Tennis e mental coaching: il goal setting minuto per minuto

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Tennis e mental coaching: il goal setting minuto per minuto

Nuovo appuntamento con la rubrica mensile sul mental coaching: approfondiamo il goal setting, ovvero la definizione degli obiettivi. Come definirli e dare il massimo per realizzarli. Ottenendo così anche un altro risultato

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Come anticipato la volta scorsa, questo mese continuiamo a parlare di obiettivi. Soprattutto di come si definiscono, cioè di goal setting. Lo faremo andando a vedere un po’ più nel dettaglio le sei caratteristiche del modello di definizione degli obiettivi presentato quattro settimane fa, partendo dalla sintetica descrizione che ne avevamo fatto. Per capire ancora meglio come si struttura un obiettivo ben formato e quanto sia importante farlo se vogliamo veramente raggiungere i nostri obiettivi.

Espresso in forma positiva
L’attenzione deve essere focalizzata su quello che si vuole che accada, non su quello che si vuole evitare, di conseguenza l’obiettivo deve venir espresso in forma positiva.

Dell’importanza di esprimersi in positivo e del fatto che per il nostro inconscio c’è una enorme differenza tra il dire “Non voglio perdere di nuovo” e “Questa volta vincerò io” abbiamo già parlato negli articoli precedenti, non c’è molto da aggiungere. La mente si focalizza su quello che vuole (vincere) e non su quello che non vuole (perdere): perciò se vogliamo vincere allora sarà meglio pensare alla vittoria e non alla sconfitta.

 

Specifico e misurabile
Per essere motivati e determinati, per avere la forza mentale di puntare con tutte le proprie forze ad un obiettivo, bisogna essere chiari e precisi nel formularlo, non si può essere generici. L’obiettivo inoltre deve essere misurabile perché solo così si potrà verificare di averlo effettivamente raggiunto.

Per la nostra mente la frase “Voglio di più” non ha molto significato. Cosa intendiamo? Quanto di più? “Vorrei essere più felice” oppure “Vorrei essere più sicuro di me” sono senza dubbio degli ottimi propositi da porsi, ma non consentono alla nostra mente di attivarsi al meglio per realizzarli. Un classico esempio in ambito tennistico è il proposito di migliorare un determinato colpo. Sentiamo infatti spesso dire: “Voglio migliorare la mia seconda palla di servizio”. Bene, è sicuramente un’ottima idea, ma non è che dicendola, anche se ad alta voce e in presenza di testimoni, si è formulato correttamente un obiettivo. Si è solo espresso un desiderio. Se decidiamo veramente che migliorare il nostro secondo servizio è un nostro obiettivo, allora dobbiamo decidere come quantificare il nostro miglioramento e quanto vogliamo migliorarlo. Anche perché solo così sapremo di aver raggiunto veramente l’obiettivo. Dobbiamo perciò partire dalla situazione as is, dal cosiddetto stato attuale: in questo momento la nostra seconda palla raggiunge a fatica i 60 km/h e supera la rete solo se giochiamo all’aperto in favore di vento oppure il problema è che facciamo due doppi falli a game mentre un ace è un evento che si verifica ad ogni cambio stagione? E poi definire con precisione cosa vogliamo ottenere, cioè lo stato desiderato: riuscire a far andare la palla almeno a 100 km/h, magari mettendoci un po’ di taglio a uscire per renderla ancora più difficile da colpire per il nostro avversario, nel primo caso oppure arrivare a limitare i doppi falli ad un paio a set, puntando anche a fare almeno un ace a partita, nel secondo caso.

Le persone molto spesso non osano definire con chiarezza quello che vogliono perché temono di non riuscire a raggiungerlo e di rimanere delusi. “Che tu creda di farcela o di non farcela avrai comunque ragione”, diceva Henry Ford. Ma in realtà una parte di noi, nel profondo, sa che non avevamo ragione e rimarrà delusa lo stesso: perché stare fermi per paura di non farcela, alla fine significa comunque non farcela. Significa lasciare che un altro sogno, piccolo o grande che sia, ammuffisca nel cassetto. In un’intervista pubblicata su Ubitennis un paio di giorni fa, il tennista serbo Janko Tipsarevic parlava con chiarezza e onestà proprio di questo argomento, spiegando cosa gli ha permesso di dare una svolta alla sua carriera e diventare un top ten a 27 anni. “Fino ad allora non mi ero mai detto: ‘Voglio questo e questo’. Ero un fifone. Il 99% dei giovani giocatori, e in generale delle persone che non hanno successo, hanno soprattutto paura di se stessi. Non vogliono porsi degli obiettivi per poi rischiare di non raggiungerli.“ Solo definendo chiaramente il proprio obiettivo la mente riesce ad attivarsi per realizzarlo.

Acquisito e mantenuto sotto la propria responsabilità
L’obiettivo deve essere raggiungibile attraverso le azioni e le iniziative della persona, non deve dipendere dall’esterno o quantomeno il meno possibile.

