Grand Slam, parte terza: Wimbledon - Pagina 2 di 2

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Grand Slam, parte terza: Wimbledon

Nuovo appuntamento con il racconto più intrigante di tutta la off season. I protagonisti della nostra storia si spostano sull’erba londinese e il mistero si infittisce

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Il trofeo dei Championships - Wimbledon 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Tennis Integrity Unit Headquarter, Roehampton – Lunedì 7 Febbraio

“Signor Veyveris…”. “Buongiorno Yura. Ha passato un buon weekend?” “Buongiorno. Ottimo grazie. Ho indagato come lei suggeriva riguardo alla casa fornitrice per gli orologi del signor Kiraly”. “Cosa dicono?” “Non c’è nessuno sponsor.  Il tennista indossava un orologio a ogni match per sua scelta personale, non per obblighi di contratto”. “Questo cambia qualcosa nelle nostre indagini?” “Ci permette di scartare qualche ipotesi. Per esempio quella del furto. Kiraly non giocava con un orologio di valore. Ho controllato i prezzi online, oscillano fra i 50 e i 70 euro”. “Sicuramente adesso potrà comprarne uno di maggior lusso”. Chiosò Connor. L’investigatore non pareva granché convinto della pista dell’orologio. Ora che anche i controlli più approfonditi avevano negato l’esistenza di inusuali giri di scommesse, l’inchiesta per lui era chiusa e non vedeva l’ora che l’attenzione mediatica sul caso calasse, per tornarsene a indagare sulle sue amate combines a livello Futures.

“Scusi se la disturbo ulteriormente. Ora che sappiamo che l’orologio sparito non era un pezzo unico, né di valore, né personalizzato, un’altra opzione si apre”. “Quale sarebbe?” “Un orologio in commercio può facilmente essere sostituito con un pezzo identico”. “Vediamo se ho capito: mi sta dicendo che qualcuno avrebbe rimpiazzato l’orologio di Kiraly prima della finale con un pezzo identico per poi farlo sparire a fine partita?” “È possibile”. “E a che pro?” “Non lo so, possiamo indagare ulterior…”. “Cara Yura, conosce il rasoio di Occam?” Fece Connor dondolandosi sulle gambe posteriori della sedia come suo consueto. Era il segnale che stava mettendo quel briciolo di interesse in più nella conversazione, solitamente con lo scopo di chiuderla il prima possibile.

 

“No, signor Veyveris”. “È un principio del metodo scientifico: ‘A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire’. È inutile formulare più ipotesi di quelle che sono necessarie per spiegare un fenomeno, quando quelle disponibili sono già sufficienti”. “Non lo conoscevo”. “Prende il nome da Mister Occam, un tizio cui cambiarono il rasoio elettrico prima di radersi con uno difettoso, e si prese la scossa”. “Sul serio?” “No signorina Sung, la sto prendendo in giro. Era un filosofo medievale. Era per dirle di non complicare troppo le cose. La spiegazione che lei propone è da romanzo giallo. Supposizioni eccezionali necessitano prove eccezionali. Mi trovi quelle prove e possiamo tornare a parlare di orologi magici”.

Magazzini Harrods, Kensington, Greater London – Sabato 2 Luglio

“Signor Siles, congratulazioni per la sua vittoria di ieri e grazie per la sua disponibilità in un momento così importante”. “Si figuri. Mi ero dato disponibile per l’evento quando non sospettavo affatto che avrei raggiunto la finale. E poi noi tennisti nei nostri day-off abbiamo bisogno di un po’ di svago”. “Il suo manager sarà qui a momenti. Io sono Priscilla Firth e l’assisterò durante le prossime due ore. Come sa non è obbligato a firmare autografi tutto il tempo, le chiediamo semplicemente di interagire con i clienti e a mezzogiorno in punto chiuderemo la sessione con una piccola sorpresa e un rinfresco”. Ah, la celebrità. Per Erwin Siles si era aperto un mondo non solo di vittorie, premi e riconoscimenti, ma anche di interviste, servizi e comparsate come quella odierna. Era cresciuto in un Paese senza libertà di stampa, era finito in un sistema senza libertà dalla stampa.

