Cecchinato: abbiamo trovato un giocatore ma un errore c’è stato

Editoriali del Direttore

Cecchinato: abbiamo trovato un giocatore ma un errore c’è stato

Bravo per come ha lottato nella sua prima grande semi. Più che per aver sconfitto Goffin. Avrebbe dovuto fare qualche serve&volley. La mia polemica con Nadal su Zverev

Pubblicato

il

Marco Cecchinato è uscito tra gli applausi scroscianti del Philippe Chatrier e, dopo tutto un torneo assolutamente e imprevedibilmente straordinario, da tutto il Roland Garros. Applausi meritati. Meritatissimi. Lui ne è giustamente orgoglioso perché dopo aver battuto tre grandi giocatori ha lottato per 2 ore e due set con Dominic Thiem che è uno dei tre migliori tennisti del mondo sulla terra battuta.

Ho scritto sui giornali che ospitano i miei articoli che… chi di tiebreak ferisce di tiebreak perisce. Marco aveva conquistato la semifinale, Djokovic, i francesi e tutti noi, con quello straordinario tiebreak vinto 13-11 sul Lenglen. Venerdì sullo Chatrier ha invece perso 12-10 (soltanto due punti in meno, 22 invece di 24), quello con Thiem. Con Djokovic non aveva sbagliato nulla, con Thiem ha fatto 4 punti straordinari con altrettante imprendibili smorzate, però si è fatto sospingere talmente in fondo ai 7 metri dell’out del campo principale del Roland Garros che non riusciva a spingere a sufficienza con il dritto. Con il rovescio palleggiava con maggior profondità perché riusciva a utilizzare il lift, la palla superava di un metro e mezzo la rete, quindi in qualche modo si difendeva. Con il dritto, magari più ficcante perché più piatto, tirando da così lontano finiva per giocare corto e per subire. Thiem si apriva il campo e non perdonava.

 

Se a questo si aggiunge che sulle traiettorie “spinnate” dei servizi di Thiem Cecchinato non riusciva ad opporsi, perché la palla gli saliva sopra la spalla, quasi all’altezza della fronte, si capisce perché a Marco sia riuscito un unico break, quello che gli ha permesso di risalire dal 4-2 al 4 pari nel primo set, ma per il resto sui game di battuta dell’austriaco non c’è stata quasi lotta. Tolto il game del break Thiem ha perso 3 punti in 5 turni di servizio nel primo set, 5 punti in 6 turni di servizio nel secondo. E nel terzo, dopo che Thiem è salito sul 5-0 con tre turni di battuta e 3 punti persi, sono arrivati altri tre punti sul 5-1, con Thiem che ha comunque chiuso 6-1.
Insomma il divario è stato forse più ampio di quanto non dica il punteggio, anche se certamente i 3 setpoint avuti da Cecchinato nel tiebreak, dopo gli inattesi regali di Thiem sul 6-3 nel tiebreak, hanno fatto dire a tutti: “Eh beh, ma se Cecchinato vinceva il secondo set… chissà”. È anche giusto pensarla così. Ma è un fatto che Cecchinato avrebbe potuto trasformare quei setpoint solo se Thiem li avesse giocati male, o avesse avuto la sfortuna di fare un doppio fallo quando invece ha preso un pizzico di riga con la seconda palla sul 9-8 per Ceck: era il secondo setpoint per il nostro, ma sul primo Thiem aveva sparato una prima sulla riga, e sul terzo ha fatto lui una smorzata di rovescio assolutamente imprendibile. Quindi è stato bravo, e coraggioso, Thiem. Cecchinato non ha nulla da rimproverarsi. Chi di tiebreak ferisce… Maledetto sia quest’ultimo tiebreak, come benedetti erano stati i due con Djokovic.

Forse, forse e ancora forse, Cecchinato e il suo coach un rimprovero possono farselo: quello di aver sofferto un po’ troppo per tenere tanti game di servizio, tre break subiti e sei nei quali è stato costretto ai vantaggi dovendo fronteggiare nove pallebreak (di cui sei salvate dunque). Un bello stress. Al termine di quei game persi o lottati strenuamente Cecchinato non riusciva ad opporsi, come ho detto sopra, ai game di servizio di Thiem che scorrevano rapidi, facili, quasi senza perdite di punti da parte dell’austriaco. Come detto, ma qui sottolineo, Thiem ha perso una sola volta la battuta, sul 4-3 del primo set, e ha concesso a Cecchinato di arrivare a 40 un’altra sola volta, sul 5-1 al terzo, a match praticamente finito. Cosa avrebbe dunque potuto fare Cecchinato per evitarsi quello stress nei propri game di servizio che hanno avuto conseguenze letali nei game di risposta per lui e dato grande sicurezza e tranquillità a Thiem, il cui unico punto debole è forse una certa fragilità nervosa? La risposta è giocare qualche serve&volley. Perché con Thiem che rispondeva da sei metri lontano dalla riga di fondo, prima di riguadagnarla subito dopo per dominare gli scambi, la risposta di Thiem avrebbe percorso tanti metri, consentendo a Cecchinato di arrivare abbastanza agevolmente sottorete. Thiem non avrebbe più potuto permettersi risposte liftate alte, che si sarebbero trasformate in comode volée per Cecchinato, anche se il siciliano non fosse un grande volleador, come prima cosa. E come seconda cosa dopo anche solo due o tre punti persi per aver risposto troppo da dietro, Thiem si sarebbe sentito costretto a cambiare posizione, ad avanzare di un paio di metri. Non avrebbe più potuto giocare con il pilota automatico. Avrebbe forse cominciato a dover pensare, volta volta, se stare più avanti o più indietro. Tutto fa stress. Tutto può creare problemi psicologici. E, di contro, alcune soluzioni positive avrebbero potuto dare fiducia ed esaltare Cecchinato… e il pubblico che stava per lui, l’underdog, lo sfavorito, il protagonista inatteso della storia più bella ed avvincente di questo Roland Garros.

Cecchinato serviva bene, anche se non con la potenza e velocità oltre i 200 km orari di Thiem, serviva profondo, lungo, sia prime sia seconde. Ma di serve&volley non ne ha fatto neppure uno. E io ho qui fatto i conti soltanto dei game… e non dei punti del tiebreak. Ne ha persi cinque! Il primo, il quinto, il nono, il ventesimo che era il suo terzo setpoint ma l’unico sul servizio (quello nel quale Thiem ha fatto il punto con una smorzata di rovescio giocata da 4 metri dietro la riga di fondo… se Cecchinato fosse andato avanti dietro al servizio gli avrebbe spuntato anche quell’arma), e il ventunesimo quando ha affossato un dritto in rete perché rimasto sorpreso dalla risposta profonda di Thiem. Non poteva certo trasformarsi in uno Stepanek, o in un Karlovic, ma sono abbastanza sicuro – anche non ci sarà mai controprova – che qualche serve&volley in più avrebbe creato problemi invece mai posti a Thiem. E vedrete che Rafa Nadal, che non serve molto meglio di quanto abbia fatto Marco anche se è mancino, lo farà.

