International Tennis Symposium: internazionale di nome e di fatto

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International Tennis Symposium: internazionale di nome e di fatto

Nonostante le assenze dell’ultim’ora, in primis quella di Toni Nadal, l’evento organizzato da Pro Camp MGM Italia e GPTCA è stato un successo. Grazie ai coach di tutto il mondo scesi in campo, ai racconti di Josè Perlas e ad un Stefano Galvani in versione “Rocky”

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dal nostro inviato a Milano

Alla fine è andata benissimo, ma le premesse non erano state certamente delle migliori. Anzi. Gli organizzatori della 19esima edizione dell’International Tennis Symposium tenutasi sabato 11 e domenica 12 novembre nel Palazzetto dello Sport del Centro Pavesi di Milano, la Pro Camp MGM Italia e la GPTCA – l’associazione internazionale dei coach di tennis che in contemporanea organizzava il corso per l’ottenimento della qualifica di “Tennis coach certifed by ATP”, di cui il Simposio era parte integrante – a ridosso dell’inizio della manifestazione si erano infatti ritrovati improvvisamente senza ben tre dei relatori previsti. E che relatori. Il primo a dare forfait era stato uno dei nomi più attesi, se non il più atteso: Toni Nadal, che doveva anche venir insignito della Laurea Honoris Causa in Sport Coaching della Newport Research University. Poco dopo arrivava anche la rinuncia di chi avrebbe dovuto almeno parzialmente coprirne l’assenza: Claudio Pistolesi era stato fermato dalla bronchite, mentre Robert Davis (storico coach del giocatore pakistano Qureshi, già top 10 in doppio, che ha ricoperto anche il ruolo di Direttore Tecnico in diverse federazioni asiatiche) aveva dovuto lasciare Milano venerdì sera per un improvviso impegno personale.

Ma Alberto Castellani (presidente GPTCA), Mauro Campanelli e Massimo Rossi (rispettivamente presidente e presidente Onorario della Pro Camp MGM Italia) non si sono persi d’animo ed insieme ai loro collaboratori hanno saputo fare di necessità virtù, riuscendo a far sì che, come si suol dire in gergo sportivo, le riserve non facessero rimpiangere i titolari. Anche se visti i nomi che hanno calcato alla fine il parquet del palazzetto milanese non si può certo parlare di riserve: Jean-Philippe Fleurian – ex n. 37 ATP  -, Laura Golarsa – ex top 50 WTA, oggi affermata coach e telecronista Sky – e Patricio Remondegui – storico coach delle sorelle Serra Zanetti e di Stefano Galvani. E non solo loro, come leggerete nel seguito.

 

Ma procediamo con ordine e raccontiamo come è andata. L’inizio del Simposio, nella mattinata di sabato, ha visto i previsti interventi su nutrizione ed integrazione alimentare del nutrizionista sportivo Massimo Rapetti della Enervit, sponsor dell’evento, e quello sulla prevenzione degli infortuni di un preparatore atletico di fama internazionale come il rumeno Dragos Luscan, fino a poche settimane nello staff della n. 1 del mondo Simona Halep. A seguire, come da programma, la cerimonia di consegna del Master Degree in Sport Coaching della Newport Research University a Dick Hordorff – coach di fama mondiale che ha lavorato, tra gli altri, con Rainer Schuttler e Janko Tipsarevic, già vicepresidente della federtennis tedesca e capitano di Coppa Davis di Taiwan – e al suo ex allievo Ranier Schuttler – ex top 5 ATP e finalista Slam, oggi anche lui allenatore oltre che organizzatore del torneo ATP di Ginevra. A seguire, sono scesi in campo i relatori “last minute”. Prima Patricio Remondegui, supportato proprio dal suo ex allievo Stefano Galvani, oggi anche lui dall’altra parte della barricata dato che allena al C.T. Rimini, e poi Laura Golarsa. Entrambi hanno parlato di tecnica: il coach di origine argentina ha mostrato alcuni degli esercizi che utilizzava quando lavorava con Stefano, mentre la ex n. 39 del mondo ha indirizzato il suo intervento su esercitazioni e correttivi nell’allenamento a livello giovanile.

Dopo la pausa pranzo, ad aprire la sessione pomeridiana è stato Jean-Philippe Fleurian che ha presentato il metodo TIGA, finalizzato ad accelerare il miglioramento della performance del giocatore. Il metodo verte sull’importanza di definire puntualmente gli obiettivi di breve, medio e lungo termine e di stilare il relativo piano di lavoro e poi monitorarlo periodicamente. Di tali argomenti su Ubitennis ne avevamo parlato in tre due degli articoli della rubrica sul mental coaching, quelli sugli obiettivi (1 e 2)  e quello sul piano d’azione. Il metodo di Fleurian, in estrema sintesi, è di fatto una implementazione di tale approccio che coinvolge tutte e tre le macro-aree necessarie ai fini del raggiungimento della massima performance sportiva: preparazione tecnico-tattica, fisica e mentale. L’ex top 40 ha voluto sottolineare – e non è stato l’unico, come vedremo, tra i relatori della manifestazione – l’importanza di parlare e ragionare sempre in termini di obiettivi di performance e non di risultato.

