Nei dintorni di Djokovic: il ritorno di Ajla

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: il ritorno di Ajla

Dopo 14 mesi di stop a causa di un brutto infortunio alla spalla, la 24enne zagabrese Ajla Tomljanovic, fidanzata di Nick Kyrgios, è tornata per riprendersi quello che aveva lasciato: il suo tennis

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Indubbiamente una bella settimana quella appena conclusasi per il tennis femminile croato, già reduce dall’exploit di Petra Martic a Parigi, che ha visto sugli scudi le sue due maggiori promesse. Andiamo per ordine di classifica e partiamo dalla 19enne Ana Konjuh, che grazie alla semifinale a ‘s-Hertogenbosch ha eguagliato il suo best ranking, posizione n. 28, ed è rientrata tra le nelle top 30. In realtà però le copertine dei giornali croati erano tutte per Donna Vekic, tornata a vincere un torneo WTA a tre anni dalla vittoria in finale su Dominika Cibulkova a Kuala Lumpur. Quella vittoria, ottenuta appena diciassettenne, fece riporre molte aspettative sulla tennista di Osijek: probabilmente troppe per le sue giovani spalle. Tanto che forse anche per tutta quella pressione finora non era riuscita più a confermarsi a quei livelli, finendo anzi in un tunnel involutivo. La vittoria sull’erba inglese di Nottingham potrebbe rappresentare, per l’ancora giovanissima Donna, il punto di svolta tanto atteso: per il momento, intanto, le consente di entrare per la prima volta tra le migliori 60 giocatrici del mondo, dato che da lunedì è n. 58.

Ma oggi, pur rimanendo in tema di tennis croato femminile, parliamo di qualcun altro. Parliamo di un talento croato che qualche anno fa, proprio quando aveva l’età che ha oggi Donna Vekic, iniziò a farsi notare prepotentemente nel circuito femminile: Ajla Tomljanovic. E che oggi invece, da poco ventiquattrenne (è nata il 7 maggio 1993), si trova ad affrontare un nuovo inizio. Riavvolgiamo velocemente il nastro della carriera di Ajla. Nata e cresciuta a Zagabria, ma trasferitasi in Florida a tredici anni all’Accademia di Chris Evert, Ajla Tomljanovic fa parlare di sé per la prima volta a fine 2011, quando grazie ai buoni risultati a livello ITF entra tra le prime 150 e nelle occasioni in cui riesce ad entrare nei main draw dei tornei WTA dà del filo da torcere alle top 100. Una mononucleosi e le relative complicazioni (Ancic e Soderling ne sanno purtroppo qualcosa) la costringono però a fermarsi, tanto che nella seconda metà del 2012, dopo Wimbledon, disputa un solo torneo ITF. Di lei si perdono rapidamente le tracce, dato che scivola a fine stagione oltre la quattrocentesima posizione. Ma superata la malattia, nel 2013 Ajla riparte alla grande, facendosi notare a livello WTA. Prima raggiunge gli ottavi a Miami, battendo la n. 26 del mondo Georges, poi nella seconda parte della stagione fa ancora meglio: secondo turno degli US Open, proveniente dalle qualificazioni, e a seguire i quarti di finale a Quebec City, risultati che le valgono l’ingresso tra le prime cento giocatrici del mondo, dove rimane fino alla fine dell’anno, concluso in 78esima posizione.

Nel 2014 l’exploit in uno Slam, quello che fa veramente notizia: gli ottavi al Roland Garros, grazie a vittorie importanti come quelle su Francesca Schiavone e sulla n. 3 del seeding Radwanska. Ormai a ridosso delle top 50, Tomljanovic rallenta un po’ nella seconda parte della stagione, probabilmente anche perché le critiche che le piovono addosso dalla Croazia per la sua improvvisa decisione di giocare per l’Australia non sono facilissime da metabolizzare a ventun anni. Nel 2015 arriva la prima finale WTA (a Pattaya, sconfitta da Hantuchova) e in contemporanea l’ingresso nella top 50. Sembra solo l’inizio della sua ascesa, invece quel febbraio di due anni fa ad oggi rappresenta il picco della sua carriera. Da lì a poco, infatti, prima una malattia e le conseguenti preoccupazioni per le implicazioni a livello di classifica, poi la separazione dal coach Dave Taylor, turbano la sua serenità in campo, come da lei stessa affermato nella seconda metà della stagione. Termina comunque l’anno in top 100, per la terza volta di fila, anche se nel frattempo la spalla destra ha iniziato a darle problemi.
Problemi che peggiorano, tanto che ad inizio 2016 – dopo due sconfitte di fila al primo turno, a Brisbane e agli Australian Open – è costretta a fermarsi e poi addirittura ad operarsi a marzo. Un’operazione delicata, tanto che c’è il rischio concreto che debba abbandonare il tennis se le cose non dovessero andare bene. Ajla resta ferma per tutto il resto del 2016 ed è per lei veramente un brutto periodo, tanto che confesserà di essere arrivata alle soglie della depressione per la paura di non poter più tornare giocare. Invece tutto va per il meglio e dopo una lunga riabilitazione la tennista croata naturalizzata australiana riparte a fine febbraio, al torneo di Acapulco. E riparte col botto, eliminando Eugenie Bouchard, in quel momento n. 46 del mondo. Il cammino però è appena iniziato e i risultati altalenanti dei mesi successivi, come preventivabile dopo una così lunga assenza, lo dimostrano: ci sono altre vittorie con top 100 (Linette e Vesnina, a Miami), ma anche delle sconfitte inaspettate (contro la n. 896 del mondo Victoria Duval in un torneo ITF) ed un paio di ritiri, perché il fisico non è ancora del tutto pronto ad affrontare gli sforzi del tennis agonistico di alto livello dopo il prolungato stop.

 

Ajla negli ultime settimane ha passato un po’ di tempo in Croazia, prima allenandosi nella sua Zagabria in previsione dei tornei di Norimberga e del Roland Garros e poi per disputare grazie ad una wild card il torneo di Bol, dove è stata eliminata al primo turno dalla n. 99 del mondo, la promessa greca Maria Sakkari. Il quotidiano croato “Slobodna Dalmacija” ha colto l’occasione per intervistarla e per sapere come sta andando il suo tentativo di rientrare nel tennis che conta. A partire da come procede il recupero dal punto di vista fisico. La cosa importante è che non provo dolore. Non sto lavorando ancora al massimo dell’intensità perché devo dosare lo sforzo. Quando ho giocato due tornei di fila ho capito che il mio corpo non è ancora pronto, c’è sempre qualcosa che “scricchiola”. Ma mi alleno più che posso”. Passati più di tre mesi dal rientro, da quella vittoria inaspettata contro Bouchard, per Ajla è già giunto il momento di tirare le prime somme e dire se le cose stanno andando come si aspettava che andassero. È più difficile di quanto mi aspettassi. Solo adesso mi rendo conto del percorso che ho fatto e di quello che devo ancora fare. Anche se sapevo che avrei dovuto mettermi sotto e lavorare duro quando sarei tornata”. Anche se i momenti veramente duri per lei sono stati quelli vissuti nei mesi precedenti, quelli durante lo stop e la lunga riabilitazione, quando il timore di non poter più giocare aveva portato con sé anche un’altra subdola minaccia: quella della depressione“Ci sono stati momenti in cui ho pensato che non ce l’avrei fatta a tornare se la spalla non fosse guarita. Con la spalla fuori uso puoi dimenticarti il tennis, e sapevo di casi in cui l’operazione non era riuscita. Ma non ho mai pensato che non sarei tornata perché avrei perso la voglia di giocare. Il motivo della mia depressione era legato soprattutto al non poter giocare. Anche adesso, quando guardo i tornei che vorrei giocare ma non posso, rischio di ricascarci un po’. Per fortuna c’è mio padre con me che mi prende e mi dà una scrollata, in senso figurato, e mi fa tornare alla realtà”.

