Quindici spunti dagli Australian Open femminili

Al femminile

Quindici spunti dagli Australian Open femminili

I timori di Victoria Azarenka, Maria Sharapova e Kristyna Pliskova; le fortune di Zhang Shuai e le sfortune di Misaki Doi; il successo del tennis tedesco e il paradosso di quello australiano. E altro ancora sugli Australian Open 2016

Pubblicato

il

La sorprendente finale di Melbourne, con l’affermazione di Angelique Kerber ha rischiato di travolgere molti degli avvenimenti che erano accaduti agli Australian Open nei quindici giorni precedenti.
Questa settimana cerco di recuperare alcuni spunti che il torneo ha suggerito. A differenza del solito, però, nessuno è approfondito, anche perchè non sarebbe bastato lo spazio; ma forse su alcuni ci sarà il tempo di tornare con più calma in futuro.

1. I successi del tennis tedesco
Questo post l’avevo scritto dopo cinque giorni di torneo, come semplice considerazione sulle prime fasi degli Australian Open; poi però mi ero dimenticato di inserirlo nei commenti di Ubitennis (effetti collaterali degli orari notturni australiani):
“Il tennis tedesco mi sta sorprendendo per la capacità di rigenerarsi. E’ vero che sono uscite nei primi due turni Petkovic e Lisicki, Barthel e Goerges, Witthoeft e Maria (e non so se ho dimenticato qualche nome); ma in compenso sono ancora in corsa con Kerber, Friedsam, Siegemund e Beck. E per l’effetto della composizione del tabellone, se Kerber battesse Madison Brengle sarebbe certa la presenza di almeno una giocatrice tedesca nei quarti di finale.
A questa generazione per il momento è mancato l’acuto (il massimo raggiunto è stata la finale a Wimbledon di Lisicki) che invece è riuscito ad esempio al tennis italiano con gli Slam di Schiavone e Pennetta; ma se confrontiamo in prospettiva il movimento femminile italiano con quello tedesco, ipotizzando come potrebbero essere fra cinque anni, allora la valutazione si ribalta completamente”.
In quel momento come traguardo alla portata del tennis tedesco mi sembrava più plausibile un successo in Fed Cup. Invece nel giro di pochi giorni ci ha pensato Kerber a riempire la casella addirittura delle vittorie Slam.

2. Anna-Lena Friedsam: indoor e outdoor
Le doti di Anna-Lena Friedsam sul piano fisico-tecnico non passavano inosservate. Fra le cause che però le avevano impedito di raggiungere risultati all’altezza, secondo me c’era la difficoltà a costruire tatticamente lo scambio nel modo migliore.
Direi però che in linea generale è spesso così: chi pratica un tennis molto scarno, basato su pochi colpi, ha meno problemi a organizzare schemi adatti alle proprie caratteristiche, proprio perché le variabili a disposizione sono limitate. Chi invece ha molte alternative nel proprio arsenale di solito ha bisogno di tempi più lunghi per maturare tatticamente. A Melbourne Friedsam ha cominciato a “mettere insieme” i diversi pezzi del suo gioco, riuscendo per alcuni set contro Vinci e Radwanska a dare una maggiore efficacia al proprio tennis.
Va anche ricordato che ha disputato indoor entrambi i match e, visti i buoni risultati ottenuti in passato al coperto, probabilmente questo l’ha aiutata. Dopo il complicato 2015 (a causa del cambio di coach e di problemi al ginocchio) in questa stagione sarà interessante capire se i progressi saranno confermati anche outdoor.

 

3. Vika Azarenka e le occasioni mancate
Comincio con una ovvietà: per chi viene da periodi difficili, ritornare ai vertici significa anche dover recuperare la capacità di gestire la tensione determinata dalle grandi occasioni che tornano a presentarsi. Il percorso di risalita è impegnativo, e non sempre è sufficiente avere ritrovato la condizione fisica e quella tecnica: manca ancora il “clic” relativo alla condizione mentale; perché un conto è sconfiggere un’avversaria qualsiasi, un conto la numero uno del mondo. E un conto è giocare bene nel torneo WTA di Brisbane, un conto in uno Slam.
Per quanto riguarda Azarenka la questione era già emersa in occasione della partita di Madrid 2015 contro Serena: tre doppi falli consecutivi con cui aveva mancato l’ultimo dei tre match point e poi perso il game sul 6-5 terzo set. Che ancora qualcosa non quadri sotto questo aspetto si è visto anche a Melbourne contro Kerber: dopo l’inizio contratto che le era costato il primo set, Vika sembrava aver girato l’inerzia a suo favore, tanto da portarsi avanti nel secondo set per 5-2 40-0; però, malgrado cinque set point non è riuscita a chiudere il set, finendo per perdere cinque game consecutivi per il definitivo 3-6, 5-7.