La seconda sessione del pomeriggio, che completava così la sostituzione del secondo intervento di Toni Nadal, è stata veramente particolare e coinvolgente per i partecipanti al Simposio. Considerato che alcuni dei coach presenti erano di assoluto livello internazionale, dato che erano a Milano per conseguire la massima qualifica GPTCA, il livello A, per la quale uno dei prequisiti previsti– a meno di deroghe autorizzate dalla GPTCA in accordo con l’ATP – è quello di aver allenato giocatori almeno a livello Challenger, Castellani e gli altri organizzatori hanno pensato bene di coinvolgerne circa una decina, tutti rigorosamente di paesi diversi, con il compito di presentare almeno tre degli esercizi che utilizzano con i propri giocatori. Tanto per capirci, tra questi, oltre hai già citati Hordorff, Remodengui, Fleruian e Golarsa, anche i capitani di Coppa Davis tunisino ed iraniano e l’ex coach peruviano dell’ex top ten argentina Paola Suarez.

A concludere in bellezza quella prima giornata, che solo ventiquattro ore prima era avvolta da un grosso punto interrogativo, è stato di nuovo Luscan, che ha parlato del tema dell’allenamento della forza esplosiva di un giocatore. L’intervento, già di per sé interessante per la molteplicità di esercizi proposti dall’ex nazionale rumeno di pallamano, alla fine ha coinvolto tutti i presenti, che si sono ritrovati a fare il tifo per Stefano Galvani. La giornata aveva infatti visto alternarsi in campo diversi giocatori per effettuare le dimostrazioni degli esercizi presentati dai relatori, ma in molti casi il “protagonista” principale era stato proprio Galvani. Questo perché, pur in presenza di altri buonissimi giocatori, avere dall’altra parte della rete un ex top 100 ancora in ottima forma consentiva di valorizzare al meglio la dimostrazione dell’esercizio ed evidenziarne bene gli aspetti più importanti. Ebbene, nella sessione di Luscan la cosa è “degenerata”. Con l’andare dell’intervento ed il susseguirsi degli esercizi, pian piano sulle tribune aumentavano i commenti di stupore e ammirazione sulle notevoli capacità fisiche del 39enne originario di Padova. Anche al confronto dell’altro giocatore coinvolto nelle dimostrazioni, un seconda categoria con parecchi anni in meno e quindi in teoria più allenato, e considerato che erano ore che Galvani era in campo, dato che erano quasi le 19 e lui era lì praticamente dalle 10 di mattina. Ad un certo punto anche Luscan si è lasciato trasportare dall’entusiasmo di avere un atleta così reattivo fisicamente ed ha proseguito ad illustrare gli esercizi lavorando esclusivamente con Galvani e  aumentandone la difficoltà.

Galvani ha avuto un attimo di perplessità solo quando l’ex giocatore di pallamano della Steaua Bucarest gli ha chiesto di mettere un pallone medico da 5 kg in mezzo ai piedi per poi saltare cercando di lanciarlo il più in alto possibile dietro la schiena: “Con quello da 2 kg no?”. “No, 5kg” ha risposto Luscan, che in quel momento ha ricordato a molti il sergente Foley di “Ufficiale e gentiluomo (ed il pensiero di molti a quel punto è andato immediatamente a Simona Halep, che con Luscan ci lavorava ogni giorno). Ma Stefano, ormai entrato in modalità “Non fa male” in stile Rocky IV, a quel punto non ha più battuto ciglio: un paio di tentativi per capire bene e poi ha eseguito perfettamente l’esercizio. Con i partecipanti al corso che dalle tribune gli chiedevano addirittura di fare un sombrero alla Messi. Alla fine ci abbiamo anche scherzato su con Stefano, chiedendogli se per caso dopo una giornata così non fosse il caso di tornare a giocare ed iscriversi ad un Challenger (con Remondegui che, sentendoci, è stato subito al gioco: “Sì, sì, torna a giocare, dobbiamo trovare uno sponsor!”). Lui stesso in realtà ci ha confidato di essere rimasto stupito, reduce com’è da un intervento al menisco questa estate e senza tanto allenamento alle spalle. Insomma, una chiusura con il sorriso per una giornata iniziata con un po’ di preoccupazione.