Tutti si chiedono quando si potrà rivedere l’Ajla Tomljanovic di due anni fa, quando si potrà rivedere una top 100. La tennista originaria della capitale croata vuole procedere con cautela. L’obiettivo è entrare nel main draw degli Australian Open. Ma anche se non ce la facessi non rimarrei molto delusa, ma almeno ho un obiettivo per cui lavorare. Quello che mi aspetto è essere entro un anno fisicamente pronta e forte come prima. Allora anche il mio tennis sarà migliore”. C’è sicuramente ancora molto da lavorare per riuscire a tornare a giocare senza problemi. L’aspetto positivo è che ci sono ancora ampi margini di miglioramento. Sia dal punto di vista fisico che da quello tecnico. Posso crescere fisicamente e con il servizio, che ho iniziato ad allenare molto più tardi. Quando già colpivo da fondo senza problemi, non ero ancora in grado di servire. Il dottore mi aveva preavvisato che sarebbe andata così. Anche adesso non è nemmeno lontanamente al livello di prima dell’infortunio”. Forse però non è del tutto dovuto ai fisiologici tempi di recupero. Come capita dopo un brutto infortunio, c’è anche qualche ostacolo a livello mentale da rimuovere“Un po’ sì, un po’ no. Non posso dire di non avere qualche ostacolo nella testa, ma è anche vero che serve del tempo perchè tutto torni alla normalità. La spalla non ha la resistenza e la forza di prima. Ma c’è anche un problema mentale: mi preparo per servire e penso che c’è qualcosa che non va alla spalla, e non è vero, la spalla adesso è sana“. C’è anche da dimenticare che tutto è successo a causa della racchetta troppo pesante e delle corde non adeguate. “Non voglio pensare a questo, quello che è successo è successo, non posso farci niente. Il medico che mi ha operato sostiene che è stata questa la causa, ma non voglio angustiarmi”.

Passando ad un altro argomento, sono trascorsi ormai tre anni da quando ha deciso di accettare l’offerta della federazione australiana. Un tempo sufficientemente lungo per guardare con il giusto distacco al putiferio che scoppiò in Croazia quando si seppe della notizia. E magari per riflettere se era veramente la cosa giusta da fare. “C‘era da aspettarselo, perché nessuno sapeva nulla. Forse qualcuno pensava che avrei giocato per gli USA dato che vivo lì da tanto tempo. Io continuo a vederla come una importante esperienza di vita, una decisione che ho preso per la mia carriera. No, non sono dispiaciuta, ero abbastanza grande per decidere autonomamente. In questo periodo ho conosciuto molte persone ed ho avuto la conferma di non aver sbagliato. Naturalmente il mio sangue non cambia: sarò sempre croata. Qualcuno lo capisce, qualcuno no, ma le critiche non mi hanno toccato molto”. Sono passati tre anni, ma il procedimento per ottenere il passaporto australiano non è ancora concluso. “Sì, di conseguenza per la WTA sono ancora una tennista croata. Negli Slam invece posso giocare per l’Australia, perché per l’ITF è sufficiente avere la “green card” per ottenere il cambio di nazionalitàIl procedimento va per le lunghe, il fatto che sia una tennista non conta, sono un numero di pratica. Ma resto fuori da tutto questo, sono concentrata solo sul tennis. Peraltro so che non è facile ottenere il passaporto da nessuna parte”.

La vita di Ajla Tomljanovic oggi si divide tra la Florida e l’Australia. “Diciamo che ho due basi, a Brisbane e in Florida. In Australia vado quando devo giocarci i tornei. Per tutti gli sportivi australiani è difficile andarci quando la stagione è in corso, è tanto lontana. Ma ci passo circa tre mesi l’anno, mi piace farci la preparazione invernale perché le condizioni sono ottime. Quest’anno per il fatto di aver effettuato la riabilitazione in America non sono stata a Brisbane in quel periodo. Il mio fisioterapista vive a Phoenix e quindi ho trascorso lì la maggior parte del tempo. Passo molto tempo anche negli Stati Uniti perché la Florida è un’ottima base, molto comoda, per partire per i tornei. Talvolta però, come accaduto in queste settimane, capita che faccia nuovamente tappa in Croazia, il paese dove ha vissuto per tredici anni. “È come se mi tornassero in mente i ricordi di un’altra vita: quando penso alla scuola, agli allenamenti prima di andare a lezione… Però quando sono a Zagabria la sensazione è quella di tornare alla mia prima casa“.

Tornando al tennis giocato e alla sua programmazione nel prossimo periodo, Tomljanovic – che nel frattempo è diventata la girlfriend  di Nick Kyrgios (visto a bordo campo nei suoi incontri ad incoraggiarla) ha dovuto prendere la sofferta decisione di non giocare a Wimbledon“L’ho deciso a Parigi, dovevo definire quali tornei disputare con il ranking protetto. Dentro di me lo sapevo che era meglio non giocarlo, che era meglio utilizzare l’opzione agli US Open dove sarò più in pronta, però mi è dispiaciuto. E mi dispiace ancora adesso, anche se so che è meglio così. Forse giocherò un paio di tornei minori e poi andrò negli Stati Uniti“. Decisione che ha preso insieme alla sua famiglia, dato che l’attuale n. 293 WTA ha deciso di non farsi seguire da un coach professionista per il momento. “Quando mi sono infortunata non ho voluto proseguire il rapporto con il mio allenatore. Non aveva senso pagarlo non potendo lavorare o vincolarlo a me fino a quando non sarei tornata a giocare. Poi, quando è arrivato il momento di pensare al rientro ho riflettuto sul fatto che ho avuto delle esperienze positive con gli allenatori, ma anche – e molte di più – negative. Allora ho deciso che per il primo anno non avrò nessuno, viaggerò solo con mio padre. Mi è sempre piaciuto viaggiare con lui. Quando avevo un allenatore era per il piacere di averlo vicino, ora invece è business”.

Logico chiedersi se ha già pensato cosa accadrà alla scadenza dei dodici mesi. “Resto aperta. Do sempre un’occhiata a chi è disponibile, ma sono selettiva. Desidero qualcuno che mi vada bene davvero, non voglio sperimentare. Sennò è ok anche restare senza allenatore”. Quest’ultima affermazione della giovane tennista provoca la bonaria reazione del padre Ratko (ex nazionale croato di pallamano, vicecampione del mondo nel 1995, ndr) che finge di offendersi di fronte alle parole della figlia. “Come? Io non sarei un allenatore?”. Pronta la scherzosa risposta di Ajla. “Certo che sì. Il migliore per il budget che avevo!”. Ma adesso, come si sente veramente Ajla Tomljanovic? “Dal punto di vista del gioco, sento che già adesso posso giocare un set ad alto livello. Al momento è il fisico a non supportarmi. Ma non è un problema, sarebbe peggio se fossi a posto fisicamente e non riuscissi invece a giocare un tennis di qualità. Per quanto riguarda il ranking non sono preoccupata: arriverà, se non sarà domani, sarà il giorno dopo ancora. L’obiettivo è quello di entrare nel main draw degli Australian Open. È fattibile, ma so però che si può perdere al primo turno in dieci tornei oppure vincerne due, non sai mai come andrà. L’importante è che, eccetto forse un paio, in tutti i match che ho giocato quest’anno – non importa se vinti o persi – sono riuscita ad esprimere un buon tennis“.

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Nei dintorni di Djokovic: provaci ancora, Marin. “Sento che non ho raggiunto l’apice”

Due anni fa, Marin Cilic regalava alla Croazia la seconda Coppa Davis. Da lì a poco dichiarava di puntare ad un altro Slam. Oggi, tra infortuni, paternità e lockdown si ritrova ai margini della top 50. Ma lui è convinto di poter tornare in alto. Più in alto di prima

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Marin Cilic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zagabria, novembre 2018. La nazionale di Coppa Davis, appena rientrata dalla Francia, festeggiava in una piazza Ban Jelacic – la piazza principale della capitale croata – gremita di tifosi la conquista della seconda Coppa Davis della sua storia. Il protagonista principale del trionfo croato era stato Marin Cilic, che dopo aver vinto il secondo singolare della prima giornata aveva conquistato anche il punto decisivo battendo Lucas Pouille. E sulla scia di quella vittoria, un paio di mesi dopo, avrebbe dichiarato di puntare ad un altro Slam e addirittura alla prima posizione del ranking, risultato mai raggiunto da nessun tennista croato (il migliore è stato il suo ex coach, Goran Ivanisevic, che fu n. 2 al mondo per dieci settimane nella seconda metà del 1994 e poi per altre tre all’inizio del 1997).

Il solito ginocchio
Ma oltre a quella dichiarazione d’intenti, Cilic avrebbe anche rivelato che già da un po’ era tornato a dargli parecchio fastidio quel ginocchio destro che nel corso della carriera lo aveva tormentato in più di un’occasione. Già nell’off-season 2018, subito dopo la conquista dell’insalatiera, si era sottoposto ad una serie di terapie, ma le battaglie vinte a Melbourne contro McDonald e Verdasco e poi ancora quella persa contro Bautista Agut (giocata con il ginocchio nuovamente parecchio dolorante) avevano peggiorato di nuovo la situazione. Che nonostante le parole di Cilic in quei giorni (“Fortunatamente ho un team che mi segue costantemente e cerchiamo di tenere la cosa sotto controllo”) non sarebbe migliorata nel prosieguo della stagione 2019. Anzi, a un certo punto – come rivelerà poi lo stesso giocatore –  l’unica soluzione percorribile sembrava essere l’intervento chirurgico. Invece l’ennesimo tentativo di terapia conservativa ottiene dei buoni risultati e Marin decideva di rinunciare a fine anno alla difesa della Davis per proseguire il percorso riabilitativo e puntare così a presentarsi al 100% per l’inizio della stagione successiva.

Un 2019 da dimenticare
I problemi al ginocchio hanno però avuto un impatto, purtroppo, su gioco e risultati dell’ex n. 3 del mondo. Nel 2019, per la prima volta dopo undici stagioni, la bacheca dei titoli ATP non si è allargata. Aveva infatti iniziato a riempirla nel 2008 vincendo a New Haven, per poi proseguire raggiungendo il massimo nel suo fantastico 2014, con la vittoria allo US Open ed in altri tre tornei, ed aveva poi continuato ad impreziosirla regolarmente fino al 2018, con l’ultimo trofeo alzato da vincitore al Queen’s.

Nota a margine: quella vittoria di due anni e mezzo fa a Londra, arrivata annullando un match point al fuoriclasse serbo, sembrava avesse certificato come dal punto di vista mentale Djokovic fosse ancora lontano dal top. Niente di più sbagliato, rileggendo tutto a posteriori. Da quella sconfitta Nole ripartì con rinnovato vigore per conquistare tre settimane dopo il suo quarto Wimbledon, invece per “Cila” – il soprannome di Marin in Croazia –  è stato (sinora) l’ultimo acuto, dato che i primi segnali di declino si avvertiranno subito dopo (e infatti si scoprirà dopo che il ginocchio aveva di nuovo iniziato a fargli male): la sconfitta contro Pella a Wimbledon, quella clamorosa sulla terra di Zara contro Sam Querrey nella semifinale di Davis e quella altrettanto impronosticabile contro uno specialista della terra battuta come Jarry al primo turno del Masters 1000 di Shanghai.

Anche il rapporto vittorie/sconfitte di fine stagione ha certificato il calo di rendimento di Cilic. Per uno abituato per anni a vincere due partite su tre – un rapporto infatti sempre attorno al 66%: il record, ovviamente, nel 2014, con il 72% di vittore – ritrovarsi a vincerne praticamente una su due (44-20, rapporto poco sopra il 50%), come nel 2007, quando era un diciottenne di belle speranze, era un brutto segno. Che chiaramente ha avuto le sue ripercussioni anche sul ranking. Già a febbraio era uscito dalla top 10 dopo più di due anni (ottobre 2016), ad agosto anche dalla top 20 dopo più di 5 stagioni (luglio 2014), ma soprattutto a novembre era scivolato ai margini della top 40, al n. 39, mai così in basso dall’ottobre 2013, ai tempi della controversa squalifica per doping.

 

Il 2020 e la ripresa che non c’è stata
Messi da parte i problemi al ginocchio, Cilic confidava di riprendere a gennaio il discorso interrotto dodici mesi prima. A Melbourne raggiungeva gli ottavi, con un paio di vittore lottate con Paire e Bautista Agut e una sconfitta netta con Raonic. Non di certo risultati degni del Cilic che fu, ma almeno dei piccoli segnali di crescita. L’ingaggio come nuove allenatore del connazionale Vedran Martic, neo selezionatore croato di Coppa Davis ed ex coach di Karen Khachanov, era un’ulteriore indicazione dell’effettiva volontà del tennista di Medjugorje di ritornare in alto, ma proprio subito dopo è arrivato il lockdown e la conseguente sospensione all’attività agonistica. Un periodo che è stato particolarmente importante per Marin, che a inizio febbraio è diventato papà del piccolo Baldo e ha potuto così stare vicino alla moglie Kristina nei primi mesi di vita del figlio.

Alla ripresa dopo il lockdown (e la quarantena a fine giugno in seguito alla partecipazione alla famigerata tappa croata dell’Adria Tour) per Cilic non è arrivato nessuno risultato degno di nota. Per lui solo qualche terzo turno: nel “suo” US Open, dove a fermarlo è stato il futuro vincitore Dominic Thiem, e ai Masters 1000 di Roma e Parigi-Bercy. Mentre al Roland Garros è uscito subito di scena, di nuovo contro Thiem. Delle sette vittorie, a fronte di otto sconfitte, ottenute da agosto in poi (di cui una per forfait contro Moutet), solo due sono arrivate contro dei top 30, Goffin e Auger-Aliassime, peraltro colte in un momento negativo dei suoi due avversari (per entrambi all’interno di una striscia di tre eliminazioni di fila al primo turno). La vittoria al Masters 1000 di Bercy contro il giovane canadese era stata letta in Croazia come un segnale di risveglio di Cilic, ma la sconfitta in tre set contro Humbert nello stesso torneo e soprattutto quella successiva, al primo turno dell’ATP 250 di Sofia, contro la giovanissima wild card ceca Forejtek, n. 399 ATP, aveva spento sul nascere gli entusiasmi a Zagabria. Seconda stagione consecutiva senza titoli ATP e con un rapporto vittorie/sconfitte poco sopra il 50%.

Oltre al ginocchio, c’è di più?
Guardando le partite di Cilic dopo il lockdown, quello che si nota immediatamente è che appare poco reattivo e mobile, lui che nei suoi anni migliori aveva indubbiamente una mobilità sopra la media per un giocatore di quasi due metri. Problema che già era emerso l’anno scorso, ma era stato imputato al ginocchio (“Più di tutto mi danno fastidio la scarsa flessibilità e la rigidità, che non mi consentono di essere elastico nel movimento, e a causa di questo nei cambi di direzioni, negli scatti o nei salti non posso essere al 100%. Un’altra conseguenza è anche il fatto che peggiora la velocità di reazione,” aveva dichiarato a suo tempo). Ma se i problemi all’articolazione sono risolti, allora il motivo va ricercato altrove. E per alcuni potrebbe essere al di fuori della sfera fisica. Ovviamente la questione desta molto interesse in Croazia – dove Marin Cilic contende al suo ex coach Goran Ivanisevic la palma di miglior giocatore croato di tutti i tempi e le discussioni in tal senso continuano da anni – dove si fanno le ipotesi più varie al riguardo.

L’effetto Goran
Proprio con riferimento alla collaborazione con Goran, durata quasi tre anni, una delle ipotesi correla il calo al fatto che, sotto certi aspetti, il gioco di Cilic abbia subito una involuzione dopo la conclusione del suo sodalizio con l’attuale membro dello staff di Novak Djokovic. Un sodalizio che inizialmente aveva suscitato molte perplessità, soprattutto in Croazia, viste le notevoli differenze caratteriali tra i due: esuberante ed impulsivo il mancino di Spalato (che continua ad esserlo anche alla soglia dei cinquant’anni, come le ultime dichiarazioni sulla finale del Roland Garros hanno confermato), tranquillo e riservato il ragazzo di Medjugorje.

Invece la “strana coppia” aveva funzionato, con l’apice della vittoria a New York nel 2014: Goran aveva aiutato Marin ad essere più aggressivo, a partire ovviamente dal servizio, il marchio di fabbrica dell’Ivanisevic giocatore. Un’aggressività che poi è andata affievolendosi: inizialmente impercettibilmente, poi in maniera più evidente, specie negli ultimi mesi. Citeremo al riguardo un dato: il rapporto di Marin tra ace e game di servizio. Nel 2015, l’anno post vittoria Slam e secondo consecutivo interamente con Goran in panchina, raggiunse lo 0,9%, quindi quasi un ace a game. Quest’anno è sceso allo 0,72%, il più basso dal 2013.

A un livello di gioco in cui spesso la differenza tra vittoria e sconfitta la fa una manciata di punti, se ogni volta ti mancano quei tre-quattro servizi vincenti a partita, che prima magari piazzavi proprio nei momenti cruciali del match, ecco che la fiducia nel tuo gioco – magari inconsciamente – comincia a incrinarsi, e un’aggressività che comunque era “appresa” e non “naturale” comincia a venir meno. E quella manciata di punti che ti serve per fare la differenza non riesci più a portarla a casa.

L’effetto Baldo
C’è poi chi sostiene che il motivo vada ricercato nella recente paternità, che talvolta rende meno prioritari per un giocatore gli obiettivi agonistici a cui prima dedicava tutto se stesso, dato che la sfera personale acquista molta più importanza. Al riguardo Marin ritiene invece che la nascita del piccolo Baldo sia per lui un aiuto dal punto di vista mentale, da sempre considerato un tallone d’Achille del tennista di Medjugorje: “Mi sento molto felice, in campo e fuori. Questo mi dà ancora un po’ più di stabilità quando gioco. Quando finisco un torneo, quando perso, sono felice perché vado a casa”.
iA leggerle da una certa angolazione, queste frasi in realtà potrebbero rafforzare la tesi di chi ritiene che la nuova situazione familiare di Marin abbia influito in negativo sul suo approccio al gioco. L’essere comunque sereno dopo una sconfitta, perché ciò significa poter tornare a casa ad abbracciare moglie e figlio, può legittimamente confermare i dubbi sul fatto che interiormente Marin abbia ancora l’animus pugnandi necessario per rimanere ad alto livello, quella “fame” di vittorie che invece continua a contraddistinguere dei “cannibali” come Feder, Nadal e Djokovic. E questo nonostante Cilic abbia due anno in meno del più giovane dei tre, Djokovic, e anche due di loro siano da tempo padri di famiglia.

Cilic insieme al figlio Baldo (Fonte: Instragram)

Ma altre parole dette dal campione croato sembrerebbero confutare decisamente anche questa ipotesi: “Sento di non aver ancora raggiunto il mio apice. Che significa sentirmi al massimo dal punto di vista fisico, mentale e tecnico, percepire la sensazione di stare giocando il mio tennis migliore. Vorrei raggiungere quell’apice, sentire di avercela fatta. Se ci riuscirò, allora potrò rilassarmi e ritirarmi”.

Riusciremo quindi a riammirare la versione “USOpenesque” di Cilic che ci stupì in quella incredibile settimana di settembre di sei anni fa a New York? Quella capace di infilare una striscia vincente di dieci set consecutivi – dal quinto contro Simon, passando per le tre vittorie in “straight sets” con Berdych, Federer e, infine, Nishikori – e che probabilmente era vicinissima a quell’apice che il tennista croato sta ancora cercando di raggiungere. Per non sentirsi più, nonostante i tanti titoli vinti, tra i quali spiccano uno Slam, una Coppa Davis e un Masters 1000, “Come se non avessi ottenuto ciò che potevo ottenere.E allora provaci ancora, Marin.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: il ritorno di Danka Kovinic, una questione di rispetto

Nel 2016 Danka Kovinc realizzò il suo sogno: partecipare alle Olimpiadi. Da lì in poi la lunga crisi: “Come se il successo mi avesse preso alla sprovvista”. Poi la ripresa e il ritorno tra le prime 100. Dopo Roma, la top 80 ed una consapevolezza nuova: “Per ottenere grandi risultati non devi pensare a chi hai di fronte”

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Danka Kovinic - Internazionali di Roma 2020 (sito WTA)

Nel dicembre del 2015, un’ottantina di articoli fa, “Nei dintorni di Djokovic” faceva il suo esordio su Ubitennis raccontando la storia di Danka Kovinic. L’allora 21enne tennista montenegrina era infatti in piena ascesa, reduce dalla sua prima finale WTA e dall’ingresso tra le top 60. Ed aveva un grande sogno: diventare il primo tennista montenegrino a rappresentare il suo paese alle Olimpiadi. Un sogno che otto mesi dopo si realizzò grazie anche da un’ottima prima parte di 2016, con i quarti nel WTA di Rio de Janeiro che le valsero il best ranking al n. 46 a fine febbraio e successivamente la finale nel WTA di Istanbul e la vittoria nel prestigioso ITF di Marsiglia.