4. Sharapova contro Serena Williams
Ecco alcuni dati relativi al rendimento al servizio di Sharapova negli ultimi Australian Open:
contro Hibino: 61% di prime, 11 ace, 2 doppi falli (ace – df: +9)
contro Sasnovich: 56% di prime, 4 ace, 3 doppi falli (+1)
contro Davis: 62% di prime, 16 ace, 5 doppi falli (+11)
contro Bencic: 47% di prime, 21 ace, 7 doppi falli (+14)
contro Serena: 55% di prime, 3 ace, 7 doppi falli (- 4)

Ho scritto di recente sulla rivalità tra Serena e Maria, in particolare per quanto riguarda i loro confronti australiani. Pensare che il record negativo di Sharapova contro Williams (19 sconfitte, di cui 18 consecutive) sia frutto esclusivamente di un complesso psicologico vorrebbe dire non conoscere le caratteristiche tecniche delle giocatrici: senza dubbio il maggiore problema di Maria dipende da una componente fisico-tecnica, visto che si trova di fronte una giocatrice che le disinnesca le armi migliori. Ma a mio avviso che ci sia anche una parte di incidenza della componente mentale, magari piccola, lo si deduce dai numeri citati sopra.

5. Il reset di Petra Kvitova
Dopo il 2015 condizionato dalla mononucleosi, prima che cominciasse la nuova stagione Kvitova ha annunciato che gli ultimi esami clinici non hanno più rivelato anomalie: dovrebbe essere finalmente guarita. Ma il 2016 è iniziato con seri problemi tecnici; non mi ricordo di averla vista così mal messa nella esecuzione di certi colpi: servizio poco incisivo e, soprattutto, problemi di timing dalla parte del rovescio. Dopo la netta sconfitta contro Gavrilova è arrivata la decisione di divorziare dallo storico coach David Kotyza.
Dovessi sintetizzare la situazione, direi che è come se Petra stesse ripartendo da zero: per quanto riguarda la salute, il team tecnico ma anche la condizione di forma, particolarmente deficitaria.

6. La delusione delle giovani
Dopo il 2014 con la costanza ad alti livelli di Bouchard (due semifinali e una finale), e il 2015 con la semifinale di Keys agli Australian Open e la finale a Wimbledon di Muguruza, sono già due gli Slam in cui le giovani non riescono ad arrivare in fondo. A New York Mladenovic si era fermata ai quarti, a Melbourne nessuna è andata oltre il quarto turno.
Ricordo infatti che, pur essendo una novità, Joanna Konta compirà 25 anni fra tre mesi (è nata il 17 maggio 1991) e quindi è un po’ troppo ottimistico considerarla una giovane. Non penso che questa mancanza di nuove leve sia un dato destinato a diventare strutturale, ma non resta che aspettare i prossimi Slam per scoprire se sarà vero o no.

7. Sloane Stephens, ancora incompiuta
Nel 2013, a soli 19 anni, Stephens era stata protagonista di un eccezionale Australian Open, quando aveva sconfitto Serena Williams ed era stata eliminata in semifinale anche grazie ad una gestione del MTO piuttosto discutibile da parte di Azarenka. Quest’anno Sloane si era presentata a Melbourne fresca del secondo titolo in carriera (vittoria ad Auckland, senza perdere un set). Vale a dire con buone aspettative; risultato: fuori al primo turno dopo un secco 6-3, 6-3 contro la qualificata Qiang Wang.
Malgrado tutto, rimango dell’idea che Sloane sia la più completa sul piano tecnico fra chi è attorno ai vent’anni, e che fisicamente abbia tutto per giocare bene a tennis: grande velocità, reattività ma anche potenza e discreta resistenza. Però a me spesso dà la sensazione che non riesca a scendere in campo con la giusta convinzione e applicazione.

