Quindici spunti dagli Australian Open femminili

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Quindici spunti dagli Australian Open femminili

I timori di Victoria Azarenka, Maria Sharapova e Kristyna Pliskova; le fortune di Zhang Shuai e le sfortune di Misaki Doi; il successo del tennis tedesco e il paradosso di quello australiano. E altro ancora sugli Australian Open 2016

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La sorprendente finale di Melbourne, con l’affermazione di Angelique Kerber ha rischiato di travolgere molti degli avvenimenti che erano accaduti agli Australian Open nei quindici giorni precedenti.
Questa settimana cerco di recuperare alcuni spunti che il torneo ha suggerito. A differenza del solito, però, nessuno è approfondito, anche perchè non sarebbe bastato lo spazio; ma forse su alcuni ci sarà il tempo di tornare con più calma in futuro.

1. I successi del tennis tedesco
Questo post l’avevo scritto dopo cinque giorni di torneo, come semplice considerazione sulle prime fasi degli Australian Open; poi però mi ero dimenticato di inserirlo nei commenti di Ubitennis (effetti collaterali degli orari notturni australiani):
“Il tennis tedesco mi sta sorprendendo per la capacità di rigenerarsi. E’ vero che sono uscite nei primi due turni Petkovic e Lisicki, Barthel e Goerges, Witthoeft e Maria (e non so se ho dimenticato qualche nome); ma in compenso sono ancora in corsa con Kerber, Friedsam, Siegemund e Beck. E per l’effetto della composizione del tabellone, se Kerber battesse Madison Brengle sarebbe certa la presenza di almeno una giocatrice tedesca nei quarti di finale.
A questa generazione per il momento è mancato l’acuto (il massimo raggiunto è stata la finale a Wimbledon di Lisicki) che invece è riuscito ad esempio al tennis italiano con gli Slam di Schiavone e Pennetta; ma se confrontiamo in prospettiva il movimento femminile italiano con quello tedesco, ipotizzando come potrebbero essere fra cinque anni, allora la valutazione si ribalta completamente”.
In quel momento come traguardo alla portata del tennis tedesco mi sembrava più plausibile un successo in Fed Cup. Invece nel giro di pochi giorni ci ha pensato Kerber a riempire la casella addirittura delle vittorie Slam.

2. Anna-Lena Friedsam: indoor e outdoor
Le doti di Anna-Lena Friedsam sul piano fisico-tecnico non passavano inosservate. Fra le cause che però le avevano impedito di raggiungere risultati all’altezza, secondo me c’era la difficoltà a costruire tatticamente lo scambio nel modo migliore.
Direi però che in linea generale è spesso così: chi pratica un tennis molto scarno, basato su pochi colpi, ha meno problemi a organizzare schemi adatti alle proprie caratteristiche, proprio perché le variabili a disposizione sono limitate. Chi invece ha molte alternative nel proprio arsenale di solito ha bisogno di tempi più lunghi per maturare tatticamente. A Melbourne Friedsam ha cominciato a “mettere insieme” i diversi pezzi del suo gioco, riuscendo per alcuni set contro Vinci e Radwanska a dare una maggiore efficacia al proprio tennis.
Va anche ricordato che ha disputato indoor entrambi i match e, visti i buoni risultati ottenuti in passato al coperto, probabilmente questo l’ha aiutata. Dopo il complicato 2015 (a causa del cambio di coach e di problemi al ginocchio) in questa stagione sarà interessante capire se i progressi saranno confermati anche outdoor.

 

3. Vika Azarenka e le occasioni mancate
Comincio con una ovvietà: per chi viene da periodi difficili, ritornare ai vertici significa anche dover recuperare la capacità di gestire la tensione determinata dalle grandi occasioni che tornano a presentarsi. Il percorso di risalita è impegnativo, e non sempre è sufficiente avere ritrovato la condizione fisica e quella tecnica: manca ancora il “clic” relativo alla condizione mentale; perché un conto è sconfiggere un’avversaria qualsiasi, un conto la numero uno del mondo. E un conto è giocare bene nel torneo WTA di Brisbane, un conto in uno Slam.
Per quanto riguarda Azarenka la questione era già emersa in occasione della partita di Madrid 2015 contro Serena: tre doppi falli consecutivi con cui aveva mancato l’ultimo dei tre match point e poi perso il game sul 6-5 terzo set. Che ancora qualcosa non quadri sotto questo aspetto si è visto anche a Melbourne contro Kerber: dopo l’inizio contratto che le era costato il primo set, Vika sembrava aver girato l’inerzia a suo favore, tanto da portarsi avanti nel secondo set per 5-2 40-0; però, malgrado cinque set point non è riuscita a chiudere il set, finendo per perdere cinque game consecutivi per il definitivo 3-6, 5-7.

