International Tennis Symposium: internazionale di nome e di fatto

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International Tennis Symposium: internazionale di nome e di fatto

Nonostante le assenze dell’ultim’ora, in primis quella di Toni Nadal, l’evento organizzato da Pro Camp MGM Italia e GPTCA è stato un successo. Grazie ai coach di tutto il mondo scesi in campo, ai racconti di Josè Perlas e ad un Stefano Galvani in versione “Rocky”

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dal nostro inviato a Milano

Alla fine è andata benissimo, ma le premesse non erano state certamente delle migliori. Anzi. Gli organizzatori della 19esima edizione dell’International Tennis Symposium tenutasi sabato 11 e domenica 12 novembre nel Palazzetto dello Sport del Centro Pavesi di Milano, la Pro Camp MGM Italia e la GPTCA – l’associazione internazionale dei coach di tennis che in contemporanea organizzava il corso per l’ottenimento della qualifica di “Tennis coach certifed by ATP”, di cui il Simposio era parte integrante – a ridosso dell’inizio della manifestazione si erano infatti ritrovati improvvisamente senza ben tre dei relatori previsti. E che relatori. Il primo a dare forfait era stato uno dei nomi più attesi, se non il più atteso: Toni Nadal, che doveva anche venir insignito della Laurea Honoris Causa in Sport Coaching della Newport Research University. Poco dopo arrivava anche la rinuncia di chi avrebbe dovuto almeno parzialmente coprirne l’assenza: Claudio Pistolesi era stato fermato dalla bronchite, mentre Robert Davis (storico coach del giocatore pakistano Qureshi, già top 10 in doppio, che ha ricoperto anche il ruolo di Direttore Tecnico in diverse federazioni asiatiche) aveva dovuto lasciare Milano venerdì sera per un improvviso impegno personale.

Ma Alberto Castellani (presidente GPTCA), Mauro Campanelli e Massimo Rossi (rispettivamente presidente e presidente Onorario della Pro Camp MGM Italia) non si sono persi d’animo ed insieme ai loro collaboratori hanno saputo fare di necessità virtù, riuscendo a far sì che, come si suol dire in gergo sportivo, le riserve non facessero rimpiangere i titolari. Anche se visti i nomi che hanno calcato alla fine il parquet del palazzetto milanese non si può certo parlare di riserve: Jean-Philippe Fleurian – ex n. 37 ATP  -, Laura Golarsa – ex top 50 WTA, oggi affermata coach e telecronista Sky – e Patricio Remondegui – storico coach delle sorelle Serra Zanetti e di Stefano Galvani. E non solo loro, come leggerete nel seguito.

 

Ma procediamo con ordine e raccontiamo come è andata. L’inizio del Simposio, nella mattinata di sabato, ha visto i previsti interventi su nutrizione ed integrazione alimentare del nutrizionista sportivo Massimo Rapetti della Enervit, sponsor dell’evento, e quello sulla prevenzione degli infortuni di un preparatore atletico di fama internazionale come il rumeno Dragos Luscan, fino a poche settimane nello staff della n. 1 del mondo Simona Halep. A seguire, come da programma, la cerimonia di consegna del Master Degree in Sport Coaching della Newport Research University a Dick Hordorff – coach di fama mondiale che ha lavorato, tra gli altri, con Rainer Schuttler e Janko Tipsarevic, già vicepresidente della federtennis tedesca e capitano di Coppa Davis di Taiwan – e al suo ex allievo Ranier Schuttler – ex top 5 ATP e finalista Slam, oggi anche lui allenatore oltre che organizzatore del torneo ATP di Ginevra. A seguire, sono scesi in campo i relatori “last minute”. Prima Patricio Remondegui, supportato proprio dal suo ex allievo Stefano Galvani, oggi anche lui dall’altra parte della barricata dato che allena al C.T. Rimini, e poi Laura Golarsa. Entrambi hanno parlato di tecnica: il coach di origine argentina ha mostrato alcuni degli esercizi che utilizzava quando lavorava con Stefano, mentre la ex n. 39 del mondo ha indirizzato il suo intervento su esercitazioni e correttivi nell’allenamento a livello giovanile.