Le Olimpiadi non furono certo fortunatissime, con la sconfitta all’esordio contro la statunitense Madison Keys. Ma soprattutto furono l’inizio della crisi per la tennista di Cetinje – ma cresciuta ad Herceg Novi, cittadina montenegrina che si affaccia sull’Adriatico – dato che a quella dei Giochi di Rio fecero seguito altre sei sconfitte al primo turno, su otto tornei disputati, con l’unico exploit della semifinale di Tianjin, fondamentale per mantenere a fine anno un posto tra le prime ottanta giocatrici del mondo. “Quando adesso ripenso a quelle due stagioni, sono state veramente ricche di successi. Il best ranking, la qualificazione alle Olimpiadi di Rio, le finali WTA, i match contro i grandi nomi del tennis. Sono successe tante cose, e rivedendo il tutto adesso la sensazione è che non me lo aspettassi, che sono stata presa alla sprovvista. Sono passati tre anni da allora e credo che mi sia mancata l’esperienza per sfruttare a mio vantaggio tutti quei successi” ha raccontato Danka in un’intervista prima della partenza di questa stagione.

Nel 2017 la tennista montenegrina alterna delle buone prestazioni nei tornei ITF (tre finali) a risultati deludenti nel circuito WTA, finendo però l’anno con cinque sconfitte consecutive al primo turno – compreso un ITF e un 125K, che dovevano rappresentare l’ancora di salvezza per il ranking di fine stagione – che le costano l’uscita dalle top 100. L’anno successivo va anche peggio: fa fatica anche a livello ITF e scivola fuori dalle prime duecento della classifica mondiale. E solo per il rotto della cuffia, grazie a un paio di discreti risultati a novembre tra ITF e 125K, riesce a rientrarci nella classifica di fine anno.

“Ammetto che è stata dura. Il periodo nero è durato più di due anni. Ero triste, insoddisfatta, non vedevo la fine della striscia di risultati negativi, mi sentivo insicura in campo. La cosa più dura da accettare era il fatto che mi allenavo e mi impegnavo al massimo come quando arrivavano i risultati, ma nonostante questo niente andava come doveva. Dopo una serie di insuccessi inizia a vacillare anche la fiducia in se stessi, e così c’erano momenti in cui in campo mi ritrovavo a non avere la stessa voglia, lo stesso desiderio di vincere di prima. Non sono andata da uno psicologo sportivo o da un mental coach, ho ritenuto di doverne uscire da sola. Forse con questa scelta la strada è stata più lunga, ma ne sono uscita più forte e matura”.

 

Ma quelle vittorie a fine 2018 sono il primo timido segnale di risveglio per Danka, che comincia a ritrovarsi, pur non riuscendo a capire fino in fondo, neanche adesso, cosa sia successo. “Non riesco a determinare il motivo esatto. Tutto quello di cui ho parlato prima ha contribuito a far scendere il mio livello di gioco. Come anche il fatto che in due anni ho cambiato quattro allenatori, mentre in precedenza avevo lavorato per dieci anni con lo stesso coach. Non riuscivo a trovare qualcuno che mi andasse bene e che capisse che non ero tennisticamente al livello di quando ero top 50. Poi nel 2019 ho cominciato a sentirmi meglio, più felice. Ci sono stati ancora degli ostacoli, ma aveva ritrovato la capacità di lottare che avevo prima, ero determinata in quello che volevo e nel dimostrare che meritavo di stare lì dove ero stata”.

Il 2019 segna infatti il comeback di Danka. Ricomincia pian piano a fare la voce grossa a livello ITF (una vittoria e una finale in marzo), ma la prima svolta vera e propria arriva a luglio, con la finale nel 125K di Bastaad in mezzo ad una vittoria ed una finale ITF, risultati che le permettono di riavvicinarsi alla top 100. Dove rientra alla grande a fine ottobre, grazie alla vittoria nell’ITF di Szekesfehervar, in Ungheria. Una vittoria, quella nella “Città dei re” (così chiamata perché in epoca medioevale vi avevano luogo le incoronazioni dei re ungheresi), che ha significato molto per la 25enne tennista originaria della città montenegrina che ha dato i natali anche a Elena del Montenegro, consorte di Vittorio Emanuele III di Savoia e regina d’Italia dal 1900 al 1946). Ma re, regine e corone non c’entrano nulla con il valore di quella vittoria.

Il titolo in Ungheria è stato più di un titolo. Era il torneo in cui prima dell’inizio sapevo che vincendolo avrei raggiunto l’86esima posizione in classifica e dopo due anni sarei entrata nel tabellone principale di uno Slam. La pressione era tanta, specie in finale. È stato un match molto tirato, perché sia io che la mia avversaria (la rumena Begu, sconfitta per 6-4 3-6 6-3, ndr) eravamo nella stessa situazione: solo la vittoria garantiva l’accesso al main draw dell’Australian Open. Il ritorno nelle prime 100 è stata l’aspetto che ha caratterizzato la stagione e sono orgogliosa di essere riuscita a conquistare di nuovo un posto tra le migliori. Anche nel 2019 ci sono stati degli ostacoli, ma io e il mio team non ci siamo dati per vinti e questo ha pagato”.

Inutile ribadire come il 2020 sia stata, a causa della pandemia, una stagione assolutamente anomala. Prima dello stop Danka Kovinc aveva racimolato tre sconfitte in altrettanti incontri, tra Australian Open e un paio di International WTA, ma durante il lockdown non ha smesso di allenarsi intensamente e le dieci vittorie di fila all’Eastern Europe Tennis Championship organizzato da Janko Tipsarevic nella sua Accademia, struttura dove la giocatrice balcanica si allena da diverso tempo, le hanno permesso di riprendere la confidenza con il tennis agonistico.

“È stato molto importante, ci stavamo allenando 3-4 ore al giorno senza sapere, di fatto, perché, ed inoltre io sono una giocatrice che necessita di un po’ di tempo per abituarsi al ritmo partita. Per me quell’iniziativa è arrivata al momento giusto” aveva dichiarato di recente in un’altra intervista, prima di partire per gli Stati Uniti. I risultati dopo la ripartenza lo hanno dimostrato: dopo il ko all’esordio contro Zvonareva al Western e Southern Open, ecco il secondo turno allo US Open (l’ultima volta che aveva passato un turno in uno Slam era accaduto a Melbourne tre anni prima), i quarti ad Istanbul ed infine gli ottavi a Roma partendo dalle qualificazioni, suo miglior risultato in un torneo di livello Premier. Da lunedì Danka è n. 73, con un salto di tredici posizioni, tornando così dopo più di tre anni (dall’aprile 2017) tra le prime ottanta giocatrici del mondo.

