(S)punti tecnici: come possono migliorare i migliori? I Top-5

(S)punti Tecnici

(S)punti tecnici: come possono migliorare i migliori? I Top-5

In vista della stagione agonistica 2017, la prima parte di una preview tecnica sui campioni che attendiamo di rivedere all’opera. Sono già i più forti del mondo, potrebbero esserlo ancora di più?

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Andy Murray

Tecnicamente, due sono i colpi da “irrobustire” per mantenere la testa della classifica. Uno è il dritto, da sempre l’esecuzione più macchinosa, costruita e meno fluida dello scozzese. Nelle ultime settimane Andy ha mostrato progressi notevoli, in particolare sulla diagonale destra, su cui ormai riesce a tenere lo scambio contro chiunque, grazie a un accompagnamento finale un po’ più deciso, spazzolato e alto, con conseguente efficace produzione di top-spin, e quando necessario è in grado di spingere trovando parecchi vincenti. Il problema tecnico, data l’impostazione dello swing, è sul lungolinea, che Murray “non vede” con sufficiente disinvoltura. Certamente (parliamo di campioni, ovviamente è tutto relativo) riesce ad affondare di dritto anche da quel lato, ma per farlo è costretto a variare in modo molto evidente la postura delle spalle, se non addirittura la stance dei piedi, consentendo così la lettura della traiettoria agli avversari. L’altro è la seconda palla di servizio, su cui Andy lavora da sempre, ma ancora non è riuscito a ottenere la sensibilità per trovare con continuità il giusto mix tra velocità di palla e rotazione in kick. Lo slice lo colpisce piuttosto bene, sia da destra che da sinistra, il servizio liftato invece molto spesso gli scappa troppo “gonfio”, alto e lento. Uno abituato ad aggredire la rete in risposta come Federer, per esempio, in passato lo ha battuto molte volte proprio con la pressione sulla seconda palla di servizio, evitando sul nascere di entrare nella ragnatela di palleggio in cui Murray è un maestro praticamente impossibile da sfondare.

Novak Djokovic

 

Novak Djokovic

I fondamentali (dritto, rovescio e servizio) hanno raggiunto da tempo l’eccellenza, magari non stilistica (il dritto) ma sicuramente in termini di efficacia. In particolare, l’evoluzione del movimento di servizio negli anni è stata incredibile e decisiva. Come noto, se c’è un “buco” tecnico nel tennis di Djokovic è il gioco al volo, soprattutto le palle sopra la testa. Nel circuito di oggi, purtroppo, sono fasi di gioco sempre meno importanti, e gli straordinari successi del serbo nelle ultime stagioni ne sono la migliore dimostrazione. In generale, però, si comincia a vedere una (piccola, per adesso) inversione di tendenza, non solo gli ormai quasi estinti specialisti, ma a volte anche qualche top-player (Raonic su tutti, perfino Nishikori a volte) hanno re-introdotto nei loro schemi tattici la discesa a rete con una certa continuità, spesso a sorpresa dietro il servizio. Nole è devastante nella pressione da fondocampo, ma a maggio compirà 30 anni, la maggior parte passata a correre e recuperare anche le palle impossibili: difficile pensare che possa mantenere una simile spaventosa intensità ancora a lungo, sia fisicamente che mentalmente, e nella seconda parte del 2016 la flessione è stata preoccupante. Fermo restando che per uno come Djokovic “flessione preoccupante” significa comunque finali Slam e Masters, solo che adesso gli capita di perderle. Non si può pretendere che il serbo si trasformi in attaccante, ma se inserisse nei suoi allenamenti e poi applicasse in partita almeno quei due-tre schemi basilari di chiusura a rete, a mio avviso la differenza si vedrebbe eccome. Niente di pirotecnico, basterebbe che qualche volta andasse a raccogliere in avanti i frutti della sua qualità da fondo, particolarmente dietro certi anticipi lungolinea di rovescio su cui non lo passerebbe nessuno al mondo. Nole non sarà mai uno che vince i match a forza di ricamini a rete, ma dare una sistemata alle sue statistiche chiudendo più spesso, e con più convinzione, le volée obiettivamente semplici che otterrebbe molte volte come premio per i missili da dietro che spara, sarebbe opportuno. A rete, più ci vai e più ci giochi, più migliori. Se Djokovic se ne convincesse, un aggiustamento tattico di questo tipo potrebbe farlo diventare nuovamente quasi imbattibile.

Milos Raonic - Queen's 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Milos Raonic – Queen’s 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Milos Raonic

Probabilmente, tra i top-10 è il giocatore con maggiore propensione all’attacco alla rete dietro il servizio, tendenza inaugurata agli scorsi Australian Open. Oltre a questo, sono anni che il canadese lavora in modo ammirevole sul gioco di gambe, che adesso gli permette di gestire anche le palle basse con disinvoltura notevole nonostante la mole e la statura, anche e soprattutto al volo. Non si chiude l’anno come numero 3 ATP per caso, con una finale a Wimbledon come ciliegina su una grande stagione, magari priva di exploit clamorosi, ma sempre e comunque ad altissimo livello salvo qualche inciampo qua e là. Tecnicamente, Milos deve progredire ulteriormente con il rovescio, non tanto con il colpo bimane in spinta che è meno peggio di quello che sembra a molti, quanto con l’utilizzo dello slice. Una migliore e più decisa “affettata” dal lato sinistro gli permetterebbe di gestire con meno fatica le palle basse da quel lato, tipicamente gli slice avversari, in particolare nella manovra da fondocampo. Raonic ha e utilizza già bene un ottimo slice da metà campo in aggressione alla rete, è da dietro che dovrebbe fidarsi di questo tipo di colpo e azzardarlo più spesso, per rallentare il ritmo, recuperare posizione quando aggredito sul rovescio, e trovare meglio la possibilità di fare il giro intorno alla palla per partire con le sue tipiche sequenze di dritti inside out e inside in. Con le dovute proporzioni, lo schema “alla Federer” che tante vittorie ha portato al fuoriclasse svizzero. Ci è riuscito recentemente, alla grandissima, Juan Martin del Potro. Milos non ha il drittone da fantascienza di Delpo, ma insomma, non tira piano nemmeno lui, e sono questi dettagli che potenzialmente possono permettere il salto di qualità decisivo.

Stan Wawrinka - US Open 2016

Stan Wawrinka

Uno a cui, da tecnico, davvero non saprei cosa suggerire. Ovviamente, si potrebbe facilmente – e giustamente – sostenere che la continuità durante la stagione non è il punto di forza dello svizzero, ma sarebbe assurdo aspettarsi di vedere molto più spesso durante l’anno i picchi di rendimento assoluti di cui è capace, e che lo rendono semplicemente ingiocabile per chiunque. Dal punto di vista delle esecuzioni, Stan è virtualmente al top, dritto, super-rovescio, servizio: lui tira tutto, e quando è ben messo di fisico e di testa, gli sta dentro tutto. Chi ci sia dall’altra parte della rete non ha importanza, quando Stan-The-Man ingrana, l’unica opzione per gli avversari è la limitazione danni se possibile. Inutile parlare di posizione in campo da avanzare, o cose simili, quando uno ti spara vincenti in faccia a Djokovic dai teloni di fondo come fosse nulla, il giocatore quello è, e mi pare abbia dimostrato che può vincere di pura forza ed esplosività quando e come vuole. Deve volerlo davvero, però. Wawrinka a marzo farà 32 anni, non sono più di due-tre al massimo le stagioni agonistiche veramente al top che gli rimangono, considerando anche che non è esattamente un felino a livello di tenuta atletica, elasticità articolare, reattività in fase difensiva. Quello che sarebbe lecito attendersi dal 2017 di Stan è proprio la consapevolezza di questo, con conseguente motivazione a dare tutto quello che ha prima della fine della carriera. Oltre che su cemento e terra, magari a Wimbledon, che non sarà mai il suo campo preferito, e dove ha sempre fatto fatica, ma se non lo stimola la possibilità del Career Grand Slam, cosa potrebbe?

Kei Nishikori - ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Kei Nishikori – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Kei Nishikori

In modo molto simile a Murray e Djokovic, il giapponese è a dir poco formidabile con i fondamentali da dietro, il dritto a volte si inceppa ma è tanto, tanto migliorato, il rovescio è il miglior bimane di tutti, solido quanto quelli degli stessi Andy e Nole, ma ancora più rapido e soprattutto anticipato nell’esecuzione. Il servizio non è e non sarà mai l’arma decisiva di Kei, che però lo ha allenato tantissimo e ha in ogni caso trovato buonissima consistenza, più che sufficiente per non farsi aggredire (meglio lui di Andy in questo dettaglio). Il gioco di gambe e la rapidità di piedi ha pochi eguali. Quello che potrebbe fare Nishikori, e ha già cominciato in parte nelle ultime uscite della stagione, è trovare – come dovrebbe fare anche Djokovic – maggiore fiducia nelle chiusure a rete. Lo abbiamo visto al Masters a volte azzardare addirittura il serve&volley per “mischiare le carte”, l’impressione è che per Kei questo sia un periodo di “lavori in corso”, anche lui si sta rendendo conto che è un delitto non andare a raccogliere al volo più spesso i frutti di una pressione da fondocampo di simile stratosferico livello. La mano ce l’ha, il limite è purtroppo il fisico, sia in termini di altezza e peso, sia in termini di resistenza e propensione agli infortuni soprattutto muscolari. Sta comunque progredendo molto, dal vivo e da vicino a distanza di un anno la “costruzione” della muscolatura si è vista bene, l’augurio è che regga senza farsi male. Qualche scambio chiuso prima e con minor fatica a rete, lo sa benissimo anche lui, non potrebbe che facilitargli la vita e allungargli la carriera. Con la finissima intelligenza tattica che ha, e quel vecchio volpone di Chang in panchina, mi aspetto cose notevoli nel 2017. Dei top-5 attuali Nishikori è il secondo più giovane (26 anni, quasi 27, Raonic 25, quasi 26), di conseguenza tempo e margini di ulteriore miglioramento tecnico-tattico e fisico ci sono tutti, e sono potenzialmente enormi.

Appuntamento alla prossima settimana con la seconda parte: dal n.6 al n. 10

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(S)punti Tecnici

ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
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Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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(S)punti Tecnici

Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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