8. I progressi tecnici di Kristina Mladenovic
Una delle partite più combattute del torneo è stata quella vinta da Gavrilova contro Mladenovic (6-4, 4-6, 11-9). Curiosità: il match è stata la rivincita della finale Roland Garros Junior 2009, allora a favore dalla giocatrice francese per 6-3, 6-2.
Devo però dire che, malgrado la sconfitta, mi ha colpito in positivo Mladenovic: per la prima volta da quando l’ho vista giocare in una situazione di grande stress, il suo rovescio non è andato in crisi. Non sono mai stato del tutto convinto sulle possibilità ad alto livello di Kiki proprio per questo problema: nei momenti davvero importanti affioravano evidenti i problemi legati al colpo più costruito (il rovescio).
Contro una giocatrice molto rapida come Gavrilova non sempre era possibile ricorrere al dropshot, che Mladenovic spesso utilizza per evitare di spingere dalla sua parte sinistra; e così, anche se a Melbourne ha perso, ha finalmente colpito di rovescio con buona efficacia mostrando non solo più coraggio, ma soprattutto un progresso tecnico nel colpo più debole. Se i miglioramenti saranno confermati, allora penso che i traguardi alla sua portata possano diventare più ambiziosi.

9. Kristyna Pliskova, record di ace ma anche di timori
Per quanto mi riguarda gli ultimi Australian Open sono stati l’occasione per approfondire la conoscenza di Kristyna Pliskova, che ultimamente era un po’ scomparsa dai radar, offuscata dei progressi della gemella Karolina.
Qualche ragione sul perché Karolina sia entrata in top ten mentre invece la sorella mancina Kristyna fatichi a superare la soglia delle prime cento mi pare sia emersa; tutte e due servono molto bene, ma nei fondamentali dello scambio secondo me Karolina è molto più incisiva e coraggiosa.
Parlo di coraggio perché mi ha colpito il modo in cui Kristyna ha affrontato i punti importanti sia contro Stosur che contro Puig: efficace e aggressiva, in grado di sfornare ace a ripetizione se si trattava di risalire nel game o nel set; ma invece titubante e incerta quando si trattava di consolidare le situazioni di vantaggio per chiudere i game e vincere il match.
Contro Stosur è stata aiutata dai cronici timori che affliggono Samantha quando gioca di fronte al pubblico di casa; ma contro Puig non sono bastati match point consecutivi per avere la meglio: avanti 6-4 nel tiebreak del secondo set, Pliskova ha perso quattro punti di fila, nei quali invece che giocare il dritto normale si è messa a colpire il dritto slice, in stile Niculescu, tanto il “braccino” la paralizzava. Di fronte a queste incertezze anche i 31 ace messi a segno, record per il tennis femminile, diventano insufficienti e si perdono incontri che sembrano già vinti (6-4, 6-7(6), 7-9).

10. Il paradosso del tennis australiano
Dopo Samantha Stosur e Casey Dellacqua, che ormai hanno una certa età, il ricambio del tennis femminile australiano sembra sia affidato alle tenniste europee. Giocatrici cioè che acquisiscono la nazionalità per matrimonio o per accordi con la federazione australiana in cambio di aiuti e assistenza tecnica: Gajdosova, Tomljanovic, Gavrilova. La promessa australiana di nascita e formazione  Ashleigh Barty solo da poco è tornata a in campo, dopo aver attraversato un lungo periodo di dubbi e incertezze.
Ma la questione diventa quasi paradossale se si pensa che invece per la Gran Bretagna giocano una tennista nata a Melbourne (Laura Robson) e una a Sydney (Joanna Konta).

11. Joanna Konta, nuova senza novità?
Metto subito le carte in tavola: Joanna Konta, la semifinalista di Melbourne 2016, non mi entusiasma.
Confesso che la conoscevo poco prima dei grandi progressi del 2015 e, siccome non mi piace spacciare per miei ragionamenti altrui, riporto quanto ho sentito durante una telecronaca di Eurosport inglese: il suo punto debole era il dritto e sarebbero stati proprio i progressi su questo colpo a permetterle il notevole salto di qualità degli ultimi mesi.
E oggi com’è? Una giocatrice alta 1,80, con una discreta mobilità, un bel servizio solido e una costante spinta nei due colpi da fondo. Sulla efficienza dei tre colpi-base non ci sono dubbi; ma poi è davvero difficile che di sua iniziativa ricorra ad altre soluzioni durante gli scambi. Quando l’ho vista sconfiggere Andrea Petkovic a Flushing Meadows 2015 ho pensato fossero due giocatrici piuttosto simili, solo che Joanna sbagliava un po’ meno e serviva un po’ meglio di Andrea.
Konta pratica cioè un tennis “basico”, ma non per questo poco efficace. In fondo anche Bouchard è stata accusata di essere ripetitiva, ma questo non le ha impedito di raggiungere ottimi risultati. Però l’anticipo della miglior Bouchard forse non ha eguali nel circuito (specie dal lato del rovescio) e questo se non altro la rende una giocatrice più caratterizzata rispetto a Konta.
A questo punto se Joanna saprà confermarsi ad alti livelli, ci saranno molte altre occasioni per seguirla e, per quanto mi riguarda, per cercare di capire un po’ meglio quali sono le sue particolarità.

