La settimana degli italiani, edizione Olimpiadi: Fognini ad un passo dall'impresa, le Cichis tra i rimpianti

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La settimana degli italiani, edizione Olimpiadi: Fognini ad un passo dall’impresa, le Cichis tra i rimpianti

La kermesse a cinque cerchi di Rio de Janeiro trasmette segnali tutto sommato positivi: la splendida prestazione di Fabio Fognini, le lacrime si Errani e Vinci

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Il torneo olimpico del tennis, iniziato con molti dubbi per le assenze di varie stelle del nostro sport e terminato invece con due belle favole, quelle di Del Potro e della Puig, lascia il tennis italiano con un pugno di mosche: eppure siamo stati due volte ad un passo dalle semifinali che avrebbero garantito almeno la finale per il bronzo, sia nel doppio femminile con la coppia Errani –Vinci, sia nel doppio misto con Fabio Fognini e Roberta Vinci. I giochi olimpici di Rio, dunque, rimandano a Tokyo 2020 la ricerca del tennis italiano di conquistare la prima medaglia italiana del tennis alle Olimpiadi dai tempi del barone De Morpurgo, bronzo a Parigi 1924 in singolare. Si riparte dalla capitale brasiliana con l’immagine delle lacrime di Sara Errani (la migliore delle azzurre in singolare, dove sembra in ripresa netta) per l’eliminazione beffarda nei quarti del doppio, arrivata dopo un ottimo rendimento nel corso del torneo della coppia azzurra capace in carriera di vincere cinque tornei dello Slam. La delusione è stata grande perché, vedendo le prestazioni delle azzurre sino ai quarti e la concomitante eliminazione al primo turno delle sorelle Williams, coppia che le Cichis avrebbe dovuto affrontare nei quarti, un po’ tutti ci eravamo illusi che questa volta sarebbe arrivata la medaglia olimpica che la loro carriera di specialiste vincenti avrebbe meritato. Per il resto, mettiamo in valigia la soddisfazione per il bel torneo di Fabio Fognini che, dopo aver vinto un gran bel match contro Paire, ha messo alle corde Andy Murray giocando una mezz’ora da sogno contro il numero 2 del mondo: auguriamo al ligure che questa sconfitta più che onorevole contro un campione sia, oltre che uno sprone a lavorare sempre di più e meglio, uno stimolo per cercare maniere diverse per incanalare finalmente nella maniera giusta il suo talento estroso nel corso del match. Purtroppo anche i dubbi di Roberta Vinci vanno in copertina. Al termine del doppio misto, non solo ha ribadito i forti dubbi di proseguire la carriera nel 2017, ma ha anche esternato quelli di partecipare addirittura ai prossimi US Open: un segnale purtroppo inequivocabile di quanto la nostra numero 1 sia non al meglio fisicamente e di come versi in un periodo di grossa stanchezza psicologica.