Dopo la pausa pranzo, ad aprire la sessione pomeridiana è stato Jean-Philippe Fleurian che ha presentato il metodo TIGA, finalizzato ad accelerare il miglioramento della performance del giocatore. Il metodo verte sull’importanza di definire puntualmente gli obiettivi di breve, medio e lungo termine e di stilare il relativo piano di lavoro e poi monitorarlo periodicamente. Di tali argomenti su Ubitennis ne avevamo parlato in tre due degli articoli della rubrica sul mental coaching, quelli sugli obiettivi (1 e 2)  e quello sul piano d’azione. Il metodo di Fleurian, in estrema sintesi, è di fatto una implementazione di tale approccio che coinvolge tutte e tre le macro-aree necessarie ai fini del raggiungimento della massima performance sportiva: preparazione tecnico-tattica, fisica e mentale. L’ex top 40 ha voluto sottolineare – e non è stato l’unico, come vedremo, tra i relatori della manifestazione – l’importanza di parlare e ragionare sempre in termini di obiettivi di performance e non di risultato.

La seconda sessione del pomeriggio, che completava così la sostituzione del secondo intervento di Toni Nadal, è stata veramente particolare e coinvolgente per i partecipanti al Simposio. Considerato che alcuni dei coach presenti erano di assoluto livello internazionale, dato che erano a Milano per conseguire la massima qualifica GPTCA, il livello A, per la quale uno dei prequisiti previsti– a meno di deroghe autorizzate dalla GPTCA in accordo con l’ATP – è quello di aver allenato giocatori almeno a livello Challenger, Castellani e gli altri organizzatori hanno pensato bene di coinvolgerne circa una decina, tutti rigorosamente di paesi diversi, con il compito di presentare almeno tre degli esercizi che utilizzano con i propri giocatori. Tanto per capirci, tra questi, oltre hai già citati Hordorff, Remodengui, Fleruian e Golarsa, anche i capitani di Coppa Davis tunisino ed iraniano e l’ex coach peruviano dell’ex top ten argentina Paola Suarez.

A concludere in bellezza quella prima giornata, che solo ventiquattro ore prima era avvolta da un grosso punto interrogativo, è stato di nuovo Luscan, che ha parlato del tema dell’allenamento della forza esplosiva di un giocatore. L’intervento, già di per sé interessante per la molteplicità di esercizi proposti dall’ex nazionale rumeno di pallamano, alla fine ha coinvolto tutti i presenti, che si sono ritrovati a fare il tifo per Stefano Galvani. La giornata aveva infatti visto alternarsi in campo diversi giocatori per effettuare le dimostrazioni degli esercizi presentati dai relatori, ma in molti casi il “protagonista” principale era stato proprio Galvani. Questo perché, pur in presenza di altri buonissimi giocatori, avere dall’altra parte della rete un ex top 100 ancora in ottima forma consentiva di valorizzare al meglio la dimostrazione dell’esercizio ed evidenziarne bene gli aspetti più importanti. Ebbene, nella sessione di Luscan la cosa è “degenerata”. Con l’andare dell’intervento ed il susseguirsi degli esercizi, pian piano sulle tribune aumentavano i commenti di stupore e ammirazione sulle notevoli capacità fisiche del 39enne originario di Padova. Anche al confronto dell’altro giocatore coinvolto nelle dimostrazioni, un seconda categoria con parecchi anni in meno e quindi in teoria più allenato, e considerato che erano ore che Galvani era in campo, dato che erano quasi le 19 e lui era lì praticamente dalle 10 di mattina. Ad un certo punto anche Luscan si è lasciato trasportare dall’entusiasmo di avere un atleta così reattivo fisicamente ed ha proseguito ad illustrare gli esercizi lavorando esclusivamente con Galvani e  aumentandone la difficoltà.

Galvani ha avuto un attimo di perplessità solo quando l’ex giocatore di pallamano della Steaua Bucarest gli ha chiesto di mettere un pallone medico da 5 kg in mezzo ai piedi per poi saltare cercando di lanciarlo il più in alto possibile dietro la schiena: “Con quello da 2 kg no?”. “No, 5kg” ha risposto Luscan, che in quel momento ha ricordato a molti il sergente Foley di “Ufficiale e gentiluomo (ed il pensiero di molti a quel punto è andato immediatamente a Simona Halep, che con Luscan ci lavorava ogni giorno). Ma Stefano, ormai entrato in modalità “Non fa male” in stile Rocky IV, a quel punto non ha più battuto ciglio: un paio di tentativi per capire bene e poi ha eseguito perfettamente l’esercizio. Con i partecipanti al corso che dalle tribune gli chiedevano addirittura di fare un sombrero alla Messi. Alla fine ci abbiamo anche scherzato su con Stefano, chiedendogli se per caso dopo una giornata così non fosse il caso di tornare a giocare ed iscriversi ad un Challenger (con Remondegui che, sentendoci, è stato subito al gioco: “Sì, sì, torna a giocare, dobbiamo trovare uno sponsor!”). Lui stesso in realtà ci ha confidato di essere rimasto stupito, reduce com’è da un intervento al menisco questa estate e senza tanto allenamento alle spalle. Insomma, una chiusura con il sorriso per una giornata iniziata con un po’ di preoccupazione.

Galvani esegue gli esercizi di Luscan (il primo a sx), davanti a Castellani e Remondegui

La seconda giornata è cominciata con Carlo Rossi, maestro della Pro Patria Milano, che ha parlato di Easy Tennis, di esercizi e giochi per i bambini finalizzati allo sviluppo di tutta una serie di abilità e capacità motorie da parte dei bambini, funzionali al successivo insegnamento del tennis. Subito dopo una sorpresa: la presentazione di una applicazione di realtà virtuale, VR-Brain Tracker, che con l’utilizzo del MOT (Multiple Object Tracking) consente di valutare e allenare tutte e quattro le componenti dell’attenzionesostenuta, che permette di selezionare degli obiettivi in modo costante e duraturo resistendo alla fatica prolungata, selettiva, la capacità di mettere a fuoco degli oggetti in movimento escludendo le distrazioni, distribuita, che divide contemporaneamente l’attenzione in oggetti più punti del campo visivo, e dinamica, cioè mantenere la concentrazione sulla posizione di oggetti in continuo movimento -, la memoria visiva e la visione periferica. I vantaggi sono molteplici: ad esempio, migliora la capacità di concentrazione nell’esecuzione delle esercitazioni quando è richiesta alta capacità attentiva, aumenta e migliora la capacità di memoria visiva a breve termine che è utile nelle azioni di gioco in cui la pressione è elevata ed in generale, aumentando le sue capacità percettive e cognitive, consente all’atleta di avere una maggiore sicurezza nei mezzi nelle azioni sotto pressione e quindi aumentare il massimo livello di performance. L’intervento ha suscitato molto interesse tra gli allenatori, come dimostrato dal numero di persone che al termine della presentazione hanno testato l’applicazione nelle due postazioni a disposizione.

Tanto da far iniziare con qualche minuto di ritardo l’ospite clou del Simposio, José Perlas. L’ex coach di – tra gli altri – Carlos Moya, Albert Costa, Juan Carlos Ferrero e Fabio Fognini, ha suddiviso il suo intervento in due parti, una teorica al mattino e una pratica nel pomeriggio, dopo il break. In mattinata l’allenatore spagnolo ha prima ripercorso i passaggi più importanti della sua carriera di allenatore di alto livello, per poi soffermarsi ad analizzare più in dettaglio il percorso che ha portato Carlos Moya e Albert Costa alla vittoria di uno Slam, rispettivamente il Roland Garros 1998 e 2002. Ma, seppur più brevemente, anche quello che ha consentito a Fabio Fognini di conquistare il titolo del doppio insieme a Stefano Bolelli agli Australian Open 2015 (“Anche se non ha il lustro di quelli in singolare, per me è comunque il mio terzo Slam da allenatore” ha voluto sottolineare). Con l’obiettivo di far capire all’auditorio – grazie anche ad alcune videointerviste registrate con gli stessi Moya e Costa, che hanno ripercorso quelle loro cavalcate vincenti a Porte d’Auteuil – quanto sia importante curare ogni dettaglio affinché “Tutti i pianeti siamo allineati”. Metafora utilizzata da Perlas per far capire che affinché tutto il lavoro svolto (“Noi lavoriamo per migliorare la performance, il risultato è una conseguenza” ha ribadito anche lui) si trasformi in un successo è necessario che tutto si incastri alla perfezione (“Basta che il giorno prima del match litighi al telefono con la fidanzata ed ecco che qualcosa si può incrinare“).

Nel caso di Moya, il fatto di aver già giocato una finale Slam in precedenza (a Melbourne l’anno prima) gli permise di affrontare quella finale di Parigi conoscendo già tutte le sensazioni che si provano a disputare un match di quella importanza. Perché, come ha voluto sottolineare il coach iberico “Tutte le partite in un torneo del Grande Slam sono difficili, ma la finale è veramente una cosa a parte”. Esperienza che invece non aveva mai provato il suo avversario Alex Corretja, che al massimo era arrivato ai quarti allo US Open 1996, e che indubbiamente sentì il peso e l’emozione di disputare la sua prima grande finale in carriera. Per quanto riguarda invece la vittoria del 2002 di Albert Costa, fu essenziale invece il fatto che inizialmente la stampa spagnolo non si interessò a lui, dato che tutte le attenzioni erano rivolte al grande favorito Juan Carlos Ferrero. Negli anni precedenti Costa aveva sofferto molto la pressione legata alle aspettative che molti in Spagna avevano su di lui dopo che aveva raggiunto i quarti a Parigi nel 1995, a soli vent’anni. Per lui perciò fu molto importante non essere al centro dell’attenzione perché poté concentrarsi su di sé, sul suo gioco e scendere in campo con maggiore serenità. Perlas al riguardo ha rivelato un curioso retroscena. Per Albert fu anche fondamentale la vittoria nei quarti in rimonta su Guillermo Canas, che era in vantaggio due set a uno e di unbreak nel quarto: per la prima volta riuscì a superare il fatidico scoglio dei quarti di finale in un torneo Slam e interiormente cominciò a credere di poter veramente arrivare sino in fondo. Ma a quel punto la stampa iberica si accorse di lui. Ecco che Perlas allora dovette intervenire per evitare che qualcosa interferisse con un meccanismo che stava girando alla perfezione. Riunì i giornalisti spagnoli e chiese loro di continuare a non puntare i riflettori sul suo allievo, che continuassero pure a parlare di Ferrero. Un aneddoto che fa capire come ad alto livello sia importante che il coach faccia veramente attenzione a tutto. Significativo in questo senso una dichiarazione di Carlos Moya nella videointervista, nella quale ha evidenziato di aver imparato proprio da Perlas come sia necessario essere coach ventiquattro ore al giorno. Un ringraziamento al suo vecchio coach, ma in realtà un messaggio agli allenatori presenti.

José Perlas durante l’intervento della domenica mattina al Simposio

Nella sessione pomeridiana, l’attuale allenatore del tennista serbo Dusan Lajovic ha poi mostrato in campo molti degli esercizi tecnico-tattici che usa con i suoi giocatori, soffermandosi a spiegare nel dettaglio le finalità di ogni specifica esercitazione. Il Simposio si è concluso così, con gli applausi dei presenti al grande allenatore spagnolo, mentre agli iscritti GPTCA veniva chiesto l’ultimo e più importante sforzo: il test di esame per ottenere la qualifica GPTCA (o salire di livello) e chiudere nel migliore dei modi questa intensa cinque giorni di formazione, dato che per loro il corso era iniziato mercoledì.

Sceso il sipario sull’evento milanese, la GPTCA prosegue la sua attività formativa a livello internazionale (i prossimi corsi si terranno in Polonia), mentre la Pro Camp MGM Italia comincia già a pensare alla prossima edizione del Simposio, quella del ventennale. Una ricorrenza importante, che Massimo Rossi, Mauro Campanelli e tutta la squadra dell’associazione meneghina hanno già preannunciato voler festeggiare nel migliore dei modi. Appuntamento perciò a tutti al prossimo anno.

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ATP

ATP Roma LIVE: la finale infinita, Djokovic vs Nadal

Vivi con noi l’atto finale al Foro Italico nell’atto N.57 della sfida più giocata della Storia del tennis

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17:00 – La finale degli Internazionali d’Italia 2021 sta per cominciare: la giocheranno Novak Djokovic e Rafael Nadal: non serve aggiungere altro…

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WTA

WTA Roma: Swiatek tramortisce Pliskova in finale con un doppio 6-0 ed entra in top 10

La finale femminile degli Internazionali d’Italia 2021 dura solo 46 minuti: Swiatek lascia tredici punti a una Pliskova spaesata e vince il suo terzo titolo. Da lunedì sarà in top 10, e a Parigi tra le favorite

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Iga Swiatek - WTA Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

[15] I. Swiatek b. [9] Ka. Pliskova 6-0 6-0

Il quindicesimo e il sedicesimo bagel nella storia delle finali femminili degli Internazionali d’Italia si manifestano insieme, per grossi meriti di Iga Swiatek e cospicui demeriti di Karolina Pliskova, che perde la seconda finale di fila al Foro Italico senza alcuna possibilità di contendere il trofeo all’avversaria. Nel 2020 era stata la coscia sinistra, già fasciata a inizio partita, a costringerla al ritiro sotto 6-0 2-1 contro Simona Halep; quest’anno il fisico era (apparentemente) integro ma è mancato tutto il resto, primariamente la capacità di tenere la palla in campo.

Iga Swiatek ha dominato col doppio 6-0 una non-finale che si è conclusa in soli quarantasei minuti con lo scoraggiante score di 51 punti a 13 in favore della giocatrice polacca, al terzo titolo in carriera dopo il Roland Garros 2020 e Adelaide 2021. Grazie a questo successo, che in un certo senso ci si aspettava in virtù della sua maggior attitudine alla superficie ma che era certamente impossibile prevedere nelle proporzioni, Iga Swiatek farà il suo esordio in top 10 (e salirà al quinto posto nella Race). Quanto mai meritato, dopo le ultra-fatiche di sabato (giorno in cui ha dovuto superare sia i quarti che le semifinali, contro Svitolina e Gauff) e la prestazione impeccabile di questa domenica.

 

Sul match non c’è molto da dire, e poco da dire ha avuto anche Karolina Pliskova in fase di premiazione: “Purtroppo non è stata la mia miglior giornata. Ma devo fare i miei complimenti a Iga, che ha giocato davvero una grande partita. Ho giocato delle belle partite qui, cercherò solo di dimenticare quella di oggi!“.

Come detto non era andata granché bene nemmeno lo scorso anno; Karolina deve così ad archiviare un misero game vinto nelle ultime due finali giocate a Roma, dopo aver vinto quella del 2019 contro Konta. Subisce inoltre l’undicesimo e il dodicesimo bagel della carriera nel circuito maggiore, ma c’è un precedente piuttosto bizzarro che risale alla sua carriera a livello ITF; nel marzo 2009, pochi giorni dopo aver compiuto 17 anni, aveva subito un doppio 6-0 (l’unico della sua carriera prima di oggi) nei quarti dell’ITF giocato a Latina presso il Tennis Club Nascosa, meno di novanta chilometri di distanza dal Foro Italico. Speriamo solo abbia voglia di tornare a giocare a tennis nel Lazio, verrebbe da pensare.

Appare però doveroso concentrarsi sul tennis offerto da Iga Swiatek. Se non c’è mai stata partita, al netto dei sei doppi falli commessi dalla giocatrice ceca e del suo senso di generale impotenza, è principalmente per merito di una Swiatek che ha perso solo tre punti al servizio e interpretato l’incontro alla perfezione, trovando profondità e spin immediatamente con il primo colpo dopo il servizio (o direttamente in risposta) per impedire a Pliskova di colpire alle sue condizioni. Se infatti Karolina è una colpitrice di rara pulizia ed efficacia quando ha il tempo di trovare gli appoggi, quando deve colpire in corsa o è costretta a indietreggiare per trovare la giusta distanza, entra facilmente in confusione e inizia a sbagliare.

Oggi è successo questo, e dall’altra parte ha trovato una giocatrice che ha chiuso praticamente tutti i punti che voleva col vincente. E che ha dimostrato di avere una straordinaria facilità nei movimenti sulla terra battuta, sfruttando alla perfezione l’arte dello scivolamento per raggiungere la palla nel modo migliore e scoccare un vincente.

Con questo biglietto da visita, che è anche il primo 6-0 6-0 nella storia delle finali degli Internazionali d’Italia (ambosessi), Iga Swiatek si presenterà a Parigi con tutte le credenziali per difendere il trofeo sollevato lo scorso ottobre. Non sarà una passeggiata, ma se esisteva un modo ideale per arrivarci, beh, era esattamente questo.

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Editoriali del Direttore

Ancora i soliti due, Nadal e Djokovic. Rischiano, ma alla fine sono i più forti [VIDEO-COMMENTO]

ROMA – Sonego che batte il n.15 Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e lotta alla pari con il n.1 Djokovic è la storia più bella che poteva capitare al tennis italiano, già protagonista in tutti i Masters 1000 dell’anno. Il Connors de noantri

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

da Roma, il direttore

I soliti due. Dov’è la notizia? Non c’è dubbio che la notizia più clamorosa sarebbe stata quella di un Sonego in finale, come lo fu per l’ultima volta qui al Foro Adriano Panatta nel ’78 battuto da Bjorn Borg al quinto set nel famoso match in cui un calabrone ingaggiò un duello con la Donnay di Borg che dovette schivare anche qualche monetina lanciata da qualche italopiteco che fu rimbrottato perfino da Adriano Panatta, quando lo svedese disse: “Se me ne tirate un’altra me ne vado!”.

Mi pare giusto ricordare, a questo punto, che anche l’anno prima un italiano aveva raggiunto la finale, e cioè Tonino Zugarelli che perse in quattro set contro Vitas Gerulaitis, così come in quattro set nel ’76 era stato Panatta ad avere la meglio su Guillermo Vilas.

 

Non è andato in finale, rimpiangerà forse le tre palle break iniziali del terzo set (“La partita avrebbe potuto prendere un’altra piega, comunque Sonego ha dimostrato perché aveva raggiunto le semifinali” gli ha subito riconosciuto Novak Djokovic), ma comunque così come nessuno ha dimenticato che Filippo Volandri raggiunse le semifinali qui nel 2007, nessuno dimenticherà che l’eroe azzurro di questa edizione è stato Lorenzo Sonego, un ragazzo capace di straordinari progressi che peraltro il suo coach Gipo Arbino mi aveva garantito di aver constatato già quando ci parlai a gennaio.

Lorenzo ha battuto in un solo torneo il n.15 del mondo Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e ha giocato per oltre due ore alla pari contro il n.1 del mondo, uno che ha vinto questo torneo cinque volte e che aveva fatto vedere contro Tsitsipas, al termine di un match bellissimo, la sua straordinaria bravura e irriducibilità.

Lorenzo Sonego – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Lorenzo è stato alla sua altezza, all’altezza di un supercampione come Djokovic, assolutamente, dimostrando un coraggio, una personalità e doti tecniche che un anno fa forse solo Gipo Arbino, il suo mentore, aveva intravisto.

Mi è piaciuto da morire anche, conoscendo la sua timidezza e umiltà fuori del campo, la sua grande educazione, quel suo modo di incitare la folla perché a sua volta lo incitasse, lo caricasse ancor più di adrenalina, quasi come se avesse bisogno di ancor più garra. Come se altrimenti potesse rischiare di mollare. Ma quando mai!

Lorenzo, e potrò venire accusato di blasfemia perché ovviamente in termini di risultati il paragone non regge, ma con quel suo modo di caricare la folla mi ha ricordato quel che faceva allo US Open nientemeno che Jimmy Connors. Bellissimo, trascinante. Uno vero, che non si nasconde dietro il politically correct perché corretto, correttissimo è in campo… tant’è che ha subito senza fiatare anche due errori arbitrali di cui si sono resi conto soltanto gli spettatori davanti alla TV.  Immagino la soddisfazione dei suoi sponsor, uno dei quali, Reale Mutua non poteva davvero immaginarsi un simile exploit del suo “ambassador” (ormai si dice così…, chissà perchè il sostantivo testimonial è passato di moda) proprio nel torneo di Roma di cui è sponsor. Giocando sul core business dell’antica società torinese d’assicurazione – sarà mica intervenuta nel mondo tennis perchè proprio a Torino ci saranno le finali ATP per i prossimi 5 anni? – si può dire che essa si è “assicurata” un tennista dal grande presente e da un probabilissimo grande futuro, al di là di ogni più rosea aspettativa: di certo al momento in cui hanno firmato …la polizza, i riflessi mediatici e televisivi di quella sponsorship non erano onestamente prevedibili. A volte nel firmare un contratto con un atleta non sai davvero dove puoi cadere. Ti può andare bene bene perchè quello improvvisamente comincia a vincere match su match o anche male, molto male. Pensate, giusto per accennare ad un paio di “immortali”: Barilla e Uniqlo hanno investito una fortuna su Federer e lo svizzero negli ultimi due anni non ha quasi giocato. Mi direte che a “prendere” un giocatore di 38 anni ci sta che scivoli nella vasca da bagno mentre fa il bagnetto a un gemellino e si rovini un ginocchio, così come ci sta che una prima operazione non basti, ma avete idea degli investimenti, anche se Federer è e resta icona mondiale anche quando non gioca a tennis e gira uno spot in cucina con un Master Chef. Idem il primo anno, disastroso, di Djokovic con Lacoste. Un 2011, un 2015 e i primi 6 mesi del 2016 da Mille e Una Notte, poi un pessimo secondo semestre del 2016, tanto che pure avendo un margini di punti pazzesco nei confronti di Murray, finì proprio con le finali ATP di Londra per perdere la leadership.

Chiusa qui la parentesi sponsor – e non ho accennato al discorso pandemia, ai 6 mesi di stop dovuti al virus, chi poteva immaginarli? E quelli che avevano firmato un contratto di un anno soltanto per il 2020? – avremo certo modo di riparlare degli incredibili progressi mostrati da Lorenzo Sonego, ora che è 12° nella Race è la possibilità che ci sia anche lui fra i tre italiani che lotteranno per arrivare a disputare le finali ATP di Torino alla luce di quanto si è visto in questi primi quattro mesi dell’anno, c’è, è reale, non è pura utopia, un sogno impossibile. Per carità, che ce la facciano tutti e tre, Berrettini, Sinner e Sonego è quasi impossibile, siamo onesti. Però quel quasi uno ce lo può mettere, e io ce lo metto, senza passare da illuso sciovinista. Ragazzi, quando si batte tre top 15 in un torneo, ci sta tutto. Quando si fanno due finali di un Mille con due giocatori e una semifinale con un terzo, sognare è lecito e non è detto che si debba cascare dal letto.

Sonego e Djokovic – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

VERSO LA FINALE – Pur con tutto il rispetto e l’ammirazione per lo straordinario torneo di Sonego, devo passare ai due sfidanti della finale maschile. Ancora loro, i duellanti degli ultimi tre lustri che si sono sfidati fino a oggi la bellezza di 56 volte e giocheranno per la sesta volta per il titolo degli Internazionali d’Italia. Snocciolo subito altri numeri, così me li levo tutti di torno. Djokovic ha vinto in 29 occasioni, Nadal in 27. Nelle nove finali di Slam Nadal conduce 5-4, negli incontri giocati in toto negli Slam (16) Nadal è avanti 10-6. Nelle finali dei Masters 1000 invece è avanti, anche lui di misura, Djokovic, 7-6. Nei Masters 1000, fra finali e non, i due si sono incontrati 28 volte e Djokovic è avanti 16 a 12.

Infine eccoci a Roma, dove Nadal ha trionfato nove volte (2005-2006-2007-2009-2010-2012-2013-2018-2019) ed è a caccia della “Decima”. Djokovic si è imposto 5 volte (2008-2011-2014-2015-2020) e cerca le “Sesta”. In totale, sono arrivati in finale rispettivamente 12 e 11 volte (compresa questa) e il Masters 1000 di Roma vanta una particolarità: dopo il 2004, quando Moya batté Nalbandian, in finale c’è sempre stato uno dei due. In cinque occasioni ci sono arrivati entrambi e Nadal conduce 3-2 avendo vinto l’ultima finale nel 2019, 6-0 4-6 6-1. Come dicevo all’inizio di questa sfilza di dati, si contenderanno per la sesta volta il trofeo dei nostri Internazionali.

In totale a Roma però si sono affrontati otto volte e il bilancio è di cinque vittorie per Nadal e tre per Djokovic. Quale anno, quale turno e quale duello fra loro, quale vincitore, quale risultato?

Ecco qua:

  • 2007, quarti, duello n.4, Nadal 6-2 6-3; 
  • 2009, finale, duello n.17, Nadal 7-6 6-2; 
  • 2011, finale, duello n.27, Djokovic 6-4 6-4; 
  • 2012, finale, duello n.32, Nadal 7-5 6-3;
  • 2014, finale, duello n.41, Djokovic 4-6 6-3 6-3; 
  • 2016, quarti, duello n.49, Djokovic 7-5 7-6; 
  • 2018, semifinale, duello n.51, Nadal 7-6(4)6-3; 
  • 2019, finale, duello n.54, Nadal 6-0 4-6 6-1.

Sei loro duelli si sono conclusi in due set, mentre soltanto due sfide – curiosamente – sono andate al terzo. E a Roma le loro non sono sempre state grandi partite. Speriamo che lo sia quella odierna. Anche se Djokovic ci arriva dopo due notevoli battaglie, mentre Nadal, che aveva annullato due match point nei quarti, ieri ha avuto una giornata decisamente più leggera.

A mio avviso nessuno dei due è al massimo, però. Nonostante questo, in fondo sono arrivati ancora una volta loro.

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