Galvani esegue gli esercizi di Luscan (il primo a sx), davanti a Castellani e Remondegui

La seconda giornata è cominciata con Carlo Rossi, maestro della Pro Patria Milano, che ha parlato di Easy Tennis, di esercizi e giochi per i bambini finalizzati allo sviluppo di tutta una serie di abilità e capacità motorie da parte dei bambini, funzionali al successivo insegnamento del tennis. Subito dopo una sorpresa: la presentazione di una applicazione di realtà virtuale, VR-Brain Tracker, che con l’utilizzo del MOT (Multiple Object Tracking) consente di valutare e allenare tutte e quattro le componenti dell’attenzionesostenuta, che permette di selezionare degli obiettivi in modo costante e duraturo resistendo alla fatica prolungata, selettiva, la capacità di mettere a fuoco degli oggetti in movimento escludendo le distrazioni, distribuita, che divide contemporaneamente l’attenzione in oggetti più punti del campo visivo, e dinamica, cioè mantenere la concentrazione sulla posizione di oggetti in continuo movimento -, la memoria visiva e la visione periferica. I vantaggi sono molteplici: ad esempio, migliora la capacità di concentrazione nell’esecuzione delle esercitazioni quando è richiesta alta capacità attentiva, aumenta e migliora la capacità di memoria visiva a breve termine che è utile nelle azioni di gioco in cui la pressione è elevata ed in generale, aumentando le sue capacità percettive e cognitive, consente all’atleta di avere una maggiore sicurezza nei mezzi nelle azioni sotto pressione e quindi aumentare il massimo livello di performance. L’intervento ha suscitato molto interesse tra gli allenatori, come dimostrato dal numero di persone che al termine della presentazione hanno testato l’applicazione nelle due postazioni a disposizione.

Tanto da far iniziare con qualche minuto di ritardo l’ospite clou del Simposio, José Perlas. L’ex coach di – tra gli altri – Carlos Moya, Albert Costa, Juan Carlos Ferrero e Fabio Fognini, ha suddiviso il suo intervento in due parti, una teorica al mattino e una pratica nel pomeriggio, dopo il break. In mattinata l’allenatore spagnolo ha prima ripercorso i passaggi più importanti della sua carriera di allenatore di alto livello, per poi soffermarsi ad analizzare più in dettaglio il percorso che ha portato Carlos Moya e Albert Costa alla vittoria di uno Slam, rispettivamente il Roland Garros 1998 e 2002. Ma, seppur più brevemente, anche quello che ha consentito a Fabio Fognini di conquistare il titolo del doppio insieme a Stefano Bolelli agli Australian Open 2015 (“Anche se non ha il lustro di quelli in singolare, per me è comunque il mio terzo Slam da allenatore” ha voluto sottolineare). Con l’obiettivo di far capire all’auditorio – grazie anche ad alcune videointerviste registrate con gli stessi Moya e Costa, che hanno ripercorso quelle loro cavalcate vincenti a Porte d’Auteuil – quanto sia importante curare ogni dettaglio affinché “Tutti i pianeti siamo allineati”. Metafora utilizzata da Perlas per far capire che affinché tutto il lavoro svolto (“Noi lavoriamo per migliorare la performance, il risultato è una conseguenza” ha ribadito anche lui) si trasformi in un successo è necessario che tutto si incastri alla perfezione (“Basta che il giorno prima del match litighi al telefono con la fidanzata ed ecco che qualcosa si può incrinare“).

Nel caso di Moya, il fatto di aver già giocato una finale Slam in precedenza (a Melbourne l’anno prima) gli permise di affrontare quella finale di Parigi conoscendo già tutte le sensazioni che si provano a disputare un match di quella importanza. Perché, come ha voluto sottolineare il coach iberico “Tutte le partite in un torneo del Grande Slam sono difficili, ma la finale è veramente una cosa a parte”. Esperienza che invece non aveva mai provato il suo avversario Alex Corretja, che al massimo era arrivato ai quarti allo US Open 1996, e che indubbiamente sentì il peso e l’emozione di disputare la sua prima grande finale in carriera. Per quanto riguarda invece la vittoria del 2002 di Albert Costa, fu essenziale invece il fatto che inizialmente la stampa spagnolo non si interessò a lui, dato che tutte le attenzioni erano rivolte al grande favorito Juan Carlos Ferrero. Negli anni precedenti Costa aveva sofferto molto la pressione legata alle aspettative che molti in Spagna avevano su di lui dopo che aveva raggiunto i quarti a Parigi nel 1995, a soli vent’anni. Per lui perciò fu molto importante non essere al centro dell’attenzione perché poté concentrarsi su di sé, sul suo gioco e scendere in campo con maggiore serenità. Perlas al riguardo ha rivelato un curioso retroscena. Per Albert fu anche fondamentale la vittoria nei quarti in rimonta su Guillermo Canas, che era in vantaggio due set a uno e di unbreak nel quarto: per la prima volta riuscì a superare il fatidico scoglio dei quarti di finale in un torneo Slam e interiormente cominciò a credere di poter veramente arrivare sino in fondo. Ma a quel punto la stampa iberica si accorse di lui. Ecco che Perlas allora dovette intervenire per evitare che qualcosa interferisse con un meccanismo che stava girando alla perfezione. Riunì i giornalisti spagnoli e chiese loro di continuare a non puntare i riflettori sul suo allievo, che continuassero pure a parlare di Ferrero. Un aneddoto che fa capire come ad alto livello sia importante che il coach faccia veramente attenzione a tutto. Significativo in questo senso una dichiarazione di Carlos Moya nella videointervista, nella quale ha evidenziato di aver imparato proprio da Perlas come sia necessario essere coach ventiquattro ore al giorno. Un ringraziamento al suo vecchio coach, ma in realtà un messaggio agli allenatori presenti.

