(S)punti tecnici: come possono migliorare i migliori? I Top-5

(S)punti Tecnici

(S)punti tecnici: come possono migliorare i migliori? I Top-5

In vista della stagione agonistica 2017, la prima parte di una preview tecnica sui campioni che attendiamo di rivedere all’opera. Sono già i più forti del mondo, potrebbero esserlo ancora di più?

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Andy Murray

Tecnicamente, due sono i colpi da “irrobustire” per mantenere la testa della classifica. Uno è il dritto, da sempre l’esecuzione più macchinosa, costruita e meno fluida dello scozzese. Nelle ultime settimane Andy ha mostrato progressi notevoli, in particolare sulla diagonale destra, su cui ormai riesce a tenere lo scambio contro chiunque, grazie a un accompagnamento finale un po’ più deciso, spazzolato e alto, con conseguente efficace produzione di top-spin, e quando necessario è in grado di spingere trovando parecchi vincenti. Il problema tecnico, data l’impostazione dello swing, è sul lungolinea, che Murray “non vede” con sufficiente disinvoltura. Certamente (parliamo di campioni, ovviamente è tutto relativo) riesce ad affondare di dritto anche da quel lato, ma per farlo è costretto a variare in modo molto evidente la postura delle spalle, se non addirittura la stance dei piedi, consentendo così la lettura della traiettoria agli avversari. L’altro è la seconda palla di servizio, su cui Andy lavora da sempre, ma ancora non è riuscito a ottenere la sensibilità per trovare con continuità il giusto mix tra velocità di palla e rotazione in kick. Lo slice lo colpisce piuttosto bene, sia da destra che da sinistra, il servizio liftato invece molto spesso gli scappa troppo “gonfio”, alto e lento. Uno abituato ad aggredire la rete in risposta come Federer, per esempio, in passato lo ha battuto molte volte proprio con la pressione sulla seconda palla di servizio, evitando sul nascere di entrare nella ragnatela di palleggio in cui Murray è un maestro praticamente impossibile da sfondare.

Novak Djokovic

 

Novak Djokovic

I fondamentali (dritto, rovescio e servizio) hanno raggiunto da tempo l’eccellenza, magari non stilistica (il dritto) ma sicuramente in termini di efficacia. In particolare, l’evoluzione del movimento di servizio negli anni è stata incredibile e decisiva. Come noto, se c’è un “buco” tecnico nel tennis di Djokovic è il gioco al volo, soprattutto le palle sopra la testa. Nel circuito di oggi, purtroppo, sono fasi di gioco sempre meno importanti, e gli straordinari successi del serbo nelle ultime stagioni ne sono la migliore dimostrazione. In generale, però, si comincia a vedere una (piccola, per adesso) inversione di tendenza, non solo gli ormai quasi estinti specialisti, ma a volte anche qualche top-player (Raonic su tutti, perfino Nishikori a volte) hanno re-introdotto nei loro schemi tattici la discesa a rete con una certa continuità, spesso a sorpresa dietro il servizio. Nole è devastante nella pressione da fondocampo, ma a maggio compirà 30 anni, la maggior parte passata a correre e recuperare anche le palle impossibili: difficile pensare che possa mantenere una simile spaventosa intensità ancora a lungo, sia fisicamente che mentalmente, e nella seconda parte del 2016 la flessione è stata preoccupante. Fermo restando che per uno come Djokovic “flessione preoccupante” significa comunque finali Slam e Masters, solo che adesso gli capita di perderle. Non si può pretendere che il serbo si trasformi in attaccante, ma se inserisse nei suoi allenamenti e poi applicasse in partita almeno quei due-tre schemi basilari di chiusura a rete, a mio avviso la differenza si vedrebbe eccome. Niente di pirotecnico, basterebbe che qualche volta andasse a raccogliere in avanti i frutti della sua qualità da fondo, particolarmente dietro certi anticipi lungolinea di rovescio su cui non lo passerebbe nessuno al mondo. Nole non sarà mai uno che vince i match a forza di ricamini a rete, ma dare una sistemata alle sue statistiche chiudendo più spesso, e con più convinzione, le volée obiettivamente semplici che otterrebbe molte volte come premio per i missili da dietro che spara, sarebbe opportuno. A rete, più ci vai e più ci giochi, più migliori. Se Djokovic se ne convincesse, un aggiustamento tattico di questo tipo potrebbe farlo diventare nuovamente quasi imbattibile.

