Tennis e mental coaching: il goal setting minuto per minuto

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Tennis e mental coaching: il goal setting minuto per minuto

Nuovo appuntamento con la rubrica mensile sul mental coaching: approfondiamo il goal setting, ovvero la definizione degli obiettivi. Come definirli e dare il massimo per realizzarli. Ottenendo così anche un altro risultato

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Come anticipato la volta scorsa, questo mese continuiamo a parlare di obiettivi. Soprattutto di come si definiscono, cioè di goal setting. Lo faremo andando a vedere un po’ più nel dettaglio le sei caratteristiche del modello di definizione degli obiettivi presentato quattro settimane fa, partendo dalla sintetica descrizione che ne avevamo fatto. Per capire ancora meglio come si struttura un obiettivo ben formato e quanto sia importante farlo se vogliamo veramente raggiungere i nostri obiettivi.

Espresso in forma positiva
L’attenzione deve essere focalizzata su quello che si vuole che accada, non su quello che si vuole evitare, di conseguenza l’obiettivo deve venir espresso in forma positiva.

Dell’importanza di esprimersi in positivo e del fatto che per il nostro inconscio c’è una enorme differenza tra il dire “Non voglio perdere di nuovo” e “Questa volta vincerò io” abbiamo già parlato negli articoli precedenti, non c’è molto da aggiungere. La mente si focalizza su quello che vuole (vincere) e non su quello che non vuole (perdere): perciò se vogliamo vincere allora sarà meglio pensare alla vittoria e non alla sconfitta.

 

Specifico e misurabile
Per essere motivati e determinati, per avere la forza mentale di puntare con tutte le proprie forze ad un obiettivo, bisogna essere chiari e precisi nel formularlo, non si può essere generici. L’obiettivo inoltre deve essere misurabile perché solo così si potrà verificare di averlo effettivamente raggiunto.

Per la nostra mente la frase “Voglio di più” non ha molto significato. Cosa intendiamo? Quanto di più? “Vorrei essere più felice” oppure “Vorrei essere più sicuro di me” sono senza dubbio degli ottimi propositi da porsi, ma non consentono alla nostra mente di attivarsi al meglio per realizzarli. Un classico esempio in ambito tennistico è il proposito di migliorare un determinato colpo. Sentiamo infatti spesso dire: “Voglio migliorare la mia seconda palla di servizio”. Bene, è sicuramente un’ottima idea, ma non è che dicendola, anche se ad alta voce e in presenza di testimoni, si è formulato correttamente un obiettivo. Si è solo espresso un desiderio. Se decidiamo veramente che migliorare il nostro secondo servizio è un nostro obiettivo, allora dobbiamo decidere come quantificare il nostro miglioramento e quanto vogliamo migliorarlo. Anche perché solo così sapremo di aver raggiunto veramente l’obiettivo. Dobbiamo perciò partire dalla situazione as is, dal cosiddetto stato attuale: in questo momento la nostra seconda palla raggiunge a fatica i 60 km/h e supera la rete solo se giochiamo all’aperto in favore di vento oppure il problema è che facciamo due doppi falli a game mentre un ace è un evento che si verifica ad ogni cambio stagione? E poi definire con precisione cosa vogliamo ottenere, cioè lo stato desiderato: riuscire a far andare la palla almeno a 100 km/h, magari mettendoci un po’ di taglio a uscire per renderla ancora più difficile da colpire per il nostro avversario, nel primo caso oppure arrivare a limitare i doppi falli ad un paio a set, puntando anche a fare almeno un ace a partita, nel secondo caso.

Le persone molto spesso non osano definire con chiarezza quello che vogliono perché temono di non riuscire a raggiungerlo e di rimanere delusi. “Che tu creda di farcela o di non farcela avrai comunque ragione”, diceva Henry Ford. Ma in realtà una parte di noi, nel profondo, sa che non avevamo ragione e rimarrà delusa lo stesso: perché stare fermi per paura di non farcela, alla fine significa comunque non farcela. Significa lasciare che un altro sogno, piccolo o grande che sia, ammuffisca nel cassetto. In un’intervista pubblicata su Ubitennis un paio di giorni fa, il tennista serbo Janko Tipsarevic parlava con chiarezza e onestà proprio di questo argomento, spiegando cosa gli ha permesso di dare una svolta alla sua carriera e diventare un top ten a 27 anni. “Fino ad allora non mi ero mai detto: ‘Voglio questo e questo’. Ero un fifone. Il 99% dei giovani giocatori, e in generale delle persone che non hanno successo, hanno soprattutto paura di se stessi. Non vogliono porsi degli obiettivi per poi rischiare di non raggiungerli.“ Solo definendo chiaramente il proprio obiettivo la mente riesce ad attivarsi per realizzarlo.

Acquisito e mantenuto sotto la propria responsabilità
L’obiettivo deve essere raggiungibile attraverso le azioni e le iniziative della persona, non deve dipendere dall’esterno o quantomeno il meno possibile.

Dobbiamo essere in grado di raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati grazie alle nostre azioni, l’influenza dei fattori esterni non deve essere determinante. Facciamo anche qui un esempio in campo tennistico: il tennista che si pone come obiettivo la vittoria di un torneo a squadre. Che sia la Coppa Davis, il campionato di serie A o quello di D2, con le dovute proporzioni il ragionamento non cambia: l’obiettivo non è sotto il totale controllo del giocatore perché dipende anche da vari fattori esterni, come gli avversari, gli arbitri ed i suoi stessi compagni di squadra. Lui infatti potrà giocare benissimo, come mai prima, ma se i suoi compagni invece forniranno delle prestazioni negative gli impediranno di realizzare il suo obiettivo. Ciò non significa che non sia un obiettivo da porsi, ma solo che dobbiamo essere coscienti del fatto che non è sotto il nostro controllo. A tale proposito, può essere utile andare a ridefinire l’obiettivo in termini di livello di prestazione che vorremo raggiungere in quella competizione, dato che questo invece sarebbe sotto il nostro controllo.

Ecologico
L’obiettivo deve essere coerente con la vita della persona, bisogna valutare l’impatto che il suo raggiungimento avrà in tutte gli ambiti della sua vita.

Una delle definizioni dell’aggettivo ecologico è “fatto in modo da rispettare l’ambiente“. Nel goal setting il significato è sostanzialmente lo stesso: l’obiettivo che ci poniamo non deve creare disequilibri nella nostra vita ed in quella delle persone a noi vicine, deve essere in linea con i nostri valori. L’ecologia di un obiettivo non di rado viene sottovalutata. Capita spesso infatti di non aver analizzato in profondità il proprio obiettivo e le ripercussioni che avrà negli altri ambiti della nostra vita. Nel dichiarare un obiettivo del tipo “Quest’anno mi alleno quattro volte a settimana, faccio una decina di tornei e divento 3.4” dobbiamo assolutamente considerare l’impatto che avrà sulla nostra vita. Sarà compatibile con tutto il resto? Se non sono uno sportivo professionista, ma lavoro e magari sono sposato/a con figli, riuscirò far collimare tutti i tasselli della mia vita? Il discorso non è poi così diverso ad alto livello, anche se chiaramente “il peso” degli obiettivi agonistici nella vita di uno sportivo professionista è molto maggiore: a questo tipo di domande devono comunque trovare una risposta anche i grandi campioni, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Novak Djokovic su come sono cambiate le priorità della sua vita dopo la nascita del figlio.