4. Sharapova contro Serena Williams
Ecco alcuni dati relativi al rendimento al servizio di Sharapova negli ultimi Australian Open:
contro Hibino: 61% di prime, 11 ace, 2 doppi falli (ace – df: +9)
contro Sasnovich: 56% di prime, 4 ace, 3 doppi falli (+1)
contro Davis: 62% di prime, 16 ace, 5 doppi falli (+11)
contro Bencic: 47% di prime, 21 ace, 7 doppi falli (+14)
contro Serena: 55% di prime, 3 ace, 7 doppi falli (- 4)

Ho scritto di recente sulla rivalità tra Serena e Maria, in particolare per quanto riguarda i loro confronti australiani. Pensare che il record negativo di Sharapova contro Williams (19 sconfitte, di cui 18 consecutive) sia frutto esclusivamente di un complesso psicologico vorrebbe dire non conoscere le caratteristiche tecniche delle giocatrici: senza dubbio il maggiore problema di Maria dipende da una componente fisico-tecnica, visto che si trova di fronte una giocatrice che le disinnesca le armi migliori. Ma a mio avviso che ci sia anche una parte di incidenza della componente mentale, magari piccola, lo si deduce dai numeri citati sopra.

5. Il reset di Petra Kvitova
Dopo il 2015 condizionato dalla mononucleosi, prima che cominciasse la nuova stagione Kvitova ha annunciato che gli ultimi esami clinici non hanno più rivelato anomalie: dovrebbe essere finalmente guarita. Ma il 2016 è iniziato con seri problemi tecnici; non mi ricordo di averla vista così mal messa nella esecuzione di certi colpi: servizio poco incisivo e, soprattutto, problemi di timing dalla parte del rovescio. Dopo la netta sconfitta contro Gavrilova è arrivata la decisione di divorziare dallo storico coach David Kotyza.
Dovessi sintetizzare la situazione, direi che è come se Petra stesse ripartendo da zero: per quanto riguarda la salute, il team tecnico ma anche la condizione di forma, particolarmente deficitaria.

6. La delusione delle giovani
Dopo il 2014 con la costanza ad alti livelli di Bouchard (due semifinali e una finale), e il 2015 con la semifinale di Keys agli Australian Open e la finale a Wimbledon di Muguruza, sono già due gli Slam in cui le giovani non riescono ad arrivare in fondo. A New York Mladenovic si era fermata ai quarti, a Melbourne nessuna è andata oltre il quarto turno.
Ricordo infatti che, pur essendo una novità, Joanna Konta compirà 25 anni fra tre mesi (è nata il 17 maggio 1991) e quindi è un po’ troppo ottimistico considerarla una giovane. Non penso che questa mancanza di nuove leve sia un dato destinato a diventare strutturale, ma non resta che aspettare i prossimi Slam per scoprire se sarà vero o no.

7. Sloane Stephens, ancora incompiuta
Nel 2013, a soli 19 anni, Stephens era stata protagonista di un eccezionale Australian Open, quando aveva sconfitto Serena Williams ed era stata eliminata in semifinale anche grazie ad una gestione del MTO piuttosto discutibile da parte di Azarenka. Quest’anno Sloane si era presentata a Melbourne fresca del secondo titolo in carriera (vittoria ad Auckland, senza perdere un set). Vale a dire con buone aspettative; risultato: fuori al primo turno dopo un secco 6-3, 6-3 contro la qualificata Qiang Wang.
Malgrado tutto, rimango dell’idea che Sloane sia la più completa sul piano tecnico fra chi è attorno ai vent’anni, e che fisicamente abbia tutto per giocare bene a tennis: grande velocità, reattività ma anche potenza e discreta resistenza. Però a me spesso dà la sensazione che non riesca a scendere in campo con la giusta convinzione e applicazione.

8. I progressi tecnici di Kristina Mladenovic
Una delle partite più combattute del torneo è stata quella vinta da Gavrilova contro Mladenovic (6-4, 4-6, 11-9). Curiosità: il match è stata la rivincita della finale Roland Garros Junior 2009, allora a favore dalla giocatrice francese per 6-3, 6-2.
Devo però dire che, malgrado la sconfitta, mi ha colpito in positivo Mladenovic: per la prima volta da quando l’ho vista giocare in una situazione di grande stress, il suo rovescio non è andato in crisi. Non sono mai stato del tutto convinto sulle possibilità ad alto livello di Kiki proprio per questo problema: nei momenti davvero importanti affioravano evidenti i problemi legati al colpo più costruito (il rovescio).
Contro una giocatrice molto rapida come Gavrilova non sempre era possibile ricorrere al dropshot, che Mladenovic spesso utilizza per evitare di spingere dalla sua parte sinistra; e così, anche se a Melbourne ha perso, ha finalmente colpito di rovescio con buona efficacia mostrando non solo più coraggio, ma soprattutto un progresso tecnico nel colpo più debole. Se i miglioramenti saranno confermati, allora penso che i traguardi alla sua portata possano diventare più ambiziosi.