José Perlas durante l’intervento della domenica mattina al Simposio

Nella sessione pomeridiana, l’attuale allenatore del tennista serbo Dusan Lajovic ha poi mostrato in campo molti degli esercizi tecnico-tattici che usa con i suoi giocatori, soffermandosi a spiegare nel dettaglio le finalità di ogni specifica esercitazione. Il Simposio si è concluso così, con gli applausi dei presenti al grande allenatore spagnolo, mentre agli iscritti GPTCA veniva chiesto l’ultimo e più importante sforzo: il test di esame per ottenere la qualifica GPTCA (o salire di livello) e chiudere nel migliore dei modi questa intensa cinque giorni di formazione, dato che per loro il corso era iniziato mercoledì.

Sceso il sipario sull’evento milanese, la GPTCA prosegue la sua attività formativa a livello internazionale (i prossimi corsi si terranno in Polonia), mentre la Pro Camp MGM Italia comincia già a pensare alla prossima edizione del Simposio, quella del ventennale. Una ricorrenza importante, che Massimo Rossi, Mauro Campanelli e tutta la squadra dell’associazione meneghina hanno già preannunciato voler festeggiare nel migliore dei modi. Appuntamento perciò a tutti al prossimo anno.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: provaci ancora, Marin. “Sento che non ho raggiunto l’apice”

Due anni fa, Marin Cilic regalava alla Croazia la seconda Coppa Davis. Da lì a poco dichiarava di puntare ad un altro Slam. Oggi, tra infortuni, paternità e lockdown si ritrova ai margini della top 50. Ma lui è convinto di poter tornare in alto. Più in alto di prima

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Marin Cilic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zagabria, novembre 2018. La nazionale di Coppa Davis, appena rientrata dalla Francia, festeggiava in una piazza Ban Jelacic – la piazza principale della capitale croata – gremita di tifosi la conquista della seconda Coppa Davis della sua storia. Il protagonista principale del trionfo croato era stato Marin Cilic, che dopo aver vinto il secondo singolare della prima giornata aveva conquistato anche il punto decisivo battendo Lucas Pouille. E sulla scia di quella vittoria, un paio di mesi dopo, avrebbe dichiarato di puntare ad un altro Slam e addirittura alla prima posizione del ranking, risultato mai raggiunto da nessun tennista croato (il migliore è stato il suo ex coach, Goran Ivanisevic, che fu n. 2 al mondo per dieci settimane nella seconda metà del 1994 e poi per altre tre all’inizio del 1997).

Il solito ginocchio
Ma oltre a quella dichiarazione d’intenti, Cilic avrebbe anche rivelato che già da un po’ era tornato a dargli parecchio fastidio quel ginocchio destro che nel corso della carriera lo aveva tormentato in più di un’occasione. Già nell’off-season 2018, subito dopo la conquista dell’insalatiera, si era sottoposto ad una serie di terapie, ma le battaglie vinte a Melbourne contro McDonald e Verdasco e poi ancora quella persa contro Bautista Agut (giocata con il ginocchio nuovamente parecchio dolorante) avevano peggiorato di nuovo la situazione. Che nonostante le parole di Cilic in quei giorni (“Fortunatamente ho un team che mi segue costantemente e cerchiamo di tenere la cosa sotto controllo”) non sarebbe migliorata nel prosieguo della stagione 2019. Anzi, a un certo punto – come rivelerà poi lo stesso giocatore –  l’unica soluzione percorribile sembrava essere l’intervento chirurgico. Invece l’ennesimo tentativo di terapia conservativa ottiene dei buoni risultati e Marin decideva di rinunciare a fine anno alla difesa della Davis per proseguire il percorso riabilitativo e puntare così a presentarsi al 100% per l’inizio della stagione successiva.

Un 2019 da dimenticare
I problemi al ginocchio hanno però avuto un impatto, purtroppo, su gioco e risultati dell’ex n. 3 del mondo. Nel 2019, per la prima volta dopo undici stagioni, la bacheca dei titoli ATP non si è allargata. Aveva infatti iniziato a riempirla nel 2008 vincendo a New Haven, per poi proseguire raggiungendo il massimo nel suo fantastico 2014, con la vittoria allo US Open ed in altri tre tornei, ed aveva poi continuato ad impreziosirla regolarmente fino al 2018, con l’ultimo trofeo alzato da vincitore al Queen’s.

Nota a margine: quella vittoria di due anni e mezzo fa a Londra, arrivata annullando un match point al fuoriclasse serbo, sembrava avesse certificato come dal punto di vista mentale Djokovic fosse ancora lontano dal top. Niente di più sbagliato, rileggendo tutto a posteriori. Da quella sconfitta Nole ripartì con rinnovato vigore per conquistare tre settimane dopo il suo quarto Wimbledon, invece per “Cila” – il soprannome di Marin in Croazia –  è stato (sinora) l’ultimo acuto, dato che i primi segnali di declino si avvertiranno subito dopo (e infatti si scoprirà dopo che il ginocchio aveva di nuovo iniziato a fargli male): la sconfitta contro Pella a Wimbledon, quella clamorosa sulla terra di Zara contro Sam Querrey nella semifinale di Davis e quella altrettanto impronosticabile contro uno specialista della terra battuta come Jarry al primo turno del Masters 1000 di Shanghai.

Anche il rapporto vittorie/sconfitte di fine stagione ha certificato il calo di rendimento di Cilic. Per uno abituato per anni a vincere due partite su tre – un rapporto infatti sempre attorno al 66%: il record, ovviamente, nel 2014, con il 72% di vittore – ritrovarsi a vincerne praticamente una su due (44-20, rapporto poco sopra il 50%), come nel 2007, quando era un diciottenne di belle speranze, era un brutto segno. Che chiaramente ha avuto le sue ripercussioni anche sul ranking. Già a febbraio era uscito dalla top 10 dopo più di due anni (ottobre 2016), ad agosto anche dalla top 20 dopo più di 5 stagioni (luglio 2014), ma soprattutto a novembre era scivolato ai margini della top 40, al n. 39, mai così in basso dall’ottobre 2013, ai tempi della controversa squalifica per doping.

 

Il 2020 e la ripresa che non c’è stata
Messi da parte i problemi al ginocchio, Cilic confidava di riprendere a gennaio il discorso interrotto dodici mesi prima. A Melbourne raggiungeva gli ottavi, con un paio di vittore lottate con Paire e Bautista Agut e una sconfitta netta con Raonic. Non di certo risultati degni del Cilic che fu, ma almeno dei piccoli segnali di crescita. L’ingaggio come nuove allenatore del connazionale Vedran Martic, neo selezionatore croato di Coppa Davis ed ex coach di Karen Khachanov, era un’ulteriore indicazione dell’effettiva volontà del tennista di Medjugorje di ritornare in alto, ma proprio subito dopo è arrivato il lockdown e la conseguente sospensione all’attività agonistica. Un periodo che è stato particolarmente importante per Marin, che a inizio febbraio è diventato papà del piccolo Baldo e ha potuto così stare vicino alla moglie Kristina nei primi mesi di vita del figlio.

Alla ripresa dopo il lockdown (e la quarantena a fine giugno in seguito alla partecipazione alla famigerata tappa croata dell’Adria Tour) per Cilic non è arrivato nessuno risultato degno di nota. Per lui solo qualche terzo turno: nel “suo” US Open, dove a fermarlo è stato il futuro vincitore Dominic Thiem, e ai Masters 1000 di Roma e Parigi-Bercy. Mentre al Roland Garros è uscito subito di scena, di nuovo contro Thiem. Delle sette vittorie, a fronte di otto sconfitte, ottenute da agosto in poi (di cui una per forfait contro Moutet), solo due sono arrivate contro dei top 30, Goffin e Auger-Aliassime, peraltro colte in un momento negativo dei suoi due avversari (per entrambi all’interno di una striscia di tre eliminazioni di fila al primo turno). La vittoria al Masters 1000 di Bercy contro il giovane canadese era stata letta in Croazia come un segnale di risveglio di Cilic, ma la sconfitta in tre set contro Humbert nello stesso torneo e soprattutto quella successiva, al primo turno dell’ATP 250 di Sofia, contro la giovanissima wild card ceca Forejtek, n. 399 ATP, aveva spento sul nascere gli entusiasmi a Zagabria. Seconda stagione consecutiva senza titoli ATP e con un rapporto vittorie/sconfitte poco sopra il 50%.

Oltre al ginocchio, c’è di più?
Guardando le partite di Cilic dopo il lockdown, quello che si nota immediatamente è che appare poco reattivo e mobile, lui che nei suoi anni migliori aveva indubbiamente una mobilità sopra la media per un giocatore di quasi due metri. Problema che già era emerso l’anno scorso, ma era stato imputato al ginocchio (“Più di tutto mi danno fastidio la scarsa flessibilità e la rigidità, che non mi consentono di essere elastico nel movimento, e a causa di questo nei cambi di direzioni, negli scatti o nei salti non posso essere al 100%. Un’altra conseguenza è anche il fatto che peggiora la velocità di reazione,” aveva dichiarato a suo tempo). Ma se i problemi all’articolazione sono risolti, allora il motivo va ricercato altrove. E per alcuni potrebbe essere al di fuori della sfera fisica. Ovviamente la questione desta molto interesse in Croazia – dove Marin Cilic contende al suo ex coach Goran Ivanisevic la palma di miglior giocatore croato di tutti i tempi e le discussioni in tal senso continuano da anni – dove si fanno le ipotesi più varie al riguardo.

L’effetto Goran
Proprio con riferimento alla collaborazione con Goran, durata quasi tre anni, una delle ipotesi correla il calo al fatto che, sotto certi aspetti, il gioco di Cilic abbia subito una involuzione dopo la conclusione del suo sodalizio con l’attuale membro dello staff di Novak Djokovic. Un sodalizio che inizialmente aveva suscitato molte perplessità, soprattutto in Croazia, viste le notevoli differenze caratteriali tra i due: esuberante ed impulsivo il mancino di Spalato (che continua ad esserlo anche alla soglia dei cinquant’anni, come le ultime dichiarazioni sulla finale del Roland Garros hanno confermato), tranquillo e riservato il ragazzo di Medjugorje.

Invece la “strana coppia” aveva funzionato, con l’apice della vittoria a New York nel 2014: Goran aveva aiutato Marin ad essere più aggressivo, a partire ovviamente dal servizio, il marchio di fabbrica dell’Ivanisevic giocatore. Un’aggressività che poi è andata affievolendosi: inizialmente impercettibilmente, poi in maniera più evidente, specie negli ultimi mesi. Citeremo al riguardo un dato: il rapporto di Marin tra ace e game di servizio. Nel 2015, l’anno post vittoria Slam e secondo consecutivo interamente con Goran in panchina, raggiunse lo 0,9%, quindi quasi un ace a game. Quest’anno è sceso allo 0,72%, il più basso dal 2013.

A un livello di gioco in cui spesso la differenza tra vittoria e sconfitta la fa una manciata di punti, se ogni volta ti mancano quei tre-quattro servizi vincenti a partita, che prima magari piazzavi proprio nei momenti cruciali del match, ecco che la fiducia nel tuo gioco – magari inconsciamente – comincia a incrinarsi, e un’aggressività che comunque era “appresa” e non “naturale” comincia a venir meno. E quella manciata di punti che ti serve per fare la differenza non riesci più a portarla a casa.

L’effetto Baldo
C’è poi chi sostiene che il motivo vada ricercato nella recente paternità, che talvolta rende meno prioritari per un giocatore gli obiettivi agonistici a cui prima dedicava tutto se stesso, dato che la sfera personale acquista molta più importanza. Al riguardo Marin ritiene invece che la nascita del piccolo Baldo sia per lui un aiuto dal punto di vista mentale, da sempre considerato un tallone d’Achille del tennista di Medjugorje: “Mi sento molto felice, in campo e fuori. Questo mi dà ancora un po’ più di stabilità quando gioco. Quando finisco un torneo, quando perso, sono felice perché vado a casa”.
iA leggerle da una certa angolazione, queste frasi in realtà potrebbero rafforzare la tesi di chi ritiene che la nuova situazione familiare di Marin abbia influito in negativo sul suo approccio al gioco. L’essere comunque sereno dopo una sconfitta, perché ciò significa poter tornare a casa ad abbracciare moglie e figlio, può legittimamente confermare i dubbi sul fatto che interiormente Marin abbia ancora l’animus pugnandi necessario per rimanere ad alto livello, quella “fame” di vittorie che invece continua a contraddistinguere dei “cannibali” come Feder, Nadal e Djokovic. E questo nonostante Cilic abbia due anno in meno del più giovane dei tre, Djokovic, e anche due di loro siano da tempo padri di famiglia.

Cilic insieme al figlio Baldo (Fonte: Instragram)

Ma altre parole dette dal campione croato sembrerebbero confutare decisamente anche questa ipotesi: “Sento di non aver ancora raggiunto il mio apice. Che significa sentirmi al massimo dal punto di vista fisico, mentale e tecnico, percepire la sensazione di stare giocando il mio tennis migliore. Vorrei raggiungere quell’apice, sentire di avercela fatta. Se ci riuscirò, allora potrò rilassarmi e ritirarmi”.

Riusciremo quindi a riammirare la versione “USOpenesque” di Cilic che ci stupì in quella incredibile settimana di settembre di sei anni fa a New York? Quella capace di infilare una striscia vincente di dieci set consecutivi – dal quinto contro Simon, passando per le tre vittorie in “straight sets” con Berdych, Federer e, infine, Nishikori – e che probabilmente era vicinissima a quell’apice che il tennista croato sta ancora cercando di raggiungere. Per non sentirsi più, nonostante i tanti titoli vinti, tra i quali spiccano uno Slam, una Coppa Davis e un Masters 1000, “Come se non avessi ottenuto ciò che potevo ottenere.E allora provaci ancora, Marin.

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Thiem: “Nonostante tutto, il 2020 avrà sempre un posto nel mio cuore. Nel 2021 in 6-7 lotteranno per il numero 1”

L’austriaco fa i complimenti a Medvedev – ‘nel terzo set ha giocato un game di risposta incredibile’ – e non recrimina troppo: “Forse solo un punto nel tie-break, ho giocato un dritto stupido”. Verso il 2021: “Voglio scalare la classifica”

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Dominic Thiem - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Non si presenta troppo abbattuto il grande sconfitto di stasera, Dominic Thiem, alla conferenza stampa di rito. L’austriaco ha perso la finale delle ATP Finals per il secondo anno consecutivo, questa volta contro il russo Daniil Medvedev. Nonostante la sconfitta gli resterà la (magra) consolazione di aver fatto parte di una finale da record. La durata della partita di stasera, 2 ore e 44 minuti, è infatti un record per la storia del torneo da quando si gioca due set su tre.

Il primo pensiero dei giornalisti si rivolge ai tre break point salvati da Medvedev nel secondo set, specialmente quello in cui Thiem si è trovato molto vicino alla rete. “Certo ci sarebbe stato un risultato diverso se avessi convertito quel break point, ma non era un colpo facile, la palla era bassa. Avrei dovuto metterla in campo. Comunque non ho molto da recriminare, forse solo sul 2-1 nel tie break, ho risposto bene e poi ho giocato un diritto stupido. Lo slice è una buona tattica con Daniil, l’ho usata anche in passato“.

L’austriaco come sempre è sportivo e riconosce i meriti dell’avversario, che nel quinto game del terzo set ha alzato il livello e strappato il servizio a Thiem. “Il suo break nel terzo set è stato un game incredibile, ha messo in campo delle risposte incredibili e ci sono stati scambi lunghissimi. Purtroppo è così, ogni partita è equilibratissima in questo torneo. Congratulazioni a lui”.

 

C’è spazio anche per qualche battuta sul ranking, che vede Thiem terzo e il suo sfidante Medvedev in quarta posizione. “I migliori del 2020 sono quelli che sono in testa al ranking, anche se devo escludere Roger (ride, ndr), ma sono sicuro che tornerà bene l’anno prossimo. […] Devo aggiungere Rublev, credo sia stato top 5 quest’anno visto quanto ha vinto. Direi quindi che i top 5 sono quelli giusti, a parte Roger“. Lo stesso austriaco non si nasconde sulle sue future possibilità di classifica. “Voglio scalare la classifica sempre di più […] Ho giocato bene quest’anno e anche l’anno scorso. Voglio giocare bene nei grandi tornei, e se riesco a farlo posso salire ancora. Ma ci sono grandi giocatori in testa, e […] almeno 6-7 giocatori come Tsitsipas, Zverev, Daniil e Rublev oltre ai Big 3 che combatteranno per il numero 1 l’anno prossimo“.

Adesso, però, è tempo di concedersi un po’ di riposo dopo una stagione più corta del solito eppure molto travagliata. “È stato un anno molto difficile. Noi atleti, nello specifico noi tennisti, siamo privilegiati nel fare quello che facciamo. Dal punto di vista tennistico è stata una grande annata. Ho raggiunto uno dei miei obiettivi di una vita, vincere uno Slam, quindi anno straordinario per me tennisticamente. Nonostante tutte le difficoltà, per me quest’anno avrà sempre un posto nel mio cuore. […] Spero che la pandemia termini il più presto possibile e che tutti possano tornare a lavorare e ad avere una vita normale”.

Quanto al ricambio generazionale, Thiem si sente molto ottimista sulle sue possibilità nell’immediato futuro e su quelle dei tennisti più giovani di lui. “Il futuro è arrivato. Abbiamo tanti anni davanti a noi, e abbiamo provato che possiamo giocarcela con le leggende di questo sport. I Big3 i prossimi anni continueranno ancora a giocare per vincere i titoli importanti, ma a un certo punto quei giocatori si ritireranno e quindi sarà il nostro turno. […] È molto importante per lo sport avere un ricambio. Rafa, Roger e Nole hanno fatto così tanto per lo sport, hanno portato tanti nuovi fans, ma verrà un giorno in cui se ne andranno e la nostra sfida sarà mantenere tutte queste persone appassionate al tennis, questo sport così meraviglioso. Loro hanno dato così tanto al tennis, ora è il nostro turno. Dobbiamo fare la nostra parte e continuare la storia che loro hanno contribuito a scrivere”.