12. Il ritorno di Anastasija Sevastova
Si è molto parlato della vicenda di Zhang Shuai (vedi dopo), ma a Melbourne non è stata l’unica giocatrice presente che ha attraversato clamorosi alti e bassi nella carriera; ancora più estremo è stato il caso di Anastasija Sevastova. Dopo essere anche stata tra le prime 40 del mondo e aver raggiunto il quarto turno agli Australian Open 2011, aveva annunciato il ritiro a soli 23 anni (è nata nel 1990) a causa dei continui infortuni. Ma poi all’inizio del 2015 è tornata a giocare e, ripartendo da zero, in una sola stagione è arrivata a ridosso delle cento. Se non sbaglio, nel 2015 nessuna ha compiuto un salto in avanti nel ranking WTA altrettanto grande.
Nel 2016 ha superato i tre turni di qualificazione agli Australian Open, conquistando un posto nel main draw di uno Slam dopo quattro anni di assenza dal grande tennis (ultimo Major disputato gli US Open 2011). Nel tabellone principale ha superato una acciaccata Gajdosova prima di perdere (6-3, 6-3) da Ana Ivanovic. E così, quasi all’improvviso, il tennis lettone si ritrova con due tenniste degne di nota, visto che oltre a Sevastova si sta affacciando ad alti livelli anche la giovanissima Ostapenko.

13. La fortuna di Zhang Shuai
La vicenda di Zhang Shuai è stata raccontata durante il torneo da tutti i media; a volte forse colorandola un po’ troppo, nel senso che pur essendo numero 133 del ranking non era proprio una sconosciuta; era pur sempre una ex numero 30, con qualche buon risultato alle spalle: successo in un International, quarti di finale a Roma, semifinale a Birmingham, vittorie contro Kvitova, Kuznetsova, Stephens etc.
A Melbourne ha disputato addirittura otto partite (vincendone sette): cinque nel tabellone principale e tre nelle qualificazioni. Nelle qualificazioni è stata la giocatrice che è emersa dal settore di Francesca Schiavone, grazie alla vittoria per 8-6 al terzo set contro Virginie Razzano (che aveva battuto Schiavone).
Prima degli Australian Open “vantava” un record negativo: quattordici partecipazioni nel main draw e quattordici sconfitte al primo turno. Tabù infranto superando addirittura la testa di serie numero 2 Simona Halep.
Negli ultimi tempi è difficile esprimere valutazioni certe sulle condizioni fisiche di Halep, per cui non so dire se il problema al tendine di Achille possa aver influito sull’esito della partita. Di sicuro però Zhang ha trovato al secondo turno Alizè Cornet menomata da un infortunio all’adduttore, e poi al quarto turno Madison Keys improvvisamente incapace di muoversi e di colpire con il rovescio a causa di un dolore alla coscia sinistra. Dopo quattordici sconfitte, molte dovute a sorteggi particolarmente impegnativi, a Melbourne Shuai è stata risarcita dalla buona sorte tutta in una volta.

14. La sfortuna di Misaki Doi
A proposito di fortuna. La giocatrice più sfortunata negli ultimi Slam? Forse Misaki Doi, la piccola (statura 1,59) mancina nata nell’aprile 1991 a Yokohama.
Roland Garros 2015: contro Ivanovic, Doi aveva messo sotto la sua avversaria (che poi sarebbe arrivata in semifinale) per un set e mezzo, grazie a un tennis di alto livello, con una aggressività oltre i suoi standard di gioco. A Parigi sembrava sul punto di travolgere la testa di serie numero 7 a suon di vincenti; invece Ana, al contrario del solito, era stata bravissima a non perdere la testa e a tenere duro, aspettando un leggero calo di Doi per risalire la corrente e chiudere il match a suo favore (3-6, 6-3, 6-4).
US Open 2015: a New York invece aveva perso da Bencic dopo aver mancato tre match point sul 7-5, 6-5 0-40 (servizio Bencic). Una partita che era stato uno psicodramma, con Belinda in lacrime per le valutazioni arbitrali (a suo dire) ingiuste, in un campo senza hawk-eye. Sfumati i tre match point consecutivi, Doi aveva finito per perdere 7-5, 6-7, 3-6.
Infine a Melbourne non ha sfruttato il match point al primo turno contro Kerber: sul 7-6, 6-5 30-40 (servizio Kerber). Molto scarno lo scambio fatale: servizio a uscire di Angelique e risposta fuori di Doi. Partita poi persa 7-6, 6-7, 3-6.
Mi rendo conto che parlare solo di sfortuna è limitativo: però a volte i match point si convertono anche con l’aiuto dell’avversaria, che in tutti questi casi non è mai arrivato. Al di là dei successi solamente sfiorati, credo che in queste occasioni Doi abbia comunque mostrato che il suo dritto è diventato sempre più incisivo e che può giocare un tennis superiore alla sua attuale classifica; se saprà confermarlo e non farsi abbattere dai tanti match finiti male, potrebbe scalare diverse posizioni nel ranking.

