stessa che subito dopo si era mossa all’insù liberando la sfera nel cielo sovrastante mentre la destra, armata di racchetta, andava a colpire con violenza destinazione il diritto dello svedese. Per uno strano influsso astrale, quel colpo, che lungo tutto il torneo aveva fatto sfracelli, non era in grado di predisporre una qualsivoglia replica spedendo malamente l’oggetto gommoso tra le ingloriose maglie della rete.

Un batter di ciglia, e l’esplosione del pubblico deflagrava frattanto che un tremante Roger Federer, piegato sulle ginocchia, liberava – nel bel mezzo del grande centrale – un urlo degno di Munch, rivelato soltanto da un marcato labiale che lasciava il sonoro al frastuono generale. Un’apoteosi che rapiva lo svizzero verso uno stato di beata sospensione, uno di quegli spazi eterei in cui il presente si espande all’infinito e il tempo non ha più valore. Una bolla nella quale un Federer lacrimante andava sprigionando sensazioni a briglia sciolta in un misto a mezza via tra gioia e orgoglio. Tutt’intorno l’infinità di volti non oscillava più da un lato all’altro al ritmo degli scambi, ma di colpo si posava su di lui indagando in quegli occhi un semestre alle spalle volato via tra una finale in Australia e qualche semi racimolata qua e là a Doha, Miami e Indian Wells. Un periodo che aveva fatto guardare a lui quasi come a un giocatore in forte crisi.

Dal lato opposto, Soderling muoveva lentamente un primo passo verso la stretta di mano, mentre, il vincitore, ancora estraneo a tutto, si attardava sulle immagini della sua campagna sulle sabbie rosse della vecchia Europa. Dall’uscita con Wawrinka al secondo turno di Montecarlo alla semifinale persa a Roma contro un Djokovic non era accaduto nulla di esaltante! Poi c’erano stati i 674 metri che dal livello del mare conducono a Madrid e la palla, come per incanto, aveva ripreso a viaggiare. In una Caja Magica semi-assolata li aveva messi tutti in fila riservandosi, nel match clou, la gratificazione di un duplice 6-4 rifilato a un frastornato Nadal. In un impulso di ritrovato amor proprio aveva fatto sfoggio di spiccate qualità adattive coniugandole alla grande voglia di riscatto maturata in cinque sconfitte di fila patite dall’iberico.

 
Federer e Nadal dopo la finale di Madrid 2009

Ginocchi a terra e volto tra le mani, ora carpiva l’attimo per vagare tra le tappe di quei Campionati di Francia iniziati con i presagi di ostinati bookmaker che, a dispetto della fresca performance madrilena, assegnavano a Nadal un 70% di vittoria contro un misero 15% a lui riservato.

Un Roland Garros nel quale tutti inseguivano qualcosa: il maiorchino guardava al quinto trionfo consecutivo sulla terra di Francia e al sorpasso di Bjorn Borg fermo a quattro; Djokovic bramava un’attesa consacrazione dopo aver tenuto lo spagnolo sul crinale della semi a Madrid con tre match point tutti annullati ma letti con fiducia: “Mi manca poco” andava dicendo ai giornalisti, “… e posso batterlo proprio qui a Parigi”. Anche Murray, forte dei risultati a Indian Wells e Miami sentiva di poter dire la sua su una superficie diversa dal cemento. Tra sé e sé, Federer scorreva l’inebriante sogno di quel 14° Slam da vivere in compagnia di Pete Sampras. Infine c’erano i sogni dei tanti passati per il botteghino, migliaia di appassionati che avrebbero fatto carte false pur di veder replicata la finale delle ultime tre edizioni. 

E pensiero dietro pensiero, si era lasciato andare ai fotogrammi di quel viaggio appena giunto in porto. In un caldo parigino di fine maggio, il turno d’esordio se n’era andato liscio come l’olio, mentre in quello successivo era incappato in due tie-break per domare un sorprendente Acasuso. Punto su punto era volato, quindi, agli ottavi per rischiare grosso contro un Haas particolarmente ispirato: due set sotto, era stato chiamato a salvare una palla break sul 3-4 del terzo con un diritto a sventaglio finito per spizzare la riga laterale. Fosse atterrata un unghia più in là, il tedesco avrebbe servito per il match e sarebbero stati guai. Nei quarti aveva respirato l’amore del pubblico sebbene oltre la rete ci fosse Gael Monfils, un gatto sornione da prendere comunque con le molle. “Parigi sembra avermi adottato” aveva detto subito dopo il match, “… e la gente vuole che io vinca questo torneo.

In effetti, in quel Roland Garros anche il destino sembrò invaghirsi di lui. Lo aveva fatto con segnali tangibili in arrivo da un irriducibile Kohlschreiber che troncava negli ottavi le velleità di Djokovic e da un potente Fernando Gonzales che nei quarti aveva fatto altrettanto con quelle nutrite da Murray. 

Un film nel quale, una volta in piedi, lo svizzero andava lentamente rievocando anche i tratti della terribile semifinale in cui era ricorso a geometrie inedite pur di evitare il diritto al tritolo di un Del Potro già sulla soglia del grande tennis. Due set a uno sotto, si era tirato fuori dalla buca destabilizzando il gigante di Tandill con smorzate di altissima fattura. L’aveva riportata per il rotto della cuffia chiudendo solo 6-4 al quinto.

Scorrevano i titoli di coda quando, infarinato di rossiccio, aveva mosso i primi passi verso l’uomo della provvidenza, quello che negli ottavi l’aveva fatta grossa fermando, a suon di randellate, nientemeno che Rafael Nadal! A Porte D’Auteuil, lo spagnolo non conosceva sconfitta: 29 vittorie su 29 incontri durante i quali aveva lasciato per strada la miseria di cinque set. Non bastasse, il confronto era stato segnato anche da uno smaccato appoggio rivolto dal pubblico al giovane svedese. Qualcosa che aveva stizzito il campione uscente: “Sono deluso”, avrebbe tuonato qualche giorno dopo da Manacor, “ho vinto quattro volte il torneo e l’altro giorno sono uscito dal campo senza lo straccio di un applauso. Anzi ho sentito pure qualche fischio. Accade solo in Francia”.

Chi l’avrebbe detto, deve aver pensato Federer deambulando senza fretta, che a interrompere il record di Rafa sarebbe stato un marcantonio di quasi due metri disceso dal freddo Gotaland, nel sud della Svezia, in un momento in cui il tennis da quelle parti navigava in completa bonaccia? Randellando il diritto come un vichingo con ascia in mano, l’omone di Tibro aveva spinto lo spagnolo alla difesa punendolo a tratti con incursioni a rete coronate da successo. L’avanzata del nordico si era infranta solo sui tre set della finale appena andata in onda, durante i quali i colpi di Federer avevano sprizzato il peso della sapienza e dei record macinati. Troppo, anche per un outsider con i fiocchi che tornava sotto i riflettori dopo un periodo luci e ombre.

Robin Soderling

Ora era lì, poggiato a una rete di metà campo in attesa che il vincitore coprisse i metri mancanti al saluto di rito. Quel Federer dagli occhi lucidi che aveva messo ordine nel paradiso del tennis divenendo l’alfiere, insieme a Sampras, di 14 major sfoggiati in bacheca. “Sei il più forte della storia”, dirà lo scandinavo durante la stretta di mano, “… meriti il titolo”. Tornato in sé, Roger Federer ignorava quanto la vittoria parigina fosse infarcita di record bislacchi amati dai pennaioli accaniti di statistica. Di certo sapeva quanto quel Roland Garros 2009 fosse una quadratura mentale più che tecnica, una risposta alle tre finali perse e un segnale univoco a chi in quel semestre, l’aveva spacciato quasi per un ex. Per lui, avvezzo al verde in Church Road, la gioia più grande passava, quella volta, per un riscatto color mattone consumato sulle faticose sabbie in Bois de Boulogne.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement