Tennis e mental coaching: 1, 2, 3… piano d’azione!

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Tennis e mental coaching: 1, 2, 3… piano d’azione!

Dopo aver visto come si definisce un obiettivo, questo mese vediamo cosa serve per raggiungerlo. Abbiamo bisogno di un piano d’azione. E anche di Topolino. O meglio, di una tecnica utilizzata dal suo creatore, Walt Disney, per aiutarci a tirare fuori tutte le idee possibili. Comprese quelle con Stan Wawrinka di mezzo

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Nei due ultimi articoli della rubrica ( Tu chiamali se vuoi, obiettivi e Il goal setting minuto per minuto) abbiamo visto come si definisce un obiettivo ben formato. Aggiungendo anche che, dopo averlo correttamente definito, il passo successivo è quello di impostare il piano d’azione per raggiungerlo. Ma cos’è un piano di azione nel coaching?

Il piano di azione può essere visto come un processo in cui la persona individua e pianifica le azioni necessarie per raggiungere il proprio obiettivo. Intendendo con il termine “azioni” tutto un insieme di cose – atteggiamenti, programmi, impegni, azioni concrete – orientate alla realizzazione dell’obiettivo. In una sessione di coaching, la definizione del piano di azione si sviluppa mediante un processo in cui attraverso le domande del coach – sempre basate sull’ascolto attivo del coachee – e delle riposte del coachee, quest’ultimo individua la sua strada verso l’obiettivo.

La prima fase di questo processo è quella del brainstorming, ovvero stilare una lista di tutte le idee e le cose da fare per raggiungere l’obiettivo che ci vengono in mente. E quando si dice tutte, si intende proprio tutte, anche quelle più improbabili: più cose mettiamo sulla carta, maggiori saranno le probabilità di trovare quelle veramente efficaci per noi.

 

Facciamo un esempio in ambito tennistico, prendendo uno degli obiettivi più classici di un tennista amatore: migliorare il proprio rovescio, nello specifico quello ad una mano. Diciamo che la persona, attualmente, quando palleggia con il suo partner abituale non riesce praticamente mai a metterne tre di fila in campo con una adeguata profondità e senza sbagliare. Entro sei mesi vorrebbe arrivare a giocarne tranquillamente almeno il doppio – cioè sei – dedicando due ore alla settimana all’allenamento specifico di questo fondamentale. Un’idea molto improbabile da realizzare in questo caso? A meno di non essere nati e cresciuti a Losanna nella seconda metà degli anni Ottanta, sicuramente quella di mandare un tweet a Stan Wawrinka, allegando una foto mentre si colpisce di rovescio, chiedendogli qualche indicazione su come fare per migliorare il colpo.

Si potrebbe pensare che se una persona ha già in partenza alcune idee su come procedere, allora si possa bypassare questa fase e passare subito a sviluppare il piano d’azione partendo da quelle.

La fase di brainstorming è necessaria anche in questo caso, dato che permette di avere la conferma della validità di quelle idee, perché sono state confrontate con altre opzioni e non per il semplice motivo di essere state le prime a passare per la testa. Capita spesso, infatti, che le persone dicano di essersi impegnate a raggiungere i propri obiettivi, ma senza successo. Poi, indagando un po’ più a fondo, si scopre che in realtà il loro impegno era consistito nel individuare 2-3 azioni da fare e, una volta individuate, nel metterle subito in pratica trascinati dall’entusiasmo, senza una programmazione ben precisa. Salvo poi, dopo che i risultati non erano stati quelli sperati, abbandonare l’obiettivo, senza andare prima a vedere se magari c’erano strade alternative da percorrere. “Ci ho provato, ma non è andata” è una frase che si sente dire spesso in questi casi. E in molti ci possiamo riconoscere in questo approccio.

Non ho fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato” disse Thomas Edison, che fece più di 10.000 esperimenti prima di riuscire ad inventare la lampadina. Se avesse mollato dopo due tentativi noi useremmo ancora le candele…

A tale proposito, ecco una “pillola”: “Provare” è un verbo che è meglio non utilizzare quando devo motivarmi a fare qualcosa. Se dico che “provo” a raggiungere il mio obiettivo, a livello inconscio è un po’ come dire che sì, ora mi ci metto, ma non proprio dedicando tutta la mia energia e tutta la mia volontà. Spesso rimanere nel campo della possibilità è una piccola astuzia usata dal nostro cervello per darci una via di fuga in caso le cose non andassero bene, dato che uno potrà sempre dire “Ci ho provato, non è andata, ma non mi ci sono messo seriamente…” ma di fatto a livello inconscio ha proprio quell’effetto: non ci metto tutto me stesso. Insomma, è un po’ come accelerare con il freno a mano tirato: la macchina non può sprigionare tutta la sua potenza. Il suggerimento è perciò quello di sperimentare l’utilizzo dei verbi modali e di altre affermazioni, in modo da capire quali siano quelli più motivanti, quelli più efficaci per noi.

Con riferimento al nostro esempio, noterete che dire “Proverò a migliorare il mio rovescio nei prossimi sei mesi” piuttosto che “Voglio migliorare il mio rovescio in sei mesi” o ancora “È mia intenzione migliorare il mio rovescio entro sei mesi” provocano sensazioni diverse a livello interiore, hanno un effetto sulla vostra motivazione.

E già che ci siamo –  una “pillola” nella “pillola” – facciamo magari attenzione se ci sono dei verbi o delle affermazioni che hanno invece un effetto demotivante su di noi. Potremmo scoprire che per abitudine, ormai quasi senza pensarci, alcune di queste forse ce le ripetiamo un po’ troppo spesso, magari proprio quando stiamo per fare qualcosa di un po’ più impegnativo del solito. Avete presente quelle frasi del tipo “Non so se ce la farò” o “Proviamoci, ma non ti assicuro niente”? Ecco, quelle. Una volta individuate, iniziamo a non usarle più e sostituirle magari con affermazioni più motivanti per noi.

Tornando al brainstorming, mettere giù due o tre idee che sembrano realizzabili non è quindi sufficiente. L’approccio mentale deve essere quello di Edison: bisogna essere creativiE se la creatività non fosse una delle doti che ci vengono unanimemente riconosciute da amici e parenti? Niente paura, possiamo imparare ad attivarla. E da chi impararla, se non da colui che con le sue idee e le sue creazioni ha fatto sognare e divertire tante generazioni di bambini? Una delle più famose tecniche di creatività sviluppata dalla PNL è infatti quella modellata da Robert Dilts sul modo in cui lavorava Walt Disney.

Il “papà” di Topolino adottava una strategia decisionale in cui utilizzava in sequenza tre differenti tipi di approccio alle cose. Per prima cosa, si immedesimava nel Sognatore, cioè in colui per il quale tutto è possibile, in modo da rispondere a domande del tipo: “Se avessi risorse economiche illimitate, cosa farei?”. Dopo entrava nel ruolo del Realista, interrogandosi su come fosse possibile sviluppare in modo concreto ed efficiente determinate idee, quali azioni adottare, ecc. Infine si immedesimava nel Critico, con l’obiettivo di dare una risposta a domande come “Cosa può andare storto?” e “Chi potrebbe crearmi problemi?”.

La sequenza dei ruoli è importante. Il Sognatore è in grado di valutare l’intera gamma delle possibilità, ed inoltre più il sogno è grande più la persona si “carica” positivamente. Per evitare però che il sogno rimanga tale, è necessario far intervenire subito dopo la parte realista e pragmatica, quella adatta a elaborare un piano che possa trasformare i sogni in realtà. Ma non basta, perché se il piano presenta delle carenze è essenziale scoprirlo subito, prima di partire: il Critico è perciò chiamata proprio a verificare questo.

Nel proporre questa tecnica nella sessione di coaching, il coach aiuta il coachee nell’immedesimarsi al 100% nei diversi panni del Sognatore, del Realista e del Critico, per poi porgli le giuste domande in ognuna delle tre situazioni in modo che possa raccogliere il maggior numero di idee, i suggerimenti e le osservazioni in ciascuna. Normalmente ciascuno di noi è infatti portato a utilizzare in prevalenza uno di questi tre stili di pensiero: se utilizziamo di più la parte sognatrice rischiamo di essere poco concreti, se è la parte realista quella più nelle nostre corde il rischio è quello di accontentarsi, se invece prevale la parte critica il pericolo è di rimanere sempre fermi e non assumere iniziative perché tendiamo a focalizzarci sui problemi. Adottare la strategia di Disney permette di superare i limiti della preferenza individuale, consentendo di avere un approccio più completo alla pianificazione degli obiettivi.

Prendendo la persona del nostro esempio, se “mette il cappello” del Sognatore, ed il coach gli chiede a chi vorrebbe somigliare in relazione al suo obiettivo, visto che voleva mandargli il tweet farà probabilmente il nome di Stan Wawrinka. E se gli chiede a chi pensa potrebbe sicuramente aiutarlo a raggiungere l’obiettivo, dirà forse Riccardo Piatti, che ha lavorato per anni con un giocatore che di rovescio non scherzava, Ivan Ljubicic. Può sembrare si tratti di vaneggiamenti e quando metterà il “cappello” del Realista – non serve neanche quello del Critico – quest’idea verrà stroncata perché chiaramente verranno evidenziati tutta una serie di motivi per cui Piatti non potrà seguirlo (in primis perché è l’unico coach rimasto con Raonic…). Però ha aperto la mente ad altre possibilità. Così, magari, gli viene in mente quell’articolo su Ubitennis (e dove sennò?) in cui ha letto che il team di Riccardo Piatti lavora molto con la video analisi. Ed ecco che allora è assolutamente realistico pensare di aggiungere al piano d’azione il fatto di filmare gli allenamenti. E un’idea tira l’altra: un’altra azione fattibilissima potrebbe essere quella di mandare il video ad alcuni di quei maestri di tennis che sul loro sito Internet offrono questa possibilità, dando poi una valutazione dell’esecuzione del colpo ed alcuni suggerimenti di base, per poi proporre alla persona la possibilità – ad esempio abbonandosi al sito – di seguirla nei suoi miglioramenti sempre attraverso l’analisi video. E se la persona era arrivata alla sessione di coaching con l’unica idea di rivolgersi al maestro di tennis del suo club, ecco che adesso ha la possibilità di valutare e confrontare soluzioni diverse.

Completata la fase di brainstorming, con il supporto di una tecnica di creatività, con tutte le idee sul tavolo si passa ad individuare quelle che si ritengono più valide ed efficaci e si stende il piano d’azione, definendo puntualmente ogni singola azione. Ci possono essere diverse modalità di redazione del piano. In genere si stende un macro piano d’azione, in cui per ogni azione di definisce l’azione o l’attività da svolgere, chi deve farla, entro quale scadenza. In alcuni casi può essere necessario suddividere alcune azioni in ulteriori step, ripetendo il medesimo procedimento appena descritto anche a questo livello. Ci sono modalità diverse, ma ci sono alcuni passaggi che è importante rispettare per tenere alta la motivazione. Vediamoli assieme.

Il primo: si possono usare penna, carta e calamaio, oppure computer e stampante, ma l’importante è scrivere il piano d’azione. “Verba volant, scripta manent” dicevano i latini e non sbagliavano: scrivere il piano, le azioni da fare per raggiungere il proprio obiettivo è un primo passo per farle proprie, per interiorizzarle.

Definire almeno un’azione da ripetere sistematicamente ogni giorno, finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo. Non tutto quello che si pianifica sarà utile allo stesso modo, alcune azioni si riveleranno più efficaci che altre, in questo caso l’utilità è anche quella di mantenere sempre alta la “soglia di attenzione” sul raggiungimento dell’obiettivo. In fase di revisione del piano d’azione, di cui parleremo tra poco, può essere utile andare a modificare l’azione quotidiana, per evitare che diventi una routine fatta in automatico e perda la sua funzione di stimolo.

Nel nostro esempio, può essere quella di guardare ogni giorno un video di trenta secondi in slow-motion di Wawrinka (ebbene sì, sempre lui) che colpisce di rovescio. Oltre a mantenere l’attenzione sull’obiettivo, l’utilità sta nel fatto che guardare il video aiuta la persona a creare un’immagine di se stessa che compie correttamente il movimento, presupposto fondamentale per l’apprendimento e quindi per il lavoro sul campo da gioco.

Stampare (o riscrivere in bella copia) e appendere il piano e segnare tutto nella propria agenda: quando fare quell’azione, dove farla, se viene fatta dalla persona o da altri. L’agenda è uno strumento indispensabile per raggiungere i propri obiettivi. Avere un’agenda fa in modo che non ci dimentichiamo di ciò che va fatto, ci permette di distribuire le varie azioni nell’arco del tempo. No excuses, del tipo “Io non ho un’agenda”: ovviamente utilizzare una app che simula l’agenda sullo smartphone è del tutto equivalente, anzi permette anche di impostare notifiche per ricordarci cosa fare. Ne abbiamo accennato prima: le cose tenute solo a mente, finiscono molto spesso per essere dimenticate. Inoltre poter leggere al mattino appena alzati il foglio con le azioni da fare e durante la giornata quelle scritte nell’agenda (o le notifiche della app)  sono tutti stimoli all’azione. Sicuramente molto di più rispetto al dover appena cominciare a pensare: “Allora, cosa avevo detto che dovevo fare oggi?”

Scegliere un’azione da fare subito. Una telefonata, una mail, una prenotazione, parlare con qualcuno. Fare subito qualcosa che ci metta nella direzione dell’azione, senza procrastinare. Agire subito dà un bel messaggio al nostro cervello: siamo già in viaggio verso l’obiettivo.

Rivedere periodicamente il piano d’azione. Mensilmente (o settimanalmente, nel caso l’obiettivo sia a breve termine) si riprende in mano il piano e si valuta se è eventualmente necessario apportare delle modifiche. Potrebbero esserci troppe azioni da fare in poco tempo oppure poche azioni in un periodo di tempo molto lungo. La flessibilità è fondamentale nel percorso che porta a raggiungere l’obiettivo. Per quanto bene io abbia fatto l’analisi, può essere che mi sia sfuggito qualcosa oppure semplicemente è accaduto qualcosa nel frattempo che mi obbliga a modificare il mio piano. Modificare non significa mettersi a rimuginare su quando non è andato come previsto e fermarsi. Non significa dire “ho sbagliato, mi fermo e riparto dopo che con calma avrò messo giù un nuovo piano”. Significa rimettersi a tavolino subito, prendere in mano il piano e cambiare quello che c’è da cambiare. Ma continuare nel cammino verso l’obiettivo, anche se la direzione è un po’ cambiata. Subito, senza procrastinare.

Il viaggio è la meta” si suol dire. La capacità di trovare idee, pianificare come realizzarle, sperimentare, aggiustare e ritarare è il valore aggiunto di un viaggio verso un obiettivo, che va al di là del raggiungimento dell’obiettivo stesso. Perché dopo aver migliorato il mio rovescio, saprò di poter raggiungere altri risultati, di poter migliorare in altre cose. Perché ora so come fare a raggiungere i miei obiettivi.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica): NLP Practitioner, NLP Master Practitione ed NLP Coach. È anche istruttore FIT e PTR.

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Il Roland Garros di Krejcikova e dei ritiri

Lo Slam sulla terra rossa ha proposto quattro semifinaliste esordienti e una vincitrice a sorpresa. Ma anche tanti problemi fisici delle giocatrici di vertice

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Il Roland Garros 2021 femminile si è concluso da alcuni giorni, la finale è stata disputata sabato scorso, eppure sono ancora intatte le mie perplessità sul torneo. Che Slam è stato? Come mettere in ordine di importanza gli eventi accaduti? Come ricorderemo la vittoria di Barbora Krejcikova? Come l’avvento di una giocatrice dalla maturazione tardiva, ma poi capace di mantenersi stabilmente ai piani del tennis? O invece come una impresa irripetibile, favorita da una serie di circostanze del tutto particolari?

Probabilmente solo i tempi della storia ci consentiranno di capire con certezza quali aspetti vadano considerati più rilevanti, e come inquadrarli. Ma credo che un discorso sulla qualità generale offerta dal torneo vada affrontato già oggi. Per questo tema rimando all’ultima pagina dell’articolo. Intanto cominciamo a parlare di chi ha vinto.

Barbora Krejcikova
E così, a Roland Garros terminato, gli albi d’oro ci dicono che Barbora Krejcikova non è solo la campionessa del singolare, ma anche la regina del torneo di doppio. Una impresa straordinaria: la accoppiata nei due tornei parigini non riusciva da 21 anni, dai tempi di Mary Pierce (edizione del 2000). E prima di lei, nell’era Open, ci sono riuscite solo Navratilova (1982, 1984), Ruzici (1978), Evert (1974, 1975), Court Smith (1973) e King (1972). E con il titolo di doppio, conquistato insieme alla storica compagna Siniakova, Barbora è tornata numero 1 delle classifiche di coppia.

 

In pratica nel giro di qualche mese Krejcikova si è trasformata da giocatrice specialista del doppio a protagonista assoluta, capace di risultati eccezionali in singolare. Come è stato possibile? Nata nel dicembre 1995, Barbora ha sviluppato una carriera inusuale, con una accelerazione di risultati in parte dovuta alla anomalia della stagione 2020, quella della pandemia.

Nella sua storia si possono identificare una serie di passaggi cruciali, che l’hanno portata fino alla situazione di oggi. Il primo momento chiave risale al 2013. Barbora, allora teenager, dopo essere stata una ottima junior (numero 3 del ranking), deve decidere se tuffarsi nel mare aperto del professionismo o se optare per soluzioni meno ambiziose ma più sicure, come per esempio l’attività nei tornei NCAA (il circuito delle università americane). Ne parla con i genitori, e d’accordo con la mamma prova a rivolgersi a Jana Novotna per avere un consiglio. Sia Krejcikova che Novotna sono nate e abitano a Brno, perché non approfittarne e sentire il parere di una campionessa così esperta?

Krejcikova si presenta a casa di Novotna con una lettera, e la risposta di Jana è sorprendente: non solo le consiglia di abbracciare senza tentennamenti l’attività professionistica, ma si offre di farle da coach per affrontare il complicato mondo dei tornei ITF, il passaggio obbligato che precede il ben più ricco Tour WTA.

Anche se non arrivano risultati immediati, le stagioni con Novotna la formano sul piano tecnico e mentale, e costituiscono la base della sua esperienza di giocatrice professionistica. Barbora in seguito dovrà per forza proseguire con altri coach quando Jana è costretta a smettere di allenarla per l’aggravarsi delle condizioni di salute.

Un secondo momento fondamentale nella carriera di Krejcikova va datato 2018, quando torna a formare un team stabile di doppio insieme a Katerina Siniakova. Barbora e Katerina sono quasi coetanee (Siniakova è più giovane di sei-sette mesi), e hanno giocato insieme già in diverse occasioni. Ma soprattutto la loro coppia ha conquistato tre junior Slam (Roland Garros, Wimbledon, US Open) nel 2013, prima che le loro strade si separassero alla fine della attività giovanile. Dal 2018 affrontano di nuovo insieme i tornei a livello WTA, e i risultati arrivano molto in fretta, risvegliando l’antica alchimia: semifinale a Doha, finale a Miami, vittoria al Roland Garros, vittoria a Wimbledon. La semifinale allo US Open e la finale al Masters valgono anche la posizione numero 1 delle classifiche di specialità.

I successi nel doppio significano non solo la tranquillità economica per proseguire la attività in singolare, ma permettono a Krejcikova di affrontare stadi e pubblici in occasioni importanti, che da singolarista non avrebbe la possibilità di sperimentare.

Un terzo momento fondamentale della carriera di Krejcikova arriva nel 2020, con la pandemia. Al contrario di quasi tutte le altre giocatrici, per lei lo stop del circuito internazionale si trasforma in una insperata fase di crescita. Lo ha raccontato lei stessa diverse volte. Qui mi rifaccio alla conferenza stampa di qualche giorno fa a Parigi, dopo la vittoria su Sloane Stephens. Domanda: “Durante il torneo di Strasburgo hai raccontato che per te sono state fondamentali alcuni tornei giocati nel periodo della pandemia in Repubblica Ceca. Hai detto che ti hanno fatto sentire più pronta ad affrontare la sfida del singolare”.

Risposta: “Sì, penso siano stati davvero importanti. Ho avuto l’opportunità di giocare contro tutte le migliori ragazze della Repubblica Ceca, che ha tante buone giocatrici. Non ho avuto solo l’occasione di misurarmi con loro, ma anche di osservare come si allenano, come si preparano per le partite, etc. etc. Tutto questo mi ha davvero aiutato perché io ero fuori dalla top 100, ma in quei giorni mi sono resa conto di potermela giocare con tutte. Solo la mia classifica non era all’altezza, e non mi permetteva di partecipare ai loro stessi tornei. Ho capito che dovevo progredire nel ranking per dimostrarlo”.

Al primo impegno dopo lo stop per pandemia, Krejcikova partecipa al WTA di Praga grazie a una wild card (in quel momento è numero 118 del ranking) e perde al secondo turno da Simona Halep per 3-6, 7-5, 6-2. Ha di fronte una Halep in ottima condizione, che avrebbe vinto non solo quel torneo, ma anche i successivi Internazionali di Italia, eppure Barbora nei primi due set gioca benissimo, impegnando molto seriamente la numero 2 del mondo. Il salto di qualità è evidente, e mancano solo le occasioni per confermarlo.

Arriva il Roland Garros 2020, lo Slam autunnale. Grazie ai forfait di diverse giocatrici, Krejcikova entra per la prima volta direttamente nel tabellone principale di un Major. Di fatto è la sua terza volta in assoluto in uno Slam, visto che in precedenza, su 17 tentativi, 15 volte non aveva superato le qualificazioni: solo in due occasioni era riuscita entrare nel main draw (Roland Garros 2018 e Australian Open 2020) . Ma quella che scende in campo a Parigi è ormai una giocatrice matura, molto più sicura di sé e delle proprie possibilità. E infatti raggiunge il quarto turno (sconfitta da Podoroska in tre set) dopo avere battuto Strycova e Pironkova.

La crescita si consolida ulteriormente nel 2021, con altri due passaggi fondamentali: la finale a Doha, torneo WTA 1000, persa contro Muguruza; e infine il primo successo in carriera, nel WTA 250 di Strasburgo. La vittoria nella finale alsaziana contro Sorana Cirstea è l’ultimo gradino che le serve per scendere in campo a Parigi senza porsi limiti.

a pagina 2: Krejcikova al Roland Garros 2021

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Steve Flink: “Il terzo set di Djokovic-Nadal al Roland Garros è stato il più bello della loro rivalità”

Ultimo video con il Direttore Scanagatta: Djokovic può fare il Grande Slam? La doppietta di Krejcikova e i difetti caratteriali di Zverev

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Rafael Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2021 (ph. ©Cédric Lecocq _ FFT)

Quella del 2021 è stata un’edizione del Roland Garros con tanti spunti e altrettanti momenti da ricordare, non c’è dubbio. Ubaldo Scanagatta e Steve Flink hanno provato a fare il punto, spaziando dalle grandi rimonte di Djokovic all’interruzione del regno di Rafa Nadal, con uno sguardo anche a Wimbledon già imminente. Di seguito il video:

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

1:14 – Su Djokovic-Nadal. Ubaldo: “Il terzo set è stato uno dei migliori set che abbia mai visto e anche Djokovic lo ha evidenziato come uno dei suoi migliori match giocati al Roland Garros”. Flink: “Nel primo set erano entrambi nervosi, non è stato un grande set, il secondo è stato giocato molto bene, il terzo è stato il miglior set che abbiano giocato l’uno contro l’altro, nel quarto Djokovic ha giocato benissimo mentre Nadal era esausto. È stata una grande performance da parte di Djokovic, una fantastica rimonta e un terzo set che tutti noi ricorderemo”. Ubaldo: “Nel terzo set ci sono stati sette game ai vantaggi, entrambi hanno avuto break point. Per quanto concerne le emozioni non potevamo chiedere di meglio, un ritmo e una intensità incredibili”.

 

4:40 – Flink: “Chiunque avesse vinto il terzo set avrebbe portato a casa il match”. Ubaldo: “Quando hanno iniziato il tie-break del terzo set la sensazione è stata la stessa. L’inizio del quarto set stava per smentirci, ma poi Djokovic ha vinto sei game di fila”. Flink: “Rafa sembrava una po’ scoraggiato, non sembrava avere la stessa fiducia in sé stesso che di solito lo contraddistingue”.

08:40 – Flink: “Djokovic ha fatto un gran lavoro sia agli Australian Open che a Parigi. L’anno scorso la sua priorità era il record di settimane da numero 1 e lo ha ottenuto, quest’anno il suo obiettivo era di vincere tutti e quattro gli Slam e ha conquistato i primi due dell’anno”.

09:40 – Sulla finale con Tsitsipas. Flink: “La partita è cambiata nel momento in cui ha fatto il break del 3-1 nel terzo set in quel game molto combattuto, da lì in avanti non hai più avuto problemi nei suoi turni di servizio”. Ubaldo: “A volte Tsitsipas gioca bene all’inizio e poi perde un po’ la concentrazione, ma da quel momento Djokovic non ha concesso più nulla”.

11:50 – Ubaldo: “Ci sono stati due Djokovic. Quello contro Nadal è stato molto emozionante, le urla, le grida, l’incoraggiarsi. In finale invece è stato un po’ piatto all’inizio, come se fosse stanco e volesse conservare le energie. Anche dopo la vittoria è stato molto calmo”.

17:00 – Flink: “Djokovic ricorderà questo torneo principalmente per il match contro Nadal, ma anche per aver trovato il modo di vincere questa finale dopo essersi trovato due set in svantaggio, anche se non era ispirato come lo era contro Nadal”.

18:50 – Ubaldo: “Djokovic è stato criticato per il suo modo di comportarsi contro Berrettini, quando ha urlato prima e dopo il match point. Nadal e Federer non si sarebbero mai comportati in quel modo”. Flink: “Aveva un sacco di emozioni represse nel match contro Berrettini. È una questione di personalità, esprime le sue emozioni ma è anche una persona cortese. Penso che i media e i fan lo prendano di mira. Non gli danno abbastanza credito per le sue qualità”.

24:45 – Su Tsitsipas-Zverev: Ubaldo: “Quando Zverev si avvicina alla rete e non sta troppo a fondocampo è il miglior atleta tra i giovani, insieme a Tsitsipas. È molto pericoloso sia con il dritto che con il rovescio”. Flink: “Concordo, e se Zverev avesse fatto il break nel primo game del quinto set avrebbe affrontato lui Djokovic in finale invece di Tsitsipas”.

26:00 – Sulla performance di Zverev: “Non puoi giocare in quel modo e poi lamentarti, non puoi permettere che uno come Tsitsipas vada due set sopra. Non credo lui abbia il giusto temperamento, perché si trova spesso in situazioni simili”.

28:20 – Sulle possibilità del Grande Slam. Ubaldo: “Adesso tutti parlano della possibilità di Djokovic di vincere tutti e quattro gli Slam, e per me è il favorito a Wimbledon, dove ha già vinto cinque volte, e probabilmente lo sarà anche allo US Open. Zverev forse è l’unico vero avversario di Novak a Wimbledon”. Flink: “Concordo con te, ma ricordiamoci del 2016, quando era nella stessa situazione di oggi e perse al terzo turno contro Querrey per eccesso di confidenza. Sarei molto sorpreso se una cosa del genere si ripetesse. Non sentirà la pressione a Wimbledon, mentre potrebbe avvertirla allo US Open”.

34:45 – Sul torneo femminile. Flink: “Speravo vincesse Sakkari, perché è dinamica sul campo, si muove bene ed è divertente da vedere in campo. Krejcikova e Pavlyuchekova hanno giocato una finale di buona qualità”. Ubaldo: “Principalmente il terzo set, perché nei primi due set non hanno mai giocato bene nello stesso momento”. Flink: “Krejcikova dovrebbe essere orgogliosa di quello che ha fatto, ha sconfitto Stephens, Gauff e salvato match point contro Sakkari”.

Transcript a cura di Giuseppe Di Paola

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ATP

ATP Queen’s: Sinner subito eliminato da Draper

Jannik serve per il set in entrambi i parziali che poi cede al tie-break al coetaneo n. 309 della classifica

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[WC] J. Draper b. [3] J. Sinner 7-6(6) 7-6(2)

Inizia con una sconfitta l’avventura sui prati di Jannik Sinner, sconfitto in due tie-break dal coetaneo Jack Draper nonostante le tante occasioni che ha saputo crearsi. L’azzurro ha infatti avuto sei palle per il 5-0, ha servito per chiudere in entrambi i parziali e mancato due set point nel primo. Draper, però, non ha mai smesso di crederci, a partire da quel quinto gioco – e soprattutto una volta vinto – che a conti fatti ha fatto la differenza.

È stato in assoluto il sesto incontro sull’erba per Jannik, il secondo in un tabellone principale, ovviamente tutti risalenti al 2019, sia per lo stop forzato dei circuiti di dodici mesi fa, sia per la scelta (se di scelta si può parlare) di rimanere sulla terra dei Futures italiani nella sua prima stagione da professionista. Si trattava invece della seconda apparizione nel Tour per Jack, meglio attrezzato dal punto di vista muscolare, dopo lo sfortunato esordio a Miami, quando, visibilmente stremato già da diversi punti, si accasciò a terra in preda alle vertigini alla fine del primo set.

 

IL MATCH – I giochi sono quasi tutti lottati, ma Jannik spinge bene con entrambi i fondamentali, si esibisce in un paio di ricami a chiudere le discese a rete in controtempo e vola avanti di due break, salvo poi restituirne uno dopo non essere riuscito a concretizzare le sei occasioni nel lunghissimo quinto game. Draper, al quale la scala discreta, arrotondata e probabilmente non aggiornata dell’ATP dà tre centimetri in più di Jannik in altezza, riesce finalmente a far valere le sue curve mancine – ottimo lo slice interno sull’erba ancora immacolata del Queen’s– e rimane in scia. Alla battuta per far suo il parziale, due brutti dritti in uscita dal servizio aprono uno spiraglio all’avversario che non si fa pregare e, piazzato un drittone vincente, approfitta di un altro gratuito altoatesino. Deluso e arrabbiato, Sinner non gioca al meglio neanche il successivo turno di risposta e viene agguantato sul 5 pari da un Draper ormai completamente in fiducia.

In un momento in cui gli scambi sono favorevoli al n. 309 ATP, Jannik estrae tre ace nulla meno che provvidenziali per giocarsi il tie-break. Di nuovo, il nostro ha l’occasione di chiudere con il vantaggio del servizio sul secondo set point consecutivo, ma perde gli appoggi finendo a terra e, benché sia felino nel rialzarsi, fallisce il colpo successivo. Il doppio fallo manda per la prima volta avanti Draper che cinico si prende il set, mentre l’azzurro mostra la sua stizza verso il proprio angolo. Sei ace per Jannik ma 57% di prime in campo trasformate solo nel 61% dei casi sono numeri non certo entusiasmanti sull’erba, per quanto di poco inferiori a quelli britannici.

Numeri che cambiano radicalmente in positivo per entrambi nella seconda partita che diventa molto più “da erba” e per sei giochi la risposta raccoglie davvero pochissimo. Poi, la prima di servizio abbandona la wild card, c’è anche un doppio fallo e Sinner ne approfitta immediatamente per passare in vantaggio. Di nuovo chiamato a chiudere con la battuta, Jannik manca ancora l’appuntamento, a dispetto di un bel regalo dell’altro e pagando con un errore uno scambio in controllo in cui avrebbe forse dovuto osare di più.

È ancora tie-break, dunque, e il diciannovenne di Sutton mette subito spazio tra sé e il nostro con un perfetto anticipo di rovescio lungolinea. È stato estremamente solido per tutto l’incontro, Draper, soprattutto in questo parziale e continua a tirare dritto come un treno fino alla chiusura con l’ace numero 11. Nel secondo set, Jannik ha finito con il pagare un prezzo pesante per quelle sole nove seconde di servizio a cui è dovuto ricorrere vincendo però appena due punti, ma in generale è mancata la freddezza nei momenti di vantaggio.

LE PAROLE DI JANNIK – La sfida inedita tra classe 2001 si è chiusa con un risultato inaspettato vista la notevole differenza di classifica e di esperienza a livello ATP tra i due e un tale livello da parte di Draper potrebbe aver sorpreso l’azzurro. “È un buon giocatore, l’avevo visto a Miami. Non so se abbia giocato il torneo junior a Wimbledon e fatto dei buoni risultati [è arrivato in finale nel 2018, gli fanno notare, ed è a suo agio sull’erba], ma ho cercato di concentrarmi su quello che dovevo fare io. All’inizio ha funzionato piuttosto bene, poi lui ha capito il mio gioco. Ha giocato i punti importanti meglio di me, mentre io non ho servito bene, cosa che mi capita già da un po’. ‘Sorpreso’ è una parola grossa, devi essere sempre preparato, ma credo che oggi lui abbia meritato la vittoria. Giornate così capitano. Si è allenato di più e ha maggiore esperienza di me sull’erba. Gli auguro buona fortuna, sperando che non abbia più infortuni – ne ha avuti un paio negli ultimi anni [frattura di un dito, tendinite al polso, ndr]. Nessun cambio di piani dopo l’uscita prematura al Queen’s, dove peraltro è iscritto anche al doppio insieme a Feliciano Lopez: “Abbiamo già il programma di allenamento per la prossima settimana, quindi giocherò solo a Wimbledon”.

Il tabellone completo

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