15. “Operazione 21”
Chiudo con un pensiero sciocchino e trascurabile. La sconfitta di Serena Williams contro Roberta Vinci agli US Open non solo le ha impedito di conquistare il grande Slam, ma anche di eguagliare il numero di Major vinti da Steffi Graf: 21 a 22.
Veder perdere Serena per mano dell’ultima giocatrice rimasta nel circuito con il rovescio alla Graf (cioè un monomane slice), mi aveva fatto immaginare che ci fosse un legame particolare tra Roberta e Steffi. Una specie di agente speciale, mandato in missione per salvaguardare il suo record.
Eccola lì, Graf, che segue la fatidica semifinale dalla stanza segreta nel covo del deserto del Nevada (ormai abita a Las Vegas); e che davanti allo schermo, accarezzando il gatto come nei film di 007, si gode i frutti ottenuti grazie alla sua arma a sorpresa: lo slice di rovescio, appunto.
Ora la “Operazione 21” è continuata con una seconda agente in azione, Angelique Kerber, che ha bloccato Williams dopo essere stata addestrata personalmente da “Fräulein Forehand”.
In vista dei prossimi Slam, sono in rampa di lancio nuove risorse: Petkovic e Goerges per la terra rossa di Parigi, mentre per l’erba di Wimbledon c’è naturalmente Sabine Lisicki, che un dispiacere a Serena lo ha già procurato, e che oltretutto di queste missioni se ne intende:

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

Roland Garros 2021: Barty, Swiatek o Sabalenka?

Negli ultimi sette anni le vincitrici dei tornei di preparazione sulla terra rossa non hanno mai vinto il successivo Roland Garros. Ma quest’anno potrebbe essere la volta buona per smentire i precedenti

Pubblicato

il

By

Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il Roland Garros 2021 si annuncia come il primo Slam quasi “normale”, almeno negli aspetti tecnici fondamentali. Rispetto agli ultimi Major, infatti, questa volta c’è stata la possibilità di affrontare i tornei di avvicinamento allo Slam senza particolari restrizioni, divieti o cancellazioni. E così le tenniste hanno potuto metabolizzare il passaggio alla terra rossa in modo simile a quanto avveniva nelle stagioni precedenti al coronavirus.

Facciamo un paragone con gli ultimi Major successivi al Covid. Annullato Wimbledon, lo US Open 2020 aveva visto prima drasticamente ridotta la stagione delle US Open Series, e poi una serie di forfait da parte di molte tenniste di vertice. Stesso problema per il Roland Garros autunnale, oltre tutto menomato dalla cancellazione di Stoccarda e Madrid, eventi fondamentali per l’approccio alla terra rossa.

Poi in vista dell’Australian Open 2021 abbiamo assistito a tornei della viglia con le partecipanti suddivise in base ai diversi gradi di quarantena. In sostanza sono intervenuti diversi fattori extra tecnici che non hanno certo agevolato l’avvicinamento delle atlete agli Slam.

 

Questa volta no. Andreescu a parte (per il suo caso rimando a più avanti), finalmente le giocatrici hanno potuto affrontare e scegliere i tornei di preparazione sulla base di valutazioni più tennistiche. I tornei ci hanno offerto parecchie indicazioni, e ciascuno di noi si è costruito una lista di possibili favorite proprio sulla base delle prestazioni mostrate nelle ultime settimane.

Prima di entrare nel merito delle partite più recenti, cominciamo con il riepilogo delle ultime stagioni, con i risultati dei quattro più importanti tornei disputati sulla terra rossa dal 2016 in poi: Stoccarda, Madrid, Roma, Parigi.

Come si vede, nessuna delle giocatrici vincenti in uno dei tre principali tornei di preparazione è poi riuscita, nella stessa stagione, a conquistare anche lo Slam. Per trovare il caso di una tennista capace di una impresa del genere occorre risalire al 2014, quando Maria Sharapova si affermò al Roland Garros essendo anche campionessa in carica sia di Stoccarda che di Madrid.

