40 anni dal trionfo in Davis. Panatta: "Triste vedere oggi la competizione trascurata" [AUDIO]

Interviste

40 anni dal trionfo in Davis. Panatta: “Triste vedere oggi la competizione trascurata” [AUDIO]

L’ESCLUSIVA – Per chiudere la giornata dedicata al trionfo dell’ItalDavis nel ’76, Adriano Panatta ricorda con il nostro direttore quella storica vittoria e si rammarica di come oggi i big disertino la competizione

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Santiago: quarant’anni dopo tanta ipocrisia. E oggi tanta nostalgia per l’unica Davis

40 anni dal trionfo in Davis. Bertolucci: “Finora se ne sono fregati, ora fanno festa”

 

Davis ’76: “Fu un’impresa, ma l’Italia non lo capì” (Crivelli). L’orologio della Coppa Davis (Azzolini). Una vittoria costruita 10 anni prima a Formia (Bertolucci)

Quell’Italia che fece la storia. Davis, un trionfo lungo 40 anni (Semeraro). “Quella Coppa completò il mio riscatto” (Ferrero). Una Coppa e due Italie: quella che vinse in Cile e l’altra che perse a casa (Tauceri)

Intervista di Ubaldo Scanagatta, introduzione a cura di Stefano Tarantino

Era il dicembre del 1976, la nazionale italiana di tennis formata da Adriano Panatta (quell’anno salito fino alla posizione nr.4 del mondo), Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli, aveva raggiunto la terza finale di Coppa Davis della sua storia (le altre due erano state conquistate da Pietrangeli & Co. sul finire degli anni ’50, in entrambi i casi battuti dall’invincibile Australia di quel periodo). Quell’anno l’Italia si era fatta largo agevolmente nei turni preliminari del raggruppamento europeo (non esisteva ancora il World Group, entrato in vigore nel 1981), eliminando senza problemi Polonia, Jugoslavia e la Svezia orfana di Bjorn Borg senza perdere nemmeno un singolare. La prima prova del fuoco arrivò nella finale della Zona Europea dove fummo chiamati alla trasferta in terra britannica, non tanto per la consistenza dei nostri avversari (su tutti Roger Taylor, semifinalista a Wimbledon, ed i fratelli Lloyd), quanto per il fatto che si giocò sul campo nr.1 di Wimbledon e quindi sull’erba.

Nell’occasione capitan Pietrangeli trovo il jolly Zugarelli, schierato come secondo singolarista al posto di Corrado Barazzutti, poco avvezzo alla superficie. Nonostante la sconfitta in doppio di Panatta e Bertolucci (con annessi 3 match point sprecati) l’Italia chiuse la contesa 4-1 e volò nella finale Interzonale, giocata poi al Foro Italico contro l’Australia. Quella forse fu la vera finale e nonostante l’ostico Alexander (che batté prima Panatta e poi Barazzutti), fu alla fine decisivo il singolare (oltretutto giocato il lunedì mattina a causa della maratona tra Alexander e Barazzutti nel primo singolare dell’ultima giornata) tra Adriano Panatta e John Newcombe, che l’azzurro si aggiudicò in 4 set dopo aver faticato nei primi due.

La finale ci propose la famosa trasferta in Cile, un avversario di medio livello che era giunta all’atto conclusivo anche per la rinuncia della Russia (squadra sicuramente temibile) che per protesta nei confronti del dittatore Pinochet non volle affrontare la trasferta in terra sudamericana. Anche per gli azzurri la vigilia della partenza non fu semplice, anzi. Si aprì come tutti sappiamo un dibattito infinito sull’opportunità o meno di affrontare la trasferta, ma Pietrangeli e Panatta (“Mi devono stracciare il passaporto se non mi vogliono far partire”) su tutti lottarono fino all’ultimo per giocare (a ragion veduta) quella finale tanto agognata e meritata.

Alla fine andammo in Cile e come da pronostico vincemmo la finale e la Coppa Davis, grazie al doppio nel quale Panatta e Bertolucci (dopo le vittorie di Adriano e Barazzutti nei due singolari della prima giornata) batterono il 18 dicembre i cileni Cornejo e Fillol in 4 set per il 3-0 definitivo.