9. Kristyna Pliskova, record di ace ma anche di timori
Per quanto mi riguarda gli ultimi Australian Open sono stati l’occasione per approfondire la conoscenza di Kristyna Pliskova, che ultimamente era un po’ scomparsa dai radar, offuscata dei progressi della gemella Karolina.
Qualche ragione sul perché Karolina sia entrata in top ten mentre invece la sorella mancina Kristyna fatichi a superare la soglia delle prime cento mi pare sia emersa; tutte e due servono molto bene, ma nei fondamentali dello scambio secondo me Karolina è molto più incisiva e coraggiosa.
Parlo di coraggio perché mi ha colpito il modo in cui Kristyna ha affrontato i punti importanti sia contro Stosur che contro Puig: efficace e aggressiva, in grado di sfornare ace a ripetizione se si trattava di risalire nel game o nel set; ma invece titubante e incerta quando si trattava di consolidare le situazioni di vantaggio per chiudere i game e vincere il match.
Contro Stosur è stata aiutata dai cronici timori che affliggono Samantha quando gioca di fronte al pubblico di casa; ma contro Puig non sono bastati match point consecutivi per avere la meglio: avanti 6-4 nel tiebreak del secondo set, Pliskova ha perso quattro punti di fila, nei quali invece che giocare il dritto normale si è messa a colpire il dritto slice, in stile Niculescu, tanto il “braccino” la paralizzava. Di fronte a queste incertezze anche i 31 ace messi a segno, record per il tennis femminile, diventano insufficienti e si perdono incontri che sembrano già vinti (6-4, 6-7(6), 7-9).

10. Il paradosso del tennis australiano
Dopo Samantha Stosur e Casey Dellacqua, che ormai hanno una certa età, il ricambio del tennis femminile australiano sembra sia affidato alle tenniste europee. Giocatrici cioè che acquisiscono la nazionalità per matrimonio o per accordi con la federazione australiana in cambio di aiuti e assistenza tecnica: Gajdosova, Tomljanovic, Gavrilova. La promessa australiana di nascita e formazione  Ashleigh Barty solo da poco è tornata a in campo, dopo aver attraversato un lungo periodo di dubbi e incertezze.
Ma la questione diventa quasi paradossale se si pensa che invece per la Gran Bretagna giocano una tennista nata a Melbourne (Laura Robson) e una a Sydney (Joanna Konta).

11. Joanna Konta, nuova senza novità?
Metto subito le carte in tavola: Joanna Konta, la semifinalista di Melbourne 2016, non mi entusiasma.
Confesso che la conoscevo poco prima dei grandi progressi del 2015 e, siccome non mi piace spacciare per miei ragionamenti altrui, riporto quanto ho sentito durante una telecronaca di Eurosport inglese: il suo punto debole era il dritto e sarebbero stati proprio i progressi su questo colpo a permetterle il notevole salto di qualità degli ultimi mesi.
E oggi com’è? Una giocatrice alta 1,80, con una discreta mobilità, un bel servizio solido e una costante spinta nei due colpi da fondo. Sulla efficienza dei tre colpi-base non ci sono dubbi; ma poi è davvero difficile che di sua iniziativa ricorra ad altre soluzioni durante gli scambi. Quando l’ho vista sconfiggere Andrea Petkovic a Flushing Meadows 2015 ho pensato fossero due giocatrici piuttosto simili, solo che Joanna sbagliava un po’ meno e serviva un po’ meglio di Andrea.
Konta pratica cioè un tennis “basico”, ma non per questo poco efficace. In fondo anche Bouchard è stata accusata di essere ripetitiva, ma questo non le ha impedito di raggiungere ottimi risultati. Però l’anticipo della miglior Bouchard forse non ha eguali nel circuito (specie dal lato del rovescio) e questo se non altro la rende una giocatrice più caratterizzata rispetto a Konta.
A questo punto se Joanna saprà confermarsi ad alti livelli, ci saranno molte altre occasioni per seguirla e, per quanto mi riguarda, per cercare di capire un po’ meglio quali sono le sue particolarità.

