Tennis e mental coaching: 1, 2, 3… piano d’azione!

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Tennis e mental coaching: 1, 2, 3… piano d’azione!

Dopo aver visto come si definisce un obiettivo, questo mese vediamo cosa serve per raggiungerlo. Abbiamo bisogno di un piano d’azione. E anche di Topolino. O meglio, di una tecnica utilizzata dal suo creatore, Walt Disney, per aiutarci a tirare fuori tutte le idee possibili. Comprese quelle con Stan Wawrinka di mezzo

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Nei due ultimi articoli della rubrica ( Tu chiamali se vuoi, obiettivi e Il goal setting minuto per minuto) abbiamo visto come si definisce un obiettivo ben formato. Aggiungendo anche che, dopo averlo correttamente definito, il passo successivo è quello di impostare il piano d’azione per raggiungerlo. Ma cos’è un piano di azione nel coaching?

Il piano di azione può essere visto come un processo in cui la persona individua e pianifica le azioni necessarie per raggiungere il proprio obiettivo. Intendendo con il termine “azioni” tutto un insieme di cose – atteggiamenti, programmi, impegni, azioni concrete – orientate alla realizzazione dell’obiettivo. In una sessione di coaching, la definizione del piano di azione si sviluppa mediante un processo in cui attraverso le domande del coach – sempre basate sull’ascolto attivo del coachee – e delle riposte del coachee, quest’ultimo individua la sua strada verso l’obiettivo.

La prima fase di questo processo è quella del brainstorming, ovvero stilare una lista di tutte le idee e le cose da fare per raggiungere l’obiettivo che ci vengono in mente. E quando si dice tutte, si intende proprio tutte, anche quelle più improbabili: più cose mettiamo sulla carta, maggiori saranno le probabilità di trovare quelle veramente efficaci per noi.

 

Facciamo un esempio in ambito tennistico, prendendo uno degli obiettivi più classici di un tennista amatore: migliorare il proprio rovescio, nello specifico quello ad una mano. Diciamo che la persona, attualmente, quando palleggia con il suo partner abituale non riesce praticamente mai a metterne tre di fila in campo con una adeguata profondità e senza sbagliare. Entro sei mesi vorrebbe arrivare a giocarne tranquillamente almeno il doppio – cioè sei – dedicando due ore alla settimana all’allenamento specifico di questo fondamentale. Un’idea molto improbabile da realizzare in questo caso? A meno di non essere nati e cresciuti a Losanna nella seconda metà degli anni Ottanta, sicuramente quella di mandare un tweet a Stan Wawrinka, allegando una foto mentre si colpisce di rovescio, chiedendogli qualche indicazione su come fare per migliorare il colpo.

Si potrebbe pensare che se una persona ha già in partenza alcune idee su come procedere, allora si possa bypassare questa fase e passare subito a sviluppare il piano d’azione partendo da quelle.

La fase di brainstorming è necessaria anche in questo caso, dato che permette di avere la conferma della validità di quelle idee, perché sono state confrontate con altre opzioni e non per il semplice motivo di essere state le prime a passare per la testa. Capita spesso, infatti, che le persone dicano di essersi impegnate a raggiungere i propri obiettivi, ma senza successo. Poi, indagando un po’ più a fondo, si scopre che in realtà il loro impegno era consistito nel individuare 2-3 azioni da fare e, una volta individuate, nel metterle subito in pratica trascinati dall’entusiasmo, senza una programmazione ben precisa. Salvo poi, dopo che i risultati non erano stati quelli sperati, abbandonare l’obiettivo, senza andare prima a vedere se magari c’erano strade alternative da percorrere. “Ci ho provato, ma non è andata” è una frase che si sente dire spesso in questi casi. E in molti ci possiamo riconoscere in questo approccio.

Non ho fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato” disse Thomas Edison, che fece più di 10.000 esperimenti prima di riuscire ad inventare la lampadina. Se avesse mollato dopo due tentativi noi useremmo ancora le candele…

A tale proposito, ecco una “pillola”: “Provare” è un verbo che è meglio non utilizzare quando devo motivarmi a fare qualcosa. Se dico che “provo” a raggiungere il mio obiettivo, a livello inconscio è un po’ come dire che sì, ora mi ci metto, ma non proprio dedicando tutta la mia energia e tutta la mia volontà. Spesso rimanere nel campo della possibilità è una piccola astuzia usata dal nostro cervello per darci una via di fuga in caso le cose non andassero bene, dato che uno potrà sempre dire “Ci ho provato, non è andata, ma non mi ci sono messo seriamente…” ma di fatto a livello inconscio ha proprio quell’effetto: non ci metto tutto me stesso. Insomma, è un po’ come accelerare con il freno a mano tirato: la macchina non può sprigionare tutta la sua potenza. Il suggerimento è perciò quello di sperimentare l’utilizzo dei verbi modali e di altre affermazioni, in modo da capire quali siano quelli più motivanti, quelli più efficaci per noi.

Con riferimento al nostro esempio, noterete che dire “Proverò a migliorare il mio rovescio nei prossimi sei mesi” piuttosto che “Voglio migliorare il mio rovescio in sei mesi” o ancora “È mia intenzione migliorare il mio rovescio entro sei mesi” provocano sensazioni diverse a livello interiore, hanno un effetto sulla vostra motivazione.

E già che ci siamo –  una “pillola” nella “pillola” – facciamo magari attenzione se ci sono dei verbi o delle affermazioni che hanno invece un effetto demotivante su di noi. Potremmo scoprire che per abitudine, ormai quasi senza pensarci, alcune di queste forse ce le ripetiamo un po’ troppo spesso, magari proprio quando stiamo per fare qualcosa di un po’ più impegnativo del solito. Avete presente quelle frasi del tipo “Non so se ce la farò” o “Proviamoci, ma non ti assicuro niente”? Ecco, quelle. Una volta individuate, iniziamo a non usarle più e sostituirle magari con affermazioni più motivanti per noi.

Tornando al brainstorming, mettere giù due o tre idee che sembrano realizzabili non è quindi sufficiente. L’approccio mentale deve essere quello di Edison: bisogna essere creativiE se la creatività non fosse una delle doti che ci vengono unanimemente riconosciute da amici e parenti? Niente paura, possiamo imparare ad attivarla. E da chi impararla, se non da colui che con le sue idee e le sue creazioni ha fatto sognare e divertire tante generazioni di bambini? Una delle più famose tecniche di creatività sviluppata dalla PNL è infatti quella modellata da Robert Dilts sul modo in cui lavorava Walt Disney.

Il “papà” di Topolino adottava una strategia decisionale in cui utilizzava in sequenza tre differenti tipi di approccio alle cose. Per prima cosa, si immedesimava nel Sognatore, cioè in colui per il quale tutto è possibile, in modo da rispondere a domande del tipo: “Se avessi risorse economiche illimitate, cosa farei?”. Dopo entrava nel ruolo del Realista, interrogandosi su come fosse possibile sviluppare in modo concreto ed efficiente determinate idee, quali azioni adottare, ecc. Infine si immedesimava nel Critico, con l’obiettivo di dare una risposta a domande come “Cosa può andare storto?” e “Chi potrebbe crearmi problemi?”.

La sequenza dei ruoli è importante. Il Sognatore è in grado di valutare l’intera gamma delle possibilità, ed inoltre più il sogno è grande più la persona si “carica” positivamente. Per evitare però che il sogno rimanga tale, è necessario far intervenire subito dopo la parte realista e pragmatica, quella adatta a elaborare un piano che possa trasformare i sogni in realtà. Ma non basta, perché se il piano presenta delle carenze è essenziale scoprirlo subito, prima di partire: il Critico è perciò chiamata proprio a verificare questo.

Nel proporre questa tecnica nella sessione di coaching, il coach aiuta il coachee nell’immedesimarsi al 100% nei diversi panni del Sognatore, del Realista e del Critico, per poi porgli le giuste domande in ognuna delle tre situazioni in modo che possa raccogliere il maggior numero di idee, i suggerimenti e le osservazioni in ciascuna. Normalmente ciascuno di noi è infatti portato a utilizzare in prevalenza uno di questi tre stili di pensiero: se utilizziamo di più la parte sognatrice rischiamo di essere poco concreti, se è la parte realista quella più nelle nostre corde il rischio è quello di accontentarsi, se invece prevale la parte critica il pericolo è di rimanere sempre fermi e non assumere iniziative perché tendiamo a focalizzarci sui problemi. Adottare la strategia di Disney permette di superare i limiti della preferenza individuale, consentendo di avere un approccio più completo alla pianificazione degli obiettivi.

Prendendo la persona del nostro esempio, se “mette il cappello” del Sognatore, ed il coach gli chiede a chi vorrebbe somigliare in relazione al suo obiettivo, visto che voleva mandargli il tweet farà probabilmente il nome di Stan Wawrinka. E se gli chiede a chi pensa potrebbe sicuramente aiutarlo a raggiungere l’obiettivo, dirà forse Riccardo Piatti, che ha lavorato per anni con un giocatore che di rovescio non scherzava, Ivan Ljubicic. Può sembrare si tratti di vaneggiamenti e quando metterà il “cappello” del Realista – non serve neanche quello del Critico – quest’idea verrà stroncata perché chiaramente verranno evidenziati tutta una serie di motivi per cui Piatti non potrà seguirlo (in primis perché è l’unico coach rimasto con Raonic…). Però ha aperto la mente ad altre possibilità. Così, magari, gli viene in mente quell’articolo su Ubitennis (e dove sennò?) in cui ha letto che il team di Riccardo Piatti lavora molto con la video analisi. Ed ecco che allora è assolutamente realistico pensare di aggiungere al piano d’azione il fatto di filmare gli allenamenti. E un’idea tira l’altra: un’altra azione fattibilissima potrebbe essere quella di mandare il video ad alcuni di quei maestri di tennis che sul loro sito Internet offrono questa possibilità, dando poi una valutazione dell’esecuzione del colpo ed alcuni suggerimenti di base, per poi proporre alla persona la possibilità – ad esempio abbonandosi al sito – di seguirla nei suoi miglioramenti sempre attraverso l’analisi video. E se la persona era arrivata alla sessione di coaching con l’unica idea di rivolgersi al maestro di tennis del suo club, ecco che adesso ha la possibilità di valutare e confrontare soluzioni diverse.

Completata la fase di brainstorming, con il supporto di una tecnica di creatività, con tutte le idee sul tavolo si passa ad individuare quelle che si ritengono più valide ed efficaci e si stende il piano d’azione, definendo puntualmente ogni singola azione. Ci possono essere diverse modalità di redazione del piano. In genere si stende un macro piano d’azione, in cui per ogni azione di definisce l’azione o l’attività da svolgere, chi deve farla, entro quale scadenza. In alcuni casi può essere necessario suddividere alcune azioni in ulteriori step, ripetendo il medesimo procedimento appena descritto anche a questo livello. Ci sono modalità diverse, ma ci sono alcuni passaggi che è importante rispettare per tenere alta la motivazione. Vediamoli assieme.

Il primo: si possono usare penna, carta e calamaio, oppure computer e stampante, ma l’importante è scrivere il piano d’azione. “Verba volant, scripta manent” dicevano i latini e non sbagliavano: scrivere il piano, le azioni da fare per raggiungere il proprio obiettivo è un primo passo per farle proprie, per interiorizzarle.

Definire almeno un’azione da ripetere sistematicamente ogni giorno, finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo. Non tutto quello che si pianifica sarà utile allo stesso modo, alcune azioni si riveleranno più efficaci che altre, in questo caso l’utilità è anche quella di mantenere sempre alta la “soglia di attenzione” sul raggiungimento dell’obiettivo. In fase di revisione del piano d’azione, di cui parleremo tra poco, può essere utile andare a modificare l’azione quotidiana, per evitare che diventi una routine fatta in automatico e perda la sua funzione di stimolo.

Nel nostro esempio, può essere quella di guardare ogni giorno un video di trenta secondi in slow-motion di Wawrinka (ebbene sì, sempre lui) che colpisce di rovescio. Oltre a mantenere l’attenzione sull’obiettivo, l’utilità sta nel fatto che guardare il video aiuta la persona a creare un’immagine di se stessa che compie correttamente il movimento, presupposto fondamentale per l’apprendimento e quindi per il lavoro sul campo da gioco.

Stampare (o riscrivere in bella copia) e appendere il piano e segnare tutto nella propria agenda: quando fare quell’azione, dove farla, se viene fatta dalla persona o da altri. L’agenda è uno strumento indispensabile per raggiungere i propri obiettivi. Avere un’agenda fa in modo che non ci dimentichiamo di ciò che va fatto, ci permette di distribuire le varie azioni nell’arco del tempo. No excuses, del tipo “Io non ho un’agenda”: ovviamente utilizzare una app che simula l’agenda sullo smartphone è del tutto equivalente, anzi permette anche di impostare notifiche per ricordarci cosa fare. Ne abbiamo accennato prima: le cose tenute solo a mente, finiscono molto spesso per essere dimenticate. Inoltre poter leggere al mattino appena alzati il foglio con le azioni da fare e durante la giornata quelle scritte nell’agenda (o le notifiche della app)  sono tutti stimoli all’azione. Sicuramente molto di più rispetto al dover appena cominciare a pensare: “Allora, cosa avevo detto che dovevo fare oggi?”

Scegliere un’azione da fare subito. Una telefonata, una mail, una prenotazione, parlare con qualcuno. Fare subito qualcosa che ci metta nella direzione dell’azione, senza procrastinare. Agire subito dà un bel messaggio al nostro cervello: siamo già in viaggio verso l’obiettivo.

Rivedere periodicamente il piano d’azione. Mensilmente (o settimanalmente, nel caso l’obiettivo sia a breve termine) si riprende in mano il piano e si valuta se è eventualmente necessario apportare delle modifiche. Potrebbero esserci troppe azioni da fare in poco tempo oppure poche azioni in un periodo di tempo molto lungo. La flessibilità è fondamentale nel percorso che porta a raggiungere l’obiettivo. Per quanto bene io abbia fatto l’analisi, può essere che mi sia sfuggito qualcosa oppure semplicemente è accaduto qualcosa nel frattempo che mi obbliga a modificare il mio piano. Modificare non significa mettersi a rimuginare su quando non è andato come previsto e fermarsi. Non significa dire “ho sbagliato, mi fermo e riparto dopo che con calma avrò messo giù un nuovo piano”. Significa rimettersi a tavolino subito, prendere in mano il piano e cambiare quello che c’è da cambiare. Ma continuare nel cammino verso l’obiettivo, anche se la direzione è un po’ cambiata. Subito, senza procrastinare.

Il viaggio è la meta” si suol dire. La capacità di trovare idee, pianificare come realizzarle, sperimentare, aggiustare e ritarare è il valore aggiunto di un viaggio verso un obiettivo, che va al di là del raggiungimento dell’obiettivo stesso. Perché dopo aver migliorato il mio rovescio, saprò di poter raggiungere altri risultati, di poter migliorare in altre cose. Perché ora so come fare a raggiungere i miei obiettivi.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica): NLP Practitioner, NLP Master Practitione ed NLP Coach. È anche istruttore FIT e PTR.

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Federer e la Laver Cup, legame fortissimo: “Auguro ai miei avversari un ritiro dal tennis come il mio”

Prima di lasciare Londra, il fuoriclasse svizzero ha ribadito il suo apprezzamento per l’evento e il format, specificando: “Non sarò capitano di Team Europe, al momento non è nei piani. Non sono nemmeno interessato a rivestire ruoli politici. Ci sarò sempre, pur senza incarichi, se potrò dare una mano al tennis”.

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Roger Federer e Rafa Nadal - Laver Cup 2022 (foto via Twitter @LaverCup)

Il legame tra Roger Federer e la Laver Cup è destinato a rimanere indissolubile, dopo che la quinta edizione di Europa-Resto del Mondo ha fatto da cornice all’ultimo atto della sua carriera. Innegabilmente, anche per il torneo – che già di per sé ha dimostrato di funzionare – essere stato “scelto” per un appuntamento da libri di storia dello sport ha rappresentato uno slancio promozionale significativo. Al punto da spingere gli addetti ai lavori a ragionare anche su quello che può essere un binomio d’immagine inscindibile, tra la Laver Cup e il marchio Federer, pur con un fisiologico cambio di prospettiva.

AMBASCIATORE – “Mi dispiace non aver ottenuto la vittoria,- ha raccontato prima di lasciare la capitale britannica -, l’ho detto anche negli spogliatoi a Andy (Murray), perdere non mai è divertente. Però questo fine settimana è stato per me comunque straordinario. Non vedo l’ora di essere a Vancouver per la prossima edizione, ovviamente in una veste diversa“. Pensiero che ha fatto venire in mente, a più di qualcuno, l’ipotesi di una suggestiva successione in panchina. “No, il mio ruolo non sarà quella di capitano – ha voluto subito smentire -, visto che Borg sta facendo un ottimo lavoro, la sua sostituzione non è nei piani attuali, un giorno chissà. Anche il format è solido e non subirà sostanziali modifiche, in cinque anni siamo stati in città fantastiche, anche Londra con la O2 Arena non ha tradito le attese. Magari più avanti estenderemo l’orizzonte anche oltre il Nord America. Come ho detto, intendo rimanere nel mondo del tennis e dare una mano, ma in questa fase senza un incarico ufficiale“.

L’AUGURIO – L’aspetto emotivo, allo scorrere dei titoli di coda, ha comunque avuto il predominio mediatico su quello del campo. Al netto delle considerazioni sulla prima vittoria di Team World, Federer ha tenuto a sottolineare come la Laver Cup sia intesa dai protagonisti come tutt’altro che un’esibizione: “C’è un bel clima, ma rimane sport e l’atmosfera agonistica in campo deve essere feroce, dura, così la manterremo sempre. Poi ci sono altri aspetti: durante la settimana mi è piaciuto molto cenare con Novak ed Andy, li ho conosciuti meglio, sono felice di aver trascorso del tempo con loro, vedere come lavorano gli altri campioni. Momenti che non tolgono nulla all’intensità di una rivalità sportiva. Venerdì essere circondato da quelli che sono stati i miei più grandi avversari è stata un’emozione unica. Auguro a loro di vivere le stesse sensazioni uniche e speciali nel giorno in cui decideranno di lasciare il tennis giocato. Per me è stato davvero bellissimo.

 

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ATP

ATP San Diego: la prima volta di Brandon Nakashima! Il 21enne completa una settimana da sogno trionfando nella sua città natale

Nel derby a stelle e strisce Nakashima batte in finale il “grande amico” Marcos Giron, e fa il suo ingresso in top 50. “Sembra un sogno”

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Brandon Nakashima - San Diego 2022 (Facebook @Sandiegoopensd)

Nella prima finale del 2022, la terza del circuito ATP, Brandon Nakashima ha battuto Marcos Giron con il punteggio di 6-4 6-4 in 1h e 25’. La finalissima può essere definita a tutti gli effetti un derby tra due giocatori molto legati alla città di San Diego che ha dato i natali a Brandon e ha ospitato Marcos negli ultimi anni. 

IL TABELLONE COMPLETO DELL’ATP 250 DI SAN DIEGO

È stata una finale molto equilibrata, come di fatto esprime il punteggio. Con la prima di servizio, Nakashima ha ottenuto il 79% dei punti, mentre Giron ha pagato una seconda “ballerina” che gli è valsa il 66% dei punti. Il break nel quinto game del primo parziale ha consentito al n. 48 del ranking di tenere sotto controllo l’andamento della sfida. Secondo set molto più combattuto con Brandon che ottiene il break nel primo game, ma cede la battuta nel quarto gioco. Nel turno di battuta successivo, Nakashima riprende subito il vantaggio: serve bene e ottiene i punti decisivi, a differenza di Giron che alla fine convertirà solo una palla break su quattro. 

 

Il finale è una grande festa per Nakashima che abbraccia amici e parenti dopo aver ottenuto un successo importantissimo nella sua San Diego.

Sembra un sogno – commenta Nakashima – aver ottenuto il mio primo titolo ATP nella mia città natale. Ho avuto un sostegno eccezionale durante tutto il torneo e sono felicissimo di quanto ottenuto”. “Non importava il punteggio, ho sempre saputo che ci sarebbero stati dei momenti difficili”, ha aggiunto Nakashima, che ha ricordato di essersi allenato con il suo “grande amico” Giron nei suoi giorni da junior. “Sapevo che non sarebbe stato facile. Ho dovuto lottare per ogni game. All’inizio del secondo set ce ne sono stati un paio molto serrati. Ho perso il servizio, ma penso di essermi riorganizzato abbastanza bene nel gioco successivo. Sono delice di aver chiuso col mio servizio.”

IL TABELLONE COMPLETO DELL’ATP 250 DI SAN DIEGO

Vittoria che consente a Nakashima di migliorare la propria posizione nel ranking ATP grazie ad un balzo di 21 posti, diventando numero 48 del mondo, mai così in alto in carriera ; e di dare slancio anche alle sue possibilità di giocare le ATP NextGen Finals di Milano, dove attualmente è sesto nella Race.

Paolo Michele Pinto

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Challenger

Challenger di Genova: il sogno di Andrea Pellegrino si ferma in finale

Il tennista azzurro lotta con coraggio ma alla fine deve cedere al brasiliano Thiago Monteiro. Vavassori domina nel doppio assieme a Dustin Brown

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Vavassori vince a Genova 2022 (Instagram @andrevavassori)

A Genova si disputava il torneo più importante della settimana Challenger (categoria 125, terra battuta) e le fasi finali si sono concentrate tutte nella giornata di domenica, visto che sabato una pioggia torrenziale ha flagellato la città. Così i giocatori sono stati costretti a un micidiale doppio turno che probabilmente ha penalizzato il tennista pugliese. Infatti, mentre Monteiro in semifinale regolava senza troppi problemi (6-2 6-4) il bulgaro Andreev, Pellegrino aveva le sue belle gatte da pelare contro il serbo Dusan Lajovic (n.93 ATP) che lo teneva in campo oltre due ore prima di cedere 6-4 7-6(0). Il differente dispendio di energie mattutino ha probabilmente avuto un peso nella successiva finale che ha visto l’azzurro partire freddo e ritrovarsi sotto di un set quasi senza nemmeno accorgersene. A quel punto Pellegrino, Pelle per gli amici, faceva appello a tutte le sue risorse, generosamente sostenuto dal pubblico, e riusciva a rientrare in partita. Addirittura sul 4-4 aveva una palla break che avrebbe potuto scrivere una storia diversa. Non sfruttata l’occasione si arrivava al tie-break, nel quale le quasi quattro ore di gioco presentavano all’azzurro, tutto d’un colpo, un conto salatissimo e la partita finiva lì. Andrea può comunque essere orgoglioso del suo torneo che l’ha visto battere, tra gli altri, Pablo Andujar e la testa di serie n.1 Ramos-Vinolas e gli ha regalato il nuovo best ranking alla posizione n.136, settimo italiano nella classifica mondiale. 

Chi invece non conosce battute d’arresto è Andrea Vavassori che vince, sempre in coppia con Dustin Brown, il suo secondo torneo di doppio consecutivo, battendo in finale (6-2 6-2) i cechi Jebavy/Pavlasek che già avevano sconfitto la settimana scorsa a Stettino. Per il tennista torinese è il 14esimo successo Challenger, il quinto in stagione e il quinto in coppia con Brown, a certificare la perfetta alchimia di questo sodalizio che, come abbiamo già detto più volte, è umano ancor prima che tecnico. Era allora inevitabile chiamare Andrea per complimentarci: ”Grazie per le tue belle parole, oggi con Dustin abbiamo giocato veramente una gran partita, forse i nostri avversari non erano in giornata ma noi siamo stati bravi a stoppare sul nascere ogni loro velleità. Complessivamente per me una bellissima stagione in cui sto giocando bene sia in singolo che in doppio. In singolo due finali a San Benedetto e Cordenons e la qualificazione al main draw di Wimbledon, cui debbo aggiungere le cinque vittorie Challenger in doppio. Il nuovo best ranking al n.50 mi apre indubbiamente nuove prospettive, forse in coppia con lo stesso Dustin che è risalito al n.110 e con cui probabilmente ci sarà presto occasione di giocare dei tornei ATP. Oppure col mio amico Lorenzo Sonego che tra l’altro oggi ha conseguito uno splendido risultato all’ATP 250 di Metz. L’obiettivo con lui sarebbe di riuscire a partecipare a qualche Master 1000 e, perché no, di raccogliere un giorno l’eredità di Fognini e Bolelli in nazionale”.

Al Challenger 80 di Braga (terra battuta) la finale è stata tra Matheus Pucinelli De Almeida e Nicolas Moreno De Alboran, la partita preferita da qualsiasi giornalista perché quando hai finito di scrivere i nomi sei già a metà dell’articolo. A parte questa notazione semiseria, è stata senz’altro una finale a sorpresa con il 21enne brasiliano (n.216 ATP) che non era testa di serie (ma ha eliminato la n.1, il padrone di casa Nuno Borges) e il 25enne statunitense che proveniva addirittura dalle qualificazioni. Moreno De Alboran deve aver pensato che sarebbe stato un peccato rovinare una così bella storia con un finale modesto e così in un’ora e quarantasei minuti ha regolato (6-2 6-4) un avversario che non è mai riuscito a rendersi veramente pericoloso. Per il vincitore è il primo successo Challenger in carriera dopo averlo sfiorato in aprile cono la finale di Salinas. Grazie a questa vittoria migliora anche il proprio best alla posizione n.200, esattamente come Pucinelli che sale al n.189 ATP. 

 

Al Challenger 80 di Sibiu (terra battuta) inedita finale tutta bosniaca tra Damir Dzumhur (n.192 ATP) e Nerman Fatic (n.258 ATP) con la vittoria del meno pronosticato dei due, il 27enne Fatic, da anni in forza al Circolo Tennis Zavaglia di Ravenna, che ha prevalso in maniera perentoria col punteggio di 6-3 6-4, stabilendo anche il proprio nuovo best al n.195 ATP, secondo giocatore bosniaco in classifica proprio dietro a Dzumhur. 

Segui su Instagram: @massimogaiba

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