Da allora sono passati esattamente 40 anni e sono state tante le celebrazioni di quella vittoria nell’occasione dell’importante anniversario. Anche Ubitennis non si è sottratta al doveroso omaggio agli autori di quell’impresa, con due interviste fatte dal nostro direttore ad Adriano Panatta e Paolo Bertolucci, coppia d’oro del tennis italiano e come detto protagonisti di quell’evento.

Adriano Panatta, di cui di seguito potete sentire l’intervento, ha ricordato non solo la vittoria di allora ma ha anche fatto un paragone tra quanto la manifestazione fosse sentita allora dai migliori tennisti del circuito al contrario di oggi (“Il fatto che dicano che la Davis rovini la loro programmazione è una stupida scusa, cosa possono cambiare due o tre week-end all’anno”). Ha però anche evidenziato come forse il format andrebbe rivisto e di conseguenza anche la programmazione della Davis (“Ma tanto l’ITF e l’ATP non troveranno mai un accordo” ha sottolineato Adriano). Insomma, un Panatta che come al solito non ha avuto peli sulla lingua, anche se siamo sicuri che tutte queste celebrazioni non gli siano dispiaciute, a lui soprattutto che visse nel ’76 un anno d’oro, con la vittoria a Roma, al Roland Garros e la conquista per l’appunto della Coppa. E probabilmente sa anche quanto il suo tennis e le sue vittorie manchino agli appassionati italiani

Sintesi dell’audio a cura di Raoul Ruberti

Ti sorprende che se ne parli più quest’anno che vent’anni, trent’anni fa?
Mah, non lo so. È tutto l’anno che parlano dei quarant’anni della nostra Coppa Davis… per carità, fa piacere eh. Poi magari il fatto che in tutto questo tempo non sia successo nient’altro può aver ispirato a parlarne così tanto e a domandarci cosa ricordiamo. Ricordiamo che abbiamo vinto in Cile, come tutti sanno, con la complicazione per la trasferta e le contestazioni… siamo andati e abbiamo vinto e basta, si è risolto tutto, in una partita di tennis – anzi tre, tre a zero (si sono giocati anche altri due incontri ininfluenti, ndr).

Pensi che le “feste” di quest’anno siano state procurate, favorite anche dal fatto che sei stato celebrato per il Roland Garros vinto nello stesso anno 1976, e l’organizzazione di Parigi ti ha chiamato a consegnare la coppa al vincitore (Djokovic, ndr)?
Il fatto che mi abbiano chiamato al Roland Garros mi ha fatto molto piacere, i francesi sono maestri in queste cose qua (polemica con la italianissima FIT? ndr). Ha avuto molto risalto indubbiamente, e quindi diciamo che è stato preso spunto… sono usciti due o tre libri, forse anche troppi secondo me (Ride).

Più facile vincere la Davis all’epoca?
Fino a tanti anni fa non è che la vincessero tutti quanti, la vincevano quasi sempre le stesse squadre. Adesso la vincono un po’ tutti, anche perché ci sono defezioni da parte di tutti i migliori giocatori. Mi dispiace perché la Davis è particolare, è l’unica gara a squadre del tennis che è una disciplina assolutamente individuale. Quando c’è una squadra come la Svizzera che ha Federer e Wawrinka, e nessuno dei due gioca, dispiace. Molti giocatori non danno più importanza alla Davis; quando dicono che gli rovina la programmazione sono tutte quante stupidaggini, la pura verità è che non hanno voglia di giocarla. Si tratta di due, tre settimane all’anno.

