Tennis e mental coaching: 1, 2, 3… piano d’azione!

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Tennis e mental coaching: 1, 2, 3… piano d’azione!

Dopo aver visto come si definisce un obiettivo, questo mese vediamo cosa serve per raggiungerlo. Abbiamo bisogno di un piano d’azione. E anche di Topolino. O meglio, di una tecnica utilizzata dal suo creatore, Walt Disney, per aiutarci a tirare fuori tutte le idee possibili. Comprese quelle con Stan Wawrinka di mezzo

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Nei due ultimi articoli della rubrica ( Tu chiamali se vuoi, obiettivi e Il goal setting minuto per minuto) abbiamo visto come si definisce un obiettivo ben formato. Aggiungendo anche che, dopo averlo correttamente definito, il passo successivo è quello di impostare il piano d’azione per raggiungerlo. Ma cos’è un piano di azione nel coaching?

Il piano di azione può essere visto come un processo in cui la persona individua e pianifica le azioni necessarie per raggiungere il proprio obiettivo. Intendendo con il termine “azioni” tutto un insieme di cose – atteggiamenti, programmi, impegni, azioni concrete – orientate alla realizzazione dell’obiettivo. In una sessione di coaching, la definizione del piano di azione si sviluppa mediante un processo in cui attraverso le domande del coach – sempre basate sull’ascolto attivo del coachee – e delle riposte del coachee, quest’ultimo individua la sua strada verso l’obiettivo.

La prima fase di questo processo è quella del brainstorming, ovvero stilare una lista di tutte le idee e le cose da fare per raggiungere l’obiettivo che ci vengono in mente. E quando si dice tutte, si intende proprio tutte, anche quelle più improbabili: più cose mettiamo sulla carta, maggiori saranno le probabilità di trovare quelle veramente efficaci per noi.

 

Facciamo un esempio in ambito tennistico, prendendo uno degli obiettivi più classici di un tennista amatore: migliorare il proprio rovescio, nello specifico quello ad una mano. Diciamo che la persona, attualmente, quando palleggia con il suo partner abituale non riesce praticamente mai a metterne tre di fila in campo con una adeguata profondità e senza sbagliare. Entro sei mesi vorrebbe arrivare a giocarne tranquillamente almeno il doppio – cioè sei – dedicando due ore alla settimana all’allenamento specifico di questo fondamentale. Un’idea molto improbabile da realizzare in questo caso? A meno di non essere nati e cresciuti a Losanna nella seconda metà degli anni Ottanta, sicuramente quella di mandare un tweet a Stan Wawrinka, allegando una foto mentre si colpisce di rovescio, chiedendogli qualche indicazione su come fare per migliorare il colpo.

Si potrebbe pensare che se una persona ha già in partenza alcune idee su come procedere, allora si possa bypassare questa fase e passare subito a sviluppare il piano d’azione partendo da quelle.

La fase di brainstorming è necessaria anche in questo caso, dato che permette di avere la conferma della validità di quelle idee, perché sono state confrontate con altre opzioni e non per il semplice motivo di essere state le prime a passare per la testa. Capita spesso, infatti, che le persone dicano di essersi impegnate a raggiungere i propri obiettivi, ma senza successo. Poi, indagando un po’ più a fondo, si scopre che in realtà il loro impegno era consistito nel individuare 2-3 azioni da fare e, una volta individuate, nel metterle subito in pratica trascinati dall’entusiasmo, senza una programmazione ben precisa. Salvo poi, dopo che i risultati non erano stati quelli sperati, abbandonare l’obiettivo, senza andare prima a vedere se magari c’erano strade alternative da percorrere. “Ci ho provato, ma non è andata” è una frase che si sente dire spesso in questi casi. E in molti ci possiamo riconoscere in questo approccio.

Non ho fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato” disse Thomas Edison, che fece più di 10.000 esperimenti prima di riuscire ad inventare la lampadina. Se avesse mollato dopo due tentativi noi useremmo ancora le candele…

A tale proposito, ecco una “pillola”: “Provare” è un verbo che è meglio non utilizzare quando devo motivarmi a fare qualcosa. Se dico che “provo” a raggiungere il mio obiettivo, a livello inconscio è un po’ come dire che sì, ora mi ci metto, ma non proprio dedicando tutta la mia energia e tutta la mia volontà. Spesso rimanere nel campo della possibilità è una piccola astuzia usata dal nostro cervello per darci una via di fuga in caso le cose non andassero bene, dato che uno potrà sempre dire “Ci ho provato, non è andata, ma non mi ci sono messo seriamente…” ma di fatto a livello inconscio ha proprio quell’effetto: non ci metto tutto me stesso. Insomma, è un po’ come accelerare con il freno a mano tirato: la macchina non può sprigionare tutta la sua potenza. Il suggerimento è perciò quello di sperimentare l’utilizzo dei verbi modali e di altre affermazioni, in modo da capire quali siano quelli più motivanti, quelli più efficaci per noi.

Con riferimento al nostro esempio, noterete che dire “Proverò a migliorare il mio rovescio nei prossimi sei mesi” piuttosto che “Voglio migliorare il mio rovescio in sei mesi” o ancora “È mia intenzione migliorare il mio rovescio entro sei mesi” provocano sensazioni diverse a livello interiore, hanno un effetto sulla vostra motivazione.

E già che ci siamo –  una “pillola” nella “pillola” – facciamo magari attenzione se ci sono dei verbi o delle affermazioni che hanno invece un effetto demotivante su di noi. Potremmo scoprire che per abitudine, ormai quasi senza pensarci, alcune di queste forse ce le ripetiamo un po’ troppo spesso, magari proprio quando stiamo per fare qualcosa di un po’ più impegnativo del solito. Avete presente quelle frasi del tipo “Non so se ce la farò” o “Proviamoci, ma non ti assicuro niente”? Ecco, quelle. Una volta individuate, iniziamo a non usarle più e sostituirle magari con affermazioni più motivanti per noi.

Tornando al brainstorming, mettere giù due o tre idee che sembrano realizzabili non è quindi sufficiente. L’approccio mentale deve essere quello di Edison: bisogna essere creativiE se la creatività non fosse una delle doti che ci vengono unanimemente riconosciute da amici e parenti? Niente paura, possiamo imparare ad attivarla. E da chi impararla, se non da colui che con le sue idee e le sue creazioni ha fatto sognare e divertire tante generazioni di bambini? Una delle più famose tecniche di creatività sviluppata dalla PNL è infatti quella modellata da Robert Dilts sul modo in cui lavorava Walt Disney.

Il “papà” di Topolino adottava una strategia decisionale in cui utilizzava in sequenza tre differenti tipi di approccio alle cose. Per prima cosa, si immedesimava nel Sognatore, cioè in colui per il quale tutto è possibile, in modo da rispondere a domande del tipo: “Se avessi risorse economiche illimitate, cosa farei?”. Dopo entrava nel ruolo del Realista, interrogandosi su come fosse possibile sviluppare in modo concreto ed efficiente determinate idee, quali azioni adottare, ecc. Infine si immedesimava nel Critico, con l’obiettivo di dare una risposta a domande come “Cosa può andare storto?” e “Chi potrebbe crearmi problemi?”.

La sequenza dei ruoli è importante. Il Sognatore è in grado di valutare l’intera gamma delle possibilità, ed inoltre più il sogno è grande più la persona si “carica” positivamente. Per evitare però che il sogno rimanga tale, è necessario far intervenire subito dopo la parte realista e pragmatica, quella adatta a elaborare un piano che possa trasformare i sogni in realtà. Ma non basta, perché se il piano presenta delle carenze è essenziale scoprirlo subito, prima di partire: il Critico è perciò chiamata proprio a verificare questo.

Nel proporre questa tecnica nella sessione di coaching, il coach aiuta il coachee nell’immedesimarsi al 100% nei diversi panni del Sognatore, del Realista e del Critico, per poi porgli le giuste domande in ognuna delle tre situazioni in modo che possa raccogliere il maggior numero di idee, i suggerimenti e le osservazioni in ciascuna. Normalmente ciascuno di noi è infatti portato a utilizzare in prevalenza uno di questi tre stili di pensiero: se utilizziamo di più la parte sognatrice rischiamo di essere poco concreti, se è la parte realista quella più nelle nostre corde il rischio è quello di accontentarsi, se invece prevale la parte critica il pericolo è di rimanere sempre fermi e non assumere iniziative perché tendiamo a focalizzarci sui problemi. Adottare la strategia di Disney permette di superare i limiti della preferenza individuale, consentendo di avere un approccio più completo alla pianificazione degli obiettivi.

Prendendo la persona del nostro esempio, se “mette il cappello” del Sognatore, ed il coach gli chiede a chi vorrebbe somigliare in relazione al suo obiettivo, visto che voleva mandargli il tweet farà probabilmente il nome di Stan Wawrinka. E se gli chiede a chi pensa potrebbe sicuramente aiutarlo a raggiungere l’obiettivo, dirà forse Riccardo Piatti, che ha lavorato per anni con un giocatore che di rovescio non scherzava, Ivan Ljubicic. Può sembrare si tratti di vaneggiamenti e quando metterà il “cappello” del Realista – non serve neanche quello del Critico – quest’idea verrà stroncata perché chiaramente verranno evidenziati tutta una serie di motivi per cui Piatti non potrà seguirlo (in primis perché è l’unico coach rimasto con Raonic…). Però ha aperto la mente ad altre possibilità. Così, magari, gli viene in mente quell’articolo su Ubitennis (e dove sennò?) in cui ha letto che il team di Riccardo Piatti lavora molto con la video analisi. Ed ecco che allora è assolutamente realistico pensare di aggiungere al piano d’azione il fatto di filmare gli allenamenti. E un’idea tira l’altra: un’altra azione fattibilissima potrebbe essere quella di mandare il video ad alcuni di quei maestri di tennis che sul loro sito Internet offrono questa possibilità, dando poi una valutazione dell’esecuzione del colpo ed alcuni suggerimenti di base, per poi proporre alla persona la possibilità – ad esempio abbonandosi al sito – di seguirla nei suoi miglioramenti sempre attraverso l’analisi video. E se la persona era arrivata alla sessione di coaching con l’unica idea di rivolgersi al maestro di tennis del suo club, ecco che adesso ha la possibilità di valutare e confrontare soluzioni diverse.

Completata la fase di brainstorming, con il supporto di una tecnica di creatività, con tutte le idee sul tavolo si passa ad individuare quelle che si ritengono più valide ed efficaci e si stende il piano d’azione, definendo puntualmente ogni singola azione. Ci possono essere diverse modalità di redazione del piano. In genere si stende un macro piano d’azione, in cui per ogni azione di definisce l’azione o l’attività da svolgere, chi deve farla, entro quale scadenza. In alcuni casi può essere necessario suddividere alcune azioni in ulteriori step, ripetendo il medesimo procedimento appena descritto anche a questo livello. Ci sono modalità diverse, ma ci sono alcuni passaggi che è importante rispettare per tenere alta la motivazione. Vediamoli assieme.

Il primo: si possono usare penna, carta e calamaio, oppure computer e stampante, ma l’importante è scrivere il piano d’azione. “Verba volant, scripta manent” dicevano i latini e non sbagliavano: scrivere il piano, le azioni da fare per raggiungere il proprio obiettivo è un primo passo per farle proprie, per interiorizzarle.

Definire almeno un’azione da ripetere sistematicamente ogni giorno, finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo. Non tutto quello che si pianifica sarà utile allo stesso modo, alcune azioni si riveleranno più efficaci che altre, in questo caso l’utilità è anche quella di mantenere sempre alta la “soglia di attenzione” sul raggiungimento dell’obiettivo. In fase di revisione del piano d’azione, di cui parleremo tra poco, può essere utile andare a modificare l’azione quotidiana, per evitare che diventi una routine fatta in automatico e perda la sua funzione di stimolo.

Nel nostro esempio, può essere quella di guardare ogni giorno un video di trenta secondi in slow-motion di Wawrinka (ebbene sì, sempre lui) che colpisce di rovescio. Oltre a mantenere l’attenzione sull’obiettivo, l’utilità sta nel fatto che guardare il video aiuta la persona a creare un’immagine di se stessa che compie correttamente il movimento, presupposto fondamentale per l’apprendimento e quindi per il lavoro sul campo da gioco.

Stampare (o riscrivere in bella copia) e appendere il piano e segnare tutto nella propria agenda: quando fare quell’azione, dove farla, se viene fatta dalla persona o da altri. L’agenda è uno strumento indispensabile per raggiungere i propri obiettivi. Avere un’agenda fa in modo che non ci dimentichiamo di ciò che va fatto, ci permette di distribuire le varie azioni nell’arco del tempo. No excuses, del tipo “Io non ho un’agenda”: ovviamente utilizzare una app che simula l’agenda sullo smartphone è del tutto equivalente, anzi permette anche di impostare notifiche per ricordarci cosa fare. Ne abbiamo accennato prima: le cose tenute solo a mente, finiscono molto spesso per essere dimenticate. Inoltre poter leggere al mattino appena alzati il foglio con le azioni da fare e durante la giornata quelle scritte nell’agenda (o le notifiche della app)  sono tutti stimoli all’azione. Sicuramente molto di più rispetto al dover appena cominciare a pensare: “Allora, cosa avevo detto che dovevo fare oggi?”

Scegliere un’azione da fare subito. Una telefonata, una mail, una prenotazione, parlare con qualcuno. Fare subito qualcosa che ci metta nella direzione dell’azione, senza procrastinare. Agire subito dà un bel messaggio al nostro cervello: siamo già in viaggio verso l’obiettivo.

Rivedere periodicamente il piano d’azione. Mensilmente (o settimanalmente, nel caso l’obiettivo sia a breve termine) si riprende in mano il piano e si valuta se è eventualmente necessario apportare delle modifiche. Potrebbero esserci troppe azioni da fare in poco tempo oppure poche azioni in un periodo di tempo molto lungo. La flessibilità è fondamentale nel percorso che porta a raggiungere l’obiettivo. Per quanto bene io abbia fatto l’analisi, può essere che mi sia sfuggito qualcosa oppure semplicemente è accaduto qualcosa nel frattempo che mi obbliga a modificare il mio piano. Modificare non significa mettersi a rimuginare su quando non è andato come previsto e fermarsi. Non significa dire “ho sbagliato, mi fermo e riparto dopo che con calma avrò messo giù un nuovo piano”. Significa rimettersi a tavolino subito, prendere in mano il piano e cambiare quello che c’è da cambiare. Ma continuare nel cammino verso l’obiettivo, anche se la direzione è un po’ cambiata. Subito, senza procrastinare.

Il viaggio è la meta” si suol dire. La capacità di trovare idee, pianificare come realizzarle, sperimentare, aggiustare e ritarare è il valore aggiunto di un viaggio verso un obiettivo, che va al di là del raggiungimento dell’obiettivo stesso. Perché dopo aver migliorato il mio rovescio, saprò di poter raggiungere altri risultati, di poter migliorare in altre cose. Perché ora so come fare a raggiungere i miei obiettivi.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica): NLP Practitioner, NLP Master Practitione ed NLP Coach. È anche istruttore FIT e PTR.

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ATP

Bella vittoria di Sonego a Metz, ma va fuori Mager. Sconfitta inattesa per Seppi a Nur-Sultan

Lorenzo straripante contro Fucsovics, mentre Andreas si incarta con la wild card Skatov

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ATP 250 Nur-Sultan

La giornata azzurra inizia con la brutta sconfitta di Andreas Seppi nel suo match di esordio all’Astana Open contro la wild card locale Timofey Skatov, n. 280 ATP, al suo secondo incontro del circuito maggiore. 7-6 (3) 4-6 6-1 per quasi tre ore di battaglia in cui è stato decisivo il lunghissimo primo parziale, andato al ventenne kazako (di nascita, non frutto della campagna acquisti della federtennis nazionale) dopo aver recuperato un break e annullato quattro set point. Troppo incostante Andreas nel corso del match e alla fine la stanchezza si è fatta sentire.

Peccato, perché tutto era iniziato come previsto: il nostro fa valere la differenza di livello in termini di ritmo e solidità, arrivando 4-1 in virtù del break al secondo gioco. Skatov, con la sua eastern di rovescio, serve praticamente solo kick a velocità contenute verso il lato sinistro di Seppi. Batti sul rovescio, girati sul dritto: più semplice di così… Il trentasettenne di Caldaro allenta un po’ la presa, incappa in un brutto game di servizio mentre l’altro trova continuità e la partita si riapre. Determinante il turno di battuta di Skatov sul 4-5, quando risale da 15-40 e salva due vantaggi esterni per poi chiudere dopo ventidue punti. Sui quattro set point per Andreas, l’allievo di José Altur ha invece indirizzato la battuta verso il dritto avversario, in un paio di occasioni ottenendo il punto diretto, nelle altre due uscendo vincitore dallo scambio prolungato. Tie-break con Skatov che non sbaglia più e mette le mani sull’insperato primo set dopo un’ora e venti minuti.

Il suo momento prosegue fino al 3-0 del secondo set, poi la Seppia nazionale torna nei propri panni (e anche Timofey, diciamolo), infila una serie di cinque giochi e pareggia con un 6-4 che potrebbe far svanire qualsiasi velleità kazaka. Invece resta lì, Skatov, fa suoi i primi tre game ai vantaggi che restano nella gambe e nella testa dell’azzurro, il quale peraltro mette in campo meno di una prima su tre nel parziale (46% nel match). Dopo dieci punti di fila per il 173 cm di Petropavlovsk, c’è il moto di seppioso orgoglio finale che tuttavia non evita il 6-1. Prima vittoria ATP per Skatov e secondo turno contro Ymer o Ivashka, assente, come del resto Gerasimov, nel tie di Coppa Davis contro l’Argentina a Baires.

 

Martedì, secondo incontro dalle ore 8 italiane, tocca invece a Lorenzo Musetti che incrocerà per la prima volta il qualificato australiano Marc Polmans.

Il tabellone aggiornato di Nur-Sultan

ATP 250 Metz

Va meglio in Francia, con la convincente vittoria di Lorenzo Sonego che pareggia il bilancio negli scontri diretti con il (quasi) sempre ostico Marton Fucsovics, n. 41 ATP, ma 26° della Race. Un 6-3 6-2 in un’ora e dodici minuti che lascia poco spazio alle interpretazioni, con un Lorenzo tornato in grande spolvero, dopo le delusioni post-Wimbledon, in quella che è in ogni caso la sua miglior stagione: vittoria n. 25 (18 sconfitte), best ranking al 23° posto raggiunto un mese fa, titolo a Cagliari, finale a Eastbourne e la splendida semifinale contro Djokovic a Roma. I piedi che di nuovo girano a mille hanno supportato l’aggressività, i recuperi, l’agonismo – insomma, tutte le caratteristiche del miglior Sonego. Anche Fucsovics sta avendo un’ottima annata e anch’egli ha un po’ tirato il fiato dopo i quarti raggiunti sui Sacri Prati, ma nel lunedì francese c’è stato poco da fare con questo avversario.

Il primo parziale si decide con il break al quarto gioco, propiziato da un grossolano errore sullo smash del ventinovenne di Nyiregyhaza; Sonego va a prendersi i successivi due punti a rete senza dare tempo di riordinare le idee all’altro che si fa infine sorprendere dalla risposta azzurra (o, forse, dal suo stesso servizio). Meno di metà di prime in campo per Lorenzo, che però vince tanti e più punti con la seconda.

Fucsovics, grande atleta e solidissimo negli scambi, è il classico tennista che non si batte da solo. Tranne quando lo fa. In questa sfida, sono senz’altro più i meriti dell’azzurro che, inesorabile in risposta sulle seconde, passa subito avanti dopo il riposo. Marton si inguaia ancora al quinto gioco, che finisce con il cedere con un doppio fallo e un dritto al volo comodamente appoggiato sul grigio oltre la linea di fondo. Non si arrende, però, e si fa ammirare quando gira uno scambio con un recupero incredibile su un contropiede che pareva irraggiungibile e poi, fintando la smorzata, scodella il dritto vincente con nonchalance. Al punto successivo, che potrebbe riaprire il game, tocca a Sonego l’ottimo recupero sul notevole lob magiaro in sensibile mezza volata – sensibilità che però svanisce del tutto sul successivo tentativo di drop shot. Sul 5-1 è ormai show, Fucsovics vince uno scambio ravvicinato con un passante in tweener spalle alla rete, ma può solo accorciare lo svantaggio perché Sonego chiude con la battuta a disposizione.

73% di punti vinti al servizio e nessuna palla break concessa – di più, mai permesso all’avversario di arrivare a “40” in risposta. Quinta testa di serie sorteggiato nel quarto inferiore presidiato da Carreño Busta, al secondo turno Sonego troverà il vincente fra il qualificato Holger Rune e un lucky loser, non ancora annunciato, che sostituirà in tabellone Popyrin.

Niente da fare invece per Gianluca Mager, fermato 6-3 7-6(5) dal n. 36 ATP Nikoloz Basilashvili nel primo confronto diretto in assoluto. Il risultato del primo set è frutto di una partenza dell’azzurro praticamente senza la prima di servizio (uno su dieci). In grossa difficoltà sulla seconda, rischia addirittura lo 0-4 ma, sulla palla del doppio break, la risposta resta sulle corde di Basilashvili. Mager si procura poi un’opportunità del rientro anche grazie a una delle classiche pause del ventinovenne di Tbilisi, il quale si riprende però in tempo per cancellare l’occasione giocando con la sua solita spinta. Ritrovata in fretta la solidità, Nikoloz si fa bastare l’iniziale vantaggio per assicurarsi il set.

Gianluca non controlla la risposta sulla pesante prima georgiana e sfuma il possibile 2-0, ma il servizio è finalmente arrivato a dargli una mano e anche negli scambi da fondo riesce a essere meno falloso. Tra gran colpi e brutture, il ventiseienne di Sanremo salva il settimo gioco, mentre sul 5-4 sbaglia un dritto in palleggio a due punti dal set. L’impressione è che ci sia spesso un’immotivata fretta da parte di Mager e il testa a testa nel tie-break è risolto dal passante di Basilashvili che punisce l’avventurosa – se non precipitosa – discesa a rete del nostro.

Il tabellone aggiornato di Metz

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ATP

Il futuro dell’ATP: dal 2023 tornei Masters 1000 sempre più grandi, sempre più ricchi

Gaudenzi presenta l’ATP del futuro: dieci Masters 1000 di cui sette nel formato di 11-12 giorni. Montepremi in aumento con orizzonte fino al 2030

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In un documento che L’Équipe ha avuto modo di consultare, Andrea Gaudenzi, presidente dell’ATP, ha confermato alcuni punti del piano strategico su cui l’organo di governance del tennis maschile sta lavorando da 18 mesi, che sarebbero stati già approvati dal Board e dovrebbero essere applicati a partire dal 2023. Si tratta nello specifico di un accordo su una nuova formula di spartizione degli utili tra tornei e giocatori, livelli più alti di montepremi garantiti a lungo termine e l’aumento del numero dei tornei Masters 1000, sette dei quali avranno l’opportunità di disputarsi sulla lunga distanza di 12 giorni (come Indian Wells e Miami già oggi) causando una modifica sostanziale nell’equilibrio del calendario maschile.

“Queste misure rappresentano un passo avanti significativo per il nostro sport e nel modo in cui i nostri giocatori e gli organizzatori dei tornei operano nell’ambito della partnership paritaria dell’ATP Tour“, ha affermato Gaudenzi. “È solo attraverso questo spirito di partnership, trasparenza e coincidenza di interessi che possiamo davvero massimizzare il nostro potenziale e concentrarci sulla concorrenza che affrontiamo nel sempre più ampio panorama dello sport e dell’intrattenimento“.

Queste misure arrivano in un momento in cui sono in forte aumento le controversie sulla legittimità della governance ATP mentre crescono le recriminazioni di molti giocatori, che si considerano finanziariamente danneggiati dai tornei. Creata sotto la guida di Novak Djokovic e Vasek Pospisil, la PTPA (Associazione Giocatori di Tennis Professionisti) è il simbolo di questa ribellione interna rispetto alla quale, in un certo senso, questa riforma dell’ATP costituisce una reazione.

 

Le principali misure da ricordare

  • Nella categoria Masters 1000, il montepremi ‘globale’ dovrebbe aumentare dagli attuali 62,5 milioni di dollari (53,2 milioni di euro) del 2021 ai 76,4 milioni di dollari (65 milioni di euro, +22%) durante la prima stagione in cui entrerà in azione questo piano (2023), con incrementi annuali del 2,5% a seguire.
  • Il bonus di fine anno derivante dai Masters 1000 passerà da 11,5 milioni di dollari (9,8 milioni di euro) a 15,5 milioni di dollari (13,2 milioni di euro) per arrivare a 18,4 milioni di dollari (15,6 milioni di euro) nel 2030. Sarà diviso tra trenta giocatori (attualmente sono 12).
  • Maggiore trasparenza attraverso dati finanziari verificati da organismi indipendenti per i Masters 1000, che forniscano piena trasparenza ai giocatori per un periodo di 31 anni.
  • Per quanto riguarda il calendario: aumento del numero di tornei Masters 1000 chiamati a diventare eventi di 11-12 giorni, con altri cinque tornei che adotteranno un formato simile a quello già utilizzato oggi per Indian Wells e Miami, per un totale quindi di sette Masters 1000 ‘allungati. Ci saranno venti giorni aggiuntivi di gioco in questa categoria e “305 “posti di lavoro” in più all’anno per i giocatori tra singolare, doppio e tornei di qualificazione grazie a questi tabelloni ampliati“, ha detto Gaudenzi. 
  • Saranno previsti 10 Masters 1000 (invece dei 9 attuali) e 16 ATP 500 (invece dei 13 attuali) .

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Italiani

WTA Portorose: una grande Jasmine Paolini conquista il suo primo titolo

L’azzurra si libera in fretta dell’emozione per la sua prima finale e supera Alison Riske rimontando due break di svantaggio nel primo set. Sarà n. 64 del mondo

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Jasmine Paolini - 2021 US Open (Manuela Davies/USTA)

J. Paolini b. [3] A. Riske 7-6(4) 6-2

Alla sua prima finale del Tour maggiore, Jasmine Paolini parte contratta ma poi doma l’emozione e l’avversaria, imponendosi in due set sulla n. 3 del seeding Alison Riske, lei invece per la decima volta all’atto conclusivo di un torneo, per quanto solo in due occasioni sia riuscita ad alzare il trofeo. Il WTA 250 di Portorose si conclude così nel migliore dei modi per l’allieva di Renzo Furlan, giunta in finale superando le più quotate Yastremska, Cirstea e Putintseva, oltre che Kalinskaya, per un titolo che lunedì le varrà il nuovo best ranking al 64° posto.

Un incontro iniziato sentendo la pressione per Jasmine che ha ritrovato il suo miglior tennis quando il primo parziale sembrava ormai compromesso dal 2-5 pesante. Lì è iniziata la rimonta che si sarebbe fatta sentire nella testa di Alison nel secondo set. Un trionfo che conferma i progressi compiuti e la sempre maggiore consapevolezza nei propri mezzi. Una nota positiva, nonostante la sconfitta, anche per Riske, che in questa settimana slovena è tornata a vincere due incontri di fila dall’Australian Open 2020, dopo aver patito le conseguenze di una fascite plantare; ora, pienamente recuperata dal punto di vista fisico, sta rimettendo insieme il gioco che l’aveva portata al n. 18 WTA alla fine del 2019.

 

IL MATCH – La pioggia ritarda l’ingresso in campo delle giocatrici di quasi due ore e mezza rispetto alle ore 17 originariamente previste. C’è però giusto il tempo per un paio di minuti di palleggio preliminare perché Jasmine fa notare che almeno la sua metà campo presenta ancora zone bagnate e quindi pericolose. Un’altra mezz’ora se ne va e finalmente si comincia con Paolini che ha scelto di servire. Entrambe commettono alcuni errori di troppo che si traducono in tre break, finché Riske tiene, subito imitata da Jasmine grazie anche ai primi punti diretti portati dalla battuta – fondamentale in cui la 175 cm da Pittsburgh è superiore. Spinge affidandosi alle sue solite traiettorie relativamente piatte, Alison, che si produce in un paio di buone chiusure a rete ma anche in altrettanti attacchi pentiti, forse preoccupata della velocità dell’azzurra che ha già sfoderato un bel passante in corsa. Ancora contratta e non del tutto lucida, tuttavia, Paolini cede un altro turno di servizio mandando l’altra a servire sul 5-2.

Sarà la situazione di punteggio disperata, sarà la voglia di giocarsi davvero la sua prima finale, ma Jasmine entra finalmente in partita, mette a segno dieci punti consecutivi e, con il livello del match che si alza offrendo scambi intensi e spettacolari, prima pareggia e poi sorpassa, costringendo l’avversaria a servire per riparare al tie-break, compito che porta a termine nonostante l’iniziale 0-30. I colpi azzurri hanno cominciato a girare e il dritto, nonostante qualche imperfezione, mette la necessaria pressione alla terza testa di serie che si ritrova sotto di due mini-break dopo un punto perso sulla diagonale sinistra e uno smash fuori misura. Riske approfitta con coraggio di due scambi giocati in maniera troppo conservativa dalla venticinquenne toscana, ma un suo errore bimane manda Paolini a set point, immediatamente trasformato grazie all’errore al volo statunitense al termine di uno scambio tiratissimo in cui la nostra ha dato veramente tutto.

MTO per un massaggio alla coscia sinistra di Jasmine che ricomincia da dove aveva lasciato, vale a dire spingendo con il dritto e trovando anche ottime soluzioni con il rovescio che valgono il 2-0, mentre le statistiche mostrano il saldo vincenti-gratuiti ampiamente negativo, eppure la sfida risulta assolutamente godibile. Dal canto suo, Alison si fa vedere a rete e incide con il bimane lungolinea, ma è troppo incostante e il pareggio subito agguantato svanisce in un battito d’ali di farfalla. Vola, Paolini, e adesso tocca a lei servire sul 5-2, opportunità che non si lascia sfuggire e chiude al primo match point con un pesante dritto inside-in.

Due vittorie di fila sul cemento in un main draw WTA le aveva centrate una sola volta in carriera prima di questa settimana, al Gippsland Trophy che ha preceduto l’Australian Open. Il WTA 250 australiano era stato anche l’unico torneo assieme a Guangzhou 2019 nel quale Jasmine fosse riuscita a battere una top 50 sul duro; qui a Portorose si è spinta oltre i suoi limiti, vincendo cinque partite di fila – le ultime tre contro avversarie che abitano la top 50. In una parola, bravissima.

Il tabellone completo di Portorose

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