Per respirare un po’ di normalità, aveva fatto la stessa cosa dell’anno prima, quando ai magazzini Harrods ci andò da semplice turista curioso. Aveva preso la Tube fino a Marble Arch e attraversato Hyde Park a piedi. Ma anche lì lo avevano riconosciuto. Passanti, utenti della metro, persino un affabulatore di Speakers’ Corner lo aveva invitato a condividere con lui il piedistallo per dire qualcosa alla folla. Ma non aveva tempo se voleva essere all’appuntamento per le 10. Aveva organizzato tutto il suo manager, lui doveva solo andare lì, fare il simpatico, posare per i selfie, osannare Harrods ed intascare cinquemila sterline. Più o meno quello che guadagnò con il suo primo Futures di livello a Newcastle.

Una giovane con un registratore si avvicinò. “Signor Siles, posso farle qualche domanda?” “Buongiorno. In teoria non sono qui per interviste con la stampa, ma lei ha un sorriso cui è difficile dire di no. Se è una cosa breve però”. “Solo una dichiarazione al volo”. “Con piacere. Con chi ho l’onore di parlare?” “Emilia Carpenter, del Melbourne Observer”. L’atteggiamento amichevole di Siles cambiò improvvisamente e il suo sorriso di circostanza si trasformò in un sincero broncio. “Mi è mancata molto la vostra testata lo sa? Mi chiedevo come mai non vi foste ancora fatti vivi. Di solito mandano quella sua collega finlandese. Sa, quella con tanti amici nel settore…”. “Miss Ristomaatti è rimasta a Melbourne. Abbiamo una sede qui a Londra e la redazione ha pensato non valesse la pena di mandare lei fin qua. “Potevano fare lo stesso ragionamento a Parigi”.

“Signor Siles, come giudica le sue chances di vittoria domani?” “Cara Emilia, quando un agente immobiliare vuole vendere una casa sa cosa fa?” “No”. “Prima mostra all’acquirente due case banali. È per adattare il compratore a una sensazione di mediocrità. Poi al terzo tentativo, boom: piazza l’appartamento cui davvero tiene, così che il confronto con i primi due lo faccia risaltare ancora di più”. “Non capisco”. “Emilia, salti le due domande di cortesia e mi faccia direttamente la terza, quella che la interessa”. “Pare che la presenza a Londra di Sandor Kiraly non sia legata semplicemente al suo desiderio di assistere al torneo, ma che ci sia stata una richiesta da parte della Tennis Integrity Unit per un’udienza a Roehampton. È qualcosa che riguarda anche altri tennisti? È qualcosa che coinvolge anche lei?”

Hotel Gran Chancellor, Melbourne – Venerdì 28 Gennaio, ore 9:52

Ed è game, set e match per Sandor Kiraly! Il giovane tennista ungherese è il nuovo campione dell’Australian Open. Incredibile signori, oggi siamo stati testimoni della storia! Ed ecco che Kiraly si appresta a ricevere il trofeo dal rappresentante dello sponsor Kia, il signor Cho. Il quale sembra anche voler accarezzare il giovane campione, ecco che allunga una mano verso il suo volto… Ma cosa fa? Lo sta schiaffeggiando! Mister Cho sta schiaffeggiando ripetutamente Sandor Kir…

Con un’ultima sberla ben calibrata Sandor si risvegliò. Davanti al suo letto con la mano ancora tesa stava il coach Demtchenko. “Vassily, ma sei pazzo? Stavo sognando di vincere gli Australian Open…”. “E rimarrà un sogno se continui a tornare in hotel accompagnato a notte inoltrata. Non lo sai che stasera hai una semifinale? Contro il numero uno del mondo? Pensi che Foley sia lì perché scopa una sconosciuta la sera prima di un match di cartello?” “Vassily, stai mancando di rispetto alla mia gentile ospite”. Disse Sandor indicando la ragazza bionda al suo fianco che, nonostante il trambusto, solo ora si stava lentamente risvegliando. “Ti chiedo scusa per il casino, Kaisa”. “Sandor sentimi bene – riprese Vassily – sei di fronte ad una chance che capita una volta nella vita. Ora ti senti forte e invincibile perché sei in un momento magico in cui tutto funziona, ma ciò non significa che sarà sempre così. Cogli l’attimo e concentrati per questi ultimi giorni. Cerca di avere un approccio professionale. Da lunedì potrai fare festa quanto vuoi.

“Lunedì ho il volo di ritorno per Budapest…”. “Allora farai festa a Budapest! Mi sembra di essere stato già abbastanza permissivo lasciandoti libertà nelle giornate off. Ma adesso esci e ti ubriachi anche il giorno prima del match”. “È per dare qualche chance ai miei avversari”. “Non so cosa ti sia successo Sandor, ma ad ogni vittoria diventi più pomposo – disse Vassily aprendo la porta – Fai un esame di coscienza. E preparati, fra un’ora ti voglio in campo per l’allenamento”. L’allenatore russo se ne andò, sbattendo fragorosamente la porta. “Il tuo allenatore ha ragione, dovresti concentrarti sul torneo…”. “Tesoro, il tuo ruolo in questa vicenda non è il più adatto per fare un’affermazione del genere”. Disse Sandor sarcastico mentre si alzava dal letto. “Vorrei avere la tua stessa autostima. Sembri sicuro di vincere il torneo”. “Non sembro, sono”. “Devi certamente nascondere un segreto”. “Sei anche tu sospettosa per la mia folgorante ascesa?” “No Sandor, non intendevo dire questo”. “E di sicuro non intendevi neanche pensarlo. Come non intende Vassily. Ma finché vinco andrà bene per tutti noi”.

Wimbledon, Greater London – Domenica 3 luglio

Alla fine Edwin Siles un paio di servizi li aveva persi. D’altro canto Friedrich era uno dei miglior ribattitori in circolazione e la battuta del boliviano non pareva essere così efficace come nei giorni scorsi. Forse Edwin soffriva davvero le finali. O la condizione psicologica di dover chiudere un match entro un tempo limite prima che, per incanto, la sua racchetta si trasformasse in zucca e da principe della racchetta tornasse cenerentolo. Certo, una pillolina in spogliatoio prima di scendere in campo, mezz’ora in anticipo sulla prima palla del match, gli dava 4 ore e mezza per sfruttare i suoi superpoteri nanotecnologici. Un lasso di tempo normalmente sufficiente a chiudere ogni contesa.

Eppure, in finale al Roland Garros non c’era andato lontano, costretto al quinto set da quel mastino serbo. La scienza della Smash non per forza concedeva l’imbattibilità. Ad un certo punto Siles avrebbe perso. Se ciò non fosse successo, lo avrebbe fatto di proposito per non sembrare troppo irreale. Ma non oggi, Wimbledon era un piatto troppo succulento. Magari a Toronto o Cincinnati, si poteva pensare di scendere in campo senza aiuti e sembrare occasionalmente, quando conta meno, umano. Il principe del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, con consorte e prole, osservava e applaudiva dal Royal Box. E Siles non voleva perdersi né il trofeo né tutto l’interessante contorno di strette di mano a nobili illustri, cene lussureggianti e un giro di ballo con Damaris Christodoulou, l’avvenente 28enne greca che ieri aveva finalmente coronato, dopo due finali perse, il sogno di una carriera.

Una distrazione, un turno di servizio fallace, avevano consegnato a Friedrich il secondo set e rimesso le cose in parità. Nel terzo set Siles si era portato in vantaggio ma servendo per il set aveva subito un controbreak. Il tiebreak questa volta però gli era stato amico. 6-3 4-6 7-6 in due ore e quaranta era un ruolino di marcia promettente per sigillare un secondo trionfo Slam. Mancava un set solamente. Un set per conquistare i Championships. Erwin Siles controllò una volta di più il tempo. Aveva ancora un’ora e cinquanta minuti circa, sul conto alla rovescia che aveva impostato sul suo orologio da polso. Quell’orologio cui teneva molto, regalo della persona che aveva cambiato la sua vita.

Tennis Integrity Unit Headquarter, Roehampton – Mercoledì 15 Febbraio

“Signor Veyveris, ricorda quando la settimana scorsa mi raccontò del signor Occam?” “Vuole che le ripeta il postulato?” “No, piuttosto quella storiella che si era inventato per prendermi in giro: qualcuno gli aveva sostituito il rasoio elettrico per fargli prendere la scossa…”. “Yura, non ricordo tutte le battute che faccio, sono una persona estremamente simpatica e scherzo di continuo. Qual è il punto?” “Ho motivo di credere che l’arresto cardiaco di Sandor Kiraly non sia completamente naturale…”.

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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