E sul formato? Ad esempio il campione lo diventa a dicembre, e già a febbraio rischia di perdere lo status. Oppure le final eight…
Sono d’accordo su una formula nuova che dia più importanza alla Coppa Davis, ma la ATP e la ITF non si accorderanno mai. Se si desse importanza alla Davis sia in termine di punti che di prize money, invece di lasciare le proposte economiche ai giocatori a discrezione della singola federazione; se si potessero giocare due settimane in una sede unica sarebbe molto meglio. E poi quarant’anni fa chi vinceva la Coppa Davis non poteva perderla al primo turno. E per far giocare in tutte le nazioni, si potrebbero giocare le qualificazioni. Poi il mondo ora è globalizzato, ci sono le televisioni…

Sono stato recentemente a Palermo, e ancora tutti ricordano quando contro l’Italia giocarono Sampras e Agassi. Oggi quando mai potrebbe capitare?
Riguardo ai diritti TV alcuni dicono che la Davis non è più quella del 1900, e bisogna allargare il numero degli incontri, ma le TV sono interessate a trasmettere soltanto i numeri uno. Ma no, penso che la formula di quattro singolari e un doppio possa andare bene com’è oggi. Tanto vince sempre l’eccellenza, non è che se con quattro giocatori mediocri fai due punti susciti chissà quale interesse. Anche tanti tornei ATP che non sono i 1000 o gli Slam soffrono lo scarso livello e lo scarso interesse, la gente non va a vederli.

Ora che fai il telecronista ti dispiace esserti allontanato dal campo?
Il telecronista mi piace farlo, ma a differenza di Paolo è un impegno limitato. Però non ho nostalgia del tennis, ho tanti interessi. Uno dei motivi per cui si è parlato così tanto è che l’Italia non ha più vinto, e più passano gli anni più diventa storica quella. L’interesse all’epoca fu molto mediatico, le polemiche, la maglietta rossa… se avesse vinto qualcun altro tu non saresti a parlare qui con me adesso.

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Panatta: “I tornei che hanno tradizione vanno tutelati, Federer se ne farà una ragione”

Adriano Panatta, intervistato da ‘La Stampa’, approva lo spostamento del Roland Garros. Per Roma invece “ottobre va benissimo”. E su Federer dice: “Mi sta simpatico ma non possiamo andare dietro a lui”

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I canali social ci permettono di tenerci aggiornati su ogni passo – anche quando non si muovono da casa – di tutti i campioni di nuova generazione, ma quando si vuole sapere come se la passano le vecchie glorie è la carta stampata che corre in aiuto. In questo caso si tratta proprio del quotidiano ‘La Stampa’ che il 26 marzo ha pubblicato un’intervista realizzata da Stefano Semeraro ad Adriano Panatta: la domanda di apertura non poteva non essere sull’emergenza Coronavirus. “Sto in casa, non mi muovo, esco una volta alla settimana per fare la spesa. Basta” ha fatto sapere l’ex tennista romano che ora si trova a Treviso, dove ha da poco aperto un nuovo centro tennis.

Lo sport tuttavia in questo momento passa in secondo piano. “È l’ultimo dei problemi. In questo isolamento forzato però si ha più tempo per cose che di solito trascuriamo. Ad esempio pensare: a quello che potrei fare, a quello che ti impediranno di fare dopo. Le preoccupazioni sono tante. Paragonano questo momento al dopoguerra, cioè il periodo in cui l’Italia, fino al boom degli anni ’60, ha dato il meglio. Speriamo si ripeta quel fenomeno. Speriamo che i nostri governanti abbiano capito che le priorità devono essere diverse”.

Iniziando poi a parlare di tennis, Adriano non nasconde affatto il suo disinnamoramento per questo sport, o quanto meno per il suo aspetto organizzativo. “Non mi piace per niente. Tutto quanto è pensato per i grandi gruppi, che ormai fanno il bello e il cattivo tempo. […] Vogliono lo spettacolo ma lo sport è fatto anche di altre cose“. Sulla decisione di spostare il Roland Garros a settembre si è detto d’accordo, adducendo come motivazione la storia centenaria del torneo: Fine settembre è una collocazione giusta anche se per i giocatori passare dal cemento alla terra battuta è un piccolo problema. Io lo avrei spostato anche una settimana più tardi“. E la concomitanza con la Laver Cup sponsorizzata da Federer non gli appare affatto un problema. Federer mi sta anche simpatico ma si è fatto una società per conto suo, se ne farà una ragione. Non possiamo andare dietro a lui“. Un pensiero decisamente in contrasto con chi vede il campione svizzero come il principale traino del movimento tennis mondiale.

 

La situazione romana per lui è invece di più facile soluzione e non sembra contemplare un cambio di sede. Gli Internazionali “vanno recuperati. Ottobre va benissimo, anche dopo Parigi. Ha presente le famose ottobrate romane? A Roma maggio come clima non è meglio di ottobre, anzi”. E da questo tema parte una richiesta diretta al presidente dell’ATP:Faccio un appello ad Andrea Gaudenzi. Non gli chiedo da italiano di favorire l’Europa, ma le istituzioni del tennis hanno il dovere di salvaguardare i grandi tornei che hanno tradizione. Giocare a Phoenix, Arizona, non è più importante che giocare a Roma. Bisogna che tutti se lo mettano in testa”. Affermazioni non troppo dissimili da quelle fatte qualche giorno fa dall’ex tennista francese Benneteau.

Conclude infine prima con una nota seria e poi con un augurio per il futuro. Quando gli viene fatto notare che i tennisti di secondo piano soffrono economicamente per il blocco, lui ammette schiettamente: “Mi dispiace. Ma sono più preoccupato dell’operaio della Finsider”. Mentre una volta che la vita sarà tornata alla normalità, “speriamo di riuscire a fare un po’ di ironia anche su questa brutta cosa. L’ironia batte tutto“. E lui anche in questo campo se ne intende parecchio.

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Interviste

La fame di vittoria di Sinner: “Le NextGen sono state solo l’inizio”

Il sito dell’ATP dedica un articolo alla grande promessa del nostro tennis, coinvolgendo anche coach Piatti e Claudio Pistolesi. “Jannik adora il tennis. Preferisce riguardarsi un Fedal che andare al cinema”

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Milano, città in questi giorni purtroppo sconvolta dal ciclone coronavirus, ha un significato particolare per Jannik Sinner. Come tutti gli appassionati di tennis italiani e non solo ricordano, nel capoluogo lombardo, pochi mesi fa, il 18enne altoatesino si è consacrato vincendo le NextGen Finals, di fronte al festoso pubblico del Palalido. Ma forse in tanti ignorano che a Milano, poco più che bambino, Jannik fu notato per la prima volta da Riccardo Piatti, il suo mentore e attuale coach. “Ero lì per un torneo e l’ho visto perdere 6-1 6-2”, ha raccontato Piatti all’ATP, in un articolo completamente dedicato a Sinner. “Ma era l’unico ragazzino che provava a modificare il proprio gioco. Aveva un’attitudine vincente. Non metteva solo la palla dall’altra parte della rete e sperava che le cose andassero bene. Era calmo e riusciva bene a controllare le proprie emozioni. Colpiva la palla in maniera pulita ma con poca potenza”.

E lo stesso Sinner si ricorda di com’era quando a soli 13 anni ha lasciato le montagne di San Candido per il mare di Bordighera, sede dell’accademia di Piatti. “Non ho mai dubitato di poter diventare un buon giocatore di tennis perché sono uno che lavora tanto. Ma ero più magro e basso di quanto non sono ora”, ha rivelato Jannik che all’epoca viveva a casa di uno dei coach del centro creato da Piatti, Luka Cviektovic, che aveva dei figli più o meno della stessa età. “Giocavo in maniera aggressiva all’inizio ma a volte non avevo abbastanza fiducia nel mio gioco. Nel tennis si possono vincere delle partite o un intero torneo ma puoi anche perdere tre o quattro volte consecutive al primo turno”. Un ragazzino con grandi potenzialità ma pur sempre un ragazzino, sia dal punto di vista fisico che mentale. 

Ma se è impossibile, oltreché opportuno, forzare il processo di maturazione del corpo di un giovane atleta, è possibile, e a volte proficuo, velocizzare il processo di maturazione mentale. Come si fa nel tennis? Ad esempio saltando praticamente a piè pari i tornei junior, in cui si affrontano avversari magari di eguale talento ma anche di eguali insicurezze, e buttandolo nella mischia dei tornei professionistici, in cui chi sta dalla parte della rete è lì per guadagnarsi da vivere, punto dopo punto. Sinner ha così cominciato dai Futures, il primo gradino della lunga scala del tennis, a inizio 2018, quando aveva appena 16 anni. “La decisione di provare subito a misurarsi con tennisti più esperti è stata mia”, ha raccontato. “Ho sicuramente percorso una strada più difficile, ma mi è servita per riuscire a gestire la pressione che metto su me stesso. Pensi di dover vincere ogni match o punto e poi finisci per strafare. Dovevo capire che in realtà è un lungo processo di apprendimento”.

 

Ma la risposta riguardo alla paternità di questa scelta non convince appieno. La lunga mano di Piatti nel suo percorso è evidente. Il 61enne guru del tennis di Como, in passato sulle panchine di tennisti del calibro di Ljubicic, Raonic e Gasquet, è stato il vero deus ex machina dietro la rapida maturazione di Sinner. L’obiettivo è sempre stato, un po’ come con un computer, metterlo di fronte a problemi molto complessi, e vedere come riusciva a risolvere i problemi.

Un processo educativo, oltreché tennistico, che non ha ammesso scorciatoie e nel quale lo stesso Piatti non si è mai lasciato andare a trionfalismi quando Jannik cominciava ad ottenere risultati di rilievo. “Abbiamo cominciato con i Futures e poi siamo passati ai Challenger. Si è sorpreso lui stesso del suo livello. Quando ha cominciato a battere giocatori più forti di lui, ha capito quanto fosse forte e che non c’era nulla di cui sorprendersi. Quando ha vinto Bergamo gli ho detto: ‘molto bravo ma il tuo avversario non era un granché. Tu eri più forte di lui e ora dobbiamo trovarti gente più forte contro la quale misurarti’, ha sottolineato, non facendo un grande complimento a Roberto Marcora che peraltro ha successivamente circa 100 posizioni in un anno. “Con lui la questione è sempre stata trovargli avversari più vecchi per capire se potesse trovare le soluzioni. Gli volevo far capire che agli avversari non gliene frega niente di chi è lui”. 

Jannik Sinner – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Felice Calabrò)

Ed è stata però proprio quella vittoria all’inizio della scorsa stagione, curiosamente in un’altra città lombarda, a far crescere enormemente la consapevolezza di Jannik nei propri mezzi. E insieme alla fiducia sono arrivati anche le vittorie sul tour maggiore. Il prodigio altoatesino, al battesimo al Foro Italico, ha vinto il suo primo match contro l’americano Steve Johnson. Solo qualche mese più tardi Sinner si ritrovava nella semifinale di un 250 ad Anversa grazie a scalpi di prestigio come quello su Monfils. “Cerco sempre di alzare l’asticella, per capire se sono bravo a battere avversari di diverso livello: Futures, Challenger e, più di recente, circuito maggiore. Si tratta di andare in campo ed eseguire il mio schema di gioco: fare quello che voglio io invece di lasciare che la partita sia dettata da altri”, ha affermato. “Vincere il titolo a Bergamo all’inizio del 2019 è stato un incentivo a migliorare ancora. Quando ho battuto Monfils ad Anversa ad ottobre, ho capito quando strada potessi fare”. 

Poca in realtà, in termini di chilometri, per ritornare a Milano, sede dal 2017 delle Next Gen ATP Finals, il torneo riservato ai migliori otto Under 21 al mondo. Al Palalido mancavano i canadesi Felix Auger-Aliassime e Denis Shapovalov, che sarebbero state le prime due teste di serie. Ma comunque Sinner si trovava di fronte avversari di talento e molto più navigati di lui come Alex De Minaur e Frances Tiafoe, due che ad esempio già avevano vinto un titolo ATP in carriera. Eppure, nonostante non partisse come favorito sulla carta e dovesse reggere anche le aspettative del pubblico di casa, venuto a frotte per ammirare quello che veniva descritto come il più grande talento del tennis azzurro da molti anni a questa parte, Sinner ha trionfato. E lo ha fatto con grande autorità, sconfiggendo nettamente De Minaur in finale.  “Ero contento per essere riuscito a reggere la pressione di vincere in casa a Milano ma ho anche capito che volevo provare questa sensazione ancora e ancora”, ha proseguito Jannik. E speriamo che ci riesca. 