Riusciranno Barty, Sabalenka o Swiatek a emulare Sharapova? Sulla carta non sembra impossibile, visto che due di loro hanno già vinto anche a Parigi. Vediamo intanto come si presentano al via dello Slam le prime teste di serie.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

Continua a leggere

Al femminile

Gli Internazionali di Iga Swiatek

Al ritorno sulla terra battuta più tradizionale è di nuovo emersa la stella della campionessa in carica del Roland Garros

Pubblicato

il

By

Iga Swiatek -WTA Roma 2021- via Twitter-@InteBNLdItalia
Iga Swiatek - WTA Roma 2021- via Twitter-@InteBNLdItalia

Dopo l’ottimo WTA 1000 di Madrid, gli Internazionali di Italia appena conclusi non sono stati all’altezza dell’evento spagnolo. A Roma la partite di qualità si sono diradate, e alcuni match hanno deluso. Parere personale, naturalmente. Le cause sono diverse, anche perché nel tennis sono tante le variabili imprevedibili: la forma delle giocatrici, gli incroci determinanti dal sorteggio, le condizioni del clima, gli infortuni, etc.

Innanzitutto al Foro Italico abbiamo avuto due ritiri importanti a torneo in corso: quello di Ashleigh Barty e quello di Simona Halep. Due mancanze notevoli, considerando il loro valore sulla terra battuta. Poi anche la pioggia non ha aiutato a rendere lineari le fasi conclusive del torneo. E a tutto questo si è aggiunto il caso dell’ultima partita, la più importante, terminata in appena 48 minuti.

Cominciamo proprio dalla finale, dal 6-0 6-0 tra Swiatek e Pliskova. Dato di fatto: da quando esiste la WTA non era mai accaduto un risultato del genere in un torneo di questa importanza. Considerare quindi questa partita come un riferimento per valutare lo stato del tennis femminile (come ho visto fare da alcuni post su Ubitennis) a mio avviso non denota grande acume. Occorrerebbe saper distinguere la normalità dalla eccezionalità; ma se invece l’eccezione diventa unità di misura, allora vale tutto.

 

Dunque gli organizzatori non hanno avuto una buona finale femminile. Sicuramente sfortuna, ma forse si tratta anche di una nemesi, visto che a Roma le giocatrici sono spesso trattate in modo opinabile. Basta dare una occhiata alla programmazione per capirlo. Un esempio: quella di mercoledì 12 maggio, un giorno che non prevedeva pubblico e quindi non c’erano nemmeno preferenze esterne che potessero condizionare le decisioni.

Ebbene, mercoledì sono state programmate sul campo 1 e 2, due plurivincitrici Slam e una plurifinalista Slam: tutte insieme appassionatamente. Perché questa è la condizione dei campi 1 e 2. E così abbiamo assistito a Muguruza, Kvitova e Zvonareva (che si affrontavano fra loro) affiancate nei loro impegni ufficiali come sui campi pratica, separate solo dalla recinzione di un metro, con i giudici di sedia che chiamavano il punteggio parlandosi uno sopra l’altro.

In quel momento c’erano in campo contemporaneamente 4 titoli e 5 finali Slam. Ecco il conteggio: 3 titoli di Wimbledon, 1 del Roland Garros, più 2 finali all’Australian Open, 2 a Wimbledon e 1 allo US Open. Questo mentre negli stadi principali veniva riservato lo spazio privilegiato ad altri match quali Zverev vs Dellien, Mager vs Sonego o Bautista vs Garin. E lo ripeto: senza pubblico.

Anche l’avere costretto Iga Swiatek a disputare quarto di finale e semifinale con un tempo di riposo minimo non mi è parsa la scelta ideale. Mi si dirà: ma al dunque Iga ha comunque vinto, anzi stravinto. Bene per lei, ma qui non si tratta di valutare solo i risultati, quanto l’atteggiamento complessivo di chi concepisce il programma.

Se si parte da queste situazioni sorprende meno che, al terzo andirivieni dagli spogliatoi per pioggia, la numero 1 del mondo Ashleigh Barty abbia deciso di chiudere in quel momento la sua esperienza romana. Ashleigh si è ritirata dopo aver richiesto un Medical Time Out che si è risolto in un breve dialogo con la fisioterapista, senza nemmeno provare un trattamento.

Probabilmente Barty aveva in mente una gerarchia dell’importanza dei tornei, e ha trattato gli Internazionali come un qualsiasi impegno di preparazione in vista del Roland Garros. Anche se quest’anno lo Slam è stato posticipato di una settimana, e quindi avrebbe avuto sette giorni in più per il recupero.

La mia sensazione (magari sbaglio) è che per le tenniste di vertice la gerarchia degli eventi su terra battuta sia ormai questa. In ordine decrescente: Parigi, Madrid, Stoccarda, Roma. Già la vicinanza con Parigi non favorisce il torneo italiano, se poi aggiungiamo che, rispetto a Madrid e Stoccarda (che hanno il tetto), la pioggia può diventare una ulteriore fonte di problemi, si arriva a questa situazione.

In più anche il “back to back” di calendario Madrid-Roma non aiuta le protagoniste ad arrivare al meglio nei turni decisivi italiani. Il tennis attuale è uno sport molto esigente a livello atletico, e chi arriva in fondo a Madrid non ha molto tempo per ricaricare le pile. Insomma, il rischio è che a Roma aspetti logistici, extracampo, finiscano per influenzare la qualità complessiva delle partite, in campo.

Ricordo per esempio che lo scorso anno Pliskova si era ritirata in finale contro Halep, per un problema fisico accusato nelle fasi conclusive della semifinale vinta contro Vondrousova. Sulla carta Halep vs Pliskova era la migliore finale possibile, fra la testa di serie numero 1 e la numero 2, e invece anche quella volta si era risolta in una delusione per gli spettatori (6-0, 2-1 per Halep).

Sarebbe però un errore assimilare la finale del 2020 a quella del 2021. Intanto perché nel tennis le finali compromesse da ritiri sono relativamente frequenti, molto più di un doppio bagel a livello di WTA 1000 (come abbiamo visto). Lo scorso anno la partita non era stata in equilibrio perché Pliskova, generosamente, aveva provato a scendere in campo pur sapendo di non essere a posto. Quest’anno invece non sono stati fattori medici a incidere, ma un inatteso divario di rendimento. Inatteso, quanto meno, in queste proporzioni. Ma per questo grandi meriti vanno riconosciuti a Iga Swiatek.

a pagina 2: Iga Swiatek e il ranking

Continua a leggere

Al femminile

Aryna Sabalenka e il complesso degli Slam

Con il successo nel Premier 1000 di Madrid, Sabalenka raggiunge il proprio best ranking, ma anche un poco invidiabile record nella storia WTA

Pubblicato

il

By

Aryna Sabalenka - Wimbledon 2019

A Madrid si è disputato il secondo WTA 1000 della stagione, e si è rivelato un torneo ricco di partite di qualità, sin dai primi giorni. Turno dopo turno, su tutte sono emerse due giocatrici, Barty e Sabalenka, ciascuna a presidiare la parti opposte del tabellone, e quindi abbiamo potuto assistere alla miglior finale possibile.

Prima del match conclusivo, però, ci sono stati parecchi momenti degni di nota. Nella parte bassa del tabellone (quella di Sabalenka) in apertura di torneo l’interesse era concentrato su come se la sarebbe cavata Naomi Osaka al primo impegno della stagione sulla terra rossa. Naomi ha vinto all’esordio il derby giapponese contro Misaki Doi, ma si è fermata subito dopo contro Karolina Muchova, in un match nel quale sono apparsi evidenti i diversi gradi di adattamento delle due contendenti. Muchova a proprio agio sul rosso, Osaka in difficoltà a scaricare a terra la potenza su una superficie nella quale ancora fatica a spostarsi al meglio. E sappiamo che senza l’appoggio adeguato delle gambe a tennis non si va lontano.

Nei giorni successivi, mentre Sabalenka continuava a veleggiare spedita, Muchova e Pavlyuchenkova dovevano battagliare in partite maratona (contro Sakkari e Brady, e poi fra di loro), E non è stato da meno il match tra Halep e Mertens, con successo a sorpresa di Mertens, dopo due ore e tre quarti di lotta (4-6, 7-5, 7-5).

 

Ma ci sono state partite di qualità anche nella parte alta del tabellone (quella di Barty). Comincerei con Tamara Zidansek, sconfitta da Barty per 6-4, 1-6, 6-3. Zidansek ha sfoderato una giornata di grande ispirazione, molto simile a quella offerta al Roland Garros 2020, quando aveva impegnato allo spasimo Garbiñe Muguruza (con vittoria di Garbiñe per 7-5, 4-6, 8-6). Ancora mi domando come Zidansek sia in grado si raggiungere simili picchi di gioco e possa poi attraversare lunghi periodi nei quali si esprime a livelli molto inferiori.