Passando alla cronaca delle partite, partiamo dal singolare maschile ed al nostro ritrovato numero 1, Fabio Fognini. Il ligure al primo turno ha esordito contro il trentaseienne dominicano Victor Estrella Burgos, n° 87 del ranking ATP. Il neo-marito di Flavia Pennetta ha avuto la meglio contro il secondo giocatore più anziano tra i primi 100 (dopo il francese Robert) non dopo aver patito un pessimo inizio di partita che gli è costato un primo set perso malamente. Grazie ad una buona costanza al servizio, nel secondo parziale è riuscito a portare il match al tie-break, vinto in scioltezza: al terzo la partita era ormai segnata a favore del più forte giocatore in campo, che vinceva col punteggio di 2-6 7-6(4) 6-0. Al secondo turno Fabio ha affrontato un tennista per certi versi imprevedibile come lui, Benoit Paire, talentuoso e discontinuo tennista francese, n° 32 del ranking mondiale e sedicesima testa di serie del tabellone olimpico, che aveva vinto entrambi i precedenti contro il nostro giocatore. Anche in questo caso, una pessima partenza dai blocchi (Fabio i primi quattro game iniziali) costa il primo set all’azzurro, che perde anche il servizio all’inizio del secondo. Per fortuna Fabio reagisce bene, cambia atteggiamento in campo e porta, con il secondo break al decimo gioco, il match al terzo set. Qui Fabio subito concede un pericolosissimo vantaggio all’avversario, si ritrova a salvare due match point sul 3-5 e servizio, prima di brekkare Paire andato a servire per il match. Arrivati al tie-break decisivo, il ligure riesce a piazzare l’allungo decisivo, archiviando l’accesso agli ottavi col punteggio di 4-6 6-4 7-6(5). Al terzo turno Fognini ha trovato il numero due del mondo, Andy Murray; col quale era due pari nei confronti diretti, con le vittorie di Fabio ottenute a Napoli in Coppa Davis nel 2014 ed a Toronto nel 2007. La partita si può suddividere facilmente in tre momenti: il primo in cui Murray ha avuto vita facile a conquistare primo set ed andare 2-0 nel secondo; il secondo nel quale Fognini ha giocato alla grande, conquistando addirittura otto games di fila che gli sono valsi il secondo set ed il break di vantaggio nel set decisivo; il terzo con Murray che sprintava da campione quale è per lasciare fermo Fognini e conquistare i quarti grazie ad un successo andato agli archivi col punteggio di 6-1 2-6 6-3.

Non è andata meglio ad Andreas Seppi: l’altoatesino, sceso al settantunesimo posto del ranking dopo aver perso anche i punti della semifinale di Amburgo 2015, al primo turno ha affrontato Ilya Marchenko, ucraino classe 1987 e numero 63 delle classifiche mondiali, contro il quale il nostro giocatore aveva perso l’unico precedente tra i due, nel lontano 2010 sull’erba di Eastbourne. Andreas, dopo aver vinto il primo set, ha avuto un calo che gli è costato il secondo parziale, ma una volta andato 4-0 30-0 nel terzo, sembrava davvero avere in pugno la partita. Invece, il bolzanino cala incredibilmente per trovarsi addirittura sotto 4-5 e servizio per l’ucraino ed essere così in serissimo pericolo di perdere il match. Per fortuna, Andreas non si disunisce e, arrivati al tie-break del set decisivo, sfrutta un errore di Marchenko su una facile volee per guadagnare la sfida sul centrale contro Nadal al secondo turno, portando a casa l’incontro col punteggio di 6-3 3-6 7-6(6)  La partita col maiorchino, che a Rio tornava alle gare dopo il ritiro al quale era stato costretto durante il Roland Garros, è stata combattuta, se si esamina la durata dei singoli game (il match è durato circa due ore), ma mai incerta sull’esito finale. Rafa, che aveva sconfitto Seppi in sei dei sette precedenti, ha condotto entrambi i set dalle prime battute senza bisogno di strafare per ottenere un periodico 6-3.

 

Paolo Lorenzi, alla sua prima Olimpiade, giocata con la soddisfazione di essere sceso in campo da numero 1 d’Itala, non ha di certo sfigurato, nonostante un problema fisico gli abbia impedito di allenarsi con continuità nei giorni precedenti la gara. Nel primo turno si è trovato di fronte Yen-Hsun Lu, come il toscano assiduo e vincente frequentatore di Challenger (18 successi per Lorenzi, 24 per il suo avversario), ma maggiormente abituato ai campi in cemento. Paolo ha dovuto mettere in campo tutta la sua passione e la grande voglia di vincere per ribaltare un incontro che vedeva il primo set facilmente in mano al numero 65 del mondo. Il toscano, grazie ad una maggiore solidità negli scambi prolungati , conservando sempre il servizio ed infilando un break per set, ha trovato le chiavi per ottenere, col punteggio di 3-6 6-3 6-4 l’accesso al secondo turno, dove ha affrontato Roberto Bautista- Agut. Il numero 17 del mondo e decima testa di serie del tabellone era avversario decisamente ostico, anche in virtù dei tre precedenti tutti a favore dello spagnolo. Eppure Paolo è riuscito a giocare sostanzialmente alla pari del suo avversario, in un primo set molto equilibrato nel quale ha avuto anche piccole chances per portare il parziale a casa: nel tie break, conclusione inevitabile dell’equilibrio in campo, un dritto uscito di poco sul 2-3, ha nei fatti consegnato il set a Bautista-Agut. Nel secondo, un calo del senese ed un conseguente parziale di 15 punti a 1 per lo spagnolo, consegnano al più forte dei due giocatori in campo l’accesso al terzo turno, al termine di una partita andata in archivio col punteggio di 7-6(2) 6-2. Thomas Fabbiano, ultimo azzurro entrato in tabellone con un pass-last minute negli ultimi giorni di luglio, quando era a Dubai a riposarsi, ha onorato appieno la chiamata, nonostante l’eliminazione rimediata al primo turno contro il giocatore di casa, il trentaduenne Rogerio Dutra Silva, numero 92 della classifica ATP. Il pugliese nel primo set ha difatti lottato alla pari col suo avversario, trascinandolo al tie-break e trovandosi anche avanti di due minibreak, purtroppo poi vanificati da quattro errori gratuiti consecutivi, che hanno fatto vincere al carioca il primo parziale. Nel secondo, purtroppo, Thomas regge sino all’1-1, poi esce virtualmente dalla partita, consentendo far festeggiare il pubblico di casa per la vittoria del tennista verdeoro, giunta col punteggio di 7-6(4) 6-1.

A PAGINA 2 L’ANALISI DEL TORNEO FEMMINILE E DEI TORNEI DI DOPPIO

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Il mental coach di Berrettini: “Matteo ha imparato ad accettare le difficoltà” [AUDIO]

Intervista del direttore Scanagatta a Stefano Massari, l’uomo che è entrato dentro la testa del tennista romano. “Contro Djokovic ha gestito meglio le emozioni rispetto al match contro Federer a Wimbledon”

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Stefano Massari è il mental coach di Matteo Berrettini. Quello che analizza le sue emozioni per cercare di gestirle e convogliarle nella direzione giusta. I due lavorano insieme ormai da molti anni. Tanto che Berrettini l’ha definito come “uno dei suoi migliori amici”. Romano anche lui, è uno psicologo che aiuta gli sportivi a migliorare le loro performance. 

Da Londra, dove è al fianco di Matteo alle ATP Finals, ci ha rivelato che il suo rapporto con il tennis è iniziato innanzitutto dalla passione per questo sport. “Io amo il tennis. Mi piace molto anche se gioco male”, ha raccontato al nostro direttore Ubaldo Scangatta. Il suo primo “paziente” è stato Flavio Cipolla. Ma ora sono diversi i tennisti azzurri che si affidano alle sue mani, o per meglio dire, alle sue parole. “Lavoro anche con Alessandro Giannessi, con Alessandro Bega, e con il fratello minore di Matteo, Jacopo ad esempio. Seguo anche alcune tenniste come Dalila Spiteri, Giorgia Marchetti e Giulia Crescenzi”. E poi altri sportivi come tuffatori e canottieri. Anche pugili in passato. 

Adesso però si trova a dover lavorare con un’atleta e una persona di fama mondiale. E la prospettiva non è la stessa. “Ora Matteo deve gestire le aspettative del mondo. Atleti che fanno sport meno rilevanti dal punto di vista mediatico hanno meno pressioni dell’esterno. Devono solo gestire quelle degli allenatori e dei famigliari. Questa è la differenza maggiore”, spiega Massari. Che tutto sia cambiato lo si è capito dalle reazioni alla pesante sconfitta subita contro Novak Djokovic all’esordio alla O2 Arena. Le cronache della partita erano sulle prime pagine di tutti i giornali italiani. E non solo quelle sportive. La pressione c’è. Inevitabilmente

Massari ha però visto il bicchiere mezzo pieno in questa partita per quanto riguarda l’aspetto emotivo. “Nella capacità di resistere alla frustrazione è stato più bravo che con Federer. Qui delle cose le ha fatte. Poi Djokovic gioca meglio di lui. Ed è evidente”, ha detto. “Anche ascoltando quello che ha detto in conferenza stampa la sta vivendo in maniera buona. Se lui fosse andato in campo e avesse rinunciato a giocare, quello sarebbe stato brutto. Lui è stato orgoglioso e si è impegnato fino alla fine. Per me è stato positivo”. Più in generale, durante l’arco di questa stagione, i progressi di Berrettini nella gestione delle emozioni, in particolare quelle negative, sono state evidenti. Secondo me il suo grande cambiamento è stato quello di imparare ad accettare le difficoltà. Quando c’erano le difficoltà diventava molto insofferente. Sempre meno adesso”. 

A volte si tende a sottovalutare l’importanza di lavorare con un professionista sull’aspetto mentale. Non lo ha fatto Vincenzo Santopadre, allenatore e mentore di Berrettini da molti anni, che ha sempre avuto chiaro in mente come costruire un giocatore di altissimo livello. Santopadre ha avuto una visione. Quella di un’atleta diverso. Tutto parte dalla sua intuizione. E nel tempo ha messo insieme delle persone che potessero aiutarlo a portare avanti il progetto”, afferma Massari. Un progetto che va avanti e non si ferma di fronte a piccoli incidenti di percorso. 

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Piatti si sbilancia: “Sinner il giocatore più forte che abbia mai allenato”

E ne ha allenati diversi: Ljubicic, Raonic, Gasquet. Anche Djokovic tanto per dire. “Ha la capacità di capire come vanno fatte le cose e farle”, sostiene il coach comasco in un’intervista a La Stampa

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Riccardo Piatti all'angolo di Jannik Sinner - Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

Durante questa stagione, Riccardo Piatti è sempre stato cauto nei giudizi sul suo allievo Jannik Sinner. Questo nonostante il prodigio di San Candido bruciasse una tappa dopo l’altra. Più giovane italiano a vincere un Challenger di sempre a Bergamo a febbraio, il successo al primo turno su Steve Johnson all’esordio agli Internazionali a maggio, la semifinale nel 250 di Anversa a ottobre. Dopo il fragoroso trionfo alle Next Gen Finals, Piatti accantona la sua proverbiale cautela in un’intervista per Stefano Semeraro pubblicata su ‘La Stampa’. Ha mai allenato un italiano così forte? “No e neanche uno straniero”. E considerando che lui di giocatori forti ne ha allenati diversi, da Ivan Ljubicic a Richard Gasquet, e persino Novak Djokovic per un breve periodo, l’affermazione è di quelle che pesano

Insomma, ci dobbiamo quindi aspettare che Jannik diventi n.1 al mondo e farà incetta di Slam come Nole? Sì e no. Perché essere forti, anzi fortissimi, ora, a 18 anni, non dà nessuna garanzia di essere dei campioni, anzi campionissimi, tra qualche anno. Piatti lo sa bene. “Non vuol dire che diventerà il nuovo Djokovic. A Jannik l’ho spiegato dopo la partita con Wawrinka agli US Open. Novak l’ho allenato quando aveva la sua età, 18 anni: era forte ma ci ha messo sette anni a vincere gli US Open. Anche per Sinner saranno fondamentali i prossimi 4-5 anni. Non deve perdersi. Il mio compito è impedire che accada”, prosegue il 61enne coach comasco.

Di mezzo, nel suo percorso di crescita e maturazione definitiva, ci sono tante partite da giocare e da vincere. Per accumulare esperienza ai massimi livelli.Deve giocare tante partite ad alto livello. Almeno 60 l’anno prossimo. E sarà molto difficile. Per quello mi sono battuto a morte per fargli avere tante wild card. Fra 150 partite, se tutto va bene, sarà pronto”, aggiunge. Però abbastanza pronto lo sembra già. I colpi di rimbalzo filano via come fucilate dalla sua racchetta. Il modo di stare in campo è esemplare. E a Milano ha dimostrato di reggere alla grande il peso delle aspettative. “Un livello molto alto ce l’ha già. Anzi tanti tornei li ha giocati sotto standard. E gliel’ho anche detto”, sostiene Piatti.

In cosa è quindi già grande Sinner? In quelle cose che non si insegnano, che o ce le hai o non ce le hai. “Ha una reattività nervosa impressionante. Prima della partita sta immobile per un quarto d’ora. Poi entra in campo e bang. Parte subito al massimo. La qualità dei campioni, continua il suo allenatore, un tipo che raramente si sbilancia. Jannik non è un fenomeno ma ha la capacità di capire come vanno fatte le cose e di farle. Io devo portare al limite questa capacità. Io ci provo con tutti. Molti però si perdono perché hanno paura di investire su se stessi. E non parlo di soldi. Jannik paure non ne ha”.

Il gioco dell’altoatesino sembra già estremamente completo. Dritto e rovescio sono di livello stellare. Soprattutto il rovescio. Il servizio è tecnicamente molto ben eseguito e ha una buona efficacia. Con questo colpo, nel corso del 2019, ha fatto passi da gigante. Rispetto a Roma è già diverso, anche nelle percentuali. Ora però deve imparare ad usarlo per mandare fuori equilibrio l’avversario”, nota Piatti. In effetti, al momento la battuta è molto piatta, più alla ricerca dell’ace che di buttar fuori dal campo l’avversario. E, soprattutto sulla terra rossa, è meglio andare per la seconda che per la prima opzione. La priorità è però imparare ad essere più flessibile in campo, sviluppare un piano b, che non sia cercare di imporre il suo ritmo forsennato da fondo.

Deve imparare a gestire il gioco. Federer, Nadal, Djokovic, perché vincono tanto? Perché sanno cambiare situazione di gioco anche 3 o 4 volte in un match“,sottolinea in maniera come al solito lucidissima Piatti.  Ma chi è Sinner fuori dal campo. “Uno che si diverte un sacco. Insieme ci facciamo mille risate. Il tennis non è un lavoro: è un gioco. In questo Jannik mi ricorda uno fortissimo che si diverte un mondo a giocare a tennis. Vi diamo qualche indizio: è nato in Svizzera, ha vinto 20 titoli dello Slam, ed è stato protagonista di alcune delle più belle partite nella storia del tennis. Speriamo bene.

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Guai a chi mi tocca Berrettini! Ha perso, ma come è normale che sia

La mia comprensione e quella di Novak Djokovic. Ora un altro duello impari? Sarà uno spareggio che solo Roger Federer non può permettersi di perdere. Le chances di Matteo esistono se… Mentre Sinner…

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Video sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

Matteo Berrettini ha tutta la mia comprensione. E ha anche quella di Novak Djokovic. Forse non avrà quella di Roger Federer, che questo martedì dovrà giocare contro di lui un match di spareggio per la sopravvivenza. Infatti Federer, dopo aver perso per la terza volta su tre quest’anno con Thiem – e stavolta pure peggio, in due set anziché in tre come a Indian Wells e a Madrid – dovrebbe battere sia Berrettini sia Djokovic per avere la quasi certezza di passare il turno. Insomma a Berrettini, cui già era toccato esordire contro l’avversario peggiore possibile qui a Londra, cioè Djokovic per le sue note caratteristiche di grande ribattitore, non poteva andar peggio che dover affrontare al secondo match un Roger Federer costretto a vincere e che avrà come al solito tutto il pubblico a suo favore.

Matteo dovrà prepararsi a sentire una onda di “let’s go Roger!, let’s go Roger!” dalla prima palla all’ultima. Chieda informazioni al proposito a Djokovic sul trattamento ricevuto all’All England Club quando ha giocato la finale contro Roger. Nole, quando ci ripensa, scuote ancora la testa. Vero che in caso di vittoria dello svizzero su Thiem, Matteo si sarebbe trovato nelle stesse condizioni anche contro l’austriaco, però – a parte il fatto che contro l’austriaco il pubblico non gli sarebbe stato così contrario – secondo me sarebbe stato preferibile giocarsi uno spareggio su questa superficie contro Thiem, già battuto a Shanghai e dopo averci perso di misura a Vienna, piuttosto che contro l’idolo della sua gioventù che già a Wimbledon gli aveva dato una tristemente memorabile stesa. Leggete che cosa mi ha detto Thiem, quando gli ho chiesto di ricordare i suoi due precedenti con Matteo.

 

I vantaggi di Matteo per la sfida numero 2 a Federer saranno almeno due: a) Matteo non dovrebbe far peggio che a Wimbledon e l’aver già vissuto quell’esperienza contro il proprio idolo avrà contribuito almeno un pochino a una sua diversa serenità al momento di scendere in campo; b) Federer stavolta avrà un bel carico di tensione addosso: è lui che dopo aver perso da Thiem, con la brutta, spiacevole sensazione di aver giocato anche piuttosto maluccio, ha tutto da perdere. Vero che ci si è trovato mille volte in queste situazioni, ma fate che per caso lui cominci ancora così come male come gli è successo con Thiem ieri, e che quindi Matteo trovi un po’ di fiducia, e allora magari vedremo un vero match. Di sicuro Roger oggi come oggi non si muove e non si difende come Djokovic.

Ho scritto queste righe dando quasi per scontato il fatto che è assai probabile che il secondo duello Berrettini-Federer di martedì sarà uno spareggio, ma mi corre anche l’obbligo di ricordare che nel Masters è successo talvolta che sia approdato alle semifinali anche qualcuno che invece aveva vinto un solo match. In quello maschile come in quello femminile. L’ultimo che mi torna in mente è quello WTA di Singapore 2015, l’anno in cui c’era la mia adorata Flavia Pennetta – a proposito auguri per la figlia femmina in arrivo! – e che vide Radwanska conquistare il torneo: la ragazza polacca aveva perso due volte nel round robin (una proprio da Flavia).

Se infatti un giocatore termina al primo posto del suo gruppo avendo vinto tutti e tre i suoi match, può capitare che gli altri tre ne vincano uno ciascuno, A con B, B con C, C con A, e in quel caso non contano i confronti diretti (che conterebbero se ci fossero solo due giocatori a pari vittorie, due ad esempio ciascuno) ma decide il quoziente set e game. A questo punto Berrettini è messo peggio di Federer che perdendo di game ne ha fatti 10, mentre Matteo ne ha racimolati solo tre.

Accennavo alla comprensione manifestata da Djokovic nei confronti dell’esordiente Berrettini… che non ha avuto in sorte la fortuna di misurarsi contro un tennista inesperto, come altri due esordienti, Medvedev e Tsitsipas che per l’appunto duelleranno oggi alle 15 fra loro, quindi nella stessa situazione… della prima volta al Masters. Novak, che al Masters di Shanghai 2007 aveva 20 anni e mezzo, giocò tre partite e non solo non vinse una partita, ma non fece neppure un set. E, per carità, al Masters ci si imbatte sempre in top-10, però a parte Nadal, gli altri due erano Ferrer e Gasquet, insomma ottimi tennisti, ma non extraterrestri.

Djokovic ha interpretato alla perfezione, almeno secondo me, quello che deve essere stato lo stato d’animo di Matteo: “Ero teso… ero felice di esser là, naturalmente! Ero orgoglioso di far parte dell’élite del tennis mondiale, fra i primi otto, ma – capite – era un ambiente nuovo nel quale mi trovavo. C’è il solito campo da tennis, una partita da giocare (come in tante situazioni…), ma era tuttavia diverso, essere consapevoli che per te era la prima volta e dovevi giocare ogni duello contro un top-ten per emergere dal tuo gruppo.

È tantissima pressione…sai che devi fare del tuo meglio (e tutti si aspettano grandi cose altrimenti quasi li deludi… questa è un’aggiunta mia, di Ubaldo Scanagatta, lo specifico a scanso di equivoci, così come sono sicuro che qualcuno oggi in Italia è già capace di pensare o di dire ‘ah Sinner avrebbe fatto meglio!’. E a questi rispondo di non esagerare con le iperboli pro “altoatesino”: una cosa è misurarsi da n.95 del mondo con under 21 in un torneo anomalo, un’altra è farlo da n.8 contro i migliori del mondo) – mentre per gli altri top-players che hanno giocato ai massimi livelli per tanti anni c’è tanta esperienza in più a poter fare la differenza.

Noi top-players sappiamo come gestire queste situazioni emozionali. Siamo mentalmente più esperti, attrezzati. Ecco perché all’inizio del match, sapendo che lui sarebbe stato probabilmente teso e nervoso ho cercato di infrangere la sua resistenza molto rapidamente, e questo è quello che è capitato a metà del primo set. Ha sbagliato un dritto relativamente facile subendo il break (4-2). E da quel momento in poi ho cominciato a leggere meglio il suo servizio, a posizionarmi meglio sul campo, a muovermi davvero molto bene.

Questa spiegazione di Novak è venuta come risposta alla mia osservazione sul fatto che lui era riuscito a strappare per cinque volte consecutive la battuta a Matteo, sebbene Matteo (che non ha servito neppure malissimo come percentuale di prime palle, intorno al 70% nel primo set e al 65% nel secondo) abbia nel servizio uno dei suoi notori punti di forza. “Sì, sono molto contento del modo in cui ho saputo rispondere, sapendo come lui sia un ottimo battitore e quanto sia forte e veloce la sua battuta. Sono davvero felice per come sono riuscito a rispondere alla maggior parte dei suoi servizi da quel momento in poi”.

Anche se non si può dire che, pur con tutte le attenuanti del caso, Matteo non abbia giocato né bene né male, di certo contro Federer dovrà giocare meglio se vorrà tentare di dar vita a un match più equilibrato di quello di questa domenica e anche di quella volta a Wimbledon. Sia lui sia il suo coach mentale Stefano Massari che ho intervistato, ritengono di aver interpretato la partita contro Djokovic meglio che quella contro Roger a Wimbledon. Di certo Matteo non si è rassegnato e fino all’ultima palla, anche se era sotto 4-0, ha provato a fare qualcosa, ha mostrato i pugnetti al suo angolo ogni volta che un bel punto gli ha dato l’illusione di potersi rimettere in carreggiata. Il divario è sembrato ancora grande, ma questo non deve essere una sorpresa. Matteo non è un imbucato, ma è un last minute top-player. Occorre dargli tempo.

Il Federer visto contro Thiem non mi è parso trascendentale. Ha steccato diverse palle, mi è parso a tratti piuttosto lento. Ha cominciato talmente male, poi, che sembrava quasi un esordiente lui pure. Thiem ha giocato bene, ma gli ha dato anche qualche occasione per rimettersi in gioco. Il fatto che Federer debba assolutamente vincere non favorisce le chances di Matteo e contro Thiem sarà probabilmente la stessa cosa. Un diverso ordine degli incontri, anche se è raro che ce ne sia qualcuno all’inizio che non sia quasi determinante in un senso o nell’altro avrebbe potuto essere più propizio. Ma, come ha detto Djokovic, e avevano detto prima sia Santopadre sia il coach mentale Massari, sono tutte esperienze che gli faranno bene.

Ho notato, parlando con tutti i colleghi giunti da Milano, che sul fronte Sinner c’è un entusiasmo dilagante. Del resto anch’io, nel mio piccolo e ancor prima che desse una lezione di tennis al n.18 de mondo, ho scritto che “credo che Sinner sia un fenomeno”. Però mi sento di condividere appieno quel che ha detto Matteo nell’articolo-intervista scritto da Ruggero Canevazzi che mi ha dato grossa mano qui al suo esordio al Masters (sì, come Berrettini…): “Non vorrei essere male interpretato, ma Sinner è appena entrato nei primi 100 e io sono 8 del mondo. Lo dico perché non vorrei che si metta a lui troppa pressione. Ciò cui sono sottoposto io a questi livelli lui lo proverà nei prossimi anni, proprio per questo è fondamentale che ora venga lasciato tranquillo.

Chi conosce bene Matteo, e io credo di aver cominciato a conoscerlo abbastanza bene, ha capito il senso della sua dichiarazione. Non è stata fatta assolutamente con l’intento di sottolineare il fatto che lui Matteo è n.8 del mondo e che Jannik è ancora n.95 (seppur virtualmente si sia capito tutti che vale di più), ma proprio per calmierare un po’ un’attenzione e delle aspettative che forse sono ancora eccessive e premature, tutto sommato dannose per Jannik anche se il Pel di Carota di San Candiano sembra proprio avere i riccioli rossi ben solidi sulle spalle.

Certo sarebbe bello poter sognare di avere prossimamente – a Torino 2021? – due ragazzi italiani al Masters di fine anno. Soprattutto guardando agli otto protagonisti di quest’anno. Non c’è Paese che abbia due giocatori. Sono otto e di otto diversi Paesi. Se Bautista Agut avesse tenuto indietro Berrettini, la Spagna ne avrebbe avuti due fra gli otto Maestri. Ma altri Paesi in grado di portare alle ATP World Finals due rappresentanti, fra gli immediati rincalzi fra i quali figuravano il francese Monfils, il belga Goffin, l’argentino Schwartzman, l’americano Isner, l’australiano De Minaur, proprio non ce n’erano. Non voglio adesso ignorare l’appello testé ricordato di Matteo Berrettini, ma pensare che fra un paio d’anni – stante anche il progressivo inevitabile declino dei top-player ultratrentenni – l’Italia possa ritrovarsi con due giocatori tra i top-8, beh non è certo scontato ma è anche tutt’altro che da escludere a priori. Siamo d’accordo?

In conclusione riprendo il commento che ho scritto ieri pomeriggio anche sui giornali che mi danno l’opportunità di scrivere, la Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino, da quando Panatta prima e Barazzutti poi conquistarono il diritto a partecipare ai Masters del ’75 e del ’78. Dal 1976, l’anno dei trionfi di Adriano Panatta al Foro Italico e al Roland Garros, e con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli a Santiago per l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia, il nostro tennis non viveva un momento altrettanto magico. Già scritto, ma da ribadire, alla luce degli eventi più recenti. Così riassunti in cinque paragrafi:

1- Matteo Berrettini centra, dalla porta principale, l’ingresso fra i top 8 del mondo e ci sono tutti. Quando Adriano Panatta giocò il Masters del ’75, non c’era Connors, il n.1 per aver vinto i tre Slam cui poté partecipare. Quando Barazzutti giocò quello del ’78, Borg aveva dato forfait e a Vilas, in lite con lo sponsor Colgate, non furono conteggiati i punti.

2- Jannik Sinner vince le Next Gen ATP Finals under 21 pur avendo solo 18 anni e dominando in finale De Minaur n. 18 ATP assai più nettamente di quanto avesse fatto un anno prima Tsitsipas (oggi n.6 ATP) contro lo stesso avversario. Stefan Edberg aveva vinto a Milano il suo primo torneo nel 1984, idem Roger Federer nel 2001. Edberg aveva 18 anni, Federer 20. Il paragone ci sta. Anche se le Next Gen Finals sono un torneo sui generis, Sinner, fresco top-100, ha battuto 4 top 100: Tiafoe 47 (ex 29), Kecmanovic 60 (era 47 il 9 settembre), Ymer 74, De Minaur 18. È un fenomeno.

3- Otto italiani nei top 100 a fine anno. Mai successo prima: Berrettini n.8, Fognini 12, Sonego 53, Cecchinato 72, Seppi 73, Travaglia 86, Sinner 95, Caruso 97.

4- Appena eletto (in carica dal 2020) il nuovo presidente dell’ATP, l’italiano Andrea Gaudenzi, 46 anni, ex n.18 ATP e manager di comprovata esperienza.

5- L’Italia ha ottenuto, previa garanzia governativa per 75 milioni di euro, l’organizzazione delle finali ATP a Torino per 5 anni (2021-2025).

Non chiedetemi di aggiungere altro, parlano i fatti.

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