Quindici spunti dagli Australian Open femminili

Al femminile

Quindici spunti dagli Australian Open femminili

I timori di Victoria Azarenka, Maria Sharapova e Kristyna Pliskova; le fortune di Zhang Shuai e le sfortune di Misaki Doi; il successo del tennis tedesco e il paradosso di quello australiano. E altro ancora sugli Australian Open 2016

Pubblicato

il

 
 

La sorprendente finale di Melbourne, con l’affermazione di Angelique Kerber ha rischiato di travolgere molti degli avvenimenti che erano accaduti agli Australian Open nei quindici giorni precedenti.
Questa settimana cerco di recuperare alcuni spunti che il torneo ha suggerito. A differenza del solito, però, nessuno è approfondito, anche perchè non sarebbe bastato lo spazio; ma forse su alcuni ci sarà il tempo di tornare con più calma in futuro.

1. I successi del tennis tedesco
Questo post l’avevo scritto dopo cinque giorni di torneo, come semplice considerazione sulle prime fasi degli Australian Open; poi però mi ero dimenticato di inserirlo nei commenti di Ubitennis (effetti collaterali degli orari notturni australiani):
“Il tennis tedesco mi sta sorprendendo per la capacità di rigenerarsi. E’ vero che sono uscite nei primi due turni Petkovic e Lisicki, Barthel e Goerges, Witthoeft e Maria (e non so se ho dimenticato qualche nome); ma in compenso sono ancora in corsa con Kerber, Friedsam, Siegemund e Beck. E per l’effetto della composizione del tabellone, se Kerber battesse Madison Brengle sarebbe certa la presenza di almeno una giocatrice tedesca nei quarti di finale.
A questa generazione per il momento è mancato l’acuto (il massimo raggiunto è stata la finale a Wimbledon di Lisicki) che invece è riuscito ad esempio al tennis italiano con gli Slam di Schiavone e Pennetta; ma se confrontiamo in prospettiva il movimento femminile italiano con quello tedesco, ipotizzando come potrebbero essere fra cinque anni, allora la valutazione si ribalta completamente”.
In quel momento come traguardo alla portata del tennis tedesco mi sembrava più plausibile un successo in Fed Cup. Invece nel giro di pochi giorni ci ha pensato Kerber a riempire la casella addirittura delle vittorie Slam.

2. Anna-Lena Friedsam: indoor e outdoor
Le doti di Anna-Lena Friedsam sul piano fisico-tecnico non passavano inosservate. Fra le cause che però le avevano impedito di raggiungere risultati all’altezza, secondo me c’era la difficoltà a costruire tatticamente lo scambio nel modo migliore.
Direi però che in linea generale è spesso così: chi pratica un tennis molto scarno, basato su pochi colpi, ha meno problemi a organizzare schemi adatti alle proprie caratteristiche, proprio perché le variabili a disposizione sono limitate. Chi invece ha molte alternative nel proprio arsenale di solito ha bisogno di tempi più lunghi per maturare tatticamente. A Melbourne Friedsam ha cominciato a “mettere insieme” i diversi pezzi del suo gioco, riuscendo per alcuni set contro Vinci e Radwanska a dare una maggiore efficacia al proprio tennis.
Va anche ricordato che ha disputato indoor entrambi i match e, visti i buoni risultati ottenuti in passato al coperto, probabilmente questo l’ha aiutata. Dopo il complicato 2015 (a causa del cambio di coach e di problemi al ginocchio) in questa stagione sarà interessante capire se i progressi saranno confermati anche outdoor.