E non pare intenzionata a fermarsi, anche perché adesso ritiene di avere una consapevolezza diversa, rispetto alla ragazzina montenegrina che si affacciò timorosa nel circuito ormai diversi anni fa. “Quando sono arrivata nel circuito avevo un grande rispetto verso i ‘grandi nomi’. Anche quando, ad esempio, ho battuto Roberta Vinci (successe a Madrid, nel 2016, ndr), c’era sempre quella sensazione di rispetto, forse anche di eccessiva umiltà… io sono solo Danka Kovinic e arrivo da un piccolo paese… Ora sono cambiata, forse sono cresciuta, affronto i match e le mie avversarie con un altro approccio. Sono sempre entrata in campo per vincere, ma prima era come se a livello inconscio ci fosse qualcosa in testa che ti diceva: ‘Ehi quella è Maria Sharapova…’. Ma per ottenere grandi risultati questo non  deve succedere. Cinque anni fa per me era tutto nuovo. Da Herceg Novi mi sono ritrovata al Roland Garros. Non c’era nessuno che mi dicesse: ‘Sei arrivata fino a qua, ora puoi battere anche loro’. Mi dicevano invece ‘va bene così. Hai già fatto tanto…’. Ecco, forse questo è stato l’errore”.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: Davor Grgic, il ragazzino croato che batté Roger Federer

Prima di Ljubicic, Ancic e Vajda (non Marian!), il primo croato a battere Federer fu Davor Grgic. Coetaneo e amico di Roger da junior (“I nostri coach si conoscevano e giravamo spesso insieme”), le loro carriere hanno poi preso direzioni completamente diverse (“Lui è una leggenda, io un uomo normale”)

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Davor Grgic (fonte: Facebook)

Sono cinque i tennisti croati che a livello ATP possono vantarsi di aver battuto Roger Federer almeno una volta nella loro carriera. In ordine strettamente cronologico: Ivan Ljubicic, Mario Ancic, Ivo Karlovic, Marin Cilic e Borna Coric.

Quello con più “tacche” sul manico della racchetta è proprio l’attuale allenatore di FedExpress, Ivan Ljubičić, che per ben tre volte da giocatore ha stretto la mano da vincitore, a fine partita, al suo attuale allievo. A dire il vero, tutte e tre le vittorie del 41enne originario di Banja Luka sono state ottenute agli albori della carriera di Roger, tra il 2001 e il 2003. Quando non era ancora The Swiss Maestro, insomma. Sebbene l’ultima, ottenuta proprio a casa di Federer, a Basilea, arrivò proprio quando stava iniziando a diventarlo, dato che il 24enne “Ljubo” – anche lui in ascesa in quel periodo – si impose nell’occasione per 6-4 al terzo su un Roger 22enne, testa di serie n. 2, che aveva appena trionfato per la prima volta a Wimbledon e qualche settimana dopo avrebbe vinto il suo primo titolo di “Maestro” alla ATP Master Cup di Houston. Da quel momento in poi, dieci vittorie di fila per Federer, per uno score complessivo di 13-3 a suo favore. Vittorie non tutte facili però: basterà ricordare la finale di Rotterdam del 2005 in cui si impose per 7-6 al terzo, sconfitta di cui solo un anno fa Ljubicic ancora si rammaricava.

Roger Federer e Ivan Ljubicic – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Mario Ancic vinse invece la prima sfida con Federer, il match al primo turno di Wimbledon 2002, al quale Roger si presentò con tutte le luci dei riflettori puntate addosso, dopo che l’anno prima – ancora teenager – aveva battuto Sampras negli ottavi, nel match che nell’immaginario collettivo rappresenta il passaggio di consegne tra i due fuoriclasse che più di tutti hanno dominato sull’erba londinese. Poi negli altri sei incontri (di cui quattro a livello Slam, due al Roland Garros e due a Wimbledon) lo sfortunato tennista di Spalato – che praticamente non si riprenderà mai più del tutto alla mononucleosi contratta all’inizio del 2007, dopo che l’anno prima era entrato in top 10, costringendolo al ritiro quattro anni dopo, a soli 26 anni – racimolò solo un misero set.

 

Ivo Karlovic tempo fa ha ammesso che Senza tie-break posso battere Federer solo in una rissa , e infatti l’unica vittoria in 14 sfide contro il fenomeno di Basilea l’ha ottenuta al Masters 1000 di Cincinnati del 2008, imponendosi nei tie-break del primo e del terzo set. Nei sette incontri successivi Ivo ha perso non solo le partite, ma anche tutti e sette i tie-break disputati (e ha vinto solo un set).

Curiosamente, sinora abbiamo citato tutti i protagonisti della vittoria croata in Davis nel 2005, dato che Ljubicic e Ancic furono i titolari indiscussi, sia in singolo che in doppio, di quella trionfale cavalcata, e Karlovic scese in campo (seppure a risultato acquisito) nella semifinale contro la Russia.

Della rosa dei vincitori, manca però un nome. Nonostante si fosse ritirato da un anno, Goran Ivanisevic fu convocato per la finale di quella Davis perché potesse mettere in bacheca la riproduzione in scala dell’insalatiera che l’ITF consegna ai vincitori della manifestazione. Ecco, a differenza dei sopra citati, il più forte giocatore croato della storia non ha mai battuto Federer, sebbene l’abbia affrontato in due occasioni quando lo svizzero era ancora un teenager. C’è però da dire, a onor del vero, che in quel periodo Goran era già entrato nella parabola discendente della sua carriera.

Curioso comunque notare come con la prima vittoria, allo AXA Open di Londra nel febbraio 2000, il 18enne Federer scavalcò definitivamente in classifica il 28enne Ivanisevic (passò da n. 66 a n. 58, il croato da n. 61 scese a n. 65), entrando poco dopo nella top 50, dalla quale Goran invece era già uscito a novembre dell’anno prima. La seconda si svolse un anno dopo nei quarti del Milano Indoor, il primo torneo ATP vinto da Federer, dove Ivanisevic aveva ricevuto una wild card. Esattamente come sarebbe successo qualche mese dopo a Wimbledon, dove il tennista spalatino avrebbe realizzato una delle imprese più incredibili della storia del tennis: vincere i Championships da wild card. Un’impresa in qualche modo favorita dal ragazzino svizzero, che aveva eliminato la ‘nemesi’ londinese di Ivanisevic, Pete Sampras, che per ben due volte aveva stoppato i sogni di gloria del croato a un passo dal traguardo, nelle finali del 1994 e, soprattutto, del 1998 (oltre alla semifinale del 1995).

Nel ripercorrere le vittorie dei tennisti croati su Federer, continuiamo a seguire il fil rouge dei trionfi Davis della nazione balcanica, passando ai protagonisti di quella del 2018, Cilic e Coric. Partità più, partita meno, Marin Cilic si ritrova allo stesso livello di Ancic e Karlovic: una sola vittoria negli head to head, nel suo caso in dieci sfide con The Swiss Maestro. Sebbene quell’unico trionfo sia particolarmente dolce da ricordare per il tennista di Medjugorje e per il tennis croato in generale: era la semifinale dello US Open 2014, che lo avrebbe poi visto trionfare in finale su Nishikori, per il secondo Slam vinto da un tennista croato nel singolare maschile. Meno piacevoli per Marin i ricordi degli altri tre big match giocati tra i due: in particolare i quarti di Wimbledon 2016, dove Federer rimontò due set di svantaggio annullando tre set point nel quarto. Anche le due finali Slam – quella dell’anno successivo a Londra, dove le vesciche di fatto gli impedirono di competere, e quella di Melbourne nel 2018 , dove crollò nel quinto dopo aver rimontato due set di svantaggio – non sono proprio il massimo, ma saranno comunque tra le prime cose che Marin racconterà al piccolo Baldo quando gli spiegherà che lavoro fa il papà e fin dove è arrivato.

Federer e Cilic – Australian Open 2018

L’altro grande protagonista della conquista dell’insalatiera di due anni fa è Borna Coric, che è anche quello messo meglio di tutti negli scontri contro la leggenda svizzera. Noblesse oblige, è ovviamente in svantaggio anche lui, ma con un onorevole 2-4, impreziosito dal fatto che una delle due vittorie l’ha conquistata in uno dei ‘giardini di casa’ di Federer, quel Gerry Weber Open di Halle che Roger ha vinto per ben dieci volte. Nel 2018, al primo tentativo di conquistare la ‘Decima’, Federer fu però sconfitto in finale proprio dal giovane croato.

GLI ALTRI FORTUNATI

Ma i cinque campioni – tre top 10, due top 15 – citati non sono gli unici tennisti croati a poter vantare di aver battuto il giocatore che ha conquistato più titoli Slam in singolare nel storia del tennis maschile, sebbene siano gli unici contemplati dalle statistiche ATP, che non considerano i match a livello Futures e, ovviamente, a livello juniores. È già noto agli appassionati il nome di Ivan Vajda, che sconfisse un Federer 16enne in un torneo satellite (l’equivalente degli attuali Futures) a Uster, in Svizzera, nel 1997. Vajda era all’epoca un 19enne di belle speranze, ma non avrebbe mantenuto le promesse: per lui un best ranking n. 223, una semifinale Challenger in carriera e solo un paio di sconfitte al primo turno al Croatian Open di Umago a livello ATP (una con Carlos Moya e l’altra con il compianto Federico Luzzi). Ritiratosi nel 2003, ha aperto a Zagabria un’accademia per giovani tennisti.

In Croazia però, da diverso tempo, circolava con insistenza la voce che in realtà non fosse Vajda il primo croato ad aver battuto Federer. Così, cogliendo l’occasione del “Croatian Premier Tennis” di Osijek, primo torneo disputato in Croazia dopo il lockdown, il sito d’informazione croato 24sata.hr ha intervistato colui che sembra essere a tutti gli effetti il vero detentore del primato e che vive proprio nel capoluogo della regione croata di Osijek e della Baranja, sua città natale. Stiamo parlando di Davor Grgic, ex promessa croata a livello juniores, che ha abbandonato molto presto il tennis agonistico per intraprendere la carriera di allenatore.

Davor svolge la sua attività proprio ad Osijek, dove ha seguito – e ne parleremo in seguito –  anche una sua concittadina ora in cima alle classifiche mondiali, l’attuale n. 24 del mondo Donna Vekic. Ma tornando a Federer e a quella vittoria, si tratta di qualcosa di cui Davor non ama vantarsi. “In realtà, non mi piace affatto parlarne o evidenziarla. Non so esattamente perché, forse perché Federer oggi è quello che tutti sappiamo, una vera leggenda, mentre io sono un uomo normale che vive in una piccola città. Siamo come il cielo e la terra. Però sì, l’ho battuto. E questo nel nostro primo scontro diretto, dei tre disputati in totale. Fu negli Stati Uniti, alla Sunshine Cup under 14. Ricordo anche il risultato, finì 6-4 6-4. A quei tempi ero tra i primi sei under 14 a livello europeo. Poi ci siamo incontrati in un torneo under 16 da qualche parte in Francia, credo a Lille, era una semifinale e c’era il pubblico. E mi ricordo che proprio per questo ero molto teso e vinse lui, credo 7-5 6-3. L’ultima partita, forse quella che è più realistico prendere in considerazione per parlare di lui e l’unica di cui immagino si sappia (in effetti è l’unica che si può trovare negli annali della ITF, ndr), l’abbiamo giocata a Milano al Bonfiglio, un torneo che è considerato ufficiosamente un campionato del mondo under 18. Roger mi batté 6-1 3-6 6-2″.

Era la seconda metà degli anni Novanta. Roger era ben lontano da diventare l’iconico RF e lui e Davor erano semplicemente due adolescenti che condividevano gli stessi sogni su un campo da tennis. Tanto che in quel periodo non erano solo avversari in campo, ma si frequentavano anche fuori. “Eravamo buoni amici. Il mio allenatore di allora, neozelandese, e il suo, australiano (Peter Carter, scomparso prematuramente a 38 anni, ndr), si conoscevano ed ero spesso con lui in viaggio. Siamo usciti spesso insieme. Ci sentivamo anche al telefono, ma poi quando è entrato nella top ten, ha cambiato numero e da allora non ci siamo più sentiti. Certo, avremmo potuto vederci l’anno scorso in Australia quando ero lì, ma non volevo disturbarlo. Ripeto, non sono uno che vuole farsi notare e poi chissà se si sarebbe ricordato di me”.  Per quanto vale, avendo sentito tante volte il fuoriclasse svizzero ricordare perfettamente partite giocate ad inizio carriera ed anche da junior, chi scrive non ha dubbi: Federer se ne sarebbe ricordato benissimo.

Con Davor ci sarebbe anche l’opportunità di confermare la natura (giovanile) ribelle del giovane Federer, ma il suo vecchio amico glissa e si sofferma invece sullo svizzero fuori dal campo, confermando quello che già si sapeva: senza la racchetta in mano, il “Rogi” teenager era completamente diverso. “Era uno molto alla mano, rilassato, giocoso. Praticava anche altri sport, dal cricket ad alcuni di cui all’epoca non conoscevo nemmeno il nome, e penso che sia per questo che ha sviluppato una tale gamma di abilità. Mentre gli altri si allenavano “trecento” ore a settimana, lui diversificava“.

Roger Federer, 17enne, all’esordio al torneo di Rotterdam (Fonte: Twitter)

LA CARRIERA DI DAVOR

Proprio dopo l’ultima partita contro Roger, il 16enne Grgic ottiene il suo miglior risultato a livello di Slam juniores arrivando negli ottavi al Roland Garros, dopo aver superato le qualificazioni. “In quel periodo feci un bel salto. Raggiunsi la 24esima posizione nella classifica ITF juniores.” Sembra proprio che in quell’estate del 1997 Davor stia per spiccare il volo. Rientrato da Parigi, la settimana successiva vince il suo primo torneo ITF juniores, gli Internazionali juniores di Croazia ad Umago. Ma in realtà il volo è già finito: la vittoria in patria resterà l’unica del suo palmarès, poiché da quel momento cominciano i problemi.

Mi infortunai al polso destro a causa del troppo allenamento e il recupero fu terribilmente difficile. Le aspettative erano alte, io stesso mi ero prefissato degli obiettivi ambiziosi, ma il mio sviluppo fisico e la mia maturazione non andavano di pari passo”. Una volta rientrato, Grgic inizia ad alternare l’attività juniores a quella a livello professionistico ITF, ma i problemi non sono finiti, anzi. “Ci furono poi i problemi in Germania, dove mi allenavo dall’età di 14 anni e dove avevo ottenuto un contratto di sponsorizzazione di sette anni dalla Gerry Weber (l’azienda tedesca di abbigliamento, main sponsor del torneo ATP di Halle, ndr), risolvendo così le preoccupazioni finanziarie dei miei genitori. L’accademia dove mi allenavo andò in rovina e così dopo quattro anni, proprio nel momento peggiore, dovetti tornare in Croazia”.

Davor continua a dividersi tra attività juniores e “pro” anche nel 1998, ma capisce molto presto che le cose non vanno per il verso giusto. Dopo i problemi personali arrivano quelli tecnici, derivanti dalle difficoltà di adattamento al passaggio da juniores a professionista, ma soprattutto ai cambiamenti che si stavano verificando nel gioco in quegli anni. E che lo stop forzato – a suo dire – non gli diede la possibilità di metabolizzare. “Il tennis in quel periodo stava cambiando drasticamente dal punto di vista della velocità di gioco e mentre altri, come Federer, svilupparono il loro gioco di conseguenza, io mi ritrovai all’improvviso in difficoltà sul campo. Ricordo una partita di doppio contro Fernando Gonzalez, che avevo battuto a Wimbledon juniores quando era seconda testa di serie: a rete mi sono sentito come un formaggio svizzero”. 

Diventato maggiorenne (è nato il 25 aprile del 1981), ci prova ancora per un paio d’anni, tra il 1999 e il 2000. A settembre del 1999 raggiunge il suo best ranking, n. 845, ma l’anno dopo, quando a cavallo tra la primavera e l’estate colleziona quattro sconfitte di fila al primo turno, capisce che il treno ormai è passato. “Ero rimasto indietro in quello sviluppo, e ho realizzato in poco tempo che non aveva più senso continuare. Ho giocato ancora un po’ nei campionati a squadre, ma solo per un breve periodo: molto presto mi sono dedicato alla carriera di allenatore, iniziando a fare subito esperienza”.

Nonostante la brevissima carriera da professionista, Grgic può comunque vantare qualche head to head eccellente anche a quel livello, come Baghdatis e Ferrero. “Non sapevo nemmeno di avere battuto Baghdatis, fino a quando qualcuno non me l’ha detto una volta, ovviamente da qualche parte a Cipro. Ho anche giocato contro Juan Carlos Ferrero, poco prima che si concludesse la mia esperienza in Germania, perdendo in tre set. Sei mesi dopo è entrato nella top 50 e ricordo che ci siamo chiesti tutti come fosse possibile. Fino a ieri era lì con noi ed ora giocava nei grandi tornei”. Dobbiamo segnalare che qui i ricordi di Grgic non sono del tutto precisi. I due risultati sono confermati, sia la vittoria contro un 14enne Baghdatis, al primo turno di un Future a Nicosia nel novembre 1999, sia la sconfitta contro “Mosquito” per 6-4 3-6 6-3, nel torneo satellite di Cacais, in Portogallo, nell’autunno 1997. L’esplosione del giocatore spagnolo avvenne due anni dopo quel match, quando entrò nella top 100 a metà 1999 e nella top 50 circa tre mesi dopo. Seppur non collocata esattamente nel cassetto dei ricordi, l’osservazione di Davor ai tempi ci poteva stare, considerando che prima dei suoi diciannove anni (è nato il 12 febbraio del 1980), il vincitore del Roland Garros 2003 non si era mai nemmeno avvicinato alla 300esima posizione del ranking.

Navigando tra i risultati di Grgic abbiamo trovato un’altra piccola curiosità: a chiudere nel 2000 la sua carriera agonistica –  sconfiggendolo per 6-3 6-3 al primo turno di un Future a Skopije, in Macedonia – fu proprio quell’Ivan Vajda di cui parlavamo all’inizio. Anche se in quell’inizio estate del 2000 nessuno dei due avrebbe immaginato che l’aver sconfitto anni prima quel talentuoso svizzero
– con cui Davor forse si sentiva ancora al telefono – sarebbe potuto diventare motivo di incredibile vanto per entrambi.

A proposito, diamo a Vajda quel che è di Vajda (non ci addenteremo in questioni antroponimiche e sorvoleremo sul fatto che il cognome sia lo stesso del coach di Djokovic, però nomen omen, dicevano i latini…), evidenziando come quella vittoria gli permetta comunque di fregiarsi di due primati in patria. È infatti comunque lui il primo ad aver battuto Federer a livello professionistico e, soprattutto, è l’unico croato in vantaggio negli scontri diretti con il fenomeno di Basilea. Una curiosità nella curiosità: mentre i due si sfidavano in Macedonia, il 18enne Federer aveva iniziato la terza settimana consecutiva nei top 40. Ci era entrato infatti il 12 giugno 2000, grazie agli ottavi raggiunti al Roland Garros. Non è ancora uscito. E sono passati più di vent’anni…

ORA COACH

Come dicevamo, Davor è passato presto dall’altra parte della rete, a insegnare tennis invece di giocarlo. Tra i suoi allievi il nome più famoso è quello di Donna Vekic, anche lei originaria di Osijek. “Abbiamo lavorato insieme da quando Donna aveva nove anni fino ai dodici, e poi di nuovo dopo l’interruzione della sua collaborazione con David Felgate. Ha vinto il suo primo titolo WTA con lui nel 2014 a Birmingham e un anno dopo, nei tre mesi in cui ho collaborato con lei, ha raggiunto la finale di Tashkent. In quel periodo ci siamo allenati molto bene e mentre io aiutavo lei, lei ha aiutato me: perché mi ha permesso di dimostrare qualcosa a me stesso“.

Davor Grgic e Donna Vekic – Tashkent 2015 (Fonte: tennis-talents.com)

Oggi le priorità di Davor Grgic sono la famiglia e crescere giovani talenti. Ma quest’ultima non è solo una priorità perché quella di allenatore è la sua professione, ma anche e soprattutto perché è qualcosa che lo gratifica. “Sono coinvolto in una bella iniziativa, un progetto, insieme al mio amico italiano Luca Appino che ha fondato Tennis Talents (Appino, tennis coach e talent scout – quando lavorava per Babolat mise sotto contratto, tra gli altri, il 14enne Rafa Nadal – ha fondato diversi anni fa questa accademia e il relativo metodo Tennis Talent, con l’obiettivo di scoprire talenti e aiutare a crescere giocatori di ogni livello, ndr) e seguo la sede croata qui ad Osijek. Sono già sette anni che collaboriamo e la mia soddisfazione più grande è vedere il sorriso di un bambino e il suo desiderio di tornare ad allenarsi. I bambini sono fondamentali per noi, dobbiamo garantire loro un processo di sviluppo di qualità fin dalla più tenera età, e mi piacerebbe davvero avere un supporto maggiore e migliore da parte delle istituzioni”.

Ma se ci fosse di nuovo la possibilità di lavorare con un professionista, come è accaduto con Donna, Davor ci farebbe un pensierino a tornare nel Tour? Sì lo farei. Mi piacerebbe lavorare con qualcuno che dà tutto se stesso perché sia ​​il giocatore che l’allenatore devono sacrificarsi. Un giocatore ha successo quanto il team che lo supporta. Lo scorso anno ho collaborato per un breve periodo con Bernarda Pera (la 26enne tennista statunitense, attuale n. 61 del ranking, è originaria della Croazia, ndr), ma poi non abbiamo proseguito. Per poter lavorare con i professionisti loro devono volerlo veramente. La motivazione non sarebbe il denaro, perché la mia motivazione più grande, qui, è il sorriso di un bambino”.

E chissà se in quel sorriso Davor non cerchi di ritrovare un frammento di quel sorriso che tanti fa accompagnò un bambino di Osijek dopo aver battuto un suo coetaneo svizzero. Forse no, a giudicare dalle sue parole il tempo dei rimpianti è passato. Piuttosto, da coach, può essere invece che cerchi di trovare un frammento del sorriso di quel ragazzo svizzero che lui conosceva bene. Con la speranza che proprio quel frammento racchiuda il mistero di quella cosa che chiamiamo talento. E magari la prossima volta sarà un ragazzino di Osijek, che sorrideva quando andava ad allenarsi, a cambiare il numero del cellulare perché è diventato un top ten…

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