12. Il ritorno di Anastasija Sevastova
Si è molto parlato della vicenda di Zhang Shuai (vedi dopo), ma a Melbourne non è stata l’unica giocatrice presente che ha attraversato clamorosi alti e bassi nella carriera; ancora più estremo è stato il caso di Anastasija Sevastova. Dopo essere anche stata tra le prime 40 del mondo e aver raggiunto il quarto turno agli Australian Open 2011, aveva annunciato il ritiro a soli 23 anni (è nata nel 1990) a causa dei continui infortuni. Ma poi all’inizio del 2015 è tornata a giocare e, ripartendo da zero, in una sola stagione è arrivata a ridosso delle cento. Se non sbaglio, nel 2015 nessuna ha compiuto un salto in avanti nel ranking WTA altrettanto grande.
Nel 2016 ha superato i tre turni di qualificazione agli Australian Open, conquistando un posto nel main draw di uno Slam dopo quattro anni di assenza dal grande tennis (ultimo Major disputato gli US Open 2011). Nel tabellone principale ha superato una acciaccata Gajdosova prima di perdere (6-3, 6-3) da Ana Ivanovic. E così, quasi all’improvviso, il tennis lettone si ritrova con due tenniste degne di nota, visto che oltre a Sevastova si sta affacciando ad alti livelli anche la giovanissima Ostapenko.

13. La fortuna di Zhang Shuai
La vicenda di Zhang Shuai è stata raccontata durante il torneo da tutti i media; a volte forse colorandola un po’ troppo, nel senso che pur essendo numero 133 del ranking non era proprio una sconosciuta; era pur sempre una ex numero 30, con qualche buon risultato alle spalle: successo in un International, quarti di finale a Roma, semifinale a Birmingham, vittorie contro Kvitova, Kuznetsova, Stephens etc.
A Melbourne ha disputato addirittura otto partite (vincendone sette): cinque nel tabellone principale e tre nelle qualificazioni. Nelle qualificazioni è stata la giocatrice che è emersa dal settore di Francesca Schiavone, grazie alla vittoria per 8-6 al terzo set contro Virginie Razzano (che aveva battuto Schiavone).
Prima degli Australian Open “vantava” un record negativo: quattordici partecipazioni nel main draw e quattordici sconfitte al primo turno. Tabù infranto superando addirittura la testa di serie numero 2 Simona Halep.
Negli ultimi tempi è difficile esprimere valutazioni certe sulle condizioni fisiche di Halep, per cui non so dire se il problema al tendine di Achille possa aver influito sull’esito della partita. Di sicuro però Zhang ha trovato al secondo turno Alizè Cornet menomata da un infortunio all’adduttore, e poi al quarto turno Madison Keys improvvisamente incapace di muoversi e di colpire con il rovescio a causa di un dolore alla coscia sinistra. Dopo quattordici sconfitte, molte dovute a sorteggi particolarmente impegnativi, a Melbourne Shuai è stata risarcita dalla buona sorte tutta in una volta.

14. La sfortuna di Misaki Doi
A proposito di fortuna. La giocatrice più sfortunata negli ultimi Slam? Forse Misaki Doi, la piccola (statura 1,59) mancina nata nell’aprile 1991 a Yokohama.
Roland Garros 2015: contro Ivanovic, Doi aveva messo sotto la sua avversaria (che poi sarebbe arrivata in semifinale) per un set e mezzo, grazie a un tennis di alto livello, con una aggressività oltre i suoi standard di gioco. A Parigi sembrava sul punto di travolgere la testa di serie numero 7 a suon di vincenti; invece Ana, al contrario del solito, era stata bravissima a non perdere la testa e a tenere duro, aspettando un leggero calo di Doi per risalire la corrente e chiudere il match a suo favore (3-6, 6-3, 6-4).
US Open 2015: a New York invece aveva perso da Bencic dopo aver mancato tre match point sul 7-5, 6-5 0-40 (servizio Bencic). Una partita che era stato uno psicodramma, con Belinda in lacrime per le valutazioni arbitrali (a suo dire) ingiuste, in un campo senza hawk-eye. Sfumati i tre match point consecutivi, Doi aveva finito per perdere 7-5, 6-7, 3-6.
Infine a Melbourne non ha sfruttato il match point al primo turno contro Kerber: sul 7-6, 6-5 30-40 (servizio Kerber). Molto scarno lo scambio fatale: servizio a uscire di Angelique e risposta fuori di Doi. Partita poi persa 7-6, 6-7, 3-6.
Mi rendo conto che parlare solo di sfortuna è limitativo: però a volte i match point si convertono anche con l’aiuto dell’avversaria, che in tutti questi casi non è mai arrivato. Al di là dei successi solamente sfiorati, credo che in queste occasioni Doi abbia comunque mostrato che il suo dritto è diventato sempre più incisivo e che può giocare un tennis superiore alla sua attuale classifica; se saprà confermarlo e non farsi abbattere dai tanti match finiti male, potrebbe scalare diverse posizioni nel ranking.

15. “Operazione 21”
Chiudo con un pensiero sciocchino e trascurabile. La sconfitta di Serena Williams contro Roberta Vinci agli US Open non solo le ha impedito di conquistare il grande Slam, ma anche di eguagliare il numero di Major vinti da Steffi Graf: 21 a 22.
Veder perdere Serena per mano dell’ultima giocatrice rimasta nel circuito con il rovescio alla Graf (cioè un monomane slice), mi aveva fatto immaginare che ci fosse un legame particolare tra Roberta e Steffi. Una specie di agente speciale, mandato in missione per salvaguardare il suo record.
Eccola lì, Graf, che segue la fatidica semifinale dalla stanza segreta nel covo del deserto del Nevada (ormai abita a Las Vegas); e che davanti allo schermo, accarezzando il gatto come nei film di 007, si gode i frutti ottenuti grazie alla sua arma a sorpresa: lo slice di rovescio, appunto.
Ora la “Operazione 21” è continuata con una seconda agente in azione, Angelique Kerber, che ha bloccato Williams dopo essere stata addestrata personalmente da “Fräulein Forehand”.
In vista dei prossimi Slam, sono in rampa di lancio nuove risorse: Petkovic e Goerges per la terra rossa di Parigi, mentre per l’erba di Wimbledon c’è naturalmente Sabine Lisicki, che un dispiacere a Serena lo ha già procurato, e che oltretutto di queste missioni se ne intende:

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Jamie Hampton era speciale

Si è definitivamente conclusa la carriera di una giocatrice tanto talentuosa quanto sfortunata. Una tennista difficile da dimenticare malgrado abbia giocato ad alti livelli per pochi mesi

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Jame Hampton - Australian Open 2013

La scorsa settimana Jamie Hampton ha chiuso con il tennis professionistico: ha annunciato il ritiro con un tweet pubblicato martedì 19 maggio. A prima vista sembrerebbe una modalità consueta per i nostri tempi, se non fosse per un “dettaglio” che rende il tutto quasi incredibile: la fine ufficiale è arrivata a distanza di oltre sei anni dall’ultima partita disputata.

Dobbiamo risalire al 3 gennaio 2014, ad Auckland, torneo di apertura del circuito WTA. Hampton è reduce da uno stop di tre mesi (ultimo match allo US Open 2013), ma sembra avere recuperato la condizione. Jamie sta per compiere 24 anni (è nata l’8 gennaio 1990) ed è diventata stabile Top 30. In Nuova Zelanda sconfigge Tamira Paszek, Kristyna Pliskova e infine Lauren Davis; in questo modo raggiunge la semifinale dove la aspetta Venus Williams.

È un incoraggiante avvio di stagione, ma il primo confronto della sua carriera contro Venus non si svolgerà mai: un problema all’anca la costringe a dare forfait. Spiega in conferenza stampa: “Stamattina stavo facendo il riscaldamento, e sul finire ho deciso di tirare ancora un paio di colpi; e semplicemente mi si è bloccata l’anca. Ho parlato con il fisioterapista e il dottore: se fossi scesa in campo ci sarebbe stata la possibilità di aggravare la situazione.
È incredibilmente deludente. Mi sarebbe piaciuto poter affrontare una campionessa come Venus, e magari avere l’opportunità di giocare una finale e vincere il mio primo titolo. Ma così vanno le cose, fa parte del gioco e dell’essere un’atleta. Fosse accaduto lo scorso anno, sarei stata devastata, ma ho fatto molta strada per quanto riguarda la maturità e ho intenzione di fare i passi giusti in vista dell’Australian Open”.

 

Lo Slam è alle porte, occorre essere prudenti per non comprometterlo. Il forfait sembra una scelta precauzionale, invece la situazione non migliora. Hampton deve prima rinunciare allo Slam, e poi affrontare non uno, ma addirittura due interventi all’anca. Lo svela Chris Evert con un tweet del 9 febbraio. L’anca è uno dei punti più critici per chi gioca a tennis, e una doppia operazione cambia la prospettiva sul rientro: non più qualche settimana, ma parecchi mesi.

Di rinvio in rinvio, termina il 2014. E non basta un secondo tweet di Chris Evert del gennaio 2015 (che annuncia la ripresa degli allenamenti nella sua Academy) a cambiare davvero la situazione: anche la prima metà del 2015 passa senza che Hampton torni a competere. Ci si chiede cosa stia succedendo, fino a quando, nel mese di agosto, Jamie rilascia una intervista al sito WTA che racconta dettagli medici preoccupanti: “Ho avuto un totale di sei interventi chirurgici. All’anca destra, all’anca sinistra, al tendine di Achille sinistro, al gomito destro, al tendine di Achille destro, e di nuovo all’anca destra. Il problema al tendine di Achille destro è emerso quando ero in stampelle dopo l’operazione al tendine sinistro. La terza operazione all’anca (la seconda a destra) si è resa necessaria perché avevo accumulato un sacco di tessuto cicatriziale. La parte sinistra ora va bene, i principali problemi sono stati a destra: anca e tendine di Achille”.

Si scopre così che l’anno e mezzo trascorso lontano dai campi non è stato un “normale” periodo di operazione e convalescenza, quanto un autentico calvario chirurgico. L’unico piccolo segnale di speranza si ritrova nella frase “It’s definitely not over”. È la frase che conclude la risposta alla domanda su cosa dire ai tifosi che si preoccupano per lei: “Ai tifosi dico che li amo, e che se avessi risposte certe sul mio futuro sarei felice di dargliele. Ma purtroppo non ne ho. Ma sono ancora concentrata sul tennis, ci sto ancora provando, e quindi di sicuro non è finita.

L’intervista dell’agosto 2015 lascia tutti sospesi, incerti su cosa pensare per il suo futuro, anche perché non si avranno più novità per molto tempo. Tanto per dare una idea: nel luglio 2016 (in pratica un anno dopo) a Wimbledon, dove ero presente come inviato, avevo provato a chiedere di lei a qualche giornalista americano, senza avere notizie. Allora ho chiesto aiuto a Ubaldo Scanagatta, confidando sulla sua sterminata rete di conoscenze internazionali. Niente anche dai suoi contatti; tutto fermo all’intervista del 2015.

Un minimo aggiornamento arriva finalmente da un’altra intervista del maggio 2017, rilasciata per un podcast del giornalista del New York Times Ben Rothenberg. Su 50 minuti di colloquio, Jamie dedica pochi secondi per spiegare la sua situazione medica. La sensazione è che non abbia molta voglia di parlarne. Rettifica alcune voci sbagliate e spiega in estrema sintesi: “Non è vero che ho avuto sei interventi chirurgici all’anca. In realtà ho avuto più di sei interventi, in diverse parti del corpo, ma non tutti all’anca. E anche se una operazione è sempre una operazione, alcune sono state operazioni “minori”, di facile recupero. Non voglio dire quante ne ho avute in totale, ma sono state più di sei”.

Significa quindi che fra il 2015 e il 2017 Jamie è tornata ancora sotto i ferri. Mentre per quanto riguarda il futuro non è cambiata la posizione: “Non so se giocherò ancora o no, ma non ho ancora deciso di abbandonare e passare oltre, verso qualcosa di diverso”.

È assolutamente legittimo che una giocatrice voglia tutelare la propria privacy, non entrando nel dettaglio delle vicissitudini mediche. Se racconto tutto questo è perché credo di non essere stato il solo interessato alle traversie di Jamie Hampton. Molti appassionanti hanno sperato che potesse tornare a giocare: malgrado il periodo vissuto ad alti livelli in WTA fosse stato molto breve, Hampton aveva suscitato una profonda impressione. È venuto il momento di provare a spiegare perché. Facendo un ulteriore passo indietro nel tempo.

a pagina 2: Gli inizi e l’affermazione

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I migliori colpi in WTA: le demivolée

Decima puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Chi possiede le demivolée più efficaci del circuito?

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Ons Jabeur

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il terzo tema del gioco di rete: le demivolée di dritto e di rovescio. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking.

Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all‘articolo di due settimane fa. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
– Overhead

 

Le demivolée
Ormai in questa serie di articoli l’ho scritto infinite volte: nel tennis contemporaneo il gioco di rete è diventato minoritario, poco praticato rispetto a periodi del passato ricchi di giocatrici che adottavano il serve&volley o che comunque cercavano la rete con insistenza. Di conseguenza anche la demivolée è diventata un colpo più raro; anzi forse il più raro di tutti, visto che si devono verificare situazioni particolari perché venga utilizzato in uno scambio.

D’altra parte, nel tennis di oggi, basato sulla aggressività del gioco da fondo, sono aumentate le occasioni nelle quali si colpisce di mezzo volo dalla linea di fondo. Una scelta compiuta per non perdere campo e non lasciare l’iniziativa alla avversaria.

Occorre quindi un chiarimento, perché il colpo di controbalzo da fondo campo e quello nei pressi della rete richiedono doti un po’ differenti. In quello effettuato da dietro, che normalmente è eseguito su palle molto veloci, è necessario soprattutto un grande timing; in quello eseguito in avanti, di solito eseguito su palle più lente, è richiesta soprattutto una grande “mano”. Questo non significa che non possa capitare di giocare anche da fondo colpi tecnicamente molto simili alle demivolée “da rete”, ma si tratta di situazioni molto meno frequenti.

Per rimanere nel tema prestabilito, noi qui ci interessiamo del colpo giocato in avanti. Destrezza, sensibilità, rapidità di pensiero, capacità da giocoliere, sono alcune delle doti che aiutano a diventare abili esecutrici di demivolée nei pressi della rete. Ma aggiungerei anche una questione mentale. Per primeggiare nella demivolée è indispensabile un atteggiamento deciso e sereno: per riuscire in questo genere di colpi si deve essere convinte che attraverso il movimento in avanti si sta mettendo la maggiore pressione possibile all’avversaria.

Se, al contrario, chi si trova a rete si sente indebolita, come se fosse uscita dalla trincea inerme di fronte all’artiglieria nemica, allora è molto probabile che al momento di eseguire una demivolée si farà prendere dall’ansia, e finirà per sbagliare il colpo. Di recente in una intervista rilasciata a Eurosoport, Simona Halep ha detto testualmente: “Mi spavento quando sono nei pressi della rete” (“I get scared when I am around the net”). Si capisce che con uno stato d’animo del genere tutto diventa più difficile.

Veniamo alla scelta dei nomi. Avessi scritto questo articolo un paio di anni fa, avrei segnalato innanzitutto due giocatrici, che purtroppo nel frattempo si sono ritirate: Agnieszka Radwanska e Magdalena Rybarikova. Radwanska racchiudeva in sé il meglio sul piano della improvvisazione e della delicatezza di mano; Rybarikova invece era una specie di giocoliera prestata al tennis: in diverse interviste aveva raccontato come sin da piccola eccellesse in qualsiasi attività di destrezza eseguita con la palla, ben al di là delle esigenze richieste dal suo sport professionistico.

Senza loro due in gara, la scelta è diventata più ardua. Anche perché sono così infrequenti le occasioni in cui si esegue una demivolée che risulta davvero difficile, almeno per me, stabilire una gerarchia precisa. Sinceramente faccio anche fatica a separare l’esecuzione di dritto da quella di rovescio, ed è la ragione per cui ho preferito definire una graduatoria comune.

In sostanza mi sono trovato a non avere certezze granitiche. Per cui se avrete da ridire su chi è stata esclusa e chi no, ammetto subito di non possedere argomenti davvero persuasivi per difendere le mie posizioni. Tra le escluse cito (in ordine alfabetico): Andreescu, Bertens, Garcia, Kontaveit, Kuznetsova, Kvitova, Mertens, Sevastova, Stephens, Townsend, Vekic, Vondrousova, Serena Williams, Zheng Saisai.

Per la stessa difficoltà a definire valori precisi, alla fine ho sì scelto dieci nomi, ma ho preferito rinunciare a una gerarchia di merito. Mi sono limitato all’ordine alfabetico. Se ne avrete voglia, lascio a voi stabilire chi dovrebbe occupare le posizioni più alte della classifica di questa settimana.

a pagina 2: I primi cinque nomi (dalla A alla L)

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I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio

Nona puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Chi possiede i colpi al volo di rovescio più efficaci del circuito?

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Karolina Muchova - WTA Elite Trophy 2019

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il secondo tema del gioco di rete: volèe e schiaffi al volo di rovescio. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking. Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all’articolo della scorsa settimana. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
– Overhead

Volée e schiaffo al volo di rovescio
Cambiano le epoche, cambiano gli attrezzi, cambiano le tecniche e le esecuzioni dei colpi, e di conseguenza devono cambiare anche i criteri di valutazione. Nell’epoca delle racchette di legno e del rovescio prevalentemente a una mano, probabilmente era più semplice e naturale eseguire la volée di rovescio che quella di dritto. Oggi non sono sicuro sia più così. Del resto, nell’epoca della racchette di legno, non esisteva nemmeno lo schiaffo al volo (swinging volley) come colpo codificato; il primo a utilizzarlo regolarmente direi che è stato Andrè Agassi e poi si è diffuso con successo nel tennis femminile, per esempio grazie alle sorelle Williams.

 

Per quanto riguarda il gioco di volo, dalla parte del rovescio si sono avuti cambiamenti ancora più evidenti rispetto al dritto. Nel tennis contemporaneo la gran parte delle giocatrici esegue il rovescio da fondo a due mani in topspin, e una tecnica simile viene riproposta per lo schiaffo. Ma la volée classica prevede l’uso di una sola mano: in sostanza si è determinata una differenza profonda tra due opzioni che a volte possono essere quasi intercambiabili, almeno su alcune traiettorie.

Ma questo è solo un aspetto, le cose sono più complesse di così. Per la giocatrice che si presenta a rete, infatti, non si tratta semplicemente di decidere se staccare o no una mano prima di colpire, perché schiaffo o volée implicano non solo gesti differenti, ma anche differenti impugnature (e questo vale anche per il dritto). Alla fine tutto questo si traduce in un ulteriore problema per chi decide di abbandonare lo scambio da fondo e avventurarsi in avanti.

Per chi nello scambio da fondo si affida quasi esclusivamente al rovescio bimane in topspin, l’esecuzione della volée classica è diventata qualcosa di molto lontano, dalla meccanica del tutto a sé stante, a volta anche abbastanza indigesta. Tanto è vero che capita di vedere perfino volée bimani; anche se la presa doppia implica limiti oggettivi e ineliminabili negli allunghi.

Una volée bimane di Barbora Strycova a Wimbledon

Se aggiungiamo che quando si è a rete i tempi per decidere sono più ristretti, si capisce quanto diventi importante possedere un istinto capace di scegliere in un attimo l’esecuzione più adatta a cui affidarsi. E forse per alcune tenniste la difficoltà nel districarsi tra le diverse opzioni contribuisce alla riluttanza nel muoversi in avanti.

Tutto sommato, oggi si percepisce una maggiore sicurezza nei confronti della volée classica di rovescio da parte delle giocatrici che da fondo campo sono abituate a colpire anche slice a una mano; questo perché ritrovano anche nel colpo senza rimbalzo una esecuzione affine.

A tutto ciò va aggiunta una questione fondamentale, che vale sia per i colpi di dritto che di rovescio: per essere una buona giocatrice di rete in singolare, è indispensabile sapere eseguire nel modo migliore la transizione. Ne ho già parlato a lungo la scorsa settimana, qui ci ritorno in sintesi. Innanzitutto questo: per scendere a rete, se si è veloci e scattanti è meglio, ma in realtà per eseguire una buona discesa occorre innanzitutto avere sensibilità tattica. Sensibilità per capire quando partire in avanti, quando effettuare lo split step, e quando terminare l’avanzamento con l’esecuzione del colpo vero e proprio.

Chi è più tempista, ed è capace di far coincidere al centesimo di secondo lo split step con la lettura della direzione del colpo avversario, poi si troverà con i tempi ideali per direzionare la corsa e finalizzarla con l’esecuzione del colpo. Chi invece non riuscirà a sviluppare la sequenza in modo appropriato, trovandosi in ritardo (o peggio ancora in controtempo) probabilmente avrà perso il punto prima ancora di avere raggiunto la rete.

Ecco perché non conta poi così tanto essere buone doppiste: è molto diverso eseguire la volée o lo schiaffo al volo in continuità con la corsa in avanti, rispetto alla situazione più statica del gioco di coppia. E così, se dovessi dire chi sono oggi le migliori volleatrici di rovescio, più che alle doppiste penserei alle giocatrici in possesso di due caratteristiche. Primo: la capacità di effettuare la transizione al meglio. Secondo: avere familiarità con le esecuzioni in backspin, cioè con il rovescio slice da fondo campo.

Prima di presentare la classifica delle prime dieci, il solito spazio dedicato alle escluse dell’ultima scrematura. Citerei intanto qualche singolarista ottima anche nel doppio: Elise Mertens, Kiki Mladenovic, Hsieh Su-Wei. Ma a loro aggiungerei anche Top 30 meno vincenti nel tennis di coppia come Johanna Konta, Garbiñe Muguruza e Donna Vekic.

Ultima nota. Sono stato tentato di inserire fra le prescelte Camila Giorgi, penalizzata però da una stagione 2019 opaca; di sicuro nel 2018 aveva dimostrato di avere sviluppato una ottima fase di transizione, caratterizzata da tempi precisi e grande rapidità. E questa dote le aveva permesso di vincere partite importanti a Wimbledon, sino a raggiungere i quarti di finale. Ricordo una statistica di quel torneo: fra le otto giocatrici approdate almeno ai quarti, nessuna aveva vinto tanti punti a rete quanto Camila. Come interpretare il dato? Anche se con una tecnica di volo non proprio fluidissima (però molto decisa), Giorgi aveva dimostrato che grazie alla qualità nella transizione si possono ottenere risultati significativi a rete.

a pagina 2: Le posizioni dalla 10 alla 6

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