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Murray: “Da appassionato, non guarderei un match di cinque set dall’inizio alla fine”

Il britannico si chiede se le abitudini di consumo degli appassionati di oggi siano compatibili con la durata dei match negli Slam

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Andy Murray - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per tutta la settimana, Andy Murray ha fatto da spalla a Gael Monfils per delle dirette di commento alle ATP Finals trasmesse in streaming su Twitch. Come sempre, il tre volte campione Slam ha espresso pareri non banali, coadiuvato anche dal format che ha incluso frequenti domande da parte dei fan.

Durante l’ultimo episodio, trasmesso ieri, è stata rivolta al britannico una domanda su uno degli argomenti più caldi degli ultimi giorni, vale a dire l’ipotesi ventilata da Novak Djokovic di ridurre la durata dei match anche negli Slam, portandoli al format due su tre con cui si svolgono tutti gli altri tornei del circuito ATP. Un po’ a sorpresa, Murray ha dato ragione al coetaneo e avversario di tante finali, ma mentre Nole ne fa una questione legata principalmente al dispendio fisico, Sir Andy usa l’esperienza dello spettatore come fattore dirimente: “Due anni fa ho commentato un match fantastico fra Nadal e Del Potro a Wimbledon, credo oltre quattro ore. Il problema è che, a meno che tu sia di persona allo stadio, non hai modo di trovare il tempo per guardarlo tutto”.

Ci sono sempre appassionati più tradizionalisti che vogliono i cinque set, ma i più giovani oggi consumano in maniera un po’ diversa, ha aggiunto. “Da giocatore ho sempre amato il tre su cinque, ma se tu guardi ai Masters 1000 negli ultimi dieci anni, i vincitori sono più o meno gli stessi degli Slam, quindi non so quanta differenza avrebbe fatto. La cosa certa è che da fan non mi siederei più a guardare un match al meglio dei cinque dall’inizio alla fine“.

 

In realtà, questo è il quinto anno di fila in cui i Big Three vincono “solo” la metà dei grandi tornei due su tre (i nove Masters 1000, ridotti a tre nel 2020, più le Finals), un dato che indica un notevole equilibrio nei match più brevi:

  • nel 2016, Djokovic 4 e Nadal 1 da una parte, Murray 4 e Cilic 1 dall’altra;
  • nel 2017, Federer 3 e Nadal 2 da una parte, Dimitrov e Zverev 2 e Sock 1 dall’altra;
  • nel 2018, Nadal 3 e Djokovic 2 da una parte, Zverev 2 e Del Potro, Isner e Khachanov 1 dall’altra;
  • nel 2019, Djokovic e Nadal 2 più 1 di Federer da una parte, Medvedev 2 e Thiem, Fognini e Tsitsipas 1 dall’altra;
  • nel 2020, i 2 di Djokovic sono stati controbilanciati dai 2 di Medvedev.

Quindi è quantomeno ragionevole ipotizzare che forse ci sarebbero stati più vincitori diversi. Infine, lo scozzese ha opinato sull’utilizzo del termine “epico” per qualsiasi incontro finito al quinto: “Tanti confondono partite lunghe per buone partite, mentre spesso non è così, anzi. Leggo spesso il termine ‘epico’ associato con la durata di un match ma non con la sua qualità. Un incontro di quattro ore e mezza può avere un tennis di livello solamente medio per buona parte della sua durata, mentre un incontro al meglio dei tre spesso ha una qualità di gioco migliore, perché i giocatori possono dare tutto per tutto il tempo, mentre a volte sui cinque set hai dei momenti in cui cerchi di conservare le energie”.

Su un’altra questione, invece, Murray ha espresso maggiore scetticismo nei confronti del punto di vista (piuttosto netto) del N.1 ATP. Lo scozzese non è infatti così sicuro che l’eliminazione dei giudici di linea sia una scelta saggia per il futuro del gioco, in quanto potenzialmente deleteria per la formazione degli arbitri: “Una delle mie preoccupazioni principali è che la gran parte dei migliori giudici di sedia ha imparato facendo prima il lavoro di giudice di linea, mentre con l’utilizzo di Hawkeye per ogni punto questa possibilità non esisterebbe più”.

Per non farsi mancare niente, infine, Murray ha detto la sua anche sul parere ribadito da Nadal anche quest’anno sull’opportunità di alternare varie superfici per il Master di fine anno, data la natura del torneo: Credo che quello di Nadal sia un commento giusto, perché è vero che le Finals sono sempre state giocate sulla stessa superficie [dal 2006 ad oggi si è sempre giocato sul cemento indoor, ndr]. Se si fosse giocato sulla terra, Rafa le avrebbe probabilmente vinte sei o sette volte”.

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