Dobbiamo essere in grado di raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati grazie alle nostre azioni, l’influenza dei fattori esterni non deve essere determinante. Facciamo anche qui un esempio in campo tennistico: il tennista che si pone come obiettivo la vittoria di un torneo a squadre. Che sia la Coppa Davis, il campionato di serie A o quello di D2, con le dovute proporzioni il ragionamento non cambia: l’obiettivo non è sotto il totale controllo del giocatore perché dipende anche da vari fattori esterni, come gli avversari, gli arbitri ed i suoi stessi compagni di squadra. Lui infatti potrà giocare benissimo, come mai prima, ma se i suoi compagni invece forniranno delle prestazioni negative gli impediranno di realizzare il suo obiettivo. Ciò non significa che non sia un obiettivo da porsi, ma solo che dobbiamo essere coscienti del fatto che non è sotto il nostro controllo. A tale proposito, può essere utile andare a ridefinire l’obiettivo in termini di livello di prestazione che vorremo raggiungere in quella competizione, dato che questo invece sarebbe sotto il nostro controllo.

Ecologico
L’obiettivo deve essere coerente con la vita della persona, bisogna valutare l’impatto che il suo raggiungimento avrà in tutte gli ambiti della sua vita.

Una delle definizioni dell’aggettivo ecologico è “fatto in modo da rispettare l’ambiente“. Nel goal setting il significato è sostanzialmente lo stesso: l’obiettivo che ci poniamo non deve creare disequilibri nella nostra vita ed in quella delle persone a noi vicine, deve essere in linea con i nostri valori. L’ecologia di un obiettivo non di rado viene sottovalutata. Capita spesso infatti di non aver analizzato in profondità il proprio obiettivo e le ripercussioni che avrà negli altri ambiti della nostra vita. Nel dichiarare un obiettivo del tipo “Quest’anno mi alleno quattro volte a settimana, faccio una decina di tornei e divento 3.4” dobbiamo assolutamente considerare l’impatto che avrà sulla nostra vita. Sarà compatibile con tutto il resto? Se non sono uno sportivo professionista, ma lavoro e magari sono sposato/a con figli, riuscirò far collimare tutti i tasselli della mia vita? Il discorso non è poi così diverso ad alto livello, anche se chiaramente “il peso” degli obiettivi agonistici nella vita di uno sportivo professionista è molto maggiore: a questo tipo di domande devono comunque trovare una risposta anche i grandi campioni, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Novak Djokovic su come sono cambiate le priorità della sua vita dopo la nascita del figlio.

Nell’esempio in questione, se ho un lavoro in cui mi sveglio presto tutti i giorni, se devo accompagnare i figli ai scuola o ai loro allenamenti, se ho altri obblighi ed impegni, avrò il tempo per allenarmi quattro volte in sette giorni e per andare poi a disputare i tornei, magari finendo tardissimo la sera dopo essere arrivati al tennis club direttamente dal lavoro? Ci sono cose che si danno spesso per scontate – come il fatto di avere tutto il tempo necessario per allenarsi o che chi vive con noi accetterà tranquillamente di vederci a casa praticamente solo a colazione da maggio a settembre – per poi scoprire invece che quando c’è da declinare le attività necessarie per raggiungere il nostro obiettivo nella quotidianità così scontate non sono. Nel rispondere alla domanda “Lo vuoi veramente?”, che prima o dopo nel processo di goal setting deve arrivare (o meglio, dovrebbe arrivare), dovremo dare anche una risposta a questo tipo di domande. Oltre a capire se l’obiettivo che ci siamo posti è effettivamente importante per noi (può magari accadere di scoprire che non lo sia più, che era qualcosa che in realtà volevamo tempo addietro e a cui continuiamo a pensare invece di lasciarla andare) oppure scoperchiare un vaso di Pandora – come avevamo accennato la volta scorsa parlando di Andre Agassi e del padre – perché ci rivela che è in realtà puntiamo a raggiungere un obiettivo impostoci da qualcun altro. A tale proposito è interessante notare come sia accaduto spesso, a diversi livelli, che infortuni o “sfortunati eventi” che si ripresentavano ciclicamente e non permettevano di raggiungere gli obiettivi non si siano più verificati dopo che le persone hanno iniziato a fare un puntuale e corretto di lavoro di valutazione dell’ecologia dei propri obiettivi. Questo perché il nostro inconscio è molto sensibile all’ecologia dei nostri obiettivi, se c’è un conflitto interiore con gli altri ambiti della nostra vita o con i nostri valori in qualche modo lo fa emergere. Un importante motivo in più per rispondere con attenzione e sincerità alla domanda “Lo vuoi veramente?”. E soprattutto per farci sempre questa domanda quando ci poniamo un obiettivo.

Con una data di scadenza
Un obiettivo deve avere una scadenza. Stabilire un termine innesca un “timer” a livello mentale, che aiuterà a dettare i tempi delle azioni analizzate a raggiungere quell’obiettivo.

Bisogna mettere una data di scadenza al nostro obiettivo. Riprendiamo l’esempio citato alla fine dello scorso articolo, quello del tennista che assicura i suoi amici che “Quest’anno cambia tutto: mi rimetto in forma, perdo 5 kg, torno ad allenarmi 3 volte a settimana e vedi che come minimo arrivo in finale in un torneo di quarta”. Dire di voler perdere 5 kg non è sufficiente, anche se già è un primo passo (l’obiettivo è specifico ed è misurabile) rispetto ad un generico “voglio dimagrire.” Ma non basta. Devo anche stabilire entro quando voglio perderli, devo definire in quanto tempo voglio raggiungere il mio obiettivo. La scadenza attiva un timer nel nostro cervello, una specie di “sveglia mentale” che ci stimola a muoverci entro i tempi stabiliti. Gestire bene le scadenze ci permette di attivare il cosiddetto Eustress, lo stress positivo che ci permette di adattarci alle pressioni della vita e ci supporta nell’affrontare al meglio e nei tempi prestabiliti gli impegni importanti.

Ambizioso e fattibile
Un obiettivo, una volta definito, di fatto diventa mentalmente un tetto, un limite. Ecco perché è importante sia ambizioso, ma allo stesso tempo fattibile.

Ambizioso e fattibile, può sembrare una contraddizione. Ma non lo è. Un obiettivo ben formato deve possedere il giusto mix tra queste due caratteristiche. Deve poterci motivare ma anche poter essere realizzato. Se è ambizioso ma pressoché impossibile da raggiungere, poco alla volta ci demotiveremo invece di motivarci. Se invece è troppo facile da raggiungere accadrà che, magari inconsciamente, non ci impegneremo al massimo per perseguirlo. Per questo nel definire un obiettivo è fondamentale chiedere molto a noi stessi, ma essere anche estremamente obiettivi e coerenti. Dobbiamo sfidarci, ma anche darci l’oggettiva possibilità di farcela. Sapendo questo, è interessante andare a rileggere certe dichiarazioni di alcuni tennisti, perché possiamo vederle sotto un’altra luce. Ad esempio si sente dire ad un giocatore, che magari non è mai stato neanche top 30, “Punto ad entrare nella top 20”. A molti verrà spontaneo pensare che sia un po’ troppo ottimista (o magari presuntuoso). Invece c’è una frase, usata spesso nel coaching, che chiarisce bene cosa c’è alla base di quelle parole dal punto di vista motivazionale: “Mira alla luna. Anche se sbagli, atterrerai tra le stelle”. Come detto, quando fissiamo un obiettivo automaticamente stiamo fissando anche un limite mentale, perché a quel punto canalizzeremo le nostre energie per arrivare fino a lì, non oltre. Cosa sarebbe successo se invece ci fossimo posti l’obiettivo un po’ più in là?

Quel giocatore che vuole entrare tra i primi venti del mondo non sta quindi facendo lo sbruffone, non sta dicendo che il suo obiettivo è quello di battere i Fab Four nel prossimo Slam e poi vincerlo, ma si sta dando un obiettivo in cui sa di poter mettere veramente tutto se stesso nel raggiungerlo. È andato un po’ più il là. Magari l’obiettivo più “logico” era puntare ad entrare tra i primi trenta al mondo, ma definendo come obiettivo quello di diventare un top 20 – sicuramente molto più sfidante ma ancora fattibile – ha alzato l’asticella al massimo possibile. Nell’esempio in questione, in termini pratici – cioè di punti ATP – Ia differenza tra il n. 30 ed il n. 20 la fanno un quarto di finale di uno Slam ed una finale di un Masters 1000 in più. Guarda caso, proprio i risultati che un certo Albert Ramos-Vinolas ha ottenuto nell’ultimo anno e che gli hanno permesso di diventare un top 20 a ventinove anni suonati, lui che fino a un anno fa era entrato a malapena tra i primi quaranta. Lo avesse dichiarato esplicitamente come obiettivo dodici mesi fa, probabilmente molti avrebbero sorriso ironicamente. Invece lo spagnolo ha dimostrato, in silenzio, che si può mirare alla luna e talvolta anche centrarla. Facciamolo anche noi: senza esagerare, non accontentiamoci quando definiamo il nostro obiettivo. Facciamo quel passo in più. Mal che vada finiremo tra le stelle.

Da quanto descritto, risulta evidente l’importanza del coach nella fase del goal setting: il coach deve porre al coachee tutta le domande necessarie a definire puntualmente ogni singola caratteristica dell’obiettivo. Una volta completata la definizione degli obiettivi, il coach accompagnerà la persona nel successivo passaggio fondamentale: la definizione del piano d’azione per il loro raggiungimento. Ne parleremo la prossima volta.

In conclusione, una “pillola” che spesso viene trascurata. Alla fine del percorso, qualsiasi sia stato l’obiettivo raggiunto (la top 20, la promozione a 3.4, la finale del torneo di quarta, tornare a giocare un’oretta a settimana dopo quattro anni di inattività), ricordiamoci di fermarci un attimo e prenderci un momento per noi. E a quel punto fare quello che fece Novak Djokovic dopo aver vinto agli Australian Open del 2012 la più lunga finale di sempre di un torneo del Grande Slam, battendo Rafa Nadal 7-5 al quinto set dopo quasi sei ore di gioco. Negli spogliatoi della Rod Laver Arena Nole si concesse – lui che l’adora ma non la può mangiare in quanto intollerante al lattosio – un pezzo di cioccolata al latte. Guardiamoci allo specchio e congratuliamoci con noi stessi. Quando si raggiunge un obiettivo, è importante darsi “una pacca sulla spalla” per suggellare il fatto che ce l’abbiamo fatta. Spesso invece capita che raggiunto l’obiettivo iniziamo subito a pensare al domani. Ci abbiamo magari messo mesi di impegno e di sacrifici per ottenere quel risultato e voltiamo subito pagina. Al domani ci penseremo, ma dal giorno dopo. Riconoscere a se stessi di avercela fatta ha una importante valenza interiore, anche ai fini della motivazione inconscia che ci spingerà a raggiungere il nuovo obiettivo che ci prefiggeremo. Perché sarà molto probabile che punteremo ad un nuovo obiettivo, a realizzare un altro sogno: perché abbiamo imparato a farlo e nel farlo abbiamo anche scoperto, come già accennato la volta scorsa, qualcosa in più di molto importante. Abbiamo scoperto che lungo la strada che ci porta all’obiettivo impariamo a conoscerci un po’ di più. Per questo sarà difficile non puntare ad un nuovo obiettivo, visto che sarà un’opportunità per poter conoscere ancora qualcosa di noi stessi. Perché, come diceva lo scrittore e filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson, “quel che abbiamo alle spalle e quel che abbiamo davanti sono piccole cose se paragonate a ciò che abbiamo dentro”.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica): NLP Practitioner, NLP Master Practitione ed NLP Coach. È anche istruttore FIT e PTR.

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WTA

WTA Tenerife: Giorgi ai quarti in scioltezza

Camila gioca una partita quasi perfetta e vola ai quarti, dove aspetta Minnen o Rus. Zheng e Begu vincono alla distanza contro Tauson e Vekic

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[4] C. Giorgi b. D. Kovinic 6-1 6-2

Dopo la rocambolesca vittoria al primo turno contro Bolsova, Camila Giorgi ha disputato un match pressoché perfetto liquidando Danka Kovinic con un sonoro 6-1 6-2 e guadagnandosi l’accesso ai quarti di finale. L’azzurra è apparsa lontana parente della Camila estremamente nervosa e fallosa vista all’esordio nel torneo ed è riuscita a ridurre ai minimi termini l’avversaria nello scambio con una prova balistica davvero di prim’ordine.

Camila fronteggia e salva una palla break nel primissimo game dell’incontro, poi cambia marcia in maniera repentina. Il ritmo imposto dall’italiana è insostenibile per Kovinic, che molto spesso si ritrova a dover osservare impotente i vincenti che le scorrono accanto. Dopo 19 minuti Camila è già avanti 4-0 e poco dopo sale 5-0. Un moto d’orgoglio evita a Kovinic l’onta del bagel, ma non la perdita del primo set che si chiude 6-1 in mezz’ora circa di gioco. Anche nel secondo set Giorgi parte alla grande e si invola sul 3-0. Qui si registra l’unico momento di incertezza dell’azzurra che commette tre doppi falli nello stesso game e restituisce uno dei due break. Camila ha l’occasione di riprendersi subito il doppio vantaggio, ma non converte una palla break e Kovinic ne approfitta per avvicinarsi sul 3-2. Giorgi però non incappa in nessun cedimento nervoso e si scrolla subito di dosso quanto successo. Un parziale di dodici punti a due le spalanca le porte dei quarti di finale, dove troverà la vincente tra Greet Minnen e Arantxa Rus.

 

GLI ALTRI MATCH – Decisamente più lottati gli altri incontri di giornata. Saisai Zheng ha impiegato quasi tre ore per avere la meglio su Clara Tauson con il punteggio di 7-6(4) 2-6 6-4, in un match nel quale si sono visti ben tredici break. Brutta sconfitta per Donna Vekic contro Irina Camelia Begu. Dopo aver vinto il primo set 6-4, la croata è sparita dal campo nel secondo, perso con un netto 6-2, e finendo sotto 2-0 nel terzo. Vekic è subito rientrata in partita, ma è apparsa in grande difficoltà per tutto il corso del set. Begu infatti ha servito due volte per il match (nel decimo e dodicesimo game) subendo però sempre il controbreak. Nel tiebreak la romena è finalmente riuscita a trovare lo strappo decisivo sul 4-4, chiudendo l’incontro dopo 3 ore e 11 minuti.

Il tabellone completo

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ATP

I prezzi dei biglietti per il torneo di Montecarlo (9-17 aprile 2022): “Meglio 8 giorni che 12”

Il direttore del torneo Zeljko Franulovic ha presentato l’edizione 2022 del Rolex Masters 1000 del Principato

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La data è 9-17 aprile e a 6 mesi dal torneo non si può sapere quale sarà la situazione della pandemia. Ma al momento si prevede la necessità del Green Pass o del test-tampone per tutti gli spettatori e anche per i giocatori che, ove non volessero vaccinarsi, dovranno però sottoporsi ai tamponi secondo le regole che stabilirà il Governo francese, sotto la cui giurisdizione cade il Country Club di Montecarlo che risiede in territorio francese, a Roquebrune.

Sotto il profilo logistico poche saranno le novità, dopo che nel 2020 il torneo fu cancellato e nel 2021 si è giocato senza pubblico ma il torneo (vinto da Tsitsipas su Rublev che battè Nadal) è stato ugualmente coperto televisivamente da 113 Paesi. Ma negli ultimi anni il Country Club ha visto sorgere due nuovi edifici, una players lounge con ristorante per i giocatori, una sala interviste e altro.

Nel 2019, l’edizione vinta da Fabio Fognini, gli spettatori furono 130.000 e Franulovic, che ha spiegato come la ripartizione degli incassi sia collegata per un 30% alla biglietteria, per un altro 30% agli sponsor (e l’anno prossimo ce ne saranno almeno due in più, entrambi italiani, Generali e Maserati), per un altro 30% ai diritti tv e media (“che speriamo di veder crescere…”) e il restante 10% a merchandising, ha raccontato che a seguito del traguardo raggiunto da Fognini (a spese di Nadal e dopo la sconfitta anche di Djokovic e Zverev) nel 2019 “ci furono cancellazioni di biglietti da parte di inglesi, tedeschi e spagnoli, ma arrivarono prenotazioni da parte degli italiani che di solito acquistano fra il 30 e il 40% dei biglietti che si vendono a Montecarlo”.

 

Il buon momento del tennis italiano naturalmente potrebbe giovare in modo consistente al successo del torneo del Principato.

Se le cose andranno bene nel 2022, quando ancora non si può prevedere se la capienza sarà piena al 100% – ma ovviamente tutti ce lo auguriamo – Franulovic ha detto che il Country Club programmerà la copertura del campo 2, che oggi ha un tetto non all’altezza della necessità.

Per acquistare i biglietti del torneo basterà collegarsi al sito del torneo, ma intanto Franulovic ha subito avvertito che “nel caso disposizioni governative  di concerto con le autorità sanitarie al tempo del torneo decidessero di ridurre il numero dei biglietti, i biglietti verrebbero immediatamente rimborsati”.

Questo è un aspetto non secondario, dopo quanto è invece a suo tempo successo agli Internazionali d’Italia. Franulovic non ha menzionato ipotesi di voucher sostitutivo per il mancato utilizzo dei biglietti, ma soltanto di rimborso.

 I prezzi, aumentati soltanto del 2/3% rispetto al 2019, prevedono forbici (a seconda della posizione dei psoti) fra i 30 e i 60 euro per i giorni del weekend delle qualificazioni, i primi turni (dal lunedì)  dai 39 euro ai 90, nei gg più importanti (tipo il venerdì quando si giocano tutti i quattro quarti di finale) da 5 a 155/160la finale da 75 a 180, mentre gli abbonamenti per 9 gg dai 415 euro ai 1465. Franulovic li ha definiti prezzi competitivi rispetto agli altri tornei della stessa categoria.

Franulovic ha espresso soddisfazione anche per la decisione dell’ATP, portata avanti da Andrea Gaudenzi, di stabilire e bloccare i montepremi per i prossimi 10 anni. Sulla partecipazione dei migliori giocatori Franulovic si è detto fiducioso. Le presenze di Djokovic, Medvedev, il campione in carica Tsitsipas e dei migliori italiani che oltretutto risiedono nel Principato (Berrettini, Sinner, Musetti più Sonego)  non si dubita. Ovviamente si spera che Nadal abbia risolto i suoi problemi fisici (il piede) e Franulovic ha  anche buttato lì…il seme della speranza. “Sono certo che Federer farà di tutto per tornare a giocare l’anno prossimo, anche se ancora nessuno può sapere dove. Però forse per lui, piuttosto che cimentarsi sui 3 su 5 del Roland Garros, potrebbe esser meglio giocare qualche torneo sulla terra battuta sui due set su tre, tipo Montecarlo e, perché no?, Roma…”.

Se Madrid e Roma puntano ad ampliare il numero dei giorni di gara, e vorrebbero averne 12 invece degli attuali 8, a Montecarlo invece sono contenti di averne solo 8. E’ anche vero che nel Principato non c’è il torneo femminile…

Altre cose interessanti Franulovic le ha detto nel video esclusivo che abbiamo qui messo su Ubitennis.com in italiano, e altre cose ancora sul video che Ubitennis.net metterà on line fra stasera più tardi e domani

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Chi l’ha visto? Ernests Gulbis, Mr Genio e Sregolatezza

Ripercorriamo la carriera di uno dei tennisti più talentuosi e meno continui dell’ultimo ventennio

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Ernests Gulbis - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Questa rubrica nasce come approfondimento su tennisti che negli ultimi anni sono stati dimenticati a causa della loro clamorosa discesa nel ranking ATP, nonostante qualche stagione prima fossero stati in grado di raggiungere l’elite del tennis mondiale. Cerchiamo di capire le ragioni di questo calo e soprattutto diamo un occhio al futuro, per ipotizzare se un grande ritorno è possibile.

La prima puntata è dedicata a uno dei più grandi talenti degli ultimi anni, Ernests Gulbis. Un giocatore che ha fatto parlare di sé non solo per i suoi risultati sul campo ma anche per alcune vicissitudini nella sfera privata che hanno probabilmente contribuito a una caduta da cui il lettone pare non avere più la forza di rialzarsi. Girovagando tra un challenger e l’altro, negli ultimi anni è quasi caduto nell’anonimato. Uno status quasi assurdo per un tennista che sette stagioni fa, nel 2014, chiudeva da numero tredici del mondo dopo aver raggiunto la sua prima semifinale Slam nel giugno dello stesso anno a Parigi. Dopo quel risultato, si era addirittura issato fino alla decima posizione del ranking ATP.

I PRIMI EXPLOIT

Personaggio per certi versi fuori dagli schemi, Ernests Gulbis si affaccia al grande tennis per la prima volta allo US Open del 2007. Il lettone, senza testa di serie, mette in riga Potito Starace, Michael Berrer e soprattutto Tommy Robredo senza perdere nemmeno un set. Lo spagnolo addirittura si presentava a quell’edizione dello US Open da testa di serie numero otto, ma Ernests gli concederà la miseria di sei game. Agli ottavi la sua corsa s’interrompe contro Carlos Moyà in quattro set in un match condizionato dal vento e dalla scarsa precisione con il dritto, colpo che ha sempre costituito il punto debole di Gulbis.

 

Grazie soprattutto a questo exploit, Gulbis finisce per la prima volta in carriera la stagione dentro la top 100, precisamente al numero 61. Dopo alcuni mesi di up and down il talento di Riga, al Roland Garros del 2008, si presenta definitivamente al mondo del tennis raggiungendo i quarti di finale, favorito anche da un tabellone alla portata. La testa di serie più alta che elimina è James Blake, numero 7 del mondo, al secondo turno. Da buon americano nato negli anni ‘80 James non ha mai amato la terra battuta e ha vinto due partite consecutive al Roland Garros solo una volta in carriera, nel 2006. Successivamente Ernests sconfigge Lapentti nettamente per ripetersi al turno successivo contro Llodra. Si arrenderà a Novak Djokovic, in quel momento numero tre del mondo e all’ombra dei suoi rivali Federer e Nadal, in tre set equilibrati.

La terra battuta sarà la superficie preferita di Gulbis durante tutta la carriera. Dotato di un ottimo servizio e un rovescio a due mani fantastico (potesse prestarlo a Berrettini, vincere uno Slam sarebbe tutt’altro che un miraggio!) il lettone ha sempre avuto nel dritto il colpo chiave del suo tennis. Il movimento (attuale, poi vi spiegheremo il perché di questa puntualizzazione) è molto particolare; la mano sinistra è protesa in avanti con il palmo aperto come a indicare la pallina, mentre il braccio destro porta la testa della racchetta nel punto più lontano raggiungibile. Questa esecuzione, criticata da molti, è sempre stata più efficace sulla terra dal momento che ha più tempo per preparare il movimento.

Ma Ernests, sin da giovane, conferma che non gli si può chiedere di essere continuo per 52 settimane all’anno. Il suo tennis, puramente offensivo, è in grado di produrre fiammate che possono creare molti grattacapi ai migliori. Soprattutto a Federer; lo svizzero ha sempre sofferto il gioco del lettone. Con il rovescio Gulbis ha grande manualità e dunque soffre poco lo slice di Roger che, dovendo tenere la diagonale senza l’aiuto del suo amato back, va spesso in difficoltà. Poi, nelle giornate migliori, Ernests era in grado di dare un buon top spin alla palla anche con il dritto, obbligando Federer a rimanere lontano dalla riga di fondo.

Ernests Gulbis (foto Art Seitz)

Così, nel giro di due settimane, prima a Madrid (siamo nel 2010) Federer si salva vincendo contro il lettone 6-4 al terzo mentre la settimana seguente, sulla terra battuta più lenta di Roma, lo svizzero è costretto alla sconfitta all’esordio (7-5 al terzo set). La corsa di Gulbis però non finisce qui, dal momento che si arrenderà solo in semifinale al futuro campione Rafael Nadal a cui strapperà perfino un set. Così, all’inizio del Roland Garros del 2010, Gulbis sembra pronto a spiccare il volo. Dopo alcune stagioni d’alti e bassi, il lettone ha 24 anni e pare aver trovato la sua dimensione. D’altra parte non gli era mai accaduto di giocare due quarti di finale consecutivi in un 1000.

La fortuna, però, non è dalla sua parte. Un infortunio al bicipite femorale lo costringe a ritirarsi al primo turno del torneo parigino e dovrà aspettare un anno e mezzo per assaporare ancora la vittoria in un torneo dello Slam.

IL PRIMO RITORNO

Dopo una prima discesa fuori dalla top 100 a causa di altri problemi fisici, Gulbis torna nuovamente a prendersi la scena e a dare l’illusione a tutti gli appassionati che il futuro è suo. Il 2014 è l’anno migliore della sua carriera. Vince l’Open 13 a Marsiglia, raggiunge i quarti a Indian Wells e Madrid e si aggiudica il sesto torneo della carriera sulla terra battuta di Nizza. All’inizio del Roland Garros 2014 si trova nella stessa posizione di quattro stagioni prima, quando dopo una grande prima parte di stagione le aspettative su di lui per il secondo Slam dell’anno erano molto alte. Questa volta non delude: gioca il torneo della vita e agli ottavi di finale batte nuovamente Roger Federer, al termine di una battaglia in quattro set in cui il lettone gioca senza alcun timore reverenziale. Si conferma una piccola bestia nera per lo svizzero. Ancora una volta la sua corsa non si ferma dopo la vittoria su Federer: tritura in tre set Tomas Berdych e si arrende solo al quarto set contro Novak Djokovic. Il lunedì che segue la fine del Roland Garros festeggia il best ranking, numero 10 del mondo.

È l’inizio della fine. Non solo dopo la sconfitta con Djokovic perde il prize money di 557.000 dollari in un casinò in Lettonia ma da quel momento la sua discesa sarà inesorabile. Quel 2014 sarà l’ultimo anno concluso nei primi cinquanta giocatori del mondo.

SWEET ILLUSIONS

Dal 2016 a oggi Gulbis ha finito solo un anno, il 2018, tra i primi 100 – precisamente al 95° posto del ranking. Nonostante questi numeri impietosi, Il talento di Riga non era sparito completamente dal tennis di alto livello prima dell’inizio della pandemia. Qualche exploit nel corso degli anni lo aveva piazzato, ma quello che li era mancato era la continuità. Continuità che pareva aver trovato a inizio 2020 quando all’Australian Open si era spinto addirittura al terzo turno dopo aver eliminato al primo turno Felix Auger Aliassime. Qualche settimana dopo avrebbe conquistato anche il challenger di Pau battendo in finale Jerzy Janowicz, un altro grande talento falcidiato dai troppi infortuni. In quel momento si poteva pensare che forse Ernests, dopo anni di limbo, potesse almeno tornare stabilmente in top 100 ma è arrivata la sospensione del tour e da quel momento il suo livello è sceso talmente tanto da non riuscire più a qualificarsi per alcun tabellone principale di Slam.

Allargando il discorso, dalla ripresa del tour all’ultimo US Open, contando anche le qualificazioni, Ernests ha perso ben 27 partite e ne ha vinte solo 16. È bene sottolineare come di queste 16 vittorie solo 6 sono arrivate nel tabellone principale di un torneo, ma tutte a livello challenger; nessuna a livello di circuito maggiore.

Ernsts Gulbis al World Team Tennis

In questo modo la situazione è precipitata e la sua classifica attuale è numero 193 al mondo. E se negli anni scorsi almeno entrava nel tabellone principale di tutti i Challenger, ora deve addirittura passare dalle qualificazioni anche nei tornei minori.

ATTRAVERSO LE FORCHE CAUDINE

Dal 2015, anno in cui è iniziata la sua discesa, Gulbis ha frequentato moltissimi tornei Challenger e, nonostante il grande talento, non ha ottenuto nessun particolare risultato se si eccettua la vittoria a Pau nel 2020. Questo probabilmente per tre ragioni: in primo luogo, rispetto alla stragrande maggioranza di chi frequenta i tornei minori, Gulbis ha giocato sui campi più belli e importanti al mondo, quindi soffre di più probabilmente il fatto di giocare in piccoli campi senza o con poco pubblico. Inoltre la sua famiglia è la terza più ricca di tutta la Lettonia, quindi spesso si trova davanti giocatori che a differenza sua hanno disperatamente bisogno di quella vittoria per continuare a giocare. In più, è importante sottolineare come il livello di questi Challenger non è assolutamente basso. Basti pensare che lo stesso Gulbis nel 2020 ha perso per ben quattro volte in poche settimane contro Aslan Karatsev che qualche mese dopo si sarebbe spinto fino alla semifinale dell’Australian Open.

Da questo punto di vista, è molto interessante un pensiero espresso da Novak Djokovic alcuni anni fa: “A livello di colpi non c’è differenza tra il numero uno e il numero 100. È una questione di chi ci crede di più e chi vuole maggiormente la vittoria. Quale giocatore è mentalmente più forte? Quale giocatore combatterà più duramente nei momenti importanti? Queste sono le cose che fanno la differenza in un campione”. Queste parole si addicono perfettamente al caso di Gulbis. Oggettivamente Karatsev non è così tanto più forte di Ernests da batterlo ben quattro volte consecutive in due mesi. È una questione di testa. Aslan giocava con il coltello tra i denti mentre Gulbis, purtroppo, non riesce a uscire dal pantano dei Challenger in cui i valori tecnici sono più azzerati. Come a dire, se gioca contro il numero 150 sul centrale di Parigi ha più chance di batterlo rispetto allo stesso match giocato su un campo semi-vuoto in un challenger.

RAPPORTI BURRASCOSI

Anche la carta d’identità non sorride di più al lettone. A trentatré anni non è il momento migliore per dover giocare le qualificazioni anche nei Challenger. Infatti un problema durante la sua carriera sono stati anche gli infortuni, che probabilmente si possono collegare a una preparazione spesso superficiale.

Non solo ho preso cattive decisioni, ma più che altro non ho prestato attenzione a quello che facevo, a come trattavo il mio corpo, a come mi allenavo” disse Ernests prima del Roland Garros 2014 che si è rivelato il torneo della vita fino a questo momento. Le cose probabilmente da questo punto di vista non sono migliorate. Per dare una scossa alla sua carriera, nel 2016 si è allenato per qualche mese con Larry Stefanki, ex allenatore tra gli altri di McEnroe, Rios, Gonzalez e Roddick. La loro collaborazione non era intesa per tutti i tornei ma per aiutare Gulbis a migliorare il dritto grazie a un movimento più corto e fluido. “Voglio che il mio dritto sia solido tanto quanto il mio rovescio” aveva affermato Ernests. 

La scelta di affidarsi a Stefanki era stata considerata come un serio tentativo da parte del lettone di tornare al top. D’altronde, l’americano aveva aiutato McEnroe a tornare in semifinale a Wimbledon nel 1992 dopo anni in cui John non otteneva più grandi risultati e, quando seguiva Roddick, era riuscito a insegnare a Andy lo slice di rovescio che lo avrebbe poi aiutato nella sua corsa fino alla finale di Wimbledon 2009. Seppur le premesse sembrassero buone, e nonostante un movimento di dritto rinnovato, Gulbis non è riuscito a tornare ai suoi livelli.

Ernests Gulbis (FOTO DI FABRIZIO MACCANI)

Il coach con cui sicuramente ha avuto il rapporto più lungo e duraturo è Gunter Bresnik: i due hanno lavorato dal 2012 al 2016 e poi dal 2018 fino al 2021. Il coach austriaco sembrava la persona ideale per Ernests, rigido e molto disciplinato, ma probabilmente non se l’è sentita di dedicare tutta la sua attenzione a Gulbis che qualche anno fa era dispiaciuto di essere passato in secondo piano quando Dominic Thiem, anche lui allenato da Bresnik, aveva conquistato la top 10. “Ho deciso di rimanere con il tennista che lavora più duramenteaveva spiegato il coach austriaco molto schiettamente.

FIAMMATE D’AUTORE

Da quella semifinale a Parigi nel 2014, Guibis ha regalato ancora qualche sprazzo del suo talento. Nel 2015 a Montreal, contro Djokovic che stava giocando forse il suo miglior tennis di sempre, ha avuto a disposizione due match point per sconfiggere il serbo in due set ma è poi stato sconfitto al terzo set. Nel 2017 a Wimbledon aveva battuto Del Potro per arrendersi ancora a Djokovic al terzo turno e, sempre ai Championships, ma nel 2018, si era spinto fino a gli ottavi battendo Zverev al terzo turno, allora già numero quattro del mondo. Fino all’Australian Open del 2020, torneo in cui – come abbiamo già detto – era arrivato al terzo turno. “Ogni due anni riesco a fare un bel torneo. Vediamo dove posso arrivare questa volta” aveva detto dopo la vittoria contro Bedene al secondo turno degli Australian Open 2020, “poi mi prendo una pausa per altri due anni” aveva aggiunto sorridendo.

Questi exploit dicono che Gulbis è un giocatore da grandi palcoscenici. Deve provare a tornare a calcare i campi più importanti al mondo perché è lì che trova il suo miglior tennis. E può tornare solo a essere stabilmente un top 50 se si dedica totalmente al tennis. Affidandosi a un coach che creda totalmente in lui. Prendendosi cura dei dettagli. Così, lentamente, può cominciare a vincere Challenger e superare qualche turno nei tornei ATP per riaffacciarsi negli Slam.

Anche dal punto di vista della personalità, con mille contraddizioni, è un personaggio che spiccherebbe in questi tempi in cui vige la diplomazia. “Rispetto Federer, Djokovic, Nadal e Murray, ma tutti e quattro sono noiosi. Le loro interviste sono noiose. È Federer che ha iniziato questa moda con la sua immagine di svizzero gentleman” disse Gulbis nel lontano 2013. Non c’è dubbio che il tennis abbia bisogno di personalità come Ernests; quindi seppur sia molto difficile da immaginare, non abbandoniamo la speranza di rivederlo ad alto livello.

Articolo a cura di Marco Lorenzoni

Le 30 perle di Ernests Gulbis

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