Adesso forse viene il difficile. Cecchinato sarà chiamato a confermarsi. E ora che sarà un top-30, troverà avversari arrazzatissimi per batterlo. Per farsi un nome come se lo è fatto lui. Li dovrà affrontare, almeno fino al ritorno sull’amata terra rossa, sull’ostica erba di Eastbourne e di Wimbledon, dove non ha in pratica alcuna esperienza. Vero che l’erba di oggi non è quella dell’epoca Laver, e nemmeno Sampras – sebbene già lì fosse diventato competitivo Agassi che giocava solo da fondocampo – e che i rimbalzi sono alti, ma sull’erba si corre in modo completamente diverso, a passettini, rispetto alla terra rossa su cui ama scivolare il Ceck. Quindi anche se certamente oggi il Ceck lascia Parigi con ben altra fiducia e consapevolezza nei propri mezzi rispetto a quando ci è arrivato una dozzina di giorni fa, il rischio di subire qualche severo contraccolpo c’è tutto. La mia sensazione però è che l’Italia ha finalmente trovato un giocatore vero dopo tanti buoni giocatori cui però mancavano troppe cose, o la personalità, o i colpi decisivi, o il talento, o la capoccia.

È presto per sbilanciarsi. Un gran bel torneo non basta e non può bastare. Anche perché per ora il Cecchinato competitivo con i migliori del mondo lo si è visto solo sulla terra rossa e sulla distanza dei tre set su cinque, dove forse lui che ha più fisico di altri e anche una varietà di schemi e colpi che gli consente di essere aggressivo a tratti, ma anche di contenere (si pensi ai due diversi tipi di rovescio), ha il tempo di poter fare e applicare entrambe le fasi. Però è indubbio che Cecchinato abbia dimostrato di avere a 25 anni – con il solito ritardo nella maturazione che pare affliggere da sempre tutti i tennisti italiani, vedi l’articolo scritto da Ortu e ispirato da un pezzo di Repubblica – quella personalità e quell’ambizione che aveva fatto intravedere già a 16 anni, quando aveva abbandonato gli agi palermitani – e gli ozi con contorno di sole, mare e grandi scorpacciate di pesce – per il “buen retiro” di Caldaro, al freddo e con la neve. E a Caldaro lui e Vagnozzi hanno certo appreso da persone serie quali vivono da quelle parti, Sartori, Seppi, Knapp e tante altre persone lontane dalla romanità di certi ambienti federali, ad affrontare con determinazione, serietà e consapevolezza varie situazioni. Insieme al trainer Umberto Ferrara che fa collante al team. Se riusciranno a restare a lavorare a Bologna, a non farsi coinvolgere da mediocrità piccolo borghesi, mi sento di prevedere un bell’avvenire per questo ragazzo. Ha ampi margini di miglioramento, tutto il team ne è consapevole, lui per primo non si sente arrivato, non credo che si monterà la testa – sarebbe imperdonabile! – e credo che il trio potrà concretizzare quei progressi. Più che un augurio – c’è anche quello – è una fiducia che mi sento di poter riporre in lui. E, come ho scritto in questi giorni, ne ripongo molta anche in Berrettini. Perché è un altro ragazzo serio, beneducato, deciso, ambizioso con juicio. Vivere a Roma non aiuta, tutto è più difficile, ma lui ha la testa sulle spalle.

Infine due parole sul resto, non senza essermi scusato con i lettori per l’assenza di qualche mio editoriale negli ultimi giorni. Improvvisamente – vuoi per l’Italia del calcio fuori dal mondiale, vuoi per gli inattesi exploit di Cecchinato e anche le belle prove di Fognini e Giorgi (che rimpianto ragazzi… nel vedere Stephens in finale! Ma è l’ennesima conferma – per me almeno – che Camila il potenziale per arrivare prima o poi a un grande exploit ce l’avrebbe tutto e il ritardo che ci sta mettendo è dovuto a una serie di difficoltà che la sua vita le ha comunque riservato) di vita – i responsabili dei miei giornali hanno ricominciato a dare spazi inconsueti. Anche 4, 5, 6 articoli in un giorno. Ho detto la mia in diversi video, e mi spiace che ancora tanti lettori si dimostrino un tantino refrattari alla visione di questi video, perché tante volte avrebbero sostituito quello che avrei scritto. Ad esempio ero straconvinto che del Potro fosse stato svantaggiatissimo a dover giocare quarti e semifinali senza un break di un giorno. Nadal ha passeggiato terzo e quarto set con Schwartzman, del Potro ha sudato sette camicie con Cilic. E non avendo il fisico di Nadal ci ha lasciato le penne, dopo aver lottato praticamente solo per un set, il primo nel quale ha mancato 6 palle break

Nei giorni scorsi avevo polemizzato anche con Nadal, ma sui fatti e non sulle profezie. Zverev, per qualche strano motivo (troppa pressione?), negli Slam continua a non giocare con la stessa serenità con la quale gioca negli altri tornei. Il risultato è che ha giocato 15 set quando avrebbero potuto bastargliene 9 o 10, max 11, per battere Lajovic, Dzumhur e Khachanov. Così quando è arrivato a giocare con Thiem era a pezzi. Nadal mi sfida in una sfida che io non ho alcuna intenzione di accettare quando dice che nei prossimi due anni Zverev vincerà uno Slam. È probabile che ci riesca, non deve convincere me, non ho mai detto il contrario. Dico soltanto che la tensione di dover far bene negli Slam finora non ha aiutato Zverev a dare il meglio di sé. E qualunque cosa dica Nadal resto della mia opinione. Il fatto che lui sia il n.1 del mondo non significa che abbia ragione su ogni cosa.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Gianluca Moscarella rischia la radiazione. Ha sbagliato, ma non ha ucciso nessuno

EDITORIALE – Una condotta inaccettabile, ingiustificabile, dell’arbitro Gold Badge ITF, soprattutto nei confronti dell’innocente giovane raccattapalle. Punire sì, ma senza eccedere nel giustizialismo e nella distruzione dell’uomo

Pubblicato

il

Gianluca Moscarella - Firenze Tennis Cup 2019 (foto Stefan Polini)

È francamente imbarazzante, a dir poco, anzi pochissimo, quel che è successo nella mia Firenze, nel mio circolo delle Cascine, un po’ sotto ai miei occhi, un po’ vicino alle mie orecchie. E mi riferisco alla vicenda di cui buona parte del microcosmo del tennis in questi giorni parla: cioè quella che ha avuto per protagonista, e reo, l’arbitro Gianluca Moscarella.

Era giovedì e avevo seguito sul campo n.1 del CT Firenze la strenua lotta ingaggiata da Paolo Lorenzi con colui che avrebbe vinto la Firenze Tennis Cup, l’argentino Marco Trungelliti. Paolo aveva perso da poco 6-4 6-7 7-5 e io nell’articolo pubblicato su Ubitennis avevo riferito della sua arrabbiatura con queste righe: “… Paolo, che ha dovuto subire – proprio quando serviva sul 5-6 – una sciocca sospensione di 6/7 minuti dovuta alla riparazione di un buco (minimo) che si era formato nella rete. Francamente l’arbitro avrebbe potuto aspettare la conclusione del match o semmai decidere per la riparazione sul 6 pari. Paolo un po’ si è innervosito, un po’ si è freddato (ed era già piuttosto provato, a quasi 38 anni meno pause si hanno e meglio è), fatto sta che in un baleno si è trovato sotto 0-40 con tre match point da annullare e non ce l’ha fatta”.

Cinque minuti dopo la conclusione della partita avevo sfiorato davanti alla segreteria del CT Firenze Christian Brandi, l’allenatore di Lorenzi (ma anche di Dalla Valle e di Napolitano, tutti “allievi” del Piatti Tennis Center di Bordighera). Era letteralmente furibondo. Poiché avevo seguito con i miei occhi l’episodio del buco nella rete, della sua riparazione, dello stop che di sicuro non aveva giovato a Lorenzi, mentre lo sentivo lamentarsi concitatamente con il supervisor, restavo interdetto nel sentir dire a Christian Brandi, un tipo per solito piuttosto tranquillo: “Quello lì vuol far sempre il fenomeno!”.

 

Ma mi sono allontanato da quel serrato conciliabolo, perché ero lì per caso e non mi pareva il caso di restare lì ad orecchiare. Solo che quella sola frase captata mi aveva incuriosito. Non ero proprio riuscito a capire chi fosse il presunto fenomeno. Infatti non poteva essere l’arbitro di Trungelliti-Lorenzi. Questi aveva forse sbagliato per inesperienza, avrebbe potuto aspettare o la conclusione della partita oppure l’eventuale 6 pari, per far rattoppare un buco piccolissimo che non avrebbe certo pregiudicato il prosieguo di un match comunque agli sgoccioli. Magari quell’arbitro non poteva immaginarsi che per riparare il buco ci sarebbero voluti 6/7 minuti. Ma, insomma, se aveva sbagliato lo aveva fatto in buona fede, ma non aveva però fatto il fenomeno.

Chi era dunque il fenomeno? Avrei saputo e capito solo più tardi – ma senza che mi si raccontassero i dettagli che avrei scoperto più tardi – che il riferimento era rivolto a Moscarella, arbitro di fama internazionale, Gold Badge, e che per l’appunto pochi giorni prima aveva avuto notizia che dal 2020 sarebbe stato impegnato sul circuito ATP per un minimo di 24 settimane. E in conseguenza di ciò aveva prontamente annunciato le sue dimissioni (a partire dal prossimo gennaio 2020) da consulente-collaboratore del marketing e acquisizione sponsor di RCS-Gazzetta dello Sport. Per inconciliabilità di tempi.

Quella sera stessa apprendevo che Moscarella aveva lasciato in fretta e furia, rabbuiatissimo, il torneo di Firenze adducendo gravi motivi familiari. Senza quasi salutare nessuno. Macché problemi familiari! Era successo tutt’altro. Che cosa?

Era successo che – ho potuto ricostruire – Enrico Dalla Valle, il quale aveva perso 7-5 4-6 6-4 in un match di secondo turno da Sousa (… per via della pioggia i match si erano accavallati), si era fortemente stupito – lui in persona per primo o forse un suo amico che lo aveva informato – del fatto che a margine della sua sconfitta si fossero scatenati tanti post di tanti lettori, addirittura ottanta, su un sito e un social. Era accaduto che Stefano Berlincioni – un appassionato che ama riguardare in stream gli incontri registrati che non può vedersi in diretta (forse dovrei chiedergli di collaborare con Ubitennis… la porta è aperta!) – nell’ascoltare tutta la registrazione si era accorto dell’incredibile conversazione avvenuta fra Moscarella e Sousa di cui Ubitennis ha riferito nei giorni scorsi. E lo aveva divulgato coram populo con il tam tam dei social che avevano fatto il resto.

Ovviamente quella conversazione non poteva non arrivare alle orecchie di Christian Brandi che non ha potuto fare a meno di denunciare l’accaduto per – più che legittimamente – risentirsene con il supervisor. Non so se questi fosse già stato messo al corrente, ma certo è che appena ne ha preso conoscenza ha avvertito i suoi superiori in ATP e subito poi invitato Moscarella a lasciare Firenze e il torneo in fretta e furia. Nel rivedersi tutto il nastro del match – per esaminare il caso Sousa-Dalla Valle – ecco saltare fuori anche l’incresciosa e certamente ancora più incredibile vicenda che ha coinvolto l’innocente ragazzina raccattapalle che frequenta la quarta liceo dello sportivo Dante Alighieri e che non poteva certo immaginarsi di poter ricevere da un arbitro professionista della reputazione di Moscarella frasi come quelle che lui ha invece pronunciato.

Catalogarle come un eccesso di confidenza parrebbe interpretazione troppo benevola. Chi l’aveva vista nelle immagini registrate l’aveva creduto più piccola della sua età. Per questo motivo si è diffusa la voce ancora più inaccettabile che Moscarella avesse rivolte quelle frasi a una ragazzina di 13 anni (apparendo così ancora più incredibili). Non che rivolgerle a una di 17 sia molto diverso, però emozionalmente avrebbero forse fatto appena un po’ meno effetto.

La ragazzina, prevedibilmente piuttosto turbata, è stata inevitabilmente sentita perché si doveva capire se avesse realizzato quel che non è detto avesse udito pienamente (vero? falso?). E anche se ci fosse stato magari qualcos’altro prima o dopo che fosse eventualmente sfuggito ai microfoni (della cui esistenza un tipo esperto come Moscarella avrebbe dovuto essere ben al corrente… il che stupisce ancora di più per la inimmaginabile leggerezza dimostrata). La ragazza, oltre che turbata, quando è stata interrogata, era anche comprensibilmente spaventata. “Non avrò mica io qualche colpa?” pare abbia detto, prima di venire ovviamente rassicurata e tranquillizzata.

Vi potete quindi facilmente immaginare quanto irritati (furibondi in realtà!) fossero sia i genitori sia il preside della scuola che aveva aderito con grande entusiasmo – come del resto tutti i ragazzi – alla proposta del CT Firenze di impiegare i ragazzi del liceo sportivo come raccattapalle. Talmente entusiasti loro da venire ad assistere anche alle finali in massa, compresi quelli che ormai non sarebbero stati più impiegati. Una esperienza interessante, per loro, vivere dall’interno un torneo professionistico, imparando dal vivo del torneo tante cose che vanno al di là dell’imparare cosa è il tennis, il suo punteggio, le necessità dei tennisti, che cosa è un torneo professionistico e altre cosucce che per uno studente di un liceo classico non sono certo necessarie o importanti, ma per chi invece frequenta un liceo sportivo possono anche diventare utili apprendimenti.

Un anno fa, per la prima edizione della Firenze Tennis Cup – primo torneo professionistico dopo 22 anni di assenza a Firenze – i dirigenti del CT Firenze erano diventati matti per garantire la presenza dei raccattapalle nelle gare mattutine. I ragazzi erano infatti a scuola. Quest’anno si era pensato a risolvere la questione organizzandosi così, d’accordo con il preside e favorendo anche con biglietti omaggio l’ingresso dei genitori dei ragazzi al torneo.

Adesso, dopo questo episodio che porterà certamente serie conseguenze alla carriera di arbitro di Moscarella – il cui comportamento non ha bisogno di commenti banali se non che tutti nell’ambiente ci si chiede con malcelato e grande stupore come abbia potuto incorrere in tali terribili leggerezze, accumulandole poi in un solo giorno – giustamente sia il presidente del CT Firenze Giorgio Giovannardi sia il preside del Liceo Dante Alighieri si preoccupano soltanto di evitare ulteriori traumi alla ragazzina che è certo un po’ stranita per tutto quanto le è successo, per un’attenzione smisurata e certamente non desiderata.

D’altra parte la vicenda, che ha trovato eco su tutti i giornali nazionali, ma anche media internazionali a causa sia dell’accaduto sia anche della notorietà dell’arbitro in predicato di diventare uno dei top-umpires del circuito ATP, non poteva essere sottaciuta. Qualcuno dice che l’eco sarebbe stata esagerata se la incredibile condotta di Moscarella – continuo a usare lo stesso aggettivo, incredibile, perché non ha senso cercarne altri, ognuno aggettivi la sua condotta come sente o preferisce – si fosse limitata alle esortazioni fatte a Sousa, con il quale evidentemente Moscarella ha un rapporto estremamente confidenziale che un arbitro non dovrebbe né avere né tantomeno palesare. Ma le frasi dette alla ragazzina raccattapalle sono francamente e assolutamente inaccettabili.

E non possono restare impunite. Come, quanto? Non sta a me dirlo. Moscarella lo conosco da tempo, ci siamo parlati diverse volte e non riesco a capire che cosa gli abbia potuto prendere all’improvviso quel giorno. Ci sono state volte in cui mi è parso un po’ troppo sicuro di sé, magari eccessivamente estroverso in certe sue manifestazioni… ma alla fine – per quanto le sanzioni saranno inevitabili e probabilmente pesanti; non mi sento di escludere che in un’associazione nata negli USA come l’ATP non si arrivi addirittura a una radiazione perché oggi più di ieri i commenti anche più vagamente macho-sessisti di quelli pronunciati da Moscarella suscitano forte riprovazione – provo anche umano dispiacere per chi ha probabilmente rovinato in una giornata di follia quasi tutta una vita e una carriera che sembrava ben avviata.

Oggi è facile condannarlo e non ci sarà chi non lo faccia senza trovargli alcuna giustificazione, alcun alibi. Ma nessuno può sapere fino in fondo che cosa possa aver scatenato nella sua testa, nella sua mente – magari veri problemi familiari? – tutto quel che ha detto e fatto. Un conto è augurarsi una punizione salutare perché certi deprecabilissimi episodi non abbiano a ripetersi, un altro è distruggere per sempre una vita, una persona. Ha sbagliato, certo che ha sbagliato, e ha sbagliato pesantemente. In modo oggettivamente inqualificabile. Soprattutto nei confronti della sua innocente “vittima”, una ragazzina minorenne, e in un ambiente, quello dello sport, dove la sanità dei comportamenti è – e deve essere – ancora più richiesta che in altri. Però attenzione anche a non esagerare. Ogni giorno assistiamo, leggiamo di orribili delitti, crimini che restano quasi impuniti. Moscarella non ha ucciso nessuno.

Difatti, mi direte, non rischia il carcere ma solo l’interruzione di una carriera. Beh non è davvero poco. D’ora in poi sarà sicuramente esposto al pubblico ludibrio, a una condanna morale che nessuno gli risparmierà (e che magari soltanto 20 anni fa sarebbe stata meno accanita: anche del “me too” e dei casi di vere molestie sessuali si parla e si condanna ovunque unanimemente soltanto da tempi piuttosto recenti) e questa è già pesantissima. È necessario l’ergastolo? Al produttore americano Harvey Weinstein sono stati contestati, sia pur a distanza di anni, decine di episodi di molestie e aggressioni sessuali. Colpevole con ripetuta recidiva. Per Moscarella, almeno al momento per quanto io sappia, non mi pare siano emersi altri episodi del genere fiorentino. Mi pare ci sia una discreta differenza. Punire uno per educare molti? Certo. Se saltassero fuori altri episodi del genere imputabili a Moscarella, che quindi potesse considerarsi recidivo, allora una sua pur quasi insostenibile difesa non avrebbe alcun senso. Altrimenti sarebbe a mio avviso da tenere in considerazione che quest’uomo di 47 anni ha arbitrato migliaia di partite. Mille, duemila, tremila? Ha dato di fuori di matto un giorno, fino a prova contraria. Pena di morte professionale? Sarebbe un po’ come se a un uomo che si è comportato onestamente per una vita, ma che per un giorno fosse caduto nella tentazione di commettere un furto e fosse stato pescato in flagrante… dopo la condanna e l’espiazione della meritata pena, si rifiutasse ogni possibilità di reinserimento nella società e nel mondo del lavoro.

Io, fin dai miei primi studi giuridici, sono sempre stato per il recupero alla vita dei condannati (figurarsi per gli appassionati di tennis), per una pena rieducativa che consenta consapevolezza, pentimento e ravvedimento. E sono sempre stato contrario ad ogni facile giustizialismo. Sia pure, al contempo, senza eccedere nel perdonismo. Sono, insomma, sempre per l’equilibrio della pena. Punite il povero Moscarella, certamente reo, ma non distruggetelo per sempre.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Laver Cup: sbaglia chi crede che i campioni siano grandi attori

GINEVRA – Federer, Nadal, tutti, sono ragazzi nati per vincere e competere. Più di Kyrgios che ha bisogno di non sentirsi solo. La classifica ATP? “Fuor dalla finestra!”. McEnroe e Borg, quanto sono diversi

Pubblicato

il

Spazio sponsorizzato da Barilla


da Ginevra, il direttore

Secondo me John Isner ha ragione. In questo genere di sfide, la classifica conta poco. “La puoi gettare dalla finestra”. Come, a dir il vero, non è mai contata troppo neppure in Coppa Davis. A quante sorprese abbiamo assistito in Davis? Non si contano. Sono le motivazioni, l’ambiente, il clima di squadra, che uno sente di più e l’altro meno, che trasformano un giocatore in guerriero e un altro in un pavido interprete, che possono trasformare tennisti più ‘scarsi’ per il computer in agonisti ricchi di garra e capaci di far tremare coloro che stanno avanti nel ranking e più sulla carta che sul campo.

Cinque top 10 contro un solo top 20 ma per poco, un tie-break vinto da Zverev anziché da Raonic (in un duello che nei precedenti vedeva il canadese avanti 2-1), per un soffio

 

a trionfare per la prima volta in tre edizioni di Laver Cup, non è stata Team World.

Ha ragione anche l’organizzatore ombra Roger Federer – dall’alto dei suoi sei singolari tutti vinti in tre edizioni (“Not too bad!”)- a dire che sotto il profilo tecnico il livello di questa edizione svizzera è stato superiore alle precedenti due edizioni. Hanno torto coloro che, pur legittimati ad esprimere opinioni negative su questa manifestazione, si lasciano troppo influenzare dagli sguaiati eccessi di chi siede in panchina, con le magliette rosse come con le magliette blù.

Chi ha avuto la pazienza di leggere i miei editoriali nei giorni scorsi sa che anch’io sono assai perplesso riguardo a diversi aspetti di questa Laver Cup – non li ripeto per non eccedere in prolissità, ma potete leggere qui il primo e qui il secondo – però credo di conoscere (più di molti lettori), quasi tutti questi ragazzi diventati campioni. E sostengo: non sarebbero mai diventati campioni se non fossero stati tutti, fin da bambini, incredibilmente competitivi. Quasi ossessionati dall’idea di dover prevalere in qualunque campo si trovino a dover sfidare un avversario. Riflettete sull’etimologia del sostantivo avversario: lui ti avversa, tu devi prevalere, e se puoi devi annientarlo. A tennis, a ping-pong, a carte, alla Play Station. Guai a perdere. Lo smisurato ego e l’orgoglio di chiunque sia campione non può consentirlo.

Anzi, lo spirito di questi campioni quasi mai matura, e proprio nel momento in cui matura il campione è paradossalmente pronto per la pensione. Non è (ancora) il caso di Federer, che a 38 anni ha ancora l’entusiasmo del ragazzino. Gioca perché gli piace da morire, l’ha detto mille volte. Nadal a 33 anni idem. Giocheranno fino a che si sentiranno competitivi, in grado di vincere. Roger è stato a un punto dal vincere l’ultimo Wimbledon, Rafa ha vinto l’ultimo US Open. C’è qualcuno che può lontanamente mettere in discussione il loro diritto a sentirsi competitivi? Gli altri che erano a Ginevra, ben più giovani, vedono che i campioni che sono stati i loro idoli giovanili non mollano neppure se giocano a freccette, figurarsi se mollano loro.

Nati e cresciuti come agonisti di uno sport individuale, nel quale gioie e dolori sono pressoché quotidiani – perfino i campionissimi hanno perso più partite di quante ne hanno vinte, dai primi vagiti con racchetta in poi – ecco che il clima di squadra mai vissuto prima al di fuori delle primissime esperienze di club (in cui però sono quasi sempre stati prime donne, “prospetti”  fin dall’embrione) li coglie di sorpresa, decisamente li turba, un po’ li sconvolge, molto li affascina. Si accorgono improvvisamente che il mondo del tennis non è quello che conoscevano e che magari temevano, di certo diffidavano. E, come in tutti i gruppi di qualunque tipologia, c’è sempre qualcuno che è più estroverso ed entusiasta, che ha più personalità e capacità di trascinare gli altri, che è più leader nell’anima. Gli altri ne avvertono il carisma e lo subiscono.

Pensate a un Federer, a un Nadal e a quali sensazioni possano ispirare nei Next-Gen, campioni in formazione. Ammirazione sconfinata. Spirito di emulazione. Illimitata fiducia. E nei gruppi, anche quelli più sani – cioè diversi dagli ultras di certe curve calcistiche – si finisce per caricarsi gli uni con gli altri, per comportarsi come non ci si sarebbe mai comportati se ci si fosse trovati a dover agire da soli. Non c’è niente di male, in fondo, e tutti finiscono per dire: ma perché no?

Davvero vi sorprende che uno con la testa di un Kyrgios, ragazzo istintivo e incontrollabile com’è, possa perdere la testa nel vivere atmosfere del genere? Anzi, è un piacere sguazzarci, bando alle barbose tradizioni che ti vorrebbero appiccicare addosso anche se tu, per un’educazione assolutamente diversa da quella che ha ispirato i progenitori del tennis, non le senti tue. Ti diverti, non senti la pressione di chi è solo e non ha nessuno che ti parla, ma c’è chi ti dà una pacca sulle spalle ad ogni cambio di campo, chi ti consiglia e tu sai che quello è stato più campione di te, ne sa più di te, ti ha convocato, ti capisce, ha fiducia in te. Che può desiderare di più un tipo come Kyrgios che fa una fatica boia a disciplinarsi, a concentrarsi set dopo set, partita dopo partita e magari si trova pure una folla ostile che gli fa buuuh ogni volta che lui scaglia una racchetta (o un paio di sedie) per terra?

Kyrgios e Sock – Laver Cup 2019 (via Twitter, @LaverCup)

Kyrgios non è il solo ad esaltarsi in un clima del genere. Anche Sock alla Laver Cup si trasforma. Perfino in singolare, lui che è formidabile in doppio, anche perché è più grosso di Wawrinka e… semovente, non ha il suo rovescio anche se con il dritto ti fa cadere la racchetta di mano. Avete mai parlato con i due fratelli Sock che sono spuntati fuori dal Nebraska e sono l’incarnazione più genuina dello stereotipo dell’americano bambinone che tanti scrittori hanno dipinto in modo inconfondibile? Eric, peraltro ex tennista di college, ha alle spalle un episodio medico che per poco non si è trasformato in una tragedia a causa di una grave infezione polmonare nel 2015.

Forse è ingeneroso che io abbia preso loro due come esempio di ragazzi che non hanno nulla a che spartire con il tennis dei gesti bianchi, con le tradizioni dell’All England Club e dei mousquetaires francesi degli anni Venti, ma per favore non commettete l’errore di  credere che bravissimi giovanotti presenti a Ginevra, sia del team Europa sia del Team World, siano troppo diversi come background educativo, culturale, spirituale, intellettuale. Viviamo in piena epoca-social dove trionfano la Ferragni e Fedez. Si salta in discoteca, ci si abbraccia e si salta anche sui campi da tennis, con la musica che ti assorda ai cambi di campo, con le TV Grande Fratello che ti inquadrano in tutte le tue reazioni e, se non sei Borg, più fai… casino e più coinvolgi gli altri, più ti diverti. E se ti accorgi – e te ne accorgi – che anche la gente sugli spalti si diverte, si eccita, partecipa, grida a più non posso, fa le ola o lascia esplodere i “po-po-po-po” di Seven Nation Army – incoraggiati dagli speaker e dagli stessi giocatori “Loud, loud, more loud!” – beh scandalizzarsi oggi vuol dire pretendere di vivere fuori dai tempi in cui invece viviamo. O comunque nei quali vivono i nostri campioni di oggi. E non solo i ventenni, ma anche gli ultra-trentenni.

Pensate davvero che tutto il team Europa fosse impersonato da campioni attori (maestri di recitazione) che bluffavano nel buttarsi addosso a Zverev, sdraiato per terra, dopo il passante di dritto incrociato che gli ha dato la vittoria su Raonic e il World Team? No, erano felici davvero. Avevano vinto! Erano ebbri di gioia. Vera gioia. Magari costruita un tantino all’inizio, ma poi genuina, condivisa. Così come agli sconfitti, giocatori come capitani, bruciava da morire. Erano abbattutissimi. Ancora ascoltate le parole di Isner: “L’eccitazione per la vittoria è stupefacente per loro, e l’agonia della sconfitta è dolorosa per noi. È la terza volta per me, per Nick, per Jack, per i capitani. Ti brucia. Non è facile accettare l’agonia di una sconfitta che arriva in questo modo”.

La Laver Cup è tutt’altro che un evento perfetto, ma raggiunge il suo scopo. Diverte chi lo gioca assai di più che un torneo individuale, diverte chi vi assiste senza pregiudizi, promuove il tennis in modo straordinario – sia pure un tennis diverso da quello tradizionale per format, modalità di partecipazione, punti attribuiti, tie-break e chi più ne ha più ne metta – registra il tutto esaurito fin dall’annuncio della prima vendita dei biglietti, a Praga, a Chicago, a Ginevra (la prossima edizione si terrà a Boston), pur essendo un evento di nessuna tradizione, piace alle audience televisive per la varietà delle situazioni che propone, senza che quasi nessun match travalichi l’ora e mezza.

L’idea, criticata, criticabile, ha avuto grande successo. È indubbio. Il successo che viene attribuito anche a manifestazioni “internazional-popolari”? Forse sì, ma contestare la Laver Cup, evento nuovo certo pensato anche per la TV, non serve a nulla. Semmai ci si possono porre altri interrogativi. Che sarà di essa il giorno in Federer e Nadal non la giocheranno più? Che farà Federer? Forse il capitano di Team Europa al posto di un Borg sempre più …Borg? Cioè l’esatto opposto di quel che è l’effervescente John McEnroe, mai soporifero e sempre capace di rompere tutti gli schemi ogni volta che apre bocca. E non solo quando mi ha detto questo – ridendo e facendo ridere tutti (e Kyrgios, Sock più di tutti) – nella conferenza stampa finale di Team World :

Don’t ask me any more f***ing questions if you don’t mind! You first asked me a question in 1978, I think, in Bologna. Ask somebody else a question, Ubaldo, and then I will take one more motorcycle ride with you, okay? Go ask somebody else something!
(Traduzione forse non necessaria: Non mi fare più f****te domande se non ti dispiace…mi hai fatto la prima domanda nel 1978 a Bologna, credo, fai la tua domanda a qualcuno altro, ok, e allora farò un altro giro in motocicletta con te , okay? Vai, fai la tua domanda a qualcun altro!).

Giusto per la statistica: la prima domanda gliela feci, in presenza di suo padre – e forse più che a lui a suo padre, l’avvocato John McEnroe senior – insieme a Rino Tommasi e Gianni Clerici, a Dallas 1973, quando John aveva appena compiuto 14 anni e giocava la finale di un torneino a 4 al Moody Coliseum, mentre si giocavano le finali dei Magnifici 8 del circuito WCT.

Mi sono dilungato, more solito, a sviscerare questo aspetto del coinvolgimento dei giocatori, perché dai vostri commenti mi pare che sia emersa soprattutto questa diffidenza nei confronti della sincerità degli atteggiamenti – così particolari, così diversi – dei tennisti che partecipano alla Laver Cup. Molti li accusano di recitare per il vil denaro. Io non la penso così e spero di essermi riuscito a spiegare.

Non E sono contento anche che mi sono rimasti altri aspetti da sviscerare nei prossimi giorni. Il regolamento che non piace a McEnroe, furibondo dopo che a seguito dei forfait di Nadal e di Kyrgios, quelle regole gli avevano impedito di modificare l’originale schema di formazione, i ritiri abbastanza strani nelle tempistiche di Rafa e Nick che avevano giocato due partite sabato e… se non erano nelle migliori condizioni perché? Il Bautista Agut, riserva misteriosamente scomparsa nel giorno del trionfo forse per senso di colpa per aver saltato San Pietroburgo e l’occasione di conquistare punti preziosi per sedersi in panchina (Berrettini ringrazia lui…e anche Fognini), pecunia non olet, soprattutto quando non devi far nulla che star seduto.

Thiem che si allena come una furia (inutilmente…) all’alba e prima che Team World venga informato del ritiro di Nadal. Tsitsipas che riesce nell’exploit di far perdere con due sciagurati tie-break Federer e Nadal nell’arco di 16 ore! Non so quante altre volte vedremo Rod Laver presenziare la Laver Cup. Mi sembra, purtroppo, sempre più imbalsamato. Ken Rosewall è molto più presente, ma non ha fatto due Grandi Slam e non ha un cognome che assomiglia alla Ryder Cup. È vero che Kyrgios non vorrebbe più giocare nel 2019? E a Tony Godsick, marito di Joe Fernandez, piacerebbe organizzare la Graf Cup (costringendo magari Maria Sharapova ad abbracciare tutte le sue compagne di squadra?)?  

Conto di farlo in un prossimo editoriale. Ma intanto voglio ringraziare sentitamente Laura Guidobaldi e John Horn che mi hanno dato gran mano a Ginevra e poi tutti i ragazzi che dall’Italia si sono fatti in otto (il doppio di 4…) per assicurarvi il miglior servizio possibile dovendo fronteggiare anche orari improbi. 

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Laver Cup: il miglior show contro Federer? Se non è Nadal è Kyrgios

GINEVRA – Ora basta sostenere che Kyrgios sia un bluff. È più precoce del n.1 ATP Pat Rafter. Federer, tre punti di fila da cineteca: “Ginevra quasi come…Bogotà”. Match ancora aperto

Pubblicato

il

Spazio sponsorizzato da Barilla


da Ginevra, il direttore

Cari lettori, ho letto gran parte dei vostri commenti, oltre 500 tra quelli al mio primo editoriale con oggetto la Laver Cup e quelli del live. E vi ringrazio per la partecipazione. Europa conduce 7-5, dopo che Sock e Kyrgios hanno vinto il doppio di fine serata alle 23,20 nel tie-break del terzo set su Nadal e Tsitsipas. Sock e Kyrgios sono imbattuti, hanno vinto in Laver Cup tre match su tre. Europa aveva chiuso in vantaggio al sabato anche le precedenti due edizioni. L’ultima di Chicago proprio per 7-5. I punti europei li hanno portati il beniamino di casa (e del mondo) Roger Federer e Rafa Nadal, manco a dirlo. N.3 e n.2 del mondo, per inciso.

Però il margine di soli due punti non può tranquillizzare troppo il team Europa che stamani a mezzogiorno (un’ora prima del solito, attenzione) schiera in coppia Federer e Nadal che avevano giocato insieme solo una volta, due anni fa a Praga, vincendo contro Sock e Querrey. Stavolta devono affrontare Isner e Sock. Match tutt’altro che scontato. Gli americani potrebbero clamorosamente passare in vantaggio 8-7 prima che Nadal scenda in campo contro Kyrgios e poi Federer cerchi i punti forse decisivi contro Isner. Solo se il punteggio a favore di uno dei due team non avesse un margine superiore ai tre punti giocherebbero Zverev e Raonic per decidere la contesa.

 

Nel doppio che ha risollevato le sorti del World Team il giovane greco si è rivelato, nei frangenti decisivi, il meno doppista di tutti. E non è una sorpresa. Nadal ha vinto un oro olimpico in doppio. Sock è uno dei doppisti più forti del mondo, anche se si muove male. In compenso, suo fratello Eric si muove tantissimo in tribuna e caccia degli urli da far paura dopo avermi detto che il Nebraska è il paese più bello del mondo, e che l’Italia e Firenze gli fanno un baffo anche se un ristorante della sua città, Valentino, è il migliore che esista al mondo. Un tipo un po’ eccessivo, esuberante come pochi, lo avrete capito.

Il match è ancora aperto, e se Europa fosse salita a 9 a 3 forse non lo sarebbe stato più. Meglio così dunque. Anche se mi interessa fino a un certo punto, alla fine, chi vinca.

Oggi, approfittando di diversi ingressi mi sono seduto in più posti. Nelle primissime file a bordo campo durante Federer-Kyrgios, poi anche in quella ad altezza media, quindi anche più in alto, giusto per captare l’elettricità della giornata. Da scossa continua. Ebbene devo dirvi che chiunque sia stato qui oggi, se non era un vero appassionato di tennis lo diventerà. Perché era impossibile non restare coinvolti dalla vibrante e fantastica atmosfera, dall’entusiasmo di 17.000 spettatori. Sono rimasto sorpreso da come la gente ha preso a partecipare per l’Europa o per il Resto del Mondo, come se davvero questa divisione avesse contorni davvero patriottici.

Ero certo che per Federer il PalExpo avrebbe rischiato di venir giù a seguito dei suoi colpi più spettacolari, come accaduto durante il tie-break decisivo a partire dal 2-2: tre colpi da cineteca, una successione come non ne ricordo molte anche tra le partite di Federer!

Non mi aspettavo che ci fossero ragazze argentine accanto a me che gridavano come ossesse, quasi che in campo giocasse il loro del Potro, per incitare John Isner contro Sascha Zverev, o tifosi americani che applaudissero quasi soltanto i colpi di Raonic contro Nadal. Spirito di appartenenza sovranazionale. Altro che sovranisti. Federer, entusiasta la sua parte per il successo e per le incessanti standing ovation, oltre che ancora sorprendente per la reattività da ragazzino in occasione di quella volée di puro riflesso, ha confessato: “Soltanto a Bogotà al mio ingresso in campo avevo sentito ovazioni e un pubblico più fragoroso, a tal punto che lì mi ero spaventato – sorride – e poi oggi, i due momenti di maggior rumore, così sono molto felice”.

Poi anche Roger, che aveva detto di non essere sorpreso per l’impegno dei giocatori che prendono parte alla Laver Cup, ma semmai per il fatto che anziché andarsene nella loro camera d’hotel restano tutti sulla panchina a tifare per i compagni, ha raccontato le sue sensazioni a seguito dei consigli di coach Nadal: “Avete visto il risultato, no? Mi piace la sua chiarezza nel dirti quel che pensa. Mi piace che spesso le mie idee e quelle di Rafa collimano. E quando si tratta di pensare a lunghi palleggi…lui ne sa davvero molto, troppo! È un grande nel trovare le soluzioni ai vari problemi. L’ho trovato impressionante quando ci ho giocato il doppio insieme. Pensa costantemente a un muovo modo per vincere o per restare su una certa traccia se pensa che sia vincente. Questa è la vera ragione per la quale è il campione che è oggi. Non ha paura di cambiare una tattica vincente e è uno che crede molto nell’innovare e investire. Io anche faccio così, ed è super piacevole, ascoltarlo parlare, specialmente durante un match”.

Insomma, mi ripeto, una gran bell’atmosfera. All’annuncio dei due team, i blu di Europe come i rossi di World, ovviamente prevalenza del tifo europeo (siamo in Svizzera, mica a Chicago), anche il pubblico si divideva per passaporto. Come se potesse partecipare. E mi dicevo: basta davvero poco, in fondo, per coinvolgere la gente, per stimolare partecipazione, per creare complicità fra europei che magari hanno alle spalle le nazioni di appartenenza con secoli di guerre, o fra cittadini di nazioni del Resto del mondo che non hanno mai avuto niente in comune.

Lo sport che affratella e che, al contempo, separa, ma in modo simpatico, con il fair play del tennis e non con gli eccessi del calcio. Un’atmosfera piacevole, con i bambini che si divertono come bambini, e con genitori che… si divertono anch’essi come bambini! Onestamente bello: magari con la vecchiaia mi sto rincoglionendo, però anziché scandalizzarmi per tutte le cose che mi hanno lasciato perplesso e che ho scritto ieri, ho trovato divertente vivere giornate come queste.

Certo che gli Slam sono un’altra cosa, certo che vedere le panchine affollate di campioni che esultano in maniera spesso esagerata, può anche dare un po’ di fastidio perché non sembrano reazioni del tutto sincere, però guai anche a essere troppo integralisti, ad aver troppa puzza sotto il naso. Godiamoci la vita con leggerezza quando possiamo farlo. Per le cose, e le giornate, super serie, c’è tanto tempo.

LO SPETTACOLO DI KYRGIOS-FEDERER – Dopo questa lunga premessa che sono stracerto tutti i 17.000 di ieri pomeriggio e i 17.000 di ieri sera condivideranno, è il momento di parlare di tennis.E di sottolineare come certi duelli sembrino fatti apposta per garantire spettacolo. Per anni si è goduto grande spettacolo quasi ogni volta che Federer affrontava Nadal, perché il contrasto di stili ha prodotto momenti di tennis straordinariamente affascinante. Francamente più di un Nadal-Djokovic o, per me peggio ancora, di un Djokovic-Murray, singolarmente campioni pazzeschi – bellissimi da seguire contro altri tennisti – ma non tanto esaltanti se opposti l’uno all’altro. Se Djokovic e Murray decidono entrambi di fare muro di regolarità, dopo 2 o 3 ore ci si può anche stufare.

Nei duelli fra Federer e Nadal onestamente non ci si stufa mai, salvo quelle volte in cui uno dei due è in cattiva giornata e l’altro domina. Ma ho cominciato questo discorso perché anche il contrasto fra Federer e Kyrgios è quasi sempre fantastico, se l’australiano è in giornata. Ricordate la semifinale di Miami due anni fa? Uno dei match più belli degli ultimi anni. Sembra quasi che Kyrgios, cui spesso fa difetto la concentrazione, la voglia di stare attento, contro Federer – e magari contro tutto il pubblico che è quasi sempre dalla parte dello svizzero ovunque nel mondo e figurarsi in Svizzera – trovi tutti gli stimoli possibili per dare il meglio di se stesso. Poi, per carità, anche se va vicino a vincere – ebbe un match point a Praga e se avesse vinto Europe e World team avrebbero dovuto giocare un match di spareggio sul 12 pari – magari alla fine Kyrgios perde, come gli è successo anche qui a Ginevra pur dopo essersi trovato in vantaggio di un set o anche per 2-0 nel tie-break del terzo, quando ha poi subito una striscia di 5 punti consecutivi di Roger, compresi quei tre pazzeschi cui ho accennato.

Roger Federer – Laver Cup 2019 Twitter @lavercup

Ma chi scrive – o ha scritto – che Kyrgios è un perdente per questo, cioè perché finisce per perdere con Roger, è decisamente ingiusto nei suoi confronti. Perde contro Federer, 6 volte su 7, ma Federer non è Cincirinella.

Rispondendo a una mia domanda che gli chiedeva di quei tre punti Nick si è quasi seccato: “Sì, li ha giocati bene tutti, ehi, non sto seduto qui a dire continuamente che lui è il migliore, il migliore e il migliore! Sì, è bravo nel tennis, ha giocato in modo incredibile. Era troppo bravo per me oggi. Possiamo fare una domanda diversa?”. Nick perde ma anche perdendo dà spettacolo. E non è vero che Federer sia stato così tanto più bravo di lui. Sono stati lì lì. Che poi altre volte Nick dia spettacoli certamente esecrabili è tutt’altra storia. Resta il fatto che certe sue partite, a cominciare da quella in cui sconfisse Rafa Nadal a Wimbledon, sono partitoni.

Un altro australiano, il bellissimo Pat Rafter era tutt’altro tipo di giocatore, e di persona (fantastica davvero!), ma – classe ’72 – fino al ’94 non aveva vinto neppure un torneo e fino al ’97 (quindi a 25 anni) si era fermato a quell’unico titolo conquistato a Manchester. Poi nel ’97 fece semifinale al Roland Garros e 4 mesi dopo vinse il primo di due US Open consecutivi, diventando anche n.1 del mondo (sia pur per una sola settimana).

Kyrgios, classe 1995 e che molti definiscono un bluff e una speranza mancata, ha vinto già nel 2016 tre tornei, Tokyo, Atlanta e Marsiglia, un anno e mezzo fa ha vinto il quarto torneo a Brisbane e non aveva ancora 23 anni. Insomma, è vero che con il suo carattere, le sue intemperanze, la sua maleducazione – diciamolo pure senza tema di smentite – non si è fatto amare dalla maggior parte degli appassionati australiani, troppo viziati da gente come Laver, Rosewall, Newcombe, Rafter, però non merita neppure di essere considerato un bluff o un tennista modesto… anche se oggi figura al ventisettesimo posto quando molti gli avevano profetizzato un posto tra i top 10.

Però vi assicuro che gran parte dei giocatori che lo precedono lo temono molto di più di tanti che gli stanno davanti. Non è un campione di continuità, e forse non lo sarà mai, ma come aveva detto Federer la sera prima “Kyrgios al 100 per 100 può battere chiunque”. E un discorso del genere non vale per tutti i 26 tennisti che oggi lo precedono, sia chiaro.

Kyrgios, rispondendo a una domanda di John Horn, il corrispondente di Ubitennis.net con il quale alla sera faccio il video in inglese che negli Slam mi vede accanto invece l’Hall of Famer Steve Flink, ha confessato che quest’atmosfera, con l’interazione con capitan McEnroe e gli altri compagni di squadra lo divertono e stimolano: “Per me vedere Jordan (Thompson, ndr) in panchina che tifa per me… siamo cresciuti assieme, lo conosco da quando avevo 8 anni. E poi avere al mio fianco John McEnroe che mi capisce e conosce il tennis così bene, e i miei compagni di squadra… ragazzi!, sto rappresentando il mondo! Non c’è qualcosa che si può rappresentare di più no? Cerco di fare il massimo per il mio team, se questo è stare sulla panchina a incitare gli altri, o allenarmi con loro, o giocare… farò tutto quel che occorre fare. Se la mia miglior scommessa è andare contro Federer ogni volta, ci andrò e farò di tutto per vincere. Non ce l’ho fatto oggi, ma amo questo spirito di squadra, è molto più piacevole”.

LA STRISCIA DI RAFA – Tornando alla Laver Cup giocata, a seguito della vittoria di Nadal su Raonic (6-3 7-6 e 7 punti a 1) – Rafa ha vinto 29 degli ultimi 30 incontri: il solo che ha perso è stato in semifinale a Wimbledon con Roger e per quel che concerne il canadese si grida sempre al miracolo ogni volta che porta a termine una partita! – il Team Europe era passato in vantaggio sul 7-3 prima del doppio che ha chiuso la giornata fra Nadal-Tsitsipas e Kyrgios-Sock. Raonic non era riuscito a sfruttare ben 8 palle break. E nelle discese a rete Raonic stavolta è stato deficitario: appena 20 punti su 39 attacchi.

È stata team Europe ad annunciare per prima chi avrebbe giocato. Team World ha reagito e non mi pare che abbia sbagliato le contromisure tattiche. Se l’Europa non vincesse la Laver Cup per il terzo anno consecutivo sarebbe davvero una sorpresa, ma nessuno si strapperebbe i capelli.

P.S. consentitemi infine tre piccole soddisfazioni autoreferenziali, dopo qualche piacevole incontro con ospiti italiani della Barilla: all’arrivo in sala stampa mi siedo davanti a due giornaliste cinesi, mai viste prima. Una mi accoglie dicendo: “You know that you are very famous in China because of your questions?”. Una fama che non si è tradotta nel conto in banca, ma magari mi trasferirò da quelle parti. Intanto mi hanno messo di buon umore. Poi quando Nadal ha concluso la sua conferenza stampa spiegando perché lui e Federer si intendono così bene e possono fare da coach all’uno all’altro – “perché da fuori si vedono meglio le cose che dal campo” – una coppia di Locarno sull’ultimo bus di giornata mi riconosce “guardiamo sempre i suoi video…– e io che ho sempre la sensazione che non li guardi nessuno! – che bello incontrarla dal vivo!”. Dietro di loro, sempre sul bus n.10, una ragazza sente e dice “Ma lei è quello che scrive su Ubitennis? Lo leggo sempre…”. Parla con accento straniero, le chiedo di dove è. “Sono di Liegi, sono belga ma capisco un po’ l’italiano e vi seguo su Twitter”. Beh sono le due di notte e vado a letto contento. Ma mia moglie direbbe che sono matto. Per fortuna non mi legge mai. E io non le dirò se la Laver Cup l’ha vinta Team Europa, tanto per cambiare, oppure per la prima volta Team World.

Laver Cup 2019 (via Twitter, @lavercup)

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement