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Reading: “Hanno ammazzato Pablo, Pablo è morto”
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Al maschile

“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è morto”

Forse è passato sotto traccia, ma Pablo Cuevas (numero 33 del mondo) non vince una partita da quasi CINQUE mesi. Nessuno come lui in top 100

Ultimo aggiornamento: 20/10/2017 14:22
Di Alessandro Stella Pubblicato il 19/10/2017
8 min di lettura 💬 Vai ai commenti

A inizio stagione Pablo Cuevas, da numero 22 del mondo e con alle spalle la migliore annata della sua carriera, si apprestava a cominciare il 2017 sotto ottimi auspici. Dopo un inizio un po’ opaco si accendeva decisamente tra San Paolo e Indian Wells: sette vittorie di fila, con il titolo in Brasile e il quarto di finale raggiunto nel 1000 statunitense (sconfitta al tie-break del terzo set contro l’altro Pablo Carreno Busta). Poi una più che discreta campagna sul rosso, con i quarti di Montecarlo e la semifinale di Madrid a (ri)consegnargli una piazza vicina alla top 20, la numero 23. Quindi il Roland Garros e la sconfitta al terzo turno contro un buon Verdasco. Da allora il buio. L’uruguaiano non ha vinto una sola partita delle otto disputate negli ultimi cinque mesi: novanta game vinti per portare a casa appena tre set e perderne diciassette. Con quella di Parigi fanno nove sconfitte di fila, paragonabili alle dieci di Kiki Mladenovic la cui crisi però è passata meno inosservata.

Tutte le sconfitte di Pablo, ad eccezione di quella contro del Potro a Pechino, sono arrivate contro avversari peggio piazzati in classifica. La più pesante a Kitzbuhel, contro la wild card austriaca Ofner (n.157 ATP), a ruota il 6-1 6-4 subito questa settimana da Tsitsipas (n.117) ad Anversa. Il greco è certamente uno dei migliori prospetti per il futuro, ma era appena alla seconda vittoria in carriera e la prima l’aveva colta pochi giorni prima a Shanghai. Uno con l’esperienza e i mezzi di Cuevas è il profilo perfetto per spegnere le velleità di un giovane ed esuberante virgulto come Stefanos. Non questo Cuevas però.

Senza l’intento di infierire, un’analisi dei giocatori che attualmente popolano la top 100 indica che soltanto altri quattro tennisti non sono stati in grado di vincere partite nel circuito maggiore dal Roland Garros ad oggi. Uno di questi però è Stan Wawrinka, che dopo la finale persa a Parigi è sceso in campo solo altre due volte (Queen’s e Wimbledon) rimediando altrettante sconfitte prima di congedarsi dal 2017 per infortunio. Gli altri tre sono Victor Estrella Burgos (n.80), Guillermo Garcia Lopez (n.82) e Maximilian Marterer (n.100), con quest’ultimo ancora a caccia del primo successo ATP in carriera. Tutti e tre però hanno vinto a livello challenger, aggiudicandosi almeno un titolo a testa; quindi Cuevas rimane il solo a non aver vinto alcun incontro ufficiale di tennis da Parigi in poi, lui che non si accosta ai challenger da ormai due stagioni.

Fino a poche ore fa in questo calderone sarebbe finito anche il serbo Filip Krajinovic, non fosse che il suo incredibile momento di forma – ha vinto in fila i challenger di Roma e Almaty ed è arrivato a Mosca forte di 10 vittorie consecutive – l’ha portato a superare le qualificazioni del torneo moscovita e battere Rublev nel main draw, per la prima vittoria ATP stagionale. Restano quindi a secco nel secondo semestre del 2017, in ordine di “gravità” del dato, Garcia Lopez (mai sceso in campo in tornei ATP dopo Parigi), Estrella Burgos (tre apparizioni e tre sconfitte), Marterer (sette/sette) e Cuevas (otto/otto).

L’ultima volta che Pablo è stato così assente nel finale di stagione era rimasto effettivamente lontano dai campi, nel nefasto 2011. Il povero Pablo si ritira al secondo turno del Roland Garros per un problema al ginocchio e scopre di doversi sottoporre a un’operazione chirurgica per risolvere un’incipiente osteocondrite degenerativa. Di lì una di quelle storie che a costo di apparire poco originali va sotto la nomea di calvario, con il ritorno in campo, senza ranking, solo due anni dopo nell’aprile 2013. Il punto di svolta nel luglio 2014, a coronamento di una brillante rincorsa (a mezzo challenger) che l’aveva condotto ai piedi della top 100: Pablo, che non aveva mai raggiunto una finale ATP, ne infila (e ne vince) due di seguito a Bastad e Umago e torna tra i primi 50 del mondo a più di 4 anni dall’ultima apparizione.

Pablo Cuevas con il “piccolo” trofeo di Umago 2014

Il Cuevas che non ne becca una da Parigi sembra invece un giocatore involuto. Oltre all’incapacità di imporre il suo consueto ritmo sulla diagonale di rovescio – contro del Potro a Pechino è sembrato evidente – anche la sua condizione fisica (che di solito è il suo punto di forza) desta qualche perplessità. Per certi versi appare anche distratto, il che è perfettamente comprensibile se consideriamo che ad agosto è diventato padre per la seconda volta e tra l’attesa della paternità e la nascita della piccola Antonia ha dovuto saltare i Masters 1000 di Toronto e Cincinnati. Un po’ quello che è accaduto a Tsonga, diventato padre – lui per la prima volta – lo scorso marzo e scomparso dalle fasi calde dei tornei dopo il titolo a Lione.

“Verde rame sulle sue poche, poche unghie/e troppi figli da cullare“. Va detto che Pablo Cuevas si è calato parecchio bene nella ballade di Francesco De Gregori, datata 1975. Sulla reale sorte del Pablo degregoriano convivono opinioni contrastanti: aveva fatto fagotto per cercar fortuna, questo è certo, ne aveva trovata – difficile dire se più o meno di quella del nostro Pablo tennista – sino a quando il suo apice, forse la descrizione di un atto di corruzione (“hanno pagato Pablo/Pablo è vivo“) ne avvia l’inesorabile verso l’iconico “hanno ammazzato Pablo/Pablo è vivo” che potrebbe indicare un incidente finito nel modo più tragico (ma Pablo è vivo perché chi muore difendendo una causa non muore mai davvero) o un incidente dai contorni meno infausti, al quale effettivamente Pablo è riuscito a sopravvivere.

Sulla sorte del nostro Pablo Cuevas l’augurio pensiamo sia unanime: che torni a spandere i suoi rovesci come aveva fatto per battere seccamente Wawrinka, uno che se c’è da fare a cazzotti di rovescio non è mica facile da gestire, o per dare una lezioncina di sagacia al giovane Zverev sul mattone di Madrid. Un segno di vita tra Vienna e Bercy, gli ultimi due tornei che disputerà in stagione, sarebbe gradito. Lo spago per chiudere la valigia te lo procuriamo noi, basta che torni a vincerne una, Pablito.


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