Australian Open: Halep miracolata dopo 4 ore, Kerber 'pialla' Maria

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Australian Open: Halep miracolata dopo 4 ore, Kerber ‘pialla’ Maria

Vittoria da numero uno. Battuta Davis, ostacolata nel finale da un’unghia rotta. Tre mp annullati, raggiunto il record di games giocati. Kerber lascia 4 game a Sharapova

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“SONO QUASI MORTA” – Simona Halep sopravvive a tre match point e porta a casa una partita lunga 3 ore e 45 minuti, fatta di 302 punti, 80 vincenti e 59 gratuiti e vinta di carattere contro Lauren Davis, ventiquattrenne americana numero 76 WTA e mai oltre il terzo turno in uno Slam in carriera. 48 games, record per l’Australian Open (a pari merito con Rubin-Sanchez Vicario ’96). La numero uno al mondo, sottotono per buona parte della partita e spesso dominata dalla vivacità di Davis, ha la meglio in tre set: 4-6 6-4 15-13. L’ultimo set, durato 2 ore e 30 minuti, ha visto grandi vincenti e rapidi capovolgimenti di fronte, teatralità ed errori grossolani. Lo stadio ha onorato il set e le giocatrici con una standing ovation. Il saluto tra le due, purtroppo, è stato più freddo, a causa probabilmente dei MTO chiamati da Davis nel terzo set e non troppo graditi dalla rumena. Halep, per la terza volta in carriera agli ottavi a Melbourne (’14 e ’15), troverà ora la vincente di Barty-Osaka.

La partita è atipica per la rumena, innanzitutto fisicamente. Capita infatti raramente ad Halep, con i suoi 168 centimetri, di svettare sull’avversaria. Davis però è ancora più compatta e minuta della numero uno: 157 centimetri, un unicum nel tennis femminile degli anni dieci (Cibulkova tocca il metro e sessanta). Com’è chiaro, dunque, si gioca tanto sul ritmo, e il servizio, per quanto eccellente per entrambe considerati i limiti d’altezza, è di rado un’arma. Le due giocano un tennis simile: costante pressione da fondo alla ricerca di spazio per tirare il vincente. Con una Halep sottotono, e una Davis a ottimi livelli, è facile che si finisca sulla lotta. In apertura di partita la numero uno va subito avanti di un break, ma il tentativo di fuga dura giusto il tempo di un cambio campo. Davis con il passare dei giochi assume sempre più la consapevolezza di potersela giocare: i colpi pesano di più e Halep è costretta a una incessante difesa. Nel decimo gioco si concretizza ciò che era nell’aria da qualche minuto. Halep mette poche prime in campo, e Davis attacca l’attaccabile, facendo meraviglie con il rovescio lungolinea. Dopo 40 minuti il primo set va all’americana.

 

Con l’inizio del secondo set, l’azione di Halep si fa più propositiva, la palla è un po’ più profonda e Davis deve lottare di più per tenere in mano le sorti dello scambio. L’americana cede il servizio nel terzo gioco con uno sciagurato doppio fallo sul break point. Halep ha poi l’occasione di uccidere il set nel gioco successivo salendo 0-40, Davis però si inventa quattro vincenti di fila e si aggrappa agli ultimi lembi di speranza di tenere il set in vita. La speranza non basta però, e dopo altri 40 minuti, i set sono in parità. Nel terzo set, il migliore della partita, dopo un banale errore a campo aperto, Davis perde concentrazione, break, e dieci punti di fila. Dopo due giochi però, l’americana torna sul pezzo e recupera subito lo svantaggio, al termine di uno scambio meraviglioso di 18 colpi, giocato magistralmente da entrambe.

L’incontro ora è piacevole, entrambe giocano a un livello elevato, gli scambi sono più lunghi e i capovolgimenti di fronte più frequenti, sia all’interno dello scambio sia nel punteggio. Halep infatti va a servire per la partita sul 5-4, sul 6-5, e sull’8-7, senza mai riuscire a chiudere né ad arrivare a match point. Davis arriva più volte a due punti dal match, ma il braccio le trema ogni qual volta si trovi avanti, e allora quei dritti a 140 km/h che prima finivano sulla riga, ora si fermano a metà rete o sono fuoricampo. È il caso dei primi tre match point dell’incontro, tutti per Davis sul 10-11. Il primo se ne va con un gratuito di dritto; gli altri due sono ben giocati da Halep. Davis chiama un MTO al termine del gioco per un’unghia del piede rotta, con grande fastidio di Halep, immobile per la durata dell’interruzione a fissare incredula il suo allenatore Darren Cahill. Halep torna a servire per l’incontro sull’14-13, dopo aver sprecato cinque palle break sull’undici pari. Basta il primo match point. Dopo tre ore e tre quarti, Halep è sopravvissuta alla tempesta (“Sono quasi morta”, dirà a fine match)Ora si tratterà di recuperare le energie e poi, da lunedì in poi, bisognerà ingranare un’altra marcia. Davis ha destato un’ottima impressione: gioco frizzante e propositivo, fase difensiva eccellente, e mai doma di spirito. Con l’aiuto della costanza, potrà tornare vicino al numero 26 toccato lo scorso anno.

Lorenzo Dicandia

LA SUPERSFIDA NON C’È, DOMINA ANGIE – Il braccio sinistro di Angelique Kerber (16 WTA, qui è tds n.21 perché non sono stati conteggiati i punti di Sydney) è rivitalizzato dalla cura Fissette, e non dà scampo a quel che resta di Maria Sharapova. Il campo ha detto che è lontano il momento in cui la principessa siberiana tornare a competere ai massimi livelli. Angelique invece sembra rinata senza il peso di essere sempre la favorita. Anche il suo tennis appare diverso, è molto aggressiva e usa i suoi piedi alati per anticipare il colpo e comandare il gioco, non solo per remare.

Angelique Kerber non era la favorita della vigilia, ma sta decisamente scalando le gerarchie

Nessuna storia nel primo set, le uniche cose che Maria vince sono il sorteggio e un game di battuta benedetto da un rocambolesco nastro. Per il resto la tedesca la stritola fra le spire di un ritmo che Maria non conosce più. Ci prova, grinta e rituali sono quelli di sempre ma gli errori fioccano come la neve a Cervinia e anche se entrano i suoi colpi paiono non far più male. Ciò che non le mancherà mai però è l’orgoglio e così nel secondo parziale abbiamo un accenno di incertezza. Kerber brekka subito per il 2-0 ma la russa prende a giocar bene e chiude lo strappo. Poi tiene (rarità) un servizio a zero ed è ancora nel match. Arriva a tanto così dal prendersi il servizio avversario per il 4-3 ma su quel comodo dritto messo largo le sue speranze crollano definitivamente. Forse per lei sarebbe meglio in questo periodo evitare le distrazioni e concentrarsi per un po’ solo sul tennis. ‘Angie’ prosegue senza intoppi il suo cammino e attende agli ottavi una tra Radwanska e Hsieh: giocherà ancora da favorita.

Raffaello Esposito

PLISKOVA VINCE IL DERBY – Relativamente più semplice il match di Karolina Pliskova, ex numero uno, contro la connazionale Lucie Safarova, su una Margaret Court Arena risparmiata dal caldo soffocante dei giorni scorsi. Successo in due set tirati. L’approccio tattico delle due connazionali non potrebbe essere più diverso; mentre Safarova si affida all’1-2 e alle accelerazioni sulle linee laterali (quasi sempre il dritto, una vera arma impropria) la più famosa connazionale ingaggia palleggi pesanti e profondi in attesa dello sbaglio e di una palla più corta da chiudere. Safarova sa bene quanto la compagna di Fed Cup sia tanto fenomenale negli scambi da ferma quanto in difficoltà negli spostamenti laterali e quando può tenta di toglierle il tempo con vere e proprie cannonate col suo dritto mancino. Il primo set corre via equilibrato fino al tie break; anche quest’ultimo fila liscio fino al 6-6, nessun segno di cedimento da entrambe, ogni punto è difeso con le unghie. È però la Pliskova ad aggiudicarsi il parziale, con un urlo liberatorio, issandosi sul 7-6, poi 8-6, in un primo set durato 50 minuti equilibrato ma combattuto. Anche nel secondo set nessuna delle due ha intenzione di mollare il servizio, i game si susseguono senza scossoni finchè, nell’undicesimo gioco, da 0- 30 Pliskova si aggiudica il break nel momento critico della partita, anche attraverso una splendida palla corta con la quale punisce Safarova. Karolina con le sue bordate  chiude in un’ ora e mezza e vola agli ottavi di finale. Alla tds n.6 basta soltanto alzare il livello del gioco nei punti chiave per aggiudicarsi questo match , e si presenta agli ottavi come una delle favorite di questi Australian Open.

Michele Blasina

UN OTTAVO DA NON PERDERE – Definito intanto il primo ottavo di finale della parte alta del tabellone: a sfidarsi per un posto nei quarti saranno Garcia e Keys. Madison (assente lo scorso a Melbourne a causa dell’operazione al polso) ha superato in due set la rumena Ana Bogdan in un’ora e 13 minuti di gioco (6-3 6-4 il punteggio finale). “Sono felice della mia settimana finora”, ha dichiarato Keys in conferenza stampa. “In generale ho giocato molto bene e in maniera intelligente”. Più complicato il passaggio del turno per Caroline, costretta al terzo e a due ore di gioco da Aliaksandra Sasnovich. Avanti 6-3 3-1, Garcia ha subito la reazione di Sasnovich, che ha chiuso il secondo set per 7-5. Nel parziale decisivo la francese è tornata a comandare, incamerando quattro giochi consecutivi dal 2-2 e centrando per la prima volta in carriera il quarto turno all’Autralian Open.

OSAKA SPEGNE LE SPERANZE DELL’AUSTRALIA – A suon di colpi vincenti, la 20enne Naomi Osaka ha sconfitto Ashleigh Barty, testa di serie n.18 e ultima australiana ancora in gara nel singolare, con il netto punteggio di 6-4 6-2 in un’ora e tredici minuti di gioco. A fine partita, Osaka si è detta quasi dispiaciuta per il pubblico di casa. La nipponica agguanta così per la prima volta nella sua ancora carriera gli ottavi di finale in uno Slam. Affronterà la n.1 al mondo Simona Halep, provata dalla maratona contro la statunitense Lauren Davis. La rumena si è aggiudicata entrambi gli scontri diretti contro Osaka ma sempre in tre set. La ceca Barbora Strycova, testa di serie n.20 del tabellone, ha liquidato in poco più di un’ora di gioco la lucky loser americana Bernarda Pera con un duplice 6-2 e raggiunto nel secondo ottavo della parte alta la connazionale Karolina Pliskova. Un derby che si annuncia ad alta tensione dopo i dissidi di qualche mese fa, nati a causa del furtivo passaggio di Tomas Krupa, ex allenatore di Strycova, sulla panchina di Pliskova.

10 YEARS LATER – A 32 anni Su-Wei Hsieh continua ad essere la sorpresa “oldies” degli Australian Open: conquista a 10 anni di distanza dalla prima e unica volta, gli ottavi di finale per 6-2 7-5 contro una Radwanska acciaccata e veramente in partita soltanto nel secondo set. L’ultimo incontro della Margaret Court Arena vedeva di fronte due delle giocatrici più abili a rompere il ritmo alle avversarie; da un lato una Radwanska reduce da due match molto combattuti chiamata a confermare il suo pedigree, dall’altro una Hsieh che, a 32 anni suonati, dopo avere strapazzato Garbine Muguruza, può concedersi il lusso di giocare a mente e braccio liberi. L’asiatica parte con qualche incertezza al servizio ma è bravissima a nascondere le chiusure bimani tanto che più volte Radwanska non sembra nemmeno provare ad inseguire i suoi lungolinea. Hsieh è conscia dei problemi dell’avversaria e continua ad attaccare tanto che chiude il primo parziale 6-2 con un break e la “maga” nella pausa lunga chiama il fisioterapistaAgnieszka prova a reagire ma al fastidio del ginocchio si aggiunge quello per una chiamata (sbagliata) dell’arbitro e un’avversaria che si diverte a scacciare gli insetti dal campo ogni volta che ne vede uno; sotto per 2-0 e per 4-2 con orgoglio (fantastico un lob fatto al termine di uno scambio nel quale Hsieh le aveva fatto toccare tutti gli angoli del campo) trova per 2 volte le forze per riportarsi sul pariLa tennista di Taipei però è troppo lucida e cinica: ad una polacca che prova a variare il suo gioco e a scendere a rete risponde proponendo sempre una palla diversa ed obbligando la Radwanska a fare chilometri e chilometri. Come era successo nel primo parziale, dopo un primo match point annullato, chiude con un break e vola agli ottavi (eguagliando il suo miglior risultato risalente al 2008) dove incontrerà Angelique Kerber. Ancora una volta senza nulla da perdere.

Francesco Monesi

Risultati:

[17] M. Keys b. A. Bogdan 6-3 6-4
[1] S. Halep b. L. Davis 4-6 6-4 15-13
[8] C. Garcia b. A. Sasnovich 6-3 5-7 6-2
[6] Ka. Pliskova b. [29] L. Safarova 7-6(6) 7-5
[20] B. Strycova b. [LL] B. Pera 6-2 6-2
N. Osaka b. [18] A. Barty 6-4 6-2
[21] A. Kerber b. M. Sharapova 6-1 6-3
S.W. Hsieh b. [26] A. Radwanska 6-2 7-5

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Osaka e Kvitova: l’Australian Open delle attaccanti

A Melbourne è andata in scena una eccezionale edizione dello Slam, che ha offerto diverse partite memorabili

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019

Che torneo: il più bello Slam degli ultimi anni. È sempre difficile valutare un avvenimento appena concluso e, a caldo, fare paragoni con il passato. Ma questa volta sono davvero convinto: non ricordo un Major recente altrettanto ricco di partite di qualità, capaci di regalare equilibrio, rovesciamenti di fronte, divertimento, ma soprattutto autentica sostanza tennistica. E non solo per merito delle due finaliste, Osaka e Kvitova, ma grazie anche ad altre protagoniste come Pliskova, Serena Williams, Halep, Hsieh, Barty, Giorgi.

È stato anche uno Slam che ha visto prevalere le attaccanti sulle difensiviste, ribaltando l’esito di dodici mesi fa, come si può dedurre dalla composizione delle semifinaliste: Wozniacki, Halep, Mertens e Kerber nel 2018. Osaka, Kvitova, Pliskova e Collins nel 2019. Sugli aspetti generali degli Australian Open 2019 tornerò con un secondo articolo, dedicato alle giocatrici che non sono riuscite ad arrivare sino in fondo, ma che meritano comunque di essere ricordate per quanto hanno saputo offrire. Per ragioni di spazio oggi comincio con le due finaliste; il resto a martedì prossimo.

 

Kvitova a Melbourne: un crudele déjà vu
Dopo la anomala stagione 2018, in cui Kvitova aveva vinto più di tutte a livello WTA (5 tornei) ma sempre fallito negli Slam, finalmente agli Australian Open 2019 Petra ha riconquistato la ribalta anche in un Major. E siccome nessun evento raccoglie lo stesso interesse di uno Slam, si è tornati a parlare della sue vicenda personale, caratterizzata dal complesso recupero fisico che ha dovuto attraversare dopo l’accoltellamento alla mano sinistra subito nel dicembre 2016. Evento determinante che oggi, a torneo finito, si somma ad altre questioni di tennis più lontane e troppo poco ricordate.

Penso infatti che se vogliamo provare a capire più profondamente la storia di Kvitova occorra allargare il quadro di riferimento, recuperando quanto le accadde proprio in Australia sette anni fa, nel 2012. Perché Petra a Melbourne ha subito diverse cocenti delusioni, ma una l’ha segnata in particolare: probabilmente il maggiore rimpianto della sua carriera. Torniamo al passato.

Nel gran caldo australiano diverse volte Kvitova ha perso match contro avversarie che sulla carta erano da battere. Sconfitte al primo o secondo turno, come quella nel 2018 contro Petkovic (che in quel momento era numero 98 del ranking), contro Gavrilova nel 2016 e soprattutto contro Kumkhum nel 2014, in une edizione che pure aveva affrontato con una forma fisica eccezionale, frutto della più dura e scrupolosa preparazione atletica mai svolta sino ad allora in off-season.

Ma è un’altra la sconfitta che Petra non ha mai del tutto metabolizzato, e che sono convinto si sia incisa, profonda come una cicatrice, nei suoi ricordi. Si tratta della semifinale del 2012, persa da favorita contro Maria Sharapova. Quella partita rappresenta una ferita mai del tutto sanata, tanto che forse quel match potrebbe essere diventato uno spartiacque rispetto al suo ruolo nel circuito femminile: da potenziale numero 1 del Tour a figura capace di grandi exploit, ma non sufficientemente consistente per essere la leader del movimento.

Oggi siamo abituati a percepire Kvitova come una tennista di grande talento ma non abbastanza continua per comandare il ranking. Ma nel gennaio 2012 le cose stavano in modo molto diverso. Ad appena 21 anni, nella stagione 2011 Kvitova aveva disputato otto finali (7 a livello WTA, 1 a livello ITF), e ne aveva vinte sei; non solo Wimbledon, ma anche Madrid e il Masters, oltre alla Fed Cup (che non assegna punti WTA). Per una manciata di punti non aveva concluso l’anno da numero 1 del mondo, ma un po’ tutti pensavano che il sorpasso nei confronti di Wozniacki sarebbe stato imminente; solo una questione di tempo.

Quel sorpasso Petra lo aveva mancato anche per scelte di programmazione fatte prima di sapere quanto poco le sarebbe bastato per arrivare in cima al mondo: per esempio la rinuncia al torneo di Roma 2011, perché aveva già preso l’impegno di giocare l’ITF di Praga. O la decisione di disputare l’Hopman Cup, una manifestazione che non assegna punti in classifica, all’inizio del 2012; e così la sua vittoria a Perth proprio contro Wozniacki non era servita a cambiare le gerarchie mondiali.

Prima degli Australian Open le sarebbe bastato arrivare in finale a Sydney per prendere il comando della classifica; ma si era fermata a un solo passo dal traguardo: aveva perso in semifinale contro Li Na dopo aver dominato il primo set e avere condotto di un break nel secondo (1-6, 7-5, 6-3). Una delle rare occasioni in cui l’aveva bloccata il braccino, in un confronto asimmetrico sul piano emotivo, visto che per Li Na quella partita non aveva particolare significato.

Racconto tutte queste circostanze per restituire la sensazione che si viveva in quel momento: un primato a portata di mano, tanto vicino quanto però sempre sfuggente. Poi era arrivato lo Slam, e le cose erano andate in modo sorprendentemente simile a quanto è successo qualche giorno fa. Ecco perché il 2019 si ricollega al 2012.
Alle fasi finali erano approdate più giocatrici con la possibilità di conquistare il numero 1; ma mentre per scalzare Wozniacki a Kvitova sarebbe bastato arrivare in finale, a Sharapova e Azarenka occorreva vincere il torneo. Le semifinali erano Azarenka contro Clijsters e, Kvitova contro Sharapova. Di nuovo a un solo match dal primato in classifica, Petra aveva perso da Sharapova in semifinale, in una partita caratterizzata dalla diversa capacità di gestione delle palle break: 5 occasioni per Sharapova, tutte convertite; 14 palle break per Kvitova, ma con appena 3 conversioni. Nemmeno l’essere stata in vantaggio di un break nel terzo set era bastato per vincere. Risultato: 6-2, 3-6, 6-4 per Masha. Come contro Li Na a Sydney, quel giorno Petra aveva giocato con troppa pressione, consapevole che quella partita avrebbe significato la conquista del primato in classifica, un traguardo che segna una carriera.

E anche se Kvitova non è mai entrata nel dettaglio di quel match, lo ha ricordato in diverse interviste come la sua peggiore sconfitta. Nella finale 2012 Azarenka vinse in scioltezza il suo primo Major (6-3, 6-0 a Sharapova) e poi avrebbe disputato una primavera fenomenale, a colpi di vittorie in serie che avrebbero reso definitivamente fuori portata il primato nel ranking per tutte le altre. Per Kvitova la leadership del movimento era ormai svanita.

Ecco perché quanto successo a Melbourne 2019 sembra un crudele déjà vu. Per come oggi è costruita la classifica di Petra (con i punti in scadenza di S. Pietroburgo e Doha), le possibilità di aspirare al numero 1 sono ridottissime, e dunque la delusione è stata doppia. Un aspetto che va tenuto presente per capire più a fondo le sue parole nella conferenza stampa di sabato scorso, quando ha confessato che le ci vorrà un po’ di tempo per assorbire la sconfitta contro Osaka.

Ma naturalmente sarebbe sbagliato dipingere l’avventura australiana 2019 di Petra solo a tinte fosche. Al di là della delusione in finale, rimane comunque il dato complessivo della vittoria a Sydney, e soprattutto del ritorno ad alti livelli nello Slam.
Un Australian Open che, a conti fatti, ha offerto un notevole squilibrio tra la parte alta del tabellone (quella di Osaka) e quella bassa (di Kvitova): mentre nella parte alta si succedevano partite di altissima qualità, in quella bassa le principali favorite si sono perse per strada, lasciando spazio a qualcosa di simile a uno one-woman show, che ha visto proprio Kvitova protagonista. Per arrivare in finale da testa di serie numero 8, Petra ha infatti affrontato una sola avversaria fra le prime 30 del mondo, Ashleigh Barty (numero 15); per il resto non ha dovuto fare altro che regolare giocatrici fuori dalle teste di serie; certo, lo ha fatto con grande autorevolezza, ma senza quasi poter dimostrare fino a che punto fosse in grado di giocare bene.

In più vanno considerate le questioni ambientali. È noto quanto Kvitova soffra le alte temperature, al punto che in certi giorni rischia di perdere più  per la difficoltà a esprimersi con il grande caldo che per la forza dell’avversaria. Un problema che però in questi Australian Open ha evitato per due circostanze fortunate e difficilmente ripetibili.
La prima: essendo arrivata in extremis a Melbourne dopo la vittoria di Sydney, ed essendo stata sorteggiata nella parte di tabellone che scendeva in campo per prima, è stata comprensibilmente tutelata dagli organizzatori, che l’hanno programmata il più tardi possibile (lunedì sera); e da allora ha giocato sempre a fine giornata (ad eccezione del match contro Anisimova), con temperature meno aggressive.

E quando invece, in semifinale contro Collins, era arrivato il momento della verità, con la partita fissata alle due del pomeriggio e oltre 35 gradi da affrontare, paradossalmente è stato proprio il caldo eccessivo a salvarla: sono subentrate le regole che prevedono la chiusura del tetto per salvaguardare la salute delle giocatrici. Quale differenza di rendimento ci sia tra la “Kvitova outdoor sotto il sole cocente” e la “Kvitova indoor”, lo abbiamo potuto sperimentare in modo semplice e diretto. Inclusa Danielle Collins, che dopo aver fatto partita pari con il tetto aperto (4-4), ha resistito ancora qualche game nelle fasi di aggiustamento alle nuove condizioni, ma poi nulla ha potuto una volta che Petra si è messa in carreggiata (7-6(2), 6-0).
Dunque sei match vinti senza perdere un set. E così, per capire fino a che livello Kvitova potesse giocare bene si è dovuta aspettare la finale contro Naomi Osaka, in un confronto inedito (non c’erano precedenti) che non ha deluso le aspettative.

a pagina 2: Naomi Osaka verso la finale: da Hsieh a Svitolina

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Australian Open

Pagelle: i padroni del mondo, il tramonto del Re e la speranza greca

Djokovic e Osaka trionfano confermandosi i più forti. L’incubo di Serena, il declino di Federer e l’avvento di Tsitsipas. Il solito Zverev e il sogno di Kvitova

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(foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)


Naomi Osaka 10
L’altra volta aveva trovato un’avversaria scorretta e fuori di testa che aveva provato a privarla del legittimo gusto della festa, stavolta dall’altra parte della rete c’era per sua fortuna una signora che non ha approfittato del momento in cui Naomi si è ricordata di essere così giovane. Due Slam di fila sono una cosa enorme, il numero 1 una conseguenza. Può dominare e il sospetto è che avrà tante occasioni per imparare anche a recitare un discorso di premiazione come si deve.

 

Petra Kvitova 9,5
C’è mancato davvero poco per avere il lieto fine alla favola di Petra, ma magari arriverà a Wimbledon, il posto del cuore. Sembrava non potesse più tenere in mano una racchetta e comunque non tornare a questi livelli. E invece è a un passo dalla vetta. Troppo buona, troppo dolce Petra per approfittare delle paure di Osaka sul più bello. Ma ha già vinto il suo Slam.

Il sonnellino di Ubaldo 10
Straordinario trappolone teso a Nadal, che ha abboccato come un totanone. Ha studiato a tavolino la finta sonnolenza per conquistare la ribalta mondiale. La prossima vittima sarà Federer, dinanzi al quale però occorrerà svenire in diretta tv con tanto di cappellino e sponsor in bella mostra. Scaltro come una faina.

Novak Djokovic 10
Se non ci fossimo trovati lì quel giorno di giugno mentre annaspava contro Cecchinato e sfuggiva iracondo alla stampa, preannunciando un possibile forfait per Wimbledon, penseremmo di parlare di due giocatori differenti. Ma in fondo, senza quella “vacanza” di un anno e mezzo scarso, staremmo qui a discorrere di un dominio senza precedenti. “Not too bad” per dirla alla Nole, ma ha tempo per…peggiorare, frantumando ogni record.

Rafael Nadal 9
Il primo degli umani. Che per uno come lui può sembrare una diminutio, ma considerando gli ultimi risultati sul cemento è un mezzo miracolo che sia arrivato in finale praticamente in carrozza. Ma arriverà la terra, ci sarà spazio per epiche battaglie tra i due. Certo, l’Australia gli regala un’altra amarezza: da quando provocò le lacrime di Roger sembra che gli Dei Down Under si divertano farlo soffrire. Rafa è un toro, ci riproverà. Ancora, ancora e ancora.

Camila Giorgi 6,5
Tutta un’altra Camila. Vince le partite che deve vincere, perde le partite che deve perdere, si sganascia dalle risate in sala stampa. Qualche rimpianto per l’ottimo match con Pliskova ma visto il torneo della ceca, non c’è motivo per essere tristi.

Roger Federer 5
Giocatore finito, eroe dimenticato. I suoi record vacillano e oramai nemmeno gli addetti ai controlli lo riconoscono. Quota cento resta un miraggio, forse gli conviene chiedere asilo nell’Italia a cinque stelle. Ha una sola speranza, che questa storia del passaggio di consegne nella sconfitta con Tsitsi così come lo fu con la sua vittoria su Pete, sia vera: il ventunesimo sarebbe cosa fatta…

Stefanos Tsitsipas e Roger Federer – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

La borsa di Busta 2
Errore arbitrale o no (più no che si in realtà), solidarietà al borsone maltrattato. O la borsa o la vita, ma Pablo ha perso la testa. Carreno, basta.

Serena Williams 5
Il suo problema è che quando chiamano in campo la numero uno, lei si lancia perché è davvero convinta di esserlo ancora. Siamo cattivi (ed anche maschilisti e razzisti, ovviamente) ma ci piace pensare che il Dio del tennis, offeso a New York dalla sua indegna sceneggiata, abbia voluto vendicarsi con la peggiore sconfitta della vita avanti 5-1, match point, fallo di piede, altri 3 match point…

Stefanos Tsitsipas 8,5
Federer ci avrà messo anche del suo, ma sono queste le partite in cui sbocciano i futuri campioni. Quanto sia lontano questo futuro è ancora presto per dirlo e in fondo lo stesso Roger vide trascorrere due anni dal Samprascidio prima di trionfare per la prima volta a Wimbledon. Tsitsifast va veloce, sembra avere tutte le carte in regola per arrivare al top, ma non dimentichiamo che lo scorso anno in semifinale qui c’erano Chung e Edmund…

Lucas Pouille 8
Il massacro in semifinale non deve far dimenticare lo splendido lavoro fatto da Amelie con questo ragazzo. Quasi persi Tsonga, Gasquet e Monflis, i galletti trovano sempre qualcuno da piazzarci davanti…

Le lacrime di Andy e Vika 8
Lacrime diverse, di addio, di dolore, di rimpianto, di amore, di frustrazione, di speranza, di passione. Li vediamo come eroi, li dipingiamo come divinità. Ma sono pur sempre ragazzi.

Il resto del mondo
Il suo compare greco lo ha lasciato piuttosto indietro, certo trovarsi sulla strada Nole non è il massimo, ma Denis Shapovalov (6) deve crescere in fretta, se non vuole perdere il treno.

Speravamo magari di non doverlo ritrovare tra “gli altri” ma Fabio Fognini (5,5) si è infranto sullo scoglio Carreno. Una bestia nera, non c’è che dire e anche se Fabio non punta più alla top-10 la stagione sulla terra può ancora essere la sua stagione. Brutto il ko di Marco Cecchinato (4,5) e chissà che non serva a spronarlo. Berrettini (6) ha pescato male dall’urna, Seppi (6) ha fatto il suo e non può fare sempre miracoli, ottimo Fabbiano (7) e bravo Travaglia (6,5).

Sascha Zverev (5) sembra voler dare per forza ragione al Direttore ogni qual volta si trova in uno slam, mentre Marin Cilic (5) si è sciolto alla Cilic. Ci si attendeva di più da Khachanov (5,5), mentre Daniil Medvedev (7) è stato quello che ha messo più in difficoltà Robo-Nole ed è da tenere d’occhio.

Sono crollate senza scusanti le torri Anderson (4) e Isner (4), mentre la bandiera della lost generation è stata tenuta discretamente alta da Raonic (6,5) e Nishikori (7) che però ha mostrato ancora una volta quanto lo sport faccia male alla salute. Bautista Agut (7,5) non si è accontentato di porre fine (forse) alla carriera di Murray ed è rifiorito a gennaio come di consueto, come un ciclamino.

Tra le ragazze, detto del superbo torneo di Pliskova (8,5) impreziosito dalla remuntada della vita su Serena, l’exploit lo ha fatto Collins (8), mentre Svitolina (6) si conferma piazzata ma non vincente. Non si poteva chiedere molto di più a Simona Halep (6,5) e alla sfortunata campionessa uscente Wozniacki (SV), decisamente si ad Ostapenko (3) e Kerber (4,5). Sussulti di orgoglio da Maria Sharapova (6,5), gioie di casa per Barty (7) e un’ipotesi di futuro strabiliante per Anisimova (7).

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Australian Open

Djokovic fu vera gloria? Così sembrò, ma Nadal dov’era? Giacomo Leopardi avrebbe detto…

Il record degli Slam di Roger Federer è a rischio sì o no? Più del 2015

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Djokovic captures 7th Australian Open [VIDEO]


Due anni fui insultato sanguinosamente dai tifosi di Federer perché dopo l’editoriale scritto a caldo dopo la sua vittoria su Nadal, rimontando da 3-1 al quinto, non scrissi più abbastanza sul trionfo di Roger. Io mi trovo adesso in una situazione simile ad allora dopo l’impressionante dimostrazione di forza di Novak Djokovic che ha dominato Rafa Nadal come non gli avevo visto fare altro che nei quarti di finale di Parigi 2015, quando però il match era  – appunto – un quarto di finale e non una finale. E non era mai successo che Rafa Nadal in una finale di Slam, su 7 cui aveva preso parte perdendo a fronte delle 17 vinte, avesse preso tre set a zero. E con un punteggio quasi umiliante, appena 8 games fatti, 63 62 63.

Perché una situazione simile ad allora? Beh, perché chi ci legge non può sapere che anche se Djokovic ha vinto rapidamente fino a mezzanotte australiana non è venuto a parlare in conferenza stampa. Dopo di che noi di Ubitennis dovevamo registrare due video, trovando un interlocutore straniero di livello – si sono alternati in questi giorni gli inviati del New York Times, del Sunday Times, del Times, di Tennis Channel e Tennis.com, di un giornale di Belgrado e altri – quindi c’era da inviare l’articolo ai tre giornali del gruppo (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno), rispondere a varie radio che ci chiamano (Radio Sportiva, Radio Rai…), raccogliere tutte le nostre carabattole svuotando cassetti e armadietti, trovare transportation per arrivare a casa e scrivere ancora. Il tutto con almeno 35 kg di roba fra abbigliamento, computer, telecamera, treppiede, telefoni, libri…da trasformare in meno di 30 kg, fra valigia, trolley, borsa.

Per andare all’aeroporto nell’arco di poche ore. Tutto si ha fuorchè la giusta concentrazione per scrivere qualcosa di leggibile. Quindi anche questa volta avrei fatto volentieri a meno…ma si sarebbero arrabbiati i tifosi di Djokovic, accusandomi con tutta probabilità di non aver gradito la sua vittoria visto che mi imputano – per fortuna più anni fa che in tempi recenti – di essere UbiNadal.

In realtà io avevo continuato a dare favorito Djokovic pur essendo rimasto incredibilmente impressionato dalle performances di Nadal che aveva ridicolizzato tre Next Gen nel corso di un torneo immacolato, senza la perdita di un set fino alla finale; tuttavia mi aspettavo molto più equiilibrio, come tutti del resto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un Nadal dominato, strapazzato a quel modo. Con un solo punto strappato a Djokovic in cinque turni di servizio nel primo set, con altri cinque nel secondo e subendo in quei due set l’umiliazione di sei games persi a zero sul servizio di Nole con tre break subiti tutti a 15! Onestamente quasi incredibile. Nadal a fine match ha cercato di mascherare la delusione, non ha accampato scuse, infortuni di sorta, salvo dire che non si era illuso di essere già pronto dopo essere stato 4 mesi senza giocare un torneo.

Però neppure lui si aspettava di poter subire una batosta simile. Nessuno davvero poteva prevederla.  Soltanto dopo un’ora e tre quarti di strapazzamenti è riuscito a conquistarsi un breakpoint, ma ha sbagliato un rovescio e buonanotte. E’ apparso improvvisamente lento, falloso, incapace di giocare profondo…ma è stato Djokovic che lo ha preso alla gola, che non gli ha dato tregua e – come ha detto nel corso di una conferenza stampa in cui nel rispondere a una mia domanda ha suscitato l’ilarità generale imitando il mio accento  – “volevo cominciare bene nel match, e sono uscito dai blocchi con la giusta intensità, sono stato subito aggressivo, ho ottenuto un break cruciale già nel secondo game, salito 3-0 in meno di 10 minuti”.

Adesso si dovrebbe già archiviare questo successo e domandarsi: cosa succederà adesso? Beh, se qualcuno andasse a rileggere cosa scrissi nel 2015, ritroverebbe più o meno gli stessi pensieri, con la differenza che adesso Murray è praticamente uscito di scena – e fu invece capace di conquistare il trono del tennis – Federer si sta avvicinando ai 38 anni e anche i fenomeni devono fare i conti con il certificato anagrafico. E quanto a Nadal tutti gli infortuni che regolarmente o quasi gli impediscono di giocare per un’intera annata non possono essere ignorati.

I NextGen stanno facendo progressi, ma abbiamo visto come Nadal sia riuscito a dominarli perfino sulla sua superficie meno amata. Che punteggi avrebbe inflitto loro sulla terra rossa? Zverev è la vera incognita, perché negli Slam continua per ora a deludere. Prima o poi non lo farà più, ma intanto se vogliamo trovare un avversario capace di fermare questo Djokovic, dove andiamo a cercarlo? Certo anche nel 2011 e nel 2015 Nole sembrava una spanna superiore a tutti gli altri, irresistibile e destinato a vincere 3 Slam l’anno. Ma poi si è visto che previsioni di questo tipo non si possono fare perché anche i fenomeni alla Djokovic possono incorrere in problemi di varia natura: familiari? Fisici? Tecnici?

Per questo motivo discutere oggi se Djokovic possa o meno raggiungere i 17 Slam di Nadal – se avesse perso il gap sarebbe di 4, ora è soltanto di 2, è una bella differenza no? – o i 20 di Federer lascia il tempo che trova. Un anno fa Novak si è dovuto operare al gomito, in passato aveva avuto problemi al polso. Come si fa a prevedere quel che può succedere a lui e ai suoi più seri avversari?  Impossibile. Anche perché è la stessa età dei contendenti della Old-Gen che rende assurda qualsiasi ipotesi relativa a tornei di 4, 6 o 9 mesi più in là. A 25 anni Federer non si sarebbe mai fatto una lesione al menisco facendo il bagnetto ai figli, Djokovic non avrebbe avuto problemi al polso e al gomito, Nadal al ginocchio, al piede, al polso, all’addome. E vi risparmio le condizioni di del Potro, il re degli sfortunati. Bisognerebbe avere la palla di vetro del Mago Ubaldo per prevedere i sempre possibili infortuni dei big e i tempi degli stessi. E la loro eventuale contemporaneità.

Quindi, anche se è più banale, e sembro uno di quei giocatori che ripetono il solito mantra “Io guardo un avversario alla volta…no, non ho visto il tabellone (bugiardi!) “, se non si vuole rischiare di essere contraddetti ogni tre passi, è davvero giusto analizzare quel che è successo, constatare che un Djokovic così era assolutamente imbattibile – ma anche lì…Medvedev negli ottavi qualche problemino glielo aveva creato, spesso Novak era apparso in apnea …- ma anche ricordare che non tutti i giorni sono uguali. Ci si può svegliare in gran forma e l’indomani essere la brutta copia del giorno prima. Se Nadal serviva benissimo un giorno e malissimo il giorno dopo, beh, certo è anche colpa (o merito piuttosto) dell’avversario, ma è anche lui che non ha indovinato la giornata giusta.

Che Djokovic oggi debba essere considerato più forte di Nadal sul cemento mi sembra non lo si possa discutere. Ma che se giocassero di nuovo domani, o dopo domani, o fra una settimana, e il risultato sarebbe lo stesso…beh io non lo credo. E non lo crede neppure Nadal. Djokovic non so. Nadal non è sembrato quello vero, né quello dei giorni precedenti, né certo dei giorni migliori. Fino a che punto è stato un Djokovic macchina perfetta a ridurlo così, a trasformarlo in una vittima impotente e quasi irriconoscibile?

Sono i misteri del tennis, quelli che contribuiscono a renderlo affascinante. A tutti i livelli, se si pensa a quel che è successo nella finale Osaka-Kvitova a fine secondo set. O anche, a livelli più bassi, al 14-12 nel long tiebreak che ha visto il nostro bravissimo Lorenzo Musetti prevalere su Emilio Nava. Se a Lorenzo non fosse entrato il servizio sul matchpoint per Nava avremmo tutti scritto una storia diversa, certo meno entusiasta. E Djokovic non gli avrebbe detto: “Hai vinto grazie alla tua forza mentale”. Certo che c’è del vero in quel che ha detto Djokovic, ma certe frasi, certe verità, certe realtà, talvolta sono condizionate da un centimetro in più o in meno di una palla che entra oppure esce. Senza una vera ragione che giustifichi tutte le analisi che vengono fatte con il senno del poi. Del resto della caducità delle umane cose, e figurarsi dello sport, scriveva con ben altre qualità e profondità di pensiero, un certo Giacomo Leopardi. Che non era appassionati di tennis (anche se a Recanati c’è un suo nipote con il suo stesso cognome che lo è e non poco). Che pretendete da uno Scanagatta qualsiasi? 

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