Attesissimo anche il confronto fra le ultime due campionesse del Roland Garros. Barty e Swiatek. Ha prevalso la giocatrice più esperta e costante; Barty ha saputo approfittare degli alti e bassi che hanno penalizzato il talento di Swiatek. Notevole partita anche tra Kvitova e la vincitrice di Charleston Kudermetova, che, pur sconfitta, ha dimostrato di essere realmente diventata una giocatrice da terra. Ma va ricordato anche il quarto di finale tra la stessa Kvitova e Barty, che ha prevalso per 6-1, 3-6, 6-3, portando in parità il dato degli scontri diretti (5-5).

Infine citerei Paula Badosa, che ha dimostrato che la semifinale raggiunta a Charleston (dopo avere sconfitto nei quarti la numero 1 Ashleigh Barty) non era stata un caso. Badosa si è confermata in grande crescita spingendosi di nuovo in semifinale, uscendo vincitrice da una porzione di tabellone che in teoria doveva essere presidiata da Svitolina e Bencic.

La finale è stata la degna conclusione del torneo, e anche il terzo confronto nel giro di poche settimane tra Barty e Sabalenka. I precedenti dicevano Barty per 2-0. Ashleigh aveva infatti vinto in marzo sul cemento di Miami, a livello di quarti di finale, per 6-4, 6-7, 6-3. Poi, dopo il passaggio sul rosso, aveva confermato la supremazia nella recente finale di Stoccarda: 3-6, 6-0, 6-3.

A Madrid Sabalenka ha cominciato in modo travolgente, con un tennis vicino alla perfezione. Lo testimoniano le statistiche: 11 vincenti, un solo errore non forzato e conseguente 6-0 in 26 minuti. In pratica ha rifilato un bagel alla numero 1 del mondo, giocatrice considerata giustamente un modello di solidità.

Nel secondo set però Aryna ha cominciato a sbagliare di più, mentre Barty trovava più spesso risposte efficaci; gli scambi hanno cominciato ad allungarsi e il confronto si è spostato verso un genere di tennis più affine a quello di Barty. E così il 6-3 ha rimesso le cose in parità.

Nei due precedenti Ashleigh si era sempre imposta alla distanza, e anche nel terzo set di Madrid sembrava essere più in controllo. Tanto che quando, sul 3-4 e servizio, Sabalenka si è trovata sotto 15-30, ho pensato che si fosse vicini alla stessa conclusione di Miami e Stoccarda. Invece un parziale di undici punti a zero per Sabalenka ha chiuso la partita in modo opposto e inequivocabile. Nel corso di questo parziale da K.O. è affiorato un po’ di braccino da parte di Ashleigh, ma anche, da parte di Sabalenka, il profondo desiderio di scrollarsi di dosso le due sconfitte subite da poco. Dopo due set caratterizzati da una chiara prevalenza tecnica, direi che nel terzo a rivelarsi decisivi sono stati soprattutto gli aspetti mentali e agonistici.

Grazie a questo successo, Sabalenka conquista il best ranking di carriera, numero 4. A proposito di questa nuova posizione raggiunta, gli esperti di statistiche ci hanno rivelato un dato: nell’era open WTA è la prima volta che una tennista si arrampica fino al numero 4 della classifica, senza però essere mai andata oltre il quarto turno in uno Slam.

Scoperto questo dato, il popolo della rete si è sbizzarrito in parallelismi. Oltre a quello più ovvio (le giocatrici numero 1 mai vincitrici Slam) c’è chi ha citato il caso di Caroline Garcia, numero 4 con un solo quarto di finale Slam (Roland Garros 2017)

O quello di Elina Svitolina, salita al numero 3 nel settembre 2017 senza mai essere andata oltre i quarti di finale Slam (oggi però vanta due semifinali raggiunte nel 2019). O perfino quello di Steffi Graf, numero 4 del mondo nel febbraio 1986 senza avere ancora vinto un torneo a livello WTA: avrebbe colmato la lacuna in aprile, con il successo a Hilton Head (in finale su Chris Evert). Ricordo però che nella primavera 1986 Steffi non aveva ancora compiuto 17 anni…

Dati e numeri per tutti i gusti (spero non ci siano errori, non è semplice verificare certe statistiche), che vanno considerati senza dimenticare che una inevitabile caratteristica delle giocatrici più giovani sta nel raggiungere alcuni traguardi avendone altri ancora da conquistare.

In ogni caso stupisce che, al di là della posizione certificata dal ranking, una giocatrice come Sabalenka, capace di offrire fasi di tennis super-dominante, non sia ancora riuscita a essere protagonista nei Major. Vediamo come sono andate le cose fino a oggi per Aryna, tenendo presente che è nata il 5 maggio del 1998, e quindi ha appena compiuto 23 anni.

a pagina 2: I primi Slam di Aryna Sabalenka

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement