Cecchinato: abbiamo trovato un giocatore ma un errore c’è stato

Editoriali del Direttore

Cecchinato: abbiamo trovato un giocatore ma un errore c’è stato

Bravo per come ha lottato nella sua prima grande semi. Più che per aver sconfitto Goffin. Avrebbe dovuto fare qualche serve&volley. La mia polemica con Nadal su Zverev

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Marco Cecchinato è uscito tra gli applausi scroscianti del Philippe Chatrier e, dopo tutto un torneo assolutamente e imprevedibilmente straordinario, da tutto il Roland Garros. Applausi meritati. Meritatissimi. Lui ne è giustamente orgoglioso perché dopo aver battuto tre grandi giocatori ha lottato per 2 ore e due set con Dominic Thiem che è uno dei tre migliori tennisti del mondo sulla terra battuta.

Ho scritto sui giornali che ospitano i miei articoli che… chi di tiebreak ferisce di tiebreak perisce. Marco aveva conquistato la semifinale, Djokovic, i francesi e tutti noi, con quello straordinario tiebreak vinto 13-11 sul Lenglen. Venerdì sullo Chatrier ha invece perso 12-10 (soltanto due punti in meno, 22 invece di 24), quello con Thiem. Con Djokovic non aveva sbagliato nulla, con Thiem ha fatto 4 punti straordinari con altrettante imprendibili smorzate, però si è fatto sospingere talmente in fondo ai 7 metri dell’out del campo principale del Roland Garros che non riusciva a spingere a sufficienza con il dritto. Con il rovescio palleggiava con maggior profondità perché riusciva a utilizzare il lift, la palla superava di un metro e mezzo la rete, quindi in qualche modo si difendeva. Con il dritto, magari più ficcante perché più piatto, tirando da così lontano finiva per giocare corto e per subire. Thiem si apriva il campo e non perdonava.

 

Se a questo si aggiunge che sulle traiettorie “spinnate” dei servizi di Thiem Cecchinato non riusciva ad opporsi, perché la palla gli saliva sopra la spalla, quasi all’altezza della fronte, si capisce perché a Marco sia riuscito un unico break, quello che gli ha permesso di risalire dal 4-2 al 4 pari nel primo set, ma per il resto sui game di battuta dell’austriaco non c’è stata quasi lotta. Tolto il game del break Thiem ha perso 3 punti in 5 turni di servizio nel primo set, 5 punti in 6 turni di servizio nel secondo. E nel terzo, dopo che Thiem è salito sul 5-0 con tre turni di battuta e 3 punti persi, sono arrivati altri tre punti sul 5-1, con Thiem che ha comunque chiuso 6-1.
Insomma il divario è stato forse più ampio di quanto non dica il punteggio, anche se certamente i 3 setpoint avuti da Cecchinato nel tiebreak, dopo gli inattesi regali di Thiem sul 6-3 nel tiebreak, hanno fatto dire a tutti: “Eh beh, ma se Cecchinato vinceva il secondo set… chissà”. È anche giusto pensarla così. Ma è un fatto che Cecchinato avrebbe potuto trasformare quei setpoint solo se Thiem li avesse giocati male, o avesse avuto la sfortuna di fare un doppio fallo quando invece ha preso un pizzico di riga con la seconda palla sul 9-8 per Ceck: era il secondo setpoint per il nostro, ma sul primo Thiem aveva sparato una prima sulla riga, e sul terzo ha fatto lui una smorzata di rovescio assolutamente imprendibile. Quindi è stato bravo, e coraggioso, Thiem. Cecchinato non ha nulla da rimproverarsi. Chi di tiebreak ferisce… Maledetto sia quest’ultimo tiebreak, come benedetti erano stati i due con Djokovic.

Forse, forse e ancora forse, Cecchinato e il suo coach un rimprovero possono farselo: quello di aver sofferto un po’ troppo per tenere tanti game di servizio, tre break subiti e sei nei quali è stato costretto ai vantaggi dovendo fronteggiare nove pallebreak (di cui sei salvate dunque). Un bello stress. Al termine di quei game persi o lottati strenuamente Cecchinato non riusciva ad opporsi, come ho detto sopra, ai game di servizio di Thiem che scorrevano rapidi, facili, quasi senza perdite di punti da parte dell’austriaco. Come detto, ma qui sottolineo, Thiem ha perso una sola volta la battuta, sul 4-3 del primo set, e ha concesso a Cecchinato di arrivare a 40 un’altra sola volta, sul 5-1 al terzo, a match praticamente finito. Cosa avrebbe dunque potuto fare Cecchinato per evitarsi quello stress nei propri game di servizio che hanno avuto conseguenze letali nei game di risposta per lui e dato grande sicurezza e tranquillità a Thiem, il cui unico punto debole è forse una certa fragilità nervosa? La risposta è giocare qualche serve&volley. Perché con Thiem che rispondeva da sei metri lontano dalla riga di fondo, prima di riguadagnarla subito dopo per dominare gli scambi, la risposta di Thiem avrebbe percorso tanti metri, consentendo a Cecchinato di arrivare abbastanza agevolmente sottorete. Thiem non avrebbe più potuto permettersi risposte liftate alte, che si sarebbero trasformate in comode volée per Cecchinato, anche se il siciliano non fosse un grande volleador, come prima cosa. E come seconda cosa dopo anche solo due o tre punti persi per aver risposto troppo da dietro, Thiem si sarebbe sentito costretto a cambiare posizione, ad avanzare di un paio di metri. Non avrebbe più potuto giocare con il pilota automatico. Avrebbe forse cominciato a dover pensare, volta volta, se stare più avanti o più indietro. Tutto fa stress. Tutto può creare problemi psicologici. E, di contro, alcune soluzioni positive avrebbero potuto dare fiducia ed esaltare Cecchinato… e il pubblico che stava per lui, l’underdog, lo sfavorito, il protagonista inatteso della storia più bella ed avvincente di questo Roland Garros.

Cecchinato serviva bene, anche se non con la potenza e velocità oltre i 200 km orari di Thiem, serviva profondo, lungo, sia prime sia seconde. Ma di serve&volley non ne ha fatto neppure uno. E io ho qui fatto i conti soltanto dei game… e non dei punti del tiebreak. Ne ha persi cinque! Il primo, il quinto, il nono, il ventesimo che era il suo terzo setpoint ma l’unico sul servizio (quello nel quale Thiem ha fatto il punto con una smorzata di rovescio giocata da 4 metri dietro la riga di fondo… se Cecchinato fosse andato avanti dietro al servizio gli avrebbe spuntato anche quell’arma), e il ventunesimo quando ha affossato un dritto in rete perché rimasto sorpreso dalla risposta profonda di Thiem. Non poteva certo trasformarsi in uno Stepanek, o in un Karlovic, ma sono abbastanza sicuro – anche non ci sarà mai controprova – che qualche serve&volley in più avrebbe creato problemi invece mai posti a Thiem. E vedrete che Rafa Nadal, che non serve molto meglio di quanto abbia fatto Marco anche se è mancino, lo farà.

Adesso forse viene il difficile. Cecchinato sarà chiamato a confermarsi. E ora che sarà un top-30, troverà avversari arrazzatissimi per batterlo. Per farsi un nome come se lo è fatto lui. Li dovrà affrontare, almeno fino al ritorno sull’amata terra rossa, sull’ostica erba di Eastbourne e di Wimbledon, dove non ha in pratica alcuna esperienza. Vero che l’erba di oggi non è quella dell’epoca Laver, e nemmeno Sampras – sebbene già lì fosse diventato competitivo Agassi che giocava solo da fondocampo – e che i rimbalzi sono alti, ma sull’erba si corre in modo completamente diverso, a passettini, rispetto alla terra rossa su cui ama scivolare il Ceck. Quindi anche se certamente oggi il Ceck lascia Parigi con ben altra fiducia e consapevolezza nei propri mezzi rispetto a quando ci è arrivato una dozzina di giorni fa, il rischio di subire qualche severo contraccolpo c’è tutto. La mia sensazione però è che l’Italia ha finalmente trovato un giocatore vero dopo tanti buoni giocatori cui però mancavano troppe cose, o la personalità, o i colpi decisivi, o il talento, o la capoccia.

È presto per sbilanciarsi. Un gran bel torneo non basta e non può bastare. Anche perché per ora il Cecchinato competitivo con i migliori del mondo lo si è visto solo sulla terra rossa e sulla distanza dei tre set su cinque, dove forse lui che ha più fisico di altri e anche una varietà di schemi e colpi che gli consente di essere aggressivo a tratti, ma anche di contenere (si pensi ai due diversi tipi di rovescio), ha il tempo di poter fare e applicare entrambe le fasi. Però è indubbio che Cecchinato abbia dimostrato di avere a 25 anni – con il solito ritardo nella maturazione che pare affliggere da sempre tutti i tennisti italiani, vedi l’articolo scritto da Ortu e ispirato da un pezzo di Repubblica – quella personalità e quell’ambizione che aveva fatto intravedere già a 16 anni, quando aveva abbandonato gli agi palermitani – e gli ozi con contorno di sole, mare e grandi scorpacciate di pesce – per il “buen retiro” di Caldaro, al freddo e con la neve. E a Caldaro lui e Vagnozzi hanno certo appreso da persone serie quali vivono da quelle parti, Sartori, Seppi, Knapp e tante altre persone lontane dalla romanità di certi ambienti federali, ad affrontare con determinazione, serietà e consapevolezza varie situazioni. Insieme al trainer Umberto Ferrara che fa collante al team. Se riusciranno a restare a lavorare a Bologna, a non farsi coinvolgere da mediocrità piccolo borghesi, mi sento di prevedere un bell’avvenire per questo ragazzo. Ha ampi margini di miglioramento, tutto il team ne è consapevole, lui per primo non si sente arrivato, non credo che si monterà la testa – sarebbe imperdonabile! – e credo che il trio potrà concretizzare quei progressi. Più che un augurio – c’è anche quello – è una fiducia che mi sento di poter riporre in lui. E, come ho scritto in questi giorni, ne ripongo molta anche in Berrettini. Perché è un altro ragazzo serio, beneducato, deciso, ambizioso con juicio. Vivere a Roma non aiuta, tutto è più difficile, ma lui ha la testa sulle spalle.

Infine due parole sul resto, non senza essermi scusato con i lettori per l’assenza di qualche mio editoriale negli ultimi giorni. Improvvisamente – vuoi per l’Italia del calcio fuori dal mondiale, vuoi per gli inattesi exploit di Cecchinato e anche le belle prove di Fognini e Giorgi (che rimpianto ragazzi… nel vedere Stephens in finale! Ma è l’ennesima conferma – per me almeno – che Camila il potenziale per arrivare prima o poi a un grande exploit ce l’avrebbe tutto e il ritardo che ci sta mettendo è dovuto a una serie di difficoltà che la sua vita le ha comunque riservato) di vita – i responsabili dei miei giornali hanno ricominciato a dare spazi inconsueti. Anche 4, 5, 6 articoli in un giorno. Ho detto la mia in diversi video, e mi spiace che ancora tanti lettori si dimostrino un tantino refrattari alla visione di questi video, perché tante volte avrebbero sostituito quello che avrei scritto. Ad esempio ero straconvinto che del Potro fosse stato svantaggiatissimo a dover giocare quarti e semifinali senza un break di un giorno. Nadal ha passeggiato terzo e quarto set con Schwartzman, del Potro ha sudato sette camicie con Cilic. E non avendo il fisico di Nadal ci ha lasciato le penne, dopo aver lottato praticamente solo per un set, il primo nel quale ha mancato 6 palle break

Nei giorni scorsi avevo polemizzato anche con Nadal, ma sui fatti e non sulle profezie. Zverev, per qualche strano motivo (troppa pressione?), negli Slam continua a non giocare con la stessa serenità con la quale gioca negli altri tornei. Il risultato è che ha giocato 15 set quando avrebbero potuto bastargliene 9 o 10, max 11, per battere Lajovic, Dzumhur e Khachanov. Così quando è arrivato a giocare con Thiem era a pezzi. Nadal mi sfida in una sfida che io non ho alcuna intenzione di accettare quando dice che nei prossimi due anni Zverev vincerà uno Slam. È probabile che ci riesca, non deve convincere me, non ho mai detto il contrario. Dico soltanto che la tensione di dover far bene negli Slam finora non ha aiutato Zverev a dare il meglio di sé. E qualunque cosa dica Nadal resto della mia opinione. Il fatto che lui sia il n.1 del mondo non significa che abbia ragione su ogni cosa.

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: WTA rischia il fallimento dopo i sette tornei cancellati, incluse Finali e Race?

Il COVID-19 sciagura imprevedibile, ma la WTA ha commesso anche diversi errori. Il bluff di Federer. Il caso Halep: niente Palermo? Sono pessimista sull’US Open. Come minimo un’edizione maschile in tono minore

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Selfie di gruppo a Shenzhen - WTA Finals 2019 (foto @WTAFinals)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Direttore, lei ha scritto un paio di mesi fa che non credeva probabile, ma semmai demagogica, una “fusione” tra Atp e Wta, anche se in tanti l’avevano suggerita come ipotesi possibile…e anche Roger Federer aveva buttato un ballon d’essai un tantino populista, se posso permettermi di usare questa frase: “Sto pensando che potremmo unire ATP e WTA, in modo da avere una sola istituzione con uomini e donne insieme” – twittò Roger. Subito si erano dichiarati d’accordo Rafa Nadal e Simona Halep. Mentre la prevedibile risposta di Billie Jean King era stata: “Contenta che Roger lo pensi…io lo dico fin dagli anni Settanta!” Dopo questi mesi di…buone intenzioni, la pensa ancora così? Carmelo Scalabrino (Messina)

Sì, e ora anche più di prima. La sua lettera giunge a proposito. Roger se ne uscì con quella “provocazione” il 22 aprile scorso. Niente è accaduto, mi pare, perché vi sia stato dato alcun seguito. Dirò di più: quanto appena accaduto con l’annullamento del circuito asiatico, tanto per la WTA che per l’ATP, crea una situazione di ulteriore disparità finanziaria fra le due sigle dei tennisti professionisti. Mortifera agli effetti di una potenziale e quantomai improbabile fusione.

 

Già prima di questo disastro cinese la WTA aveva un bilancio da piccola società, con un utile di 6 milioni di dollari e attività liquide per soli 5 milioni. Decisamente meglio stava l’ATP con 19 milioni di utili ma soprattutto 160 milioni di attività liquide.

Anche per questi motivi di modestissima liquidità la WTA si era trovata costretta ad aggrapparsi alla Cina e ai suoi tornei, pur nella consapevolezza di affluenze modestissime nei vari stadi e, di conseguenza, un’immagine abbastanza compromessa anche agli occhi dei potenziali sponsor. Una scelta che personalmente avevo sempre considerato discutibile e rischiosa, a lungo andare. D’altra parte è anche vero che la WTA non ha potuto contare, fatta eccezione per Serena Williams (che non è stata più imbattibile come una volta), su personalità del carisma e dell’appeal di un Federer, un Nadal, un Djokovic. L’unico possibile contraltare di Serena, anche se dal 2004 non era più riuscita a batterla, era Maria Sharapova. Che si è ritirata a miglior vita. Tutto questo ha comportato una gran differenza! Non è stato neppur tanto un problema di natura tecnica, di spettacolo, di due set su tre invece che tre set su cinque. I protagonisti del circuito ATP sono stati decisamente di diversa caratura. E ora, grazie al COVID-19 (si fa per dire)… agli zoppi grucciate!

Per la WTA l’apporto economico cinese era fondamentale. Ma oggi si può dire – anche se nessuno poteva immaginarsi la pandemia del COVID-19 – che così come si suggerisce sempre agli investitori in borsa di diversificare gli investimenti anziché puntare su un solo titolo, la scelta ormai decennale della WTA di puntare troppo – se non quasi tutto – sull’Oriente, sul contiente asiatico, si è rivelata decisamente infelice.

Fu l’attuale direttrice dell’US Open, Stacey Allaster a credere che il fenomeno Li Na, avrebbe fatto proseliti, che i cinesi, gli orientali tutti, avrebbero riversato sul tennis la stessa passione che hanno per il ping-pong e il badminton, che sarebbero proliferate nuove Li Na, nuova campionesse e – chissà? – magari anche qualche maschietto competitivo. Non è successo. Né giocatori, né boom di spettatori e di interesse. Invece abbiamo visto soltanto stadi vuoti dappertutto, da Singapore alle varie località cinesi che pure si sono date da fare – vedi l’eterna lotta per una egemonia nazionale fra Shanghai e Pechino – dando vita a una grande concorrenza interna che ha portato tante diverse città ad allestire una dozzina di tornei WTA, di ogni possibile categoria.

Però il tennis non ha sfondato. E chissà che il Governo cinese, pronunciandosi per il blocco del circuito per via del Covid-19, non abbia in fondo pensato che investire (e far investire) tutti quei soldi sul tennis, fosse tutto sommato una cosa da evitare. Soprattutto quest’anno che neppure gli spettatori possono affollare gli stadi (semmai volessero farlo). Così, portando la WTA sull’orlo del baratro, del dissesto finanziario, sono saltati 11 tornei di questo autunno: 7 femminili e 4 maschili. Non ho elementi sufficienti per dire che la WTA rischi il fallimento, ma non mi stupirebbe assolutamente una discreta riduzione dei tornei nel 2021 in Cina e non solo (se prima o poi riprenderanno dovunque…) e montepremi più bassi. Per rispondere al lettore di Messina mi domando: se aumenterà il gap di interesse, dei montepremi fra ATP e WTA, chi mai glielo farà fare all’ATP di dividere equamente una torta che per tre quarti appartiene all’ATP? Come accetterebbero i tennisti di rinunciare a una bella fetta dei loro guadagni per consentire alle tenniste di spartirsi i montepremi a metà?

Roger con la sua uscita… ha acquisito nuovi consensi – come se non ne avesse abbastanza! – presso il pubblico femminile e le colleghe. Nadal si è accodato all’amico che raramente contraddice. Che Halep fosse favorevole, e con lei tutte le tenniste, beh dove sta la sorpresa?

Il punto è che l’ATP, che conta comunque di poter organizzare le sue finali ATP all’02 Arena di Londra – l’ultimo anno prima dei 5 anni di Torino (vi immaginate che bagno di sangue sarebbe stato per la nostra FIT se il COVID-19 fosse coinciso con il primo anno delle finali a Torino? Meglio non pensarci…) – può sopportare la perdita di quattro suoi tornei, quello di Pechino, il Masters 1000 di Shanghai e i due tornei di Chengdu e Zhuhai. Ma la WTA no. La WTA, intanto, di tornei ne perde ben sette. E fra questi soprattutto le finali di Shenzhen (14 milioni di dollari il montepremi e la maggior fonte annuale di reddito per la WTA), trovandosi costretta a cancellare perfino la Porsche Race. Un vero disastro, una catastrofe. Sono saltate infatti la settimana del 12 ottobre a Pechino, del 19 a Wuhan e Jiangxi, del 26 a Zhengzhou, del 9 novembre a Shenzhen, del 16 a Zhuhai, del 23 a Guangzhou. E con questi 7 tornei tutti i loro munifici sponsor. I sette tornei “offrivano” globalmente alle tenniste montepremi intorno ai 26 milioni di euro. E se fino a 6 anni fa le finali WTA apportavano alla stessa WTA il 35% delle proprie entrate, adesso la percentuale era parecchio salita.

Fino a pochissimi giorni fa Steve Simon, CEO della WTA, diceva: “Ci sono il 50% delle possibilità che sul suolo cinese il circuito tennistico proceda”. Si sbagliava. Forse pensava che il Governo cinese avrebbe dato via libera al tennis perché ospitare – fra gli altri – un torneo a Wuhan, la città più colpita in primis dal COVID-19, avrebbe potuto avere un forte significato simbolico e politico. Ora la scelta cinese – con Shenzhen che aveva deciso di investire un miliardo di dollari in 10 anni – si è rivelata purtroppo disastrosa. Steve Simon forse non ha colpe, forse sì. Di certo la WTA non si è dimostrata troppe volte all’altezza della situazione. Perché ad esempio non consentire a Palermo di ospitare un torneo da 48 giocatrici, con tante di quelle tenniste che desideravano giocarlo? Per proteggere i tornei americani che chissà se mai si disputeranno?


Gentile direttore, perché se è stato cancellato il torneo di Washington a 3 settimane dalla sua disputa, non si dovrebbe cancellare anche l’US open (e il prologo del Masters 1000 di Cincinnati a New York?)Carlo Tirinnanzi (Firenze)

Money, money, money. Ci sono molti più soldi in ballo fra uno Slam a New York (più un Masters 1000 trasferito nella stessa bolla) rispetto al torneo di Washington. Ciò premesso però, io a questo punto sebbene l’USTA stia facendo di tutto e di più per garantire che lo Slam di Flushing Meadows verrà giocato a qualunque costo, io sono sempre più pessimista. Gli americani vogliono far giocare il loro torneo anche se sanno benissimo che le defezioni saranno numerose. Almeno fino a quando il discorso quarantena non verrà chiarito. Se lei da giocatore – e in maggioranza i giocatori più forti sono europei – dovesse mettere sulla bilancia d’una sofferta decisione uno Slam (US Open) e un Masters 1000 (Cincinnati a New York) contro un altro Slam (Roland Garros), 2 Masters 1000 (Madrid e Roma) e una serie di tornei in Europa, che tipo di scelta farebbe?

È talmente evidente che non rispondo. Ma agli americani interessano i diritti tv, più che chi gioca e chi non gioca. Tuttavia mentre in campo femminile basta quasi la presenza di Serena, e di giocatrici nordamericane interessanti ce ne sono comunque a far da contorno (Kenin, Andreescu, Stephens, Keys, Riske), nel field maschile se oltre a Nadal, Wawrinka e Federer assenti, non dovessero andare neppure Djokovic, Zverev e Tsitsipas (che non si sono ancora pronunciati a differenza di Thiem), beh sarebbe certo un’edizione in tono minore.


Ma è vero che Simona Halep, data per sicura a Palermo dopo le sue stesse dichiarazioni, non potrebbe partecipare se il Governo italiano non cambia idea riguardo alla quarantena imposta a chi provenga da Romania e Bulgaria? – Giuseppe Accordi (Padova)

Purtroppo questa tegola parrebbe esserci. Il ministro della salute Roberto Speranza ha firmato un’ordinanza che impone una quarantena di 14 giorni a chiunque si sia trovato recentemente in Romania e Bulgaria. Ma il direttore del Country Time di Palermo Oliviero Palma, che ha invitato perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c., ad assistere al Ladies Open, spera ancora di strappare un provvedimento di esenzione per Simona. Sarebbe una vera beffa, per i siciliani che hanno fatto di tutto per allestire il loro torneo, se venisse a mancare la campionessa di Wimbledon in carica e la protagonista più attesa. Ciò detto, il torneo è di un tale livello, con altre 5 tenniste fra le prime 20, che anche nella peggiore delle ipotesi resterebbe comunque il migliore mai ospitato dal capoluogo siciliano.


Egregio Direttore, è con vero piacere che io ed altri appassionati di Tennis vediamo la Sua bella e interessante trasmissione. C’è però una cosa che ci incuriosisce: come mai nelle partite in cui gioca Nadal questi perde quasi sempre… Possiamo capire quando gioca contro Fognini, ma con gli altri?? Quando perse contro la Vinci, l’entusiasmo era più che comprensibile, ma contro le altre… Certamente saranno delle coincidenz , ma…. – Romano Morando

Confesso che non so a quali trasmissioni lei alluda. Io scrivo su Ubitennis. Non mi scambierà per un qualche dirigente o telecronista di Supertennis? Forse è a quelle trasmissioni cui allude. Io non c’entro. È probabilmente vero che Nadal fa più notizia quando perde che quando vince, idem Serena. Quindi forse Supertennis privilegia la notizia. Non credo che si voglia programmare apposta le sconfitte di Nadal e Serena, ma – insomma – io creda che lei abbia potuto sbagliare destinatario. Mi fa piacere però che segua anche Ubitennis (che qualche buontempone in passato aveva ribattezzato UbiNadal… ma doveva essere certamente un tifoso di Federer o di Djokovic).


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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Editoriali del Direttore

L’impari lotta del ministro Spadafora. Troppi nemici. Malagò e Binaghi, nemici alleati e poltrone assicurate

Il testo unico della legge di riforma dello sport prevede un massimo di 2 mandati per il presidente CONI e di 3 per i presidenti federali. Così Angelo Binaghi, per garantirsi il suo sesto, ha fissato le elezioni per settembre, contando che la legge non passi rapidamente

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Credo che Spadafora andrà a sbattere contro un muro. E si farà pure male. Leggo su Repubblica di questo martedì (che riprende la Gazzetta dello Sport di lunedì): Il ministro ha dichiarato guerra a quei 16 presidenti che guidano le loro federazioni da quando c’erano ancora le Torri Gemelle. E in diretta Facebook Spadafora ha annunciato il testo unico di riforma dello sport che, nelle sue maglie, contiene il limite di tre mandati per i presidenti federali. Mentre per il CONI verrebbe introdotto da subito il limite di due mandati. Se la norma non sparirà dalla bozza, Malagò sarebbe ineleggibile già nel 2021.

Il testo è una legge delega che non necessita di approvazione parlamentare, ma deve passare in Consiglio dei ministri a fine mese – le vacanze estive però incombono – e prima per i partiti di maggioranza: questo martedì tocca a LEU e Italia Viva, mercoledì a PD e 5 Stelle. Molti scommettono che il testo unico possa essere ampiamente ritoccato. Troppi presidenti federali, in carica dal 2000, non vogliono mollare la loro poltrona e cercano di accelerare le nuove elezioni – quando essendo state rinviate le Olimpiadi queste avrebbero potuto essere indette fino all’autunno 2021 – perché l’obiettivo principe è conquistarsi altri quattro anni di potere. Così si è subito mosso Angelo Binaghi – come avete letto in questo articolo – che ha prima convocato il consiglio direttivo della FIT al Fort Village un paio di weekend fa (ovviamente tutti spesati i consiglieri per il viaggio e l’alloggio in Sardegna, ma non i 60 invitati a celebrare il suo sessantesimo compleanno nel costoso resort sardo) e poi ha fissato l’assemblea elettiva per settembre. 

Se Binaghi avesse aspettato il 2021 magari avrebbe potuto diventare legge il testo unico di Spadafora e il dirigente sardo avrebbe dovuto nominare un “re travicello”, da sostituire dopo un quadriennio, un po’ come ha fatto in Russia Putin quando, avendo esaurito i tempi del suo mandato, aveva messo al suo posto il debole Medvedev, giusto il tempo necessario per poi tornare in sella, dopo aver continuato a guidare i Paese alle sue spalle. Il problema di Spadafora è che sta pestando troppi piedi “illustri” e pesanti, in una sola volta, per non essere costretto a rivedere la sua posizione. Malagò e Binaghi, giusto per menzionare due persone che sarebbero toccate dal testo unico Spadafora, sono come cane e gatto ormai da tempo. Cioè da quando Binaghi si era alleato con la Lega e il precedente responsabile dello sport, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, per esautorare il CONI sotto il profilo economico e dar vita a “Sport e Salute” che dei 450 milioni annui che “gestiva” il CONI se ne è presi circa 400, lasciando briciole di soldi e potere a Malagò. 

 

Se avesse potuto, Malagò avrebbe “fulminato” Binaghi, come già aveva sognato di poter fare all’epoca in cui Binaghi si era schierato nelle elezioni del presidente del CONI a favore di Pagnozzi (candidato del precedente presidente CONI Petrucci) dicendone di cotte e di crude sul conto di Malagò, accusato di combinare ogni tipo di disastro. Poi Binaghi, grazie anche ad alcune astute passerelle televisive offerte a Malagò su Supertennis (lo strumento di potere di cui Binaghi si serve disinvoltamente per favorire gli amici di vecchia data, e quelli da conquistare, in aggiunta ai circoli elettori che pur di comparire su “Circolando” farebbero carte false) si era riavvicinato a Malagò (per una volta assai ingenuo), prima di pugnalarlo alle spalle facendo lobby per “Sport e Salute”. 

Ma ora, così vanno le cose nel nostro Bel Paese, il testo unico di Spadafora ha il suo tallone d’Achille nel fatto che ricompatta anche i nemici Malagò e Binaghi che in questa battaglia contro le intenzioni di Spadafora si ritrovano alleati. 

Troppi centri di potere, ammanicati con i più diversi partiti, mi fanno ritenere che non prevarrà la logica di chi dice basta “a 16 presidenti che guidano la loro federazione sin da quando c’erano ancora le Torri Gemelle”. Non frequento i salotti, anzi… i corridoi della politica, ma quando c’è da mettersi contro troppa gente tutta insieme, anche i presunti “rottamatori” di solito si arrendono. Ogni allusione al mio concittadino Matteo Renzi è puramente casuale. 

Il ministro Vincenzo Spadafora

Voglio aggiungere, peraltro, a quanto ho appena scritto – nel probabile caso che i lettori mi attribuiscano, a seguito di queste righe, la volontà di mandare a casa Binaghi… che purtroppo e pur con tutti i gravi difetti che certamente imputo a Binaghi, non vedo (soprattutto da qui a settembre) né un qualche coraggioso oppositore degno di considerazione, né all’interno dell’attuale compagine governativa federale, qualcuno in grado di sostituirlo con benefici per l’immediato futuro del tennis italiano. 

Che è poi l’unica cosa che mi sta a cuore. Fra l’altro in tempi recenti la FIT si è ravveduta su diversi punti che io sostenevo da sempre: 

  1. la necessità di non far più guerra ai team privati e ai loro coach, affiancandoli invece con strutture e personale federale
  2. il sostegno economico ed organizzativo a chi volesse organizzare tornei di livello professionistico, ATP, WTA (come Palermo) e challenger
  3. promuovere il tennis anche attraverso eventi tennistici (vedi ATP-Next Gen, pur costata un occhio della testa al bilancio) e le finali ATP a Torino per il prossimo quinquennio, una manifestazione di indubbio prestigio e risonanza mondiale. 

Eppure Binaghi, che queste considerazioni le condivide certamente, è talmente terrorizzato di poter perdere la poltrona (che nessuno gli può togliere da sotto il sedere nell’arco di tre mesi e secondo me neppure in un anno o due) che per non correre il minimo rischio, ha fissato le elezioni per settembre. Ciò per prendere in contropiede qualsiasi testo legislativo non approvato e qualsiasi abbozzo di candidatura alternativa da parte di una improbabile opposizione. La quale, ricordo a chi non lo sa, per una norma statutaria introdotta da Binaghi nel 2009, dovrebbe essere avallata dalle firme dichiarate (e quindi con il brutto rischio di dispiacere a Binaghi e ai suoi che probabilmente manterranno il potere… perchè organizzati da anni per farlo). Lo statuto prescrive che una candidatura alle elezioni della FIT debba essere sostanziata dalla firma di 300 società sportive (appartenente a più di 5 regioni) e non solo.

  • Le 300 società sportive sono i circoli di tennis gli Affiliati aventi diritto al voto, appartenenti ad almeno cinque regioni con un minimo di dieci per regione (una norma che dice tutto…)
  • devono firmare anche almeno duecento atleti maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di quindici per regione
  • devono firmare in appoggio al candidato almeno venti tecnici maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di tre per regione.

Il problema è trovare 300 società che firmino? Certo!

Si lasci perdere il punto 2 e 3 per i quali chi voglia candidarsi alla presidenza può sempre riuscire ad organizzarsi. Ma trovare, per chi non lo è già e non ha quindi rapporti con i comitati regionali, 300 circoli… che sottoscrivano una candidatura alternativa a quella del presidente, e minimo 10 per regione in 5 regioni, significa mettere su una tal macchina organizzativa …che ci vorrebbero almeno un paio d’anni per metterla in moto. Forse Trump o Biden potrebbero provarci. E talmente dispendiosa da scoraggiare chiunque a buttarsi dentro a una simile battaglia. Bisognerebbe che fosse ricchissimo, appassionatissimo, e…nullafacentissimo! 

Binaghi poteva stare tranquillo anche se le elezioni si fossero fatte nel 2022, credetemi. Organizzandole per il settembre 2020, secondo me, lascia solo l’impressione di uno che ha paura dei fantasmi e, di nuovo, non fa una bella figura. Sembra davvero troppo interessato, ma perché? Ma è anche vero che alla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis, queste vicende non interessano proprio per nulla.

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Editoriali del Direttore

Federer può giocare le finali ATP! E Nadal snobbare l’US Open, come Medvedev e Berrettini. Thiem no

Il nuovo calcolo delle classifiche ATP dà adito a possibili speculazioni. A favore dei “Fab 3” e di chi i punti li ha già. Djokovic sicuro n.1 a fine anno. Un James Bond per ogni top-player. Coscienza vs convienienza

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Non era facile trovare una soluzione al problema del calcolo dei punti, in questa fase di estrema incertezza. Si gioca o non si gioca? Potranno farlo tutti o magari qualcuno no? È giusto “costringere” a giocare chi non se la sente, penalizzandolo se rinuncia? E la quarantena c’è o non c’è da un continente all’altro? Che succede se il contagio si diffonde in un Paese, in un torneo, provvisto o meno di una “bolla protettiva”? E come tutelare i giocatori che avevano fatto i punti all’inizio dell’anno senza poter approfittare del ranking raggiunto per difenderli? E quelli che se li erano costruiti a fine 2019?

Erano davvero troppe le incognite. In un mio precedente editoriale avevo accennato alle 17 ipotesi che erano state avanzate da un team di esperti consultati dall’ATP. Dopo varie scremature erano rimaste in piedi un paio di tesi… ma alla fine ne è scaturita una nuova, quella che abbiamo descritto già ieri sera, quasi in tempo reale con l’annuncio.

Poco dopo l’uscita di quella “prima copertura”, forzatamente essenziale, tre dei miei quattro “vice” hanno anche improvvisato un podcast nel quale hanno discusso di tante situazioni che potevano venirsi a creare. Nel frattempo il sottoscritto, sapendo che – piaccia o non piaccia – gran parte dei nostri lettori non ha ancora fatto l’abitudine all’idea di ascoltare gli audio, così come di guardare i video (sebbene in audio e video si stiano investendo parecchie energie di Ubitennis), ho deciso di scrivere questo editoriale perché credo sia opportuno commentare l’importante decisione dell’ATP. Di certo non si è trattato di una decisione banale, né di una decisione improvvisata.

 

Di fatto l’ATP, tenuto conto di tutte le incertezze cui poco sopra alludevo e delle circostanze che potrebbero anche verificarsi – chi può sapere se il COVID-19 si placherà ovunque o magari invece accadrà il contrario anche soltanto in qualche Paese dove potrebbe doversi disputare un torneo oppure nel Paese di qualche tennista impossibilitato a espatriare? – ha deciso per il “liberi tutti”. Liberi tutti di giocare o non giocare qualunque torneo.

Preoccupandosi così in primis dei giocatori e in secundis degli organizzatori dei tornei che non possono più contare sulla partecipazione obbligatoria di tutti i migliori, come è invece sempre accaduto per tutti quei tornei (salvo Washington) che si dovrebbero giocare dal 13 di agosto in poi. D’altra parte l’ATP è nato e si comporta come un sindacato dei giocatori, prima che dei direttori dei tornei che pure si cerca di rispettare in quanto importanti parte in causa. I soldi li tirano fuori questi ultimi.

Questa manovra mi pare abbastanza equilibrata: favorisce i più ricchi che hanno più punti, certo, ma tutela indirettamente anche i meno ricchi e con meno punti. Se infatti più giocatori di vertice eviteranno di partecipare ai 7 tornei “mandatory” filati, si libereranno conseguentemente posti per i giocatori meno ricchi e in possesso di ranking che non avrebbero consentito loro la partecipazione a quei tornei. Magari sarà più difficile salire in classifica, ma qualcuno si metterà in tasca dei soldini cui altrimenti non avrebbe avuto accesso.

Quindi a livello di scelta “sindacale” quella dell’ATP ha una logica, dopo che la si è sempre accusata di fare soltanto gli interessi dei più ricchi. La scelta dunque ha una sua ratio. Ma come tutte le scelte “orizzontali” può favorire qualcuno e svantaggiare qualcun altro. Soprattutto può indurre qualcuno a far dei calcoli che altrimenti non avrebbe fatto. In linea di massima favorisce certamente chi i punti li aveva già, perché consente a questi giocatori già “ricchi” di punti di non avere alcuna necessità di difenderli.

Ciascuno conterà i suoi migliori 18 risultati. E parteciperà a un torneo oppure a un altro secondo coscienza o secondo convenienza? Forse questo è il punto – coscienza o convenienza? – destinato a sollevare dubbi, critiche, speculazioni. Il fatto che diversi dei top-player abbiano anche responsabilità politiche in seno all’ATP, tutti e tre i Fab 3, teoricamente dovrebbe far prevalere la coscienza. Ma, come San Tommaso, finché non vedo non ci credo.

Difficile pensare che, magari ispirati dai manager con meno scrupoli, i giocatori in toto rinuncino a fare calcoli. Calcoli relativi alla propria partecipazione a un torneo, alla programmazione più idonea a ottimizzare i loro sforzi.

Perfino Roger Federer, che aveva dato l’arrivederci al 2021, potrebbe rivedere i propri programmi. Potendo conservare fino alle ultime finali ATP di Londra i punti conquistati in Australia quest’anno e nel 2019 la finale di Indian Wells, la vittoria a Miami, la semifinale di Parigi, la finale di Wimbledon, i quarti di US open… chi mai può togliergli la qualificazione per la 02 Arena? Secondo voi Gaudenzi e management dell’ATP, che organizza le Finals per l’ultima volta a Londra non ci hanno pensato?

Non siamo ingenui, please. Da qui a novembre il ginocchio di Roger sarà a posto, esattamente come sarebbe stato a posto a gennaio per la trasferta australiana. Per l’ATP recuperare Federer per le finali sarebbe un colpo da jackpot! E chi mai si sognerebbe di dire a Federer: “Scusa Roger, avevi detto che non giocavi fino al 2021 e invece ora ti vuoi già presentare all’02 Arena?”.

Arriviamo a Rafa Nadal. Nadal ha oggettivamente molte più chance di fare il filotto Madrid, Roma e Roland Garros (con quest’ultimo torneo che resta comunque il suo obiettivo principale) se non va a New York a difendere il suo titolo e gli annessi 2.000 punti che a questo punto non perderebbe comunque, ma conserverebbe fino a settembre 2021.

Abbia o non abbia Rafa il timore di contrarre il COVID-19 a New York, in tutta franchezza chi glielo fa fare di andare a Flushing Meadows? Solo la gloria. Se si pensa che zio Toni Nadal, ancor prima di conoscere le intenzioni dell’ATP, glielo sconsigliava, è detto tutto. Andando a New York Rafa può fare solo peggio… sia là negli USA sia in Europa. Forse il più grande stimolo per andare a New York sarebbe quello di poter eguagliare là i 20 Slam di Roger e di superarlo poi con il 21° Slam a Parigi. Anche eguagliare i cinque trionfi all’US Open di Connors, Sampras, Federer per uno orgoglioso come Rafa…non sarebbe pungolo da poco, per la verità. Ma, anche se non mi piace citare i proverbi a sostegno di una tesi, ricordate il “chi troppo vuole a volte nulla stringe?”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E Djokovic? Beh, lui diventa praticamente impossibile da scalzare dal trono del tennis, con tutti i punti che ha. I 2.000 dell’Australian Open (che sono i soli 2.000 d’annata), i 2.000 intoccabili di Wimbledon, i 1000 di Madrid e i 600 di Roma in cassaforte, la semifinale di Parigi. Giochi o non giochi, per lui reduce dal coronavirus che ha vinto nel 2019 anche Bercy e potrebbe fare tranquillamente meglio alle finali ATP (dopo aver perso nel girone), cambia pochino.

Sarà quindi decisiva anche la voglia di competere di tutti. I campioni ce l’hanno connaturata, non sarebbero diventati tali se non l’avessero avuta, molto più dei calcoli. I calcoli li fanno gli agenti, di solito. Occorrerà vedere fino a che punto gli agenti “pesano”. E anche le famiglie “pesano”. I nostri Fab 3 hanno tutti mogli non proprio docilissime (Rafa forse escluso).

Potrebbe accadere – lo dico scherzando ma passando un messaggio su cui riflettere – che i giocatori decidano di allargare ulteriormente la compagine del loro team a un nuovo elemento: un agente di spionaggio. Questo James Bond delle racchette dovrà cercare di capire se uno dei competitor del suo cliente andrà o meno a giocare quel determinato torneo. Un torneo depauperato di tutti i big concorrenti, potrebbe essere un bell’incentivo a giocarlo occupando spazi più agevoli. Più che per i punti (comunque non in discussione), più che per i soldi (ne hanno già talmente tanti!), per il prestigio, per un titolo importante. Slam soprattutto, ma anche un 1000 non fa schifo al palmares.

Prendiamo il caso di Medvedev, protagonista di un’estate 2019 straordinaria. Vive in Costa Azzurra, nei tornei europei ha tutto da guadagnare perché lo scorso anno ha fatto poco o nulla. In quelli in America è abbastanza difficile che possa far meglio del 2019, quindi magari resterebbe anche volentieri in Francia… ma se potesse accarezzare l’idea di vincere uno Slam, lui come un Thiem, uno Zverev, un Tsitsipas, finora implacabilmente bocciati dai Fab 3 (e 4), voi dite che rinuncerebbe?

Ci può essere un momento più favorevole per un Next-Gen (o quasi Next-Gen) e un break through nell’albo d’oro di un Major?

Pensate a Thiem, n.3 del mondo e plurifinalista di Slam: lo scorso perse al primo turno all’US Open. Voi non ci andreste a New York – sicurezza sanitaria permettendo – per cercare il grande exploit, magari favorito dall’assenza di due Big Three, se non di tutti e tre?

Due parole anche sui “nostri” uomini di punta. Berrettini si trova in Europa, al momento non si sa neppure se il problema della quarantena con gli USA verrà risolto, ma potersi mantenere fino al settembre 2021 i punti della semifinale dell’US Open, non è cosa da poco. Significa, per i tornei europei (Madrid, Roma e Parigi) dove non ha cambiali da onorare, mantenersi una superclassifica e una posizione di testa di serie, come minimo la n.7 se ci sono proprio tutti i sei davanti (Federer no…), che non è poco.

Vero anche – va considerato in tutte queste ipotesi – che se uno non gioca… non guadagna soldi. Ma forse pur non guadagnandoli lì nell’immediato, quella posizione nel ranking potrebbe fruttare di più. Chissà… se a Matteo mancasse troppo Ajla Tomljanovic e lei non venisse in Europa, sarebbe il cuore a comandare la programmazione.

E Fognini? Ecco un altro che può tenere i 1000 punti di Montecarlo 2019 fino a fine anno (anche se lui li avrebbe conservati comunque). Lui, da n.11, potrebbe voler approfittare di qualche defezione più o meno calcolata di chi gli sta davanti, per recuperare quelle posizioni che gli consentirebbero di centrare finalmente l’obiettivo delle finali di Londra: all’US Open ha perso al primo turno, a Cincinnati non andò, a Roma e Madrid si è fermato al terzo, a Parigi giocherebbe con la ciambella di sicurezza degli ottavi raggiunti lo scorso anno. Insomma, se dall’operazione finalmente affrontata fosse uscito bene e avesse recuperato appieno, perché non sognare di raggiungere a 33 anni quel che finora – anche per via di una programmazione che lui stesso ha definito sbagliata (eppure non ci voleva un genio a pensarla diversamente) – gli è sempre sfuggito e che invece Matteo ha centrato quasi al primo tentativo serio?

Sinner infine. Per lui, come per il neocampione d’Italia Sonego, le cose non sembrerebbero cambiare teoricamente troppo. Però i risultati che farà eventualmente Jannik – auguri! Guai a considerarli scontati… gli creeremmo tutti troppa pressione – saranno comunque frenati da chi gli sta davanti che non gli cederà il passo con la stessa rapidità con cui l’avrebbe fatto in una situazione di punti non “congelati” per chi fa peggio rispetto all’anno precedente.

Il discorso per Sinner vale anche per gli italiani fuori dai top 100: però il rovescio della medaglia è che non sarebbero entrati nei tabelloni degli Slam e dei Masters 1000, mentre magari invece, a seguito delle defezioni di diversi giocatori contrari ad affrontare transvolate transoceaniche, potranno farvi irruzione. Travaglia, Seppi, Caruso, potrebbero giocare a Washington, se ci potessero e volessero andare. Lorenzi e Gaio – ma magari non solo loro – a New York e a Parigi (Paolo è 121, Federico 130) – possono sperare di giocare qualche partita ben ricompensata, dopo un anno disgraziato per le finanze.

Insomma, anche i “semiricchi” potrebbero forse godere di questo provvedimento… ma saranno peraltro quasi spinti a essere più coraggiosi, a sfidare il COVID-19, più dei ricchi Altrimenti far breccia fra i top 100 per tutti coloro che già non lo sono sarà più difficile, visto che a quelli già top 100, i punti non glieli potrà togliere nessuno.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Si dirà che la scelta ATP appare conservativa, certo è poco dinamica e un tantino ipocrita quando sostiene di voler premiare i giocatori che otterranno buoni risultati alla ripresa del gioco nel 2020. Vero che chi farà bene otterrà i punti previsti, ma non guadagnerà le stesse posizioni che avrebbe guadagnato, dal momento che chi stava davanti a lui non scalerà punti..

Bisogna però riconoscere che individuare una soluzione equa non era per nulla semplice. E comunque chapeau all’ATP… che, come avrebbe detto Galileo Galilei, “eppur si muove”. Avete per caso capito che farà la WTA? Da due mesi non riesce neppure a decidere se consentire a Palermo di ospitare un tabellone di 48 giocatrici, quando ci sarebbe la ressa per partecipare e già così come è ora – anche se alla fine per stani motivi Simona Halep e Karolina Pliskova decidesero di non partecipare – c’è un cast di partecipanti da far paura. Ma da dar grande lustro a quel grandissimo appassionato, prima ancora che direttore di torneo, che risponde al nome di Oliviero Palma. Il quale, per non lasciar nulla di intentato, ha pensato bene di invitare al Ladies Open perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c. che ha sempre abitato nella centralissima via della Libertà. E non è detto che all’invito non faccia seguito un sì.  

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