 

3. Vika Azarenka e le occasioni mancate
Comincio con una ovvietà: per chi viene da periodi difficili, ritornare ai vertici significa anche dover recuperare la capacità di gestire la tensione determinata dalle grandi occasioni che tornano a presentarsi. Il percorso di risalita è impegnativo, e non sempre è sufficiente avere ritrovato la condizione fisica e quella tecnica: manca ancora il “clic” relativo alla condizione mentale; perché un conto è sconfiggere un’avversaria qualsiasi, un conto la numero uno del mondo. E un conto è giocare bene nel torneo WTA di Brisbane, un conto in uno Slam.
Per quanto riguarda Azarenka la questione era già emersa in occasione della partita di Madrid 2015 contro Serena: tre doppi falli consecutivi con cui aveva mancato l’ultimo dei tre match point e poi perso il game sul 6-5 terzo set. Che ancora qualcosa non quadri sotto questo aspetto si è visto anche a Melbourne contro Kerber: dopo l’inizio contratto che le era costato il primo set, Vika sembrava aver girato l’inerzia a suo favore, tanto da portarsi avanti nel secondo set per 5-2 40-0; però, malgrado cinque set point non è riuscita a chiudere il set, finendo per perdere cinque game consecutivi per il definitivo 3-6, 5-7.

4. Sharapova contro Serena Williams
Ecco alcuni dati relativi al rendimento al servizio di Sharapova negli ultimi Australian Open:
contro Hibino: 61% di prime, 11 ace, 2 doppi falli (ace – df: +9)
contro Sasnovich: 56% di prime, 4 ace, 3 doppi falli (+1)
contro Davis: 62% di prime, 16 ace, 5 doppi falli (+11)
contro Bencic: 47% di prime, 21 ace, 7 doppi falli (+14)
contro Serena: 55% di prime, 3 ace, 7 doppi falli (- 4)

Ho scritto di recente sulla rivalità tra Serena e Maria, in particolare per quanto riguarda i loro confronti australiani. Pensare che il record negativo di Sharapova contro Williams (19 sconfitte, di cui 18 consecutive) sia frutto esclusivamente di un complesso psicologico vorrebbe dire non conoscere le caratteristiche tecniche delle giocatrici: senza dubbio il maggiore problema di Maria dipende da una componente fisico-tecnica, visto che si trova di fronte una giocatrice che le disinnesca le armi migliori. Ma a mio avviso che ci sia anche una parte di incidenza della componente mentale, magari piccola, lo si deduce dai numeri citati sopra.

5. Il reset di Petra Kvitova
Dopo il 2015 condizionato dalla mononucleosi, prima che cominciasse la nuova stagione Kvitova ha annunciato che gli ultimi esami clinici non hanno più rivelato anomalie: dovrebbe essere finalmente guarita. Ma il 2016 è iniziato con seri problemi tecnici; non mi ricordo di averla vista così mal messa nella esecuzione di certi colpi: servizio poco incisivo e, soprattutto, problemi di timing dalla parte del rovescio. Dopo la netta sconfitta contro Gavrilova è arrivata la decisione di divorziare dallo storico coach David Kotyza.
Dovessi sintetizzare la situazione, direi che è come se Petra stesse ripartendo da zero: per quanto riguarda la salute, il team tecnico ma anche la condizione di forma, particolarmente deficitaria.

6. La delusione delle giovani
Dopo il 2014 con la costanza ad alti livelli di Bouchard (due semifinali e una finale), e il 2015 con la semifinale di Keys agli Australian Open e la finale a Wimbledon di Muguruza, sono già due gli Slam in cui le giovani non riescono ad arrivare in fondo. A New York Mladenovic si era fermata ai quarti, a Melbourne nessuna è andata oltre il quarto turno.
Ricordo infatti che, pur essendo una novità, Joanna Konta compirà 25 anni fra tre mesi (è nata il 17 maggio 1991) e quindi è un po’ troppo ottimistico considerarla una giovane. Non penso che questa mancanza di nuove leve sia un dato destinato a diventare strutturale, ma non resta che aspettare i prossimi Slam per scoprire se sarà vero o no.

7. Sloane Stephens, ancora incompiuta
Nel 2013, a soli 19 anni, Stephens era stata protagonista di un eccezionale Australian Open, quando aveva sconfitto Serena Williams ed era stata eliminata in semifinale anche grazie ad una gestione del MTO piuttosto discutibile da parte di Azarenka. Quest’anno Sloane si era presentata a Melbourne fresca del secondo titolo in carriera (vittoria ad Auckland, senza perdere un set). Vale a dire con buone aspettative; risultato: fuori al primo turno dopo un secco 6-3, 6-3 contro la qualificata Qiang Wang.
Malgrado tutto, rimango dell’idea che Sloane sia la più completa sul piano tecnico fra chi è attorno ai vent’anni, e che fisicamente abbia tutto per giocare bene a tennis: grande velocità, reattività ma anche potenza e discreta resistenza. Però a me spesso dà la sensazione che non riesca a scendere in campo con la giusta convinzione e applicazione.

8. I progressi tecnici di Kristina Mladenovic
Una delle partite più combattute del torneo è stata quella vinta da Gavrilova contro Mladenovic (6-4, 4-6, 11-9). Curiosità: il match è stata la rivincita della finale Roland Garros Junior 2009, allora a favore dalla giocatrice francese per 6-3, 6-2.
Devo però dire che, malgrado la sconfitta, mi ha colpito in positivo Mladenovic: per la prima volta da quando l’ho vista giocare in una situazione di grande stress, il suo rovescio non è andato in crisi. Non sono mai stato del tutto convinto sulle possibilità ad alto livello di Kiki proprio per questo problema: nei momenti davvero importanti affioravano evidenti i problemi legati al colpo più costruito (il rovescio).
Contro una giocatrice molto rapida come Gavrilova non sempre era possibile ricorrere al dropshot, che Mladenovic spesso utilizza per evitare di spingere dalla sua parte sinistra; e così, anche se a Melbourne ha perso, ha finalmente colpito di rovescio con buona efficacia mostrando non solo più coraggio, ma soprattutto un progresso tecnico nel colpo più debole. Se i miglioramenti saranno confermati, allora penso che i traguardi alla sua portata possano diventare più ambiziosi.

9. Kristyna Pliskova, record di ace ma anche di timori
Per quanto mi riguarda gli ultimi Australian Open sono stati l’occasione per approfondire la conoscenza di Kristyna Pliskova, che ultimamente era un po’ scomparsa dai radar, offuscata dei progressi della gemella Karolina.
Qualche ragione sul perché Karolina sia entrata in top ten mentre invece la sorella mancina Kristyna fatichi a superare la soglia delle prime cento mi pare sia emersa; tutte e due servono molto bene, ma nei fondamentali dello scambio secondo me Karolina è molto più incisiva e coraggiosa.
Parlo di coraggio perché mi ha colpito il modo in cui Kristyna ha affrontato i punti importanti sia contro Stosur che contro Puig: efficace e aggressiva, in grado di sfornare ace a ripetizione se si trattava di risalire nel game o nel set; ma invece titubante e incerta quando si trattava di consolidare le situazioni di vantaggio per chiudere i game e vincere il match.
Contro Stosur è stata aiutata dai cronici timori che affliggono Samantha quando gioca di fronte al pubblico di casa; ma contro Puig non sono bastati match point consecutivi per avere la meglio: avanti 6-4 nel tiebreak del secondo set, Pliskova ha perso quattro punti di fila, nei quali invece che giocare il dritto normale si è messa a colpire il dritto slice, in stile Niculescu, tanto il “braccino” la paralizzava. Di fronte a queste incertezze anche i 31 ace messi a segno, record per il tennis femminile, diventano insufficienti e si perdono incontri che sembrano già vinti (6-4, 6-7(6), 7-9).

10. Il paradosso del tennis australiano
Dopo Samantha Stosur e Casey Dellacqua, che ormai hanno una certa età, il ricambio del tennis femminile australiano sembra sia affidato alle tenniste europee. Giocatrici cioè che acquisiscono la nazionalità per matrimonio o per accordi con la federazione australiana in cambio di aiuti e assistenza tecnica: Gajdosova, Tomljanovic, Gavrilova. La promessa australiana di nascita e formazione  Ashleigh Barty solo da poco è tornata a in campo, dopo aver attraversato un lungo periodo di dubbi e incertezze.
Ma la questione diventa quasi paradossale se si pensa che invece per la Gran Bretagna giocano una tennista nata a Melbourne (Laura Robson) e una a Sydney (Joanna Konta).

11. Joanna Konta, nuova senza novità?
Metto subito le carte in tavola: Joanna Konta, la semifinalista di Melbourne 2016, non mi entusiasma.
Confesso che la conoscevo poco prima dei grandi progressi del 2015 e, siccome non mi piace spacciare per miei ragionamenti altrui, riporto quanto ho sentito durante una telecronaca di Eurosport inglese: il suo punto debole era il dritto e sarebbero stati proprio i progressi su questo colpo a permetterle il notevole salto di qualità degli ultimi mesi.
E oggi com’è? Una giocatrice alta 1,80, con una discreta mobilità, un bel servizio solido e una costante spinta nei due colpi da fondo. Sulla efficienza dei tre colpi-base non ci sono dubbi; ma poi è davvero difficile che di sua iniziativa ricorra ad altre soluzioni durante gli scambi. Quando l’ho vista sconfiggere Andrea Petkovic a Flushing Meadows 2015 ho pensato fossero due giocatrici piuttosto simili, solo che Joanna sbagliava un po’ meno e serviva un po’ meglio di Andrea.
Konta pratica cioè un tennis “basico”, ma non per questo poco efficace. In fondo anche Bouchard è stata accusata di essere ripetitiva, ma questo non le ha impedito di raggiungere ottimi risultati. Però l’anticipo della miglior Bouchard forse non ha eguali nel circuito (specie dal lato del rovescio) e questo se non altro la rende una giocatrice più caratterizzata rispetto a Konta.
A questo punto se Joanna saprà confermarsi ad alti livelli, ci saranno molte altre occasioni per seguirla e, per quanto mi riguarda, per cercare di capire un po’ meglio quali sono le sue particolarità.

12. Il ritorno di Anastasija Sevastova
Si è molto parlato della vicenda di Zhang Shuai (vedi dopo), ma a Melbourne non è stata l’unica giocatrice presente che ha attraversato clamorosi alti e bassi nella carriera; ancora più estremo è stato il caso di Anastasija Sevastova. Dopo essere anche stata tra le prime 40 del mondo e aver raggiunto il quarto turno agli Australian Open 2011, aveva annunciato il ritiro a soli 23 anni (è nata nel 1990) a causa dei continui infortuni. Ma poi all’inizio del 2015 è tornata a giocare e, ripartendo da zero, in una sola stagione è arrivata a ridosso delle cento. Se non sbaglio, nel 2015 nessuna ha compiuto un salto in avanti nel ranking WTA altrettanto grande.
Nel 2016 ha superato i tre turni di qualificazione agli Australian Open, conquistando un posto nel main draw di uno Slam dopo quattro anni di assenza dal grande tennis (ultimo Major disputato gli US Open 2011). Nel tabellone principale ha superato una acciaccata Gajdosova prima di perdere (6-3, 6-3) da Ana Ivanovic. E così, quasi all’improvviso, il tennis lettone si ritrova con due tenniste degne di nota, visto che oltre a Sevastova si sta affacciando ad alti livelli anche la giovanissima Ostapenko.

13. La fortuna di Zhang Shuai
La vicenda di Zhang Shuai è stata raccontata durante il torneo da tutti i media; a volte forse colorandola un po’ troppo, nel senso che pur essendo numero 133 del ranking non era proprio una sconosciuta; era pur sempre una ex numero 30, con qualche buon risultato alle spalle: successo in un International, quarti di finale a Roma, semifinale a Birmingham, vittorie contro Kvitova, Kuznetsova, Stephens etc.
A Melbourne ha disputato addirittura otto partite (vincendone sette): cinque nel tabellone principale e tre nelle qualificazioni. Nelle qualificazioni è stata la giocatrice che è emersa dal settore di Francesca Schiavone, grazie alla vittoria per 8-6 al terzo set contro Virginie Razzano (che aveva battuto Schiavone).
Prima degli Australian Open “vantava” un record negativo: quattordici partecipazioni nel main draw e quattordici sconfitte al primo turno. Tabù infranto superando addirittura la testa di serie numero 2 Simona Halep.
Negli ultimi tempi è difficile esprimere valutazioni certe sulle condizioni fisiche di Halep, per cui non so dire se il problema al tendine di Achille possa aver influito sull’esito della partita. Di sicuro però Zhang ha trovato al secondo turno Alizè Cornet menomata da un infortunio all’adduttore, e poi al quarto turno Madison Keys improvvisamente incapace di muoversi e di colpire con il rovescio a causa di un dolore alla coscia sinistra. Dopo quattordici sconfitte, molte dovute a sorteggi particolarmente impegnativi, a Melbourne Shuai è stata risarcita dalla buona sorte tutta in una volta.

14. La sfortuna di Misaki Doi
A proposito di fortuna. La giocatrice più sfortunata negli ultimi Slam? Forse Misaki Doi, la piccola (statura 1,59) mancina nata nell’aprile 1991 a Yokohama.
Roland Garros 2015: contro Ivanovic, Doi aveva messo sotto la sua avversaria (che poi sarebbe arrivata in semifinale) per un set e mezzo, grazie a un tennis di alto livello, con una aggressività oltre i suoi standard di gioco. A Parigi sembrava sul punto di travolgere la testa di serie numero 7 a suon di vincenti; invece Ana, al contrario del solito, era stata bravissima a non perdere la testa e a tenere duro, aspettando un leggero calo di Doi per risalire la corrente e chiudere il match a suo favore (3-6, 6-3, 6-4).
US Open 2015: a New York invece aveva perso da Bencic dopo aver mancato tre match point sul 7-5, 6-5 0-40 (servizio Bencic). Una partita che era stato uno psicodramma, con Belinda in lacrime per le valutazioni arbitrali (a suo dire) ingiuste, in un campo senza hawk-eye. Sfumati i tre match point consecutivi, Doi aveva finito per perdere 7-5, 6-7, 3-6.
Infine a Melbourne non ha sfruttato il match point al primo turno contro Kerber: sul 7-6, 6-5 30-40 (servizio Kerber). Molto scarno lo scambio fatale: servizio a uscire di Angelique e risposta fuori di Doi. Partita poi persa 7-6, 6-7, 3-6.
Mi rendo conto che parlare solo di sfortuna è limitativo: però a volte i match point si convertono anche con l’aiuto dell’avversaria, che in tutti questi casi non è mai arrivato. Al di là dei successi solamente sfiorati, credo che in queste occasioni Doi abbia comunque mostrato che il suo dritto è diventato sempre più incisivo e che può giocare un tennis superiore alla sua attuale classifica; se saprà confermarlo e non farsi abbattere dai tanti match finiti male, potrebbe scalare diverse posizioni nel ranking.

15. “Operazione 21”
Chiudo con un pensiero sciocchino e trascurabile. La sconfitta di Serena Williams contro Roberta Vinci agli US Open non solo le ha impedito di conquistare il grande Slam, ma anche di eguagliare il numero di Major vinti da Steffi Graf: 21 a 22.
Veder perdere Serena per mano dell’ultima giocatrice rimasta nel circuito con il rovescio alla Graf (cioè un monomane slice), mi aveva fatto immaginare che ci fosse un legame particolare tra Roberta e Steffi. Una specie di agente speciale, mandato in missione per salvaguardare il suo record.
Eccola lì, Graf, che segue la fatidica semifinale dalla stanza segreta nel covo del deserto del Nevada (ormai abita a Las Vegas); e che davanti allo schermo, accarezzando il gatto come nei film di 007, si gode i frutti ottenuti grazie alla sua arma a sorpresa: lo slice di rovescio, appunto.
Ora la “Operazione 21” è continuata con una seconda agente in azione, Angelique Kerber, che ha bloccato Williams dopo essere stata addestrata personalmente da “Fräulein Forehand”.
In vista dei prossimi Slam, sono in rampa di lancio nuove risorse: Petkovic e Goerges per la terra rossa di Parigi, mentre per l’erba di Wimbledon c’è naturalmente Sabine Lisicki, che un dispiacere a Serena lo ha già procurato, e che oltretutto di queste missioni se ne intende:

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

Pubblicato

il

Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

Continua a leggere

Al femminile

Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

Pubblicato

il

Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

Continua a leggere

Al femminile

La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

Pubblicato

il

By

Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement