Roland Garros femminile, una nuova generazione si affaccia al potere

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Roland Garros femminile, una nuova generazione si affaccia al potere

Con la vittoria di Garbiñe Muguruza in finale su Serena Williams è tornata ad affermarsi negli Slam una giocatrice sotto i 23 anni. Ma non è stata l’unica giovane a farsi notare a Parigi

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Il Roland Garros 2016 è stato un torneo con alcuni aspetti di continuità con il recente passato, ma anche con una novità di grande importanza. Da una parte, infatti, i quindici giorni di partite hanno confermato la sensazione di fluidità e labilità delle gerarchie attuali; ma, dall’altra, invece, per la prima volta è stata una tennista giovane a diventare protagonista, vincendo il titolo. E dato che nel tennis contemporaneo gli Slam sono diventati i riferimenti fondamentali per stabilire i valori in campo, la vittoria di Muguruza assume una portata estremamente significativa.

Ma prima di fare ragionamenti ad ampio respiro vorrei tornare sul torneo appena concluso. Comincerei con il dire che il cattivo tempo non ha solo influito sulla programmazione, ma ha avuto ricadute anche sugli aspetti tecnici, e quindi sui risultati. Le continue piogge e la grande umidità hanno determinato condizioni di gioco particolari: hanno appesantito campi e palline, favorendo le tenniste fisicamente più potenti, in grado di spingere la palla autonomamente senza avere bisogno di appoggiarsi a quella avversaria. E così in semifinale sono arrivate quattro ragazze simili (Muguruza, Stosur, Williams e Bertens): tutte dal fisico eccezionalmente forte, con qualche limite nella mobilità e nel gioco difensivo, ma capaci di servire bene e di imprimere grande energia alla palla durante lo scambio. Di conseguenza sia nelle semifinali che in finale chi ha saputo comandare il palleggio e tenere le redini del gioco più a lungo ha finito per prevalere.

Per quanto mi riguarda in questa edizione sono stato colpito soprattutto da tre giocatrici, relativamente giovani: Shelby Rogers (23 anni), Kiki Bertens (24 anni) e, naturalmente, Garbiñe Muguruza. Ci sarebbe forse da aggiungere Yulia Putintseva (21 anni), ma purtroppo non sono riuscito a seguire per intero nessuna delle sue partite, e dunque mi mancano i requisiti necessari per parlarne.

 

Shelby Rogers: entrata nel tabellone principale per un soffio (al momento della definizione dell’entry list era numero 108, l’ultimo posto utile per l’ammissione di diritto), è riuscita a superare i livelli dell’estate 2014, quando era arrivata in finale a Bad Gastein partendo dalle qualificazioni, e poi aveva sconfitto perentoriamente Eugenie Bouchard in Canada. A Parigi si è fatta strada grazie a un tennis potente e preciso, con un ottimo servizio e un dritto quasi incontenibile: in alcuni match è apparsa così ispirata che quando poteva colpire con il dritto da ferma otteneva sistematicamente il vincente. Prima di essere fermata dalla futura vincitrice Muguruza ha ottenuto quattro successi non da poco, contro Pliskova, Vesnina, Kvitova e Begu. E grazie al quarto di finale ha guadagnato 48 posizioni, arrivando al numero 60, best ranking in carriera.

Best ranking in carriera anche per Kiki Bertens: 31 posti scalati sino al numero 27. I meriti di Bertens sono ancora superiori, e non solo per il turno in più raggiunto (ha perso in semifinale da Serena), ma perché ha dovuto farsi largo attraverso un tabellone terribile: Kerber, Giorgi, Kasatkina, Keys, Bacsinszky, fino a Williams.
Un percorso difficilissimo non solo per la qualità delle avversarie, ma per la varietà delle loro caratteristiche: continua alternanza fra tenniste forti nel gioco di contenimento e grandi attaccanti. Contro Kasatkina (sconfitta 6-2, 3-6, 10-8) ha dovuto affrontare una battaglia logorante: si è trovata di fronte una specialista del gioco su terra, tenacissima e paziente, disposta ad affrontare scambi interminabili sulla diagonale debole di entrambe (quella del rovescio) per impedirle di liberare la potenza del suo colpo più forte, il dritto. Bertens ha finito per avere la meglio più che per ragioni tecnico-tattiche per maggiore solidità fisica, visto che al momento di servire (due volte) per il match, Kasatkina non è più riuscita a spingere il servizio a causa di problemi muscolari.

Per Bertens le 6 partite di Parigi si sono sommate alle 7 disputate nella settimana precedente a Norimberga, dove aveva vinto il torneo partendo dalle qualificazioni. Alla lunga i tanti match si sono fatti sentire, sotto forma di un piccolo infortunio al polpaccio. Ma non credo si possa colpevolizzarla per la programmazione scelta; è quella che adottano normalmente molte giocatrici di rincalzo, che non si aspettano di andare tanto avanti negli Slam e quindi non si preoccupano di risparmiare le energie alla vigilia. E che Bertens avesse sottostimato le sue possibilità lo si deduceva anche dal fatto che veniva data partecipante al torneo 125K di Bol, in Croazia, in calendario durante la seconda settimana del Roland Garros: significa che aveva “messo in programma” di perdere nei primi turni del Major.

In realtà Bertens ha confermato di trovarsi particolarmente bene a Parigi, dove già nel 2014 era arrivata al quarto turno partendo dalle qualificazioni. Quello che mi ha colpito del suo gioco non sono state tanto la pesantezza del dritto e del servizio, due doti ampiamente conosciute, quanto la maggiore sicurezza mentale e la solidità dalla parte del rovescio. E normalmente è proprio l’efficacia del colpo ritenuto più debole a dare la misura delle condizione di forma di una giocatrice.
Sul piano stilistico trovo che il colpo più bello del suo repertorio sia proprio un particolare tipo di rovescio: quello di recupero giocato slice ad una mano, al termine della scivolata laterale; una soluzione classica da terra battuta (la scivolata è parte sostanziale dell’esecuzione), eseguita con una coordinazione impeccabile e sorprendentemente elegante per un’atleta della sua mole. E sempre staccando la mano dal rovescio bimane, Kiki ha sagacemente utilizzato la palla corta, colpo molto utile nelle condizioni di gioco pesanti delle settimane passate.

Ma la maggiore protagonista di Parigi è stata naturalmente Garbiñe Muguruza. E’ stata lei, come dicevo all’inizio, a trasformare l’ultimo Roland Garros in un evento particolarmente significativo. Per diverse ragioni.
La prima è che finalmente è tornata a vincere uno Slam una giocatrice giovane: Muguruza è nata l’8 ottobre 1993, significa che ha 22 anni e mezzo. Nelle recenti stagioni le ultime in grado di vincere un Major ad una età simile sono state Victoria Azarenka (Australian Open 2012, a 22 anni e mezzo) e Petra Kvitova (Wimbledon 2011, a 21 anni e 3 mesi). Da allora si erano affermate solo tenniste mature.
Non solo: con la sua vittoria si aggiunge una seconda giocatrice nata negli anni ’90 all’elenco delle vincitrici Slam, primo fermo alla sola Kvitova (nata nel marzo 1990). In più con il successo di Muguruza abbiamo avuto anche un primo responso al quesito posto in un articolo che avevo scritto nel giugno 2015, su chi fra le nuove leve avrebbe avuto le maggiori possibilità di conquistare uno Slam (la mia opinabilissima idea metteva Keys al primo posto, Muguruza al secondo, Stephens al terzo).

Ma credo che fermarsi ai dati statistici sarebbe limitativo; non è infatti meno importante il modo con il quale Garbiñe ha vinto il torneo. Dopo aver perso il set di esordio contro Schmiedlova (battuta 3-6, 6-3, 6-3), ne ha vinti 14 di fila. In fondo non ha attraversato momenti particolarmente difficili: citerei il primo set contro Shelby Rogers (quando, se non ricordo male, sotto 3-5 ha salvato un set point e poi infilato sette giochi consecutivi sino al 7-5, 3-0) e il primo set contro Serena, quando ha perso il break di vantaggio ma se lo è ripreso evitando di doversi giocare il parziale al tie break.
E a suo ulteriore merito devo dire che non ho nemmeno avuto la sensazione che per vincere la finale abbia dovuto sfoderare la “partita della vita”: ha senza dubbio giocato bene, ma a questi livelli secondo me si era già espressa in passato (in alcuni match di Wimbledon 2015 e dei tornei cinesi di fine stagione). Dunque l’impresa non è stata estemporanea.

Se allarghiamo l’analisi al di fuori del torneo e ragioniamo su tempi più lunghi, la sua vittoria contro Williams diventa forse ancora più significativa. Negli ultimi anni chi aveva messo più in difficoltà Serena erano state le giocatrici in grado di contenere e contrattaccare, allungando il palleggio: come è successo a Kerber agli Australian Open 2016, o come ha saputo fare Azarenka. Sembrava invece più difficile che Serena si facesse battere da tenniste spiccatamente di attacco: se si esclude la sconfitta contro Kvitova a Madrid 2015, era da tempo che Williams non trovava una rivale in grado di superarla con le sue stesse armi, cioè “mettendo sotto” l’avversaria, tenendo il comando delle operazioni nella maggior parte degli scambi.

Nell’articolo di presentazione del torneo avevo posto questa domanda: la Serena vincitrice di Roma sarà sufficiente per conquistare Parigi? La risposta l’abbiamo avuta: la numero uno del mondo è ancora molto competitiva, ma se il suo livello di gioco è questo, l’esito dei match non dipende più solo da lei; nel circuito attuale c’è chi è in grado di tenerle testa e anche di spuntarla.

E se a Flushing Meadows e a Melbourne la mia sensazione era stata che sul risultato avessero pesato i carichi psicologici determinati dal possibile raggiungimento del Grande Slam e del record di Steffi Graf (i famosi 22 Major), a Parigi la sconfitta mi è sembrata con meno attenuanti, e più strutturale: la inevitabile conseguenza di una superiorità complessiva da parte di Muguruza, sia sul piano fisico che tecnico. Garbiñe non è stata meno potente di Serena, ed è stata più efficace negli spostamenti e nella conduzione del gioco: più capace di prendere il comando dello scambio e di tenere una posizione a ridosso della linea di fondo.
La capacità di essere più aggressiva da parte di Muguruza è stata una costante del match. Perfino il maggior numero di doppi falli (9, contro i 4 di Serena) indica che era scesa in campo assolutamente decisa a non cedere l’iniziativa, anche quando avesse dovuto fare ricorso alla seconda di servizio. Alla fine i numeri le hanno dato ragione: ha vinto il 45,4 % di punti sulla seconda contro il 42,8% di Serena; a conferma che considerare il dato dei doppi falli senza valutarne l’impatto sugli equilibri del match è limitativo: a volte è meglio rischiare (e sbagliare) di più sulla seconda se comunque il saldo finale dei punti vinti rimane vantaggioso.

Un’altra delle chiavi del successo di Muguruza a mio avviso è stato l’utilizzo del dritto lungolinea, che già le era servito per mettere in difficoltà Shelby Rogers. Abbastanza rapidamente Garbiñe si è resa conto che Serena tendeva a rimanere sulla direzione incrociata, senza recuperare del tutto il centro del campo; e così dopo i primi game ha cominciato ad accettare la sfida che implicitamente l’avversaria le lanciava (cioè di provare a cambiare direzione, abbandonando la diagonale), finendo per avere la meglio anche nella costruzione geometrica dello scambio. Per certi aspetti la tattica di Serena mi ha ricordato quella adottata agli Australian Open 2007 (ne avevo parlato QUI), solo che questa volta non è stata altrettanto vincente.

A Serena, inoltre, è in parte venuto a mancare il sostegno del servizio: non tanto per la bassa percentuale di prime (non è la prima volta che serve attorno al 50%), quanto per il poco aiuto avuto da ace o servizi vincenti sui punti importanti; eppure sino a qualche tempo fa il superiore killer instinct emergeva regolarmente nella sua capacità di servire meglio di tutte proprio nei frangenti decisivi.

Dopo questo match inevitabilmente sono cresciuti i dubbi nei confronti della numero uno del mondo, che sta vivendo una serie di situazioni inedite: sia per quanto riguarda le finali perse (Slam e non solo), sia per la modalità di raccolta dei punti in classifica, dato che per la prima volta nella carriera mantiene il primato nel ranking non più grazie alle vittorie, ma soprattutto grazie ai piazzamenti. Una situazione insoddisfacente per chi ha come primo obiettivo il raggiungimento del record di Steffi Graf.
A quasi 35 anni è difficile tornare al livello degli anni passati, ma credo che prima di darla sulla strada del declino irreversibile sia giusto aspettare; in fondo Parigi era il Major meno adatto alle sue caratteristiche, e penso dovranno essere Wimbledon e Flushing Meadows a farci capire quale potrà essere il suo ruolo nel circuito in futuro. Anche perché se il fisico non può essere quello di qualche anno fa, rimane pur sempre una giocatrice di grandissimo carattere e superiori mezzi tecnici.

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Aryna Sabalenka e il complesso degli Slam

Con il successo nel Premier 1000 di Madrid, Sabalenka raggiunge il proprio best ranking, ma anche un poco invidiabile record nella storia WTA

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Aryna Sabalenka - Wimbledon 2019

A Madrid si è disputato il secondo WTA 1000 della stagione, e si è rivelato un torneo ricco di partite di qualità, sin dai primi giorni. Turno dopo turno, su tutte sono emerse due giocatrici, Barty e Sabalenka, ciascuna a presidiare la parti opposte del tabellone, e quindi abbiamo potuto assistere alla miglior finale possibile.

Prima del match conclusivo, però, ci sono stati parecchi momenti degni di nota. Nella parte bassa del tabellone (quella di Sabalenka) in apertura di torneo l’interesse era concentrato su come se la sarebbe cavata Naomi Osaka al primo impegno della stagione sulla terra rossa. Naomi ha vinto all’esordio il derby giapponese contro Misaki Doi, ma si è fermata subito dopo contro Karolina Muchova, in un match nel quale sono apparsi evidenti i diversi gradi di adattamento delle due contendenti. Muchova a proprio agio sul rosso, Osaka in difficoltà a scaricare a terra la potenza su una superficie nella quale ancora fatica a spostarsi al meglio. E sappiamo che senza l’appoggio adeguato delle gambe a tennis non si va lontano.

Nei giorni successivi, mentre Sabalenka continuava a veleggiare spedita, Muchova e Pavlyuchenkova dovevano battagliare in partite maratona (contro Sakkari e Brady, e poi fra di loro), E non è stato da meno il match tra Halep e Mertens, con successo a sorpresa di Mertens, dopo due ore e tre quarti di lotta (4-6, 7-5, 7-5).

 

Ma ci sono state partite di qualità anche nella parte alta del tabellone (quella di Barty). Comincerei con Tamara Zidansek, sconfitta da Barty per 6-4, 1-6, 6-3. Zidansek ha sfoderato una giornata di grande ispirazione, molto simile a quella offerta al Roland Garros 2020, quando aveva impegnato allo spasimo Garbiñe Muguruza (con vittoria di Garbiñe per 7-5, 4-6, 8-6). Ancora mi domando come Zidansek sia in grado si raggiungere simili picchi di gioco e possa poi attraversare lunghi periodi nei quali si esprime a livelli molto inferiori.

Attesissimo anche il confronto fra le ultime due campionesse del Roland Garros. Barty e Swiatek. Ha prevalso la giocatrice più esperta e costante; Barty ha saputo approfittare degli alti e bassi che hanno penalizzato il talento di Swiatek. Notevole partita anche tra Kvitova e la vincitrice di Charleston Kudermetova, che, pur sconfitta, ha dimostrato di essere realmente diventata una giocatrice da terra. Ma va ricordato anche il quarto di finale tra la stessa Kvitova e Barty, che ha prevalso per 6-1, 3-6, 6-3, portando in parità il dato degli scontri diretti (5-5).

Infine citerei Paula Badosa, che ha dimostrato che la semifinale raggiunta a Charleston (dopo avere sconfitto nei quarti la numero 1 Ashleigh Barty) non era stata un caso. Badosa si è confermata in grande crescita spingendosi di nuovo in semifinale, uscendo vincitrice da una porzione di tabellone che in teoria doveva essere presidiata da Svitolina e Bencic.

La finale è stata la degna conclusione del torneo, e anche il terzo confronto nel giro di poche settimane tra Barty e Sabalenka. I precedenti dicevano Barty per 2-0. Ashleigh aveva infatti vinto in marzo sul cemento di Miami, a livello di quarti di finale, per 6-4, 6-7, 6-3. Poi, dopo il passaggio sul rosso, aveva confermato la supremazia nella recente finale di Stoccarda: 3-6, 6-0, 6-3.

A Madrid Sabalenka ha cominciato in modo travolgente, con un tennis vicino alla perfezione. Lo testimoniano le statistiche: 11 vincenti, un solo errore non forzato e conseguente 6-0 in 26 minuti. In pratica ha rifilato un bagel alla numero 1 del mondo, giocatrice considerata giustamente un modello di solidità.

Nel secondo set però Aryna ha cominciato a sbagliare di più, mentre Barty trovava più spesso risposte efficaci; gli scambi hanno cominciato ad allungarsi e il confronto si è spostato verso un genere di tennis più affine a quello di Barty. E così il 6-3 ha rimesso le cose in parità.

Nei due precedenti Ashleigh si era sempre imposta alla distanza, e anche nel terzo set di Madrid sembrava essere più in controllo. Tanto che quando, sul 4-4 e servizio, Sabalenka si è trovata sotto 15-30, ho pensato che si fosse vicini alla stessa conclusione di Miami e Stoccarda. Invece un parziale di undici punti a zero per Sabalenka ha chiuso la partita in modo opposto e inequivocabile. Nel corso di questo parziale da K.O. è affiorato un po’ di braccino da parte di Ashleigh, ma anche, da parte di Sabalenka, il profondo desiderio di scrollarsi di dosso le due sconfitte subite da poco. Dopo due set caratterizzati da una chiara prevalenza tecnica, direi che nel terzo a rivelarsi decisivi sono stati soprattutto gli aspetti mentali e agonistici.

Grazie a questo successo, Sabalenka conquista il best ranking di carriera, numero 4. A proposito di questa nuova posizione raggiunta, gli esperti di statistiche ci hanno rivelato un dato: nell’era open WTA è la prima volta che una tennista si arrampica fino al numero 4 della classifica, senza però essere mai andata oltre il quarto turno in uno Slam.

Scoperto questo dato, il popolo della rete si è sbizzarrito in parallelismi. Oltre a quello più ovvio (le giocatrici numero 1 mai vincitrici Slam) c’è chi ha citato il caso di Caroline Garcia, numero 4 con un solo quarto di finale Slam (Roland Garros 2017)

O quello di Elina Svitolina, salita al numero 3 nel settembre 2017 senza mai essere andata oltre i quarti di finale Slam (oggi però vanta due semifinali raggiunte nel 2019). O perfino quello di Steffi Graf, numero 4 del mondo nel febbraio 1986 senza avere ancora vinto un torneo a livello WTA: avrebbe colmato la lacuna in aprile, con il successo a Hilton Head (in finale su Chris Evert). Ricordo però che nella primavera 1986 Steffi non aveva ancora compiuto 17 anni…

Dati e numeri per tutti i gusti (spero non ci siano errori, non è semplice verificare certe statistiche), che vanno considerati senza dimenticare che una inevitabile caratteristica delle giocatrici più giovani sta nel raggiungere alcuni traguardi avendone altri ancora da conquistare.

In ogni caso stupisce che, al di là della posizione certificata dal ranking, una giocatrice come Sabalenka, capace di offrire fasi di tennis super-dominante, non sia ancora riuscita a essere protagonista nei Major. Vediamo come sono andate le cose fino a oggi per Aryna, tenendo presente che è nata il 5 maggio del 1998, e quindi ha appena compiuto 23 anni.

a pagina 2: I primi Slam di Aryna Sabalenka

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Tre temi da Stoccarda e Istanbul

Gli aggiustamenti tattici di Ashleigh Barty, gli alti e bassi di Aryna Sabalenka, e il record di Sorana Cirstea

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Sorana Cirstea - WTA Istanbul 2021 (via Twitter, @TennisChampIst)

Con il torneo di Stoccarda le tenniste di vertice sono tornate a giocare in Europa; hanno affrontato per la prima volta la terra rossa, cominciando l’avvicinamento al Roland Garros. In Germania ha vinto la testa di serie numero 1, Ashleigh Barty, prima tennista australiana a conquistare il torneo tedesco. Il suo successo merita qualche riflessione soprattutto per come ha saputo, in tre occasioni, risalire la corrente, vincendo i match dopo aver perso il primo set.

Ashleigh Barty
Grazie alla vittoria a Stoccarda, Barty ha raccolto nella attuale stagione 2471 punti. E visto che Naomi Osaka in questo 2021 ne ha guadagnati 2400 tondi, significa che dopo molto tempo classifica ufficiale e Race coincidono, con lo stesso nome al comando. Insomma, dopo il 2020 trascorso quasi senza senza giocare, la numero 1 del mondo comincia a dare una più solida legittimità alla posizione di vertice.

Barty ha vinto due degli ultimi tre tornei a cui ha partecipato. Dopo il successo a Miami, ha perso a sorpresa sulla terra verde di Charleston (sconfitta da Paula Badosa), ma si è subito rifatta a Stoccarda. Visto il tabellone limitato le sono bastate quattro partite per raggiungere il titolo, ma questo non significa che sia stato tutto facile.

 

Ha esordito battendo 6-0 7-5 la wild card Laura Siegemund: autentica enfant du pays (è nata a pochi chilometri dall’impianto tedesco) capace di raggiungere due volte la finale a Stoccarda: nel 2016 (persa contro Kerber) e nel 2017 (vinta contro Mladenovic). La attuale Siegemund, però, non vale più la giocatrice di quegli anni: il grave infortunio subito al ginocchio nel 2017, qualche settimana dopo la partita contro Mladenovic, ha lasciato il segno sul suo rendimento odierno.

Nel turno successivo Barty ha rischiato grosso contro Karolina Pliskova: ha vinto 2-6, 6-1, 7-5 e più volte si è trovata a due punti dalla sconfitta, in particolare quando Pliskova sul 5-4 terzo set ha servito per il match. Di questa partita segnalerei soprattutto la ritrovata competitività di Karolina: chissà che non sia un momento di svolta dopo il lungo periodo di appannamento, al quale nemmeno la nuova collaborazione con il coach Sascha Bajin sembrava riuscire a porre rimedio. Naturalmente è presto per certificare che abbiamo ritrovato la migliore Pliskova, e il fatto che non sia riuscita a chiudere la partita a proprio favore lo dimostrerebbe; ma essere stata in grado di misurarsi alla pari con la numero 1 del mondo ha comunque un importante significato.

La partita migliore del torneo secondo me Barty l’ha sostenuta contro Elina Svitolina. Un match probabilmente influenzato dagli avvenimenti del turno precedente. Perché se Ashleigh era passata a fatica contro Pliskova, Svitolina aveva rischiato ancora di più contro Kvitova, scampando a due match point nel secondo set, prima di prevalere al terzo. Nei momenti più difficili contro Kvitova, Elina si era spesso aggrappata al servizio, che l’aveva sostenuta a livelli sorprendentemente alti (sette ace e il 64% di prime).

Sulla scia di questo successo nei quarti, Svitolina è scesa in campo in semifinale contro Barty con uno slancio e una convinzione eccezionali: ha vinto il primo set senza nemmeno concedere palle break, servendo l’’84% di prime, con un contorno di 3 ace ma anche di parecchi servizi vincenti. Fatico a ricordare una Svitolina così efficace in battuta, rafforzata dalla solidità dei tempi migliori nello scambio da fondo. Insomma, per Barty non era facile rovesciare l’andamento dell’incontro, tanto è vero che Elina si è trovata nella condizione di servire per il match sul 6-4, 5-4.

Ma proprio nei momenti più difficili Ashleigh si è comportata da numero 1: ha preso atto che Svitolina stava giocando benissimo e ha provato a cambiare le proprie impostazioni tattiche. E Barty se lo può permettere, vista la completezza tecnica che possiede. Ha quindi provato a esplorare un ambito di gioco nella quale non risultasse soccombente, e lo ha trovato a rete. Ha cominciato a verticalizzare di più, muovendosi in avanti non solo per “benedire” palle facili, ma per cercare di consolidare tutte le minime situazioni di vantaggio che si sviluppavano nello scambio da fondo. Appena c’era l’opportunità, toglieva tempo all’avversaria cercando di colpire di volo.

Grazie a questo atteggiamento, gli schemi del match sono cambiati e Barty ha raccolto nei pressi della rete quasi tutti i punti più importanti del finale di secondo set. Sul 4-5 ha strappato il servizio ad Elina e poi è riuscita ad allungare il set sino al 6 pari. Infine nel tie break ha sfoderato una serie di volée di qualità assoluta, che meriterebbero di essere riviste integralmente. La sintesi del video fornita da WTA non le presenta tutte, ma ne bastano un paio per dare l’idea. La prima è una smorzata da metà campo, dopo aver fintato l’esecuzione dello schiaffo di potenza. La seconda un drop-shot di dritto a conclusione di una discesa in controtempo. Eccole:

La decisione di scendere a rete con più frequenza per sparigliare il confronto e indebolire il mix vincente di Svitolina (eccezionale servizio unito alla notevole efficacia difensiva durante lo scambio) ha permesso a Barty non solo di vincere il secondo set, ma anche di smorzare l’entusiasmo di una giocatrice in grande fiducia, sino a rovesciare completamente l’inerzia del match. Come testimonia il punteggio finale: 2-6, 7-6(5), 6-2.

A conti fatti si è rivelata più semplice la finale contro Sabalenka. perchè Aryna è durata un set, ma poi le si è spenta la luce in modo definitivo, e la partita si è avviata alla conclusione senza che Barty avesse nemmeno bisogno di raggiungere eccezionali livelli di gioco: 3-6, 6-0, 6-3.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Osorio e Fruhvirtova, teenager a Charleston

Nel torneo in South Carolina vinto da Astra Sharma si sono messe in luce protagoniste giovanissime

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Linda Fruhvirtova - WTA Charleston 2021 (via Twitter, @VolvoCarOpen)

Il secondo torneo disputato sulla terra verde di Charleston, un WTA 250, sembrava dovesse rispettare le gerarchie delle teste di serie. Infatti la numero 1 in tabellone, Ons Jabeur, era approdata in finale contro Astra Sharma dopo avere vinto con margine i turni precedenti. Quattro successi in due set, lasciando al massimo cinque game a match. Invece in finale è arrivata la sorpresa.

Jabeur ha vinto il primo set 6-2, e anche nel secondo set sembrava fosse imminente lo strappo decisivo per chiudere la partita e conquistare il titolo. Ma nei game finali Ons ha cominciato a sbagliare di più, e ha perso il parziale 5-7. Poi alla distanza è calata drasticamente, subendo un inatteso 1-6. E così la numero 27 del ranking ha lasciato strada alla numero 167. Con questa controprestazione Jabeur deve ancora rimandare l’appuntamento con il primo successo in un torneo a livello WTA.

 

Dalla stagione 2020, pur tra le difficoltà della pandemia, Jabeur ha compiuto un notevole salto di qualità, certificato anche dal best ranking in carriera: numero 25 raggiunto proprio questa settimana. Ma c’è ancora qualcosa da aggiustare nel suo tennis, tanto spettacolare quando gira al meglio. Forse pecca nella tenuta fisica alla distanza, ma forse è soprattutto un problema di convinzione in alcuni frangenti dei match importanti. La metterei in questo modo: il suo tennis è creativo ed efficace quando tutto funziona, ma tende a diventare forzato e un pochino cervellotico quando le cose non girano a dovere. E i colpi diventano poco produttivi.

Ma va dato merito anche alla avversaria in finale, Astra Sharma. Con i nuovi meccanismi di calcolo del ranking, Sharma aveva appena visto scadere i punti della finale ottenuta a Bogotà nel 2019, e questo le aveva causato un arretramento di oltre 30 posti. Ma il successo di Charleston le ha permesso di risalire sino alla posizione 120. E così dopo la sconfitta di due anni fa contro Amanda Anisimova in Colombia, Sharma ha conquistato alla seconda occasione il suo primo titolo a livello WTA.

Malgrado la finale abbia offerto il confronto tra due giocatrici in piena maturità (Jabeur ha 26 anni e Sharma 25), a mio avviso l’aspetto più interessante di Charleston “bis” è legato alla presenza di ben tre teenager nei quarti di finale: Clara Tauson, Maria Camila Osorio Serrano e Linda Fruhvirtova.

Di Tauson (nata nel dicembre 2002) ho già scritto in occasione del suo successo nel WTA 250 di Lione, all’inizio di marzo (vedi QUI). Allora aveva vinto partendo dalle qualificazioni, e quella vittoria non aveva solo significato il primo titolo in carriera a livello WTA, ma anche l’ingresso in Top 100. Questa volta è il momento di parlare di Osorio Serrano e Fruhvirtova.

Maria Camila Osorio Serrano
La semifinale raggiunta dalla giovane tennista colombiana in South Carolina segue di pochi giorni il suo trionfo a Bogotà: anche per lei primo titolo in carriera a livello WTA, da profeta in patria. La classica settimana da sogno, conclusa come meglio non poteva, con la vittoria in finale su Tamara Zidansek.

A livello tecnico, però, probabilmente vale di più la semifinale nordamericana rispetto al successo sudamericano. Facciamo due conti: in Colombia la giocatrice sconfitta più alta in classifica era stata la numero 93 Zidansek. In South Carolina invece, Osorio ha battuto la numero 51 Linette al primo turno e la numero 91 McHale al secondo. Poi ha avuto la meglio su Tauson (ma con un successo per ritiro), prima di fermarsi contro la futura vincitrice Sharma in semifinale. Mettendo in fila le partite di Bogotà con quelle di Charleston, Osorio ha vinto otto partite consecutive, e questo le ha permesso di ottenere il best ranking della sua breve carriera: numero 118 WTA. 

A 19 anni compiuti (è nata il 22 dicembre 2001), Osorio nei prossimi mesi proverà a sfondare la barriera della Top 100, cercando di avvicinare i risultati ottenuti nel recente passato da altre due colombiane: Mariana Duque Marino (best ranking numero 66 e un titolo vinto, anche lei a Bogotà) e soprattutto Fabiola Zuluaga (best ranking numero 16 nel 2005 e semifinalista all’Australian Open 2004). Zuluaga ha vinto 5 titoli a livello WTA, e 4 di questi a Bogotà: nel 1999, 2002, 2003, 2004.

Sorprende fino a un certo punto che per tre giocatrici colombiane il torneo di casa si sia trasformato nel “terreno di caccia” preferito: dato che la capitale della Colombia si trova a oltre 2600 metri sul livello del mare, le condizioni di gioco sono molto particolari, e probabilmente chi è cresciuta in un contesto del genere riesce a esprimersi meglio rispetto a chi deve adattarsi in pochi giorni al tennis in altura.

Maria Camila proviene da una famiglia di sportivi, ma non di tennisti: infatti sia il nonno che il fratello sono arrivati a giocare nella nazionale di calcio colombiana. Lei invece ha scelto il tennis dopo che da bambina aveva incrociato per caso in televisione un match di Federer. È rimasta stregata dal gioco in generale ma anche da Roger, tanto da averlo “inseguito” nei tornei dello Slam che ha affrontato da junior. È riuscita ad agganciarlo e a farsi fotografare insieme a Roger proprio nell’ultima occasione, a New York 2019. Osorio infatti ha vinto il suo titolo Slam (US Open 2019) quando stavano per scadere i limiti di età.

Anche se in WTA non ha ancora raggiunto i livelli di Duque Marino e Zuluaga, è comunque la prima colombiana della storia a essere arrivata alla posizione numero 1 della classifica junior; raggiunta il lunedì successivo alla vittoria nello Slam (9 settembre 2019). Forse non è stata precocissima nei risultati (ricordo per esempio che sono nate nel 2001 Amanda Anisimova e Iga Swiatek), ma ha dimostrato di avere cominciato con il piede giusto il passaggio al professionismo: numero 478 a fine 2018, numero 184 a fine 2019, con il primo successo a livello ITF nel 15K di Cucuta, che è la sua città natale.

Nelle partite di Charleston Maria Camila ha dato prova di possedere alcune tipiche doti di chi è cresciuta sulla terra rossa: due buoni fondamentali da fondo, ma anche la capacità di utilizzare il drop-shot e di misurarsi con i frequenti corpo a corpo che la palla corta può innescare. D’altra parte non dispone di una potenza devastante, e difficilmente può fare la differenza con i colpi di inizio gioco. Per questo penso che per crescere in futuro dovà trovare i giusti equilibri che le permettano di valorizzare il pià possibile gli aspetti tattici e agonistici.

a pagina 2: Linda Fruhvirtova

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