Nell’esempio in questione, se ho un lavoro in cui mi sveglio presto tutti i giorni, se devo accompagnare i figli ai scuola o ai loro allenamenti, se ho altri obblighi ed impegni, avrò il tempo per allenarmi quattro volte in sette giorni e per andare poi a disputare i tornei, magari finendo tardissimo la sera dopo essere arrivati al tennis club direttamente dal lavoro? Ci sono cose che si danno spesso per scontate – come il fatto di avere tutto il tempo necessario per allenarsi o che chi vive con noi accetterà tranquillamente di vederci a casa praticamente solo a colazione da maggio a settembre – per poi scoprire invece che quando c’è da declinare le attività necessarie per raggiungere il nostro obiettivo nella quotidianità così scontate non sono. Nel rispondere alla domanda “Lo vuoi veramente?”, che prima o dopo nel processo di goal setting deve arrivare (o meglio, dovrebbe arrivare), dovremo dare anche una risposta a questo tipo di domande. Oltre a capire se l’obiettivo che ci siamo posti è effettivamente importante per noi (può magari accadere di scoprire che non lo sia più, che era qualcosa che in realtà volevamo tempo addietro e a cui continuiamo a pensare invece di lasciarla andare) oppure scoperchiare un vaso di Pandora – come avevamo accennato la volta scorsa parlando di Andre Agassi e del padre – perché ci rivela che è in realtà puntiamo a raggiungere un obiettivo impostoci da qualcun altro. A tale proposito è interessante notare come sia accaduto spesso, a diversi livelli, che infortuni o “sfortunati eventi” che si ripresentavano ciclicamente e non permettevano di raggiungere gli obiettivi non si siano più verificati dopo che le persone hanno iniziato a fare un puntuale e corretto di lavoro di valutazione dell’ecologia dei propri obiettivi. Questo perché il nostro inconscio è molto sensibile all’ecologia dei nostri obiettivi, se c’è un conflitto interiore con gli altri ambiti della nostra vita o con i nostri valori in qualche modo lo fa emergere. Un importante motivo in più per rispondere con attenzione e sincerità alla domanda “Lo vuoi veramente?”. E soprattutto per farci sempre questa domanda quando ci poniamo un obiettivo.

Con una data di scadenza
Un obiettivo deve avere una scadenza. Stabilire un termine innesca un “timer” a livello mentale, che aiuterà a dettare i tempi delle azioni analizzate a raggiungere quell’obiettivo.

Bisogna mettere una data di scadenza al nostro obiettivo. Riprendiamo l’esempio citato alla fine dello scorso articolo, quello del tennista che assicura i suoi amici che “Quest’anno cambia tutto: mi rimetto in forma, perdo 5 kg, torno ad allenarmi 3 volte a settimana e vedi che come minimo arrivo in finale in un torneo di quarta”. Dire di voler perdere 5 kg non è sufficiente, anche se già è un primo passo (l’obiettivo è specifico ed è misurabile) rispetto ad un generico “voglio dimagrire.” Ma non basta. Devo anche stabilire entro quando voglio perderli, devo definire in quanto tempo voglio raggiungere il mio obiettivo. La scadenza attiva un timer nel nostro cervello, una specie di “sveglia mentale” che ci stimola a muoverci entro i tempi stabiliti. Gestire bene le scadenze ci permette di attivare il cosiddetto Eustress, lo stress positivo che ci permette di adattarci alle pressioni della vita e ci supporta nell’affrontare al meglio e nei tempi prestabiliti gli impegni importanti.

Ambizioso e fattibile
Un obiettivo, una volta definito, di fatto diventa mentalmente un tetto, un limite. Ecco perché è importante sia ambizioso, ma allo stesso tempo fattibile.

Ambizioso e fattibile, può sembrare una contraddizione. Ma non lo è. Un obiettivo ben formato deve possedere il giusto mix tra queste due caratteristiche. Deve poterci motivare ma anche poter essere realizzato. Se è ambizioso ma pressoché impossibile da raggiungere, poco alla volta ci demotiveremo invece di motivarci. Se invece è troppo facile da raggiungere accadrà che, magari inconsciamente, non ci impegneremo al massimo per perseguirlo. Per questo nel definire un obiettivo è fondamentale chiedere molto a noi stessi, ma essere anche estremamente obiettivi e coerenti. Dobbiamo sfidarci, ma anche darci l’oggettiva possibilità di farcela. Sapendo questo, è interessante andare a rileggere certe dichiarazioni di alcuni tennisti, perché possiamo vederle sotto un’altra luce. Ad esempio si sente dire ad un giocatore, che magari non è mai stato neanche top 30, “Punto ad entrare nella top 20”. A molti verrà spontaneo pensare che sia un po’ troppo ottimista (o magari presuntuoso). Invece c’è una frase, usata spesso nel coaching, che chiarisce bene cosa c’è alla base di quelle parole dal punto di vista motivazionale: “Mira alla luna. Anche se sbagli, atterrerai tra le stelle”. Come detto, quando fissiamo un obiettivo automaticamente stiamo fissando anche un limite mentale, perché a quel punto canalizzeremo le nostre energie per arrivare fino a lì, non oltre. Cosa sarebbe successo se invece ci fossimo posti l’obiettivo un po’ più in là?

Quel giocatore che vuole entrare tra i primi venti del mondo non sta quindi facendo lo sbruffone, non sta dicendo che il suo obiettivo è quello di battere i Fab Four nel prossimo Slam e poi vincerlo, ma si sta dando un obiettivo in cui sa di poter mettere veramente tutto se stesso nel raggiungerlo. È andato un po’ più il là. Magari l’obiettivo più “logico” era puntare ad entrare tra i primi trenta al mondo, ma definendo come obiettivo quello di diventare un top 20 – sicuramente molto più sfidante ma ancora fattibile – ha alzato l’asticella al massimo possibile. Nell’esempio in questione, in termini pratici – cioè di punti ATP – Ia differenza tra il n. 30 ed il n. 20 la fanno un quarto di finale di uno Slam ed una finale di un Masters 1000 in più. Guarda caso, proprio i risultati che un certo Albert Ramos-Vinolas ha ottenuto nell’ultimo anno e che gli hanno permesso di diventare un top 20 a ventinove anni suonati, lui che fino a un anno fa era entrato a malapena tra i primi quaranta. Lo avesse dichiarato esplicitamente come obiettivo dodici mesi fa, probabilmente molti avrebbero sorriso ironicamente. Invece lo spagnolo ha dimostrato, in silenzio, che si può mirare alla luna e talvolta anche centrarla. Facciamolo anche noi: senza esagerare, non accontentiamoci quando definiamo il nostro obiettivo. Facciamo quel passo in più. Mal che vada finiremo tra le stelle.

Da quanto descritto, risulta evidente l’importanza del coach nella fase del goal setting: il coach deve porre al coachee tutta le domande necessarie a definire puntualmente ogni singola caratteristica dell’obiettivo. Una volta completata la definizione degli obiettivi, il coach accompagnerà la persona nel successivo passaggio fondamentale: la definizione del piano d’azione per il loro raggiungimento. Ne parleremo la prossima volta.

In conclusione, una “pillola” che spesso viene trascurata. Alla fine del percorso, qualsiasi sia stato l’obiettivo raggiunto (la top 20, la promozione a 3.4, la finale del torneo di quarta, tornare a giocare un’oretta a settimana dopo quattro anni di inattività), ricordiamoci di fermarci un attimo e prenderci un momento per noi. E a quel punto fare quello che fece Novak Djokovic dopo aver vinto agli Australian Open del 2012 la più lunga finale di sempre di un torneo del Grande Slam, battendo Rafa Nadal 7-5 al quinto set dopo quasi sei ore di gioco. Negli spogliatoi della Rod Laver Arena Nole si concesse – lui che l’adora ma non la può mangiare in quanto intollerante al lattosio – un pezzo di cioccolata al latte. Guardiamoci allo specchio e congratuliamoci con noi stessi. Quando si raggiunge un obiettivo, è importante darsi “una pacca sulla spalla” per suggellare il fatto che ce l’abbiamo fatta. Spesso invece capita che raggiunto l’obiettivo iniziamo subito a pensare al domani. Ci abbiamo magari messo mesi di impegno e di sacrifici per ottenere quel risultato e voltiamo subito pagina. Al domani ci penseremo, ma dal giorno dopo. Riconoscere a se stessi di avercela fatta ha una importante valenza interiore, anche ai fini della motivazione inconscia che ci spingerà a raggiungere il nuovo obiettivo che ci prefiggeremo. Perché sarà molto probabile che punteremo ad un nuovo obiettivo, a realizzare un altro sogno: perché abbiamo imparato a farlo e nel farlo abbiamo anche scoperto, come già accennato la volta scorsa, qualcosa in più di molto importante. Abbiamo scoperto che lungo la strada che ci porta all’obiettivo impariamo a conoscerci un po’ di più. Per questo sarà difficile non puntare ad un nuovo obiettivo, visto che sarà un’opportunità per poter conoscere ancora qualcosa di noi stessi. Perché, come diceva lo scrittore e filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson, “quel che abbiamo alle spalle e quel che abbiamo davanti sono piccole cose se paragonate a ciò che abbiamo dentro”.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica): NLP Practitioner, NLP Master Practitione ed NLP Coach. È anche istruttore FIT e PTR.

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Steve Flink: “Il terzo set di Djokovic-Nadal al Roland Garros è stato il più bello della loro rivalità”

Ultimo video con il Direttore Scanagatta: Djokovic può fare il Grande Slam? La doppietta di Krejcikova e i difetti caratteriali di Zverev

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Rafael Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2021 (ph. ©Cédric Lecocq _ FFT)

Quella del 2021 è stata un’edizione del Roland Garros con tanti spunti e altrettanti momenti da ricordare, non c’è dubbio. Ubaldo Scanagatta e Steve Flink hanno provato a fare il punto, spaziando dalle grandi rimonte di Djokovic all’interruzione del regno di Rafa Nadal, con uno sguardo anche a Wimbledon già imminente. Di seguito il video:

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

1:14 – Su Djokovic-Nadal. Ubaldo: “Il terzo set è stato uno dei migliori set che abbia mai visto e anche Djokovic lo ha evidenziato come uno dei suoi migliori match giocati al Roland Garros”. Flink: “Nel primo set erano entrambi nervosi, non è stato un grande set, il secondo è stato giocato molto bene, il terzo è stato il miglior set che abbiano giocato l’uno contro l’altro, nel quarto Djokovic ha giocato benissimo mentre Nadal era esausto. È stata una grande performance da parte di Djokovic, una fantastica rimonta e un terzo set che tutti noi ricorderemo”. Ubaldo: “Nel terzo set ci sono stati sette game ai vantaggi, entrambi hanno avuto break point. Per quanto concerne le emozioni non potevamo chiedere di meglio, un ritmo e una intensità incredibili”.

 

4:40 – Flink: “Chiunque avesse vinto il terzo set avrebbe portato a casa il match”. Ubaldo: “Quando hanno iniziato il tie-break del terzo set la sensazione è stata la stessa. L’inizio del quarto set stava per smentirci, ma poi Djokovic ha vinto sei game di fila”. Flink: “Rafa sembrava una po’ scoraggiato, non sembrava avere la stessa fiducia in sé stesso che di solito lo contraddistingue”.

08:40 – Flink: “Djokovic ha fatto un gran lavoro sia agli Australian Open che a Parigi. L’anno scorso la sua priorità era il record di settimane da numero 1 e lo ha ottenuto, quest’anno il suo obiettivo era di vincere tutti e quattro gli Slam e ha conquistato i primi due dell’anno”.

09:40 – Sulla finale con Tsitsipas. Flink: “La partita è cambiata nel momento in cui ha fatto il break del 3-1 nel terzo set in quel game molto combattuto, da lì in avanti non hai più avuto problemi nei suoi turni di servizio”. Ubaldo: “A volte Tsitsipas gioca bene all’inizio e poi perde un po’ la concentrazione, ma da quel momento Djokovic non ha concesso più nulla”.

11:50 – Ubaldo: “Ci sono stati due Djokovic. Quello contro Nadal è stato molto emozionante, le urla, le grida, l’incoraggiarsi. In finale invece è stato un po’ piatto all’inizio, come se fosse stanco e volesse conservare le energie. Anche dopo la vittoria è stato molto calmo”.

17:00 – Flink: “Djokovic ricorderà questo torneo principalmente per il match contro Nadal, ma anche per aver trovato il modo di vincere questa finale dopo essersi trovato due set in svantaggio, anche se non era ispirato come lo era contro Nadal”.

18:50 – Ubaldo: “Djokovic è stato criticato per il suo modo di comportarsi contro Berrettini, quando ha urlato prima e dopo il match point. Nadal e Federer non si sarebbero mai comportati in quel modo”. Flink: “Aveva un sacco di emozioni represse nel match contro Berrettini. È una questione di personalità, esprime le sue emozioni ma è anche una persona cortese. Penso che i media e i fan lo prendano di mira. Non gli danno abbastanza credito per le sue qualità”.

24:45 – Su Tsitsipas-Zverev: Ubaldo: “Quando Zverev si avvicina alla rete e non sta troppo a fondocampo è il miglior atleta tra i giovani, insieme a Tsitsipas. È molto pericoloso sia con il dritto che con il rovescio”. Flink: “Concordo, e se Zverev avesse fatto il break nel primo game del quinto set avrebbe affrontato lui Djokovic in finale invece di Tsitsipas”.

26:00 – Sulla performance di Zverev: “Non puoi giocare in quel modo e poi lamentarti, non puoi permettere che uno come Tsitsipas vada due set sopra. Non credo lui abbia il giusto temperamento, perché si trova spesso in situazioni simili”.

28:20 – Sulle possibilità del Grande Slam. Ubaldo: “Adesso tutti parlano della possibilità di Djokovic di vincere tutti e quattro gli Slam, e per me è il favorito a Wimbledon, dove ha già vinto cinque volte, e probabilmente lo sarà anche allo US Open. Zverev forse è l’unico vero avversario di Novak a Wimbledon”. Flink: “Concordo con te, ma ricordiamoci del 2016, quando era nella stessa situazione di oggi e perse al terzo turno contro Querrey per eccesso di confidenza. Sarei molto sorpreso se una cosa del genere si ripetesse. Non sentirà la pressione a Wimbledon, mentre potrebbe avvertirla allo US Open”.

34:45 – Sul torneo femminile. Flink: “Speravo vincesse Sakkari, perché è dinamica sul campo, si muove bene ed è divertente da vedere in campo. Krejcikova e Pavlyuchekova hanno giocato una finale di buona qualità”. Ubaldo: “Principalmente il terzo set, perché nei primi due set non hanno mai giocato bene nello stesso momento”. Flink: “Krejcikova dovrebbe essere orgogliosa di quello che ha fatto, ha sconfitto Stephens, Gauff e salvato match point contro Sakkari”.

Transcript a cura di Giuseppe Di Paola

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ATP

ATP Halle: Federer va al minimo, Ivashka cede comunque in due set

Lo svizzero vince all’esordio contro il qualificato bielorusso nonostante molte incertezze in risposta. Affronterà il vincente di Auger-Aliassime vs Hurkacz

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[5] R. Federer vs [Q] I. Ivashka 7-6(4) 7-5

Il primo match su erba di Roger Federer dopo due anni ha avuto tutte le caratteristiche di un match di rodaggio che si è concluso nel modo più positivo possibile: una vittoria in due set..

Il bielorusso Ilya Ivashka aveva passato brillantemente le qualificazioni e specialmente nel primo set sembrava più a suo agio sul campo del suo pluridecorato avversario. Federer ha avuto enormi difficoltà alla risposta raccogliendo appena due punti fino al tie-break. Era stato dunque l’elvetico ad annullare le uniche palle break del parziale sul 15-40 nel quarto gioco. Federer è apparso guardingo e circospetto nei movimenti sulla scivolosa erba tedesca, attenzione che Roger ha spiegato così:
“Qui è molto diverso da Wimbledon, perché fanno crescere questi blocchi d’erba fuori e poi li portano dentro lo stadio. In pratica dopo un paio di giorni nella fascia centrale possono già esserci rimbalzi irregolari. A Wimbledon è tutto diverso. Quando ero giovane c’era l’idea che giocare una volée fosse sempre meglio di giocare un passante. Oggi non è più così.”

 

Una volta arrivato al tie-break, Federer ha ingranato la marcia in risposta prendendo più punti (3) di tutto il set in precedenza. Arrivato fino al 6-1, ha chiuso infine 7-4 dopo essersi concesso un doppio fallo.

Nel secondo set, Federer è più attento in ribattuta e sembra non avere alcuna intenzione di portarsi l’avversario fino al tie-break. Ha già un match point sul 5-4 annullato dal bielorusso con una tremebonda volée vincente deviata dal nastro. Infine cede la battuta nel dodicesimo gioco con l’elvetico capace di alzare ancora i giri del motore. In conferenza stampa Roger è apparso soddisfatto:
“Sono contento di aver superato questo primo test dopo che Parigi mi aveva già dato buoni segnali. Sono felice di giocare di nuovo sull’erba soprattutto”

Intanto già dagli ottavi di finale la qualità dei suoi avversari si alzerà notevolmente: Federer attende il vincente del match tra Felix Auger-Aliassime e Hubert Hurkacz.

Negli altri incontri di giornata si segnala il ritiro di David Goffin costretto ad abbandonare dopo una scivolata sul prato contro il francese Moutet.

Il tabellone completo

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evidenza

Pagelle Roland Garros: Parigi ha il suo Re Nole

Novak Djokovic ferma l’assalto di Tsitsipas. Nadal si arrende, Federer si allena. L’Italia c’è e tra le donne è ancora rivoluzione

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Novak Djokovic con il trofeo - Roland Garros 2021 (foto Twitter @RolandGarros)

“Il tennis sono io” avrebbe detto Luigi XIV, se invece di governare la Francia si fosse occupato di tennis. L’ancien règime continua a dominare il tennis, non c’è spazio per le rivoluzioni. Il Re Sole e il Re Nole hanno in comune il regno più lungo della storia. E non finisce qui. Novak Djokovic (10) ha sconfitto anche la cabala e la maledizione di Rafa Nadal (7) e di chi lo batte al Roland Garros ogni sei anni, sempre sconfitto in finale da un rovescio ad una mano. E soprattutto ha sconfitto anche il pronostico del duo dei gufi Wilander e Becker che lo avevano dato sicuro vincente: a questo punto il Grande Slam è cosa fatta.
Stefanos Tsitsipas (9) ci ha provato, ha accarezzato il sogno ma ha dovuto arrendersi alla legge del più grande: dura per Apollo cedere nuovamente ad un passo dal trionfo, ma la prima finale Slam non sarà l’ultima e prima o poi questi vecchiacci si toglieranno di torno (lo diciamo da quindici anni, ma non ditelo a questi ventenni che altrimenti si intristiscono come i Raonic e i Dimitrov).

Ci dispiace però, perché  sono iniziati gli Europei di calcio e, non avendo il tempo di occuparci di sport minori come il tennis, avevamo anticipato la stesura delle pagelle. D’altra parte che poteva succedere in questo torneo che è sempre uguale da 20 anni a questa parte? 10 e lode a Nadal, al suo quattordicesimo trionfo e – Swiatek, troppo più forte delle altre. Saluti e baci.
E invece no, Rafael Nadal stavolta si è arreso in semifinale e Swiatek (6) addirittura ai quarti, sorpresa da una scatenata Sakkari (7) poi arresasi alla futura campionessa.

Krejcikova (10) ha battuto in finale Pavlyuchenkova (9) ma non chiedeteci troppo, già è tanto se abbiamo scritto i cognomi senza errori e non potete chiederci un parere tecnico perché non abbiamo avuto il coraggio di seguire il torneo femminile dopo l’eliminazione di Camila Giorgi (6) e Petra Kvitova (SV) cui urge una benedizione.

 

E soprattutto dopo l’affaire Osaka (S.P.) che ha deciso di parlare solo con Santoro e poi ha salutato la compagnia: preferiamo il silenzio anche noi, altrimenti saremmo accusati di razzismo, sessismo e insensibilità verso i problemi riguardanti la salute mentale.

Daniil Medvedev (6,5) per la prima volta si è fatto piacere la terra rossa e poi non le ha mandate a dire agli organizzatori, rei di essersi venduti ad Amazon, tradendo gli spettatori.
D’altra parte i francesi, già meravigliosi nell’imporre il coprifuoco con lo svuotamento delle tribune, ma non per Djokovic-Nadal,  hanno dimostrato tutta la loro genialità nel programmare in tarda serata e senza pubblico l’ultimo match in carriera a Parigi di Tsonga, Carla Suarez Navarro e forse di un certo svizzero.

Eh già, nella Ville Lumiere si è rivisto Roger Federer (7), che zitto zitto sta meno peggio di come si temeva. Solo che oramai qualsiasi  cosa faccia Roger, non se ne può parlare bene. Ha battuto Istomin, e l’uzbeko è un ex giocatore. Ha superato Cilic, e il croato oramai è finito (intanto ha vinto a Stoccarda, dove Auger-Aliassime ha perso la ottava finale su otto disputate: alla decima in omaggio un piatto d’argento gigante con l’effigie di Toto Cutugno). Ha vinto stringendo i denti contro  Koepfer (0 allo sputo che ha poi ispirato anche Nole…) salvo ritirarsi dagli ottavi e apriti cielo: non si  offende così il Roland Garros, non si usa uno Slam per allenarsi per un altro! La prossima volta deve rompersi in campo, così avrà onorato il torneo.

Comunque, che Roger stesse bene lo si era capito da come hanno giocato quelli che si sono allenati con lui. Andreas Seppi (7) ha battuto uno che potrebbe essere suo nipote. Lorenzo Musetti (9) ha deliziato il mondo e per due ore e mezza ha anche mandato ai matti il futuro Re Nole.

Ma attenzione, bisogna  andarci cauti con Lorenzo, non bisogna caricarlo di troppe pressioni, non bisogna pretendere troppo, è giusto che cresca con calma senza troppe aspettative e senza paragoni importanti: insomma per un Roger Federer che si ritira, abbiamo già trovato il Federer de noantri, con la differenza che Musetti ha un rovescio superiore e sulla terra è decisamente più solido.

Non come Jannik Sinner (7), chiaramente  un giocatore finito, incapace addirittura di battere un Nadal oramai a fine carriera. Praticamente Jannik farebbe bene a tornare allo sci, con il tennis è meglio chiudere subito, meglio ammettere che abbiamo preso tutti un grande abbaglio…

Sia chiaro, anche Matteo Berrettini (8), incapace di battere un Djokovic oramai stremato, ha dimostrato di essere un giocatore ampiamente sopravvalutato, che chissà come ha raggiunto una semifinale a New York, ma che non vale la classifica che ha, classifica per grazia ricevuta.
Ah, che bei tempi, quando il martedì della prima settimana non c’erano più italiani in gara: adesso invece siamo costretti a  leggere fesserie colossali sui nostri fin quasi alla fine del torneo…

Cos’altro aggiungere su questo torneo? Beh che Zverev (8) si è confermato più forte che simpatico (e in più abbiamo il fratello che ci ha raccontato la qualsiasi nel bel mezzo di ogni partita) e che Serena Williams (5) è oramai a terra sulla terra, ma a Wimbledon potrà ancora dire la sua.

Ci sono poi dei brutti voti da dispensare, a Sonego (4) e Rublev (4) ma soprattutto a Thiem (3): vedete cosa succede a chi si permette di iscrivere il proprio nome in un albo d’oro di uno Slam non essendo uno di quei 3? Dominic sembra un desaparecido, e se pensate a come stanno messi Wawrinka, Murray, del Potro e Cilic capirete che, in fondo in fondo, è meglio non disturbare troppo gli Dei…

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