Le premesse ci sono tutte. Il ragazzo ha decisamente la testa sulle spalle, tanta ambizione e un amore esagerato il tennis. “Jannik adora questo sport. Mi piace il mio lavoro e per questo lo faccio da quarant’anni. Lui è come me. Ama il tennis, vuole migliorare e dà il massimo per riuscirci. Guarda un sacco di partite, si allena molto, e non perché è obbligato a farlo. Perché sa quello che vuole. Non è difficile dedicare la propria vita per uno o due anni, ma io dico a Jannik che deve dedicare la sua vita a questo sport per 15 anni”, ha spiegato coach Piatti, con quel misto di severità necessaria affinché il ragazzo non si monti la testa e orgoglio per gli straordinari risultati già conseguiti. “Ora ha una personalità forte. Al contrario di molti giocatori che ho allenato, gli posso parlare apertamente 30 minuti dopo una sconfitta invece di aspettare il giorno successivo. Non si distrae e preferisce ad esempio riguardarsi i match di Federer e Nadal piuttosto che andare al cinema”. Insomma, la vita di Jannik gira totalmente attorno ad una racchetta e una pallina gialla. 

Riccardo Piatti (foto Gabriele Lupo)

Ma per riuscire ad imporsi ai vertici del tennis mondiale non basta essere la persona giusta, serve anche circondarsi delle persone giuste. Secondo Claudio Pistolesi, altro allenatore italiano di fama mondiale ed ex n.1 del ranking Junior a metà degli anni Ottanta, Sinner è in ottime mani da questo punto di vista, a contrario di diversi tennisti azzurri del recente passato. “Piatti e l’accademica possono proteggere Jannik dagli errori che sono stati commessi nello sviluppo di altri giocatori italiani”, ha sostenuto Pistolesi, che pure è stato allenato dal coach lombardo ad inizio carriera, non nascondendo una critica nei confronti dell’operato della Federtennis da questo punto di vista. “Piatti è un grande mentore e può usare il suo network per preparare al meglio Jannik. In questo momento lui deve dare la priorità alla sua carriera e ad avere attorno un grande team”. 

Insomma, il processo va avanti. Non facendosi condizionare dai successi di fine 2019, così come da qualche piccolo incidente di percorso nel primo scorcio di 2020. L’orizzonte temporale è molto più lungo di così. “Il dottore ha detto che crescerà ancora di circa quattro centimetri. Deve allenarsi e giocare ma non dobbiamo esagerare e portarlo al limite. Quando avrà 22-23 anni sarà pronto”, ha detto Piatti. E se già ora è in grado di misurarsi alla pari con praticamente tutti i tennisti del mondo non vediamo l’ora di sapere cosa sarà in grado di fare allora. Quando sarà pronto. A quel punto potrebbero essere gli altri a non essere pronti per lui. 

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Interviste

Il sogno di Shapovalov: “Ispirare i ragazzini a giocare a tennis in Canada”

Il n.16 del mondo viene da una famiglia di tennisti. Ma sa che nonostante i suoi successi, c’è ancora tanto da fare per il tennis canadese. E sostiene: “il mio unico obiettivo è migliorare ogni giorno”

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Come per tanti altri giocatori del circuito ATP, anche per Denis Shapovalov il tennis è sempre stato una cosa di famiglia. La madre Tessa è stata una giocatrice professionista negli anni Novanta, rappresentando la Russia. Terminata l’attività agonistica, è finita ad insegnare tennis al Richmond Hill Tennis Country Club di Toronto, la città più popolosa del Canada. 