Milos Raonic - Queen's 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Milos Raonic – Queen’s 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Milos Raonic

Probabilmente, tra i top-10 è il giocatore con maggiore propensione all’attacco alla rete dietro il servizio, tendenza inaugurata agli scorsi Australian Open. Oltre a questo, sono anni che il canadese lavora in modo ammirevole sul gioco di gambe, che adesso gli permette di gestire anche le palle basse con disinvoltura notevole nonostante la mole e la statura, anche e soprattutto al volo. Non si chiude l’anno come numero 3 ATP per caso, con una finale a Wimbledon come ciliegina su una grande stagione, magari priva di exploit clamorosi, ma sempre e comunque ad altissimo livello salvo qualche inciampo qua e là. Tecnicamente, Milos deve progredire ulteriormente con il rovescio, non tanto con il colpo bimane in spinta che è meno peggio di quello che sembra a molti, quanto con l’utilizzo dello slice. Una migliore e più decisa “affettata” dal lato sinistro gli permetterebbe di gestire con meno fatica le palle basse da quel lato, tipicamente gli slice avversari, in particolare nella manovra da fondocampo. Raonic ha e utilizza già bene un ottimo slice da metà campo in aggressione alla rete, è da dietro che dovrebbe fidarsi di questo tipo di colpo e azzardarlo più spesso, per rallentare il ritmo, recuperare posizione quando aggredito sul rovescio, e trovare meglio la possibilità di fare il giro intorno alla palla per partire con le sue tipiche sequenze di dritti inside out e inside in. Con le dovute proporzioni, lo schema “alla Federer” che tante vittorie ha portato al fuoriclasse svizzero. Ci è riuscito recentemente, alla grandissima, Juan Martin del Potro. Milos non ha il drittone da fantascienza di Delpo, ma insomma, non tira piano nemmeno lui, e sono questi dettagli che potenzialmente possono permettere il salto di qualità decisivo.

Stan Wawrinka - US Open 2016

Stan Wawrinka

Uno a cui, da tecnico, davvero non saprei cosa suggerire. Ovviamente, si potrebbe facilmente – e giustamente – sostenere che la continuità durante la stagione non è il punto di forza dello svizzero, ma sarebbe assurdo aspettarsi di vedere molto più spesso durante l’anno i picchi di rendimento assoluti di cui è capace, e che lo rendono semplicemente ingiocabile per chiunque. Dal punto di vista delle esecuzioni, Stan è virtualmente al top, dritto, super-rovescio, servizio: lui tira tutto, e quando è ben messo di fisico e di testa, gli sta dentro tutto. Chi ci sia dall’altra parte della rete non ha importanza, quando Stan-The-Man ingrana, l’unica opzione per gli avversari è la limitazione danni se possibile. Inutile parlare di posizione in campo da avanzare, o cose simili, quando uno ti spara vincenti in faccia a Djokovic dai teloni di fondo come fosse nulla, il giocatore quello è, e mi pare abbia dimostrato che può vincere di pura forza ed esplosività quando e come vuole. Deve volerlo davvero, però. Wawrinka a marzo farà 32 anni, non sono più di due-tre al massimo le stagioni agonistiche veramente al top che gli rimangono, considerando anche che non è esattamente un felino a livello di tenuta atletica, elasticità articolare, reattività in fase difensiva. Quello che sarebbe lecito attendersi dal 2017 di Stan è proprio la consapevolezza di questo, con conseguente motivazione a dare tutto quello che ha prima della fine della carriera. Oltre che su cemento e terra, magari a Wimbledon, che non sarà mai il suo campo preferito, e dove ha sempre fatto fatica, ma se non lo stimola la possibilità del Career Grand Slam, cosa potrebbe?

Kei Nishikori - ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Kei Nishikori – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Kei Nishikori

In modo molto simile a Murray e Djokovic, il giapponese è a dir poco formidabile con i fondamentali da dietro, il dritto a volte si inceppa ma è tanto, tanto migliorato, il rovescio è il miglior bimane di tutti, solido quanto quelli degli stessi Andy e Nole, ma ancora più rapido e soprattutto anticipato nell’esecuzione. Il servizio non è e non sarà mai l’arma decisiva di Kei, che però lo ha allenato tantissimo e ha in ogni caso trovato buonissima consistenza, più che sufficiente per non farsi aggredire (meglio lui di Andy in questo dettaglio). Il gioco di gambe e la rapidità di piedi ha pochi eguali. Quello che potrebbe fare Nishikori, e ha già cominciato in parte nelle ultime uscite della stagione, è trovare – come dovrebbe fare anche Djokovic – maggiore fiducia nelle chiusure a rete. Lo abbiamo visto al Masters a volte azzardare addirittura il serve&volley per “mischiare le carte”, l’impressione è che per Kei questo sia un periodo di “lavori in corso”, anche lui si sta rendendo conto che è un delitto non andare a raccogliere al volo più spesso i frutti di una pressione da fondocampo di simile stratosferico livello. La mano ce l’ha, il limite è purtroppo il fisico, sia in termini di altezza e peso, sia in termini di resistenza e propensione agli infortuni soprattutto muscolari. Sta comunque progredendo molto, dal vivo e da vicino a distanza di un anno la “costruzione” della muscolatura si è vista bene, l’augurio è che regga senza farsi male. Qualche scambio chiuso prima e con minor fatica a rete, lo sa benissimo anche lui, non potrebbe che facilitargli la vita e allungargli la carriera. Con la finissima intelligenza tattica che ha, e quel vecchio volpone di Chang in panchina, mi aspetto cose notevoli nel 2017. Dei top-5 attuali Nishikori è il secondo più giovane (26 anni, quasi 27, Raonic 25, quasi 26), di conseguenza tempo e margini di ulteriore miglioramento tecnico-tattico e fisico ci sono tutti, e sono potenzialmente enormi.

Appuntamento alla prossima settimana con la seconda parte: dal n.6 al n. 10

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(S)punti Tecnici

US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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(S)punti Tecnici

Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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(S)punti Tecnici

Montreal, spunti tecnici: bentornato, Andy Murray

Bello rivedere in campo un campione che temevamo perduto. Analisi della sua esemplare tecnica della risposta al servizio, in vista del ritorno in singolare a Cincinnati

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da Montreal, il nostro inviato

Onestamente, dopo la gran paura che fece prendere a tutti noi a Melbourne quest’anno, scrivere di Sir Andy Murray è un autentico piacere. All’indomani dell’annuncio della partecipazione al Masters 1000 di Cincinnati in singolare, segno che dopo la rischiosa operazione all’anca si sente definitivamente bene, andiamo a vedere insieme uno dei gesti tecnici da sempre migliori del campione britannico: la risposta al servizio. In particolare, è molto interessante analizzare il gioco di gambe di Andy nella proiezione verso la palla, il footwork in generale di Murray è magnifico.

Nel breve video qui sopra, prima una risposta di rovescio, poi una di dritto. Dal vivo e da vicino, una delle cose che più colpiscono di Andy sono le sue caratteristiche movenze felpate, va verso la palla in modo morbido ed elastico, come fosse un gattone. In particolare, nel passaggio del peso dal primo passo lungo in avanzamento allo split step frontale, che successivamente lo proietterà a sinistra o a destra. Diamo un’occhiata più in dettaglio ai frames tratti dallo stesso filmato.

 

Cose belle belle: il timing nello step, che lo fa praticamente fluttuare verso gli appoggi finali, la coordinazione perfetta della rotazione busto spalle, contemporanea alla proiezione in avanti-sinistra della gamba opposta (la destra), il gesto della mano di richiamo (la sinistra) a “tenere su” la testa della racchetta per compensare un attimo di ritardo nello swing (gli stava servendo a tutta Marin Cilic, quindi botte non indifferenti). Che bravo. Vediamo il lato del dritto.

Cose belle belle: sempre la leggerezza unita alla potenza e alla precisione degli appoggi, la gestione dell’asse di equilibrio (Andy sta su perfetto come un filo a piombo dall’inizio alla fine dell’esecuzione, anche in semi-allungo laterale su uno slice di Cilic, che non è uno scherzo), e soprattutto il passo in dinamica della gamba opposta (la sinistra), ancora più evidente che dal lato del rovescio. Il motivo, ovviamente, è che non essendoci il busto di mezzo, l’allungo è superiore, il che comporta la necessità di un passo e di un successivo appoggio più avanzato e largo per compensare la sbracciata mantenendo centrale il peso. Una vera lezione, coach Andy, grazie davvero.

Qui sopra, infine, un altro paio di rovesci in palleggio (a sinistra Andy è uno spettacolo), uno slice e un diagonale in corsa. Un vero piacere guardarlo.

Personalmente, ho sempre mantenuto un salutare distacco dai fanatismi tennistici, e sto pure imparando ad accettare che pressoché qualsiasi cosa io scriva, ci sarà qualcuno che si lamenta perché a suo dire non ho elogiato a sufficienza Federer, Nadal o Djokovic, o vattelapesca. Vabbè, son dinamiche anche psicologiche davanti a cui mi arrendo. Parlando di Andy Murray, però, specialmente in occasione di questo suo rientro, lo dichiaro da ora: io per Muzza farò il tifo contro chiunque giochi, ma tifo vero, di quelli che si esulta al doppio fallo dell’avversario.

Perché se lo merita, se lo si conosce un minimo personalmente è un ragazzo che definire cordiale e simpatico è poco, perché a livello di carattere e apertura mentale (questo lo potete verificare anche senza essere addetti ai lavori, basta scorrere i suoi profili social) è uno da cui una marea di gente avrebbe solo da imparare. Nel frattempo, a proposito di imparare, riguardo alla tecnica del gioco di gambe nella risposta al servizio in avanzamento, le immagini sono lì sopra.

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