La racchetta da tennis è finita ben presto nelle mani del figlio maggiore Evgeny, del quale mamma Tessa è diventata la prima allenatrice. Mentre loro si allenavano, anche il fratello più piccolo, un po’ per spirito di emulazione, cominciava già a dimostrare per lo sport. “Quando lui (Evgeny) lavorava con mia mamma, cercavo di correre in campo e disturbarli. Volevo colpire la palla. All’inizio andava bene perché non la colpivo. Poi ho cominciato a prenderci e così mia mamma ha deciso che era il momento di iniziare a giocare, se volevo”, ha raccontato il n.16 del ranking mondiale al sito della ATP. 

Questo però non significa che la strada sia stata facile per lui. Fin da bambino, Shapovalov ha dovuto fare grandi sacrifici per inseguire il suo sogno diventare un grande tennista. Mentre gli altri bambini, una volta finita la scuola, si rilassavano e giocavano, lui si allenava. “Non ho avuto un’infanzia normale”, ha proseguito. “Mi ricordo che mi svegliavo alle 5-6 del mattino per allenarmi prima della scuola. Altre volte mi sono allenato fino alle 10-11 di sera. Volevo migliorare, cercare di dare il massimo. Ricordo di aver pianto alcune volte sul campo da tennis”. 

 

Ma non era il solo a fare sacrifici. Insieme a lui c’era anche la famiglia, inclusa ovviamente mamma Tessa, a supportarlo finanziariamente oltre che dal punto di vista tecnico. È stata dure anche per loro. “I miei genitori hanno fatti grandi sforzi perché hanno fatto tutto da soli. Non abbiamo ricevuto nessun aiuto quindi tutti i soldi li abbiamo messi noi”, ha sottolineato. “Ad un certo punto ci siamo chiesti se fosse la scelta giusta perché viaggiavamo e non ci potevamo permettere più di partecipare ad altri tornei. Ma io ho sempre creduto nella mia famiglia e la mia famiglia ha sempre creduto in me”.

Non c’è da stupirsi che la famiglia Shapovalov abbia ricevuto poco sostegno. Il Canada non è mai stato un paese dalla grande tradizione tennistica. Ora però si trova con una batteria di giovani talenti che tutti invidiano. Denis e Felix Auger-Aliassime, a rispettivamente 20 e 19 anni, sono già nell’élite del circuito ATP e insieme (anche a Vasek Pospisil) hanno trascinato il team canadese alla finale di Davis. Al femminile, la classe 2000 Bianca Andreescu ha conquistato il suo primo Slam agli ultimi US Open.

Nonostante ciò, Shapovalov sa che il tennis in Canada è ancora uno sport minore e che tanti ragazzini preferiscono magari giocare a hockey. “Vorrei usare il mio gioco per ispirare più bambini che non hanno ricevuto supporto a non mollare e che è possibile farcela se ci si crede e si lavora duro”, ha proseguito. “Spero di poter ispirare una giovane generazione di canadesi a prendere in mano la racchetta e credere che possono diventare dei giocatori di tennis rimanendo a vivere nel loro paese”.

Oltre a pensare agli altri, Shapovalov ha ben chiari anche i suoi obbiettivi. Dopo una deludente parte centrale di stagione, con l’arrivo di Mikahil Youzhny in panchina, il biondino nato a Tel Aviv ha risalito la china, vinto il suo primo torneo sul circuito maggiore in carriera a Stoccolma e centrato la prima finale in un Masters 1000 a Parigi Bercy. L’inizio di 2020 è stato di nuovo poco brillante, a dimostrare che la strada verso la continuità è ancora lunga. Ma va percorsa giorno dopo giorno.

“Quando mi sveglio il mio unico obbiettivo è migliorare. Cercare di crescere come persona e giocatore”, ha concluso. “Mi voglio godere la mia carriera. Non mi devo più preoccupare dei soldi o se vinco un match in più o in meno. Vado in campo per divertirmi e per mostrare quello che so fare”. Quel bambino che si divertiva a disturbare le lezioni di mamma Tessa è cresciuto ma ha ancora voglia di giocare. 

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